articolo di Visconte Grisi, pubblicato su «Umanità Nova» n. 12/2020 (12/4/2020)
qui l'articolo su Umanità Nova
L’ECONOMIA DI GUERRA AL TEMPO DEL
CORONAVIRUS.
“Corsi e ricorsi storici”, così titolava un articolo de “Il Giorno” del 4 marzo 2020, ricordando l’epidemia
influenzale che colpì Milano e l’Italia nel dicembre 1969 (1). Penso che pochi di noi ricordino quel lontano
episodio forse perché occupati in tutt’altre vicende, come l’autunno caldo, la bomba di Piazza Fontana,
l’assassinio di Pinelli. Eppure quel virus influenzale chiamato A2 e ribattezzato anche “Hong Kong 68”, perché
proveniente dalla Cina, o “Spaziale” in omaggio ai viaggi lunari, aveva colpito 13 milioni di persone in Italia e
causato 5mila morti. Il vaccino per questo virus esisteva, ma non era stato distribuito in Italia, e non risulta
che allora vennero prese misure preventive paragonabili a quelle prese nell’occasione odierna. Come si
spiega questa differenza? Ritorneremo su questo punto.
La comparsa e la successione in epoca recente di epidemie e pandemie dovute a mutazioni virali, dal virus
HIV/AIDS degli anni 80/90 alla SARS del 2003, dall’influenza aviaria del 2013 all’attuale coronavirus Covid 19,
ha fatto avanzare diverse ipotesi scientifiche sull’origine di queste mutazioni, tutte comunque riconducibili
al tipo di sviluppo distorto generato da un capitalismo selvaggio in fase di declino storico. Alcuni autori hanno
chiamato in causa, come fattore favorevole allo sviluppo dei virus e alle loro mutazioni, il sovraffollamento
presente nelle grandi megalopoli moderne con decine di milioni di abitanti, altri hanno parlato di un rapporto
cambiato fra specie umana e specie animali, a causa degli allevamenti intensivi e della presenza nelle grandi
città di volatili che non c’erano prima, dai pipistrelli ai gabbiani. Tutte conseguenze queste di un rapporto
alterato fra genere umano e mondo naturale in un’era che gli esperti definiscono come “antropocene”, o,
per meglio dire, “capitalocene”. Per non parlare poi dell’inquinamento atmosferico, o, meglio, della presenza
nell’aria delle polveri sottili che costituiscono un ottimo veicolo per la diffusione del virus nell’ambiente. Una
circostanza questa che potrebbe spiegare la più rapida diffusione del virus in pianura padana rispetto alle
regioni del Sud. Tutte ipotesi queste che meriterebbero da parte nostra una maggiore attenzione e
approfondimenti ulteriori.
Ad ogni modo, qualunque sia l’origine del Covid 19, l’aspetto più sconvolgente è il linguaggio da tempo di
guerra che è diventato subito virale nei mass media di regime. Espressioni da caserma come “siamo in prima
linea sul fronte” o “omaggio agli eroi di guerra” sono state ripetute all’infinito, insieme al ritorno di una
retorica patriottarda fuori tempo e agli inni nazionali sui balconi, anche questi durati poco, di fronte al
precipitare della situazione sanitaria. Le strade deserte hanno reso l’idea di una situazione di coprifuoco che,
fino ad un certo punto, ha finito per oscurare i termini scientifici dell’evoluzione della pandemia e delle
possibili soluzioni di prevenzione e terapia. Non si tratta qui di mettere in discussione alcune misure
necessarie messe in campo, come l’uso di mascherine, la quarantena, il distanziamento fra le persone, la
chiusura dei locali pubblici e la limitazione delle relazioni sociali quanto l’inserimento di queste misure entro
una cornice che richiama la simulazione di una situazione di guerra.
Anche se poi, alla fine, i dati reali sulla pandemia, sul suo andamento ciclico costituito da una fase ascendente,
un plateau e una fase discendente per una durata complessiva di circa tre mesi, sulle misure di prevenzione
mediante un uso generalizzato dei tamponi, sulle possibili terapie, sul vaccino specifico, sul potenziamento
della medicina del territorio (2), sulla necessità di finanziare adeguatamente gli ospedali pubblici e la ricerca
in campo sanitario hanno finito per prendere il sopravvento.
Per arrivare ora agli aspetti economici della vicenda coronavirus, alcuni fenomeni possono far ritornare alla
mente situazioni tipiche di una economia di guerra. Per esempio la riconversione industriale in alcune
fabbriche per la produzione di merci non più reperibili sul mercato nazionale, come le mascherine o i
respiratori, ma si tratta, in questo caso, di fenomeni molto limitati, mentre la produzione di armi (quelle vere)
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è tranquillamente continuata, anche nell’emergenza, come per gli F35 alla Leonardo di Cameri. Niente di
paragonabile con l’autarchia dei tempi di guerra naturalmente, caso mai si tratta oggi della interruzione di
filiere produttive multinazionali, risultato della divisione internazionale del lavoro capitalistica affermatasi
negli ultimi decenni, impropriamente definita “globalizzazione”, e da cui è difficile, o improbabile ritornare a
una economia nazionale auto centrata.
Un altro fenomeno che può richiamare una economia di guerra è la limitazione, certo notevole anche se
limitata nel tempo, dei consumi interni, fatta eccezione per il settore alimentare e farmaceutico. Tutto ciò
comporta naturalmente un aumento del risparmio privato, che diviene perciò obiettivo privilegiato sia dei
fondi di investimento che delle emissioni dei titoli di stato. Certo non siamo ancora ai crediti di guerra
obbligatori o alla raccolta di oro per la patria, anche perché il mercato finanziario è diventato così automatico,
veloce e ramificato da rendere estremamente difficile una sua regolamentazione da parte di una qualsiasi
autorità nazionale. Qualche probabilità in più avrebbero gli eurobond, ammesso che questa entità sfuggente
chiamata Unione Europea, o, per meglio dire, la sua Banca Centrale riuscisse a trovare una mediazione
ragionevole fra i vari appetiti nazionali. Il tutto si tradurrà comunque in una crescita esponenziale
dell’indebitamento, sia pubblico che privato. Ma i debiti alla fine vanno comunque ripagati.
Nella vicenda dell’emergenza da Covid 19 hanno riacquistato visibilità alcune variegate tendenze
autodefinitesi “di sinistra” che riprendono le teorie keynesiane per l’uscita dalla crisi capitalistica: un
neokeynesismo di ritorno. Le politiche keynesiane furono applicate negli Stati Uniti durante la grande
depressione degli anni 30, con le riforme introdotte da Roosevelt, e in altri stati capitalistici europei con altre
forme e modi. Esse consistono sostanzialmente in un intervento massiccio dello stato nell’economia al fine
di creare una domanda aggiuntiva, attraverso imponenti opere pubbliche, e riassorbire così anche la
dilagante disoccupazione. Naturalmente queste misure operano un tamponamento sociale degli effetti della
crisi, nella prospettiva di una ripresa dei profitti capitalistici che può avvenire attraverso la concentrazione
dei capitali e la riduzione dei salari operai. L’efficacia di queste politiche non è comunque sicura, tanto è vero
che dopo un breve periodo di parziale ripresa esse sfociarono in un “keynesismo di guerra”, quando, durante
la seconda guerra mondiale, quasi tutta la produzione era comprata dallo stato, dai carri armati ai bottoni
delle divise.
Nel secondo dopoguerra, durante la trentennale golden age capitalistica, in cui comunque il debito pubblico
era sceso ai minimi storici, le politiche keynesiane si identificarono in alcuni paesi dell’Europa occidentale,
fra cui l’Italia, in un sistema di “economia mista”, stato/privato, e nel welfare state, ovverosia nella gestione
da parte dello stato di una parte consistente del salario operaio, indiretto o sociale, a fronte del versamento
nelle casse statali di ingenti contributi sociali da parte dei lavoratori dipendenti o, per loro conto, dai datori
di lavoro. Questo sistema è stato comunque ridotto al minimo, o quasi smantellato, sotto i colpi della crisi
iniziata negli anni 70, a forza di privatizzazioni e di delocalizzazioni industriali in paesi a basso costo del lavoro.
Dunque le tendenze neokeynesiane, che presentano però una pericolosa convergenza con le tendenze
“sovraniste di destra”, condividono con queste ultime un alto tasso di improbabilità, vista la predominanza
assunta negli ultimi decenni dalle grandi multinazionali “senza patria” e dal capitalismo finanziario
internazionale sugli stati nazionali.
Inoltre sembra, come sostiene Paul Mattick in un suo articolo del 1940, che anche la guerra abbia perso la
sua capacità di risoluzione della crisi capitalistica. Dice Mattick: “Nell’andamento ciclico del modo di produzione
capitalistico una rapida accumulazione di capitale porta di conseguenza alla depressione e alla crisi, mentre il
meccanismo stesso di risoluzione della crisi porta a una nuova fase di accumulazione e sviluppo. In maniera
direttamente conseguente un periodo di pace capitalistica porta alla guerra, e la guerra riapre a un nuovo periodo di
pace. Ma cosa succede se la depressione economica diviene permanente? Anche la guerra seguirà lo stesso
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andamento e quindi la guerra permanente è figlia della depressione economica permanente.” Mattick porta poi alle
estreme conseguenze la sua analisi quando afferma: “Oggigiorno, si tratta solo di vedere se, nella misura in cui la
depressione non sembra più poter ricostituire le basi di una nuova prosperità, la guerra stessa non abbia perduto la
sua funzione classica di distruzione-ricostruzione indispensabile per innescare un processo di rapida accumulazione
capitalistica e di pacifica prosperità postbellica”(3). Ora la guerra permanente si è svolta finora in aree
capitalistiche semiperiferiche, come il Medio Oriente, l’Africa o l’Afghanistan, per cui sorge il sospetto che la
pandemia da coronavirus possa costituire un surrogato della guerra permanente che coinvolge invece i paesi
capitalisticamente sviluppati. Un surrogato che è contemporaneamente troppo e troppo poco: troppo per i
sacrifici sociali che comporta e troppo poco per risolvere la crisi capitalistica. Alla fine di questa storia non ci
sarà una ripresa economica, ma neanche un crollo del capitalismo ma, probabilmente una accelerazione dei
processi di crisi già in corso.(4)
Ma torniamo alla domanda iniziale: come si spiega la differenza nel comportamento dei vari governi in
occasione delle altre recenti epidemie e nella attuale epidemia da Covid 19. Il fatto è che questa epidemia è
il prodotto di una crisi generale del capitalismo già in corso da tempo e, nello stesso tempo, un fattore di
accelerazione di questa crisi. Anche rimanendo nella sola Europa la differenza fra le misure prese dai diversi
governi è stata notevole a partire dal caso estremo della Gran Bretagna post Brexit che ha rimandato al
massimo le decisioni, forse pensando a una soluzione improntata al “darwinismo sociale” ovvero alla
selezione naturale operata dal virus nei confronti dei soggetti più deboli, anziani, soggetti già affetti da altre
patologie ecc. Anche le differenze nelle misure adottate dai governi tedesco e italiano nell’emergenza si
possono spiegare se consideriamo la loro rispettiva struttura economica. La Germania è un capitalismo forte
e concentrato con una potente struttura industriale votata all’esportazione. Mettere in pericolo la
produzione di questa grande industria è impossibile e fuori discussione. L’Italia invece è un capitalismo più
debole, in cui la grande industria è stata praticamente smantellata e dove esiste una pletora di “classe
media”, ristoratori, albergatori, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi ecc. Saranno proprio questi a subire
gli effetti più devastanti della crisi, molti saranno costretti a chiudere, dando il via a un imponente processo
di concentrazione capitalistica, i cui effetti sono, al momento, imprevedibili.
In una fase successiva dell’emergenza ha acquistato maggiore credibilità il metodo adottato in Corea del Sud,
in contrapposizione al metodo cinese/italiano basato su una quarantena generalizzata obbligatoria. Il
metodo sudcoreano è basato essenzialmente su uno screening a tappeto mediante tampone,
sull’individuazione dei contagiati i cui movimenti vengono tracciati attraverso sofisticate tecnologie
informatiche per individuare i contatti e, quindi, i possibili focolai di infezione. Sembra che questo metodo
abbia avuto buoni risultati senza imporre quarantene generalizzate, ma è stato accusato di violazione della
privacy e di inaugurare una forma di invasivo controllo sociale(5). Nelle “democrazie occidentali” invece, lungi
dal favorire forme di centralizzazione del comando, l’emergenza ha dato adito al proliferare di diversi centri
di potere, fra il governo centrale (federale negli USA), governatori statali o regionali alla ricerca di visibilità
politica, moltiplicazione di sindaci sceriffi, improbabili esperti di virologia ecc.
In Italia la situazione è stata resa più pesante dagli ingenti tagli alla sanità operati da tutti i governi negli ultimi
decenni e dai finanziamenti accordati alla sanità privata a scapito di quella pubblica, a partire proprio dalle
privatizzazioni favorite dalla Regione Lombardia da Formigoni in poi. Mentre, al contrario, nella situazione di
emergenza la classe operaia ha riacquistato visibilità, concretezza e forza nel conflitto: gli scioperi che si sono
succeduti in diversi stabilimenti hanno chiarito che “gli operai non ci stanno a morire per il profitto”,
costringendo il governo a emanare una serie di misure, insufficienti comunque e peraltro non applicate nella
maggioranza delle fabbriche.
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Ma come andranno le cose quando tutto questo sarà finito? Come già detto ci sarà una accelerazione della
crisi già in corso. Qualcuno già parla di “grande recessione” e di ritorno agli anni 30 del 900. Fra giochi di
borsa e politiche monetarie espansive i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro
ricchezza. Le grandi multinazionali si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti. La
concentrazione capitalistica provocherà il fallimento di tante piccole e medie imprese con il conseguente
aumento esponenziale della disoccupazione. Il debito pubblico e privato aumenterà ulteriormente e
verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP. Riprenderanno
fiato le tendenze “sovraniste” che invocheranno la chiusura dei confini con le relative coreografie
patriottarde, anche se è ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si è
affermata negli ultimi decenni (in Italia non produciamo più neanche le mascherine!). Si imporranno forme
di governo autoritarie e decisioniste fino ad invocare la militarizzazione della società. Insomma, per
parafrasare uno slogan di moda: NON ANDRA’ TUTTO BENE. Da parte nostra dobbiamo prepararci a dare
risposte a una prevedibile radicalizzazione dello scontro sociale e a prospettare una fuoriuscita da un modo
di produzione capitalistico sempre più distruttivo e mortifero.
Visconte Grisi
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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mercoledì 22 aprile 2020
venerdì 2 dicembre 2016
Per quel poco di democrazia - Antonio Cardella da Umanità Nova n°33 13 novembre 2016
di Antonio Cardella
Premetto che, di fronte all’immane tragedia che ha colpito il centro d’Italia, la questione e i contenuti del referendum appaiono ancor più risibili, se non surreali.
Ciononostante vorrei chiarire il senso della mia proposta di rispondere NO al referendum per la riforma della costituzione.
In sessanta anni di militanza nel movimento anarchico non mi sono mai sognato di spostarmi dalla consuetudine, politicamente convincente, dell’astensionismo anarchico. Non lo faccio neppure in questa circostanza, anche se con la mia proposta sembri che me ne allontani. Non è affatto così; non penso che un NO o un SÌ al prossimo referendum sposti sostanzialmente le posizioni e le forze in campo. Penso però che nella riforma renziana vi sia una riduzione essenziale di quel poco di democrazia che ancora oggi ci consente di condurre le nostre battaglie sul territorio.
È certamente una democrazia malata, che risponde alle esigenze di un capitalismo selvaggio, condotto a vantaggio di pochi, che sposta costantemente risorse dai più poveri ai più ricchi. Ma la malattia più profonda è che le ferree leggi del capitalismo contemporaneo sottraggono sempre di più margini di libertà a una politica che sostenga le ragioni dei poveri e degli oppressi. Quindi non sono le forme di democrazia, per quanto imperfette e discutibili, a produrre una riduzione degli spazi politici operativi, ma è al contrario la prepotenza dell’economia globalizzata che spinge gli apparati democratici verso una deriva sempre più oppressiva.
La riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, anziché agire per tentare di riequilibrare questo scompenso, lo allarga a dismisura, sottraendo a quel poco che resta di politico ogni possibilità di agire.
Letta la realtà attuale in questo senso, c’è da chiedersi in quale misura l’astensionismo anarchico acquisti significato politico compiuto nell’immediata contingenza.
Nella razionalità malata dell’odierno sistema capitalistico credo che non ci sia spazio per la difesa della purezza dei principi o per suggestioni ideologiche. Se il movimento anarchico vuole essere in grado di intervenire sul reale deve essere capace di intenderne le tendenze, di “sporcarsi le mani” per così dire, in modo da insinuarsi – individualmente e collettivamente – negli spazi, negli interstizi che il sistema volta a volta presenta, al fine di incepparne il funzionamento, sia pure parzialmente e temporaneamente. Ciò senza pretendere per questo di costruire le premesse di una futura rivoluzione, ma lavorando per la trasformazione del presente (in modo sempre locale e parziale), lottando contro ogni aspetto del dominio e uscendo dall’isolamento per passare all’azione insieme con gli altri che, pur non dichiarandosi anarchici, condividono il rifiuto di questo sistema globalizzato, fondato sul dominio, sulla gerarchizzazione, sulla rincorsa al denaro divenuto feticcio.
Scrive Tomás Ibáňez in Anarchismo in movimento (Eleuthera 2015): «La rivoluzione […] non si situa nel futuro, ma ha come unica dimora il presente e si produce in ogni spazio e in ogni momento che si riescono a sottrarre al sistema […] Si tratta quindi di attaccare le infiltrazioni e le manifestazioni locali del dominio». E ancora: «Oggi il movimento anarchico non è più l’unico depositario, l’unico difensore, di certi principi anti-gerarchici, di certe pratiche non autoritarie, di forme di organizzazione orizzontale, della capacità di intraprendere lotte dai toni libertari, o della diffidenza verso qualunque dispositivo di potere. Questi elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico, e oggi vengono ripresi da collettivi che non si identificano come anarchici e che talora rifiutano apertamente di farsi rinchiudere entro le pieghe di questa identità».
Cosa significa dunque proporre di votare NO al referendum? Oltre al fatto contingente di opporsi ai contenuti del referendum, si tratta di riallacciare rapporti meno episodici con quei movimenti e correnti di pensiero contemporaneo che, come noi anarchici, combattono il sistema e contemporaneamente ricercano vie alternative per ricostruire comunità a dimensione umana.
martedì 14 ottobre 2014
UMANITA’ NOVA NON DEVE CHIUDERE!
Riceviamo da compagni della federazione anarchica italiana l'accorato appello per salvare lo storico settimanale e leggendario quotidiano degli anni venti , che oltre ad essere un foglio organo degli anarchici federati è sempre stato crocevia per tutti i libertari . Qui oggi volentieri pubblichiamo l'appello per la sottoscrizione straordinaria "10000 euro per umanità Nova"
redazione
UMANITA’ NOVA NON DEVE CHIUDERE!
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“Un operaio semplice”, Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964) di Gaetano e Giovanna Gervasio , pp. 384, [con CD allegato] (prezzo originario € 20,00)
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“Attilio Sassi detto il Bestione”, Autobiografia di un sindacalista libertario di T.Marabini, G.Sacchetti, R. Zani pp. 236 (prezzo originario € 17,00) [con CD allegato]
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“A testa alta!”, Ugo fedeli e l'anarchismo internazionale (1911-1933), di A.Senta, pp. 272 (prezzo originario € 17,00)
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“Macnovicina”, L’eccitante lotta di classe di A.Piccitto, pp.176 (prezzo originario € 12,00)
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“La gioventù anarchica”, Negli anni delle contestazioni (1965-1969) di F.Schirone
pp.320 (prezzo originario € 15,00)
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“Che cos'è la proprietà?”, Ricerche sul principio del diritto e del governo di Pierre-Joseph Proudhon, pp. 230, (prezzo originario € 12,90)
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“L'Unione Anarchica Italiana (1919-1926)”, pp 312 (prezzo originario € 15,00)
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“Bakunin e gli altri”, pp.380, (prezzo originario € 16,50)
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“Tra la storia e la libertà, Luce Fabbri e l'anarchismo contemporaneo”, pp. 320 (prezzo originario € 20,00)
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“Parole in libertà”, Umanità Nova tra il 1944 ed il 1953, pp.272(prezzo originario € 17,00)
Produzioni della casa editrice Bruno Alpini:
“QUANDO L’ANARCHIA VERRA” DVD - Documentario con voce narrante di Ascanio Celestini
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“VIVIR LA UTOPIA” – DVD con testimonianze dalla rivoluzione spagnola del 1936
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ELISEE RECLUS, la Passion du Monde di Nicolas Eprendre – DVD sottotitolato in italiano
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Luce Fabbri Cressatti
Machiavelli: tra l’essere e il “dover essere” prologo e note a “Il Principe” di Niccolò Machiavelli (in italiano e spagnolo)-opuscolo
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"ANDREA PAPI - IL PENSIERO ANARCHICO CONTEMPORANEO"-opuscolo
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"MASSIMO VARENGO - UTOPIE E CONTRORIVOLUZIONE NEL DECENNIO 1968-1977"-opuscolo
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Ouróboros
DOCUMENTARIO prodotto dalla "NEU CIRCUITA" spagnola, su copione di un compagno del gruppo anarchico FAI di Madrid, quello di Alfredo Gonzalez.
Durata 50 minuti e tratterà della falsa carità della chiesa spagnola.
Uscirà, indicativamente per fine dicembre.
Al momento abbiamo la certezza che sarà sottotitolato in inglese, tedesco e francese.
Probabile anche in italiano.
Daremo indicazioni più precise appena possibile.
Gadget
Fazzoletto rosso e nero (cm 85 x 45)
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Set di spille anarchiche (10 pezzi)
giovedì 12 giugno 2014
Comunismo anarchico? Le parole e la sostanza
tratto da Umanità Nova n. 12 anno 92 (1 aprile 2012)
Una delle varianti della contrapposizione tra anarchia e comunismo è quella che contrappone ai comunisti anarchici (considerati comunisti travestiti) gli anarchici senza aggettivi, che sarebbero i sostenitori del libero mercato.
Circa la questione dei “comunisti travestiti”, io credo che i comunisti-anarchici non abbiano bisogno di alcun travestimento e siano comunisti a pieno titolo; riporto inoltre una sintesi di quello che affermava Luigi Fabbri in risposta a Bucharin nel 1922, che ritengo ancora valida e di cui potrei fornire solo una parafrasi. Riguardo invece alla questione del rapporto del cosiddetto libero mercato con l’anarchia, il discorso è più complesso e merita un approfondimento.
Innanzi tutto perché il mercato divenga una realtà economica in grado di condizionare l’intera società è necessario che la maggior parte dei beni e dei servizi prodotti e consumati assumano la forma di merci. Non si può parlare di mercato nel caso di baratti occasionali, non si può parlare di mercato là dove il prodotto del lavoro non viene prodotto per il mercato ma per l’autoconsumo (individuale o collettivo qui non importa).
Perché i prodotti del lavoro assumano generalmente la forma di merci, occorre che i produttori reali debbano andare al mercato per comprarsi i mezzi di sussistenza, occorre quindi che i produttori reali siano stati espropriati dei mezzi di produzione da una parte, dei prodotti del lavoro dall’altra. I mezzi di produzione e i prodotti del lavoro, allora, si ergono di fronte al produttore espropriato, ridotto al rango di proletario, nelle mani del capitalista, come strumenti di oppressione e di sfruttamento. Se la proprietà dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro passa dal capitalista privato allo Stato, la situazione del lavoratore salariato non cambia, ora oppresso dal capitalismo di Stato anziché da quello privato. Solo l’anarchia può risolvere la condizione di sfruttamento e di oppressione della classe operaia, abolendo da una parte lo Stato e dall’altra la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Una volta ricomposta, attraverso la rivoluzione, l’unità tra produttore, mezzi di produzione e prodotti del lavoro è ovvio che viene meno anche la necessità del mercato, sostituito dalla sperimentazione sociale che gli individui e le libere collettività vorranno mettere in pratica per risolvere le questioni legate alla produzione e alla distribuzione.
Da “Anarchia e comunismo “scientifico”” di Luigi Fabbri
Una mala abitudine, contro cui occorre reagire, è quella presa da qualche tempo dai comunisti autoritari di opporre il comunismo all’anarchia, come se le due idee fossero necessariamente contraddittorie; l’abitudine di usare questi due termini comunismo ed anarchia come se fossero tra loro antagonistici, e l’uno avesse un significato opposto all’altro.
Non è male ricordare che fu proprio un congresso delle Sezioni Italiane della prima Internazionale dei lavoratori, tenuto clandestinamente nei dintorni di Firenze nel 1876, che, su proposta motivata di Errico Malatesta, per il primo affermò essere il comunismo la sistemazione economica che meglio poteva render possibile una società senza governo; e l’anarchia (cioè l’assenza d’ogni governo), come organizzazione libera e volontaria dei rapporti sociali, essere il mezzo di migliore
attuazione del comunismo. L’una è la garanzia d’un effettivo realizzarsi dell’altro, e viceversa. Di qui la formulazione concreta, come ideale e come movimento di lotta, del comunismo-anarchico. Gli anarchici allora si chiamavano in Italia più comunemente socialisti; ma quando volevano precisare si chiamavano, come si son chiamati sempre da quel tempo in poi fino ad oggi, comunisti-anarchici. Più tardi Pietro Gori soleva appunto dire che di una società, trasformata dalla rivoluzione secondo le nostre idee, il socialismo (comunismo) costituirebbe la base economica, mentre l’anarchia ne sarebbe il coronamento politico.
Tale definizione o formula dell’anarchismo, il Comunismo Anarchico, era accettata nel loro linguaggio anche dagli altri scrittori socialisti, i quali quando volevano specializzare il proprio programma di riorganizzazione sociale dal punto di vista economico, parlavano non di comunismo ma di collettivismo, e si dicevano infatti collettivisti. Ciò fino al 1918; vale a dire finché i bolscevichi russi, per differenziarsi dai social-democratici , decisero di mutare nome, riprendendo quello di “comunisti” che si richiama alla tradizione storica del celebre Manifesto di Marx ed Engels del 1847, e che prima del 1880 era adoperato in senso autoritario e socialdemocratico esclusivamente dai socialisti tedeschi. Poco per volta quasi tutti i socialisti aderenti alla III Internazionale di Mosca hanno finito col dirsi comunisti, senza tenere alcun conto del cambiato significato della parola, del mutato uso che se ne fa da quarant’anni nel linguaggio popolare e
proletario e delle mutate situazioni nei partiti dal 1870 in poi – commettendo così un vero e proprio anacronismo.
I socialisti trasformatisi in comunisti hanno certo assai modificato il loro programma da quello che era stato fissato al Congresso del Partito dei Lavoratori a Genova, per l’Italia, nel 1892, ed a Londra, per l’Internazionale socialista, al Congresso del 1896. Ma la modificazione del programma verte tutta ed esclusivamente sui metodi di lotta (adozione della violenza, svalutazione del parlamentarismo, dittatura invece che democrazia, ecc.); e non riguarda l’ideale di ricostruzione
sociale, cui unicamente le parole comunismo e collettivismo possono riferirsi. Per quel che riguarda il programma di riorganizzazione sociale, di assetto economico della società futura, i socialisti-comunisti non l’hanno modificato in nulla; non se ne sono affatto occupati. In realtà, sotto il nome di comunismo è sempre il vecchio programma collettivista autoritario che sussiste – con, in un sfondo lontano, molto lontano, la previsione della scomparsa dello Stato che si addita alle folle nelle occasioni solenni, per stornare la loro attenzione dalla realtà di una nuova dominazione, che i dittatori comunisti vorrebbero loro mettere sul collo in un avvenire più prossimo. Tutto ciò è fonte di equivoci e di confusione tra i lavoratori, ai quali viene detta una cosa con parole che ad essi ne fan credere un’altra. La parola comunismo fin dai più antichi tempi significa non un metodo di lotta, e ancor meno tino speciale modo di ragionare, ma un sistema di completa e radicale riorganizzazione sociale sulla base della comunione dei beni, del godimento in comune dei frutti del comune lavoro da parte dei componenti di una società umana, senza che alcuno possa appropriarsi del capitale sociale per suo esclusivo interesse con esclusione o danno di altri.
I neo- comunisti invece per “comunismo” intendono soltanto o prevalentemente l’insieme di alcuni metodi di lotta e dei criteri teorici da essi adottati nella discussione e nella propaganda. Alcuni si riferiscono al metodo della violenza o terrorismo statale, che dovrebbe imporre per forza il regime socialista; altri vogliono significare con la parola “comunismo” il complesso di teorie che vanno sotto il nome di marxismo (lotta di classe, materialismo storico, conquista del potere, dittatura proletaria, ecc.); La formula, dei collettivisti era invece ( a ciascuno il frutto del suo lavoro oppure a ciascuno a seconda del suo lavoro ). Inutile il dire che queste formule vanno intese in un senso approssimativo, come indirizzo generale, e non in modo assoluto e con carattere dogmatico, come pure per un ceno tempo vennero adoperate.altri ancora un puro e semplice metodo di ragionamento filosofico, come il metodo dialettico. Alcuni lo chiamano, perciò, – accoppiando insieme parole che non hanno fra loro alcun nesso logico – comunismo critico, ed altri comunismo scientifico. Secondo noi, tutti costoro sono in errore; poiché le idee ed i metodi di cui sopra potranno essere condivise ed adoperati anche dai comunisti, ed essere più o meno conciliabili col comunismo, ma da soli non sono il comunismo né bastano a caratterizzarlo, mentre potrebbero benissimo conciliarsi con altri sistemi del tutto diversi e magari contrari al comunismo. Se volessimo divertirci con dei bisticci, potremmo affermare che nelle dottrine dei comunisti dittatoriali v’è di tutto un po’, ma quel che più vi manca è precisamente il comunismo.
Il collettivismo legalitario e statale da un lato ed il comunismo anarchico e rivoluzionano dall’altro, erano le due scuole in cui si divideva principalmente il socialismo fino allo scoppio della Rivoluzione Russa nel 1917. Il dissenso, il contrasto, non è dunque tra anarchia e comunismo più o meno “ scientifico “, bensì tra il comunismo autoritario statale, spinto fino al dispotismo dittatoriale, ed il comunismo anarchico o antistatale con la sua concezione libertaria della rivoluzione. Ché se d’una contraddizione in termini si dovesse parlare, questa la si dovrebbe cercare non tra il Comunismo e l’Anarchia, che si integrano al punto che l’uno non è possibile senza l’altro, ma piuttosto tra Comunismo e Stato. Finché v’è Stato o governo, non v’è comunismo possibile. Per lo meno la loro conciliazione è così difficile e con subordinata al sacrificio d’ogni libertà e dignità umana, da farla ritenere impossibile oggi che lo spirito di rivolta, d’autonomia e di libera iniziativa e con diffuso tra le masse, affamate non soltanto di pane, ma anche di libertà.
ita.anarchopedia.org/Luigi_Fabbri
Tiziano Antonelli
n. 12 anno 92
Aprile
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