ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

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per giulio

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martedì 20 gennaio 2015

Le elezioni in Grecia fanno paura all'Unione Europea?

Le elezioni ed i parlamenti come è noto non sono -per il loro carattere interclassista- strumenti in grado di rappresentare gli interessi della classe lavoratrice e degli sfruttati. E se mai si dovesse paventare che l'esito delle urne possa spostare un po' gli equilibri politici a sfavore degli interessi capitalistici internazionali o di quel singolo Stato, può persino accadere che le elezioni diventino un pericoloso momento di partecipazione e di democrazia da scongiurare. E' ciò che sembra stia accadendo per la scadenza elettorale in Grecia. Nella vicenda elettorale greca, infatti, con la possibilità che Syriza, formazione eterogenea della sinistra greca guidata da Alexis Tsipras, possa vincere le elezioni per il parlamento di Atene, stanno emergendo e si rendono trasparenti i fattori del dominio capitalistico. Il 25 gennaio, data delle elezioni politiche in Grecia, potrebbe assumere un'importanza emblematica per i popoli europei sottoposti alla dittatura del mercato finanziario. Non è una scoperta recente che il grande capitale sia l’artefice della formazione dei gruppi dirigenti in tutti i paesi di Europa, tuttavia stavolta la piccola forza della sinistra greca sembra aver colpito nel segno con il suo apparentemente pur minimo programma elettorale. Chiedere di rinegoziare il debito all'interno delle rigidità finanziarie della UE assume una radicale prospettiva storica, quella di fermare il saccheggio delle società del debito da parte del grande capitale. Sono proposte che aprono contraddizioni nei fattori di dominio del capitale stesso. Ricontrattare il debito pubblico significa, infatti, rendere palese la grande manovra internazionale della ristrutturazione dei debiti privati, gestiti dal sistema finanziario e industriale e riversati abilmente dalla cricca al potere sui deficit pubblici, impossibili da ridimensionare e per questo strozzati dai calcoli contabili della finanza mondiale. Che il potere reale risieda nei portafogli dei grandi gruppi finanziari non è cosa nuova, è inedito invece l'attacco esplicito e preventivo come quello scatenato contro Syriza dai dittatori del libero mercato. Per l'UE, la pur limitata democrazia parlamentare può diventare addirittura nemica del processo di ristrutturazione in atto ed accusando gli “estremisti” di questa sinistra greca di ribellione alle scelte dei banchieri e della alta finanza, infligge ad un intero popolo il ricatto del rifinanziamento del debito. Così come accadde quando nel 2011 il governo greco dovette annullare il referendum sul piano di salvataggio della Troika. JP Morgan alcuni anni fa aveva avvisato l’Europa: le Costituzioni europee nate dalla Resistenza e dal contratto sociale che si era imposto in tanti paesi dell’Europa non erano più tollerabili, ostacolavano nei fatti l’espansione del capitale. Bisognava dunque cercare di impedire agli sfruttati ed ai ceti meno abbienti -quelli che la cosiddetta crisi la devono pagare- di poter rivendicare le loro scelte politiche. Lo si è fatto e lo si sta facendo con due mosse: con la repressione quotidiana in tutta Europa della capacità autonoma di opposizione e delle lotte per la giustizia sociale da un lato e con la disincentivazione alla partecipazione alle scelte politiche dall'altro. Chi invece va blaterando di uscita dall’euro come se questo fosse un toccasana, si dimostra essere un inquinatore di coscienze, scambia gli effetti con le cause del disastro sociale, non coglie i meccanismi del dominio, fa esattamente il gioco dei poteri forti della UE, le destre europee che, da quella francese in poi stanno infatti utilizzando la battaglia contro il “diabolico Euro” per riaffermare un dominio di classe interno ai propri confini, pensando che tutti si siano dimenticati di come erano le condizioni dei lavoratori e dei ceti popolari rinchiusi nei secolari confini di asfissianti patrie. La vicenda greca mette in evidenza anche il mutamento di rapporto tra democrazia, rappresentanza e costruzione di coalizioni politiche che si è alimentato di una certa partecipazione diretta dei protagonisti. I durissimi anni di lotte e di opposizione sociale alle politiche della BCE e del fondo salva-stati hanno determinato posizioni chiare sulle lotte e sulle risultanti politiche, che ora si esprimono in parte anche con la anomalia Syriza. Noi come comunisti anarchici e libertari che non abbiamo passione alcuna per le elezioni, non possiamo tuttavia ignorare quanto sta accadendo e distinguere tra le elezioni in quanto strumento di consenso e la libertà di associarsi politicamente. L'attacco a Syriza è oggi un attacco alle condizioni di vita di milioni di persone che non necessariamente sono rinchiuse nei confini dello Stato di Atene. L’attacco al diritto di associazione e di coalizione, alla partecipazione attraverso la democrazia, anche quella elettorale, sferrato dalla dittatura del mercato finanziario non ci può lasciare indifferenti. Un tempo si diceva che se con le democrazie parlamentari si fosse cambiato il mondo queste sarebbero state abolite, ebbene oggi il dominio della finanza internazionale non abolirà il simulacro della democrazia parlamentare, ma non permetterà che attraverso di essa si possano organizzare forze della sinistra solidale e di classe. Il ricatto del rifinanziamento del debito oggi si è sostituito allegramente al colpo di Stato militare e fascista di alcuni decenni fa. Alternativa Libertaria/Fdca gennaio 2015

giovedì 20 novembre 2014

Per l'Alternativa Libertaria

DOCUMENTO FINALE del IX Congresso della FdCA Il IX Congresso della FdCA, tenutosi l'1 e 2 novembre 2014 presso la Comune di Cascina Cingia in località Cingia de' Botti (CR), decide di adottare ed adattare la denominazione della Federazione in Alternativa Libertaria/FdCA, tanto a livello nazionale che internazionale. 1. Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica dei militanti dell'anarchismo di classe e dei rivoluzionari libertari in Italia, colloca ed orienta il suo agire politico nelle classi sfruttate e nella società, secondo valori e coordinate quali: •la dimensione di classe, e cioè la capacità di saper esser soggetto di lotta e di relazione con gli organismi e le lotte di massa alla luce di una analisi materialistica dei rapporti di sfruttamento e di potere; •la pratica dell’azione diretta, e cioè la costruzione dei rapporti di forza e del conflitto alla base dei soggetti in lotta, in seno alla coscienza di classe collettiva espressa dai partecipanti alla lotta; •la pratica dell’auto-organizzazione, e cioè la rivendicazione dell’autonomia dei soggetti in lotta, impedendo ad interessi esterni alla coscienza collettiva di base di condizionarne l’orientamento o di imporle un ceto dirigente. •La prassi del dualismo organizzativo, e cioè la corretta relazione con tutte le espressioni organizzate di massa (sindacati, organismi di base, movimenti, comitati,...) al fine di combattere ogni collateralismo, ogni cinghia di trasmissione, ogni ideologismo e spontaneismo, per favorire invece un processo di osmosi e di arricchimento reciproco nell'autonomia dei ruoli e delle finalità politiche e sociali. 2. Il ruolo di Alternativa Libertaria/FdCA, quale organizzazione politica rivoluzionaria è, quindi, quello •di costituirsi come funzione politica necessaria allo sviluppo della coscienza di classe quale speranza e prassi per la trasformazione ugualitaria e libertaria della società; •di mediazione fra le soggettività militanti che la compongono, alla ricerca continua dell’unità e dell’omogeneità necessarie a saper fare politica alternativa, elaborare strategia alternativa e vivere il e nel cambiamento; •di mediazione fra il progetto anarchico ed i soggetti della lotta di classe, perché propria dei militanti rivoluzionari libertari è la funzione di memoria storica degli interessi storici del proletariato, di riportare l’anarchismo al centro delle lotte di classe ed ai soggetti di queste lotte, di “mostrare” la coerenza delle lotte per l’uguaglianza e la libertà col progetto anarchico; •di mediazione tra il gradualismo rivoluzionario anarchico e conquiste graduali: a.per aprire sempre maggiori spazi di libertà e di contropotere nella società civile; b.su obiettivi programmatici anticapitalistici ed antiautoritari. 3. Alternativa Libertaria/FdCA intende, perciò, sviluppare la sua azione politica per •il diritto all’alternativa sociale ed alla sperimentazione; •la lotta sul terreno dell’allargamento e conquiste di spazi di partecipazione contro l’esclusione sociale e contro la repressione delle lotte; •la lotta sindacale a favore della giustizia sociale (salario, diritti, servizi, …); •rivendicazioni sulla qualità della vita, habitat, consumi ed autoproduzioni, solidarietà internazionale; •la costruzione di un tessuto di sinistra sociale che prenda forza dalla pratica e dalle proposte con mezzi, per noi, coerenti col fine e che possa eventualmente costituirsi ed agire come fronte anticapitalista rivoluzionario ed antiautoritario; •costruire sinergie per la politica libertaria (coordinamenti, reti, alleanze, poli multipli e pluralisti, fronti anticapitalisti rivoluzionari ed antiautoritari). 4. Nel breve periodo Alternativa Libertaria/FdCA intende •contribuire alla difesa, sviluppo ed estensione del movimento di classe dei lavoratori/trici, sostenendo tutte le forme di lotta auto-organizzate in cui l’autonomia dei lavoratori/trici si esprime con rivendicazioni che rompano con le compatibilità della ristrutturazione capitalistica in corso e con la legislazione lesiva delle libertà sindacali, per lo sviluppo del sindacalismo conflittuale in seno al movimento dei lavoratori/trici; •contribuire allo sviluppo e radicamento dei movimenti antagonisti contro la guerra, il liberismo, lo sfruttamento e la mercificazione di persone e risorse, la riduzione in schiavitù di donne e uomini, le discriminazioni sessiste ed il patriarcato, portandovi prassi e contenuti a carattere anticapitalistico ed antiautoritario; •contribuire – nei modi e nei contenuti caratteristici dei rivoluzionari comunisti anarchici- alla ricostruzione di un composito movimento di opposizione ai governi della ristrutturazione capitalistica in Italia ed in Europa, perché la sconfitta delle politiche dell'austerity avvenga nelle piazze, nelle strade e nei luoghi di lavoro senza cadere nelle illusioni elettorali; •contribuire allo sviluppo del movimento comunista anarchico internazionale, sostenendo la rete Anarkismo e rafforzando i rapporti con organizzazioni politiche sorelle sulla base di progetti politici e di diffusione del pensiero e dell’azione dei comunisti-anarchici, comunisti libertari e rivoluzionari anarchici su posizioni di classe; •contribuire allo sviluppo in Italia di un fronte libertario per la diffusione del progetto sociale anarchico; •contribuire alla costruzione di un fronte sociale delle forze di opposizione e rivendicative per accumulare capacità di lotta, di contropotere e di progettualità edificatrice dell'alternativa libertaria. 88° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/FdCA Cingia de' Botti (CR), 2 novembre 2014

venerdì 24 ottobre 2014

Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze.

Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Come era facilmente prevedibile le rassicurazioni diffuse e propagandate a piene mani da politici, affaristi, finanzieri e confindustriali sulla possibilità di riprendersi da quella che veniva chiamata crisi si sono dimostrate una colossale bugia. Con una ingombrante operazione di depistaggio mediatico all’insegna di “dobbiamo abbattere il debito pubblico” o “ dobbiamo abbattere le Tasse”, “l’Europa ce lo chiede”, “ dobbiamo rispettare i vincoli del deficit imposto” , si è proceduto alla cancellazione quasi totale dei diritti dei lavoratori. Sacrificati sull’altare del profitto dei pochi ed ipotecato ogni futuro, ciò che ci aspetta sarà una miseria sempre più diffusa nei prossimi decenni; non si potrà mai più tornare ai livelli di vita precedenti, la ristrutturazione del capitale in atto non prevede nessuno scambio, fissa il livello di mercificazione dei lavoratori al massimo ribasso, vicini alla schiavitù, piegati al ricatto della più violenta concorrenza tra poveri. Il Jobs Act non è altro che il tentativo finale di rompere quelle sacche di resistenza solidale che ancora resistono nel mondo sindacale, spezzare il legame sociale dei lavoratori e metterli in condizione di non poter contrattare collettivamente le proprie condizioni sociali, mettendo a rischio il rapporto sindacato- lavoratore, togliendo ruolo a quest’ultimo e salvaguardando una burocrazia sindacale complice delle scelte del capitale. Oggi le piazze si riempiono di lavoratori che non hanno mai abdicato! Lo confermano le mobilitazioni e gli scioperi nazionali nel settore scuola e contro il Jobs Act (17 settembre, 10 ottobre, 24 ottobre e 25 ottobre, 14 novembre,....) nella logistica (16 ottobre), quelle locali (metalmeccanici a Torino il 17 ottobre, Bologna il 16 ottobre....) Con le difficoltà che l’attacco padronale crea alla organizzazione sindacale rispondiamo dunque con la nostra capacità di mobilitazione, ben sapendo che la costruzione di un rapporto di forza favorevole alla nostra classe passa per un lavoro lungo e meticoloso, dal basso, per riconnettere lotte ed esperienze, che metta al lavoro l’intelligenza e la volontà di tutti al fine di ricostruire la partecipazione dei lavoratori scomposta in troppe filiere. Sappiamo però che non potrà essere il Governo a risolvere il problemi dei lavoratori. Chi oggi siede sui banchi del parlamento non può essere la soluzione ai problemi sociali che hanno contribuito a scatenare; la classe politica europea, mediocre ed arraffona, è l’espressione del grande capitale, in piena fase di ristrutturazione e consapevole che i livelli di accumulazione si garantiscono con la forza contro i lavoratori Milioni di disoccupati, sottoccupati, ricattati, poveri sono la fotografia di questa Europa travolta dalla violenza della crisi capitalistica, non si intravedono salvatori all’orizzonte e nemmeno ne auspichiamo la stregonesca necessità. Ancora una volta tocca agli uomini ed alle donne che questa crisi la subiscono costruire gli strumenti politici e sindacali a difesa della classe dei lavoratori. L’arroganza del potere non riesce più a nascondersi dietro le elemosine caritatevoli che si vogliono sostituire a diritti universali: è sotto gli occhi di tutti ormai, nei fatti, questa classe di politicanti e di affaristi ormai messi a nudo, e chi ancora coltiva riserve, a su coloro i quali pensavano di trovare nel governo amico la possibilità di salvare l’apparenza della funzione burocratica del sindacato pesano i fatti a loro smentita. Oggi, dopo la tragedia scaturita dalla legge Fornero del governo Monti sulla condanna al lavoro a vita per gli occupati e per l’esclusione a vita dal mondo del lavoro di milioni di giovani (legge votata dallo stesso ceto politico che oggi siede sugli scranni dorati del parlamento), dopo che un ceto burocratico sindacale non adatto a questo livello di conflitto ha abdicato alla lotta, sono ancora i lavoratori, i giovani, i disoccupati, i ceti subalterni che riprendono il cammino per le strade e per le piazze di tutta Europa a creare conflitto e dare speranze in una risposta solidale ed egualitaria, democratica e libertaria, come sempre è l’impegno di tutti in prima persona che può mutare lo stato di cose esistente. E non sicuramente un ceto burocratico e politico ormai screditato ed inutilizzabile alle sfide di oggi dei lavoratori europei. Il Jobs Act, il patto di stabilità, la “buona scuola renziana” e le politiche sociali di questo governo non si possono cambiare; non si possono creare illusioni e spacciare per buone mediazioni sociali inaccettabili. La ripresa della lotta di classe passa anche attraverso la lotta contro i governi dell’oligarchia finanziaria, e quindi anche contro il governo Renzi. Nei luoghi di lavoro e nei territori, saldando le diverse soggettività e le generazioni in una mobilitazione globale, valorizzando le diversità sindacali nel sindacalismo conflittuale, accumulando capacità di lotta e di progettualità dal basso, per costruire l'alternativa libertaria. Verso lo sciopero generale e sociale nel mondo del lavoro, nei territori, nelle piazze. Unità nella lotta, unità nell'opposizione, unità nella ricostruzione sociale delle libertà e dei diritti. Federazione dei Comunisti Anarchici www.fdca.it

mercoledì 16 luglio 2014

Chi dice che il futuro è finito?

Per alzare lo sguardo sulla fase attuale della ristrutturazione capitalistica. Sulle montagne russe del double-dip I diversi fattori che al momento sembrano scollegati tra loro delineano il punto di caduta o, almeno, il tentativo del capitale di trovare un nuovo equilibrio internazionale per assicurare una nuova fase di accumulazione capitalistica, in area occidentale (USA-EU). Ciò che viene comunemente definita crisi e che dal 2008 affligge interi popoli sembra non poter uscire dalla propria dimensione monetaria. Una politica monetaria -che vede le banche commerciali protagoniste nella creazione di danaro attraverso il prestito reso possibile dall’aumento del debito- ha una funzione temporale necessaria a proteggere la capitalizzazione del sistema finanziario, ma ha il pregio di mostrare a tutti quali sono le dinamiche del potere finanziario. I prestiti della BCE a tasso zero servono solamente al sistema finanziario a non collassare. Una economia fatta di debito e di de-industrializzazione delle vecchie aree di insediamento produttivo si arrabatta a emettere moneta, a cancellare diritti e tutele, producendo in un tempo ormai troppo dilatato: -stagnazione con ricadute sociali devastanti; - valorizzazione del capitale che avviene mediante saccheggio delle risorse pubbliche, umane e naturali; - conseguente esplosione del debito pubblico a causa della ricaduta su di esso del debito privato e della mancanza di leve fiscali progressive e generali. Sembra che ci si prepari ad una nuova fase della crisi. La possibilità di una nuova evaporazione del capitale fittizio accumulato sta allarmando il mondo finanziario e qualcuno sta tentando di correre ai ripari, come ai vecchi tempi, per garantire i fondamentali, Capitale e Stato a garanzia di un'area economica di 800 milioni di consumatori, pronti per subire ulteriori soprusi e resi funzionali di un sistema autoritario senza precedenti. E’ in questo senso che si devono vedere i grandi avvenimenti che si stanno susseguendo in questo periodo, con una accelerazione forzata dei tempi politici, ora pronti a ridisegnare una cornice disintegrata dalla crisi e dalla mutazione imposta dal capitale finanziario. Xapitale finanziario che, nell’ambito delle politiche economiche e nella sua dimensione europea, sta mettendo in luce quelle che sono le vere dinamiche politiche (e militari) che si intravedono, ma che non vengono esplicitate correttamente, per non renderle di dominio pubblico. La loro importanza per la vita di milioni di lavoratori, infatti, è tale per cui vengono oculatamente riservate agli addetti ai lavori, ad una classe politica che obbedisce a multinazionali e banche che cercano la loro espansione o sopravvivenza a danno delle classi subalterne. Ucraina ed Est-Europa Ucraina, Moldova, Georgia si sono affrettate a firmare un trattato di libero scambio con la UE. Dopo aver defenestrato il vecchio presidente ucraino Yanukovic ed il suo governo, con l’aiuto di servizi segreti USA e polacchi, l’appartenenza di questi paesi all’influenza euro-dollaro è assicurata. Non è esattamente un trattato di libero scambio: è semplicemente la sottomissione di questi paesi all’imperialismo europeo ed americano, la rimozione delle barriere doganali per le importazioni ucraine. La fine del prezzo di favore che veniva garantito dalle forniture di idrocarburi dalla Russia sembra essere bilanciato dalla privatizzazione della intera struttura di estrazione e distribuzione degli idrocarburi. La Monsanto e la Cargill, da tempo presenti nel paese, si sono affrettate a garantirsi una posizione di favore sul comparto agricolo ed alimentare. La miseria degli ucraini sarà mitigata da un intervento del FMI e della Banca mondiale, a testimonianza che oltre al ruolo militare e di infiltrazione, la mano USA ha spinto fino alla guerra per allacciare al carro euro-atlantico questa parte di Europa, isolando la Russia sul versante asiatico e rendendo difficile ogni rapporto in chiave euroasiatica, come era nelle intenzioni del governo di Mosca. TTIP L’accelerazione che sta avendo la discussione (segreta) sul trattato di libero scambio transatlantico tra UE ed USA e di cui giungono alcune veline ai quotidiani, sembra essere ormai questione vitale per gli USA e per i capitali che deve esportare ( anche se fittizi), dato che la FED continua a stampare miliardi di dollari al mese. Un trattato, questo, che include vincoli militari, ma che conferma e sancisce la politica liberista contro ogni tipo di spesa pubblica, di risorse comuni, che rivendica il privilegio dell’investitore internazionale a fare valere le clausole del contratto, fatto di privatizzazioni non solo del sistema produttivo o di quanto resta di esso , ma di tutte le multi-utility e del sistema di welfare che ancora sta in piedi in Europa. Il Ttip sarà la condizione legale per l’esproprio finale della ricchezza e del futuro dei intere popolazioni, sancito da un accordo di diritto internazionale che vedrà le multinazionali poter rivalersi sugli Stati per la mancanza del rispetto degli accordi presi, che non sono solo quelli che garantiscono la vendita nel mercato europeo di pollo alla varechina o di carne agli estrogeni e di colture di massa fatte di OGM, ma vi sarà anche la possibilità, ad esclusione di vini e liquori, di poter produrre altrove prodotti agricoli europei che si erano conquistati marchi DOP e DOC la cui imitazione era fino ad ora considerata frode. Anche la vicenda del tentativo di accordo europeo per l’elezione di Juncker come candidato condiviso da PPE e Socialisti Europei ha avuto un attacco da destra: il no dell’Inghilterra di Cameron e dell’Ungheria di Orban hanno solo messo in evidenza la difficile trattativa in corso sul trattato e le ricadute dirette sulle loro politiche di vassallaggio liberista. Fino ad ora erano gli Stati che contrastavano le politiche espansioniste della finanza e delle multinazionali, spesso con sotterfugi che richiamavano alla sicurezza dello Stato, quali vendite di patrimonio ritenuto strategico, ferrovie, autostrade, porti, acciaio e chimica, centrali energetiche ecc.. La colpa del debito e del default Domani sarà sicuramente impossibile che Regioni, Stati, Comuni, possano avvalersi del diritto a difendere la comunità dalle imprese transnazionali e dai capitali degli investitori, che non vogliono possa ripetersi quanto accaduto agli Hedge Found americani con il sostegno della Corte Suprema: cioè che si trovino a dover trattare con il governo argentino per veder riconosciuto il loro ruolo criminoso di creditori. E questo è solo uno degli esempi più recenti sul ruolo che assumono gli investitori internazionali sul debito di un paese che non ha un peso politico sufficiente a contrastare questa barbarie. Le guerre endemiche Le guerre in atto per la re-distribuzione di aree di influenza e per contrastare paesi ed aree con un accresciuto peso politico e militare è sotto i nostri occhi: La disintegrazione del Medio Oriente sotto massicci interventi di dollari elargiti dagli Stati del golfo, Arabia Saudita e Quatar in testa; il ruolo di potenze regionali di Iran e Turchia; la guerre in Africa e la distruzione della Libia, la vicenda Ucraina e l’aver isolato la Russia dall’Europa avvicinandola alla Cina, sono frutto delle politiche americane e della difficoltà economica degli USA. Si disegna un futuro che garantisce al capitale di sopravvivere anche se con costi sociali devastanti. Povertà ed inquinamento, sfruttamento intensivo delle vite e dell’ambiente, controllo del tempo e dello spazio di vita. disegnano il nostro futuro. Imperialismo Se a questi fenomeni di ridefinizione strategica delle potenze imperialiste aggiungiamo la corsa agli armamenti sull’intero globo, sembra non escludersi un allargamento dei conflitti in corso. Sembra un’equazione semplice: crisi da sovrapproduzione di merci e capitali, nascita ed ascesa di nuovi poli economici e politici, tentativi di espansione finanziaria e mercantile, re-dislocazione della manifattura…. In una parola l’imperialismo che riemerge come categoria interpretativa dei conflitti. Un nemico che conosciamo da quasi un secolo, che dovremmo sapere come combattere. Con le armi della mobilitazione internazionale delle organizzazioni di massa dei lavoratori, dell’alleanza politica delle forze rivoluzionarie anti-imperialiste ed anti-stataliste, contrapponendo la solidarietà internazionale di classe al militarismo ed nazionalismo. Per l’alternativa libertaria, organizzazione ed autogestione internazionale. FdCA-Segreteria Nazionale Luglio 2014

giovedì 26 giugno 2014

e' uscito il numero di giugno del foglio "Alternativa libertaria" della federazione dei comunisti anarchici

E' uscito ilnumero di giugno del foglio telematico della Federazione dei Comunisti Anarchici (FdCA) scaricabile dal sito www.fdca.it oppure chiedilo in distribuizone alla sezione o nucleo FdCA più vicino (mettiti in contatto con l'ufficio di coordinazione sul sito www.fdca.it) per il nucleo FdCA nord est chiedi l'invio gratuito formato volantino (gratis) a safigher@gmail.com ************************************************************** Consulta le nostre novità editoriali ed il nostro servizio libreria su www.fdca.it *************************************************************** Distibuzione stampa libertaria per il veneto zona treviso , vittorio veneto e conegliano oltre il numero di giugno di Alternativa Libertaria (gratis) abbiamo ultimi numeri di "A" rivista anarchica , 40 anni sulla breccia! (prezzo politico 4 euro)

martedì 3 giugno 2014

Ho prenotato un seggio a Bruxelles

La globale crisi economico-finanziaria, giunta ormai al suo sesto anno consecutivo plasma e modella le elezioni europee e di rimando gli scenari nazionali. Sul 25 maggio si sono concentrate e scaricate le tensioni, le aspirazioni e le barbarie che in ogni paese della UE sono state alimentate dai processi economici in corso. Così, le misure anti-proletarie di austerity (dal nodo scorsoio dei piani di salvataggio fino ai recenti fiscal compact e pareggio di bilancio) -appena mitigate dalla tardiva azione della BCE (taglio dei tassi, iniezioni di liquidità)- hanno dettato le campagne elettorali di partiti e movimenti euro-popolari ed euro-populisti, euro-post/socialdemocratici ed euro-neoriformisti, euro-scettici ed euro-nazisti, tutti alla ricerca di un posto al sole nel parlamento europeo, ancorchè vittime, consapevoli o meno, di un clamoroso equivoco. Non è il parlamento europeo infatti a decidere le politiche economiche della UE, ma organismi quali la Commissione ed il Consiglio. La UE non funziona infatti come entità sovranazionale, ma come entità intergovernativa. Per cui, curiosamente, più che i seggi a Bruxelles, contano le coalizioni che -in ogni stato della UE- governano quel poco che il capitalismo globale ha lasciato nelle mani delle singole nazioni. La bagarre si è dunque scatenata all'interno dei singoli stati con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti e che indicano direzioni obbligate all'interno delle compatibilità capitalistiche. L'affermazione del PD in Italia, giunta alla fine di un quinquennio di faticosi aggiustamenti nel progetto originario, ne è la conferma eclatante. Se possiamo accogliere con qualche sospiro la mancata affermazione di una destra europea razzista, omofoba e neo-nazista, restiamo convinti che attualmente non saranno gli eletti nelle liste di Tsipras ad essere una spina nel fianco di Renzi, del PPE o del PSE, ma esattamente il contrario. Va da sè che la democrazia rappresentativa, quale forma politica del capitalismo, non cessa di esercitare quell'attrazione fatale a cui non si sottraggono nemmeno i più acerrimi nemici dell'euro o i più duri contestatori delle politiche economiche subordinate alla dittatura del debito. In questa situazione di grave attacco alle condizioni di vita dei lavoratori europei, si è dovuta registrare l'assenza e impraticabilità di un movimento europeo di opposizione dal basso, proletario e unito da interessi comuni anticapitalisti, con radici nei luoghi di lavoro e nei territori, in grado di esprimere propria rappresentanza al di fuori delle gabbie istituzionali. Nostro compito era e rimane proprio questo: ricomporre le forze di opposizione: sia quelle sociali, conflittuali, ed anticapitalistiche quanto quelle politiche, a tendenza e vocazione comunista e libertaria. Ooccore costruire in Europa e nei singoli Stati la possibilità di lottare per un'alternativa concreta e praticabile al dominio delle politiche di sfruttamento ed impoverimento delle classi lavoratrici, un'alternativa concreta alla politiche di arruolamento nella dimensione delle compatibilità europee. Sia le reti anarchiche esistenti che le reti del sindacalismo conflittuale, rivoluzionario ed anarcosindacalista sono chiamate ad un impegno organizzativo e politico che sapppia trasformare astensionismo e radicalismo in un progetto rivoluzionario sociale globale per cambiare questa dimensione europea a somiglianza del capitalismo globale in uno spazio sociale europeo di solidarietà e di alternativa sociale che abbatta le disuguaglianze e le discriminazioni e promuova l'autogestione delle risorse e delle comunità federate. Maggio 2014 Federazione dei Comunisti Anarchici

lunedì 19 maggio 2014

Oltre le elezioni

Serviranno a poco, da un punto di vista istituzionale e di rappresentanza. Eppure queste elezioni europee saranno un test importante soprattutto sulle scomposizioni politiche in atto, per quanto così impregnate dal tentativo estremo di trovare ancora una volta la sicurezza economica ai candidati. E se questo è uno degli aspetti vistosi di questa campagna elettorale costruita dai media abilmente, che come sempre polarizzano lo scontro mediatico su temi pretestuosi in modo da offuscarne l'essenza politica vera, di fatto come sempre ci si adopera per togliere ogni spazio alle risposte oppositrici de processo autoritario in corso. Ne è una prova ad esempio l'intento di non favorire qualsiasi aggregazione (vedi la lista Tsipras) che esprima una critica ai processi del debito in modo non fascista. La destra sta avendo dalla sua i media e il consenso costruito in tutta Europa dagli esperimenti autoritari dell'est europeo, basti pensare alla fascistissima Ungheria ed al suo ottimo rapporto con l'aggregazione Euro-Europea. Chi ancora pensasse che una risposta di destra possa mettere in discussione l'impianto del potere finanziario europeo dovrebbe ricredersi. Come sempre, la destra esercita sulla forma nazione il suo criminale progetto di controllo sociale: non mette in discussione i livelli di accumulazione per esproprio sanciti dalla troika europea, per colpire così come sempre immigrati e lavoratori, per scaricare sui ceti subalterni gli oneri del pareggio di bilancio. E qualora quest'ultimo fosse contabilizzato in una moneta differente dall'euro e fosse gestito da una nuova sovranità monetaria, non smetterebbe i propri effetti nefasti in un nuovo ciclo inflazionistico. La corsa a destra è evidente anche in Italia. La diaspora berlusconiana ha moltiplicato i centri elettorali; il PD renziano sta collezionando sostegno ed incoraggiamento proprio da quella destra che solamente gli stolti hanno colto come alternativa alla politica di Matteo Renzi. Garantiti gli impegni europei per il rientro del debito ed il pareggio di bilancio, le politiche sociali si abbattono come una scure nel pieno dell'azione politica nazionale su lavoratori e disoccupati. Dal canto suo il M5S, fa sempre attenzione a che nella sua protesta contro il malaffare qualunque non entri la questione di classe, tenuta scientemente fuori dalla porta come indesiderata. Pretestuosa e ben servita dai media, il M5S funge così da stampella della italica destra impegnata a sottomettere i lavoratori in un confuso antieuropeismo da spendere sul terreno nazionale, coltivando la pericolosa illusione di un passato buono e vigoroso dell'economia italiana e della politica di questo paese. Ora, al di la della pericolosità ai richiami nazionali che ricordano gli anni trenta, è abbastanza chiaro il quadro dell'espressione elettorale che si sta delineando: una grande destra, da quella liberale a quella fascista passando per il neopopulismo pentastellato, sta chiudendo il cerchio espellendo di fatto, grazie al concorso dei media e della disinformazione di regime, ogni tipo di alternativa di sinistra e socialista di rappresentanza politica. Ecco il vero colpo di stato di banche e governi. Il futuro esiste quindi, e definito senza il nostro contributo. E non sarà sicuramente quanto abbiamo desiderato in questi anni di ristrutturazione capitalistica che ci hanno visto combattere e resistere tra le fila della nostra classe di appartenenza. Compito arduo, che nessuno ci ha imposto per altro ma che ci siamo scelti: un modo teorico e pratico di star dalla parte degli oppressi e dei ceti subalterni, avendo chiaro sempre quale è la posta in gioco attraverso l'analisi materialista della società, nei suoi aspetti peculiari e nelle sue ricadute sociali. Aspettiamo queste elezioni senza trepidazione, ma prepariamoci al dopo con la volontà ed il rigore che la situazione sociale ci imporrà. Discutiamo di alleanza e di politica, di partecipazione politica, di costruzione di esperienze politiche. Accettiamo fino in fondo di stare nelle contraddizioni del presente con le nostre proposte e le nostre pratiche. E' evidente che percorsi politici comuni avranno da essere condivisi ed applicati su tutti i territori e dovranno essere espressione europea dell'alternativa politica e sociale a ogni liberismo e a ogni fascismo. Costruire assemblee che esprimano potere popolare e di classe, con il nostro contributo. Il pareggio di bilancio ci imporrà delle scelte. Ma per uscire dai fallimenti di quella che fu la sinistra collusa con l'impianto generale del capitale, una delle scelte che ormai si pone è quella dell'organizzazione politica come mezzo necessario alla costruzione di una alternativa di classe alla crisi in atto. Riconoscendo nello spazio europeo il livello minimo di intervento politico e sociale, occorre oggi la costruzione ed il rafforzamento di organizzazioni politiche dalle caratteristiche comuniste e libertarie. Per noi, per la classe lavoratrice. Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici 15 maggio 2014

martedì 6 maggio 2014

Solidarietà internazionalista anarchica contro la repressione di Stato in Russia

Comunicato anarchico internazionalista All'indomani dei giochi olimpici di Sochi, durante i quali il dittatoriale governo russo ha concesso alle multinazionali ed altri Stati di dare sfogo alla loro cupidigia capitalista tacitando le opposizioni e vietando le manifestazioni, continua senza soste la repressione ai danni di attivisti anticapitalisti, degli anarchici, degli attivisti sindacali, dei movimenti femministi e contro l'omofobia. Il 24 febbraio, 7 oppositori al regime sono stati condannati per aver preso parte ad una manifestazione contro Putin nel 2012, una protesta che voleva denunciare le elezioni presidenziali. Sono stati condannati a 4 anni di detenzione in un lager per aver "procurato disordini" e "violenza contro le forze della legge e dell'ordine". Questo processo politico è stato criticatissimo dall'opposizione che aveva indetto una partecipata manifestazione davanti al tribunale per protestare contro l'autoritarismo e la repressione messi in campo dallo stato russo. Per tutta risposta, tra le 200 e le 400 persone sono state arrestate e condannate a sentenze similari. Fra loro ci sono molti compagni anarchici, come pure anticapitalisti, femministe ed antifascisti. La situazione sta diventando sempre più difficile per i nostri compagni in Russia, specialmente da quando lo stato russo, oltre ad imporsi sistematicamente con la violenza della polizia e con la repressione sia politica che giudiziaria contro gli elementi "più selvaggi", ha iniziato ad incoraggiare i movimenti di estrema destra, legittimando le loro azioni. Non abbiamo dimenticato la vicenda del nostro compagno antifascista Ivan Khutorskoi, ucciso a casa sua nel 2009 dai neo-nazisti. Gli anti-fascisti, gli immigrati, le femministe, i gay, le lesbiche ed i transessuali sono vittime di omicidi, violenza ed intimidazioni da parte dei fascisti e dello Stato. Il che non deve sorprendere se si pensa che, ad esempio, la persecuzione degli omosessuali è del tutto legittima in Russia (grazie alla legislazione contro la "propaganda omosessuale"). Ma gli anarchici non si faranno intimidire. Lo scorso 9 aprile, alcuni anarchici che avevano organizzato una manifestazione a Petrozavodsk contro la guerra in Ucraina, sono stati sequestrati, picchiati e sottoposti ad abusi da uomini mascherati. Queste persone, vestiti come i poliziotti, non hanno esitato a minacciare di morte gli attivisti. Le manifestazioni contro la guerra sono state filmate ed infiltrate dalle forze di Stato, dalla polizia e da forze paramilitari. Mentre l'imperialismo russo colpisce in Ucraina ed in Crimea per salvaguardare i suoi interessi economici e politici nella regione, le manifestazioni dell'opposizione sono diventate quasi impossibili oppure permesse ma a costo di violenze, incarcerazioni e rischio di morte. Gli Stati occidentali preferiscono lambiccarsi su un intervento in Ucraina, giusto per prendersi la loro parte contro il gigante russo. Ma il loro silenzio fa rumore quando si tratta della violazione dei diritti umani in Russia, in particolare quelli concernenti gli omosessuali, denunciati dagli organismi internazionali. Contro il terrorismo di stato, portiamo il nostro sostegno ai compagni anarchici russi, agli anticapitalisti, alle femministe, a chi lotta contro l'omofobia, agli antifascisti ed agli attivisti sindacali. Sosteniamo le loro lotte e le iniziative auto-organizzate che riescono a promuovere. Denunciamo la repressione dei movimenti sociali in Russia, la repressione e l'espulsione della "popolazione sgradita" (immigrati, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali...). La solidarietà internazionale è la nostra forza per combattere lo Stato, le sue leggi liberticide, la violenza dei gruppi fascisti al suo servizio. La rete Anarkismo, che comprende circa trenta organizzazioni in tutto il mondo, chiede la fine della repressione in Russia, l'abrogazione delle leggi contro gli omosessuali, come pure di tutte le leggi che impediscono la libertà d'espressione, Chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri politici. Contro la repressione e l'autoritarismo, autodifesa ed auto-organizzazione internazionale e popolare! Anarkismo.net Alternative Libertaire (Francia) Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia) Libertære Socialister (Danimarca) Melbourne Anarchist Communist Group (Australia) Prairie Struggle Organization (Canada) Organisation Socialiste Libertaire (Svizzera) Collectif Communiste Libertaire Bienne (Svizzera)

lunedì 24 marzo 2014

Scuola: con i precari contro il precariato e contro la disoccupazione

Fano, 16 marzo 2014 presso il Centro di Documentazione Franco Salomone Sulle macerie della scuola pubblica provocate nel recente passato dai tagli di €8,5 miliardi e di 150.000 posti voluti dal governo Berlusconi/Gelmini, si aggirano nuovi ministri e improbabili sottosegretari a promettere nuove risorse per un progetto culturale e formativo, le cui concrete politiche scolastiche appaiono chiaramente finalizzate alla accelerazione del processo di riconversione della scuola in una fucina di manodopera addestrata a rispondere ai bisogni di un mercato volatile che impone - grazie alla crisi - più aggressive pretese in quanto a "selezione", meritocrazia e finanziamenti a questa finalizzati. Tale processo che si sta svolgendo con grave pregiudizio per la libertà d'insegnamento, per il livello di preparazione degli studenti e per il confronto democratico, necessita di una gerarchia di poteri senza alcun contrappeso che ha nei Dirigenti e in strutture extra-contrattuali i centri realmente decisionali, in barba agli organismi collegiali, ormai costretti a meri luoghi di ratificazione di decisioni prese altrove, ed in dispregio delle rappresentanze sindacali di scuola, private ormai di reali poteri di contrattazione e di controllo sull'operato della controparte in materia di organico e di gestione dei fondi contrattuali. Il blocco della contrattazione fino al 2014, il definanziamento delle risorse per il reddito (pagamento delle anzianità con il fondo per l'ampliamento dell'offerta formativa), per l'edilizia e per l'assistenza hanno profondamente prostrato i lavoratori del settore, sempre più intimiditi dall'offensiva ministeriale e dalla insufficienza di risposta sindacale. Ora ci sono alcuni segnali di reazione: lo sciopero delle ore aggiuntive indetto nel mese di marzo, ma soprattutto le iniziative di lotta delle/gli insegnanti precari/e previste per il 21 marzo e per l'11 aprile. Come in ogni azienda, i lavoratori e le lavoratrici precari/e garantiscono da anni, a prezzo di immensi sacrifici, la tenuta strutturale del sistema scolastico. Su di loro incombe un futuro pieno di insidie, tra cui annoverare l'ultima cosiddetta "sperimentazione", a Milano e a Napoli, di cicli di scuola superiore della durata di soli 4 anni, preludio a ulteriori tagli. Nella giornata del 21 marzo, i precari chiederanno in massa le ferie (a loro non concesse e non pagate) e organizzeranno, in simultanea, iniziative di protesta a livello locale. Per l'11 aprile, poi, è stato indetto uno sciopero dei precari della Scuola Pubblica, con manifestazione nazionale. E' auspicabile la convergenza sulla data dell'11 aprile dei sindacati del settore e delle associazioni di categoria, per una mobilitazione generale di tutti i lavoratori della scuola, coinvolgendo anche le associazioni dei genitori e degli studenti. Si tratta di riprendere con determinazione una battaglia unitaria per l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della scuola, docenti e ATA, attraverso il rifinanziamento della scuola pubblica ed il ritiro dei tagli Gelmini; attraverso un sistema di reclutamento unitario e lo sblocco del turn-over; rifiutando la chiamata diretta da parte dei dirigenti, foriero di clientelismi e di "normalizzazione" ideologica; il pagamento regolare degli stipendi, delle ferie non godute e degli scatti al personale precario e di ruolo; il ritiro delle confuse direttive sui Bisogni Educativi Speciali, volte a tagliare posti di sostegno, a detrimento del diritto allo studio dei disabili e dell'integrazione degli immigrati; la soppressione dei quiz INVALSI, che calpestano l'autonomia di valutazione dei docenti e costringono a rimodellare la didattica su esigenze esterne agli apprendimenti, pur di accedere a finanziamenti legati alla meritocrazia; il blocco del finanziamento alla scuola privata e "paritaria"; lo stanziamento di fondi per la messa in sicurezza delle scuole. Unità. Consiglio dei Delegati Federazione dei Comunisti Anarchici 16 marzo 2014

martedì 18 marzo 2014

l miracolo del bookmaker

Il governo Renzi raccoglie le scommesse sul 27 maggio, giorno della distribuzione dei pani e dei pesci. L'annuncio di un miracolo da 10 mld di euro si colloca in un percorso di continuità di azione governativa: non c’è nessun intervento di spostamento e redistribuzione della ricchezza e questo tranquillizza tanto la BCE quanto gli imprenditori italiani ed i detentori di patrimoni milionari. I 10 mld sono il segnale di mobilità di risorse sul mercato interno che la UE attendeva da tempo. Se quello che accadrà alla fine di maggio sarà quanto annunciato dal capo del governo, siamo di fronte ad una lucida operazione di dirigismo e di paternalismo che usa risorse accumulate con l'effimero calo dello spread, con la spending review, con i tagli lineari precedenti, col blocco ormai quinquennale dei contratti nel Pubblico Impiego. In gran parte soldi di lavoratori e lavoratrici, estorti dai governi che hanno gestito questi anni di ristrutturazione capitalistica. Quanto verrebbe messo in più in busta-paga per i redditi fino a 25.000 euro troverebbe la sua fonte soprattutto nei tagli già operati con la spending review: vale a dire tagli ai servizi sociali, privatizzazioni, vendita del patrimonio pubblico, mobilità massiccia nel pubblico impiego con chiusura di uffici e servizi, tagli ai trasporti, all'assistenza, alla tutela dell'ambiente. Nulla ritornerebbe a categorie come i pensionati, gli incapienti, i disoccupati, tutto il precariato. Anzi, se le aziende riceveranno solo uno sconto del 10% sull'IRAP, potranno altresì giovarsi di assumere manodopera allungando fino a 3 anni il periodo di prova (quindi evitando l'art.18 ed allungando fino a 36 mesi l'uso della a-causalità che consente di non dichiarare perchè si assume a tempo determinato anzichè a tempo indeterminato). Si inasprisce così l'uso di lavoro precario e flessibile, contemporaneamente al tramonto della CIG in deroga ed alla non efficacia della CIG ordinaria e speciale nel caso di cessazione dell'attività. Quasi irrilevante l'allineamento a livelli europei delle imposte sulle transazioni finanziarie. Altrettanto dicasi per il piano-casa del ministro Lupi a fronte dell'emergenza alloggi in tutto il paese per l'insufficienza di reddito familiare a coprire spese per affitti, mutui e utenze. L'iniezione di liquidità nei salari di 10 milioni di lavoratori dipendenti, intervenendo sulla sola leva fiscale, sembra sancire una situazione di fatto da un lato e dare un netto segnale per il futuro: non sarà più la contrattazione nazionale di categoria o decentrata nei luoghi di lavoro a produrre incrementi nelle buste-paga, quanto l'azione dirigista e paternalista del governo Renzi, che può ben più della lotta sindacale e della negoziazione. A questa è lasciata ormai la definizione del welfare d'azienda tramite gli enti bilaterali. Al governo l'occuparsi del cuneo fiscale e prendersi immeritati onori per una redistribuzione fittizia del maltolto. Se è fondata la regola economica che in tempi di bassi salari, ogni risorsa aggiuntiva nel bilancio familiare viene re-immesso nel mercato in consumi anzichè in risparmio gestito, allora si tratta di un bella manovra d'ossigeno per il sostegno alla domanda aggregata, ma senza creazione di nuovi posti di lavoro, come del resto prevede l'ultimo rapporto ILO, pur con ripresa del PIL. Nessuna strategia di uscita dunque, ma solo una manovra di galleggiamento in un panorama in cui nessuno, neo-keynesiani o post-monetaristi, ha la benchè minima idea di come far ripartire l’economia nei paesi avanzati, come imporre uno sviluppo con occupazione, come regolamentare o intervenire sul corso degli eventi, se e come introdurre degli elementi di svolta nel funzionamento del sistema Ora è la volta del renzismo, passerà pure l'attivismo a sinistra per liste europee anti-UE, città e regioni avranno nuove amministrazioni magari di centro-sinistra, ma resta l'esigenza e l'urgenza di un movimento che sappia federare e mettere insieme in maniera non episodica tutta la capacità di lotta possibile. E dove se ne vede qualche traccia, i comunisti-anarchici ne sono protagonisti e sostenitori. Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese. Cdd FdCA Marzo 2014

martedì 18 febbraio 2014

Complottismo - tratto dal numero di febbraio 2014 de "Alternativa libertaria" foglio telematico della FdCA

Complottismo Piccolo dizionario anticapitalista. Ogni mese una parola o un’espressione passata al setaccio Il complottismo o teoria della cospirazione è tanto poco definibile quanto confutabile. E' un po' come tentare di dimostrare che Babbo Natale non esiste. In effetti ci sono tanti complottismi diversi quante presunte cospirazioni, si passa dal piccolo complotto puntuale proposto per chiarire un episodio storico preciso fino al complotto cosmico che investe i marziani e spiega la storia dell'Universo. Se il più alto grado di delirio raggiunge il suo parossimo nelle sette più folli, gli schemi retorici e psicologici sono comunque gli stessi: il complottismo cerca di dimostrare che quello che succede nella storia e nella società dipende dall'azione segreta di qualche gruppo che difende degli interessi particolari per prendere il dominio del mondo. In fondo fa parte di una cultura americana in cui il mito dell’eroe solitario che combatte l’ingiustizia e le menzogne governative riempie film e fiction. In questo e anche se espone le attività "segrete" reali di questo o quel gruppo sociale, filosofico o religioso, attraverso lobby, servizi segreti di stato e altre organizzazioni, il complottismo è nostro nemico intellettuale. Il suo presuposto è che l'attività nascosta di qualche iniziato sia sufficiente a governare il mondo. Noi pensiamo invece che le società si evolvono non sotto l'azione di qualche minoranza che sia d'altronde rivoluzionaria o reazionaria, ma attraverso la dinamica della lotta di classe. Una delle prime opere complottiste è il libro dell'abate Barruel del 1798 che denunciava l'azione dei franco-massoni nella rivoluzione francese. Un'opera che negava il processo storico di distruzione di una classe sociale feudale parassitaria, l'aristocrazia, da parte della borghesia montante, mantenendo della storia una visione della storia poliziesca e reazionaria. Ed è sempre la stessa storia. C’è poco da ridere dell’ingenuità con cui nel complottismo moderno, gratta gratta, alla fine spunta il complotto pluto-giudaico-massone, da sempre al centro delle complottisti e delle loro preoccupazioni, anche se non spostasse la critica al capitalismo su deliri razzisti che concentrano l’attenzione sulla presunta origine dei banchieri piuttosto che sui meccanismi della finanza. E qualche volta, ancora, anche nell’iconografia rivoluzionaria si scivola su questa buccia di banana. E se alcune teorie farsesche e paranoiche che internet moltiplica a dismisura sono davvero inverosimili, gli stretti legami tra le diverse correnti dell'estrema destra ed i complottisti ci ricordano che non si tratta di volgari scemenze. Nell'indicare dei colpevoli identificabili e personalmente responsabili di tutti i mali, si svia la collera, si cade nell’impotenza e nella paranoia, e si impedisce a chi resiste e dissente di organizzarsi su basi collettive e di classe. tratto dal numero di febbraio 2014 de "Alternativa libertaria" foglio telematico della FdCA

mercoledì 29 gennaio 2014

Lotte sociali e poder popular in Brasile - dibattito a Pordenone 31 gennaio

Venerdì 31 gennaio ore 20:00 presso il prefabbrikato - via Pirandello, 22 (quartiere Villanova) - Pordenone Incontro/dibattito su "Lotte sociali e poder popular in Brasile" con Livio della FARJ - Federaçao Anarquista de Rio de Janeiro, per parlare di lotte popolari, tariffa zero, comitati di quartiere, lotta di classe, mundial e quello che verrà... Prima del dibattito aperitivo e buffet per prenotazioni: info@zapatapn.org ------------------------------------------------------------------------------

venerdì 20 dicembre 2013

meglio riassumere… Dal forcone alla …forchetta. Perché la ricetta è sbagliata. - da rimarchevole.wordpress.com il meta blog della provincia di (PU)

Disoccupazione galoppante, partiti che si scannano per la legge elettorale, Berlusconi che minaccia rivoluzioni a misura del suo doppioppetto, Renzi che si trasforma a seconda delle platee, Grillo che fa il portavoce di tutti, il nostro Paese più che di una uscita dall’euro meriterebbe un ingresso alla neuro. Ma, visto che pare che finalmente l’estrema destra italiana, quella dell’autarchia e della moneta stampata in casa con l’effige di Benito, abbia trovato il modo di fare rete e di movimentare dei “Forconi”, movimento già spaccato appena nato (vedi le polemiche tra leader, ovviamente maschi -Fierro e Fiore- di questi giorni ma anche le inedite alleanze forconiane Fiore-Morsello-Sgarbi di poco tempo fa), visto che pare che la destra tenta la mossa greca, cioè tenti la sommossa per poi fare la mossa … ed entrare in forze in parlamento (dal forcone alla forchetta), ci pare il caso di approfondire il tema cardine di questo movimento, L’uscita dall’euro come soluzione miracolosa ai nostri mali. Lo facciamo ricordando ai tanti che si sono fatti affascinare da questo marchio dei “Forconi” che in Italia esiste da tempo una rete di persone, gruppi e associazioni che si occupa, che battaglia, che informa seriamente sulla questione del DEBITO, che cerca e pratica alternative. Sono i tanti gruppi e persone che si occupano di microcredito, di etica bancaria, di gruppi di mutuo aiuto, di gruppi di acquisto, di cooperativismo. Proprio in questi giorni Attac Italia sta facendo un appello per una diversa gestione, una socializzazione, della Cassa depositi e prestiti, un altro esempio è l’esperimento della moneta di scambio Scec fatta in tante regioni, e dell’autofinanziamento proposto dalla rete dei Gas italiani, i gruppi di acquisto che sorreggono l’economia di tanta produzione bio italiana vera. Lo abbiamo ricordato anche lo scorso anno in una dettagliata mostra intitolata “Ma cos’è questa crisi” esposta presso l’Infoshop di Fano a cura di Alternativa libertaria-FdCA, Fano in transizione, Gruppo cohousing, Femminismi e Rete 99%, della quale riportiamo sul blog i materiali costitutivi che comprendono interessanti tabelle e grafici. Se fosse per la zero credibilità del sedicente “Movimento di liberazione dalle banche”, sito web che propugna un programma politico di uscita dall’euro coniugata con un governo “transitorio retto dalle forze dell’ordine”, cioè un colpo di stato fascista, non perderemmo neanche tempo a discutere ma inviteremmo tutti a prepararsi a difendere l’Italia dai nuovi Beniti. Però tante persone, disperate, incazzate, schifite dalla politica istituzionale, si sono incuriosite e avvicinate ai Forconi, per questo ci sembra il caso di portare elementi seri e circostanziati per spiegare perché l’uscita dall’euro è, scusate il termine, una puttanata. Anche Paolo Barnard, un tempo collaboratore di Report ed ora diffusore del verbo di un economista (milionario) americano, Mosler, che propone l’uscita dall’euro, ci pare ben poco credibile, e andiamo a citare uno degli economisti marxisti più autorevoli in Europa e nel mondo, una persona che non ha interessi personali a dire null’altro che ciò che scientificamente studia, per il perché. Si tratta di Riccardo Bellofiore, autore nel 2012 di un breve volumetto intitolato “La crisi globale, l’europa, l’euro, la sinistra” che ci pare un utile strumento per capire senza lasciarci andare a catastrofismi e a un astrattismo privo di relazione con la realtà complessiva della nostra società. Un versione riassunta in una articolo del 2011 sulla situazione in Grecia, autori Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski, ci dà il senso della complessità della situazione e indica soluzioni più complesse ma certo più valide e soprattutto gestibili a livello democratico-popolare: “La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo. Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi. Dietro la parola d’ordine del ‘diritto all’insolvenza’ stanno ragioni forti: resistere all’austerità; contestare l’illegittimità di parte della spesa pubblica, e le condizioni imposte dalla finanza per finanziarla. La campagna per un audit sul debito è giusta. Ma l’insolvenza non è la bacchetta magica. E per chi ci facesse un pensiero, l’Italia non è lo stesso gioco della Grecia. Non è destinata al default, né si salva con l’illusionismo. Giacché sul Fatto quotidiano ha ricordato due cose. Al debito pubblico corrisponde ricchezza privata, detenuta da investitori, banche, compagnie assicurative, fondi italiani, per circa il 30%: lavoratori e ceto medio sarebbero colpiti duramente. Poi, praticare un default selettivo è di difficile praticabilità: si può selezionare le passività di cui negare il pagamento, non i creditori. L’attesa di un default dei paesi in difficoltà e della implosione dell’area attivano una tenaglia descritta da Pitagora. Sul piano globale: i fondi fuggono dall’euro verso il dollaro, con gli Stati Uniti che evitano per adesso la discesa nel baratro. Dentro l’area dell’euro: si fugge dai titoli degli stati a rischio verso quelli degli stati forti. Il depauperamento di famiglie e imprese aggrava la deflazione da debiti nelle aree in difficoltà, portando a una contrazione della domanda (interna) e lasciando l’onere del traino sulle spalle di una (ipotetica) domanda estera. A seguito della paralisi del sistema bancario, dell’esplosione del debito estero, dell’esclusione dal credito internazionale e del razionamento di quello interno, default + svalutazione aumentano il peso del riaggiustamento sul potere d’acquisto dei lavoratori. E’ vero che nel caso italiano (secondo esportatore di manufatti in Europa) un balzo verso l’alto della competitività non è una chimera. Il recupero dei profitti non sarebbe però legato a un miglioramento tecnico-organizzativo, e seguirebbe (in un paese dipendente dall’estero per materie prime e alta tecnologia) un forte aumento dei prezzi delle importazioni. La crisi va battuta fermando l’effetto domino e aprendo una speranza: affrontando contemporaneamente crisi finanziaria e crisi reale. Dal lato finanziario occorre riscadenzare i pagamenti e abbattere i costi del debito. In Grecia, le banche hanno sostenuto il debito pubblico, rifinanziandosi con la BCE. Meccanismo indiretto ma efficace, se pure ‘disegnato’ perversamente: con tassi di interessi da usura, e nutrendo la speculazione. I governi colpiti da tassi d’interesse usurari sui titoli a lunga possono, però, abbassarli. Emettono un largo ammontare di propri effetti a breve scadenza, acquistati dalle banche attratte da un interesse più alto dei loro depositi presso la banca centrale. La moneta raccolta è usata per acquistare le proprie obbligazioni a lunga nel mercato secondario. Il prezzo di mercato sale, abbattendo il tasso effettivo d’interesse; e le banche non vendono i titoli di stato in perdita. La manovra consente al governo di piazzare i titoli a lunga a rendimenti effettivi più bassi di quelli attuali, finanziando le operazioni correnti e restituendo l’indebitamento a breve. L’ossessione di istituzioni e commentatori sulla ricapitalizzazione delle banche elude invece il cuore della questione. Ha ragione Schumpeter: un sistema bancario è solido solo se lo è l’economia in cui opera. Il nuovo capitale non sarà mai sufficiente. Non migliora l’attivo delle banche,e i debiti cresceranno comunque per i bisogni di finanziamento dei governi. Il problema è far divenire sicuri titoli di stato potenzialmente rischiosi: il che comporta garantirne permanentemente la liquidità sui mercati secondari. Solo il rilancio dell’economia reale può portare a un pareggio del bilancio pubblico, come pretende la BCE. Il pareggio è obiettivo sensato esclusivamente per la spesa corrente e in riferimento al reddito di pieno impiego. Oggi ci vogliono investimenti pubblici per combattere disoccupazione e precariato. Tutto ciò richiede disavanzi primari dello stato: un accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL, riassorbito tramite un aumento del denominatore. Disavanzi ‘buoni’ (Parguez), produttivi non solo di domanda, reddito e occupazione più alti, ma anche di migliore composizione della produzione. Il vero problema è la deflazione da debiti, lo ‘sgonfiamento’ maligno (perché ricade sull’economia reale) dei bilanci. Il governo deve fornire asset solidi alle banche: prendere a prestito di più, ma per coprire spese che contribuiscono allo sviluppo reale dell’economia, a valori d’uso per la società. Dal lato delle entrate, l’equilibrio di bilancio va perseguito aumentando l’imposizione fiscale sui ceti abbienti: maggiore progressività del prelievo, patrimoniale, lotta all’evasione, sono ineludibili. Dal lato delle spese, il settore privato non è trainante nella ‘reflazione’. La spesa dei governi, al netto degli interessi, sul debito, deve essere aumentata (altrimenti la base imponibile sarebbe falcidiata, e il rapporto debito/PIL crescerebbe). Gli stati possono aumentare i salari nel pubblico impiego, accrescere il salario minimo e introdurre sostegni al reddito. Con la ripresa bisognerebbe favorire un aumento più generalizzato dei salari. L’austerità impedisce che si generino i desiderati avanzi per pagare il debito. Per questo va posto esplicitamente l’obiettivo che i disavanzi primari siano mantenuti sino a che la crescita nominale non riduca la quota del debito. Le misure su salario/reddito e disavanzi intendono far emergere, in condizioni socialmente accettabili, quel processo inflazionistico europeo che renderebbe l’uscita dal debito relativamente veloce e indolore. Non sarebbe così se i disavanzi si concentrassero soltanto sui paesi che sperimentano una deflazione dei prezzi (al netto dell’inflazione da materie prime, tariffe, trasporti, etc.), e si mantenesse l’intento di sopprimere l’aumento dei prezzi. La BCE deve mutare esplicitamente indirizzo, mantenendo liquido il mercato dei titoli di stato per accompagnare i necessari disavanzi pubblici primari. Qui si apre il tema più complesso. La stabilizzazione finanziaria deve accompagnarsi alla reflazione della domanda, ma quest’ultima deve tradursi in una riqualificazione della spesa pubblica, che muti i caratteri dell’offerta e rafforzi il welfare. La crisi è capitalistica. E’ appena a metà del suo decorso naturale: fatto di svalorizzazione e centralizzazione del capitale; dell’apertura di nuovi orizzonti alla valorizzazione; di nuove ‘recinzioni’ dei beni comuni. Porta con sé un violento attacco contro il lavoro nel pubblico e nel privato, domestico e migrante, nella produzione e nella riproduzione. La disoccupazione di massa di un lavoro tutto precario è la ‘nuova normalità’. E’ urgente rispondere alla domanda di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva (la capital asset inflation ha maturato consenso nel ceto medio e nel mondo del lavoro perché forniva una illusoria difesa). E’ urgente un programma minimo il cui centro siano la socializzazione degli investimenti, le banche come public utilities, lo Stato garante diretto di buona e piena occupazione, il controllo dei capitali. Un altro intervento di Bellofiore, del quale suggeriamo la lettura integrale, è quello apparso su Sbilanciamoci sempre nel 2011, a caldo sulla questione greca e con indicazioni chiare sulla politica economica da attuare per uscire dalla crisi: “(…) La Grecia non c’entra La crisi europea non è dovuta alla Grecia. Il colpevole non è l’indebitamento pubblico di un particolare paese, nel suo ammontare assoluto o in proporzione al Pil. Quello che conta è la volontà o meno della banca centrale rilevante, qui quella europea, di rifinanziare i disavanzi dello Stato. Se il ‘fallimento’ viene escluso come soluzione, la via d’uscita sta nella alternativa, o nella combinazione, di inflazione e crescita. L’inflazione è oggi impedita dalla stessa crisi, ma prima o poi tornerà attraente. La crescita viene sabotata all’interno dalle politiche europee, mentre la domanda esterna va svanendo. Resta solo la deflazione da debiti. Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio uscire dall’euro. L’evoluzione della situazione, prima o poi, potrebbe portare a una dissoluzione della moneta unica. Allo stato delle cose è però un consiglio della disperazione. Basterebbe, in fondo, ricordarsi dello stesso caso italiano dei primi anni Novanta, in cui le condizioni erano migliori, e come ne è uscito il lavoro. Esisteva una alternativa? Negli anni Novanta, Suzanne de Brunhoff aveva suggerito di introdurre non una ‘moneta unica’ circolante tra il pubblico, ma una ‘moneta comune’: una moneta di riserva per le regolazione dei saldi tra banche centrali europee, dentro un accordo di cambi fissi. Fissi, ma aggiustabili: con modifiche delle parità nell’eventualità di deficit commerciali permanenti di alcuni paesi, con un impegno simmetrico da parte dei paesi in surplus alla riduzione dei loro avanzi. E già nel 1992 Jean-Luc Gaffard, aveva ricordato il ‘paradosso della produttività’. Un salto di produttività richiede un previo finanziamento: la nuova produzione scaturisce solo successivamente. La convergenza reale tra le economie europee avrebbe richiesto politiche opposte a quelle di Maastricht: creazione di credito a sostegno dell’innovazione privata; crescita di disavanzi statali ‘produttivi’. Inizialmente, l’una e gli altri non possono che dar luogo a più elevata inflazione e ad un innalzamento del rapporto debito/Pil. L’aumento dei prezzi e lo ‘squilibrio’ fiscale saranno però riassorbiti al successo di quelle misure e di quelle politiche. Un inedito new deal Il superamento degli squilibri ‘reali’ europei non richiede di intervenire solo con la reflazione della domanda. E neppure dal solo lato del salario in rapporto alla produttività. Occorre, simultaneamente alla stabilizzazione finanziaria, un intervento sull’offerta. Come ha osservato Yanis Varoufakis, gli eurobond, oltre che consentire di soccorrere a costi contenuti i paesi in difficoltà, devono finanziare una espansione congiunta degli investimenti pubblici su scala europea. Un inedito New Deal che intervenga direttamente sui vincoli strutturali alla crescita, migliorando qualità del prodotto e innalzando la forza produttiva del lavoro. Strumento di una ‘riforma’, non solo di una ‘ripresa’. Questo apre alla questione dei contenuti della ‘riforma’: della composizione, e non solo del livello, della spesa e della produzione. Il problema che ci si squaderna davanti non è tanto la democrazia, quanto puramente e semplicemente il capitalismo. Come ci ricorda Alain Parguez, ci sono disavanzi ‘cattivi’ e disavanzi ‘buoni’. I disavanzi ‘cattivi’ sono il risultato non pianificato del collasso delle economie, delle varie terapie shock, degli interventi deflazionistici, della stessa insostenibilità della finanza perversa. I disavanzi ‘buoni’ sono pianificati ex ante, il loro scopo è la costituzione di uno stock di risorse utili e produttive. Un ‘mezzo’ alla produzione di ricchezza e non di (plus)valore. Un investimento di lungo termine in ricchezza tangibile (infrastrutture, riconversione ecologica, mobilità alternativa, etc.) e intangibile (salute, istruzione, ricerca, etc.). Le questioni del genere e della natura divengono cruciali. E il welfare non si esaurisce nella erogazione di sussidi monetari, ma è intervento sui valori d’uso che costituiscono la ‘riproduzione’. Qui torna utile la riflessione di Minsky nel suo Keynes e l’instabilità del capitalismo del 1975. La sua prospettiva è quella di una ‘socializzazione dell’investimento’, accoppiata ad una ‘socializzazione dell’occupazione’ e ad una ‘socializzazione della banca’. Dobbiamo tornare alla prima casella, sostiene Minsky. Al 1933. Ripensare un keynesismo del New Deal. Siamo alle domande di base: ‘per chi il gioco è fissato’; ‘quale è il tipo prodotto che si vuole’. Una società dove un migliore consumo è trainato dall’investimento pubblico, come motore della domanda autonoma e di un diverso sviluppo. Impossibile, scrive, senza la ‘socializzazione dei quartieri generali’, il consumo come dimensione ‘comune’, il controllo dei capitali, la regolazione della finanza, le banche come public utilities e il loro drastico snellimento. In questa ottica, per Minsky come per Parguez, lo Stato deve provvedere ad una creazione ‘diretta’ di occupazione. Lo dicevano pure Ernesto Rossi e Paolo Sylos Labini. È chiaro che è un discorso dimezzato. Manca il lato del lavoro, non come oggetto ‘passivo’ ma come soggetto ‘attivo’. C’è solo il lato di una politica di ‘piano del lavoro’: un orientamento della politica economica al valore d’uso. Senza l’altro lato, il lato delle lotte del lavoro socializzato, non si va da nessuna parte. Ma come lamentarsene troppo, quando la sinistra si scorda entrambi i lati e recede alle spalle di un keynesismo radicalizzato? La questione che abbiamo davanti non è nazionale e non è tecnica: è politica e sociale. Ed è europea. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe affrontarla su questa scala: continentale. Non mi illudo che questa coscienza sia diffusa. In fondo, spesso, quando va bene, ci si barcamena tra alternative protezionistiche, acrobazie salarialiste, proposte di basic income, e così via. O si affoga nella confusione del lavoro o della moneta definiti beni comuni, o si chiama a occupare le sedi europee per ascoltare le lezioni degli economisti critici. Se la natura della crisi è quella che si è detta in queste pagine, e dunque se questa è la sfida, vi è la necessità che si metta mano ad una sinistra di classe. La sinistra alternativa è morta: prima ce ne si accorge meglio è. “ Sulla questione dei forconi, e del progetto di riciclo ideologico neofascista, suggeriamo due link: -Il comunicato stampa dei comunisti anarchici FdCA sulla questione -Un sunto delle posizioni abbastanza confusionarie della destra estrema italiana, su A rivista anarchica. Fedeli… alle linee.

giovedì 12 dicembre 2013

Destra, forconi, forze di stato sulle barricate della reazione

Nulla di strano. Tutto quello che sta accadendo era facilmente prevedibile. La discesa in piazza dei padroncini diseredati e dei ceti medi colpiti dalla crisi e dall’aumento delle tasse sta avendo un successo previsto. L a crisi della rappresentanza politica, o meglio l’impossibilità di organizzare gli interessi di ampi settori sociali falcidiati dalla crisi e dalle ricette neoliberiste sta producendo i suoi effetti. Tentazioni barricadiere cercano incautamente di inserire "i forconi" sociologicamente nella lotta contro lo Stato oppressore, altri adducono che ogni cambiamento epocale, come quello della ristrutturazione capitalistica in atto, genera inevitabilmente turbolenze. Agli analisti di un risico lineare ed improbabile, bisogna ricordare che la rivoluzione sociale comunista e libertaria che abbiamo in mente e nei cuori, è e resta il lato propositivo dello sviluppo rivoluzionario. Eravamo facili profeti quando scrivemmo, alcuni anni fa, che l’abdicazione della CGIL ad assumere un ruolo di difesa degli interessi di classe avrebbe alla lunga prodotto una risultante destroide della protesta. La quale oggi è di destra non solo per la presenza di fascisti nostalgici e di leghisti razzisti, che pure vi sono, quanto per la mancanza totale di ogni prospettiva di cambiamento sociale, e tantomeno in termini solidali ed egualitari. E non è un caso che la destra del paese, a partire dai suoi organi di disinformazione ne tessa le lodi e ne spieghi la sofferenza. Le tasse questi le vogliono ridurre solo per loro, e magari che un bello Stato nazionale gli garantisca pure la pensione e l’accesso alla sanità gratuita, e se proprio bisogna fare dei sacrifici, si possono sempre buttare a mare -in quanto a diritti- tutti gli immigrati e fargli pagare a caro prezzo la loro presenza sull’italico suolo.... Nella storia abbiamo altre volte avuto momenti di scontro di classe con implicazioni e prospettive reazionarie. Spesso non si sono tramutati in Ordine e Disciplina fascisticamente consolidati, nella Vandea in Fancia, dove contadini rissosi ed un po’ bigotti che ancora si erano attardati ad essere plebe reale vennero sterminati dai governanti della repubblica borghese nascente; e nemmeno ai kulaki russi andò meglio, dato che il loro interesse cozzava profondamente con le esigenze del nuovo Stato Sovietico. Ma andò meglio ai bottegai salvati dal fascismo e dal nazismo, che divennero parte importante dei nuovi stati corporativi. I camionisti ed il loro sciopero in Cile vennero caldamente ringraziati da Pinochet. Oggi siamo di fronte ad una ricomposizione della destra sociale, che passa attraverso la destra classica dei cascami berlusconiani, ma anche attraverso l'implosione del PD. Ma la parte da leone la fanno il grillismo diffuso, fatto di attacchi alla casta e al privilegio fini a se stessi, ed il leghismo razzista dispensato per venti anni a piene mani. Sono davvero costoro che possono ricucire in chiave nazionale le anime ed i sentimenti prodotti dalla tragedia di trenta anni di liberismo capitalista, magari con le nazionalizzazioni, con l'uscita dall’euro, con la ripresa del ruolo dello Stato, o come lo chiamiamo? Chi si dice rivoluzionario non dimentichi che concetti come comunità, nazione, lingua,patria, bandiera tricolore, fanno rabbrividire e non appartengono al movimento operaio e socialista, di cui noi storicamente facciamo parte; chi oggi si spiega questi fenomeni in chiave solo sociologica, chi cerca -orfano- di trovare nei forconi germi di una sommossa di classe, tutti costoro dimenticano che non hanno alcuna capacità di agire, ben altri sono quelli che riescono a dare una veste politica al malcontento. Con molta attenzione, occorre rendersi conto che le scorciatoie ed i miti del blocco totale del paese, del barricadismo fine a se stesso, senza costruire coscienza solidale ed ugualitaria in organismi autonomi e libertari, potranno far esplodere tutta la loro carica ribelle, ma solo il tempo deciderà se avranno contribuito alla rivoluzione o a consolidare il potere dello Stato e della reazione. 11 Dicembre 2013 Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici

martedì 26 novembre 2013

Da Genova a Bologna - 22/23 novembre 2013

22/23 novembre 2013 I tranvieri di Genova hanno segnato un passaggio importante e guadagnato una posizione fondamentale: hanno bloccato la privatizzazione e non hanno accettato peggioramenti alla loro prestazione lavorativa e questo serve come riferimento al resto del paese. Se non sono i lavoratori dei servizi che si oppongono al disegno del capitale in merito allo stato sociale, non si va da nessuna parte. Resta il punto su come reperiranno le istituzioni i miliardi che occorrono, le linee che verranno appaltate, come evitare una privatizzazione mascherata. Non è finita, da qui fino alla fine del 2014 la partita è aperta, ma tutto questo non spetta ai soli tranvieri, non li si può lasciare soli. E almeno due sono i punti fondamentali: il primo è la ridefinizione della rappresentanza sindacale o la sua ricostruzione non su basi di sigle, ma su basi più aderenti alle necessità; il secondo è una rappresentanza sociale in città che esprima contenuti politici di mantenimento dello stato sociale contro le privatizzazioni, rappresentanza sociale dove i lavoratori siano presenti e determinanti. A Bologna per la dignità per i diritti. Sono state queste le semplici parole d'ordine stampate sul manifesto di convocazione della manifestazione dei facchini della logistica. La manifestazione riuscita di Bologna sta a indicare che la repressione dentro i luoghi di lavoro del settore della logistica fatta di ricatti, servilismi, licenziamenti di delegati e di attivisti sindacali, con l'aggiunta di denunce per i blocchi degli interporti che si esplicita in un attacco diretto alle lotte, non passa, non ha distrutto quello che in questo anno e mezzo di iniziative è stato costruito. La logistica è un settore fondamentale dello scontro/conflitto fra capitale e lavoro che possiamo definire strategico ed importante seguire, capire, per partecipare allo sviluppo delle lotte, delle forme organizzative di costruzione e ricostruzione che la classe mette in campo per rompere il dominio del capitale sulla prestazione lavorativa e la condizione di vita dei lavoratori. La strada sin qui seguita con la costruzione della rappresentanza nelle lotte che pone come punto iniziale la conquista del lavoro contrattato, che rompe la logica del mercato delle braccia e non solo gestito dai padroni, indica un percorso di classe che ci riporta ai fondamentali della organizzazione di resistenza che la stessa ha costruito o meglio costruisce. Pur non credendo ai facili entusiasmi, siamo impegnati e agiamo nella difficile e complessa azione politica di ricostruzione dei rapporti di forza, oggi distrutti. I segnali, quello che la classe ha messo in campo a Genova e Bologna nella settimana trascorsa, vanno con tutto il loro carico di difficoltà e incertezze in questa direzione. Commissione Sindacale Federazione dei Comunisti Anarchici 24 novembre 2013

Genova: lotte nei trasporti

Siglato l’accordo Spetterà ai lavoratori dell’azienda trasporti trarre le conclusioni da un accordo con luci e ombre. Per quel che ci riguarda abbiamo sostenuto la loro battaglia, ci interessa qui fare una riflessione e fissare alcuni punti. La lotta è stata contro i licenziamenti, contro il peggioramento delle condizioni di lavoro, contro la riduzione del salario attraverso l’eliminazione dei contratti sia aziendali che nazionali, contro la perdita delle parti normative,delle tutele e dei diritti. Questo significa per la classe l’azione del capitale di privatizzare, esternalizzare le aziende in capo al “pubblico”, poi le ovvie ricadute sul servizio e i cittadini. Una lotta difensiva sottolineiamo, ma su questo punto occorre chiarire: non esiste una separazione per cui le lotte si dividono in difensive e d’attacco. Oggi occorrerebbero queste ultime, ma il legame risulta connesso in quanto non esiste lo spartiacque; battaglie e lotte di natura differente si intersecano. Per primo i lavoratori hanno preteso che l’azienda rimanga pubblica; secondo che debba essere ricapitalizzata con soldi pubblici che si devono trovare, l’esatto contrario di quello che il capitale sta imponendo. L'esatto contrario di quanto sindaci, governatori, ministri e compagnia cantante vanno a garantire con gli accordi di svendita e distruzione del pubblico a favore dei profitti privati. Non a caso la lotta ha impedito al consiglio comunale di funzionare. Il comportamento del sindaco e compagnia è solo cronaca e non ci interessa. Non è certo la scala locale, un sindaco più o meno amico, che con il patto di stabilità può spostare l'ago della bilancia. Ma perché Genova? Perché la realtà genovese, sul terreno sociale generale e nello specifico di quei lavoratori, è comune alla quasi totalità dell’area economica di riferimento. Genova è una di quelle realtà - ormai sono pochissime nel centro-nord - dove la rappresentanza dei lavoratori non è stata distrutta; sconta, sì, diverse riduzioni e problemi, ma nonostante questo ha comunque una continuità. Quando “partono” lotte con questi contenuti e questa intensità occorre aver chiaro che esiste una rappresentanza che in barba a dirigenti locali e nazionali “farlocchi” si impone: la limitazione del diritto di sciopero nei servizi scompare e si regge per giorni creando attorno alla lotta una forte rete di solidarietà che non è mancata. Un momento di lotta di classe capace di dialogare e costruire movimento, nella speranza che questo passaggio si sedimenti sul terreno della rappresentanza sindacale e sociale. Genova dimostra che si può contrastare l’indirizzo e l’azione del capitale dal basso. Con i lavoratori di Genova oggi possiamo dire che siamo meno deboli sul terreno dello scontro capitale-lavoro. Commissione Sindacale Federazione dei Comunisti Anarchici 23 novembre 2013

I sacrifici dei lavoratori non bastano mai

Sciopero ad oltranza dei lavoratori ATM Genova Questo, in sintesi, il risultato dell'accordo tra AMT e sindacati del 7 maggio scorso: "Un accordo che serve a tappare il buco di bilancio solo per un anno. Toglie ai lavoratori 5 giorni di ferie, integrativi per almeno 1.500 euro ed introduce i contratti di solidarietà. Conferma 230 esuberi fra il personale AMT. Non assicura nulla per il personale degli appalti creando altri esuberi in questo settore. Aumento delle proprietà immobiliari di AMT con conferimento di proprietà da parte del Comune. Il tutto finalizzato alla seconda privatizzazione di AMT." (fonte CUB Trasporti) Per capire la preoccupazione e la rabbia dei lavoratori dell'AMT - in sciopero ormai da 3 giorni - e le dure forme di lotta che hanno scelto, bisogna mettersi nei loro panni. I lavoratori dell'AMT di Genova sono stati traditi. Non sono bastati i sacrifici che hanno sostenuto per salvare l'azienda dal fallimento. Di nuovo, com'era prevedibile, si parla di privatizzazione. Non è una novità. In questo Paese, alla riduzione dei flussi di investimenti dal "centro" alle "periferie" per i servizi pubblici e sociali si risponde tradizionalmente con tagli, esternalizzazioni e privatizzazioni. Alle crisi delle aziende pubbliche si fa fronte solo con i sacrifici imposti ai lavoratori. Si arriva addirittura ad abbandonare a se stessi malati e disabili. Ma ora, a Genova, i lavoratori hanno detto basta. Sfidando le precettazioni, stanno facendo l'unica cosa che abbia senso fare in questa situazione: SCIOPERO AD OLTRANZA. I lavoratori AMT - a cui si sono aggiunti quelli delle altre compartecipate ASTER ed AMIU - vanno sostenuti dalla collettività, che pure sta pagando un prezzo molto alto in questa vertenza. La lotta dei lavoratori di AMT contro la privatizzazione dell'azienda di trasporto urbano deve essere la lotta di tutti. Dovrebbe essere anche la lotta di un sindaco e di una giunta comunale che avevano basato la loro campagna elettorale proprio contro le politiche di privatizzazione. Dovrebbero essere i primi ad alzare la voce contro il Patto di Stabilità, recarsi in Regione ed a Roma per ottenere finanziamenti urgenti ed anche dimettersi, se del caso. Invece, ancora una volta, preferiscono prendere in giro i lavoratori ed i loro elettori, adeguandosi alla ragion di Stato e rimanendo incollati ai loro posti. Noi sosteniamo incondizionatamente la lotta dei lavoratori AMT di Genova. Siamo stati e saremo sempre al loro fianco in piazza per la difesa dei loro salari, dei loro diritti e per la salvaguardia ed il rilancio della mobilità pubblica. AZZERARE CDA ED ENTI BILATERALI INUTILI, ABBATTERE I COSTI DELLA POLITICA E LE SPESE MILITARI, RINUNCIARE ALLE GRANDI OPERE NOCIVE PER L'AMBIENTE. REINVESTIRE NEI SERVIZI PUBBLICI E SOCIALI E NELLA TUTELA DEL TERRITORIO. Sezione N. Malara - Genova Federazione dei Comunisti Anarchici 21 novembre 2013

martedì 22 ottobre 2013

SOLIDALI CON RAFAEL E JeiJei ! IL 19 OTTOBRE NON SI FERMA ! OCCUPY PORTA PIA !

comunicato di solidarietà Sabato a Roma come venerdì a Pesaro, un percorso di mobilitazione sociale a partire dalla pretesa di riprenderci il nostro futuro e la dignità di tutti, i diritti alla casa, alla salute, al reddito, all'istruzione, continuamente espropriati e svenduti per fare cassa, ha raggiunto uno snodo importante, ha dimostrato che l'autorganizzazione paga, che insieme si costruisce. Tanto resta ancora da fare, tutt* insieme. Massima solidarietà a Rafael e JeiJei, compagni che lottano a viso scoperto, di cui esigiamo il ritorno a casa, alle nostre lotte comuni, e con loro a tutt* gli/le arrestat*. Alternativa Libertaria/FdCA Fano-Pesaro TENETE DURO, VI RIPORTIAMO A CASA 20 ottobre 2013 alle ore 19.08Ieri eravamo in 70 .000 per le strade di Roma. Un corteo grande ed eterogeneo che ha saputo mettere in rete le lotte per la difesa dei territori e per il diritto all’ abitare, migranti, precari, disoccupati, studenti e tutte quelle fasce più colpite dalla crisi e dalle politiche di austerità imposte dall’ UE. Ieri abbiamo chiesto reddito, diritti, dignità, una vita migliore. Questo è il dato da cui bisogna partire, il resto è solo fango di un’informazione ormai totalmente asservita ai dettami di una classe politica che non ha più niente da dire né da rappresentare. Fra gli arrestati ci sono due nostri compagni, due compagne di Napoli, un compagno di Genova e uno di Caserta. Ancora una volta si mette alle sbarra chi quotidianamente si batte contro gli abusi di chi ci opprime, per un’esistenza degna. Il loro posto è nelle strade, nei picchetti, nelle assemblee e nei territori in lotta, non certo in galera. Due ragazzi conosciuti da tutt* nel territorio in cui vivono, che hanno sempre vissuto alla luce del sole nelle lotte che abbiamo affrontato insieme; arrestati durante una carica spropositata che ha spaccato e ingabbiato il corteo, oggi diventano, insieme agli altri imputati, la legittimazione di una violenza che ha il solo scopo di uccidere sul nascere un movimento con grosse prospettive e potenzialità. Ma già oggi 20 ottobre nelle strade di Urbino, Pesaro, Fano oltre al solito disco incantato che vuole dividere i movimenti sociali in cattivi e buoni, facendo il gioco dei nostri affamatori, si sentono voci di solidarietà e di vicinanza; anche chi personalmente non conosce JEI JEI E RAFAEL, alla notizia dell’arresto dei due militanti della provincia, ha reagito con rabbia e sconforto. Questo è il segno che la gente, colpita nei diritti che i cortei del 18 a Pesaro e del 19 a Roma ha visto rivendicare, ha capito da che parte sta il nemico e comincia a capire anche il suo sporco gioco. Il re è nudo. La solidarietà che questo territorio ha mostrato verso i due compagni è la stessa che sente verso tutti gli arrestati, fermati, picchiati dagli sbirri arroccati intorno ai palazzi del potere nei confronti dei quali si respira sempre più insofferenza e delegittimazione. Lanciamo sin da subito una campagna di solidarietà attiva su tutto il territorio, non cediamo alla divisione fra buoni e cattivi, non arretriamo di un passo rispetto alla rabbia e allo schifo verso chi si impadronisce delle nostre vite. Invitiamo tutta la comunità studentesca, le realtà associative presenti sul territorio, i collettivi e tutte quelle persone che vogliono solidarizzare con i nostri compagni a venire domani alle 16:00 all’ assemblea pubblica su quanto accaduto, in cui discuteremo della campagna di solidarietà. L’appuntamento è alle 16:00 alla “ Libera Biblioteca de Carlo “, aula C3 del “Polo didattico Paolo Volponi”. Accorrete in massa! Solidali e complici con JEI JEI e RAFAEL e tutt* gli/le arrestat*. Tenete duro, vi riportiamo a casa! Collettivo per l’ Autogestione Urbino CSA Oltrefrontiera

martedì 15 ottobre 2013

fiaccolata per il diritto alla casa - Cremona

Fiaccolata a Cremona per ribadire il diritto alla casa e sostenere l'occupazione della palazzina di via Platina 52. Partiamo dalla palazzina di Via Platina ed "attraversiamo" la città, per incontrare la gente e parlarle di dignità e diritti. Rendiamo concreto il calore e la solidarietà che in questi giorni di occupazione hanno scaldato più di un cuore! Mercoledì portiamo quel calore per le strade di Cremona.. In Via Platina non abitano solo famiglie con un problema abitativo, ci abita la dignità e quella una volta insediata è difficile da sgomberare! I 7 punti cardinali di questa mobilitazione saranno: 1. Moratoria degli sfratti; 2. contro l’accorpamento dell’ALER in ALPE (per impedire la svendita del patrimonio pubblico); 3. modifica delle clausole e dei regolamenti obsoleti per l’accesso in graduatoria di italiani e stranieri; 4. contro i tagli delle utenze per morosità incolpevole; 5. per il reinvestimento degli introiti ERP all’interno dell’ERP; 6. contro l’ipotesi razzista della giunta Maroni di portare il periodo minimo di residenza nelle città lombarde degli stranieri per accedere alla graduatoria da 5 a 10 anni. 7. Per il diritto alla casa. INVITIAMO TUTTI/E I/LE PARTECIPANTI A PORTARE FIACCOLE, TORCE E CANDELE VARIE PER PORTARE ANCHE SOLO SIMBOLICAMENTE UN PO' DI LUCE E CALORE NELLE VIE DELLA NOSTRA CITTà PER CHI NE HA BISOGNO E PER TUTTI/E NOI! CONCENTRAMENTO ORE 20:30 IN VIA PLATINIA DAVANTI ALLA PALAZZINA OCCUPATA. PARTENZA ORE 21:00. La fiaccolata è indetta dal Comitato Antisfratto, Comitato Acqua Pubblica per i Beni Comuni, ACG Controtempo, PRC Cremona, PdAC Cremona, Fdca Cremona. STOP SFRATTI! PER IL DIRITTO ALLA CASA! -- Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!

venerdì 11 ottobre 2013

Ottobre, si sta come tre foglie sugli alberi? - comunicato Segreteria Nazionale FdCA

Abbiamo passato mesi di soporifera assuefazione agli psicodrammi di una politica istituzionale sempre più avvitata sull'autoconservazione. Una politica paga della riuscita trasformazione autoritaria impressa dalle politiche neoliberali della oligarchia finanziaria. Una elite che ormai comanda ed impera in tutto il mondo, totalmente sorda alle necessità e alle urgenze di una crisi causata dall'esproprio delle ricchezze a danni delle forze più deboli della società. Ma ora le realtà di lotta e di opposizione ricominciano a muovere qualche passo. Importanti passaggi nel deserto prodotto del governo unico, orfani di ogni dove che tentano di rinsaldare le fila di una aggrovigliata e complicata situazione. Da quella che sarebbe stata chiamata in passato la frangia riformista -e che ora è costretta a lottare per conservare qualcosa- si muove un tentativo estremo di ripartire dalla difesa di una Costituzione ormai violentata in tutte le sue parti. Un tentativo -quello della manifestazione del 12 ottobre a Roma- che vorrebbe perlopiù permettere una ridislocazione intelligente a quanti nella cosiddetta sinistra radicale sono entrati in una fase di convulsione che li ha portati a perdere il senso stesso dell’azione politica. Non certo per rimettere al centro dell’agenda politica la possibilità di contrattare condizioni di difesa di qualsivoglia diritto. In contemporanea, (ampi) settori di movimento rilanciano una settimana di mobilitazione che parte sempre dal 12 ottobre con una giornata di lotta a difesa dei territori, contro le privatizzazione dei servizi pubblici e la distruzione dei beni comuni e azioni diffuse per il diritto all'abitare, per terminare in piazza il 19 ottobre, inglobando lo sciopero/manifestazione dei sindacati di base e conflittuali del 18 ottobre, e lanciando mobilitazioni locali il 15 ottobre. Ma il sindacalismo di base sembra non riuscire ad andare oltre la ritualità dello sciopero generale, pur unendo vecchie e nuove sigle che ancora non trovano uno spazio politico condiviso per battaglie condivise. Anch'esso si dimostra incapace di essere l’alternativa credibile alla difesa degli interessi di classe. E si trova in parte suo malgrado inserito in un percorso plurale che potrebbe essere una bella risposta in attesa della nuova legge sulla stabilità, pronta a tagliare e dismettere quanto di pubblico e di collettivo rimane in questo paese. Siano servizi, posti di lavoro o beni demaniali, tutto è sacrificabile per garantire il rispetto del 3% di indebitamento netto nel 2013. Nessuna difesa di classe sembra più consentita. Il liberismo dello stato minimo e dei massimi profitti per le imprese private sembra privo di alternativa. Eppure i diversi soggetti che abitano la crisi, rivendicano a sé, a noi, la capacità -comunque declinata, riconosciuta, vissuta- di non non far parte di questo disegno autoritario. Soggetti diversi che rivendicano l'indisponibilità ad essere sacrificati alla ristrutturazione del capitale. Che rivendicano la possibilità di costruire dal basso soluzioni umane alla rapina capitalistica. Questa eterogenea assemblea richiama quanti - precar*, lavoratori e lavoratrici, giovani, pensionat*, disoccupat*- richiedono reddito e casa, rivendicano difesa dei territori e possibilità di vita per tutti, nell'esigenza di conquistare spazi ed agibilità politica, per altro affermata in contesti territoriali dove la mediazione politica, quella dei partiti, è completamente saltata. Una cosa però è chiara a tutti: se è vero che nulla sarà più come prima, che non si tornerà alla vita "pre crisi" e che l’espulsione in massa di forza lavoro e la chiusura di centinaia di fabbriche hanno modificato tanto la composizione ed ancor più la coscienza di classe, è altrettanto vero che il simulacro della democrazia parlamentare mostra la corda proprio di fronte alla necessità del capitale di costituzionalizzare l’avvenuta svolta autoritaria. La de-integrazione sociale non è più una variante sociologica degli effetti della crisi. E' e si manifesta attraverso l’esclusione politica e sociale dei ceti subalterni, che in primis subiscono la perdita di salario e di tutele economiche. L’accumulazione per esproprio e l’ideologia dominante della borghesia neoliberale hanno messo in conto i costi che i lavoratori stanno pagando nella ristrutturazione del capitale. Sappiamo tutti della stretta repressiva già in atto da tempo, con cui si cerca di legittimare l'esclusione politica alla quale tutti siamo sottoposti; sappiamo che la tendenza è come sempre a criminalizzare le lotte e la partecipazione, e come sempre si accenderanno riflettori di una regia complice, per spegnerli poi a piacere e dosarne i fotogrammi nella più classica della disinformazione di regime. Non è un buon motivo per non esserci, non è mai un buon motivo. Sta a tutte e tutti noi, che non chiediamo nulla al potere politico ed autoritario che governa l’Europa, noi che rifiutiamo ogni approccio nazionalistico all'uscita dalla crisi con ricette che ci porterebbero agli anni '30, essere consapevoli che è nei territori che si deve continuare ad alimentare le lotte. Costruendo l'alternativa a questo sistema -dal basso- rafforzando e collegando organismi di base capaci di esprimere vertenzialità e conflittualità a partire dai bisogni immediati e dalla solidarietà reciproca; progettando forme e modi del potere popolare a partire dalle sacche di resistenza e di progettualità che esistono e resistono, creando forme di contropotere costituendo organismi orizzontali e sviluppando prassi libertaria, patrimonio sempre più largamente condiviso tra chi ancora lotta e prefigura la trasformazione sociale, tra chi non intende rinunciare ai diritti, alla dignità, alla pace e all'eguaglianza sociale. SN-FdCA, ottobre 2013

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)