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sabato 15 luglio 2017

Cripto-monete e cripto-bolla?












L’invito di Varoufakis rivolto al presidente dell’Ecuador Lenin Moreno (durante il loro incontro di fine aprile) di usare la moneta elettronica per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le importazioni può apparire bizzarro, ma in realtà l’ex-ministro greco si riferiva ad un mondo a lui ben noto, ma in realtà poco conosciuto: quello del mercato delle monete elettroniche (bitcoin è la più famosa), digitali, cripto-monete o “alt.coins”.
Il cui valore di mercato si è triplicato nel periodo gennaio-maggio 2017 fino a $60mld (cfr: https://coinmarketcap.com)
La più famosa di queste monete, specialmente dopo l’attacco hacker di maggio 2017 in cui si chiedeva un riscatto per decriptare i files rubati [pare che finora siano 80.000 i danneggiati che hanno pagato], è la bitcoin.
1. Quante bitcoins ci sono in giro?
Circa 16.3 milioni con 1800 nuove emissioni al giorno.
Una domanda crescente ha portato la bitcoin fino ad un prezzo di oltre $2750  (cfr. https://www.mataf.net/, ), ben oltre il valore di $450 di un anno fa.
Un grande business? Sì, ma con qualche problema. Agli inizi del 2017 una di queste cripto-monete, Bitfinex, ha avuto dei problemi con le banche di riferimento che non erano in grado di pagare in valuta reale i detentori dei conti in cripto-moneta. Costoro hanno dovuto dunque usare le loro bitfinex per acquistare bitcoins da cambiare con valuta reale altrove.
2. Chi usa le cripto-monete?
Investitori ufficiali come le family offices [società di servizi che gestiscono il patrimonio di una o più famiglie facoltose agendo come centro di coordinamento per la gestione finanziaria e amministrativa], ed  i famigerati  hedge funds.
Agiscono sui mercati over-the-counter [caratterizzati dal non avere i requisiti riconosciuti ai mercati regolamentati; sono mercati la cui negoziazione si svolge al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali e dei controlli].  (cfr. btcmiami.com/speaker/mike-komaransky/).
Dal momento che il punto debole della bitcoin è la limitata capacità del sistema, è aumentata la domanda per altre “alt.coins”.
Il sistema della bitcoin può gestire solo sette transazioni al secondo, rispetto alle migliaia di transazioni gestite dai servizi di pagamento convenzionali.
3. Dunque meglio diversificare.
Il sito CoinMarketCap ne elenca circa 800, dalla ArcticCoin, una misteriosa cripto-moneta russa alla ZCoin che vanterebbe una maggiore riservatezza.
L’ultima arrivata è Ripple, la cui capitalizzazione è esplosa in maggio passando da un valore di $2mld a $13mld.
Infine Ethereum, [da etere, cfr. http://ethblogitalia.it/] è saltata da un valore di mercato di $700mln in gennaio ai $8,6mld in maggio!!
Ma proprio quest’ultima potrebbe innescare la classica bolla.
I detentori di ethereum, sentendosi più ricchi, hanno iniziato ad investire nelle ICOS [Initial Coin Offers, offerta iniziale di monete digitali]. Ci sono start-up che vendono i propri “tokens” [gettoni/monete digitali] o sub-valute di ogni tipo, la cui esistenza dipende da ethereum.
Nel 2017 sono già state lanciate 38 ICOS, che hanno raccolto più di $150mln (cfr. www.smithandcrown.com).
Questo risultato ha attirato sempre più denaro verso le monete digitali.
Alcuni profitti sono stati ripagati in bitcoin ed in alt.coin.
Il mercato di scambio tra monete digitali è cresciuto di 10 volte con una media di $2mld al giorno (cfr. https://shapeshift.io/, una società di crypto-to-crypto exchange).
4. Ora la questione non è se il vento cambierà, ma quando.
Che succede se le ICOS, che sono completamente prive di controllo, iniziano ad andare male?
E cosa succede se gli emittenti moneta si ritrovano in assenza di denaro o se i regolatori del mercato iniziano a bloccare certe offerte?
Intanto, se da un lato è alquanto agevole comprare moneta digitale con denaro reale, dall’altro venderne grandi quantità potrebbe diventare più difficile, come dimostrato dal caso bitfinex ed altre cripto-monete. IL che rende improbabili flussi improvvisi.
La nascita e la crescita di diverse monete digitali hanno portato il sistema delle cripto-monete ad essere più vasto di quello della bitcoin, sebbene quest’ultima mantenga il suo ruolo di moneta di riserva, restando la più forte nella blockchain [è una base di dati distribuita, introdotta dalla valuta Bitcoin che mantiene in modo continuo una lista crescente di risultati, i quali fanno riferimento a risultati precedenti presenti nella lista stessa ed è resistente a manomissioni].

https://coinmarketcap.com
Tuttavia bitcoin rappresenta meno della metà della capitalizzazione di mercato di tutte le monete digitali (vedi grafico).In caso di bolla, non tutte potrebbero crollare.

 https://coinmarketcap.com










C’è da augurarsi che i lavoratori pubblici dell’Ecuador continuino a resistere alle tentazioni digitali da cui era stato posseduto il bolivariano ex-presidente Rafael Correa, il quale deve aver pensato che nel “socialismo del XXI secolo” di marca chavista potevano starci anche le monete digitali, purchè di Stato (cfr.http://www.economyup.it/innovazione/2142_ecuador-primo-al-mondo-a-lanciare-la-moneta-elettronica-statale.htm).
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca

venerdì 28 aprile 2017

Brexit dura o mite? Il caso dell’Irlanda
















Sabato 29 aprile, si riunirà il Consiglio Europeo straordinario a 27 membri (art.50) per discutere gli orientamenti per i negoziati sulla Brexit.
Inizia un travagliato percorso che potrebbe avere serie ripercussioni non solo sul Regno Unito, ma anche su altri paesi ad esso fortemente correlati da interessi economici.
Uno di questi è sicuramente l’Irlanda.
La strategia del burro

Nel 1962, Tony O’Reilly, presidente della Camera del Commercio irlandese ebbe un’idea che avrebbe trasformato l’economia irlandese.
Quella di creare un marchio per il burro irlandese con cui invadere il mercato britannico.
Venne così creato il marchio Kerry-gold ed il burro veniva venduto in piccoli panetti, confezionati in modo tale da poter essere ispezionati dai consumatori per accertarsi della bontà del prodotto.
Altri prodotti irlandesi da esportazione presero esempio dal burro della Kerry-gold, tanto da  mutare la percezione delle possibilità del mondo degli affari irlandese.
Ruggito e raucedine della Tigre Celtica

Mezzo secolo dopo, l’Irlanda si era trasformata in un hub del commercio globale.
Quasi il 90% delle sue esportazioni è nelle mani di mulitinazionali, di cui la maggior parte sono giganti americani come l’Intel (che produce componenti per i computer) e la Pfizer (che produce farmaci). Per non parlare della Apple e della multa di 13 mld di euro che la UE ha comminato all’Irlanda [che ha fatto ricorso per violazione della “sovranità nazionale”]  per aver concesso un trattamento fiscale privilegiato alla multinazionale americana.
Ma ci sono anche industrie locali, come appunto il Kerry Group.
L’economia irlandese è sostanzialmente fondata sul dualismo tra una componente “moderna” a capitale intensivo, nelle mani dei finanziamenti esteri (USA in primis), ed una componente “tradizionale” basata sulla produzione intensiva -ad alta occupazione- di prodotti alimentari, che ancora insistono sul mercato britannico.
La Brexit potrebbe influenzare in modo del tutto opposto queste due componenti.
Per decenni l’Irlanda si è proposta ai capitali delle multinazionali come il punto d’ingresso di lingua inglese per il mercato unico europeo, potendo offrire condizioni fiscali molto favorevoli.
Ora la Brexit potrebbe rafforzare questo ruolo della ex-Tigre Celtica.
Infatti, l’IDA (Agenzia di Stato per lo Sviluppo irlandese) segnala le preoccupazioni di istituti bancari e  compagnie di assicurazioni  sul fatto che le loro filiali a Londra possano perdere il diritto a vendere servizi finanziari negli altri paesi della UE e stanno quindi considerando un ritiro dall’UK ed un  ritorno in Irlanda, all’ombra di vantaggiose condizioni fiscali.
D’altra parte molte imprese del settore tecnologico hanno scelto l’Irlanda come loro sede centrale.
Ad esempio, Linkedin, sito di una rete a carattere professionale, ha ora uffici che occupano 1500 persone, mentre nel 2010 ne occupava solo…3!
E non mancano le imprese cinesi: la Huawei, che opera nelle telecomunicazioni, ha in Irlanda ben 3 centri.
Naturalmente a scapito dell’industria nazionale irlandese.
I timori per un “cliff-edge”
Quando la Kerrygold decollò negli anni ’60, quasi i 3/4 delle esportazioni di merci irlandesi andava nel Regno Unito.
Ora si parla del 13%, che sale al 17% se si considerano i servizi alle imprese.
Secondo alcuni analisti del Trinity College di Dublino, la quota di export irlandese verso l’UK sarebbe intorno ad 1/4 del totale.
Se nella globale catena di distribuzione di prodotti tecnologici, l’Irlanda costituisce solo una piccola frazione del valore aggiunto alle esportazioni che partono dall’isola verde, è invece alto il valore delle esportazioni di prodotti alimentari verso l’UK.
Metà delle industrie agro-alimentari irlandesi esportano verso il Regno Unito e si troverebbero in grave difficoltà se la Brexit portasse a dazi del 60% sulle importazioni in caso di applicazione
del temuto “cliff-edge” (bordo della scogliera),
che riporterebbe le regole di scambio a quelle stabilite dal WTO (World Trade Organization).
Non solo, l’Irlanda conta sul Regno Unito come terra-di-ponte per il trasporto dei suoi prodotti sul continente, abbattendo così i tremendi costi dei trasporti su gomma.
C’è anche sa dire che un quarto delle importazioni irlandesi proviene dall’UK, soprattutto le catene dei supermercati che sono di proprietà britannica.
Dunque la Brexit potrebbe avere effetti devastanti per l’industria agro-alimentare irlandese, che occupa manodopera irlandese; invece potrebbe avere effetti relativi e persino positivi sugli investimenti dall’estero soprattutto nelle grandi città come Dublino.
Dalla crisi del 2009 ad un nuovo ruolo post-Brexit?

Nel 2009 l’Irlanda era un paese devastato dalla crisi finanziaria: una recessione al -7,5%; un tasso di disoccupazione al 13,8% nel 2009 (12,5% nel marzo 2010); deflazione al 6,5% nello stesso 2009; un aumento del deficit pubblico da 33,6 miliardi di euro a 40,46 miliardi di euro,  contenuto da un rapporto debito-PIL del 63,7%, dato il già livello basso pre-crisi.
In cambio dell’aiuto di 70 mld di euro di UE e FMI nel 2014, lo Stato si era impegnato a tagliare la spesa pubblica per una quota da primato, tra il 15% e il 20% entro il 2014, scaraventando milioni di lavoratori e cittadini che si trovavano nelle fasce più disagiate della società, in una politica di austerità da lacrime e sangue.
L’Irlanda di oggi, con una crescita del PIL del 7,8 % nel 2015  ed una ripresa degli investimenti, punta ad una Brexit mitigata.
Mantiene le precedenti politiche opportunistiche mirate al reperimento di ingenti capitali esteri e ad una forte e rapida crescita in poco tempo, usando al solito la leva fiscale e le facilitazioni bancarie come forte elemento di attrazione.
Del resto Dublino è sempre stata più un complemento della City di Londra, piuttosto che una rivale, tanto da beneficiare dello status di quest’ultima.
Una Brexit mitigata, che lasciasse i dazi attuali per un certo periodo di tempo, darebbe anche il tempo alle imprese agro-alimentari irlandesi di ri-orientare il loro export verso altri mercati europei.
Compito non facile: come nel caso del burro Kerrygold, l’Irlanda dovrebbe nel breve futuro inventarsi un marchio per le sue carni, oppure francesizzare il suo formaggio Cheddar!!


Ufficio Studi Alternativa Libertaria/fdca
(cfr. The Economist, IDA, Trinity College of Dublin, Institute of International and European Affairs, Il Sole24Ore et cetera ….)

mercoledì 5 aprile 2017

No Global?






















Cosa ne è della globalizzazione contro cui abbiamo manifestato e lottato per più di 20 anni?
E quali basi reali ha l’attuale atteggiamento no-global che caratterizza la destra sovranista? Ma anche certa sinistra nazionalista?
Bisogna ficcare il naso nel business internazionale per capirci qualcosa.
1. La sbornia della globalizzazione
Per esempio nel caso della globalizzazione alimentare, sia i detrattori che i sostenitori considerano aziende multinazionali quelle che realizzano oltre il 30% delle loro vendite al di fuori del loro paese/regione, quelle che predano l’ecosistema modificandolo, quelle che dirigono il flusso di merci, servizi e capitali che tengono in vita la globalizzazione.
E sebbene queste multinazionali occupino solo il 2% della forza-lavoro mondiale, esse posseggono o manovrano tutte le supply chains che occupano oltre il 50% della forza-lavoro mondiale; inoltre il valore prodotto è pari al 40% del mercato merci occidentali; infine posseggono la maggior parte delle proprietà intellettuali a livello mondiale.
Ma qualcosa sta succedendo: la Yum che controlla la Kentucky Fried Chicken (pollo fritto) ha registrato nel 2012 un crollo del 20% dei suoi profitti all’estero ed ha gettato la spugna sul mercato cinese, spacchettando il suo business.
L’8 gennaio 2017 la MacDonald ha venduto ad un’azienda di stato cinese la maggioranza delle azioni delle sue aziende.
Se pensiamo alla (immeritata) fortuna che ebbe 25 anni fa il libro di Francis Fukuyama sulla fine della storia e la nascita di una democrazia mondiale in cui il capitalismo avrebbe avuto un ruolo di svolta, non dobbiamo dimenticare che già all’epoca la Shell, la Coca-Cola e Unilever si muovevano a livello globale, seppure come aziende libere con alle spalle un business nazionale.
Ma in questi 25 anni le nuove multinazionali son davvero diventate globali, ossessionate dai dati sui consumatori, sulla produzione, sulla gestione manageriale.
Bisognava globalizzarsi verticalmente, ricollocando la produzione e l’approviggionamento di materie prime, oppure orizzontalmente semplicemente andando a vendere sui nuovi mercati?
Comunque sia è stata un’ondata inarrestabile di acquisizioni di aziende rivali, di campagne pubblicitarie e di apertura di fabbriche dove conveniva.
Ben l’85% degli investimenti globali è stato creato dopo il 1990.
Come dicevano gli attivisti no-global nel 1999 a Seattle: le imprese integrate a livello globale funzionano come un’organizzazione unitaria piuttosto che come una federazione, oltrepasseranno ogni confine nazionale per perseguire l’integrazione della produzione e del valore prodotto a livello mondiale.
Curiosamente all’epoca la Warren Buffett preferì restare un monopolio in casa sua.
Nel 2016 gli investimenti delle imprese globali sono scesi del 10-15% mentre è dal 2007 che vi è una stagnazione sul mercato delle supply chains.
2. Quelli erano giorni sì…
Tre sono stati gli attori in campo nei quasi 25 anni di globalizzazione:
– gli investitori (mercati finanziari, banche, fondi-pensione, hedge-funds, operatori di Borsa, agenzie di transazioni internazionali, camere di compensazione, e tanto altro ancora…);
– i paesi-madre in cui hanno sede le multinazionali;
– i paesi ospiti che hanno ricevuto gli investimenti delle multinazionali;
tutti e tre convinti -per ragioni differenti- che la globalizzazione delle aziende avrebbe portato a risultati finanziari ed economici più alti.
Per gli investitori si trattava di trarre enormi profitti da un’economia di scala.
Mano a mano che la Cina, l’India e l’ex-URSS si aprivano e con la liberalizzazione del mercato europeo, le imprese potevano vendere lo stesso prodotto ad un maggior numero di consumatori.
Con l’integrazione globale le imprese erano in grado di armonizzare i vari segnali provenienti da varie parti del mondo, un gigantesco comprare e vendere contemporaneamente sui diversi mercati che avrebbe dovuto dare efficienza al sistema
Le imprese si sono avvalse delle competenze gestionali, dei capitali, dei marchi e della tecnologia accumulata nella parte ricca del pianeta.
Dai paesi emergenti hanno potuto ottenere forza-lavoro a buon mercato, materie prime ed una legislazione favorevole sull’inquinamento.
Per gli investitori, tutto questo significava che avrebbe reso i profitti più alti e più veloci.
Per i paesi-madre delle grandi multinazionali una spinta costante alla competizione per ottenere benefici domestici.
Nel 2007, alle multinazionali attive negli USA che coprivano il 19% dell’occupazione privata, va imputato il 25% dei salari, il 48% dell’export ed il 74% della ricerca e dello sviluppo. [fonte McKinsey, società internazionale di consulenza)
Ed è stato così per un bel pezzo.
3. C’è chi scende….
Eppure negli ultimi 5 anni le prime 700 multinazionali con sede nei paesi ricchi sono calate del 25% (fonte FTSE), mentre nel mercato domestico i profitti sono saliti del 2%.
Alla debolezza di alcune monete rispetto al dollaro, viene attribuito un peso relativo (1/3) nel calo dei profitti.
Un altro dato per misurare i profitti esteri delle multinazionali proviene dalle statistiche globali delle bilance dei pagamenti [« uno schema contabile che registra le transazioni tra i residenti in un’economia e i non residenti, in un dato periodo di tempo. Una transazione è un’interazione tra due entità istituzionali che avviene per mutuo consenso o per legge e comporta, tipicamente, uno scambio di valori (beni, servizi, diritti, attività finanziarie) o, in alcuni casi, il loro trasferimento senza contropartita.» (Banca d’Italia, Manuale della bilancia dei pagamenti e della posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, pag. 8)].
Per le imprese che hanno sede in paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i profitti esteri medi sono calati del 17% negli ultimi 5 anni.
Per le imprese statunitensi il calo si è fermato al 12%, grazie al settore hi-tech che tirava. Per le imprese non-americane, il calo è stato del 20%.

4. Il ROE

Un altro indicatore fondamentale per rapportare i profitti ai capitali investiti è il ROE (Return On Equity- indice di redditività del capitale proprio. Esprime, in massima sintesi, i risultati economici dell’azienda).
Non è la prima volta che facciamo ricorso a questo indicatore nelle nostre analisi e sulla nostra stampa.
Ebbene il ROE di quelle famose 700 grandi imprese sarebbe calato in 10 anni dal 18% all’11%.
Per i 3 paesi che hanno le sedi delle più grandi multinazionali (USA, UK, Olanda), il ROE sugli investimenti esteri è calato dal 4 all’8%.
La tendenza è simile per gli altri paesi membri dell’OCSE (fonte da grafico di The Economist: appena sopra il 5% OCSE insieme all’Olanda, mentre UK è sotto il 5% e gli USA sotto il 10%)
Le imprese con sede nei paesi emergenti, che incidono per 1/7 sull’attività globale delle imprese multinazionali, registrano un ROE all’8%.
La cinese Lenovo che aveva comprato la parte commerciale della IBM e parte di Motorola ha subito flop finanziari.
Nel 2012 l’azienda di stato cinese CNOOC aveva acquistato la canadese Nexen, produttrice di petrolio, da cui intende ora ritirarsi.
Come spiegare il deterioramento del ROE nelle multinazionali negli ultimi 5-10 anni?
Un paio di ragioni vanno individuate nel crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio (specialmente per le imprese energetiche).
Poi ci sono le banche e le batoste prese dalle imprese che forniscono servizi cruciali per la globalizzazione.
Ad esempio, hanno perso il 50% imprese di trasporto marittimo come la danese Maersk, imprese di transazioni internazionali come la cinese Mitsui, imprese di servizi alla catena di distribuzione per i dettaglianti come la cinese Li&Fung.
Ma il contagio è ovunque: metà delle grandi multinazionali hanno visto negli ultimi 3 anni un calo progressivo del ROE; il 40% di esse non tocca il 10%, e, attenzione: il ROE è utilizzato come indicatore per monitorare la capacità di un’impresa di creare un valore degno di considerazione.
Non se la passano bene nemmeno giganti come la Unilever, la General Electric, la Pepsi-Co e Procter&Gamble, in calo di 1/4 dei loro profitti più alti.
5. C’è chi sale….Chi se la passa bene sono i giganti della tecnologia.
I loro profitti coprono il 46% delle prime 50 multinazionali americane: il 17% in più rispetto a 10 anni fa.
La Apple ha fatturato $46 mld…nel 2016, 5 volte di più della General Electric.
Ma questi dati, come i precedenti, sembrano indicare che non vi è più una spinta espansiva negli investimenti e nei rendimenti.
Le vendite all’estero crescono più lentamente di quelle sui mercati nazionali.
In diversi settori globali (industria, consumi ciclici, finanza, componentistica di base. media&comunicazione,…) il ROE delle imprese locali è in crescita contro il calo delle multinazionali.
6. A chi dare la colpa?
I capitalisti se la prendono con i movimenti valutari, col collasso del Venezuela, con la depressione in UE, con la stretta sulla corruzione in Cina e via dicendo.
In realtà i vantaggi che erano stati creati con una una gigantesca economia di scala e con il poter comprare e vendere contemporaneamente su diversi mercati speculando sui prezzi stanno svanendo.
Le imprese globali sono diventate ardue da gestire a causa delle ingenti spese generali di funzionamento e dell’impatto delle complesse catene di rifornimento sul capitale.
Anche le opportunità offerte dai trattati internazionali sono sempre più logore: aumentano i salari in Cina (dure lotte, ma anche nuova politica a sostegno della domanda interna da parte del PCC), toccato il fondo del barile per i vantaggi fiscali offerti dai paesi ospiti.
7. Casa, dolce casa
Intanto le imprese concentrate sul mercato domestico si fanno vincenti.
In Brasile, due banche locali, la Itau e la Bradesco hanno scalzato grandi banche mondiali; in India, la Vodafone e la multinazionale indiana Bharti Airtel (attiva in 20 paesi) stanno perdendo utenze a vantaggio di Reliance, un’impresa locale.
In USA, le imprese locali del petrolio da scisto sono tornate ad essere competitive rispetto alle grandi majors del petrolio.
In Cina, le imprese locali che producono gnocchi si stanno mangiando il mercato della KFC (la più famosa catena di ristorazione statunitense specializzata in pollo fritto).
Globalmente, la quota dei profitti globali delle multinazionali sarebbe passata negli ultimi 10 anni dal 35% al 30%.
8. Nell’era della crisi finanziaria
Questi anni di crisi cambiano la percezione sulle multinazionali nei paesi-madre: vengono viste come un fattore di iniquità.
Hanno creato posti di lavoro all’estero, ma non in patria, dove cresce la disoccupazione.
Negli USA, tra il 2009 ed il 2013, solo il 5% di nuovi posti di lavoro (400.000) viene creato dalle multinazionali statunitensi.
La crisi ha portato ad uno sfilacciamento dell’ordito di regole costruite per sostenere la globalizzazione: dalla contabilità globale all’antitrust, dal riciclaggio di denaro alle regole sui capitali bancari.
Le acquisizioni di imprese occidentali vengono sottoposte a vincoli dai governi nazionali per salvaguardare i posti di lavoro e gli impianti.
I trattati internazionali come il TPP ed il TTIP sono falliti.
Gli stessi tribunali internazionali istituiti dalle multinazionali per aggirare i tribunali nazionali sono oggi sotto attacco.
9. Protezionismo e paradisi fiscali
Tuttavia la globalizzazione ha ormai radici così profonde che eventuali politiche protezionistiche ricorrendo a dazi sulle importazioni per favorire le imprese nazionali potrebbero non funzionare come al tempo che fu.
Oltre la metà delle esportazioni globali, in termini di valore, oltrepassa un confine almeno due volte prima di giungere ai consumatori, per cui una politica protezionistica risulterebbe dannosa.
Altrimenti si ricorre al fisco ed alle politiche muscolari dei vecchi tempi.
Una multinazionale-tipo dispone di almeno 500 entità legali, frequentemente domiciliate in paradisi fiscali.
Essa negli USA pagherebbe circa il 10% di tasse per i suoi profitti esteri.
La UE sta cercando di andare oltre.
Ha usato la mano pesante con il Lussemburgo che offriva accordi vantaggiosi alle multinazionali per indurle a parcheggiarvi i loro profitti; ha colpito la Apple con una sanzione di $15 mld per aver violato le regole sugli aiuti di Stato facendo profitti in Irlanda, dove si era procurata un accordo fiscale su misura.
Gli USA, da parte loro, hanno impedito alle grandi imprese di ricorrere alla “inversione” legale che consente di spostare la loro base imponibile all’estero: vedi il caso del colosso farmaceutico Pfizer.
Nel Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno proposto una revisione del sistema fiscale che permetterebbe alle imprese esportatrici che riportano i loro profitti in patria di godere di agevolazioni fiscali, mentre verrebbero penalizzate le imprese che spostano la produzione all’estero.
Lo scorso 3 gennaio 2017, la Ford ha cancellato la costruzione di una nuova fabbrica in Messico per investire di più in patria.
Il presidente Trump sta facendo pressioni sulla Apple perchè porti in patria la gran parte della sua catena di distribuzione.
Se questa dovesse divenire una tendenza consistente e continua, i costi fiscali ed il costo del lavoro delle imprese globali porterebbero ad una contrazione dei profitti.
E’ stato calcolato che se le multinazionali americane spostassero un quarto dell’occupazione estera in patria, retribuita con i livelli salariali americani, e pagassero le tasse in patria invece che all’estero, ci sarebbe un crollo del 12% dei loro profitti, escluse le spese per eventuali nuove fabbriche in USA.
10. E i paesi ospiti?
Chi sembra essere ancora entusiasta della globalizzazione sarebbero i cosiddetti “paesi ospiti”, che ricevono gli investimenti delle multinazionali in cambio di politiche fiscali, occupazionali ed ambientali favorevoli, ancorchè antiproletarie.
La Cina si dice preoccupata di un ritorno alle economie nazionali; e sì che nel 2010 il 30% della sua produzione industriale ed il 50% delle esportazioni derivava da filiali o da joint-ventures delle multinazionali.
Il Messico ha venduto le sue azioni petrolifere ad imprese estere come la ExxonMobil e la Total.
L’Argentina vuole attirare imprese straniere per uscire dall’ennesima crisi.
L’India ha lanciato la campagna “fallo in India” per attirare le catene di distribuzione multinazionali. Secondo un monitoraggio dell’OCSE sul grado di apertura dei “paesi ospiti”, non vi è stato alcun deterioramento dagli inizi della crisi finanziaria.
Tuttavia ci sono nuvole in arrivo.
La Cina ha operato un giro di vite sulle imprese estere per promuovere “l’innovazione indigena”.
I padroni cinesi vogliono che aumentino i prodotti di provenienza locale e che la proprietà intellettuale resti a livello locale.
Industrie strategiche come internet sono intedette agli investimenti esteri.
Si teme che se l’atteggiamento della Cina diventa contagioso, le imprese multinazionali sarebbero costrette ad investire di più in patria creando posti di lavoro.
Un effetto speculare alle pressioni politiche in atto.
11. Cambiamenti nei paesi ospiti
Il malumore dei paesi ospiti verso le multinazionali è cresciuto.
Il fattore scatenante sembra essere lo spostamento dell’attività delle multinazionali verso i cosiddetti “servizi intangibili” (proprietà intellettuale, tecnologia, finanza, brevetti sui farmaci).
Attualmente è da questi servizi che deriva il 65% dei profitti esteri estratti dalle prime 50 multinazionali americane.
Dieci anni fa era solo il 35%.
Quel 65% tende a crescere, mentre per Europa e Giappone non vi è molto spazio data la mancanza di grandi imprese multinazionali ad alta tecnologia.
In queste condizioni, sembra non esserci alcun “appetito” delle multinazionali a riprodurre in Africa o in India quella diffusione di centri manifatturieri che avevano invece promosso in Cina.
Si crea così un effetto specchio, per cui nemmeno i paesi ospiti sono ora così impazienti di aprirsi alle multinazionali se non ci sono investimenti nella manifattura.
Nel 2000, ogni miliardo di dollari investiti sul mercato mondiale produceva 7000 posti di lavoro e $600 milioni di esportazioni su base annuale.
Oggi, quello stesso miliardo di dollari rappresenta solo 3000 posti di lavoro e solo $300 milioni di esportazioni su base annuale.
Le più recenti stelle della Silicon Valley stanno avendo serie controversie all’estero.
Nel 2016, in Cina, Uber ha venduto ad un operatore locale tutto il suo business, dopo un duro scontro.
Lo scorso dicembre, in India, due campioni digitali come la Ola (impresa on-line di trasporto a chiamata) e la Flipkart (sito di acquisti on-line) hanno chiesto al governo un intervento protezionista contro Uber ed Amazon, accusate di costituire dei monopoli senza creare posti di lavoro e di portarsi via i profitti in America.
Alcune multinazionali saltano tra i dazi, costruendo nuove fabbriche in paesi protezionisti.
Molte ristrutturano, cedono autonomia alle filiali all’estero per cercare di dar loro un profilo più locale.
Altre hanno deciso di farla finita.
12. Precedente storico
Una situazione del genere per le multinazionali si è riscontrata all’indomani della Grande Depressione.
Tra gli anni ’30 e ’70 gli investimenti sull’estero erano calati di circa 1/3 rispetto al PIL mondiale.
La ripresa si ebbe solo nel 1991.
13. Situazione incerta
Oggi le multinazionali stanno ripensando come tornare a fare profitti.
La maggior parte di loro non opera sui mercati interni. Solo 1/3 della loro produzione viene acquistata dalle loro filiali.
E le catene delle forniture all’estero fanno il resto.
Sembra perso il controllo sulle innovazioni e su come innovare la gestionalità dell’impresa.
Dove mantengono brevetti su marchi di valore, si trovano ancora in una situazione di vantaggio come nella produzione di motori per i jet, in cui l’economia di scala permette ancora di spalmare i costi sul mondo intero.
Ma i benefici sono inferiori alle attese.
La perdita di terreno si evidenzia anche nel poco valore prodotto rispetto alla quantità di attività.
E torniamo ad usare il ROE (return on equity) come indicatore: circa il 50% degli investimenti su estero produce un ROE di meno del 10%.
Intanto la Ford e la General Motors (che -guarda caso- ha detto no alla fusione proposta da Marchionne/FCA) fanno l’80% dei loro profitti in Nord America, cosa che fa pensare che i loro profitti esteri siano abissali.
Molte imprese che hanno cercato di globalizzarsi sembrano funzionare meglio su base nazionale o regionale.
Hanno capito che l’aria è cambiata.
Rivenditori come la Tesco (UK) e la Casino (Francia) hanno abbandonato molti dei loro punti vendita all’estero.
Lo stesso hanno fatto due giganti della telefonia americana, AT&T e Verizon.
Le imprese finanziarie si ritirano nei loro mercati cruciali,
Lafarge-Holcim, un’impresa che fa cemento, venderà (se non lo ha già fatto) i suoi cementifici in India, Corea del Sud, Arabia Saudita e Vietnam.
A dieta anche multinazionali di successo come Procter&Gamble.
Le sue vendite all’estero sono diminuite di quasi 1/3 a partire dal 2012, costrigendola a chiudere o vendere i punti deboli.
14. Il futuro?
Le tendenze sembrano essere tre.
La prima.
Solo un ridotto numero di multinazionali di alto livello cercherà di radicarsi nei paesi ospiti, cercando di placare le preoccupazioni di carattere nazionalistico.
La General Electric sta ri-localizzando la sua produzione, la sua catena di di forniture e la gestione.
La Emerson, una conglomerata che ha oltre 100 fabbriche fuori degli USA, ha l’80% della sua produzione nelle regioni in cui viene venduta.
Alcune imprese straniere potrebbero investire di più in produzione con base in America al fine di evitare i dazi, salvo provvedimenti contrari di Trump, come fecero le fabbriche di auto giapponesi negli anni ’80.
Ma occorre essere molto grandi.
La Siemens, gigante industriale tedesco, ha negli USA 50.000 dipendenti e 60 fabbriche.
Per le medie industrie si pone il problema delle risorse da investire su tutti i mercati.
Il ceto politico nazionale, messo di fronte all’acquisto di aziende nazionali da parte di multinazionali, ora chiede che venga preservato il carattere nazionale dell’azienda (cioè mantenere posti di lavoro, pagamento delle tasse e investimenti in ricerca e sviluppo).
Nel 2016, la SoftBank, un’azienda giapponese che ha comprato la ARM, un’impresa britannica che fabbrica microprocessori, ha sottoscritto questi impegni.
La stessa cosa ha fatto la cinese Sinochem che sta comprando la sua rivale svizzera Syngenta che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura.
Il boom degli acquisti cinesi all’estero, nel frattempo, potrebbe esaurirsi o esplodere, dal momento che molti di questi acquisti contano su prestiti agevolati da parte delle banche di stato, cosa che oggi non ha molto senso finanziario.
La seconda.
Il ruolo di uno strato sempre più esiguo di multinazionali che posseggono proprietà intellettuale e digitali.
Vale a dire imprese tecnologiche come Google e Netflix, le multinazionali dei farmaci e le imprese che usano il franchising con le aziende locali come un modo economico per mantenere una presenza globale con tutti i vantaggi che porta il mercato.
L’industria degli hotel, con i suoi grandi marchi come l’Hilton e l’Intercontinental è il primo esempio della nuova tattica.
McDonald sta adottando un modello di franchising in Asia.
Queste multinazionali “intangibili” probabilmente cresceranno velocemente, ma dato che non creano molti posti di lavoro tendono a diventare oligopoli senza beneficiare della protezione delle regole del commercio internazionale globale, il quale si occupa per lo più di merci fisiche, e rischiano di andare a sbattere contro le ripercussioni nazionaliste.
La terza.
Il ruolo di un crescente numero di piccole imprese che usano l’e-commerce per vendere e comprare su scala globale.
Più del 10% di queste imprese statunitensi già lo fa.
La PayPal, un gigante delle imprese di pagamenti on-line, dichiara che le transazioni in cui sono coinvolte queste multinazionalette stanno crescendo ad un livello di $80 miliardi all’anno e sempre più velocemente.
Jack Ma, il boss della famosa impresa di e-commerce Alibaba, va dicendo che secondo lui in Cina si assisterà ad un’ondata di piccole imprese occidentali che esportano beni per i consumatori cinesi ribaltando la tendenza dei due decenni passati in cui le imprese americane importavano merci dalla Cina.
15. Sfera di cristallo
In questo scenario, una eventuale nuova e prudente era delle multinazionali non sarà senza costi.
Quei paesi che sono cresciuti grazie alle imprese globali ed al loro investire in giro in contanti potrebbero scoprire che se la competizione scema i prezzi crescono.
Quegli investitori, che avrebbero 1/3 o più dei loro portafogli azionari nelle multinazionali, potrebbero andare incontro a qualche spiacevole turbolenza.
Quelle economie che contano su entrate derivanti dagli investimenti su estero o su afflussi di capitali da nuove succursali, potrebbero ben presto avere dei problemi.
Il crollo dei profitti delle multinazionali del Regno Unito è la ragione del pessimo stato della bilancia dei pagamenti dell’UK.
Sui 15 paesi con un rapporto deficit partite correnti/PIL del 2,5% nel 2015, ben 11 contano su nuovi investimenti multinazionali per finanziare almeno un terzo del buco.
Avremo un capitalismo più frammentato e di tipo provinciale, meno efficiente ma forse con un più ampio sostegno pubblico?
Forse, l’infatuazione globalizzatrice degli scorsi decenni sarà vista come un episodio nella storia del capitalismo e non come un segno della sua fine.
Ufficio Studi di AL/fdca
[fonti: The Economist; Financial Times; Il Sole 24 Ore; siti di analisi economica e finanziaria,…]

mercoledì 15 giugno 2016

Terzo settore, un’occasione persa di Giulio Marcon

Terzo settore, un’occasione persa

Servizio civile e volontariato sono i due lati positivi di una legge il cui segno però è un altro: l’apertura del welfare ad una dimensione di mercato dominata delle imprese

La legge delega sul terzo settore approvata definitivamente alla Camera qualche settimana fa non è una bella legge. Di positivo ci sono gli articoli sul servizio civile universale (legato al concetto di difesa non armata e con la possibilità per i giovani immigrati di accedervi) e sul ruolo del volontariato, parte che è stata inserita nel testo dopo le vigorose proteste delle associazioni dei volontari di fronte ad una prima versione della legge che aveva relegato il volontariato ai margini. Servizio civile e volontariato (anche se con diversi limiti) sono i due lati positivi di una legge il cui segno però è un altro: l’apertura del welfare ad una dimensione di mercato dominata delle imprese (sociali) e la creazione di una fondazione (la Fondazione Italia Sociale) come strumento centrale nel finanziamento del terzo settore.
La legge infatti apre la possibilità anche alle imprese profit (pure con alcuni limiti nella distribuzione degli utili) di gestire servizi nella sanità e nell’istruzione, utilizzando le agevolazioni del non profit, ma facendo profitti. La legge introduce per questa tipologia di organizzazioni la “remunerazione del capitale investito”, al pari delle tradizionali società commerciali. Si accentua così ancora di più il business della sanità e dell’istruzione, travestito da “finalità sociali”.
La Fondazione Italia Sociale non c’era nella prima versione della legge. E’ stata introdotta al Senato con una forzatura extraparlamentare sulla base di una proposta del finanziere Vincenzo Manes, consigliere per il sociale di Matteo Renzi. La Fondazione avrà un milione di euro di partenza (soldi pubblici) e si pone l’obiettivo di raccogliere i soldi dai privati (sponsor, fondazioni bancarie, ecc): si ipotizzano 50milioni di euro. Avrà un consiglio di amministrazione misto, con membri delle istituzioni pubbliche e altri nominati dai finanziatori privati: imprese, fondazioni, ecc. Si tratta di una sorta di privatizzazione della solidarietà sotto il controllo dello Stato.
Il combinato disposto di apertura del welfare alle imprese e di finanziamento privato del terzo settore ha il segno del disarmo della responsabilità pubblica sia rispetto all’offerta di servizi sociali come realizzazione di importanti diritti sociali, sia rispetto alla valorizzazione e al sostegno delle organizzazioni dei cittadini che si impegnano per la solidarietà. La solidarietà diventa oggetto di mercato ed il terzo settore diventa ostaggio della concorrenza economica e della disponibilità dei mecenati privati.
Si riduce così il terzo settore ad un ruolo parastatale (e ad essere stampella di un welfare in crisi) e lo si incita a diventare impresa e a competere nei cosiddetti mercati sociali. Non a caso l’ispiratore della Fondazione Italia Sociale invita il terzo settore a misurarsi con il social business. Su questa strada si spinge il settore a perdere le sue radici politiche e sociali e ad abbandonare la sua dimensione etica. In sostanza, il terzo settore -nella concretezza dei suoi interventi- viene invitato ad archiviare la sua caratteristica di soggetto critico, che si batte per la trasformazione sociale e contro le ingiustizie, per diventare mero soggetto gestore ed esecutore, subalterno al mercato e allo Stato.
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Il terzo settore senza impronta etica, senza la denuncia sociale, senza ruolo di liberazione ed emancipazione, senza autonomia non è più terzo settore: diventa bricolage imprenditoriale del sociale, gamba residuale di uno stato sociale in crisi, gadget mediatico e strumento di marketing per il profit.
La responsabilità più grave della legge è di voler instradare il terzo settore proprio in questa direzione.

martedì 21 luglio 2015

Del conflitto sociale in epoca di crisi economica: disoccupati e reddito di cittadinanza

by Nesplara (apparso su anarkismo.net) Italia anno 2015: in una crisi economica di cui non si intravede la fine, ma solo le premesse di un peggioramento... l'assoluta assenza di conflitto sociale. Con una disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 43% (dato ISTAT marzo 2015), gli unici movimenti sociali degni di nota si limitano al No Expo, al mondo della scuola e ai comitati di difesa del territorio: il fatto che un giovane su due non abbia letteralmente di che campare, senza tener conto di un altro dato inquietante reso noto proprio oggi dall'ISTAT (più di un milione di genitori senza lavoro), non sembra costituire un problema. Fermo restando che il dato di cui sopra potrebbe essere falsato, ma non troppo, dal lavoro in nero, l'assenza di movimenti sociali contro la disoccupazione credo possa dipendere da due elementi. Il primo è, a mio modo di vedere, un elemento per così dire materiale, costituito dal sostegno economico che molti giovani ricevono dalle famiglie, ossia dalla generazione che ha potuto godere di tutte le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori negli anni passati. Il secondo elemento, prettamente politico, è individuabile nel fatto che la disoccupazione è vissuta come una condizione personale, e non percepita per quello che è, vale a dire un importante elemento del sistema di sfruttamento capitalistico. L'assenza di ciò che, in definitiva, è la presa di coscienza da parte del lavoratore disoccupato, porta all'assenza del riconoscimento di un'identità d'interessi e, contestualmente, all'assenza di un'organizzazione di massa di queste soggettività estremamente individualizzate. Attivare e stimolare la presa di coscienza del lavoratore disoccupato, di cui la nascita di un'organizzazione di massa ne è la logica conseguenza, credo sia fondamentale al fine di individuare un soggetto politico veramente in grado di alimentare il conflitto in questa fase dell'economia capitalistica. Nell'ambito di tale processo il cosiddetto reddito di cittadinanza, di cui oggi si riempiono la bocca un pò tutti, può giocare un elemento importantissimo al fine di individuare un obiettivo praticabilissimo ed in grado di garantire un ampio livello di partecipazione. Al contempo, cosa assolutamente non trascurabile da un punto di vista anarchico, qualora tale obiettivo fosse raggiunto da un movimento di massa autorganizzato invece che per il tramite di un qualche partito politico, ciò dimostrerebbe l'efficacia e la praticabilità della prassi libertaria, dando inoltre a tanti giovani quella necessaria speranza di poter cambiare le cose, di poter prendere in mano il proprio destino. Con la conquista del diritto ad un salario minimo o reddito di cittadinanza inoltre, il movimento dei lavoratori potrebbe assestare un duro colpo al capitale, impedendogli di dispiegare quell'esercito industriale di riserva, così numeroso nei periodi di crisi come quello che stiamo vivendo; a sua volta, ciò potrebbe (il condizionale è sempre d'obbligo!) rinvigorire le lotte dei lavoratori attivi, soprattutto precari e sottopagati, che non dovendo più temere lo spettro della povertà, potrebbero iniziare ad organizzarsi nei posti di lavoro, svecchiando finalmente un sindacato fatto ormai solo da pensionati, garantiti e lavoratori pubblici, e dal quale sinceramente il massimo che ci si può aspettare è qualche consulenza per il 730 o una gitarella a Roma.

mercoledì 11 febbraio 2015

Ripresa dalla Great Recession ? - conferenza della rivista e sito COUNTDOWN a Milano

Venerdi 27 Febbraio 2015 ore 18.00 Libreria Odradek Via Principe Eugenio 28, Milano La rivista e il sito web Countdown organizzano una discussione su Ripresa dalla Great Recession ? Per contatti, informazioni e la richiesta dei dati utilizzati : cdownjournal@gmail.com

lunedì 7 luglio 2014

La prima raccolta di CountDown 1 - edizioni colibri

Countdown 1 - Edizioni Colibrì - euro 10,00 Per l’Italia countdown può essere richiesto direttamente all’editore inviando sul c.c.p. n. 28556207 – Colibrì, Via Coti Zelati, 49 – 20037 Paderno Dugnano (Mi) l’importo di 10,00 euro + 6,00 per spese di spedizione. Per ordini di 20,00 euro o superiori non vengono aggiunte spese di spedizioni. mail: colibri2000@libero.it (dalla Presentazione) Ora molti attendono, curiosi di scoprire in quale punto, fra i molti papabili, avrà luogo l’innesco del secondo sisma e soprattutto quali saranno allora i limiti delle possibilità di intervento dei governi, le loro conseguenze e le reazioni più generali della società. Nell’avanzante caos, le teorie economiche dominanti e le analisi da esse tratte hanno perso ogni residuo prestigio, dimostrando, in maniera ancor più spettacolare del passato, di essere solo giustificazioni ideologiche dello stato di cose esistente, precarie e irrazionali al suo stesso modo, e, ancor più, null’altro che volgari coperture degli interessi degli agenti del capitale, gli pseudopadroni del mondo senza il cui immondo permesso i lavoratori e la gente comune non possono campare, ma di cui hanno tanto bisogno quanto di una dose quotidiana di arsenico.

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)