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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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venerdì 25 settembre 2020

missive dal Brasile

 100.000 morti e la normalizzazione del genocidio

Questo fine settimana la soglia ufficiale di 100mila morti è stata raggiunta dal covid-19, in meno di sei mesi dal primo caso notificato. Si muore più di covid che di qualsiasi altra malattia, che di un incidente stradale, che di violenza urbana.

La malattia ha raggiunto le case in tutto il paese e ha preso i propri cari da milioni di persone. Lungi dall'essere una malattia “democratica”, il covid-19 apre il progetto genocida di chi sta sopra e la disuguaglianza brasiliana che colpisce chi sta sotto. Essere neri o indigeni, ad esempio, è un importante fattore di rischio che può fare la differenza tra morire o vivere. Inoltre, il baratro sociale getta i più poveri in luoghi privi di servizi igienici di base, alloggi precari e lavori informali e precari, che non consentono di prendere le misure necessarie per prevenire la diffusione della malattia.

Nel frattempo, il governo federale ha sempre minimizzato la pandemia e ha fatto di tutto per boicottare gli sforzi nel SUS per controllare e ridurre efficacemente le morti. I governi statali, d'altra parte, nonostante il discorso che hanno a cuore le vite, hanno anche una grande responsabilità in tanti decessi e quando sono riusciti a fornire assistenza alla popolazione, hanno continuato a normalizzare le morti come un fatto compiuto.

Il risultato di tutto questo è che il Brasile è il paese con il maggior numero di morti giornaliere nelle ultime settimane e il numero totale di vittime è secondo solo agli Stati Uniti, dove non esiste un sistema sanitario pubblico.

Di fronte a questa tragedia, noi, del Coordinamento anarchico brasiliano, siamo solidali con coloro che hanno perso parenti o amici a causa del covid e continuiamo a lottare per la salute pubblica, oltre a rafforzare le organizzazioni popolari e le azioni di solidarietà in tutti gli spazi di militanza in Brasile al di fuori. Solo un popolo forte potrà resistere a questo periodo difficile che è tutt'altro che finito e potrà avanzare nella lotta contro lo Stato e il capitale, i principali responsabili del genocidio in corso nel Paese!

IN DIFESA DELLA SALUTE PUBBLICA!
SOLIDARIETÀ DI CLASSE PER IL POTERE POPOLARE!
BOLSONARO RAZZISTA E ANTIPOPOLO!
COMBATTERE CON FORZA POPOLARE!

venerdì 17 luglio 2020

Sta andando come prima anzi peggio

Sta andando come prima anzi peggio














 La pandemia determinata dal virus Covid-19 sembra, almeno sul continente europeo, in via di attenuazione benché continuino ad apparire sempre nuovi focolai di infezione e sul futuro penda l’incertezza di una possibile e paventata nuova ondata nel periodo autunnale; al momento la diffusione del virus colpisce, sia per contagiati che per vittime, soprattutto il continente americano con la massima espansione proprio in quei paesi come gli Usa ed il Brasile dove i rispettivi presidenti ne avevano minimizzato la pericolosità in maniera superficiale ed irresponsabile.  E ovunque la gestione della pandemia aggrava le condizioni delle classi subalterne e delle categorie sociali più deboli.

La risposta di classe dei diversi governi
Dovunque i governanti, di qualsiasi tendenza politica, sono stati costretti ad interventi sulla filiera produttiva ed a varare delle misure di sostegno alla popolazione in buona parte confinata nelle proprie abitazioni. Così è stato anche in Italia, in una situazione sempre più difficile e spesso drammatica, mentre il sistema sanitario mostrava tutte le proprie deficienze prodotte dai tagli degli ultimi decenni e si reggeva sull’impegno dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Il governo Conte, come tutti i governi, è intervenuto con provvedimenti determinati da precise scelte di classe; ci riferiamo in primo luogo alla spinta degli imprenditori che, soprattutto al nord, ha visto il protrarsi della produzione pure in industrie non essenziali per la popolazione e con gli operai costretti a lavorare senza adeguate protezioni mettendo a rischio la propria salute. Anche sul fronte delle misure di sostegno si è vista la differenza tra bonus che, benché di entità limitata, sono stati erogati velocemente a liberi professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, e la cassa integrazione in deroga giunta ai lavoratori dipendenti spesso in tempi biblici.  Per non parlare dell’esercito dei lavoratori in nero che in questo paese rappresentano milioni di lavoratori che non stati presi in considerazione con contributi economici di alcun tipo.  Ma di fronte a segnali
di rivolta sociale anche questo governo ha dovuto prendere alcuni provvedimenti urgenti come il
momentaneo blocco dei licenziamenti – sostenuto in pratica dal ricorso massiccio alla cassa
integrazione – e la messa a disposizione dei Comuni di limitati fondi per la povertà.
La terza fase come accelerazione di uno sviluppo forsennato
Con l’inizio della cosiddetta terza fase, cioè la riapertura di tutte le attività produttive, culturali, sociali, la situazione è sembrata normalizzarsi. Ma non è così. Il padronato, Confindustria in testa, dopo il periodo più difficile attraversato nei mesi di marzo ed aprile in cui chiedeva ipocritamente l’aiuto dei lavoratori (“siamo tutti sulla stessa barca”), ha alzato la voce chiedendo un ridimensionamento dei contenuti normativi dei contratti nazionali, una ulteriore flessibilità e deregolamentazione dei rapporti di lavoro, mano libera nello sfruttamento dei dipendenti (oggi chiamati “collaboratori”).
Le ultime misure del governo in fatto di appalti e grandi opere di fatto rispondono alla necessità di ripartire, come prima e più di prima, in uno sviluppo forsennato, slegato da qualunque logica territoriale. Davvero un bel segnale di fronte all’emersione dei disgustosi casi di frode registrati anche in questi ultimi drammatici mesi.
Lucrare sulle catastrofi
D’altronde, lucrare sulle catastrofi è una frontiera del capitalismo da tempo all’interno del nostro orizzonte. Rapidamente tramontata ogni ipotesi di ripensamento in ambito ambientale che vada oltre il bonus per l’efficientamento energetico delle abitazioni private, il capitalismo nostrano cerca di riprendere la sua corsa forsennata, come se nulla fosse successo e fosse solo il caso di recuperare il tempo perduto.
E se tutti gli indici, pur variabili, danno una forte flessione della produzione, la risposta sarà come sempre sulla pelle dei lavoratori, e, se e quando i soldi promessi dall’Unione Europea arriveranno, non saranno sufficienti né a rilanciare i consumi né a tutelare i lavoratori.
Al netto dei teatrini elettorali, a settembre, con lo sblocco dei licenziamenti e la cessazione della cassa integrazione in deroga, la crisi sociale rischia di farsi drammatica, acuita inoltre dal problema della casa e dagli sgomberi che rischiano di moltiplicarsi per l’incapienza dei disoccupati e degli stessi lavoratori poveri la cui fascia si sta sempre più allargando, dal venire meno delle risorse delle amministrazioni locali a sostegno delle fasce più deboli. Ma questa estate già rischia di travolgere anche quei settori dei servizi, commercio e turismo che finora aveva trovato spazio di sopravvivenza, anche se spesso con ricorso strutturale allo sfruttamento stagionale sempre più esacerbato. Per non parlare del settore agricolo, dove la sanatoria in corso non solo non sta contrastando minimamente il caporalato e la gestione semischiavistica di molte delle nostre campagne, ma non ottiene neanche l’effetto minimo di emersione dalla clandestinità, ma si configura come una operazione di cassa e sciacallaggio istituzionale.
Sostenere obiettivi di classe, ambientali e sociali e contrastare la deriva di destra, fascista e razzista.  
In una situazione politico istituzionale in cui  l’emergenza ha reso pressoché superflua anche la finzione parlamentare, ridotta a espressione di lobby  d’affari,   in cui la questione sociale viene agitata prevalentemente dalla destra, e in cui la lettura sovranista  della crisi rischia di travolgere anche ampi settori della sinistra, tanta attenzione deve invece essere  fatta ai tentativi di convergenza e allargamento delle richieste e rivendicazioni di classe, ambientali e sociali che cercano di emergere nonostante la riduzione ormai strutturale degli spazi di agibilità politica.
Contro ogni tentativo di strumentalizzazione delle richieste sociali che possono aprirsi a pericolose derive di destra, occorre essere pronti a sostenere e difendere all’interno dei movimenti sociali e di quanto si potrebbe verificare nei prossimi mesi, obbiettivi chiari e di classe che vedano al primo posto la difesa delle condizioni di vita e di lavoro di chi abita questo paese. Difesa delle condizioni di vita che passa anche dal blocco degli sfratti e degli sgomberi delle abitazioni, dal diritto allo studio, dal ripristino di una sanità pubblica efficiente, da una riduzione dell’orario di lavoro far per ripartire l’occupazione assieme ad adeguati aumenti salariali, da una lotta al precariato in tutte le sue forme introdotte dalle leggi degli ultimi decenni, dal riconoscimento dei diritti sociali a tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro paese. Mantenendo alta la partecipazione e la vigilanza antifascista e antirazzista in ogni ambito di mobilitazione che sia sociale, sindacale o politica. Rinnovando la prospettiva di superamento del capitalismo, un modello che mai come in questa fase storica appare efficiente solo per soddisfare l’avidità di pochi, dimostrandosi totalmente inadeguato nel far fronte ai bisogni di tutti gli esseri umani e del pianeta.

107° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/fdca
Reggio Emilia 12/07/2020

martedì 23 giugno 2020

Il coronavirus rafforza i regimi autoritari - dibattito coronaviruse populismo

Sperando di fare cosa gradita invio in allegato il mio articolo “Il coronavirus  rafforza i regimi autoritari”, pubblicato in «A rivista anarchica» n. 444, giugno 2020.
L’articolo si inserisce nel dibattito sul populismo in corso da tempo, e in particolare si ricollega all’opuscolo da me curato su “Democrazia, Fascismo, Populismo”, I Quaderni della Bussola, n. 1  (supplemento a «Cenerentola» n. 233, maggio 2020).
Segnalo che l’opuscolo stesso, in formato pdf, è consultabile e scaricabile nel sito «La Bussola» (insieme ad aggiornamenti, testi collegati, primi interventi di un dibattito sui temi trattati): https://sito.libero.it/labussola/
Cordiali saluti.
Gianpiero Landi
 

mercoledì 3 giugno 2020

CAMPIONE DI RESISTENZA

Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 53 aprile 2020 


 TESTO IN PDF QUI !





 l'apparente paradosso del capitalismo che si rigenera attraverso la distruzione di beni mobili ed immobili, compreso la morte delle persone, tutti considerati alla stessa stregua di merci.


















Questa crisi sanitaria dovuta alla pandemia del Corona virus-19 si somma alla grande crisi economica e finanziaria del 2008, dalla quale il capitalismo mondiale non ne era ancora uscito, e che aveva favorito oltremodo quel rimodellamento dei processi produttivi internazionali che aveva visto la nascita della "fabbrica del mondo" nella Cina ed nelle altre aree geografiche ad essa limitrofa del sud est asiatico quali Vietnam e Cambogia.
Contemporaneammente alcune economie nazionali nel vecchio continente, quali la nostra, hanno visto, dal 2008 e fino alla attuale crisi del coronavirus, uno sviluppo delle esportazioni che hanno garantito il non collasso del nostro sistema produttivo pur in presenza di migliaia di piccole e medie aziende (PMI) che chiudevano, scalzate e sostituite dalle lavorazioni a basso valore aggiunto cinesi, ma sostituite da aziende medie e grandi che si sono collocate nell'ambito dell'esportazioni.
Prima della crisi da corana virus, un terzo dei nostri prodotti venivano esportati. I nostri mercati principali erano e sono ad Ovest ovvero Francia, Germania ed Usa.















Non esportiamo molto in Cina (circa il 3%) ma vendiamo ai tedeschi componenti che vanno a formare le vetture vendute a Pechino e Shangai; tutto il settore dell'automotive, presente nel nostro
Nord Est in particolare già in forte calo ed in crisi dal 2017 /2018 oggi è sostanzialmente fermo.
Stefano Manzocchi del Centro Studi Confindustria, nell'ultimo rapporto presentato il 31 marzo 2020 a proposito di questa ennesima frenata produttiva dovuta alla pandemia affferma: "Si rischiano di perdere oltre 50 miliardi del nostro export"
La tesi prevalente del padronato, a cui in questi giorni ha dato voce e volto Romano Prodi, ex presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commisssione Europea, è quella che questa ennessima crisi allenterà e ridurrà le cosidette catene globali di valore (CGV) quelle che in questi anni hanno e sviluppato e favorito la nascita dei famosi corridoi della logistica e dovrà essere maggiormente favorito un commercio internazionale per singole aree economiche, cioè ASIA , Europa, ed USA.
La previsione ma soprattutto l'auspicio è quella che queste diverse aree economiche dovrebbero cercare una sorta di autossufficienza non delegando più ai Paesi asiatici la produzione ad esempio dei principi attivi farmaceutici o della famigerate mascherine e nemmeno delegare ai soli USA la produzione di ventilatori per la respirazione nelle terapie intensive.
Uno scenario di questa natura presuppone una politica industriale coordinata, un "reshoring" (un rientro delle produzioni delocalizzate) diretto verso zone dell'Europa con salari e stipendi ragionevoli e la possibilità di generare, almeno nel campo delle infrastrutture della sanità e del digitale, una domanda europea.
A fronte di questi auspici, Fedele De Novellis "economista partner" di Ref Ricerche, centro studi bocconiano, molto più prosaicamente afferma : "Bisognerà vedere con quale tempo i divesi Paesi e le diverse aree usciranno da questa crisi. Per il settore farmaceutico e l'alimentare è molto probabile che si vada ad una regionalizzazione degli scambi nelle areee Asiatica, Usa e Europa, ma per la grande fame di domanda che ci sarà nessuno vorrà allontanarsi dalle grandi catene del valore " per paura di perdere posizioni.
Come si vede la preoccupazione maggiore del Padronato, anche in questi tempi di crisi ed emergenza sanitaria è l'economia, la loro economia, come conferma l'appello lanciato qualche giorno fa dalle organizzazioni Confindustriali del Nord, che rappresentando il 45% del Pil italiano, tende a condizionare fortemente l'esecutivo ad allargare i cordoni delle attività economiche sospese, affermando che "se le quattro principali regioni del Nord non riusciranno a ripartire nel breve periodo il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia".
a fronte la crisi sanitaria ed economica limiti del riformismo nei confronti delle necessità reali delle masse lavoratici
Similmente al padronato ed ai molti "tink tank" che indirizzano e coadiuano la classe dominante anche le organizzazioni e le strutture di resistenza del movimento operaio, ancora esistenti e maggiormente radicate,sviluppano indicazioni e strategie che a partire dall'emergenza cercano di disegnare una nuova fase economica e politica successiva alla pandemia.
Dalla convinta adesione del Partito Democratico alla logica liberista trasformando nel più accanito sponsor e sostenitore delle privatizzazioni e della deregolamentazione dei servizi e dello stesso "Welfare State" diventato puro contenitore di lobby locali, spesso in lotta fra loro, la CGIL è forse una delle ultime strutture di massa che nella propria elaborazione mantiene ancora un riferimento ed un afflato riformista.
Proprio per questa mantenuta capacità di elaborazione e sopratutto per la presenza tuttora radicata nel mondo del lavoro, la CGIL può condizionare e condiziona anche settori che, come vedremo, si pongono al suo interno su un terreno di classe e in opposizione alla maggioranza.
Il documento dal titolo "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL" rappresenta la summa delle posizioni, potremmo dire, progressiste di sinistra nel nostro paese ed per questo motivo che lo prendiamo a riferimento.
L'analisi centrale del doccumento parte dalla convinzione che un nuovo ciclo economico e sociale internazionale si stia determinando, che le categorie del liberalismo, con la loro esaltazione dello Stato minimo e la riduzione dei diritti universali sia finito; che occorra pertanto una nuova e significativa presenza dello Stato nell'economia che salvaguardi le condizioni di vita dei lavortori attraveso un opera di programmazione e di costante sussidiarità all'iniziativa economica privata.











E' questa la vecchia e logora logica del patto dei produttori di staliniana memoria ed ancor prima di socialdemocratica memoria la quale diversamente declinata rimane sempre comunque l'orizzonte di riferimento anche di settori della sinistra sindacale.
Esponenti di tale area, senza alcun imbarazzo e senza alcun autocritica rispetto ad obiettivi e strategie già percorse nei cicli economici precedenti dove seppur la presenza pubblica fosse stata ampia e larga, (si pensi alle cosidette partecipazioni statali e al suo Ministero di riferimento soppresso solo nel 1993 o tutta l'elaborazione sulle riforme di struttuura del PCI e del movimento sindacale a cavallo degli anni '60/'70 del secolo scorso) non ha impedito lo sviluppo di situazioni di crisi economica e sociale gravissima, affermano che:
"E’ necessario reimpiantare un settore industriale e manifatturiero autoctono, che non sia il pulviscolo delle microaziende. Piccolo (piccolissimo) non è bello. C’è bisogno dello Stato imprenditore. Ma anche Regione e sistema delle autonomie locali debbono svolgere un ruolo decisivo. Bisogna allargare il perimetro pubblico..... La sfida di una nuova Iri, per una Regione come la Toscana che non si è mai veramente ripresa dalla svendita del sistema industriale a partecipazione statale, è una sfida decisiva....Occorre dotarsi di una Agenzia regionale per lo sviluppo che, non solo attraverso un sostegno di tipo finanziario ma raggruppando le partecipazioni ancora detenute da Regione e Comuni in vari settori - non ultimo nelle infrastrutture e nella logistica – agisca come vero e proprio soggetto imprenditoriale. .." (1)
A questa vecchia logica per altro dimostratasi sciagurata e perdente si associa l'ulteriore fallace convincimento che occorra, come classe dei lavoratori, farsi carico non solo degli interessi della sua parte, ma dell'intero Paese per una presunta incapacità storica di porsi come classe dirigente da parte della classe imprenditoriale nazionale. (2) Entrando nel merito del documento della CGIL leggiamo:
"Siamo ad un bivio della storia del nostro paese. .... Infatti, proprio l’emergenza sanitaria, la transizione ecologica e digitale pongono concretamente l’esigenza di un superamento dell’attuale modello di sviluppo fondato solo sull’espansione quantitativa delle merci, sulla produzione e sul consumo di beni prevalentemente individuali, sulla convinzione che la natura sia una risorsa pressoché inesauribile.........Per fare ciò serve un nuovo protagonismo di uno Stato che, non solo in questa fase straordinaria, non può svolgere semplicemente il ruolo di regolatore del «traffico» economico. Deve ergersi ad attore primario, dotarsi di strumenti come l’Agenzia per lo Sviluppo, una nuova IRI, che consentano di ricostruire le filiere produttive indicando le priorità e determinando le necessarie sinergie con il sistema della ricerca e il sistema produttivo.
Questo rinnovato ruolo pubblico non deve riguardare solo le politiche nazionali ma anche quelle europee. È l’ultima chiamata per l’Unione Europea. O ci sono risposte all’altezza della situazione
o non c’è Europa.Non è consentito alzare la bandiera dell’austerità, non sono consentiti
balbettii, ambiguità o vecchie ricette.
È necessario affrontare con estrema forza e rapidità la situazione economica e sociale: occorrono strumenti finanziari come gli eurobond, quale condivisione dei rischi; mutualizzazione del debito, investimenti e nessuna condizionalità e cancellazione del Fiscal Compact.
Occorre essere tutti sulla stessa linea di partenza: regole omogenee sul versante fiscale, rafforzamento del bilancio europeo con imposizione propria, investimenti in welfare e politiche industriali comuni." (3)
E' fin troppo evidente in queste poche righe riportate dal più ampio documento la funzione e la natura duale del sindacato riformista, che da una parte difende gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori ed è, contemporaneamente, agevolatore degli interessi del capitale nazionale risolvendosi in strumento politico di sostegno agli interessi imperialistici della borghesia nazionale.
Tutto il chiacchiericccio sul rafforzamento dell'Eurropa con una propria imposizione fiscale e sulla mutualizzazione del debito è solo un chiacchericcio buono per i comizi televisivi o domenicali in quanto è la lotta di concorrenza quella che spinge le diverse borghesie nazionali a "non allontanarsi dalle catene di valore" come ci ricordava il nosro economista bocconiano e sempre per l'accanita concorrenza fra le diverse borghesie nazionali che le strutture padronali non solo del nord ma tutta la struttura nazionale Confindustria sta facendo una grande presssione per riaprie più arttività possibile rispetto all'accordo raggiunto nel marzo scorso con le organizzazioni sindacali ed il governo.(4)


Di estrema attualità ritorna l’indicazione di Franz Mehring: “ Il modo di produzione capitalistico, che è in se stesso contraddittorio, genera gli Stati moderni e insieme li distrugge. Accentua al massimo i contrasti nazionali, ma trasforma anche tutte le nazioni secondo la propria immagine. Sul suo terreno questo contrasto è insolubile e per causa sua sempre ha fatto fallimento la fratellanza dei popoli tanto proclamata e decantata dalla rivoluzione borghese.
Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto” (5)
rilanciare la prassi dell'azione diretta come strumento di lotta collettiva e strumento propeudetico ad un nuovo modello di sviluppo
Tale chiarezza di analisi oggi purtroppo è venuta meno, e come abbiamo visto anche nel dibattito e nelle posizioni di compagni e compagne sensibili e vicine alle sorti delle classi lavoratrici e alla sua prospettiva di affrancamento, verifichiamo che c'è chi invoca la necessità di aumenti di competitività e di produttività, poiché il "piccolo non sarebbe bello" e di un rilancio del ruolo programmatore e di indirizzo degli Stati, producendo merci con più valore aggiunto e prospettando, all’interno della competizione globale, una nuova accumulazione fondata sempre più su una ’”economia verde” se non addirittura chi privilegia un ritorno ad economie più piccole, locali, autocentrate, non energeticamente onnivore, rispettose degli equilibri ecologici.
A questi compagni e compagne vogliamo ricordare che le economie locali per potere essere una reale prospettiva di alternativa globale e non rimanere economie di nicchia, o splendide avventure personali per chi le pratica, devono rispondere ai bisogni reali non solo delle comunità, ma porsi immediatamente come modello universale di sviluppo.

 Reclamare la “filiera corta”per gli ortaggi può essere cosa giusta e praticabile, ma altra cosa è garantire un livello standard e universale sui servizi, come l’istruzione, la previdenza, la sanità, la stessa mobilità, che rappresentando appunto diritti universali hanno necessità di essere coniugati globalmente, a meno di non ricadere in una versione edulcorata di sinistra della visione xenofoba e razzista leghista dell’“ognuno è padrone a casa sua”.
Inoltre senza affrontare la questione di quale struttura economica e sociale possa contenere la cosiddetta “filiera corta” o quella cosi detta a “Km.0 “, senza pensare cioè di incidere sul meccanismo di accumulazione del profitto, anzi prospettando, come abbiamo visto possibili alleanze con presunti ceti imprenditoriali illuminati, (il vecchio e logoro patto fra produttori) si possono anche produrre merci ecologiche e meno invasive dal punto di vista energetico ed ecologico, ma la contraddizione tipica della sovrapproduzione di merci, e dello sviluppo diseguale si ripresenterebbe in egual misura.
Ci sarà sempre un paese, una realtà territoriale che ha meno capacità produttive di altre; una classe operaia e masse lavoratici con più o meno diritti garantiti.
Il caos della produzione capitalistica, la ineluttabilità del meccanismo economico e del profitto aziendale, riprodurrebbe inevita- bilmente lotta di concorrenza, impoverimento di settori proletari, sovrapproduzione di merci, crisi economica e sociale.
merci con più valore aggiunto o un maggior conflitto di classe ?
Non a caso agli albori della nascita del movimento operaio organizzato l’Internazionalismo fu individuato come condizione necessaria per una battaglia di affrancamento dal giogo capitalista.
Se il padronato, così come il Governo ha a sua disposizione una massa di lavoratori che accetta di lavorare a ritmi maggiori, di lavorare più a lungo, aumentando gli orari giornalieri, una classe operaia frantumata e ricattata che accetta di lavorare il sabato o le notti aumentando in questo modo la produttività ed il valore aggiunto delle merci, perché innovare ed investire?
Se una nuova generazione di giovani ha oramai acquisito l’ineluttabilità di una prospettiva lavorativa precaria e sempre più incerta, per quale motivo si dovrebbe spendere quantità enormi di soldi per la formazione, per la ricerca di base o per la razionalizzazione dei processi produttivi?
Il determinismo economico della guerra commerciale e del mercato, non giustifi- cherebbe nessun investimento.
Dove si hanno lavoratori deboli ci sono merci con minore valore aggiunto.
Può sembrare un paradosso, ma è il livello della lotta di classe che impone e obbliga a scelte più impegnative dal punto di vista degli investimenti e della razionalizzazione dei processi produttivi.
Aumentare la produttività o il valore aggiunto, come anche una certa sinistra politica e sindacale afferma, è impensabile se al contempo non si tengono fermi i diritti, le condizioni normative e salariali dei lavoratori. Se la borghesia ha a disposizione una massa lavoratrice debole e ricattata, nessun investimento è necessario e possibile. Solo se la lotta di classe ed il conflitto obbligheranno i padroni ad investire ed a razionalizzazione i processi produttivi, l’aumento del valore aggiunto potrà non significare peggiori condizioni occupazionali, normative e salariali.
Maggiore è il conflitto di classe, e maggiori dovranno essere gli investimenti affinché le merci possano avere più valore aggiunto. Ciò significa mantenere fermi i diritti acquisiti, rivendicare sempre più una quota di quel valore aggiunto a favore dei produttori e delle nuove generazioni, distogliere quote di denaro dalle rendite verso i servizi .
Significa avere una politica di parte. Significa svolgere quella funzione "istituzionale" delle strutture sindacali e politiche che si rifanno al movimento operaio e che dovrebbe essere quella di garantire e sostenere sempre migliori condizioni lavorative e salariali dei lavoratori.
Nessuna politica di alleanza interclassista, di solidarietà o responsabilità nazionale può essere un buon viatico per le sorti e le condizione delle classi meno abbienti.

In coclusione prima di un presunto“che fare” diventa prioritario chiedersi quale blocco sociale vogliamo rappresentare. Quali interessi e diritti vogliamo tutelare. Se vogliamo rappresentare e tutelare gli interessi di una nazione, di un continente (l’Unione Europea piuttosto che gli USA o la Cina) con tutta la sua articolazione finanziaria economica e sociale, di gruppi industriali più o meno nazionali, o se ci interessa tutelare realmente gli interessi dei lavoratori, di tutti i lavoratori.
Occorre in sostanza avere rapporti di forza favorevoli alle masse lavoratrici. Occorre avere una classe operaia ed una massa di salariati non frustrati e ricattati dalle condizioni economiche e sociali di miseria in cui vivono.
riprendere la battaglia salariale per la riduzione d'orario a parità di paga
Per far questo occorre che la lotta economica sia vincente.
Per vincere occorre avere una capacità non locale ma nazionale, persino continentale di mettere al centro questioni di redistribuzione del reddito e di stornare quote crescenti di denaro dalla rendita e dal profitto verso i salari.
Occorre cercare di interrompere il determinismo economico dell’attuale sistema economico e sociale. Ripensare ad una stagione centralizzata di lotte e di azione diretta che ridia speranza e dignità alle classi lavoratrici e speranza nel futuro alle nuove generazioni.
Individuare terreni su cui tutta la capacità organizzativa del movimento operaio può autonomamente svilupparsi e vincere, dimostrando non solo una concreta possibilità di cambiamento, ma una completa alterità di modello economico e sociale.
L’organizzazione operaia, ed intendiamo con tale espressione tutte le strutture sindacali e politiche che si richiamano al movimento operaio, con tutti i suoi naturali alleati, giovani, donne, compreso parte delle classi intermedie, oggi sempre più in fase di pauperizzazione, in questo periodi infausto per i meno abbienti e per i lavoratori, organizzi, per esempio, a livello nazionale (basterebbe in tre o quattro grandi centri metropolitani) spacci alimentari, ambulatori medici gratuiti, da collocare nei territori, usando le Case del Popolo, le sedi sindacali, sedi politiche in cui si dispensino cure di base gratuite.
Imponga, con la costituzione di organismi di quartiere nei centri cittadini, il recupero degli alloggi sfitti contro gli sfratti ed impedisca, con la controinformazione, presidi ed occupazioni non violente e costanti dei terreni, la nuova costruzione di periferie degradate o vere e proprie speculazioni edilizie che rimangono vuote per anni, fino a che non venga ripristinato e bonificato tutto ciò che è già costruito.
Mobiliti forza umana e intelligenza con brigate volontarie per la ricostruzione di quei territori degradati o per esempio alluvionati, adottando e ripristinando piazze e strade.
Crei e sviluppi nei servizi, negli enti locali, organismi di controllo e di vigilanza dei lavoratori contro gli sprechi ed il male affare.
Organizzi nel mondo del lavoro tutto, senza aspettare una legge di rappresentanza, la propria rappresentanza in modo capillare; organizzi autonomamente i referendum consultivi sulle piattaforme contrattuali.
Solo in questo modo sarà possibile determinare rapporti di forza favorevoli e conseguentemente sarà forse anche possibile anche una legge sulla rappresentanza sindacale che non sia escludente delle organizzazioni sindacali e dei compagni e compagne più radicali e che come tutte le leggi cristallizza fenomeni già in atto.
Con una prassi di questo genere sarebbe possibile affrontare anche le più circoscritte e complicate crisi aziendali o i presunti fallimenti e/o delocalizzazioni di attività produttive che all'indomani di questa ennesima crisi sanitaria ed economica si ripresenteranno.
Sarebbe infatti possibile ipotizzare occupazioni ed autogestioni di intere filiere produttive, riposizionando e ristrutturando le stesse capacità produttive di questi siti industriali ai fini di una tale attività pubblica.
Ma una tale strategia seppure necessaria non sarebbe sufficiente a modificare i rapporti di forza fra lavoratori e padronato, unico fattore concreto per una possibile ripresa e miglioramento delle proprie condizioni materiali di vita.















Occorre una robusta e decisa ripresa della battaglia salariale rivendicando al contempo un'altrettanta robusta riduzione d'orario a parità di paga.
Nel documento che abbiamo preso come riferimento a questa nostra discussione un tale obiettivo è fortunatamente indicato così come la riduzione a parità di paga è stata ribadita anche nelle ultime scelte congressuali.
Ma dalla pur dichiarazione cartacea non si imposta mai, proprio per quella contraddittorietà di ruolo indicata negli organismi sindacali, una concreta battaglia a livello nazionale perdendo, oltre che i diritti acquisiti e peggiorando le condizioni sociali dei lavoratori, il possibile e necessario aggancio con le nuove generazioni costrette invece a lavori precari, saltuari se non andare all'estero in una sorta di nuova silenziosa emigrazione rendendo fra le altre impossibile e vano il necessario ricambio generazionale anche nelle strutture politiche sindacali.
Nei settori produttivi tutti, sarebbe necessario riprendere la discussione timidamente avviata a seguito dell'ipotesi del salario minimo garantito, sulla riduzione di quei 800 e più contratti registrati al CNEL, la maggior parte "contratti pirata" che possono avere voci salariali inferiori anche del 20% con un differenziale retributivo annuo che può variare dalle 2000 euro alle 3500 euro; una variazione salariale di due o tre mensilità. (6)
Una neccessità quindi di limitare le differenze salariali quanto meno nelle filiere produttive omogenee ricorrendo anche a robuste rinternalizzazioni di lavoratori oggi precari e sottopagati come il settore delle cooperative nei servizi all'industria o bloccando le finte cessioni di ramo d'azienda, utili esclusivamente a dividere e diversificare le condizioni normative e salariali dei lavoratori.
Infine se questa pandemia ha esplicitato un dato è la necessità di avere una sanità pubblica ed efficiente alla quale non è più pensabile ridurre le risorse a favore di strutture private convenzionate.


Prima che tutta la retorica sugli "angeli" del nostro personale sanitario, dei nostri infermieri e dei nostri medici, che pure hanno subito avvenimenti pesanti e luttuosi con centinaia di morti, si spenga occorre una riflessione autocritica da parte della CGIL sul welfare aziendale e sul suo ampio sviluppo nella contrattazione non solo territoriale ma di intere categorie come, per esempio, quella dei meccanici.
Non è più pensabile dopo il corona virus pensare di dare soldi, per altro defiscalizzate da parte dei padroni, alle strutture privater attraverso il welfar aziendale.
Occorre che tutte questi soldi e queste cifre fatte di benefit anche non esclusivamente sanitari, come i buoni benzina per passare alle cure termali, siano rinserite nelle paghe base in modo tale da pesare e contribuire alla future pensioni, così come nel settore specifico sanitario occorre una forte battaglia politica e sindacale per nuove assunzioni, nuove aperture di presidi sanitari territoriali, nuovi medici eliminando il numero chiuso alle facolta universitarie.

NOTE :
(1) La Toscana dopo il coronavirus - di Maurizio Brotini "Sinistra Sindacale" Lavoro Società Sinistra Sindacale Confederale – n 5 del 16 Marzo 2020
(2) Tale prospettiva ben rappresentata negli ultimi anni del Partito Comunista Italiano dalla corrente cosidetta dei "miglioristi" che rappresentavano la destra del partito. Essi erano gli eredi delle posizioni di Giorgio Amendola il quale era orientato verso una forma di socialismo democratico e riformista. Non condividevano la politica sovietica, contrastavano i movimenti di estrema sinistra, e anche le correnti più movimentiste del partito.I miglioristi erano radicati nell'apparato del partito e nella gestione delle cooperative rosse. Furono gli interlocutori privilegiati del Psi di Craxi e del PSDI. Tra gli esponenti di spicco, risultano l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Nilde Lotti, Napoleone Colajanni ed altri nomi illustri che hanno fatto la storia del partito.
(3) "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL" Aprile 2020
(4) per una ulteriore riflesssione sul polo imperialistico europeo cfr. La voce del Padrone "Socialismo o barbarie" . Foglio aperiodico sez Livorno Lucca di AlternativaLivertaria/FdCA - Marzo 2020
(5) “Vita di Marx. Una biografia rivoluzionaria" Franz Mehring Shake edizioni
(6) Cfr Rivista An° 437 Ottobre 2019 Salario minimo orario e lotta di classe. Cristiano Valente.






mercoledì 27 maggio 2020

#8 #andavatuttomale, riflessioni sulla socialità ai tempi del Covid

Questa epidemia ha origine naturale, non è stata la prima della storia e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima, ciò che la rende straordinaria è che si è manifestata nel pieno della globalizzazione neoliberista, nel quale l’essere umano ritiene “giusto” lo sfruttamento ambientale e tra le persone, aspettando dalla scienza soluzioni immediate e salvifiche di fronte a qualsiasi problematica, senza una partecipazione autogestita.
Da anni le organizzazioni mondiali che si occupano di sanità avevano avvertito sul pericolo di possibili contagi epidemici, gli esempi di Sars e Ebola alcuni dei più noti, ma i governi interessati ad una temporalità connessa alle elezioni e alla logica effimera e disumanizzante della produttività, non avevano programmato alcun piano emergenziale, ben consci di quanta oppressione autoritaria e speculatrice si può mettere in atto in tali momenti.
Siamo altresì consapevoli che a causa del nostro modello economico l’essere umano stia perdendo la sua connotazione di animale sociale, per divenire meramente egoistico ma in questo periodo ha dovuto riscoprire ne* altr* la sua unica possibilità di salvezza, ipocritamente questa solidarietà che spesso i media ci propinano è stata innescata dalla paura ansiogena e dall’incertezza al limite del paranoico.
Interessante è analizzare la tipologia e i contenuti che la comunicazione istituzionale ha manifestato, fin da subito (probabilmente consapevolmente), ha ritardato nel dare risposte il più possibili veritiere e coerenti, poco attenta dunque a non diffondere un’“infezione psichica” allarmistica visto che sappiamo bene quanto una massa presa dal panico sia più facilmente manovrabile.
Il destinatario dei messaggi, degli slogan, delle restrizioni liberticide e degli aiuti economici si riferisce pericolosamente ad un impersonale “cittadino medio”, specificatamente più al suo corpo che alla sua mente in una dimensione di biopotere, con lo scopo di azzerare le diversità, far accrescere o creare disuguaglianze in tutte le sue dimensioni senza considerare alcuna giustizia sociale, non permettere alcuna partecipazione attiva.
Il linguaggio dei mass media ha cercato di interpretare propagandisticamente la situazione, facendo abuso di riferimenti al mondo bellico, riuscendo come nessun altro a creare suggestioni emotive di odio, morte e a far vedere l’“altro” come nemico; in questo caso l’untore dapprima decodificato in colui che aveva tratti fisiognomici asiatici poi in quanti non solo si azzardavano ad uscire di casa, ma lo facevano senza indossare la tanto agognata mascherina, con tutta la sua caratura simbolica che ormai possiede; così facendo però ha fatto accrescere nella popolazione un profondo senso di smarrimento e paura, soprattutto per coloro che stanno passando un periodo di debolezza sia psichica che materiale.
I primi riferimenti valoriali messi in luce nella comunicazione propagandistica stanno riguardando la trilogia tipicamente fascista di dio, patria e famiglia, mutandoli ovviamente in una chiave post modernista e digitale, dimostrata dalle dirette via streaming delle messe e dei discorsi di Papa Francesco, dal patriottismo più becero del tricolore sui balconi, che fa perdere il senso globale dell’evento e per concludere dal rassicurante e ossessivo invito a “restare in casa”.
Facilmente riscontrabili poi altri orientamenti narrativi declinati in tutte le manifestazioni televisive o digitali: nella dicotomica percezione di senso di colpa e ammirazione eroica nei confronti di quant* perdono la vita operando all’interno delle strutture sanitarie; nell’ipocrisia della perdita di intere generazioni di “nonni”, prima troppo spesso dimenticati nelle case di riposo, o comunque attanagliati dalla solitudine; nell'immancabile miopia nel vedere nemica assoluta l’Europa e non il sistema neoliberista che ci domina; nella ritualità quotidiana sull’aggiornamento statistico dei contagi, e su quante denunce sono state redatte; nella diffusione di migliaia di raccolte fondi per l’acquisto di supporti sanitari, al fine di rendere le persone protagoniste senza criticare il sistema sanitario aziendalistico e privatizzato; nell’instillare collettivamente e ciecamente il mantra della riapertura delle aziende, permettendo alle persone di ritornare all’unica dimensione esistenziale del sistema a cui è interessata, cioè quella produttiva; nell’ottimistico giudizio dello strumento de l’e-learning che in realtà accresce disparità materiali e di apprendimento negli studenti.
Questa breve e approssimativa analisi non ha lo scopo di far emergere nuove considerazioni socio politiche, ma forse più di confermare quanto già sapevamo, ma che troppe volte abbiamo accettato con rassegnazione.
E’ arrivato il momento di una profonda rivoluzione culturale, che riesca a cambiare il nostro immaginario riguardo il futuro, accogliendo nuove alternative possibili; in un’ottica in cui la persona è posta nelle condizioni di sviluppare la propria individualità e di vivere una socialità vera, orizzontale e mutualistica; all’interno di una dimensione ecologica come parte della natura, dove il nostro unico possibile vaccino deve essere una dimensione anticapitalistica.

Iniziativa Libertaria - Pordenone
iniziativa libertaria Pordenone



martedì 26 maggio 2020

Federalismo decentramento e noi

Federalismo decentramento e noi È vero, abbiamo criticato il modo con cui molte regioni hanno condotto la stagione del covid19. È vero, abbiamo sempre avversato l’infausto pateracchio della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 e tutta la confusione che da essa è stata generata, ricordiamo che quella revisione costituzionale fu voluta sullo scorcio della legislatura da un centrosinistra in confusione (una vera novità!) e da un improbabile candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rutelli, nella vana speranza di sottrarre voti alla Lega Nord.
Ciò vuol dire che i comunisti anarchici sono diventati centralisti, o, come dicono
le correnti individualistiche ed antiorganizzatrici dell’anarchismo, statolatri? Chiariamo
meglio.
Potremmo dire che ci rifiutiamo di sostituire la statolatria con la “regionilatria”, ma sarebbe un semplice escamotage, anche se non lontano dal vero. È, infatti, un dato che il decentramento inserito in quel frangente nella Costituzione non avvicina, come sostiene la vulgata, le istituzioni ai cittadini. Non solo la devoluzione di parte dei poteri alle regioni non ha reso i promulgatori di leggi più prossimi ai sudditi o da essi meglio controllabili, ma ha moltiplicato per venti volte un ceto politico parassitario, con l’aggravante che spesso esso è anche meno preparato e più esposto alle pressioni dei poteri forti che hanno gioco più facile nel condizionare le forze politiche che gestiscono il territorio. Non vogliamo certo sostenere che l’attuale classe politica nazionale sia di elevata caratura; non lo è neppure, salvo rare eccezioni, quella degli altri Stati, ma solo che al peggio non c’è mai fine, come è facile constatare.
Quindi, quello a cui assistiamo non è decentramento con connesso sviluppo della democrazia e della partecipazione, ma solo una moltiplicazione di centri decisionali, sovente in contrasto tra di loro, che alimenta la babele delle norme. Per usare una formula cara agli anarchici tutti, le decisioni non salgano dal basso verso l’alto per formare una volontà comune e condivisa, ma piovono come grandine sui cittadini che spesso ne ignorano provenienza e ragione.
Non è certo un caso che questa miriade di centri decisionali tendano ad allargare le proprie competenze e diano adito alla continua richiesta di maggiore autonomia (fino all’obbrobrio dell’“autonomia differenziata”) la cui molla non è la ricerca del bene collettivo, ma la più gretta autoreferenzialità; quello che si produce non è un federalismo di comunità autogestite che si sostengono vicendevolmente con spirito solidaristico, ma il trionfo dei più ricchi e del loro egoismo. È un federalismo divergente invece che convergente, che allontana gli uni dagli altri invece che tendere alla cooperazione, che divide invece di unire.
Queste tendenze all’isolamento sono miopi, ma soprattutto fanno leva sugli istinti più deteriori delle persone, attingendo la propria linfa dagli strati più abbienti o da quelli meno critici della propria popolazione, impedendone la crescita della coscienza politica. La pratica del federalismo solidale si basa sulla più ampia diffusione della consapevolezza delle persone di fare parte necessariamente di una comunità senza la quale non ci sarebbero possibilità di sopravvivenza e di sviluppo collettivo. Il federalismo così caro alla destra (stranamente, sembra, contrastante con
l’originaria difesa del più autocratico centralismo) non è che una manovra volta a sviluppare gli egoismi, quegli egoismi che le permetterebbero una gestione forte del potere una volta che lo avessero conquistato. La diffusione degli slogan “Prima gli ….” solleticano proprio il desiderio di godersi dei privilegi presunti ed aprono in realtà le porte alle dittature palesi o camuffate; gli esempi (Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, ecc.) non mancano. Tornando a noi, quello che è il nostro scopo non “decentrare” il potere a cascata, ma quello di costruire una società di individui coscienti, responsabili, capaci di autogestirsi, solidali, quindi la centralizzazione delle decisioni che convergendo si formano a partire dalle volontà delle comunità che si federano. Decentrare è un movimento discendente, “centralizzare”, cioè la faticosa costruzione di un indirizzo comune, è un movimento ascendente. Le comunità locali, sindacali, agricole, di mestiere, non sono monadi che non comunicano tra di loro, ma sono interconnesse per il semplice motivo che necessitano le une dalle altre e solo cooperando possono svilupparsi, garantendo il massimo benessere possibile ai propri aderenti. Nulla a che vedere con il guazzabuglio che l’Italia con l’autonomia regionale o gli USA con l’indipendenza dei singoli Stati, stanno oggi impietosamente mostrando. In questi casi le singole decisioni rispondono solo a giochi di potere politico ed alle esigenze elettorali dei governanti ai vari livelli e non certo alla salvaguardia degli
interessi collettivi.
Per concludere, non è il luccichio di un’autorità centrale che ci attrae, fosse anche quella dei tecnici e degli scienziati del cui sapere abbisogniamo, ma che vanno controllati per la loro incompetenza relazionale e per l’offuscamento che il loro sapere procura ad essi. Quello che ci interessa è non confondere i piccoli ma tenaci poteri dei
boiardi disseminati nella penisola con le vera chiamata dei cittadini alla consapevolezza dei propri diritti, in modo che venga loro conferita la piena potestà delle scelte e della direzione da imprimere alla propria vita collettiva.
La Redazione







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venerdì 15 maggio 2020

#6 LA SCUOLA AL TEMPO DEL COVID-19

La pandemia che sta colpendo ormai il mondo intero è destinata a lasciare un segno profondo in tutti i settori della società, dalla sanità all’economia, ai rapporti sociali e non ultima l’istruzione. 
Le scuole sono state le prime a chiudere e con ogni probabilità saranno le ultime a riaprire. 

Il problema va visto da tre punti di vista, quello degli studenti, dei genitori e non ultimo da quello del corpo docente e da tutti i soggetti che nella scuola ci lavorano. L’improvvisa chiusura ha trovato tutti piuttosto impreparati ad affrontare il problema, ma la cosa che salta agli occhi è la totale assenza del Miur. 
Dapprima senza dare riferimenti di sorta circa l’eventuale riapertura delle scuole posticipandone di volta in volta la decisione ma facendo capire – fra le righe – che l’anno scolastico non sarebbe ripreso nella modalità classica. E questo si è visto anche nella scelta di riaprire o meno le attività produttive.

Con il decreto dell’ 8 aprile il governo dà indicazione che il personale docente, durante la sospensione delle attività didattiche per l’emergenza coronavirus, assicuri la continuità dei percorsi formativi degli studenti utilizzando mezzi informatici e collegamenti telefonici. La cosa più grave è la totale mancanza di ogni qualsivoglia indicazione. 
Ci si “dimentica” di dire come la didattica a distanza deve essere svolta, con quali mezzi con quali piattaforme, chi sosterrà i costi e se ne sottovaluta i rischi.

Se questa nuova modalità di didattica a distanza deve per forza di cose essere fatta, il Miur – che sembra una sorta di dilettanti allo sbaraglio – si è distinto per la sua assenza dimenticando problematiche fondamentali per poter affrontare la DaD - Didattica a Distanza.
Innanzi tutto si dà per scontato che il corpo docente metta a disposizione i propri mezzi informatici per poter svolgere la DaD, computer e collegamenti telefonici personali messi al servizio del sistema scolastico senza conseguente rimborso - è come se un operaio metalmeccanico fosse costretto a comprarsi la macchina con cui lavora!!. 
Senza contare che non tutti possono avere spazi domestici atti a tale attività. 
Ammesso e non concesso che tutti i docenti abbiano tali strumenti a disposizione.

Si potrà obiettare che i docenti hanno avuto nel corso degli ultimi anni il cosiddetto “Bonus Docenti”. Fino all’emergenza covid il bonus aveva forti limitazioni di spesa: si potevano comprare solo pc e programmi (l’emergenza covid ha dimostrato invece che serve ben altro: webcam, cuffie e microfono, stampante e scanner oltre a giga da utilizzare per i collegamenti e credito telefonico per gestire le innumerevoli telefonate, senza citare gli smartphone di ultima generazione che consentano l’installazione di un numero esponenziale di applicazioni… il perché di queste limitazioni? 
Molti hanno in passato esplicitamente dichiarato che i docenti se ne sarebbero approfittati per scopi personali, mentre era possibile spendere senza particolari difficoltà tutto il credito in spettacoli teatrali, editoria e corsi di formazione spesso di dubbio valore e - guarda caso - altrettanto spesso dal costo esattamente corrispondente all’intero budget assegnato dal MIUR.

Ma questo, lo vedremo successivamente, vale anche per gli studenti.

Come dicevamo il Miur e dirigenti scolastici non hanno dato nessuna indicazione di come la Dad dovesse essere svolta, con che orari, quale dovesse essere la durata delle lezioni in perfetta violazione del contratto di lavoro. Per non parlare della sicurezza sul lavoro: se gli strumenti utilizzati sono personali, non si applicano le tutele dei lavoratori. 

Le normative in tema di telelavoro prevedono pause che anche in questo caso non vengono minimamente citate – pause che devono essere sia per i docenti che per gli studenti. Non ultimo non si è considerata la formazione necessaria per svolgere la DaD. 

Non per scadere in luoghi comuni ma spesso il personale scolastico non ha adeguata preparazione per affrontare le nuove tecnologie digitali. 
Da anni si parla – in ogni settore della società – dell’importanza della formazione per affrontare la sfida della complessità di cui la società moderna necessita. 

A questo si aggiunga anche che il forte discredito che ormai da molti anni colpisce la categoria dei docenti, considerati dall’opinione pubblica poco preparati, arretrati nei metodi e nelle conoscenze, banalizzando approcci metodologici e scelta dei contenuti. 
Bistrattati a tal punto che quegli stessi genitori, che invocano la presenza virtuale degli insegnanti come panacea per gestire i figli pretendendo le videolezioni, si sentono poi in diritto di intervenire, interrompendo e correggendo gli insegnanti, invocando l’utilizzo di altre piattaforme, criticando il carico di compiti assegnati, esigendo egoisticamente attività individualizzate e personalizzate per ciascuno dei propri pargoli (anche e soprattutto in assenza di reali e documentate necessità) con tanto di personalizzazione di fascia oraria.

Di sicuro nell’immaginario collettivo la categoria degli insegnanti negli anni si è avvicinata più all’idea di quella di un precettore privato a servizio dell’utenza pagante, a maggior ragione ora che la scuola è entrata nelle case delle famiglie degli alunni...e questo tristemente è successo anche nei confronti della scuola pubblica, a fronte della pressoché totale assenza di presa di posizione da parte dei dirigenti scolastici che non hanno saputo o voluto tutelare la professionalità del corpo docente loro affidato.

La velocità con cui siamo stati travolti dagli eventi e che ha lasciato all’improvvisazione l’organizzazione della DaD ha fatto perdere di vista un altro problema: la questione “Privacy”. Non dimentichiamoci che quando parliamo di studenti parliamo per la maggior parte di minori che vanno tutelati. 

La mancanza di direttive precise ha fatto sì che singole scuole e singoli insegnanti utilizzassero piattaforme diverse (anche all’interno di una stessa scuola). Facciamo presente che le piattaforme più utilizzate sono fornite da enti privati che non garantiscono sicurezza digitale in termini di privacy. Sappiamo tutti come funziona il mondo digitale, i dati personali vengono “raccolti” ed utilizzati a scopo di profitto.

Stiamo assistendo anche adesso al dibatto sulla App che servirà a tracciare i contatti fra le persone contagiate e non è che con la scusa del contenimento della diffusione ci proiettano su una dimensione di controllo sociale stile “Grande fratello”.

Una buona parte dei genitori ha caldeggiato la DaD fin dall’inizio, preoccupata che i figli potessero perdere un anno scolastico, ma anche dal fatto che questi ragazzi fossero impegnati durante la giornata – una sorta di baby sitteraggio a distanza. 

Ovviamente ignari di tutta la problematica che consegue con questa attività. Problematiche che sono diverse a seconda del ciclo di studi dello studente: basti pensare il divario di età e di conseguenza di conoscenze fra uno studente della primaria ed uno delle superiori. 

Un bambino ha comunque sempre bisogno del supporto di un adulto durante la DaD, mentre già uno studente di seconda/terza media ha un grado forse maggiore di conoscenza tecnologica che potrebbe consentirgli forse una certa autonomia nel seguire le lezioni.

Siccome tutto ruota attorno alle tecnologie digitali ed alla loro padronanza si innesta un’altra problematica di carattere “tecnico” e cioè: non tutte le famiglie hanno un collegamento in fibra che garantisca una qualità della comunicazione. 

Senza contare che chi ha più di un figlio può trovarsi a non avere abbastanza computer in casa per garantire il collegamento simultaneo di più studenti/figli o webcam o cuffie e microfoni. Questo aspetto può determinare una divisione di “classe” (in senso sociale) fra studenti delle classi sociali più o meno abbienti. 

Chi può permettersi collegamenti con la fibra ed avere più device riesce a continuare gli studi. Appartenenti alle classi meno abbienti rischiano di essere esclusi da tale processo.
Questo aspetto è quello più grave della DaD e cioè di innescare un’esclusione sociale senza paragoni che incrementerà la distanza sociale, culturale ed economica fra le persone.

Ci stiamo preparando ad una graduale riapertura delle attività produttive e questo comporterà delle ricadute su milioni di famiglie. Basti pensare a tutti quei genitori di bambini in età scolastica che si dovranno organizzare per un rientro al lavoro e non avere la possibilità di lasciare i propri figli a casa da soli perché le scuole sono chiuse.

La riapertura delle fabbriche non può prescindere da quella delle scuole.
La chiusura delle scuole per la nostra regione ha avuto inizio con il prolungamento della breve vacanza di carnevale. 

Almeno, inizialmente sembrava solo un prolungamento di tale vacanza, ignari di quello che ci attendeva. Mentre studenti universitari hanno iniziato sin da subito con le lezioni a distanza gli altri gradi della scuola hanno avuto una partenza più titubante. 
Passato il primo stupore gli studenti hanno dovuto adeguarsi a questa nuova modalità di fare scuola. 

Passare 4/5 ore al giorno davanti ad uno schermo per seguire le lezioni non produce lo stesso effetto di quelle passate in presenza. Sono decisamente più pesanti. Si è da soli davanti ad un terminale senza un contatto fisico, si vedono gli amici/compagni di classe ma si perde tutta quella socialità che distingue l’animale umano e che contribuirà a formare il futuro adulto. Il rischio di crescere una generazione di disadattati sociali è enorme.

E che dire di tutti quei studenti che necessitano di un affiancamento o di un aiuto? 
Si va dai BES - Bisogni Educativi Speciali - ai DSA - Disturbi Specifici dell’Apprendimento -, che hanno bisogno di un percorso scolastico personalizzato, a chi purtroppo si trova in situazione di disabilità e che ha bisogno di personale docente ed educativo dedicato che li aiuti e supporti nel loro percorso di apprendimento. 
Tutti questi soggetti si sono trovati in grande difficoltà e spesso sono state le rispettive famiglie a doversi far carico di sopperire al disagio.

Cosa fare quindi? Se guardiamo al passato proprio qui in Friuli abbiamo avuto un caso simile nel 1976 in occasione del terremoto. Con il 6 maggio l’anno scolastico terminò e (come ovvio allora la tecnologia non permetteva la DaD) riprese in anticipo, a settembre (allora le scuole riaprivano il primo di ottobre) per recuperare le lezioni perse. 

Ed in che modo visto che molte scuole erano inagibili? Turnazioni e lezioni pomeridiane. Ora a quasi 50 anni di distanza ci sono sicuramente modi nuovi per riorganizzare la riapertura delle scuole ma il prossimo anno scolastico non dovrà essere svolto da casa ma in sicurezza nelle aule - sempre che ci siano le condizioni sanitarie che lo permettano.

Purtroppo anche l’istruzione come la sanità ha subito continui tagli di bilancio e mentre si favoriscono le scuole private l’istruzione pubblica va a rotoli, per non parlare dell’edilizia scolastica: quanti morti ci sono stati nelle italiche aule causate da crolli?
In nome del neoliberismo e del pareggio di bilancio nel corso degli anni governi di centrodestra e centrosinistra si sono prodigati a tagliare i bilanci in primo luogo a sanità e scuola. Ma quello che si toglieva con la mano destra si regalava con la mano sinistra ai privati che hanno visto incrementare i loro profitti.

E non dimentichiamo: il pericolo che con la scusa dell’emergenza scelte e provvedimenti provvisori diventino definitivi sulla pelle di studenti docenti e famiglie.
LA SCUOLA DEVE ABBATTERE NON COSTRUIRE BARRIERE SOCIALI!



mercoledì 6 maggio 2020

Amazon, USA: “Pensi di essere potente? Ma siamo noi che abbiamo il potere”, Chris Smalls sul muso di Jezz Bezos


















 
***
Caro Jeff Bezos,
quando mi sono proposto per lavorare ad Amazon, la descrizione delle mansioni di lavoro era semplice. Diceva: devi avere un diploma di scuola superiore o anche un semplice attestato scolastico di base, e devi essere capace sollevare 50 libbre [poco più di 25 kg]. Ora, a causa del covid-19, ci è stato detto che i lavoratori Amazon sono “la nuova Croce rossa”. Ma noi non vogliamo essere degli eroi. Noi siamo gente comune. Io non ho alcun attestato medico, né sono stato formato per interventi di pronto intervento. Noi non dobbiamo essere costretti a rischiare le nostre vite per andare a lavorare. Ma, in questa situazione, lo siamo. E se qualcuno deve essere ritenuto responsabile di questo, quella persona sei tu.
I lavoratori Amazon stanno andando al lavoro ammalati come cani, giusto per guadagnare 2 dollari in più all’ora rispetto alla loro paga base. Sai come chiamo questa cosa? Soldi sporchi di sangue.
Io ho lavorato per Amazon per cinque anni. Fino alla scorsa settimana, quando sono stato licenziato dal magazzino di State Island a New York, ero il supervisore di un gruppo di 60-100 pickers [raccoglitori], che prendono i pacchi dalle macchine di smistamento, li preparano e li mettono sui nastri trasportatori pronti per la spedizione.
All’inizio di marzo, prima che venisse confermato il primo caso di covid-19 dentro il magazzino, mi accorgevo che c’erano persone che si ammalavano. Avevano diversi sintomi: fatica, stordimento, vomito. Ho parlato con il responsabile delle risorse umane. Gli ho detto: ehi, c’è qualche cosa che sta andando storto qui. È necessario mettere in quarantena il magazzino. Volevo che prendessimo l’iniziativa. Ma il management non è stato d’accordo con me, e mi ha assicurato che loro stavano seguendo tutte le raccomandazioni e le linee guida del CDC [Center for Disease Control and Prevention].
La mancanza di protezioni mi preoccupava. Nei magazzini ci sono guanti, ma sono di gomma, non sono quelli giusti in lattice. Non ci sono mascherine. L’igienizzante per le mani è scarso. Le persone vanno in giro per gli stabilimenti con i propri personali igienizzanti, i fortunati che ne hanno trovato uno in qualche negozio.
A causa di queste condizioni non mi sentivo sicuro, quindi ho preso dei giorni di permesso, e sono rimasto a casa per evitare di ammalarmi. Ma alla fine, quando ho finito i giorni di permesso, sono dovuto tornare al lavoro. Altri miei colleghi di lavoro non hanno questa possibilità. Molti miei colleghi e amici di lavoro presso la struttura di Amazon hanno condizioni di salute precarie. Alcuni hanno l’asma, chi il diabete, chi il lupus. Altri sono anziani, e ci sono donne incinta. Loro non sono andati al lavoro per un mese intero, e non hanno ricevuto la paga. Le uniche cose che possono fare è salvare le loro vite. Se si prendono il virus, sono sicuramente morti. Uno dei miei amici di lavoro, che è malato di lupus, è andato a vivere con i suoi parenti, così non deve pagare l’affitto. Puoi immaginare cosa sarebbe stato per lui se non avesse avuto questa possibilità? Ora sarebbe molto probabilmente un senzatetto.
Un altro problema è che Amazon ha imposto gli straordinari obbligatori per mantenerci al passo con gli ordini on line. Il risultato è che i lavoratori Amazon stanno andando al lavoro ammalati come cani, giusto per guadagnare 2 dollari in più all’ora rispetto alla loro paga base. Sai come chiamo questa cosa? Soldi sporchi di sangue.
I lavoratori che vogliono guadagnare di più stanno lavorando fino a 60 ore la settimana, e rischiando la loro vita. Alcuni continuano a lavorare anche se sono malati. Quando qualcuno tossisce o starnutisce, dice che è a causa delle allergie. Stare nello stabilimento in questo periodo è cosa che fa spavento.
Quando sono tornato al lavoro martedì scorso, ho parlato con uno del mio gruppo che sembrava veramente ammalato. Lei mi ha detto che aveva paura, pensava di avere il coronavirus e ha cercato di fare un controllo. Io le ho detto di tornare a casa e prendersi un po’ di riposo. Due ore più tardi abbiamo avuto un meeting con i manager. E questo è accaduto quando siamo stati informati del primo caso di covid-19. La cosa pazzesca è che i dirigenti ci hanno detto di non dire nulla agli altri lavoratori. Loro ci tenevano molto a tenere la cosa segreta.
Io ho pensato che questa segretezza era sbagliata. E non appena è finita la riunione con i manager, ho raccontato quanto stava accadendo a quante più persone ho potuto. Subito dopo ho cominciato ad inviare email al dipartimento della salute dello stato di New York, al Governatore, al CDC. Ho chiamato la polizia locale. Ho fatto tutto quello che potevo affinché il magazzino venisse sanificato nel modo appropriato, ma l’amministrazione è finora troppo sovraccarica per fare qualcosa. Allora ho compreso che avrei dovuto fare qualcosa da me.
Ho cominciato a parlare e a mettere a conoscenza della cosa tutti i lavoratori all’interno dello stabilimento. Ho avuto riunioni nelle aree comuni e molti lavoratori si sono uniti a noi per esprimere le loro preoccupazioni. La gente era spaventata. Siamo andati tutti nell’ufficio del general manager per chiedere la chiusura del magazzino in modo che venisse fatta la sanificazione. Gli abbiamo anche detto che volevamo comunque essere pagati durante la chiusura. Un’altra nostra richiesta riguardava gli altri lavoratori che non possono venire al lavoro per motivi di salute: dovevano essere ugualmente pagati. Perchè avrebbero dovuto correre il rischio di prendere il virus per poter mettere del cibo in tavola?
Questa azienda sta facendo trilioni di dollari. Ma ancora le nostre richieste stanno cadendo su orecchie che non vogliono sentire. E’ pazzesco. A loro non interessa se noi ci ammaliamo. Amazon pensa che noi possiamo essere sacrificati.
Siccome Amazon non dava risposte, io ed altri lavoratori che la pensavano come me abbiamo deciso di fare il walk-out (uscire dal magazzino) e allertare i media su cosa stava accadendo. Il martedì eravamo 60 lavoratori. Molti di loro hanno parlato con i giornalisti. E’ stato bellissimo, ma sfortunatamente mi è costato il posto di lavoro.
Sabato, pochi giorni prima del walk-out, Amazon mi aveva comunicato che volevano mettere in quarantena “per motivi di salute” perché avevo avuto contatti con qualcuno che si era ammalato. La cosa non aveva senso perché lo stavano facendo solo con me, e non anche con altri lavoratori. Ho pensato che ero il loro bersaglio perché ero sotto i riflettori. Ma la cosa non ha funzionato. Ho cominciato a ricevere telefonate da lavoratori di Amazon da tutto il paese, e tutti volevano unirsi per fare anche loro il walk-out. Stiamo iniziando una rivoluzione, e tutte le persone nel paese ci sostengono.
Se tu sei un cliente di Amazon, è adesso che puoi realizzare il vero social distancing: astieniti dal cliccare sopra il bottone “compra ora”. Vai al negozio di alimentari, in questo modo puoi salvare molte vite.
E quanto a te, signor Bezos, il mio messaggio è semplice. Non me ne frega niente del tuo potere. Tu pensi di essere potente? Ma siamo noi quelli che hanno il potere. Senza il nostro lavoro, cosa puoi fare? Tu non farai soldi. Noi abbiamo il potere. Noi facciamo i soldi per te. Non lo scordare mai.”

venerdì 1 maggio 2020

Dichiarazione di solidarietà con il Rojava di fronte alla guerra e alla pandemia globale!

COVID-19, che ha messo in quarantena un numero innumerevole di città e ha paralizzato interi settori economici, non ha ancora fermato la continua guerra sporca della Turchia e del suo alleato Daesh contro la popolazione della regione settentrionale della Siria, che ha dovuto continuare a difendersi senza alcuna tregua. In questo momento, l’assedio dormiente della Siria, promosso dalla Russia nel suo tentativo di essere egemone nella regione, è stato evidente, perché sta utilizzando questi territori come scenario di confronto contro l’imperialismo americano.
Attualmente, queste persone devono ora lottare contro la propagazione del nuovo coronavirus nei loro territori. L’amministrazione autonoma del Rojava affronta questo pericolo in uno stato di debolezza a causa della difficoltà di mantenere il suo sistema sanitario funzionante nonostante la guerra.
In questo momento tutte le organizzazioni popolari dovrebbero agire insieme per sfidare la guerra e aiutare il più possibile i popoli curdi, arabi e assiri, affinché la loro autonomia e il loro diritto all’autodeterminazione nei loro territori siano giustamente rispettati. Di fronte al silenzio cinico e ipocrita dello Stato e della borghesia, noi, anarchici del mondo, ribadiamo ancora una volta la nostra solidarietà internazionalista e dal basso con la rivoluzione del Rojava, così che essa trionfi sulla pandemia globale del coronavirus e sulla pandemia della guerra.
Di fatto, coloro che continuano a fare la guerra alle persone mentre i sistemi sanitari stanno crollando a causa di COVID-19 sono due volte più criminali.

Basta a  tutte le guerre!
PER LA VITA E LA LIBERTÀ! LUNGA VITA AL ROJAVA!

Alternativa Libertaria / Federazione dei Comunisti Anarchici – AL/fdca (Italia)
Aotearoa Workers Solidarity Movement – AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
Die Plattform (Alemanya)
Embat, organització llibertària de Catalunya (Catalogna)
Federación Anarquista de Rosario – FAR (Argentina)
Federación Anarquista Santiago – FAS (Cile)
Federación Anarquista de Uruguay – fAu (Uruguay)
Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
Libertaere Aktion (Svizzera)
Melbourne Anarchist Communist Group – MACG (Australia)
Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
Union Communiste Libertaire – UCL (Francia)
Workers Solidarity Movement – WSM (Irlanda)



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Buon Primo Maggio dall'Ateneo degli Imperfetti !



sul primo maggio al tempo della quarantena da covid19 a Pordenone

Puntuale come un orologio svizzero è arrivata la diffida del questore nei nostri confronti. La seconda dopo quella del 25 aprile.
La pubblichiamo, così si sputtanano una volta per tutte gli spacciatori di fake news ovvero Telepordenone, il Gazzettino, il Sindaco Alessandro Ciriani e i loro fascio-fan club.
La diffida (risposta negativa) è l'atto formale con cui la questura risponde ad una notifica ovvero alla comunicazione da parte di un singolo o un gruppo di persone dell'intenzione di svolgere un evento su suolo pubblico.
Questo è l'unico documento esistente a firma nostra, il resto sono bufale. Se la nostra notifica non avesse avuto intoppi ci avrebbero rilasciato solo delle prescrizioni
Come scritto da subito e come era naturale che fosse nessuna denuncia, querela, segnalazione in questura era stata fatta riguardo al presidio dei commercianti, presidio concordato col Sindaco di Pordenone, di cui tutti avevano notizia, dalla stampa alla questura. 
La notifica conteneva, come detto da subito, tra i vari riferimenti anche il nulla osta alla manifestazione dei commercianti motivo per cui non avrebbero potuto impedirci di realizzare la nostra. 
Almeno così pensavamo.
Farebbe ridere assai l'idea che una manifestazione pubblica, già attuata in gran parte d'Italia e in corso dappertutto, annunciata ovunque avesse bisogno della segnalazione degli anarchici, farebbe ridere se non fosse che i faziosi della legalità, beccati in castagna, cercano invece in tutti i modi di scaricare su altri le proprie responsabilità ovvero aver garantito l'impunità ai commercianti esponendoli invece alla repressione.
La questura nel consegnarci la diffida ha sottolineato che tutti quelli che saranno individuati in manifestazione saranno sanzionati in violazione DPCM, per tanto visto il solito accanimento poliziesco non ce la sentiamo di mettere a repentaglio i redditi già martoriati in questo periodo di quarantena di operai, cassaintegrati, precari e disoccupati.
Se per sindaco e questore esistono lavoratori di serie A e altri di serie B, noi ribadiamo che solo una rinnovata coscienza di classe può farci uscire dalle secche di un capitalismo che tutto travolge, impoverendo e devastando.
Tutti debbono poter manifestare liberamente, senza discriminazioni, senza gerarchie.

 
Iniziativa Libertaria - Pordenone
 
 
 
 
 
 
 
 

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)