100.000 morti e la normalizzazione del genocidio
Questo fine settimana la soglia ufficiale di 100mila morti è stata
raggiunta dal covid-19, in meno di sei mesi dal primo caso
notificato. Si muore più di covid che di qualsiasi altra malattia,
che di un incidente stradale, che di violenza urbana.
La malattia ha raggiunto le case in tutto il paese e ha preso i
propri cari da milioni di persone. Lungi dall'essere una malattia
“democratica”, il covid-19 apre il progetto genocida di chi sta
sopra e la disuguaglianza brasiliana che colpisce chi sta sotto.
Essere neri o indigeni, ad esempio, è un importante fattore di
rischio che può fare la differenza tra morire o vivere. Inoltre,
il baratro sociale getta i più poveri in luoghi privi di servizi
igienici di base, alloggi precari e lavori informali e precari,
che non consentono di prendere le misure necessarie per prevenire
la diffusione della malattia.
Nel frattempo, il governo federale ha sempre minimizzato la
pandemia e ha fatto di tutto per boicottare gli sforzi nel SUS per
controllare e ridurre efficacemente le morti. I governi statali,
d'altra parte, nonostante il discorso che hanno a cuore le vite,
hanno anche una grande responsabilità in tanti decessi e quando
sono riusciti a fornire assistenza alla popolazione, hanno
continuato a normalizzare le morti come un fatto compiuto.
Il risultato di tutto questo è che il Brasile è il paese con il
maggior numero di morti giornaliere nelle ultime settimane e il
numero totale di vittime è secondo solo agli Stati Uniti, dove non
esiste un sistema sanitario pubblico.
Di fronte a questa tragedia, noi, del Coordinamento anarchico
brasiliano, siamo solidali con coloro che hanno perso parenti o
amici a causa del covid e continuiamo a lottare per la salute
pubblica, oltre a rafforzare le organizzazioni popolari e le
azioni di solidarietà in tutti gli spazi di militanza in Brasile
al di fuori. Solo un popolo forte potrà resistere a questo periodo
difficile che è tutt'altro che finito e potrà avanzare nella lotta
contro lo Stato e il capitale, i principali responsabili del
genocidio in corso nel Paese!
IN DIFESA DELLA SALUTE PUBBLICA!
SOLIDARIETÀ DI CLASSE PER IL POTERE POPOLARE!
BOLSONARO RAZZISTA E ANTIPOPOLO!
COMBATTERE CON FORZA POPOLARE!
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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venerdì 25 settembre 2020
missive dal Brasile
venerdì 17 luglio 2020
Sta andando come prima anzi peggio
Sta andando come prima anzi peggio
La pandemia determinata dal virus Covid-19 sembra, almeno sul continente europeo, in via di attenuazione benché continuino ad apparire sempre nuovi focolai di infezione e sul futuro penda l’incertezza di una possibile e paventata nuova ondata nel periodo autunnale; al momento la diffusione del virus colpisce, sia per contagiati che per vittime, soprattutto il continente americano con la massima espansione proprio in quei paesi come gli Usa ed il Brasile dove i rispettivi presidenti ne avevano minimizzato la pericolosità in maniera superficiale ed irresponsabile. E ovunque la gestione della pandemia aggrava le condizioni delle classi subalterne e delle categorie sociali più deboli.
La risposta di classe dei diversi governi
Dovunque i governanti, di qualsiasi tendenza politica, sono stati costretti ad interventi sulla filiera produttiva ed a varare delle misure di sostegno alla popolazione in buona parte confinata nelle proprie abitazioni. Così è stato anche in Italia, in una situazione sempre più difficile e spesso drammatica, mentre il sistema sanitario mostrava tutte le proprie deficienze prodotte dai tagli degli ultimi decenni e si reggeva sull’impegno dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Il governo Conte, come tutti i governi, è intervenuto con provvedimenti determinati da precise scelte di classe; ci riferiamo in primo luogo alla spinta degli imprenditori che, soprattutto al nord, ha visto il protrarsi della produzione pure in industrie non essenziali per la popolazione e con gli operai costretti a lavorare senza adeguate protezioni mettendo a rischio la propria salute. Anche sul fronte delle misure di sostegno si è vista la differenza tra bonus che, benché di entità limitata, sono stati erogati velocemente a liberi professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, e la cassa integrazione in deroga giunta ai lavoratori dipendenti spesso in tempi biblici. Per non parlare dell’esercito dei lavoratori in nero che in questo paese rappresentano milioni di lavoratori che non stati presi in considerazione con contributi economici di alcun tipo. Ma di fronte a segnali
di rivolta sociale anche questo governo ha dovuto prendere alcuni provvedimenti urgenti come il
momentaneo blocco dei licenziamenti – sostenuto in pratica dal ricorso massiccio alla cassa
integrazione – e la messa a disposizione dei Comuni di limitati fondi per la povertà.
La terza fase come accelerazione di uno sviluppo forsennato
Con l’inizio della cosiddetta terza fase, cioè la riapertura di tutte le attività produttive, culturali, sociali, la situazione è sembrata normalizzarsi. Ma non è così. Il padronato, Confindustria in testa, dopo il periodo più difficile attraversato nei mesi di marzo ed aprile in cui chiedeva ipocritamente l’aiuto dei lavoratori (“siamo tutti sulla stessa barca”), ha alzato la voce chiedendo un ridimensionamento dei contenuti normativi dei contratti nazionali, una ulteriore flessibilità e deregolamentazione dei rapporti di lavoro, mano libera nello sfruttamento dei dipendenti (oggi chiamati “collaboratori”).
Le ultime misure del governo in fatto di appalti e grandi opere di fatto rispondono alla necessità di ripartire, come prima e più di prima, in uno sviluppo forsennato, slegato da qualunque logica territoriale. Davvero un bel segnale di fronte all’emersione dei disgustosi casi di frode registrati anche in questi ultimi drammatici mesi.
Lucrare sulle catastrofi
D’altronde, lucrare sulle catastrofi è una frontiera del capitalismo da tempo all’interno del nostro orizzonte. Rapidamente tramontata ogni ipotesi di ripensamento in ambito ambientale che vada oltre il bonus per l’efficientamento energetico delle abitazioni private, il capitalismo nostrano cerca di riprendere la sua corsa forsennata, come se nulla fosse successo e fosse solo il caso di recuperare il tempo perduto.
E se tutti gli indici, pur variabili, danno una forte flessione della produzione, la risposta sarà come sempre sulla pelle dei lavoratori, e, se e quando i soldi promessi dall’Unione Europea arriveranno, non saranno sufficienti né a rilanciare i consumi né a tutelare i lavoratori.
Al netto dei teatrini elettorali, a settembre, con lo sblocco dei licenziamenti e la cessazione della cassa integrazione in deroga, la crisi sociale rischia di farsi drammatica, acuita inoltre dal problema della casa e dagli sgomberi che rischiano di moltiplicarsi per l’incapienza dei disoccupati e degli stessi lavoratori poveri la cui fascia si sta sempre più allargando, dal venire meno delle risorse delle amministrazioni locali a sostegno delle fasce più deboli. Ma questa estate già rischia di travolgere anche quei settori dei servizi, commercio e turismo che finora aveva trovato spazio di sopravvivenza, anche se spesso con ricorso strutturale allo sfruttamento stagionale sempre più esacerbato. Per non parlare del settore agricolo, dove la sanatoria in corso non solo non sta contrastando minimamente il caporalato e la gestione semischiavistica di molte delle nostre campagne, ma non ottiene neanche l’effetto minimo di emersione dalla clandestinità, ma si configura come una operazione di cassa e sciacallaggio istituzionale.
Sostenere obiettivi di classe, ambientali e sociali e contrastare la deriva di destra, fascista e razzista.
In una situazione politico istituzionale in cui l’emergenza ha reso pressoché superflua anche la finzione parlamentare, ridotta a espressione di lobby d’affari, in cui la questione sociale viene agitata prevalentemente dalla destra, e in cui la lettura sovranista della crisi rischia di travolgere anche ampi settori della sinistra, tanta attenzione deve invece essere fatta ai tentativi di convergenza e allargamento delle richieste e rivendicazioni di classe, ambientali e sociali che cercano di emergere nonostante la riduzione ormai strutturale degli spazi di agibilità politica.
Contro ogni tentativo di strumentalizzazione delle richieste sociali che possono aprirsi a pericolose derive di destra, occorre essere pronti a sostenere e difendere all’interno dei movimenti sociali e di quanto si potrebbe verificare nei prossimi mesi, obbiettivi chiari e di classe che vedano al primo posto la difesa delle condizioni di vita e di lavoro di chi abita questo paese. Difesa delle condizioni di vita che passa anche dal blocco degli sfratti e degli sgomberi delle abitazioni, dal diritto allo studio, dal ripristino di una sanità pubblica efficiente, da una riduzione dell’orario di lavoro far per ripartire l’occupazione assieme ad adeguati aumenti salariali, da una lotta al precariato in tutte le sue forme introdotte dalle leggi degli ultimi decenni, dal riconoscimento dei diritti sociali a tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro paese. Mantenendo alta la partecipazione e la vigilanza antifascista e antirazzista in ogni ambito di mobilitazione che sia sociale, sindacale o politica. Rinnovando la prospettiva di superamento del capitalismo, un modello che mai come in questa fase storica appare efficiente solo per soddisfare l’avidità di pochi, dimostrandosi totalmente inadeguato nel far fronte ai bisogni di tutti gli esseri umani e del pianeta.
107° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/fdca
Reggio Emilia 12/07/2020
martedì 23 giugno 2020
Il coronavirus rafforza i regimi autoritari - dibattito coronaviruse populismo
Sperando di fare cosa gradita invio in allegato il mio
articolo “Il coronavirus rafforza i
regimi autoritari”, pubblicato in «A rivista anarchica» n. 444, giugno 2020.
L’articolo si inserisce nel dibattito sul populismo in corso
da tempo, e in particolare si ricollega all’opuscolo da me curato su
“Democrazia, Fascismo, Populismo”, I Quaderni della Bussola, n. 1 (supplemento a «Cenerentola» n. 233, maggio
2020).
Segnalo che l’opuscolo stesso, in formato pdf, è
consultabile e scaricabile nel sito «La Bussola» (insieme ad aggiornamenti,
testi collegati, primi interventi di un dibattito sui temi trattati): https://sito.libero.it/ labussola/
Cordiali saluti.
Gianpiero Landi
mercoledì 3 giugno 2020
CAMPIONE DI RESISTENZA
Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 53 aprile 2020
TESTO IN PDF QUI !
l'apparente paradosso del capitalismo che si rigenera attraverso la distruzione di beni mobili ed immobili, compreso la morte delle persone, tutti considerati alla stessa stregua di merci.
Questa crisi sanitaria dovuta alla pandemia del Corona virus-19 si somma alla grande crisi economica e finanziaria del 2008, dalla quale il capitalismo mondiale non ne era ancora uscito, e che aveva favorito oltremodo quel rimodellamento dei processi produttivi internazionali che aveva visto la nascita della "fabbrica del mondo" nella Cina ed nelle altre aree geografiche ad essa limitrofa del sud est asiatico quali Vietnam e Cambogia.
NOTE :
(1) La Toscana dopo il coronavirus - di Maurizio Brotini "Sinistra Sindacale" Lavoro Società Sinistra Sindacale Confederale – n 5 del 16 Marzo 2020
TESTO IN PDF QUI !
l'apparente paradosso del capitalismo che si rigenera attraverso la distruzione di beni mobili ed immobili, compreso la morte delle persone, tutti considerati alla stessa stregua di merci.
Questa crisi sanitaria dovuta alla pandemia del Corona virus-19 si somma alla grande crisi economica e finanziaria del 2008, dalla quale il capitalismo mondiale non ne era ancora uscito, e che aveva favorito oltremodo quel rimodellamento dei processi produttivi internazionali che aveva visto la nascita della "fabbrica del mondo" nella Cina ed nelle altre aree geografiche ad essa limitrofa del sud est asiatico quali Vietnam e Cambogia.
Contemporaneammente alcune economie nazionali
nel vecchio continente, quali la nostra, hanno visto, dal 2008 e fino
alla attuale crisi del coronavirus, uno sviluppo delle esportazioni
che hanno garantito il non collasso del nostro sistema produttivo pur
in presenza di migliaia di piccole e medie aziende (PMI) che
chiudevano, scalzate e sostituite dalle lavorazioni a basso valore
aggiunto cinesi, ma sostituite da aziende medie e grandi che si sono
collocate nell'ambito dell'esportazioni.
Prima della crisi da corana virus, un terzo
dei nostri prodotti venivano esportati. I nostri mercati principali
erano e sono ad Ovest ovvero Francia, Germania ed Usa.
Non esportiamo molto in Cina (circa il 3%) ma
vendiamo ai tedeschi componenti che vanno a formare le vetture vendute
a Pechino e Shangai; tutto il settore dell'automotive, presente nel
nostro
Nord Est in particolare già in forte calo ed in crisi dal 2017 /2018 oggi è sostanzialmente fermo.
Stefano Manzocchi del Centro Studi
Confindustria, nell'ultimo rapporto presentato il 31 marzo 2020 a
proposito di questa ennesima frenata produttiva dovuta alla pandemia
affferma: "Si rischiano di perdere oltre 50 miliardi del nostro export"
La tesi prevalente del padronato, a cui in
questi giorni ha dato voce e volto Romano Prodi, ex presidente del
Consiglio ed ex Presidente della Commisssione Europea, è quella che
questa ennessima crisi allenterà e ridurrà le cosidette catene globali
di valore (CGV) quelle che in questi anni hanno e sviluppato e favorito
la nascita dei famosi corridoi della logistica e dovrà essere
maggiormente favorito un commercio internazionale per singole aree
economiche, cioè ASIA , Europa, ed USA.
La previsione ma soprattutto l'auspicio è
quella che queste diverse aree economiche dovrebbero cercare una sorta
di autossufficienza non delegando più ai Paesi asiatici la produzione
ad esempio dei principi attivi farmaceutici o della famigerate
mascherine e nemmeno delegare ai soli USA la produzione di ventilatori
per la respirazione nelle terapie intensive.
Uno scenario di questa natura presuppone una
politica industriale coordinata, un "reshoring" (un rientro delle
produzioni delocalizzate) diretto verso zone dell'Europa con salari e
stipendi ragionevoli e la possibilità di generare, almeno nel campo
delle infrastrutture della sanità e del digitale, una domanda europea.
A fronte di questi auspici, Fedele De Novellis "economista partner" di Ref Ricerche, centro studi bocconiano, molto più prosaicamente afferma : "Bisognerà
vedere con quale tempo i divesi Paesi e le diverse aree usciranno da
questa crisi. Per il settore farmaceutico e l'alimentare è molto
probabile che si vada ad una regionalizzazione degli scambi nelle areee
Asiatica, Usa e Europa, ma per la grande fame di domanda che ci sarà
nessuno vorrà allontanarsi dalle grandi catene del valore " per paura di perdere posizioni.
Come si vede la preoccupazione maggiore del
Padronato, anche in questi tempi di crisi ed emergenza sanitaria è
l'economia, la loro economia, come conferma l'appello lanciato qualche
giorno fa dalle organizzazioni Confindustriali del Nord, che
rappresentando il 45% del Pil italiano, tende a condizionare fortemente
l'esecutivo ad allargare i cordoni delle attività economiche sospese,
affermando che "se le quattro principali regioni del Nord non
riusciranno a ripartire nel breve periodo il Paese rischia di spegnere
definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta
un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia".
a fronte la crisi sanitaria ed economica limiti del riformismo nei confronti delle necessità reali delle masse lavoratici
Similmente al padronato ed ai molti "tink
tank" che indirizzano e coadiuano la classe dominante anche le
organizzazioni e le strutture di resistenza del movimento operaio,
ancora esistenti e maggiormente radicate,sviluppano indicazioni e
strategie che a partire dall'emergenza cercano di disegnare una nuova
fase economica e politica successiva alla pandemia.
Dalla convinta adesione del Partito
Democratico alla logica liberista trasformando nel più accanito
sponsor e sostenitore delle privatizzazioni e della deregolamentazione
dei servizi e dello stesso "Welfare State" diventato puro contenitore
di lobby locali, spesso in lotta fra loro, la CGIL è forse una delle
ultime strutture di massa che nella propria elaborazione mantiene
ancora un riferimento ed un afflato riformista.
Proprio per questa mantenuta capacità di
elaborazione e sopratutto per la presenza tuttora radicata nel mondo
del lavoro, la CGIL può condizionare e condiziona anche settori che,
come vedremo, si pongono al suo interno su un terreno di classe e in
opposizione alla maggioranza.
Il documento dal titolo "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL"
rappresenta la summa delle posizioni, potremmo dire, progressiste di
sinistra nel nostro paese ed per questo motivo che lo prendiamo a
riferimento.
L'analisi centrale del doccumento parte dalla
convinzione che un nuovo ciclo economico e sociale internazionale si
stia determinando, che le categorie del liberalismo, con la loro
esaltazione dello Stato minimo e la riduzione dei diritti universali
sia finito; che occorra pertanto una nuova e significativa presenza
dello Stato nell'economia che salvaguardi le condizioni di vita dei
lavortori attraveso un opera di programmazione e di costante
sussidiarità all'iniziativa economica privata.
E' questa la vecchia e logora logica del patto dei
produttori di staliniana memoria ed ancor prima di socialdemocratica
memoria la quale diversamente declinata rimane sempre comunque
l'orizzonte di riferimento anche di settori della sinistra sindacale.
Esponenti di tale area, senza alcun imbarazzo
e senza alcun autocritica rispetto ad obiettivi e strategie già
percorse nei cicli economici precedenti dove seppur la presenza
pubblica fosse stata ampia e larga, (si pensi alle cosidette
partecipazioni statali e al suo Ministero di riferimento soppresso solo
nel 1993 o tutta l'elaborazione sulle riforme di struttuura del PCI e
del movimento sindacale a cavallo degli anni '60/'70 del secolo scorso)
non ha impedito lo sviluppo di situazioni di crisi economica e
sociale gravissima, affermano che:
"E’ necessario reimpiantare un settore
industriale e manifatturiero autoctono, che non sia il pulviscolo delle
microaziende. Piccolo (piccolissimo) non è bello. C’è bisogno dello
Stato imprenditore. Ma anche Regione e sistema delle autonomie locali
debbono svolgere un ruolo decisivo. Bisogna allargare il perimetro
pubblico..... La sfida di una nuova Iri, per una Regione come la
Toscana che non si è mai veramente ripresa dalla svendita del sistema
industriale a partecipazione statale, è una sfida decisiva....Occorre
dotarsi di una Agenzia regionale per lo sviluppo che, non solo
attraverso un sostegno di tipo finanziario ma raggruppando le
partecipazioni ancora detenute da Regione e Comuni in vari settori -
non ultimo nelle infrastrutture e nella logistica – agisca come vero e
proprio soggetto imprenditoriale. .." (1)
A questa vecchia logica per altro
dimostratasi sciagurata e perdente si associa l'ulteriore fallace
convincimento che occorra, come classe dei lavoratori, farsi carico non
solo degli interessi della sua parte, ma dell'intero Paese per una
presunta incapacità storica di porsi come classe dirigente da parte
della classe imprenditoriale nazionale. (2) Entrando nel merito del
documento della CGIL leggiamo:
"Siamo ad un bivio della storia del nostro
paese. .... Infatti, proprio l’emergenza sanitaria, la transizione
ecologica e digitale pongono concretamente l’esigenza di un superamento
dell’attuale modello di sviluppo fondato solo sull’espansione
quantitativa delle merci, sulla produzione e sul consumo di beni
prevalentemente individuali, sulla convinzione che la natura sia una
risorsa pressoché inesauribile.........Per fare ciò serve un nuovo
protagonismo di uno Stato che, non solo in questa fase straordinaria,
non può svolgere semplicemente il ruolo di regolatore del «traffico» economico.
Deve ergersi ad attore primario, dotarsi di strumenti come l’Agenzia
per lo Sviluppo, una nuova IRI, che consentano di ricostruire le
filiere produttive indicando le priorità e determinando le necessarie
sinergie con il sistema della ricerca e il sistema produttivo.
Questo rinnovato ruolo pubblico non deve riguardare solo le politiche nazionali ma anche quelle europee. È l’ultima chiamata per l’Unione Europea. O ci sono risposte all’altezza della situazione
o non c’è Europa.Non è consentito alzare la bandiera dell’austerità, non sono consentiti
balbettii, ambiguità o vecchie ricette.
Questo rinnovato ruolo pubblico non deve riguardare solo le politiche nazionali ma anche quelle europee. È l’ultima chiamata per l’Unione Europea. O ci sono risposte all’altezza della situazione
o non c’è Europa.Non è consentito alzare la bandiera dell’austerità, non sono consentiti
balbettii, ambiguità o vecchie ricette.
È necessario affrontare con estrema forza e
rapidità la situazione economica e sociale: occorrono strumenti
finanziari come gli eurobond, quale condivisione dei rischi;
mutualizzazione del debito, investimenti e nessuna condizionalità e
cancellazione del Fiscal Compact.
Occorre essere tutti sulla stessa linea
di partenza: regole omogenee sul versante fiscale, rafforzamento del
bilancio europeo con imposizione propria, investimenti in welfare e
politiche industriali comuni." (3)
E' fin troppo evidente in queste poche righe
riportate dal più ampio documento la funzione e la natura duale del
sindacato riformista, che da una parte difende gli interessi delle
lavoratrici e dei lavoratori ed è, contemporaneamente, agevolatore
degli interessi del capitale nazionale risolvendosi in strumento
politico di sostegno agli interessi imperialistici della borghesia
nazionale.
Tutto il chiacchiericccio sul rafforzamento
dell'Eurropa con una propria imposizione fiscale e sulla
mutualizzazione del debito è solo un chiacchericcio buono per i comizi
televisivi o domenicali in quanto è la lotta di concorrenza quella che
spinge le diverse borghesie nazionali a "non allontanarsi dalle catene di valore"
come ci ricordava il nosro economista bocconiano e sempre per
l'accanita concorrenza fra le diverse borghesie nazionali che le
strutture padronali non solo del nord ma tutta la struttura nazionale
Confindustria sta facendo una grande presssione per riaprie più
arttività possibile rispetto all'accordo raggiunto nel marzo scorso con
le organizzazioni sindacali ed il governo.(4)
Di estrema attualità ritorna l’indicazione di Franz Mehring: “
Il modo di produzione capitalistico, che è in se stesso
contraddittorio, genera gli Stati moderni e insieme li distrugge.
Accentua al massimo i contrasti nazionali, ma trasforma anche tutte le
nazioni secondo la propria immagine. Sul suo terreno questo contrasto è
insolubile e per causa sua sempre ha fatto fallimento la fratellanza
dei popoli tanto proclamata e decantata dalla rivoluzione borghese.
Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto” (5)
Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto” (5)
rilanciare la prassi dell'azione
diretta come strumento di lotta collettiva e strumento propeudetico ad
un nuovo modello di sviluppo
Tale chiarezza di analisi oggi purtroppo è
venuta meno, e come abbiamo visto anche nel dibattito e nelle posizioni
di compagni e compagne sensibili e vicine alle sorti delle classi
lavoratrici e alla sua prospettiva di affrancamento, verifichiamo che
c'è chi invoca la necessità di aumenti di competitività e di
produttività, poiché il "piccolo non sarebbe bello" e di un
rilancio del ruolo programmatore e di indirizzo degli Stati, producendo
merci con più valore aggiunto e prospettando, all’interno della
competizione globale, una nuova accumulazione fondata sempre più su una
’”economia verde” se non addirittura chi
privilegia un ritorno ad economie più piccole, locali, autocentrate,
non energeticamente onnivore, rispettose degli equilibri ecologici.
A questi compagni e compagne vogliamo
ricordare che le economie locali per potere essere una reale
prospettiva di alternativa globale e non rimanere economie di nicchia, o
splendide avventure personali per chi le pratica, devono rispondere ai
bisogni reali non solo delle comunità, ma porsi immediatamente come
modello universale di sviluppo.
Reclamare la “filiera corta”per gli
ortaggi può essere cosa giusta e praticabile, ma altra cosa è
garantire un livello standard e universale sui servizi, come
l’istruzione, la previdenza, la sanità, la stessa mobilità, che
rappresentando appunto diritti universali hanno necessità di essere
coniugati globalmente, a meno di non ricadere in una versione
edulcorata di sinistra della visione xenofoba e razzista leghista dell’“ognuno è padrone a casa sua”.
Inoltre senza affrontare la questione di quale struttura economica e sociale possa contenere la cosiddetta “filiera corta” o quella cosi detta a “Km.0 “,
senza pensare cioè di incidere sul meccanismo di accumulazione del
profitto, anzi prospettando, come abbiamo visto possibili alleanze con
presunti ceti imprenditoriali illuminati, (il vecchio e logoro patto
fra produttori) si possono anche produrre merci ecologiche e meno
invasive dal punto di vista energetico ed ecologico, ma la
contraddizione tipica della sovrapproduzione di merci, e dello sviluppo
diseguale si ripresenterebbe in egual misura.
Ci sarà sempre un paese, una realtà
territoriale che ha meno capacità produttive di altre; una classe
operaia e masse lavoratici con più o meno diritti garantiti.
Il caos della produzione capitalistica, la
ineluttabilità del meccanismo economico e del profitto aziendale,
riprodurrebbe inevita- bilmente lotta di concorrenza, impoverimento di
settori proletari, sovrapproduzione di merci, crisi economica e
sociale.
merci con più valore aggiunto o un maggior conflitto di classe ?
Non a caso agli albori della nascita del
movimento operaio organizzato l’Internazionalismo fu individuato come
condizione necessaria per una battaglia di affrancamento dal giogo
capitalista.
Se il padronato, così come il Governo ha a sua disposizione una massa di lavoratori che accetta di lavorare a ritmi maggiori, di lavorare più a lungo, aumentando gli orari giornalieri, una classe operaia frantumata e ricattata che accetta di lavorare il sabato o le notti aumentando in questo modo la produttività ed il valore aggiunto delle merci, perché innovare ed investire?
Se il padronato, così come il Governo ha a sua disposizione una massa di lavoratori che accetta di lavorare a ritmi maggiori, di lavorare più a lungo, aumentando gli orari giornalieri, una classe operaia frantumata e ricattata che accetta di lavorare il sabato o le notti aumentando in questo modo la produttività ed il valore aggiunto delle merci, perché innovare ed investire?
Se una nuova generazione di giovani ha oramai
acquisito l’ineluttabilità di una prospettiva lavorativa precaria e
sempre più incerta, per quale motivo si dovrebbe spendere quantità
enormi di soldi per la formazione, per la ricerca di base o per la
razionalizzazione dei processi produttivi?
Il determinismo economico della guerra commerciale e del mercato, non giustifi- cherebbe nessun investimento.
Il determinismo economico della guerra commerciale e del mercato, non giustifi- cherebbe nessun investimento.
Dove si hanno lavoratori deboli ci sono merci con minore valore aggiunto.
Può sembrare un paradosso, ma è il livello della lotta di classe che impone e obbliga a scelte più impegnative dal punto di vista degli investimenti e della razionalizzazione dei processi produttivi.
Può sembrare un paradosso, ma è il livello della lotta di classe che impone e obbliga a scelte più impegnative dal punto di vista degli investimenti e della razionalizzazione dei processi produttivi.
Aumentare la produttività o il valore
aggiunto, come anche una certa sinistra politica e sindacale afferma, è
impensabile se al contempo non si tengono fermi i diritti, le
condizioni normative e salariali dei lavoratori. Se la borghesia ha a
disposizione una massa lavoratrice debole e ricattata, nessun
investimento è necessario e possibile. Solo se la lotta di classe ed il
conflitto obbligheranno i padroni ad investire ed a razionalizzazione i
processi produttivi, l’aumento del valore aggiunto potrà non
significare peggiori condizioni occupazionali, normative e salariali.
Maggiore è il conflitto di classe, e maggiori
dovranno essere gli investimenti affinché le merci possano avere più
valore aggiunto. Ciò significa mantenere fermi i diritti acquisiti,
rivendicare sempre più una quota di quel valore aggiunto a favore dei
produttori e delle nuove generazioni, distogliere quote di denaro dalle
rendite verso i servizi .
Significa avere una politica di parte. Significa svolgere quella funzione "istituzionale"
delle strutture sindacali e politiche che si rifanno al movimento
operaio e che dovrebbe essere quella di garantire e sostenere sempre
migliori condizioni lavorative e salariali dei lavoratori.
Nessuna politica di alleanza interclassista, di solidarietà o responsabilità nazionale può essere un buon viatico per le sorti e le condizione delle classi meno abbienti.
Nessuna politica di alleanza interclassista, di solidarietà o responsabilità nazionale può essere un buon viatico per le sorti e le condizione delle classi meno abbienti.
In coclusione prima di un presunto“che fare” diventa
prioritario chiedersi quale blocco sociale vogliamo rappresentare.
Quali interessi e diritti vogliamo tutelare. Se vogliamo rappresentare e
tutelare gli interessi di una nazione, di un continente (l’Unione Europea piuttosto che gli USA o la Cina) con
tutta la sua articolazione finanziaria economica e sociale, di gruppi
industriali più o meno nazionali, o se ci interessa tutelare realmente
gli interessi dei lavoratori, di tutti i lavoratori.
Occorre in sostanza avere rapporti di forza
favorevoli alle masse lavoratrici. Occorre avere una classe operaia ed
una massa di salariati non frustrati e ricattati dalle condizioni
economiche e sociali di miseria in cui vivono.
riprendere la battaglia salariale per la riduzione d'orario a parità di paga
Per far questo occorre che la lotta economica sia vincente.
Per vincere occorre avere una capacità non
locale ma nazionale, persino continentale di mettere al centro
questioni di redistribuzione del reddito e di stornare quote crescenti
di denaro dalla rendita e dal profitto verso i salari.
Occorre cercare di interrompere il
determinismo economico dell’attuale sistema economico e sociale.
Ripensare ad una stagione centralizzata di lotte e di azione diretta
che ridia speranza e dignità alle classi lavoratrici e speranza nel
futuro alle nuove generazioni.
Individuare terreni su cui tutta la capacità
organizzativa del movimento operaio può autonomamente svilupparsi e
vincere, dimostrando non solo una concreta possibilità di cambiamento,
ma una completa alterità di modello economico e sociale.
L’organizzazione operaia, ed intendiamo con
tale espressione tutte le strutture sindacali e politiche che si
richiamano al movimento operaio, con tutti i suoi naturali alleati,
giovani, donne, compreso parte delle classi intermedie, oggi sempre più
in fase di pauperizzazione, in questo periodi infausto per i meno
abbienti e per i lavoratori, organizzi, per esempio, a livello
nazionale (basterebbe in tre o quattro grandi centri metropolitani) spacci alimentari, ambulatori
medici gratuiti, da collocare nei territori, usando le Case del
Popolo, le sedi sindacali, sedi politiche in cui si dispensino cure di
base gratuite.
Imponga, con la costituzione di organismi di
quartiere nei centri cittadini, il recupero degli alloggi sfitti contro
gli sfratti ed impedisca, con la controinformazione, presidi ed
occupazioni non violente e costanti dei terreni, la nuova costruzione
di periferie degradate o vere e proprie speculazioni edilizie che
rimangono vuote per anni, fino a che non venga ripristinato e
bonificato tutto ciò che è già costruito.
Mobiliti forza umana e intelligenza con
brigate volontarie per la ricostruzione di quei territori degradati o
per esempio alluvionati, adottando e ripristinando piazze e strade.
Crei e sviluppi nei servizi, negli enti
locali, organismi di controllo e di vigilanza dei lavoratori contro gli
sprechi ed il male affare.
Organizzi nel mondo del lavoro tutto, senza
aspettare una legge di rappresentanza, la propria rappresentanza in
modo capillare; organizzi autonomamente i referendum consultivi sulle
piattaforme contrattuali.
Solo in questo modo sarà possibile
determinare rapporti di forza favorevoli e conseguentemente sarà forse
anche possibile anche una legge sulla rappresentanza sindacale che non
sia escludente delle organizzazioni sindacali e dei compagni e compagne
più radicali e che come tutte le leggi cristallizza fenomeni già in
atto.
Con una prassi di questo genere sarebbe
possibile affrontare anche le più circoscritte e complicate crisi
aziendali o i presunti fallimenti e/o delocalizzazioni di attività
produttive che all'indomani di questa ennesima crisi sanitaria ed
economica si ripresenteranno.
Sarebbe infatti possibile ipotizzare
occupazioni ed autogestioni di intere filiere produttive,
riposizionando e ristrutturando le stesse capacità produttive di questi
siti industriali ai fini di una tale attività pubblica.
Ma una tale strategia seppure necessaria non
sarebbe sufficiente a modificare i rapporti di forza fra lavoratori e
padronato, unico fattore concreto per una possibile ripresa e
miglioramento delle proprie condizioni materiali di vita.
Occorre una robusta e decisa ripresa della
battaglia salariale rivendicando al contempo un'altrettanta robusta
riduzione d'orario a parità di paga.
Nel documento che abbiamo preso come
riferimento a questa nostra discussione un tale obiettivo è
fortunatamente indicato così come la riduzione a parità di paga è stata
ribadita anche nelle ultime scelte congressuali.
Ma dalla pur dichiarazione cartacea non si
imposta mai, proprio per quella contraddittorietà di ruolo indicata
negli organismi sindacali, una concreta battaglia a livello nazionale
perdendo, oltre che i diritti acquisiti e peggiorando le condizioni
sociali dei lavoratori, il possibile e necessario aggancio con le nuove
generazioni costrette invece a lavori precari, saltuari se non andare
all'estero in una sorta di nuova silenziosa emigrazione rendendo fra
le altre impossibile e vano il necessario ricambio generazionale anche
nelle strutture politiche sindacali.
Nei settori produttivi tutti, sarebbe
necessario riprendere la discussione timidamente avviata a seguito
dell'ipotesi del salario minimo garantito, sulla riduzione di quei 800 e
più contratti registrati al CNEL, la maggior parte "contratti pirata"
che possono avere voci salariali inferiori anche del 20% con un
differenziale retributivo annuo che può variare dalle 2000 euro alle
3500 euro; una variazione salariale di due o tre mensilità. (6)
Una neccessità quindi di limitare le
differenze salariali quanto meno nelle filiere produttive omogenee
ricorrendo anche a robuste rinternalizzazioni di lavoratori oggi
precari e sottopagati come il settore delle cooperative nei servizi
all'industria o bloccando le finte cessioni di ramo d'azienda, utili
esclusivamente a dividere e diversificare le condizioni normative e
salariali dei lavoratori.
Infine se questa pandemia ha esplicitato un
dato è la necessità di avere una sanità pubblica ed efficiente alla
quale non è più pensabile ridurre le risorse a favore di strutture
private convenzionate.
Prima che tutta la retorica sugli "angeli"
del nostro personale sanitario, dei nostri infermieri e dei nostri
medici, che pure hanno subito avvenimenti pesanti e luttuosi con
centinaia di morti, si spenga occorre una riflessione autocritica da
parte della CGIL sul welfare aziendale e sul suo ampio sviluppo nella
contrattazione non solo territoriale ma di intere categorie come, per
esempio, quella dei meccanici.
Non è più pensabile dopo il corona virus
pensare di dare soldi, per altro defiscalizzate da parte dei padroni,
alle strutture privater attraverso il welfar aziendale.
Occorre che tutte questi soldi e queste cifre
fatte di benefit anche non esclusivamente sanitari, come i buoni
benzina per passare alle cure termali, siano rinserite nelle paghe
base in modo tale da pesare e contribuire alla future pensioni, così
come nel settore specifico sanitario occorre una forte battaglia
politica e sindacale per nuove assunzioni, nuove aperture di presidi
sanitari territoriali, nuovi medici eliminando il numero chiuso alle
facolta universitarie.
(1) La Toscana dopo il coronavirus - di Maurizio Brotini "Sinistra Sindacale" Lavoro Società Sinistra Sindacale Confederale – n 5 del 16 Marzo 2020
(2) Tale prospettiva ben rappresentata negli ultimi anni del Partito Comunista Italiano dalla corrente cosidetta dei "miglioristi"
che rappresentavano la destra del partito. Essi erano gli eredi delle
posizioni di Giorgio Amendola il quale era orientato verso una forma
di socialismo democratico e riformista. Non condividevano la politica
sovietica, contrastavano i movimenti di estrema sinistra, e anche le
correnti più movimentiste del partito.I miglioristi erano radicati
nell'apparato del partito e nella gestione delle cooperative rosse.
Furono gli interlocutori privilegiati del Psi di Craxi e del PSDI. Tra
gli esponenti di spicco, risultano l'ex Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, Nilde Lotti, Napoleone Colajanni ed altri nomi
illustri che hanno fatto la storia del partito.
(3) "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL" Aprile 2020
(4) per una ulteriore riflesssione sul polo
imperialistico europeo cfr. La voce del Padrone "Socialismo o barbarie"
. Foglio aperiodico sez Livorno Lucca di
AlternativaLivertaria/FdCA - Marzo 2020
(5) “Vita di Marx. Una biografia rivoluzionaria" Franz Mehring Shake edizioni
(6) Cfr Rivista An° 437 Ottobre 2019 Salario minimo orario e lotta di classe. Cristiano Valente.
mercoledì 27 maggio 2020
#8 #andavatuttomale, riflessioni sulla socialità ai tempi del Covid
Questa
epidemia ha origine naturale, non è stata la prima della storia e
probabilmente non sarà nemmeno l’ultima, ciò che la rende straordinaria è
che si è manifestata nel pieno della globalizzazione neoliberista, nel
quale l’essere umano ritiene “giusto” lo sfruttamento ambientale e tra
le persone, aspettando dalla scienza soluzioni immediate e salvifiche di
fronte a qualsiasi problematica, senza una partecipazione autogestita.
Da
anni le organizzazioni mondiali che si occupano di sanità avevano
avvertito sul pericolo di possibili contagi epidemici, gli esempi di
Sars e Ebola alcuni dei più noti, ma i governi interessati ad una
temporalità connessa alle elezioni e alla logica effimera e
disumanizzante della produttività, non avevano programmato alcun piano
emergenziale, ben consci di quanta oppressione autoritaria e
speculatrice si può mettere in atto in tali momenti.
Siamo
altresì consapevoli che a causa del nostro modello economico l’essere
umano stia perdendo la sua connotazione di animale sociale, per divenire
meramente egoistico ma in questo periodo ha dovuto riscoprire ne* altr*
la sua unica possibilità di salvezza, ipocritamente questa solidarietà
che spesso i media ci propinano è stata innescata dalla paura ansiogena e
dall’incertezza al limite del paranoico.
Interessante
è analizzare la tipologia e i contenuti che la comunicazione
istituzionale ha manifestato, fin da subito (probabilmente
consapevolmente), ha ritardato nel dare risposte il più possibili
veritiere e coerenti, poco attenta dunque a non diffondere un’“infezione
psichica” allarmistica visto che sappiamo bene quanto una massa presa
dal panico sia più facilmente manovrabile.
Il
destinatario dei messaggi, degli slogan, delle restrizioni liberticide e
degli aiuti economici si riferisce pericolosamente ad un impersonale
“cittadino medio”, specificatamente più al suo corpo che alla sua mente
in una dimensione di biopotere, con lo scopo di azzerare le diversità,
far accrescere o creare disuguaglianze in tutte le sue dimensioni senza
considerare alcuna giustizia sociale, non permettere alcuna
partecipazione attiva.
Il
linguaggio dei mass media ha cercato di interpretare
propagandisticamente la situazione, facendo abuso di riferimenti al
mondo bellico, riuscendo come nessun altro a creare suggestioni emotive
di odio, morte e a far vedere l’“altro” come nemico; in questo caso
l’untore dapprima decodificato in colui che aveva tratti fisiognomici
asiatici poi in quanti non solo si azzardavano ad uscire di casa, ma lo
facevano senza indossare la tanto agognata mascherina, con tutta la sua
caratura simbolica che ormai possiede; così facendo però ha fatto
accrescere nella popolazione un profondo senso di smarrimento e paura,
soprattutto per coloro che stanno passando un periodo di debolezza sia
psichica che materiale.
I
primi riferimenti valoriali messi in luce nella comunicazione
propagandistica stanno riguardando la trilogia tipicamente fascista di
dio, patria e famiglia, mutandoli ovviamente in una chiave post
modernista e digitale, dimostrata dalle dirette via streaming delle
messe e dei discorsi di Papa Francesco, dal patriottismo più becero del
tricolore sui balconi, che fa perdere il senso globale dell’evento e per
concludere dal rassicurante e ossessivo invito a “restare in casa”.
Facilmente
riscontrabili poi altri orientamenti narrativi declinati in tutte le
manifestazioni televisive o digitali: nella dicotomica percezione di
senso di colpa e ammirazione eroica nei confronti di quant* perdono la
vita operando all’interno delle strutture sanitarie; nell’ipocrisia
della perdita di intere generazioni di “nonni”, prima troppo spesso
dimenticati nelle case di riposo, o comunque attanagliati dalla
solitudine; nell'immancabile miopia nel vedere nemica assoluta l’Europa e
non il sistema neoliberista che ci domina; nella ritualità quotidiana
sull’aggiornamento statistico dei contagi, e su quante denunce sono
state redatte; nella diffusione di migliaia di raccolte fondi per
l’acquisto di supporti sanitari, al fine di rendere le persone
protagoniste senza criticare il sistema sanitario aziendalistico e
privatizzato; nell’instillare collettivamente e ciecamente il mantra
della riapertura delle aziende, permettendo alle persone di ritornare
all’unica dimensione esistenziale del sistema a cui è interessata, cioè
quella produttiva; nell’ottimistico giudizio dello strumento de
l’e-learning che in realtà accresce disparità materiali e di
apprendimento negli studenti.
Questa
breve e approssimativa analisi non ha lo scopo di far emergere nuove
considerazioni socio politiche, ma forse più di confermare quanto già
sapevamo, ma che troppe volte abbiamo accettato con rassegnazione.
E’
arrivato il momento di una profonda rivoluzione culturale, che riesca a
cambiare il nostro immaginario riguardo il futuro, accogliendo nuove
alternative possibili; in un’ottica in cui la persona è posta nelle
condizioni di sviluppare la propria individualità e di vivere una
socialità vera, orizzontale e mutualistica; all’interno di una
dimensione ecologica come parte della natura, dove il nostro unico
possibile vaccino deve essere una dimensione anticapitalistica.
Iniziativa Libertaria - Pordenone
iniziativa libertaria Pordenonemartedì 26 maggio 2020
Federalismo decentramento e noi
Federalismo decentramento e noi È vero, abbiamo criticato il modo con
cui molte regioni hanno condotto la stagione del covid19. È vero,
abbiamo sempre avversato l’infausto pateracchio della riforma del Titolo
V della Costituzione del 2001 e tutta la confusione che da essa è stata
generata, ricordiamo che quella revisione costituzionale fu voluta
sullo scorcio della legislatura da un centrosinistra in confusione (una
vera novità!) e da un improbabile candidato alla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, Rutelli, nella vana speranza di sottrarre voti
alla Lega Nord.
Ciò vuol dire che i comunisti anarchici sono diventati centralisti, o, come dicono
le correnti individualistiche ed antiorganizzatrici dell’anarchismo, statolatri? Chiariamo
meglio.
Potremmo dire che ci rifiutiamo di sostituire la statolatria con la “regionilatria”, ma sarebbe un semplice escamotage, anche se non lontano dal vero. È, infatti, un dato che il decentramento inserito in quel frangente nella Costituzione non avvicina, come sostiene la vulgata, le istituzioni ai cittadini. Non solo la devoluzione di parte dei poteri alle regioni non ha reso i promulgatori di leggi più prossimi ai sudditi o da essi meglio controllabili, ma ha moltiplicato per venti volte un ceto politico parassitario, con l’aggravante che spesso esso è anche meno preparato e più esposto alle pressioni dei poteri forti che hanno gioco più facile nel condizionare le forze politiche che gestiscono il territorio. Non vogliamo certo sostenere che l’attuale classe politica nazionale sia di elevata caratura; non lo è neppure, salvo rare eccezioni, quella degli altri Stati, ma solo che al peggio non c’è mai fine, come è facile constatare.
Quindi, quello a cui assistiamo non è decentramento con connesso sviluppo della democrazia e della partecipazione, ma solo una moltiplicazione di centri decisionali, sovente in contrasto tra di loro, che alimenta la babele delle norme. Per usare una formula cara agli anarchici tutti, le decisioni non salgano dal basso verso l’alto per formare una volontà comune e condivisa, ma piovono come grandine sui cittadini che spesso ne ignorano provenienza e ragione.
Non è certo un caso che questa miriade di centri decisionali tendano ad allargare le proprie competenze e diano adito alla continua richiesta di maggiore autonomia (fino all’obbrobrio dell’“autonomia differenziata”) la cui molla non è la ricerca del bene collettivo, ma la più gretta autoreferenzialità; quello che si produce non è un federalismo di comunità autogestite che si sostengono vicendevolmente con spirito solidaristico, ma il trionfo dei più ricchi e del loro egoismo. È un federalismo divergente invece che convergente, che allontana gli uni dagli altri invece che tendere alla cooperazione, che divide invece di unire.
Queste tendenze all’isolamento sono miopi, ma soprattutto fanno leva sugli istinti più deteriori delle persone, attingendo la propria linfa dagli strati più abbienti o da quelli meno critici della propria popolazione, impedendone la crescita della coscienza politica. La pratica del federalismo solidale si basa sulla più ampia diffusione della consapevolezza delle persone di fare parte necessariamente di una comunità senza la quale non ci sarebbero possibilità di sopravvivenza e di sviluppo collettivo. Il federalismo così caro alla destra (stranamente, sembra, contrastante con
l’originaria difesa del più autocratico centralismo) non è che una manovra volta a sviluppare gli egoismi, quegli egoismi che le permetterebbero una gestione forte del potere una volta che lo avessero conquistato. La diffusione degli slogan “Prima gli ….” solleticano proprio il desiderio di godersi dei privilegi presunti ed aprono in realtà le porte alle dittature palesi o camuffate; gli esempi (Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, ecc.) non mancano. Tornando a noi, quello che è il nostro scopo non “decentrare” il potere a cascata, ma quello di costruire una società di individui coscienti, responsabili, capaci di autogestirsi, solidali, quindi la centralizzazione delle decisioni che convergendo si formano a partire dalle volontà delle comunità che si federano. Decentrare è un movimento discendente, “centralizzare”, cioè la faticosa costruzione di un indirizzo comune, è un movimento ascendente. Le comunità locali, sindacali, agricole, di mestiere, non sono monadi che non comunicano tra di loro, ma sono interconnesse per il semplice motivo che necessitano le une dalle altre e solo cooperando possono svilupparsi, garantendo il massimo benessere possibile ai propri aderenti. Nulla a che vedere con il guazzabuglio che l’Italia con l’autonomia regionale o gli USA con l’indipendenza dei singoli Stati, stanno oggi impietosamente mostrando. In questi casi le singole decisioni rispondono solo a giochi di potere politico ed alle esigenze elettorali dei governanti ai vari livelli e non certo alla salvaguardia degli
interessi collettivi.
Per concludere, non è il luccichio di un’autorità centrale che ci attrae, fosse anche quella dei tecnici e degli scienziati del cui sapere abbisogniamo, ma che vanno controllati per la loro incompetenza relazionale e per l’offuscamento che il loro sapere procura ad essi. Quello che ci interessa è non confondere i piccoli ma tenaci poteri dei
boiardi disseminati nella penisola con le vera chiamata dei cittadini alla consapevolezza dei propri diritti, in modo che venga loro conferita la piena potestà delle scelte e della direzione da imprimere alla propria vita collettiva.
La Redazione
SITO ORIGINALE
Ciò vuol dire che i comunisti anarchici sono diventati centralisti, o, come dicono
le correnti individualistiche ed antiorganizzatrici dell’anarchismo, statolatri? Chiariamo
meglio.
Potremmo dire che ci rifiutiamo di sostituire la statolatria con la “regionilatria”, ma sarebbe un semplice escamotage, anche se non lontano dal vero. È, infatti, un dato che il decentramento inserito in quel frangente nella Costituzione non avvicina, come sostiene la vulgata, le istituzioni ai cittadini. Non solo la devoluzione di parte dei poteri alle regioni non ha reso i promulgatori di leggi più prossimi ai sudditi o da essi meglio controllabili, ma ha moltiplicato per venti volte un ceto politico parassitario, con l’aggravante che spesso esso è anche meno preparato e più esposto alle pressioni dei poteri forti che hanno gioco più facile nel condizionare le forze politiche che gestiscono il territorio. Non vogliamo certo sostenere che l’attuale classe politica nazionale sia di elevata caratura; non lo è neppure, salvo rare eccezioni, quella degli altri Stati, ma solo che al peggio non c’è mai fine, come è facile constatare.
Quindi, quello a cui assistiamo non è decentramento con connesso sviluppo della democrazia e della partecipazione, ma solo una moltiplicazione di centri decisionali, sovente in contrasto tra di loro, che alimenta la babele delle norme. Per usare una formula cara agli anarchici tutti, le decisioni non salgano dal basso verso l’alto per formare una volontà comune e condivisa, ma piovono come grandine sui cittadini che spesso ne ignorano provenienza e ragione.
Non è certo un caso che questa miriade di centri decisionali tendano ad allargare le proprie competenze e diano adito alla continua richiesta di maggiore autonomia (fino all’obbrobrio dell’“autonomia differenziata”) la cui molla non è la ricerca del bene collettivo, ma la più gretta autoreferenzialità; quello che si produce non è un federalismo di comunità autogestite che si sostengono vicendevolmente con spirito solidaristico, ma il trionfo dei più ricchi e del loro egoismo. È un federalismo divergente invece che convergente, che allontana gli uni dagli altri invece che tendere alla cooperazione, che divide invece di unire.
Queste tendenze all’isolamento sono miopi, ma soprattutto fanno leva sugli istinti più deteriori delle persone, attingendo la propria linfa dagli strati più abbienti o da quelli meno critici della propria popolazione, impedendone la crescita della coscienza politica. La pratica del federalismo solidale si basa sulla più ampia diffusione della consapevolezza delle persone di fare parte necessariamente di una comunità senza la quale non ci sarebbero possibilità di sopravvivenza e di sviluppo collettivo. Il federalismo così caro alla destra (stranamente, sembra, contrastante con
l’originaria difesa del più autocratico centralismo) non è che una manovra volta a sviluppare gli egoismi, quegli egoismi che le permetterebbero una gestione forte del potere una volta che lo avessero conquistato. La diffusione degli slogan “Prima gli ….” solleticano proprio il desiderio di godersi dei privilegi presunti ed aprono in realtà le porte alle dittature palesi o camuffate; gli esempi (Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, ecc.) non mancano. Tornando a noi, quello che è il nostro scopo non “decentrare” il potere a cascata, ma quello di costruire una società di individui coscienti, responsabili, capaci di autogestirsi, solidali, quindi la centralizzazione delle decisioni che convergendo si formano a partire dalle volontà delle comunità che si federano. Decentrare è un movimento discendente, “centralizzare”, cioè la faticosa costruzione di un indirizzo comune, è un movimento ascendente. Le comunità locali, sindacali, agricole, di mestiere, non sono monadi che non comunicano tra di loro, ma sono interconnesse per il semplice motivo che necessitano le une dalle altre e solo cooperando possono svilupparsi, garantendo il massimo benessere possibile ai propri aderenti. Nulla a che vedere con il guazzabuglio che l’Italia con l’autonomia regionale o gli USA con l’indipendenza dei singoli Stati, stanno oggi impietosamente mostrando. In questi casi le singole decisioni rispondono solo a giochi di potere politico ed alle esigenze elettorali dei governanti ai vari livelli e non certo alla salvaguardia degli
interessi collettivi.
Per concludere, non è il luccichio di un’autorità centrale che ci attrae, fosse anche quella dei tecnici e degli scienziati del cui sapere abbisogniamo, ma che vanno controllati per la loro incompetenza relazionale e per l’offuscamento che il loro sapere procura ad essi. Quello che ci interessa è non confondere i piccoli ma tenaci poteri dei
boiardi disseminati nella penisola con le vera chiamata dei cittadini alla consapevolezza dei propri diritti, in modo che venga loro conferita la piena potestà delle scelte e della direzione da imprimere alla propria vita collettiva.
La Redazione
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Uione dei Comunisti Anarchici D'Italia
venerdì 15 maggio 2020
#6 LA SCUOLA AL TEMPO DEL COVID-19
La
pandemia che sta colpendo ormai il mondo intero è destinata a lasciare
un segno profondo in tutti i settori della società, dalla sanità
all’economia, ai rapporti sociali e non ultima l’istruzione.
Le scuole
sono state le prime a chiudere e con ogni probabilità saranno le ultime a
riaprire.
Il problema va visto da tre punti di vista, quello degli
studenti, dei genitori e non ultimo da quello del corpo docente e da
tutti i soggetti che nella scuola ci lavorano. L’improvvisa chiusura ha
trovato tutti piuttosto impreparati ad affrontare il problema, ma la
cosa che salta agli occhi è la totale assenza del Miur.
Dapprima senza
dare riferimenti di sorta circa l’eventuale riapertura delle scuole
posticipandone di volta in volta la decisione ma facendo capire – fra le
righe – che l’anno scolastico non sarebbe ripreso nella modalità
classica. E questo si è visto anche nella scelta di riaprire o meno le
attività produttive.
Con il decreto dell’ 8 aprile il governo dà
indicazione che il personale docente, durante la sospensione delle
attività didattiche per l’emergenza coronavirus, assicuri la continuità
dei percorsi formativi degli studenti utilizzando mezzi informatici e
collegamenti telefonici. La cosa più grave è la totale mancanza di ogni
qualsivoglia indicazione.
Ci si “dimentica” di dire come la didattica a
distanza deve essere svolta, con quali mezzi con quali piattaforme, chi
sosterrà i costi e se ne sottovaluta i rischi.
Se
questa nuova modalità di didattica a distanza deve per forza di cose
essere fatta, il Miur – che sembra una sorta di dilettanti allo
sbaraglio – si è distinto per la sua assenza dimenticando problematiche
fondamentali per poter affrontare la DaD - Didattica a Distanza.
Innanzi
tutto si dà per scontato che il corpo docente metta a disposizione i
propri mezzi informatici per poter svolgere la DaD, computer e
collegamenti telefonici personali messi al servizio del sistema
scolastico senza conseguente rimborso - è come se un operaio
metalmeccanico fosse costretto a comprarsi la macchina con cui lavora!!.
Senza contare che non tutti possono avere spazi domestici atti a tale
attività.
Ammesso e non concesso che tutti i docenti abbiano tali
strumenti a disposizione.
Si
potrà obiettare che i docenti hanno avuto nel corso degli ultimi anni
il cosiddetto “Bonus Docenti”. Fino all’emergenza covid il bonus aveva
forti limitazioni di spesa: si potevano comprare solo pc e programmi
(l’emergenza covid ha dimostrato invece che serve ben altro: webcam,
cuffie e microfono, stampante e scanner oltre a giga da utilizzare per i
collegamenti e credito telefonico per gestire le innumerevoli
telefonate, senza citare gli smartphone di ultima generazione che
consentano l’installazione di un numero esponenziale di applicazioni… il
perché di queste limitazioni?
Molti hanno in passato esplicitamente
dichiarato che i docenti se ne sarebbero approfittati per scopi
personali, mentre era possibile spendere senza particolari difficoltà
tutto il credito in spettacoli teatrali, editoria e corsi di formazione
spesso di dubbio valore e - guarda caso - altrettanto spesso dal costo
esattamente corrispondente all’intero budget assegnato dal MIUR.
Ma questo, lo vedremo successivamente, vale anche per gli studenti.
Come
dicevamo il Miur e dirigenti scolastici non hanno dato nessuna
indicazione di come la Dad dovesse essere svolta, con che orari, quale
dovesse essere la durata delle lezioni in perfetta violazione del
contratto di lavoro. Per non parlare della sicurezza sul lavoro: se gli
strumenti utilizzati sono personali, non si applicano le tutele dei
lavoratori.
Le normative in tema di telelavoro prevedono pause che anche
in questo caso non vengono minimamente citate – pause che devono essere
sia per i docenti che per gli studenti. Non ultimo non si è considerata
la formazione necessaria per svolgere la DaD.
Non per scadere in luoghi
comuni ma spesso il personale scolastico non ha adeguata preparazione
per affrontare le nuove tecnologie digitali.
Da anni si parla – in ogni
settore della società – dell’importanza della formazione per affrontare
la sfida della complessità di cui la società moderna necessita.
A questo
si aggiunga anche che il forte discredito che ormai da molti anni
colpisce la categoria dei docenti, considerati dall’opinione pubblica
poco preparati, arretrati nei metodi e nelle conoscenze, banalizzando
approcci metodologici e scelta dei contenuti.
Bistrattati a tal punto
che quegli stessi genitori, che invocano la presenza virtuale degli
insegnanti come panacea per gestire i figli pretendendo le videolezioni,
si sentono poi in diritto di intervenire, interrompendo e correggendo
gli insegnanti, invocando l’utilizzo di altre piattaforme, criticando il
carico di compiti assegnati, esigendo egoisticamente attività
individualizzate e personalizzate per ciascuno dei propri pargoli (anche
e soprattutto in assenza di reali e documentate necessità) con tanto di
personalizzazione di fascia oraria.
Di
sicuro nell’immaginario collettivo la categoria degli insegnanti negli
anni si è avvicinata più all’idea di quella di un precettore privato a
servizio dell’utenza pagante, a maggior ragione ora che la scuola è
entrata nelle case delle famiglie degli alunni...e questo tristemente è
successo anche nei confronti della scuola pubblica, a fronte della
pressoché totale assenza di presa di posizione da parte dei dirigenti
scolastici che non hanno saputo o voluto tutelare la professionalità del
corpo docente loro affidato.
La
velocità con cui siamo stati travolti dagli eventi e che ha lasciato
all’improvvisazione l’organizzazione della DaD ha fatto perdere di vista
un altro problema: la questione “Privacy”. Non dimentichiamoci che
quando parliamo di studenti parliamo per la maggior parte di minori che
vanno tutelati.
La mancanza di direttive precise ha fatto sì che singole
scuole e singoli insegnanti utilizzassero piattaforme diverse (anche
all’interno di una stessa scuola). Facciamo presente che le piattaforme
più utilizzate sono fornite da enti privati che non garantiscono
sicurezza digitale in termini di privacy. Sappiamo tutti come funziona
il mondo digitale, i dati personali vengono “raccolti” ed utilizzati a
scopo di profitto.
Stiamo
assistendo anche adesso al dibatto sulla App che servirà a tracciare i
contatti fra le persone contagiate e non è che con la scusa del
contenimento della diffusione ci proiettano su una dimensione di
controllo sociale stile “Grande fratello”.
Una
buona parte dei genitori ha caldeggiato la DaD fin dall’inizio,
preoccupata che i figli potessero perdere un anno scolastico, ma anche
dal fatto che questi ragazzi fossero impegnati durante la giornata – una
sorta di baby sitteraggio a distanza.
Ovviamente ignari di tutta la
problematica che consegue con questa attività. Problematiche che sono
diverse a seconda del ciclo di studi dello studente: basti pensare il
divario di età e di conseguenza di conoscenze fra uno studente della
primaria ed uno delle superiori.
Un bambino ha comunque sempre bisogno
del supporto di un adulto durante la DaD, mentre già uno studente di
seconda/terza media ha un grado forse maggiore di conoscenza tecnologica
che potrebbe consentirgli forse una certa autonomia nel seguire le
lezioni.
Siccome tutto
ruota attorno alle tecnologie digitali ed alla loro padronanza si
innesta un’altra problematica di carattere “tecnico” e cioè: non tutte
le famiglie hanno un collegamento in fibra che garantisca una qualità
della comunicazione.
Senza contare che chi ha più di un figlio può
trovarsi a non avere abbastanza computer in casa per garantire il
collegamento simultaneo di più studenti/figli o webcam o cuffie e
microfoni. Questo aspetto può determinare una divisione di “classe” (in
senso sociale) fra studenti delle classi sociali più o meno abbienti.
Chi può permettersi collegamenti con la fibra ed avere più device riesce
a continuare gli studi. Appartenenti alle classi meno abbienti
rischiano di essere esclusi da tale processo.
Questo
aspetto è quello più grave della DaD e cioè di innescare un’esclusione
sociale senza paragoni che incrementerà la distanza sociale, culturale
ed economica fra le persone.
Ci
stiamo preparando ad una graduale riapertura delle attività produttive e
questo comporterà delle ricadute su milioni di famiglie. Basti pensare a
tutti quei genitori di bambini in età scolastica che si dovranno
organizzare per un rientro al lavoro e non avere la possibilità di
lasciare i propri figli a casa da soli perché le scuole sono chiuse.
La riapertura delle fabbriche non può prescindere da quella delle scuole.
La
chiusura delle scuole per la nostra regione ha avuto inizio con il
prolungamento della breve vacanza di carnevale.
Almeno, inizialmente
sembrava solo un prolungamento di tale vacanza, ignari di quello che ci
attendeva. Mentre studenti universitari hanno iniziato sin da subito con
le lezioni a distanza gli altri gradi della scuola hanno avuto una
partenza più titubante.
Passato il primo stupore gli studenti hanno
dovuto adeguarsi a questa nuova modalità di fare scuola.
Passare 4/5 ore
al giorno davanti ad uno schermo per seguire le lezioni non produce lo
stesso effetto di quelle passate in presenza. Sono decisamente più
pesanti. Si è da soli davanti ad un terminale senza un contatto fisico,
si vedono gli amici/compagni di classe ma si perde tutta quella
socialità che distingue l’animale umano e che contribuirà a formare il
futuro adulto. Il rischio di crescere una generazione di disadattati
sociali è enorme.
E che
dire di tutti quei studenti che necessitano di un affiancamento o di un
aiuto?
Si va dai BES - Bisogni Educativi Speciali - ai DSA - Disturbi
Specifici dell’Apprendimento -, che hanno bisogno di un percorso
scolastico personalizzato, a chi purtroppo si trova in situazione di
disabilità e che ha bisogno di personale docente ed educativo dedicato
che li aiuti e supporti nel loro percorso di apprendimento.
Tutti questi
soggetti si sono trovati in grande difficoltà e spesso sono state le
rispettive famiglie a doversi far carico di sopperire al disagio.
Cosa
fare quindi? Se guardiamo al passato proprio qui in Friuli abbiamo
avuto un caso simile nel 1976 in occasione del terremoto. Con il 6
maggio l’anno scolastico terminò e (come ovvio allora la tecnologia non
permetteva la DaD) riprese in anticipo, a settembre (allora le scuole
riaprivano il primo di ottobre) per recuperare le lezioni perse.
Ed in
che modo visto che molte scuole erano inagibili? Turnazioni e lezioni
pomeridiane. Ora a quasi 50 anni di distanza ci sono sicuramente modi
nuovi per riorganizzare la riapertura delle scuole ma il prossimo anno
scolastico non dovrà essere svolto da casa ma in sicurezza nelle aule -
sempre che ci siano le condizioni sanitarie che lo permettano.
Purtroppo
anche l’istruzione come la sanità ha subito continui tagli di bilancio e
mentre si favoriscono le scuole private l’istruzione pubblica va a
rotoli, per non parlare dell’edilizia scolastica: quanti morti ci sono
stati nelle italiche aule causate da crolli?
In
nome del neoliberismo e del pareggio di bilancio nel corso degli anni
governi di centrodestra e centrosinistra si sono prodigati a tagliare i
bilanci in primo luogo a sanità e scuola. Ma quello che si toglieva con
la mano destra si regalava con la mano sinistra ai privati che hanno
visto incrementare i loro profitti.
E
non dimentichiamo: il pericolo che con la scusa dell’emergenza scelte e
provvedimenti provvisori diventino definitivi sulla pelle di studenti
docenti e famiglie.
LA SCUOLA DEVE ABBATTERE NON COSTRUIRE BARRIERE SOCIALI!
mercoledì 6 maggio 2020
Amazon, USA: “Pensi di essere potente? Ma siamo noi che abbiamo il potere”, Chris Smalls sul muso di Jezz Bezos
Fonte: Guardian, 2 aprile 2020
***
Caro Jeff Bezos,
quando mi sono proposto per lavorare ad
Amazon, la descrizione delle mansioni di lavoro era semplice. Diceva:
devi avere un diploma di scuola superiore o anche un semplice attestato
scolastico di base, e devi essere capace sollevare 50 libbre [poco più
di 25 kg]. Ora, a causa del covid-19, ci è stato detto che i lavoratori
Amazon sono “la nuova Croce rossa”. Ma noi non vogliamo essere degli
eroi. Noi siamo gente comune. Io non ho alcun attestato medico, né sono
stato formato per interventi di pronto intervento. Noi non dobbiamo
essere costretti a rischiare le nostre vite per andare a lavorare. Ma,
in questa situazione, lo siamo. E se qualcuno deve essere ritenuto
responsabile di questo, quella persona sei tu.
I lavoratori Amazon stanno andando al lavoro ammalati come cani, giusto per guadagnare 2 dollari in più all’ora rispetto alla loro paga base. Sai come chiamo questa cosa? Soldi sporchi di sangue.
Io ho lavorato per Amazon per cinque anni.
Fino alla scorsa settimana, quando sono stato licenziato dal magazzino
di State Island a New York, ero il supervisore di un gruppo di 60-100
pickers [raccoglitori], che prendono i pacchi dalle macchine di
smistamento, li preparano e li mettono sui nastri trasportatori pronti
per la spedizione.
All’inizio di marzo, prima che venisse
confermato il primo caso di covid-19 dentro il magazzino, mi accorgevo
che c’erano persone che si ammalavano. Avevano diversi sintomi: fatica,
stordimento, vomito. Ho parlato con il responsabile delle risorse umane.
Gli ho detto: ehi, c’è qualche cosa che sta andando storto qui. È
necessario mettere in quarantena il magazzino. Volevo che prendessimo
l’iniziativa. Ma il management non è stato d’accordo con me, e mi ha
assicurato che loro stavano seguendo tutte le raccomandazioni e le linee
guida del CDC [Center for Disease Control and Prevention].
La mancanza di protezioni mi preoccupava.
Nei magazzini ci sono guanti, ma sono di gomma, non sono quelli giusti
in lattice. Non ci sono mascherine. L’igienizzante per le mani è scarso.
Le persone vanno in giro per gli stabilimenti con i propri personali
igienizzanti, i fortunati che ne hanno trovato uno in qualche negozio.
A causa di queste condizioni non mi
sentivo sicuro, quindi ho preso dei giorni di permesso, e sono rimasto a
casa per evitare di ammalarmi. Ma alla fine, quando ho finito i giorni
di permesso, sono dovuto tornare al lavoro. Altri miei colleghi di
lavoro non hanno questa possibilità. Molti miei colleghi e amici di
lavoro presso la struttura di Amazon hanno condizioni di salute
precarie. Alcuni hanno l’asma, chi il diabete, chi il lupus.
Altri sono anziani, e ci sono donne incinta. Loro non sono andati al
lavoro per un mese intero, e non hanno ricevuto la paga. Le uniche cose
che possono fare è salvare le loro vite. Se si prendono il virus, sono
sicuramente morti. Uno dei miei amici di lavoro, che è malato di lupus,
è andato a vivere con i suoi parenti, così non deve pagare l’affitto.
Puoi immaginare cosa sarebbe stato per lui se non avesse avuto questa
possibilità? Ora sarebbe molto probabilmente un senzatetto.
Un altro problema è che Amazon ha imposto gli straordinari obbligatori per mantenerci al passo con gli ordini on line.
Il risultato è che i lavoratori Amazon stanno andando al lavoro
ammalati come cani, giusto per guadagnare 2 dollari in più all’ora
rispetto alla loro paga base. Sai come chiamo questa cosa? Soldi sporchi
di sangue.
I
lavoratori che vogliono guadagnare di più stanno lavorando fino a 60
ore la settimana, e rischiando la loro vita. Alcuni continuano a
lavorare anche se sono malati. Quando qualcuno tossisce o starnutisce,
dice che è a causa delle allergie. Stare nello stabilimento in questo
periodo è cosa che fa spavento.
Quando sono tornato al lavoro martedì
scorso, ho parlato con uno del mio gruppo che sembrava veramente
ammalato. Lei mi ha detto che aveva paura, pensava di avere il
coronavirus e ha cercato di fare un controllo. Io le ho detto di tornare
a casa e prendersi un po’ di riposo. Due ore più tardi abbiamo avuto un
meeting con i manager. E questo è accaduto quando siamo stati informati
del primo caso di covid-19. La cosa pazzesca è che i dirigenti ci hanno
detto di non dire nulla agli altri lavoratori. Loro ci tenevano molto a
tenere la cosa segreta.
Io ho pensato che questa segretezza era
sbagliata. E non appena è finita la riunione con i manager, ho
raccontato quanto stava accadendo a quante più persone ho potuto. Subito
dopo ho cominciato ad inviare email al dipartimento della salute dello
stato di New York, al Governatore, al CDC. Ho chiamato la polizia
locale. Ho fatto tutto quello che potevo affinché il magazzino venisse
sanificato nel modo appropriato, ma l’amministrazione è finora troppo
sovraccarica per fare qualcosa. Allora ho compreso che avrei dovuto fare
qualcosa da me.
Ho cominciato a parlare e a mettere a
conoscenza della cosa tutti i lavoratori all’interno dello stabilimento.
Ho avuto riunioni nelle aree comuni e molti lavoratori si sono uniti a
noi per esprimere le loro preoccupazioni. La gente era spaventata. Siamo
andati tutti nell’ufficio del general manager per chiedere la chiusura
del magazzino in modo che venisse fatta la sanificazione. Gli abbiamo
anche detto che volevamo comunque essere pagati durante la chiusura.
Un’altra nostra richiesta riguardava gli altri lavoratori che non
possono venire al lavoro per motivi di salute: dovevano essere
ugualmente pagati. Perchè avrebbero dovuto correre il rischio di
prendere il virus per poter mettere del cibo in tavola?
Questa azienda sta facendo trilioni di
dollari. Ma ancora le nostre richieste stanno cadendo su orecchie che
non vogliono sentire. E’ pazzesco. A loro non interessa se noi ci
ammaliamo. Amazon pensa che noi possiamo essere sacrificati.
Siccome Amazon non dava risposte, io ed altri lavoratori che la pensavano come me abbiamo deciso di fare il walk-out (uscire dal magazzino) e allertare i media
su cosa stava accadendo. Il martedì eravamo 60 lavoratori. Molti di
loro hanno parlato con i giornalisti. E’ stato bellissimo, ma
sfortunatamente mi è costato il posto di lavoro.
Sabato,
pochi giorni prima del walk-out, Amazon mi aveva comunicato che
volevano mettere in quarantena “per motivi di salute” perché avevo avuto
contatti con qualcuno che si era ammalato. La cosa non aveva senso
perché lo stavano facendo solo con me, e non anche con altri lavoratori.
Ho pensato che ero il loro bersaglio perché ero sotto i riflettori. Ma
la cosa non ha funzionato. Ho cominciato a ricevere telefonate da
lavoratori di Amazon da tutto il paese, e tutti volevano unirsi per fare
anche loro il walk-out. Stiamo iniziando una rivoluzione, e tutte le
persone nel paese ci sostengono.
Se tu sei un cliente di Amazon, è adesso
che puoi realizzare il vero social distancing: astieniti dal cliccare
sopra il bottone “compra ora”. Vai al negozio di alimentari, in questo
modo puoi salvare molte vite.
E quanto a te, signor Bezos, il mio
messaggio è semplice. Non me ne frega niente del tuo potere. Tu pensi di
essere potente? Ma siamo noi quelli che hanno il potere. Senza il
nostro lavoro, cosa puoi fare? Tu non farai soldi. Noi abbiamo il
potere. Noi facciamo i soldi per te. Non lo scordare mai.”
venerdì 1 maggio 2020
Dichiarazione di solidarietà con il Rojava di fronte alla guerra e alla pandemia globale!
COVID-19, che ha messo in quarantena un numero innumerevole di città e
ha paralizzato interi settori economici, non ha ancora fermato la
continua guerra sporca della Turchia e del suo alleato Daesh contro la
popolazione della regione settentrionale della Siria, che ha dovuto
continuare a difendersi senza alcuna tregua. In questo momento,
l’assedio dormiente della Siria, promosso dalla Russia nel suo tentativo
di essere egemone nella regione, è stato evidente, perché sta
utilizzando questi territori come scenario di confronto contro
l’imperialismo americano.
Attualmente, queste persone devono ora lottare contro la propagazione del nuovo coronavirus nei loro territori. L’amministrazione autonoma del Rojava affronta questo pericolo in uno stato di debolezza a causa della difficoltà di mantenere il suo sistema sanitario funzionante nonostante la guerra.
In questo momento tutte le organizzazioni popolari dovrebbero agire insieme per sfidare la guerra e aiutare il più possibile i popoli curdi, arabi e assiri, affinché la loro autonomia e il loro diritto all’autodeterminazione nei loro territori siano giustamente rispettati. Di fronte al silenzio cinico e ipocrita dello Stato e della borghesia, noi, anarchici del mondo, ribadiamo ancora una volta la nostra solidarietà internazionalista e dal basso con la rivoluzione del Rojava, così che essa trionfi sulla pandemia globale del coronavirus e sulla pandemia della guerra.
Di fatto, coloro che continuano a fare la guerra alle persone mentre i sistemi sanitari stanno crollando a causa di COVID-19 sono due volte più criminali.
Basta a tutte le guerre!
PER LA VITA E LA LIBERTÀ! LUNGA VITA AL ROJAVA!
Alternativa Libertaria / Federazione dei Comunisti Anarchici – AL/fdca (Italia)
Aotearoa Workers Solidarity Movement – AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
Die Plattform (Alemanya)
Embat, organització llibertària de Catalunya (Catalogna)
Federación Anarquista de Rosario – FAR (Argentina)
Federación Anarquista Santiago – FAS (Cile)
Federación Anarquista de Uruguay – fAu (Uruguay)
Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
Libertaere Aktion (Svizzera)
Melbourne Anarchist Communist Group – MACG (Australia)
Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
Union Communiste Libertaire – UCL (Francia)
Workers Solidarity Movement – WSM (Irlanda)
LINK ORIGINALE
Attualmente, queste persone devono ora lottare contro la propagazione del nuovo coronavirus nei loro territori. L’amministrazione autonoma del Rojava affronta questo pericolo in uno stato di debolezza a causa della difficoltà di mantenere il suo sistema sanitario funzionante nonostante la guerra.
In questo momento tutte le organizzazioni popolari dovrebbero agire insieme per sfidare la guerra e aiutare il più possibile i popoli curdi, arabi e assiri, affinché la loro autonomia e il loro diritto all’autodeterminazione nei loro territori siano giustamente rispettati. Di fronte al silenzio cinico e ipocrita dello Stato e della borghesia, noi, anarchici del mondo, ribadiamo ancora una volta la nostra solidarietà internazionalista e dal basso con la rivoluzione del Rojava, così che essa trionfi sulla pandemia globale del coronavirus e sulla pandemia della guerra.
Di fatto, coloro che continuano a fare la guerra alle persone mentre i sistemi sanitari stanno crollando a causa di COVID-19 sono due volte più criminali.
Basta a tutte le guerre!
PER LA VITA E LA LIBERTÀ! LUNGA VITA AL ROJAVA!
Alternativa Libertaria / Federazione dei Comunisti Anarchici – AL/fdca (Italia)
Aotearoa Workers Solidarity Movement – AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
Die Plattform (Alemanya)
Embat, organització llibertària de Catalunya (Catalogna)
Federación Anarquista de Rosario – FAR (Argentina)
Federación Anarquista Santiago – FAS (Cile)
Federación Anarquista de Uruguay – fAu (Uruguay)
Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
Libertaere Aktion (Svizzera)
Melbourne Anarchist Communist Group – MACG (Australia)
Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
Union Communiste Libertaire – UCL (Francia)
Workers Solidarity Movement – WSM (Irlanda)
LINK ORIGINALE
sul primo maggio al tempo della quarantena da covid19 a Pordenone
Puntuale
come un orologio svizzero è arrivata la diffida del questore nei nostri
confronti. La seconda dopo quella del 25 aprile.
La pubblichiamo, così si sputtanano una volta per tutte gli spacciatori di fake news ovvero Telepordenone, il Gazzettino, il Sindaco Alessandro Ciriani e i loro fascio-fan club.
La diffida (risposta negativa) è l'atto formale con cui la questura risponde ad una notifica ovvero alla comunicazione da parte di un singolo o un gruppo di persone dell'intenzione di svolgere un evento su suolo pubblico.
Questo è l'unico documento esistente a firma nostra, il resto sono bufale. Se la nostra notifica non avesse avuto intoppi ci avrebbero rilasciato solo delle prescrizioni
Come scritto da subito e come era naturale che fosse nessuna denuncia, querela, segnalazione in questura era stata fatta riguardo al presidio dei commercianti, presidio concordato col Sindaco di Pordenone, di cui tutti avevano notizia, dalla stampa alla questura.
La notifica conteneva, come detto da subito, tra i vari riferimenti anche il nulla osta alla manifestazione dei commercianti motivo per cui non avrebbero potuto impedirci di realizzare la nostra.
Almeno così pensavamo.
Farebbe ridere assai l'idea che una manifestazione pubblica, già attuata in gran parte d'Italia e in corso dappertutto, annunciata ovunque avesse bisogno della segnalazione degli anarchici, farebbe ridere se non fosse che i faziosi della legalità, beccati in castagna, cercano invece in tutti i modi di scaricare su altri le proprie responsabilità ovvero aver garantito l'impunità ai commercianti esponendoli invece alla repressione.
La questura nel consegnarci la diffida ha sottolineato che tutti quelli che saranno individuati in manifestazione saranno sanzionati in violazione DPCM, per tanto visto il solito accanimento poliziesco non ce la sentiamo di mettere a repentaglio i redditi già martoriati in questo periodo di quarantena di operai, cassaintegrati, precari e disoccupati.
Se per sindaco e questore esistono lavoratori di serie A e altri di serie B, noi ribadiamo che solo una rinnovata coscienza di classe può farci uscire dalle secche di un capitalismo che tutto travolge, impoverendo e devastando.
Tutti debbono poter manifestare liberamente, senza discriminazioni, senza gerarchie.
La pubblichiamo, così si sputtanano una volta per tutte gli spacciatori di fake news ovvero Telepordenone, il Gazzettino, il Sindaco Alessandro Ciriani e i loro fascio-fan club.
La diffida (risposta negativa) è l'atto formale con cui la questura risponde ad una notifica ovvero alla comunicazione da parte di un singolo o un gruppo di persone dell'intenzione di svolgere un evento su suolo pubblico.
Questo è l'unico documento esistente a firma nostra, il resto sono bufale. Se la nostra notifica non avesse avuto intoppi ci avrebbero rilasciato solo delle prescrizioni
Come scritto da subito e come era naturale che fosse nessuna denuncia, querela, segnalazione in questura era stata fatta riguardo al presidio dei commercianti, presidio concordato col Sindaco di Pordenone, di cui tutti avevano notizia, dalla stampa alla questura.
La notifica conteneva, come detto da subito, tra i vari riferimenti anche il nulla osta alla manifestazione dei commercianti motivo per cui non avrebbero potuto impedirci di realizzare la nostra.
Almeno così pensavamo.
Farebbe ridere assai l'idea che una manifestazione pubblica, già attuata in gran parte d'Italia e in corso dappertutto, annunciata ovunque avesse bisogno della segnalazione degli anarchici, farebbe ridere se non fosse che i faziosi della legalità, beccati in castagna, cercano invece in tutti i modi di scaricare su altri le proprie responsabilità ovvero aver garantito l'impunità ai commercianti esponendoli invece alla repressione.
La questura nel consegnarci la diffida ha sottolineato che tutti quelli che saranno individuati in manifestazione saranno sanzionati in violazione DPCM, per tanto visto il solito accanimento poliziesco non ce la sentiamo di mettere a repentaglio i redditi già martoriati in questo periodo di quarantena di operai, cassaintegrati, precari e disoccupati.
Se per sindaco e questore esistono lavoratori di serie A e altri di serie B, noi ribadiamo che solo una rinnovata coscienza di classe può farci uscire dalle secche di un capitalismo che tutto travolge, impoverendo e devastando.
Tutti debbono poter manifestare liberamente, senza discriminazioni, senza gerarchie.
Iniziativa Libertaria - Pordenone
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