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mercoledì 15 febbraio 2017

Solidarietà con Théo e con ogni vittima degli abusi della polizia! No alla legge di "Pubblica Sicurezza"!

La Coordination des Groups Anarchistes (CGA) afferma la propria solidarietà con Théo, che è stato violentato, pestato ed insultato da 4 poliziotti nei giorni scorsi. Affermiamo anche la nostra solidarietà con le persone che hanno mostrato e continuao a mostrare la loro legittima rabbia contro la polizia a Aulnay e nella altre municipalità di Seine-Saint-Denis. Denunciamo l'uso della violenza da parte della polizia contro i manifestanti, in particolare i colpi di avvertimento con proiettili veri durante la notte tra il 6 e 7 febbraio, come pure tutti gli arresti e le detenzioni criminali. Sabato 11 febbraio è stata organizzata una manifestazione contro la violenza della polizia ed in solidarietà con Théo in tutta la Francia. Migliaia di persone si sono radunate davanti al tribunale di Bobigny dove la repressione è stata molto dura.

Gli abusi subiti da  Théo non possono essere considerati come un caso individuale: al di là delle percosse e degli insulti, alcune inchieste dimostrano una media di 10-15 morti all'anno collegati alla polizia (non esiste alcuna statistica ufficiale su questa materia). Ricordiamo i più noti come quelli di  Zyed e Bouna, Wissam El Yamni, Rémi Fraisse e Adama Traoré. L'impunità che è seguita a questi casi rafforza il senso di potenza della polizia che osa sempre di più.
La polizia si fa volentieri interprete del razzismo di Stato che è stato istituzionalizzato ed ancor più trivializzato tramite le leggi, tramite le pratiche ed i discorsi. Il razzismo della polizia si esprime senza alcuna vergogna nei quartieri della classe lavoratrice dove  sono comuni i controlli razziali e le umiliazioni più o meno violente.

Lo stato d'emergenza senza fine dà alla polizia sempre più poteri senza quasi alcun controllo giudiziario. Lo Stato ha chiesto alla polizia di incrementare la repressione e la violenza  sulle proteste contro la Legge sul Lavoro. Queste regole hanno contribuito a scatenare i poliziotti.
Lo scorso autunno, durante le manifestazioni, la polizia aveva chiesto maggiori risorse, "maggiore libertà d'azione contro i manifestanti" ed un'estensione della facoltà di autodifesa. Tutto questo è stato accolto con favore ed attenzione da parte di tutta la classe politica e del governo che ha aumentato il budget di 250 milioni di euro e sta discutendo un provvedimento di ampliamento della facoltà di autodifesa per la polizia.

Il cinismo supera ogni limite  mercoledì 8 febbraio, quando Théo è ancora in ospedale e l'Assemblea Nazionale approva la legge di "pubblica sicurezza" che attenua le regole di autodifesa per i poliziotti, aumenta i termini di incarcerazione per aggressione alla polizia ed autorizza gli investigatori a restare anonimi.  Questa legge stabilisce anche che i poliziotti possono usare le loro armi "se minacciati da chiunque porti un'arma" (senza definire quale tipo di arma) oppure “quando non possono difendere in altro modo la loro posizione”. Tutto ciò non può che portare ad ulteriori tragedie.

Chiediamo la fine dell'impunità della polizia, il ritiro della legge di "pubblica sicurezza", la fine dello stato d'emergenza e l'abrogazione di tutte le leggi securitarie.
Non permettiamo che i nostri diritti e le nostre conquiste sociali siano spazzate via!

12 febbraio 2017,
les Relations Extérieures de la CGA

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 2 settembre 2016

L'"affaire" del Burkini. La Francia sta diventando matta Alternative Libertaire* - 24 agosto 2016

L'"affaire" del Burkini. La Francia sta diventando matta
Alternative Libertaire* - 24 agosto 2016 –



Perseguitando la minoranza musulmana nella maniera più assurda i politici francesi fomentano il razzismo e creano fratture nella società. In breve, fanno esattamente il gioco dello Stato Isamico che recluta e si rafforza sull'odio e sul risentimento.
Uno scandalo lanciato dal Front National su una "giornata burkini" in una piscina privata dalle parti di Marsiglia; una rissa da spiaggia falsamente attribuita a una storia di burkini; diversi Comuni che seguono il Sindaco di Cannes che, il 28 lugio, ha vietato l'accesso in spiaggia " a tutte le persone che non abbiano una corretta tenuta, rispettosa della corretta educazione e della laicità"; dei poliziotti che si rendono ridicoli obbligando una donna a spogliarsi in spiaggia in nome dell'"ordine pubblico"..
Estate triste, listata a lutto dall'attentato di Nizza, poi appannata dalla polemica patetica che si è scatenata attorno al "burkini", un costume da bagno che copre il corpo delle donne musulmane che sperano così, conformemente alla loro intepretazione dell'Islam, di "proteggere la propria modestia".
L'abbigliamento strappato alla stretta libertà individuale! Il divieto da parte di diversi Comuni (completamente illegale, tra l'altro, in seguito allo stop dato dal Consiglio di Stato del 36 agosto) la dice lunga sulla furia islamofobica che infetta la società francese.


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Nice, le 23 août 2016.
cc Best Image
Bisogna d'altra parte sottolineare che il pretesto femminista, finora usato fino allo sfinimento, non è neanche più utilizzato dai censori. Ormai è l'antiterrorismo che prevale, quando dei giudici amministrativi giustificano i divieti anti-burkini spiegando che questa tenuta " non può in effetti essere interpretata solo come un semplice segno di religiosità [...] nel contesto di stato di emergenza e dei recenti attentati islamisti".
Si mischia tutto, alla faccia del buon senso e della realtà dei fatti.
Per i politici del PS, del partito di Sarkozy, o del Front National, il gioco è semplice: limitare l dibattito pubblico alla questione identitaria per passare sotto silenzio i veri problemi che minano la società. Perchè quello che, ogni giorno, che rende la vita dura alle classi popolari non è nè la lunghezza delle gonne, nè i pasti sostitutivi a mensa, nè i burkini in spiaggia ma lo sfruttamento, la precarizzazione, la disoccupazione, le discriminazioni razziste e sessiste....
Alternative Libertaire rifiuta l'assimilazione tra la religione islamica e il terrorismo, e rifiuta questi tentativi vergognosi di rendere invisibile una minoranza e scluderla dallo spazio pubblico.
Con i nostri colleghi, nelle nostre famiglie, a scuola o al lavoro, non lasciamo campo libero al razzismo.
*Alternative Libertaire, Segretariato alle relazioni esterne

mercoledì 15 giugno 2016

TUTTO PASSA DALLA LOTTA


Da circa tre mesi un movimento di proporzioni eccezionali scuote la Francia. Cortei, occupazioni, scioperi, si susseguono senza sosta contro la legge El Khomri, meglio nota come “loi travail”.

La loi travail è una cura d'austerità d'ispirazione europea, attraverso la quale il Governo sedicente socialista di François Hollande punta a scardinare i diritti residui dei lavoratori, rendendoli sempre più merce nelle mani del Capitale.

In sintesi, se passa questa legge i lavoratori francesi dovranno:

 

 
 
 
 
lavorare di più, in condizioni peggiori, per salari più bassi,

in un contesto di precarizzazione sempre più spinta

 

Un (brutto) film già visto, in Italia, con il jobs act renziano.

Il Governo francese arriva all'appuntamento del 14 giugno, giorno in cui la loi travail verrà discussa in Parlamento, in un clima di mobilitazione permanente, con blocchi e scioperi (ben due generali dall'inizio della lotta) diffusi in tutto il Paese nonostante sia appena iniziato il Campionato Europeo di Calcio. L'unica risposta che il Governo francese ha saputo e sa dare alla giusta rabbia proletaria è una violentissima repressione poliziesca.

I lavoratori francesi, con il sostegno dell'opinione pubblica (secondo i sondaggi il 75% della popolazione è contraria alla loi travail), stanno dimostrando che ai provvedimenti antipopolari dei Governi si può e si deve rispondere con le lotte. Anzi, che tutto passa dalle lotte e non da stucchevoli balletti istituzionali.

Ma i lavoratori francesi, da soli, non ce la faranno a sconfiggere un progetto padronale che ha respiro europeo.

Per questo dobbiamo scendere in piazza anche noi in Italia ed in tutti i Paesi europei, per costruire una piattaforma sociale continentale che inverta la tendenza a cominciare da diritti, salari, precarietà.

Per questo Alternativa Libertaria/FdCA partecipa al presidio genovese del 13 giugno, organizzato dal “Collettivo Noi saremo tutto” in solidarietà con i lavoratori francesi in lotta contro la loi travail.

 

Oggi in Francia, domani in Italia!

Contro la loi travail ed il jobs act!

 

IL 13 GIUGNO TUTTI A GENOVA, IN PIAZZA BANCHI, ALLE ORE 18

 

ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA Sez. N. Malara Genova

venerdì 27 maggio 2016

Francia : e ora bloccare tutto!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I sindacalisti dell'appello « On bloque tout ! » hanno tenuto il loro meeting giovedì 19 maggio, nella serata di una nuova giornata di sciopero. Nella grande sala Croizat della Borsa del Lavoro di Parigi, c'erano 200 militanti, riunitisi per discutere sulle mobilitazioni in corso.

Lanciato lo scorso 22 marzo,  l’appello sindacale « On bloque tout ! » ha incontestabilmente coinvolto ad oggi il movimento sociale in corso con più di 1500 firmatari....di oltre 100 strutture sindacali (per la maggior parte della CGT, della CNT, della CNT-SO, di SUD-Solidaires).

Con un sito ed una pagina Facebook molto attivi, con l'invio di migliaia di adesivi ai quattro angoli del paese, con i contributi regolari del Collettivo promotore che hanno cadenzato le notizie sulle lotte in corso (sulla repressione, sul proseguimento degli scioperi…), l’appello è oggi un filo conduttore che collega centinaia di realtà sindacali al di là delle sigle di appartenenza.

In alcune città (Marsiglia, Nantes…) sono nati dei collettivi composti da militanti della CGT, della CNT, della CNT-SO, della FSU e di SUD-Solidaires. Si può dunque ritenere che l'appello ha contribuito a definire la prospettiva del blocco dell'economia quale condizione per un movimento vincente. E' questo che più o meno ha sollevato grande interesse per questo incontro di mobilitazione del 19 maggio.

Hanno aperto il meeting due interventi "tematici", uno sulla repressione contro il movimento, l'altro sui collegamenti intercategoriali a partire dall'esempio di Saint-Denis (93). E' seguita una serie di interventi sullo stato della mobilitazione da parte di sindacalisti di SUD e della CGT di diverse categorie — ferrovie, Poste, trasporti aerei, scuola, studenti, commercio — che hanno permesso di cogliere meglio le difficoltà...ma anche la volontà di lottare!

Hanno preso la parola anche la CNT, la CNT-SO, la tendenza intersindacale Émancipation e l’Union syndicale Solidaires. Infine, ad una rapida sintesi della proposte emerse sono seguiti interventi che hanno sottolineato la necessità di costruire la convergenza degli scioperi e di bloccare l'economia.

Quali indicazioni sono uscite da questo incontro?

Prima questione, sensibile, la resistenza alla repressione che rimane di grande attualità: nel corso della riunione è stato comunicato l'arresto di cinque compagni studenti di Solidaires, la perquisizione dei locali di Solidaires a  Ille-et-Vilaine, e, cosa più grave, la carcerazione preventiva di un compagno dalla CGT Valenciennes. Dobbiamo organizzare sempre più la necessaria solidarietà  inter-sindacale.
Tra gli annunci della serata, il blocco delle raffinerie ha suscitato gli applausi di tutta la sala. Considerato che i blocchi dell'economia in numerose città fanno ormai parte integrante dello spettro delle mobilitazioni, la strategia proposta dall'appello « On bloque tout ! » si integra pienamente nella realtà della lotta.

Resta la questione dello sciopero. Pochi interventi hanno chiesto un appello per l'indizione dello sciopero generale da parte delle "direzioni" sindacali, visto che lo sciopero "a comando" non è uno scenario possibile (nè auspicabile)....semplicemente perchè occorre convincere la base sindacale -e nei posti di lavoro- di smettere di lavorare anche solo per un paio d'ore!

Tuttavia, tutti hanno dichiarato che lo sciopero generale non sia una tappa che si possa scartare. Si tratta semplicemente di fare il più possibile nella realtà delle mobilitazioni nei nostri luoghi di lavoro e di articolare scioperi, blocchi di massa ed esperienze di auto-organizzazione.

Théo Roumier (collettivo promotore dell'appello « On bloque tout ! »)
(traduzione a cura di ALternativa LIbertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 4 aprile 2016

Qui sème la misère, récolte colère.

Quando uno storico dovrà periodizzare l’evento con il quale Parigi e la Francia sono usciti simbolicamente dal terrore del 13 novembre e dalle leggi speciali che scadevano il 29 febbraio, avrà come data quella del 9 marzo, quando i lavoratori, il mondo del precariato e gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma del lavoro del ministro Myriam El Khomri.
Una manifestazione fortemente partecipata, voluta dalla CGT e da Force Ouvrière per i settori pubblici e privati, e a cui si sono uniti gli scioperi del settore dei trasporti con i lavoratori SNCF, ferrovieri, e RATP, autoferrotranvieri delle metro e degli autobus.
In un clima di festa il mondo del lavoro ha cacciato le paure e si è ripreso uno spazio pubblico e politico che negli ultimi mesi girava tutto intorno alla guerra e all’avanzata nera del Front National.
I contenuti della protesta si articolano sui tre punti più controversi della riforma del mercato del lavoro: facilità di licenziamento per l’imprenditore, abolizione delle 35 ore (in Francia ogni ora superiore alle 35 ore è conteggiata come straordinario), lavoro notturno. La riforma ridisegna inoltre tutta l’organizzazione del lavoro in modo particolare sui riposi (tema caldissimo per il settore degli autoferrotranviari che infatti ha unito il suo sciopero a quello della manifestazione), i tempi di lavoro, le negoziazioni salariali, i congedi parentali, la medicina del lavoro.
Nel settore privato l’attuale codice del lavoro permette il passaggio a 60 ore settimanali massime legate a picchi particolari della produzione o a casi eccezionali, ma questa durata settimanale non può eccedere 44 ore su un periodo di 12 settimane. La nuova riforme propone di dimezzare questa finestra di 12 settimane portandola a soltanto 6, e delegando tutto il potere di decisione sulla definizione dei “casi straordinari” all’imprenditore.
Il lavoro notturno, che attualmente è considerato quello compreso dalle 21 alle 6 di mattina, sarebbe limitato a soltanto 6 ore, e il periodo di riferimento per calcolare sarebbe ridotto alla stessa maniera del tempo di lavoro settimanale da 12 settimane a 6.
In caso di licenziamento non giustificato, il nuovo codice sopprime il minimo di sei mesi di salario come indennità.
Contro questi provvedimento si stanno saldando varie componenti del mondo del lavoro.
Se la manifestazione di Parigi è stata quella più simbolicamente importante, ci sono state altre 150 manifestazioni nei centri minori della Francia. A Lione ci sono stati scontri tra dimostranti e polizia.
in ogni corteo gli studenti si sono uniti al corteo dei lavoratori. (Parigi 300 mila, Lione 7000 manifestanti, Lille 6000, Rennes, 8000, Bordeaux 10000, Toulouse 10000, Limoges 3000, Masiglia 5000, Havre 3000, Rouen 5000)
Una petizione nata in sordina e intitolata “Loi Travail: non merci!”, ha raggiunto 1 milione di sottoscrizioni in neanche un mese.
E c’è già il prossimo appuntamento per la manifestazione del 17 marzo, che promette di far vacillare il già fragile governo di Manuel Vals.
Parigi
 
Luca Papini
Direttivo esteri FLC CGIL

martedì 6 ottobre 2015

Sull'intervento di Putin in Siria

Le classi dirigenti del Medio Oriente sono molto agitate in questi giorni, al pari delle loro controparti occidentali ed "internazionali", di fronte alla decisione di Putin di intervenire direttamente in Siria. Infatti, questo è il modo in cui loro "intendono" e fanno politica: combattere contro i loro contendenti regionali per conquistare l'egemonia regionale, appoggiati da schieramenti internazionali reciprocamente opposti.  E' chiaro che la decisione di Putin comporta un'escalation del conflitto in corso tra gli schieramenti locali ed internazionali in campo, in Medio Oriente ed in particolare in Siria. L'Iran, ed ovviamente Assad, Hezbollah ed il governo iracheno hanno ben accolto l'intervento russo, sostenendo che contribuirà a contenere il “terrorismo”, fino a sconfiggerlo. Dall'altra parte, i rivali del regime iraniano: Erdogan , i re ed i principi degli Stati del Golfo hanno condannato gli attacchi russi; ed hanno auspicato che vengano interrotti. Qualcuno ha minacciato per la Russia una sconfitta simile a quella subita in precedenza in Afghanistan. In Occidente ci sono state diverse reazioni: alcuni si sono infuriati per l'iniziativa russa, altri si sono dimostrati indifferenti. Ben presto i capi religiosi si sono uniti allo show: il portavoce della Chiesa Ortodossa russa ha definito questa guerra come una guerra "santa". Gli ha risposto il portavoce dei Fratelli Musulmani siriani, il quale ha dichiarato la jihad dalla sua residenza a Istanbul chiedendo ai Siriani di combattere gli aggressori con tutti i mezzi possibili. Alcuni accademici Sauditi  gli hanno subito fatto eco. Anche "politici" ed "intellettuali" si sono arruolati volenterosi nel conflitto: sproloquiando di un'altra guerra sulle pagine dei giornali o dei siti web, una guerra che non sparge una sola goccia di sangue, ma che uccide ogni segno di solidarierà umana e di naturale empatia umana tra la gente comune, le vere vittime di tutti questi stupidi conflitti. Ma qui i libertari si trovano di fronte ad un dilemma in una situazione in cui forze autoritarie si combattono l'un l'altra per il solo scopo dell'egemonia sulle masse. Assad o ISIS sono entrambi forze ultra-totalitarie, quasi fasciste nella struttura della loro demagogia e della repressione. Chi li appoggia: sia i mullah iraniani sia i loro rivali in Arabia Saudita, Turchia e Qatar sono governanti dispotici. E allora da che parte stare in questo conflitto? Naturalmente, questo non è mai un problema per gli autoritari: seguiranno chi li possa portare al potere, pretendendo che questo è negli "interessi reali" della nazione o del popolo, oppure della Umma, o della classe, ecc. Essere autoritari è sempre più facile, un lavoro semplice…
Era la stessa situazione ai tempi della guerra fredda, due potenze autoritarie si combattevano per l'egemonia mondiale, ed ognuna diceva di combattere per la "vera libertà".
E quando tu sei il "buono", che combatte contro i "cattivi", allora non puoi che fare solo cose "buone", fosse pure uccidere, distruggere o reprimere.
Così, il sistema repressivo dei gulag, i processi-spettacolo a Mosca, la caccia alle streghe di McCarthy, ecc, potevano essere giustifcati.
Fino ad ora centinaia di migliaia di Siriani, gente comune, sono morti, milioni sono gli sfollati, ed ancora ci tocca ascoltare solo due versioni sulle loro sofferenze: chi da un lato  accusa il nemico di tutte le atrocità e chi nega le atrocità commesse dagli "amici" salvo parlarne come inevitabili effetti collaterali. Gli attacchi aerei degli USA uccidono civili innocenti, al pari di quelli russi. Anche i bombardamenti di Assad o gli attentati suicidi dell'ISIS uccidono indiscriminatamente. Dopo che la rivoluzione siriana è degenerata in guerra civile, dopo che le masse in rivolta o i loro comitati di coordinamento e le loro milizie locali e decentrate inizialmente note come Libero Esercito di Siria sono state sostituite dai gruppi semi-regolari dei signori della guerra, apppoggiati dai despoti della regione, i rivoluzionari siriani si sono ritrovati in una situazione difficilissima: non possono accettare la vittoria del dittatore, al tempo stesso sapevano benissimo che la sconfitta di Assad non significava la liberazione delle masse dalla dittatura ma la sua sostituzione con un altro dittatore.
Ciò che è rimasto del Libero Esercito Siriano e delle milizie locali e decentralizzate che avevano iniziato a combattere la forza militare dell'esercito di Assad spalancando autostrade per il risveglio e l'insorgenza degli jihadisti, è degenerato in bande di delinquenti guidate da signori della guerra che obbediscono agli ordini dei loro finanziatori (i quali sono in genere i ricchi despoti confinanti) i quali perseguono l'egemonia e la ricchezza anche alle spalle degli stessi vicini che dichiarano di voler difendere.
E col peggiorare delle condizioni di vita delle masse siriane, causato dall'intervento di tutte le potenze in gioco, la forza e la volontà di combattere del popolo è rapidamente scemata e quasi scomparsa, dal momento che si lotta per la mera sopravvivenza. Quale allora la situazione per i rivoluzionari ed ovviamente per le masse?
Ebbene, mentre le alte speranze di emancipazione sono sfumate, dobbiamo essere franchi con noi stessi e con il popolo ed iniziare a costruire le lotte del futuro.
Stare con Assad o con l'ISIS o con i signori della guerra non significa lottare per noi stessi.
Nemmeno lo schieramento guidato dall'Iran o quello guidato dai Sauditi meritano che si muoia per loro.
Inoltre, noi non nutriamo nessuna illusione su un possibile accordo "di pace". Che significherebbe un nuovo status quo , una nuova repressione, una nuova dittatura, che scambia la sicurezza con la sottomissione, come tutti fanno con i comuni cittadini siriani.
Invece del confessionalismo, che si è dimostrato essere forte, un'arma decisiva nelle mani del dittatore o delle classi dirigenti che si oppongono a lui, noi perseguiremo un nuovo movimento di liberazione, non multi-confessionale come rottura liberale, ma del tutto anti-confessionale; non semplicemente laico, ma libertariamente laico ed antagonista non solo al fondamentalismo islamista ma anche al laicismo "autoritario" di alcuni ben noti dittatori come Ataturk , Nasser , Assad , etc
Noi non ci schiereremo e chiederemo alle masse di fare lo stesso.
Schierarsi significa solo giustificare omicidi, repressione ed autoritarismo.
Noi vogliamo la libertà, la giustizia, una vita dignitosa, per tutti. Nessuno tra gli schieramenti autoritari può offrire tutto questo alle masse. Ma solo egemonia. E noi ci opponiamo a loro, li condanniamo in blocco, li riteniamo responsabili della critica situazione in cui vivono oggi le masse siriane.
Mazen Kamalmaz
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 5 maggio 2015

FONTENIS: LUCI E OMBRE (PARTE I e II) tratto da opinionefranchi

La vulgata vorrebbe i comunisti anarchici, alias “piattaformisti”, alias cripto-marxisti infiltrati, come immutabili nel tempo e nello spazio, assolutamente fedeli al sacro verbo della “Piattaforma Organizzativa dell'Unione Generale degli Anarchici” elaborata nel 1926. Ovviamente la cosa è destituita di ogni fondamento poiché nei decenni successivi sono stati scritti decine di documenti teorici e pratici che arrivano fino ai giorni nostri, in tal senso l'America Latina è una vera e propria fucina. Fra i documenti “piattaformisti” più controversi, ma allo stesso tempo brillanti ed originali, troviamo l'opera di George Fontenis “Manifesto del Comunismo Libertario”. Documento elaborato nel 1953, quindi figlio ideale di quella cosiddetta IV ondata rivoluzionaria del comunismo anarchico (giusto per usare la periodizzazione di Michael Schmidt) da cui nacquero in Italia i famosi (si fa per dire) Gruppi Anarchici di Azione Proletaria. L'opera è stata editata nel 2011 dal Centro Documentazione Franco Salomone con il titolo “Manifesto del Comunismo Libertario. George Fontenis e il movimento anarchico francese”. L'opera presenta oltre al vero e proprio manifesto di Fontenis, una pregevole introduzione del militante cileno José Antonio Gutiérrez, ed una corposa appendice formata da ben cinque contributi su cui mi riprometto di tornare con un contributo a parte in quanto occupano ben la metà del testo. Quello che invece mi interessa è porre in rilievo gli elementi peculiari del manifesto vero e proprio. Si tenga bene a mente che senza la “Piattaforma Organizzativa dell'Unione Generale degli Anarchici” non sarebbe stata possibile l'elaborazione del “Manifesto del Comunismo Libertario” di George Fontenis, senza quest'ultimo non sarebbero state possibili le moderne teorizzazioni che oggi hanno nell'America Latina il loro laboratorio precipuo: lo stesso militante cileno José Antonio Gutiérrez che ha curato la prefazione alla traduzione italiana pone l'accento sull'influenza del pensiero di Fontenis in America Latina. Alla fine del secondo conflitto mondiale il confronto fra sostenitori dell'organizzazione specifica e quelli dell'organizzazione di sintesi era molto aspro ed il discorso di Fontenis è come benzina sul fuoco poiché va dritto al sodo e parla senza reticenza di: - Avanguardia: da intendersi non in senso leninista, ossia minoranza che dirige di fatto la massa dall'alto di una coscienza / conoscenza vera o presunta, bensì come elemento che agisce in senso orientativo (termine usato anche nella celebre Piattaforma del 1926 e tradotta per ripicche puerili da Volin con direzione n.d.a.). L'avanguardia in senso comunista anarchico non impone niente a nessuno, ma propone una via operando all'interno di quei canali ritenuti tatticamente paganti. Anche in caso di vittoria l'avanguardia continua ad operare trasversalmente nella società vigilando su possibili processi involutivi; - Potere politico: quasi una bestemmia per alcuni “puristi” per lo più arroccati su posizioni etiche ed anti-politiche che non considerano debitamente i fatti storici oggettivi dall'Ucraina 1917 – 1921 alla Spagna 1936 – 1939. Mi pare abbastanza scontato che un atto politico impone sempre l'esercizio della forza, se così non fosse vorrebbe dire che esiste l'unanimità totale. Fontenis per spiegare il potere politico come inteso dai comunisti anarchici mutua un pensiero di Camillo Berneri risalente al 1936: “Gli anarchici ammettono l'uso di un potere politico da parte del proletariato ma tale potere politico lo intendono come l'insieme di sistemi di gestione comunista, di organismi corporativi, di istituzioni comunali, regionali e nazionali liberamente costituite fuori e contro il monopolio politico di un partito e miranti al minimo accentramento amministrativo” Questi elementi peculiari portarono anche la Federazione Comunista Libertaria a provare la tattica elettorale alla fine del secondo dopoguerra. La mossa fu successivamente definita da Fontenis “spregiudica” ma “realistica”; spregiudicata di sicuro, realistica ho dei seri dubbi. Il trattato, a mio modesto parere, ha anche alcuni punti che tradiscono posizioni del tutto soggettive ed in parte errate come la trattazione relativa all'evoluzione del capitalismo anche se Gutiérrez la vede diversamente: ritenere che il capitalismo liberale possa essere considerato una variante di quello di stato non regge, in alcun modo, gli anni '70 ed il passaggio progressivo dal capitalismo industriale a quello finanziario hanno reso la cosa ancora più evidente. Inoltre a sentire il nostro il capitalismo, nel momento in cui scriveva il manifesto, era in “crisi” ed a punto di svolta, ma a conti fatti Fontenis è sotto terra ed il capitalismo invece è vivo, vegeto e pure vittorioso. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Come dicevo la seconda parte del libro è occupata da una corposa appendice con ben 5 contributi. Il primo contributo è la traduzione della comunicazione che ufficializza al grande pubblico la costituzione dell'Internazionale Comunista Libertaria dopo il congresso di Parigi del giugno 1954; a seguire il documento programmatico sui principi dell'Internazionale in cui è ravvisabile l'influenza del periodo: gli anni '50 sono quelli della decolonizzazione, quindi è evidente che che l'I.C.L. presti un certo interesse al fenomeno imperialista. Fin dalla prima lettura, anche superficiale, si evince una certa influenza del marxismo se non altro a livello semantico anche se a livello prettamente ideologico sono chiari, evidenti e lampanti i riferimenti al Manifesto del Comunismo Libertario di Fontenis. Quindi è plausibile che l'I.C.L. sia nata in seguito ad un preciso stimolo di rinnovamento portate dalla teorizzazioni del transalpino: la “liquidazione dello stato”, l'importanza del sindacalismo, l'unità teorica e tattica, ecc. . Purtroppo l'I.C.L. ebbe vita breve: dal 1954 al 1958. Se non altro non si può accusare i comunisti anarchici di allora di aver voluto tenere in vita un inutile contenitore basandosi su inutili e negativi sentimentalismi. Il secondo contributo è un breve scritto di Fontenis intitolato “Cos'era l'Internazionale Comunista Libertaria? (giugno 1954 – luglio 1958)”. da questo contributo cosa emerge: a) nelle intenzioni di Fontenis dei “piattaformisti” l'Internazionale Comunista Libertaria era la naturale prosecuzione della vecchia AIT; b) i “piattaformisti” francesi non sono nati dal nulla, ma furono una risposta all'immobilismo politico dell'anarchismo di sintesi all'interno della Federazione Anarchica (francese n.d.r.). La corrente comunista anarchica arrivò ad essere una maggioranza schiacciante all'interno della F.A., da qui la scissione che porterà alla nascita della Federazione Comunista Libertaria. c) la tendenza in atto in Francia non era inedita poiché pulsioni simili erano ravvisabili in altri paesi europei, ecco spiegata la necessità di uno strumento di collegamento internazionale; d) similmente agli italiani G.A.A.P. si fa strada la necessità di aprire un dialogo con le forze comuniste dissidenti rispetto alla linea stalinista; e) l'esperienza dell'Internazionale Comunista Libertaria è franata per una serie di errori della federazione francese che a conti fatti erano il vero punto di riferimento. L'esperienza è terminata non per mancanza di volontà ma un errore tattico imperdonabile: ritenere che i francesi potessero sobbarcarsi per intero il peso della struttura internazionale. Il terzo contributo è la cronistoria del movimento comunista anarchico transalpino dal 1945 al 2011. Contributo senz'altro apprezzabile per contestualizzare l'opera di Fontenis e lo sperimentalismo del comunismo anarchico sempre attivo su due direttrici: il movimento politico in senso stretto e l'azione sindacale. Salta subito all'occhio il dedalo di sigle proposte, realtà specifiche che raccoglievano alcune decine di militanti, molto compatte e coese: di norma la divisione all'interno del movimento comunista anarchico non è mai avvenuto in base a personalismi, bensì su questioni di merito circa la corretta applicazione delle linee teoriche. Il quarto contributo è un intervista rilasciata da Fontenis quando già si era ritirato a vita privata. Uno spaccato delle dinamiche occorse nel movimento comunista anarchico viste attraverso gli occhi dell'intervistato: il periodo della clandestinità e l'impegno sindacale durante l'occupazione nazista, la ricostituzione della struttura dell'anarchismo sociale, la divisione fra sostenitori della struttura di sintesi e della struttura specifica. Forse l'intervista sarebbe stata più utile se si fosse focalizzata soprattutto sugli errori commessi. Historia magistra vitae. Il quinto contributo è una biografia di George Fontenis, dal 1920 al 2010. Forse sarebbe stato più appropriato mettere la nota biografica come primo contributo d'appendice: non tutti, anzi pochi se non pochissimi sanno chi era George Fontenis . Detto ciò il libro è ottimo e spero di poter presto leggere in italiano le opere di questo brillante attivista politico anarchico.Pubblicato da Giorgio Franchi

mercoledì 8 aprile 2015

La tradizione perduta del sovietismo francese

Per un osservatore esterno anglofono, il movimento anarchico francese - distinto dal movimento anarchico francofono in Nord Africa, Vietnam, ecc. - appare spesso come il movimento "madre" in virtù della grande federazione sindacale della CGT la quale, sotto l'egemonia anarchica, si era amalgamata con le locali Bourses du Travail nel 1895, costruendo un modello "apolitico" di anarcosindacalismo di massa che venne replicato in paesi francofili come la Polonia, nella maggior parte d'Europa ed in territori molto lontani come il Brasile, l'Egitto ed il Senegal. Il movimento francese è stato uno dei più ampi, dei più influenti e dei più duraturi fra tutti i movimenti anarchici; ed a parte la sua soppressione per 4 anni durante l'era di Vichy, esso ha operato ininterrottamente dalle sue origini all'interno dei sindacati della Prima Internazionale nel 1868 fino ai giorni nostri. Ora gestisce una stazione radio 24 ore su 24, parecchi piccoli sindacati anarcosindacalisti, istituti di ricerca, case editrici ed un significativa struttura di collegamento di reti contro-culturali. Allo stesso modo, per un francofono che guarda dall'interno, il movimento anarchico francese, pur non essendo più egemonico nel mondo del lavoro come nel periodo 1895-1920, riesce ancora a proporsi come un'esperienza socio-politica a tutto campo. Cosa che rende difficile ad un ricercatore distinguere il legno dagli alberi. Ciò che complica le cose è che nel 1920 il movimento iniziò a frammentarsi e di conseguenza dovette fare i conti con il prestigio del bolscevismo del post-1917, e -cosa rara- tenere d'occhio "tutte" le diverse risposte organizzative delle varie fazioni. Berry riesce benissimo a fornire una visione olistica del frammentarsi del movimento di fronte alla tripla minaccia portata dal riformismo (nel 1920 la CGT tocca il massimo 2,46 milioni di iscritti, più della famosa CNT durante la Rivoluzione Spagnola - ma si trattava in gran parte di colletti bianchi, molto distanti dalle sue origini operaie), dal bolscevismo, dal fascismo francese e dal nazismo. Mentre una maggioranza di "pragmatici" sindacalisti apolitici era felice di formare un'opposizione (insieme ai bolscevichi) all'interno delle centrali sindacali riformiste, in una strategia di auto-difesa, la minoranza anarcosindacalista esplicitamente rivoluzionaria invece iniziò ad uscire da queste centrali per formare federazioni più piccole e più che mai puriste e contemporaneamente le organizzazioni "politiche" anarchiche dovevano fare i conti con l'erosione della base industriale nel movimento di massa, con conseguenti scismi dolorosi, specialmente tra i ben organizzati "piattaformisti" da una parte ed i "sintetisti" pluralisti dall'altra, un'animata divisione che dura tutt'oggi. La frammentazione del movimento comportò anche una diversità di risposte da dare ai temi cruciali come quello di misurarsi con l'estrema destra francese, con la Rivoluzione Spagnola, con il movimento di liberazione in Angola, temi rispetto ai quali i piattaformisti erano per un intervento diretto, mentre i sintetisti erano in gran parte per un supporto critico. Infine Berry non sfugge alla inquietante questione di quei pochi anarchici ed individualità che collaborarono o erano compromessi con Vichy. Ma il maggiore contributo di Berry alla comprensione della politica rivoluzionaria in Francia tra le due guerre riguarda la tradizione perduta del sovietismo francese, un movimento di massa che risulta trascurato da chi studia il sovietismo (comunismo consiliarista) in altri paesi come l'Italia, la Germania, l'Ungheria ed anche il Regno Unito. Questo movimento ha le sue radici nella linea dura della resistenza comunista anarchica ed anarcosindacalista contro il militarismo della 1GM e portò nel maggio 1919 alla nascita in Francia del Partito Comunista (PC) di tendenza anarcocomunista. Se ciò può apparire strano, si tenga presente che tali partiti comunisti antistatalisti, antiparlamentaristi, antiautoritari (e dunque non bolscevichi) nacquero nel medesimo periodo anche nel Regno Unito, in Brasile, in Portogallo, in Sud Africa e probabilmente in Cecoslovacchia ed in Vietnam, ovunque anticipando la nascita dei Partiti Comunisti "ufficiali". In Francia questo PC costruì una rete di base sindacale all'interno della CGT che portò alla nascita a Parigi del Soviet Regionale Autonomo, il quale tenne un congresso nel dicembre 1919 a cui parteciparono 35 soviet della capitale e di altre parti della Francia, sconfiggendo la linea leninista e riaffermando il sovietismo libertario. Ne seguì la formazione della Federazione Comunista dei Soviet (FCS), con il quindicinale Le Soviet, come organo di stampa. Come spiega Berry, la FCS era strutturata sui consigli operai nei posti di lavoro, che insieme ai quartieri erano rappresentati nei soviet locali, a loro volta rappresentati nei soviet regionali, con un congresso composto solo da delegazioni di consigli operai e soviet locali quale organismo politico decisionale. Purtroppo, nel 1921 la FCS entrò in una fase di declino con la fondazione del PC ufficiale, i cui iscritti erano in gran parte provenienti da organizzazioni della destra interna alla FCS, come il Partito Socialista. Le condizioni favorevoli ad una rivoluzione sarebbero riapparse in Francia solo nel 1968, quando l'anarchismo ed il sindacalismo rivoluzionario erano ancora vivi, ma marginali come movimento. Il libro di Berry è un testo fondamentale per chi studia non solo il movimento anarchico, il movimento sindacalista rivoluzionario ed il movimento comunista consiliarista, ma anche più ampiamente la politica ed il sindacalismo francese tra le due guerre. Mi auguro che a questo volume faccia seguito uno studio sul movimento anarchico francese dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Michael Schmidt (traduzione cura di Alternativa Libertaria/Fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

domenica 18 gennaio 2015

No al fascismo, nazionalista o religioso che sia

Noi condanniamo le uccisioni pepetrate il 7 gennaio nei locali della rivista Charlie Hebdo. Niente permette di giustificare un tale crimine fascista. Non lo sono di meno la cattura di ostaggi e le uccisioni antisemite che si sono verificate in un negozio di alimentari kasher venerdì 10 gennaio. Condanniamo anche le aggressioni fasciste rivolte contro luoghi di culto musulmani o contro persone musulmane o designate come tali. vedi link sul sito di Paris Luttes Infos : http://paris-luttes.info/deferlante-raciste-et-islamoph...-2397). Questi attacchi si inscrivono in una crescita generale del fascismo, di quel fascismo che avanza dietro lo slogan della "difesa della nazione", di quello che vuole una "civiltà" essenzializzata [1], o di quello di matrice religiosa qualunque sia. Certo gli esponenti di tali fascismi concordano tra loro ideologicamente, ognuno cercando di mobilitare i propri adepti poter finanziare il loro progetto: quello del mito essenzialista dello "scontro di civiltà" con le sue conseguenze sanguinose per le classi lavoratrici. Attentati strumentali al sistema razzista Se, con la pretesa di fare dell'umorismo, Charlie Hebdo ha riprodotto stereotipi razzisti e ha partecipato alla stigmatizzazione della minoranza musulmana, pur scagionandosi da qualsiasi intento razzista, questa constatazione non deve farci perdere di vista l'essenziale: prendere come bersaglio un giornale identificato / etichettato come "di sinistra", significa voler sviluppare l'islamofobia nella sinistra e distruggere le ultime forme di solidarietà anti-razzista che esistono con la minoranza nazionale musulmana. E così aprire la strada a una nuova ondata razzista, i cui recenti attacchi islamofobici sono i primi passi. A livello internazionale, vuol dire anche voler mettere a tacere qualsiasi critica all'ideologia religiosa, in nome della "blasfemia", in una strategia di intimidazione e di uccisione di giornalisti ad opera dei cosiddeti takfiri [2], come in Tunisia e in Turchia . L'attacco antisemita, nel frattempo, si inserisce in una visione razzista del mondo portata avanti dall'ideologia takfiri, ma anche nella lunga storia dell'antisemitismo europeo diffuso dal potere coloniale nelle colonie francesi, all'interno della logica del "divide et impera", opponendo tra di loro ebrei e musulmani per preservare il potere coloniale. (Si veda il comunicato federale del CGA sul tema: www.cga.org/content/contre-lantisemitisme-autodefense-antifasciste-et-luttes-populaires). Lo scopo di questi atti in Europa è anche quello di innescare un'ondata di islamofobia, spingere la minoranza musulmana nel fascismo religioso che si presenta come il suo protettore, mentre contribuisce al contrario al rafforzamento del sistema razzista. Nei paesi a maggioranza musulmana, dove costoro possono permettersi di presentarsi nelle vesti di oppositori dell'imperialismo, e dove i takfiri agiscono nella repressione del movimento operaio, le loro vittime sono in maggior parte musulmani. Convergenze di correnti fasciste Il fascismo di tendenza nazionalista, nel frattempo, partecipa alla stessa dinamica: per presentarsi come protettore della "nazione", dell' "occidente bianco e cristiano" cavalcando l'onda degli attentati e moltiplicando da par suo gli attacchi di islamofobia per accentuare la frattura tra musulmani e non musulmani, e quindi portare l'assalto al potere. Per quanto apparentemente opposte, queste due correnti del fascismo perseguono invece lo stesso progetto politico: diffondere il razzismo, il sessismo, l'omofobia, la lesbofobia, la transfobia, la repressione anti-operaia, la guerra del "tutti contro tutti", la sottomissione all'ordine dominante. I fascisti religiosi takfiri, come i nazionalisti francesi o europei, chiedono di essere scelti come versioni alternative gli uni agli altri, ma in realtà sono due versioni convergenti del fascismo. Questa ascesa del fascismo nelle sue varie forme è una manna dal cielo per la borghesia, poichè sostituisce lo scontro di classe, la messa in discussione del sistema capitalistico, imperialista, razzista e patriarcale, per scatenare la guerra di "tutti contro tutti". L'impasse della sacra unione Lo Stato, nel frattempo, e quasi tutte le formazioni politiche borghesi, hanno chiamato il popolo all'unità nazionale: il "popolo" che si prende per mano, gli sfruttati con gli sfruttatori, gli oppressi con gli oppressori contro gli nemico comune, per lo scontro di civiltà. E 'anche probabile che le nuove misure di sicurezza vengano prese in nome della lotta contro il terrorismo, approfittando dello shock emotivo, pur di limitare di nuovo le nostre libertà e aumentare la repressione della protesta popolare. Per un'alternativa: per l'unità popolare! Di fronte a tutto questo, ci rifiutiamo di essere incastrati nel fuoco incrociato tra il patriottismo da un lato e i fascisti dall'altra, siano nazionalisti o religiosi, che stanno cercando di reclutare la maggioranza nazionale e le minoranze nazionali. Rifiutiamo le due facce della stessa medaglia: il nazionalismo e il suo progetto imperialista e razzista così come il fascismo religioso. Per sviluppare invece la solidarietà popolare anti-razzista e la lotta contro i nostri sfruttatori, come parte del movimento operaio rivoluzionario internazionale. Prendiamo esempio dalla resistenza curda a Kobanê, ma anche dai rivoluzionari, in Siria o altrove, che hanno dimostrato il modo per spezzare questo circolo vizioso, nella lotta contro l'imperialismo e contro i fascisti religiosi. Groupe de Lyon de la Coordination des Groupes Anarchistes (traduzione a cura di Alternativa Libertaria/FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali) Note: [1] Ridurre un individuo ad una sola entità, ad una sola delle sue dimensioni. [2] Il takfirismo è una corrente politico-religiosa violenta che difende un'interpretazione letterale e reazionaria della religione musulmana e ritiene che tutte le persone che si oppongono alla loro idelogia, comprese anche persone musulmane, siano da considerare come obiettivi da colpire militarmente. E' una corrente fascista della religione musulmana.

lunedì 12 gennaio 2015

Anche noi siamo Charlie, no al fascismo islamico ed a chi lo finanzia, no a chi costruisce un futuro di odio

Anche noi siamo Charlie, ma a modo nostro. Difendiamo come anarchici e libertari il diritto alla satira ed all’irriverenza di qualsiasi presupposta verità religiosa, rivendichiamo il diritto di tutti a professare la propria fede religiosa od il proprio ateismo in pieno giorno e senza paure, rifiutiamo di ammantarci di un relativismo scadente che serve solamente a celare il colonialismo e la pretesa superiorità europea della cultura e soprattutto delle armi, lottiamo in tutto il mondo per affermare dignità e diritti delle classi oppresse, al di là dell’appartenenza etnica e religiosa. Siamo Charlie e non accettiamo che in nome della libertà le religioni riprendano il loro ruolo mortifero nella società. Non potremo mai allearci con fascisti ed imperialisti, con razzisti e mestatori di coscienze. Noi abbiamo il coraggio di affermare che i diritti siano universali, di tutti e per tutti, e nella nostra lotta anticapitalista non saremo mai al fianco di fascisti e nazionalisti di ogni risma, islamici od ebrei, cattolici od ortodossi. Troppe sono le crepe prodotte dall’imperialismo del capitale per l’egemonia per farci trascinare da una parte o dall’altra. Il nostro compito, come sempre, è quello di stare dalla nostra parte e di combattere per la nostra classe di appartenenza, che non ha religione nè nazione. Denunciamo quindi ogni fascismo, anche quello islamico, ma non dimentichiamo il cinismo con il quale si è armata la mano degli assassini dei redattori di Charlie Hebdo, assassini che sono all’opera nei territori curdi, a Kobane, armati dall’Occidente liberale e dagli Stati del Golfo come dalla Turchia, oppure nelle guerre che hanno distrutto l’Afghanistan e l’Iraq, alla mai volutamente risolta questione palestinese, alla distruzione della Siria e della Libia, alla fame imposta in Somalia, in Nigeria, in Mali, in Ciad, al ruolo controrivoluzionario avuto nelle cosiddette rivolte arabe. Intere aree del pianeta sono distrutte e cacciate in un caos sistemico utile solo al grande capitale. I paesi europei, gli USA ed i paesi periferici dell’area medio orientale, in primis l’Arabia Saudita, da quaranta anni finanziano il fascismo islamico, addestrano i militari e favoriscono la guerra contro le componenti laiche e socialiste impedendo il contributo alla ricostruzione sociale basata su diritti universali, propinandoci il loro relativismo culturale pur di non riconoscere tali diritti. Quanto accaduto pone una seria ipoteca alle lotte sociali in corso in tutta Europa. L’etnicizzazione dei fenomeni sociali e sindacali subirà un ulteriore incremento. I proletari islamici d'Europa e i migranti che tentano a costo della propria vita di scappare magari proprio dai fondamentalismi saranno le vittime più colpite da quanto è successo. Intere generazioni di lavoratori e lavoratrici, di studenti, di uomini e donne che cercano come noi di costruire una vita migliore e più libera, saranno inchiodati alle proprie origini etniche e culturali, vissuti come nemici e guardati con sospetto dai propri vicini di casa, dagli insegnanti dei propri figli, dai propri compagni di lavoro. E invece le lotte future avranno bisogno di tutti. Occorrre evitare ogni etnicizzazione dei conflitti, è indispensabile ricostruire il fronte di classe fuori da paradigmi religiosi ed etnici, dovremo compiere uno sforzo mostruoso per evitare che si scateni in termini drammatici la lotta tra poveri. Tutto è predisposto per spostare milioni di europei su posizioni reazionarie con grande gioia del capitale, la crisi ed i fenomeni di ristrutturazione in atto sono mine disseminate in una società troppo liquida. Noi continueremo la nostra lotta internazionalista a difesa degli interessi della nostra classe, per una società che vogliamo comunista e libertaria, laica, dove la religione sia racchiusa nell’intimità di ogni individuo che abbia fede e che non diventi il motivo trainante delle nefandezze odierne e future, combatteremo sempre la religione come marchio identitario, a conferma che la libertà passa per una società laica e plurale. Alternativa Libertaria/Fdca gennaio 2015

sabato 8 febbraio 2014

Dieudonné/Soral - L'anticapitalismo degli imbecilli - dal numero 234 di Alternative Libertaire del dicembre 2013

Si potrebbe pensare che dopo tutti i loro scivoloni e le loro prese di posizione reazionarie, non ci sarebbe più niente da scrivere sul duo tragicomico Dieudonné e Soral. Eppure la capacità di nuocere di questi due nemici del movimento rivoluzionario sembra ancora intatta. Innanzitutto questo duo d'assalto ha una sola funzione: quella di cercare di sensibilizzare alle tesi dell'estrema destra un pubblico abitualmente insensibile. Questi due tentano di confondere le acque presentandosi come al di là degli schieramenti, quando le cose stanno molto diversamente. Infatti, Soral è stato membro del Comitato Centrale del Front National (FN) prima di dare le dimissioni perchè non gli veniva data abbastanza importanza. Quanto a Dieudonné, passa il suo tempo con gente più che coinvolta con il FN e con altra gentaglia di estrema destra (come Chatillon, consigliere di Marine Le Pen e vecchio membro del GUD-Groupe Union Defense). Affitta inoltre il suo teatro al FN per delle iniziative di formazione, ricevendone lauto compenso. D'altronde le sole azioni politiche proposte da Soral si possono riassumere in un "comprate i miei prodotti, comprate i biglietti per le mie conferenze e votate per il FN". Ascoltando i suoi discorsi, ogni tanto sembra che inserisca degli elementi interessanti e progressisti, ma sfrondando alquanto, la sua solfa è composta dai soliti vecchi ingredienti rancidi dell'estrema destra più fascisteggiante. Soral si presenta oggi come portavoce dei cittadini? Vediamo invece qual è il suo pensiero:"La sola speranza [per gli algerini, nda] è quella di tornarci [in Algeria, nda]" e ancora "La Francia sta diventando un paese di anglosassoni nevrotici invasa da maghrebini ostili". Vi ricorda forse qualcuno? Altra questione che a volte confonde: Soral è un anticapitalista? Forse gli piacerebbe, ma malauguratamente dietro la posa da vero ribelle si sente piuttosto il conformismo più piatto. Le sue teorie si limitano a una critica superficiale della finanza, delle multinazionali straniere ed alla più bieca apologia dei piccoli padroni. Soral ha tra l'altro usurpato la sua reputazione di sovversivo basandosi su un cosiddetto antisionismo radicale. Si autoproclama regolarmente insieme al suo compare l'alfa e l'omega di questa lotta. E intanto alla televisione non fa che dire:"Io non sono nè filo-palestinese nè filo-israeliano, sono solo francese, signori". Ma Soral ha una ottima opinione di un certo Pietro Sangiorgio il quale, aderente al fan-club dello stesso Soral "Uguaglianza e Riconciliazione", dice che per lui Israele è uno Stato modello. E invece il suo antisemitismo è del tutto tangibile: Alain Soral ha ristampato "La France juive" di Drumont (figura storica dell'antisemitismo francese della fine del XIX secolo, nda) e la sua analisi del capitalismo si riduce alla denuncia del complotto pluto-giudaico. In quanto al comico Dieudonné, tutti i suoi spettacoli sono impregnati del più becero antisemitismo e negazionismo. Aggiungiamo che Soral fa propaganda di tutte le tesi complottistiche più idiote prese dalla rete per spiegare come va il mondo. Soral e Dieudo non sono che dei piccoli piazzisti, riflesso di un'epoca senza speranza, sono l'oppio che ottunde la coscienza rivoluzionaria. L'ultimo numero da prestigiatori del nostro duo è stato l'indegna arringa a favore di Esteban Morillo, l'assassino del giovane antifascista Clément Méric [aggredito il 5 giugno 2013 da skinheads del gruppo di estrema destra JNR-Jeunesse National Revolutionnaire, ndt] Riprendendo una stanca litania, il nostro duo si presenta come al di sopra delle parti e invitano al loro spettacolo Serge Ayoub, leader del gruppuscolo fascista di cui fa parte l'assassino di Méric, presentando una versione totalmente di parte dei fatti in nome del diritto alla verità. La prima verità invece è che sarebbe il caso di ricordare che questo Serge Ayoub e Soral si conoscevano talmente bene da aver aperto insieme un bar. E allora vi sembra ancora così divertente la comicità di questi due buffoni? San Vincente (Alternative Libertaire - Bruxelles) (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali dal numero 234 di Alternative Libertaire del dicembre 2013)

lunedì 30 settembre 2013

Francia - I Rom, capri espiatori ad uso deipolitici

La campagna per le elezioni amministrative è iniziata ed i politici fanno a gara a fare leva sul razzismo. Per due ragioni: la prima è che secondo loro è ciò che l'elettorato vuole sentirsi dire, e la seconda è che mentre i media non fanno che parlare di questo, la gente non bada alla disoccupazione, alla povertà ed alla distribuzione della ricchezza. Una settimana la campagna razzista colpisce i musulmani e quella dopo tocca ai Rom. In Francia ci sono circa 20.000 Rom provenienti dall'Europa dell'Est. L'Unione Europea ha creato un regolamento speciale per i Rom: hanno il diritto di stare ma non quello di lavorare. Niente reddito, niente casa, migrazioni di gruppo...ed ecco disposte le condizioni per la creazione delle baraccopoli di cui i politici ed i media parlano così tanto. Nel frattempo, crescono le menzogne. L'estrema destra, per bocca del suo portavoce Manuel Valls, dice che i Rom sono destinati a far ritorno nel loro paese di origine oppure che non si vogliono integrare, fatto salvo per pochissime famiglie. Logicamente, dato che Valls suona la musica che piace al governo su questi temi, sono aumentati gli sgomberi massicci dai campi e dalle baraccopoli: nel 2012, sono state sgomberate più di 11000 persone da luogo in cui vivevano; nei primi sei mesi del 2013, la cifra è superiore a 10mila. E durante l'estate altre 3700 persone hanno perso le loro case, che sebbene precarie sono pur esistenti. Non facciamoci prendere in giro e non facciamoci distrarre. I nemici sono sempre le banche, i capitalisti ed i governi e non i poveri di ogni dove! Alternative Libertaire 26 Settembre 2013 Traduzione a cura di FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali Link esterno: http://alternativelibertaire.org

martedì 17 settembre 2013

Stati e forze reazionarie: giù le mani dalla rivoluzione siriana

A partire dal marzo 2011, è in corso in Siria un processo rivoluzionario. Il popolo è insorto contro il sanguinario regime fascista di Bashar al-Assad e contro il Partito Ba'ath. Non essendo nè un "complotto imperialista", nè un "complotto islamista" e nemmeno un "complotto sionista", questa rivoluzione popolare sta dentro quella più globale rivolta contro il capitalismo, per la giustizia e la libertà, che si è sviluppata tra gli oppressi e gli sfruttati dall'Egitto alla Cina, dalla Russia alla Turchia, dall'Europa al Brasile, dalla Tunisia alla Siria. La brutale repressione da parte del "laico" regime fascista Questa rivolta è stata affrontata con una brutale repressione da un regime che ha scelto di giocare la carta del settarismo religioso mentre si autorappresentava ipocritamente come "protettore delle minoranze", un regime che massacrava i suoi oppositori, fossero adulti o bambini. Questo regime è stato sostenuto dal regime clerico-fascista dell'Iran e dall'imperialismo russo. La repressione ha portato una rivolta che inizialmente era pacifica alla scelta di militarizzarsi, per necessità di autodifesa. Le strumentalizzazioni delle potenze imperialiste in competizione Come in ogni processo rivoluzionario, alcune forze, estranee agli scopi rivoluzionari, hanno cercato di strumentalizzare gli eventi allo scopo di far emergere obiettivi che non hanno nulla a che vedere con quella libertà e quella uguaglianza, così tanto perseguite dal popolo siriano insorto. Al momento della sua militarizzazione, il processo rivoluzionario si è trovato a dover far fronte ad una contro-rivoluzione interna: alcuni movimenti reazionari e clerico-fascisti, finanziati, armati e sostenuti dalla Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia ma anche dai miliardari sauditi, hanno cercato fortemente di far deviare il processo rivoluzionario allo scopo di trascinarlo nella regionale contesa politico-religiosa tra fascismo religioso sciita e fascismo religioso sunnita. Questi movimenti hanno un vantaggio militare sulla laica rivoluzione siriana grazie al loro ruolo quali emanazioni e clienti dei regimi fascisti e dell'imperialismo occidentali, un vantaggio militare che viene usato per soffocare la dinamica rivoluzionaria. Agendo da veri feudali signori della guerra che controllano le loro aree tramite il terrore, queste forze non esitano a spianare la strada all'esercito del regime dietro pagamento in contanti. Tali forze svolgono anche il ruolo di braccio armato della Turchia contro il movimento curdo, massacrando e stuprando su commissione, all'interno della guerra regionale contro il popolo curdo. Contro-rivoluzione esterna ed interna: Stati e religiosi fascisti uniti contro il popolo curdo ed arabo Nell'area curda della Siria, nel frattempo, è in corso uno specifico processo rivoluzionario, all'interno della battaglia del movimento popolare curdo per l'autonomia regionale, che si oppone al regime, ma che si rifiuta di sacrificare la causa curda sull'altare del nazionalismo arabo delle ideologie nazionaliste siriane. Questo desiderio di autonomia ha portato i Curdi a doversi scontrare sia col regime che con i reazionari nazionalisti ed islamisti, entrambi oppositori di una terza via per ragioni tra loro diverse. La Francia ha mantenuto per lungo tempo stretti rapporti col regime siriano. Insieme agli Stati Uniti ed ai loro alleati regionali, Arabia Saudita, Qatar ed Israele, è finita per sostenere la contro-rivoluzione clerico-fascista. Il movimento popolar-rivoluzionario siriano, del tutto laico in sè, si trova invece ad essere deliberatamente isolato da tutte queste forze: il suo obiettivo, l'autodeterminazione del popolo siriano, è una questione di fatto totalmente estranea agli interessi imperialisti in competizione che si stanno affrontando in suolo siriano. Sia i clerico-fascisti che il regime sono super-armati: il popolo è disarmato Il flusso delle armi scorre verso i reazionari religiosi e verso i clienti dei fantocci del Consiglio Nazionale Siriano, tramite l'Occidente, la Turchia, l'Arabia Saudita ed il Qatar. Ma le armi arrivano anche al regime grazie all'Iran, alla Cina ed alla Russia. Il popolo siriano ed i rivoluzionari laici sono i soli, intanto, ad essere senza armi, poichè l'incubo peggiore per entrambi i blocchi imperialisti in competizione è che il popolo possa difendersi da sè, sia contro il regime che contro i clerico-fascisti ed i predatori imperialisti che stanno cercando di scippare la rivoluzione al popolo siriano. Un intervento contro-rivoluzionario I recenti successi militari del regime, favoriti da questa devastante politica attuata dai reazionari e dai clerico-fascisti takfiristi, strumenti del Qatar e dell' Arabia Saudita, nonchè degli Stati Occidentali, che sono dovuti al sostegno iraniano e russo, hanno spinto gli Stati Occidentali ed i loro alleati in Medio Oriente a prendere in considerazione un intervento militare: il cui scopo non ha nulla a che vedere col "proteggere il popolo siriano", come essi dicono, quanto piuttosto ha molto a che fare con la loro strumentalizzazione del conflitto all'interno della contesa regionale. Questo intervento sarebbe un nuovo passo nel tentativo di riprendere il controllo sul processo rivoluzionario e di strumentalizzarlo all'interno della partita geopolitica regionale. Il popolo siriano che vuole la libertà si trova tra l'incudine ed il martello. Fin dall'inizio del processo rivoluzionario la grande maggioranza del popolo siriano ha dovuto opporsi a qualsiasi intervento esterno, chiedendo solo i mezzi per autodifendersi. Questi mezzi gli sono stati sempre megati, con la scusa che "non si sapeva in quali mani le armi sarebbero finite". Tuttavia, i clerico-fascisti sono pieni di armi, come pure i soldati del regime. E qui sta l'ipocrisia dei regimi occidentali, dato che il destino del popolo siriano è l'ultima delle loro preoccupazioni. Dalla nostra parte, dalla parte del popolo, dalla parte della libertà contro tutti gli Stati Sostenere il movimento popolare siriano, rifiutare tutti gli interventi e la contro-rivoluzione clerico-fascista: questo è l'enorme compito che grava sui lavoratori, soprattutto negli Stati che stanno guidando la contro-rivoluzione, sia sostenendo il regime sia sostenendo le forze reazionarie che puntano ad instaurare una nuova dominazione a spese del popolo. In Francia, in Russia, in Iran, negli Stati Uniti, in Turchia ed in Israele, deve sentirsi forte la nostra voce: Tenete le vostre mani sanguinarie lontane dalla rivoluzione siriana! No al clerico-fascismo, no al fascismo "laico": Sostenere le rivoluzioni laiche, degli Arabi e dei Curdi. No ai bombardamenti. Armi per l'auto-difesa popolare del popolo siriano! Segreteria per le Relazioni Internazionali Coordination des Groupes Anarchistes, Francia (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://www.c-g-a.org

mercoledì 10 luglio 2013

Egitto: nè con la peste clerico-fascista, nè con l'ira dei militari!


Per più di 2 anni, in Egitto la contro-rivoluzione ha assunto il  potere nella forma duale dello Stato e della borghesia. Da un lato, i Fratelli Musulmani, che rappresentano la ruota di scorta della borghesia mercantile e degli stati occidentali per prevenire un'eventuale rivoluzione sociale, si erano presi la gestione degli affari sociali. Dall'altro, l'esercito, che rapppresenta la spina dorsale dello Stato egiziano, ha mantenuto le sue posizioni chiave nell'economia egiziana, attraverso i monopoli, ma anche all'interno della struttura politica.

Questa alleanza oggettiva era stata costruita a spese della classe lavoratrice egiziana e delle classi popolari, ma anche a spese delle donne, delle minoranze religiose, come pure a spese di tutti coloro che desideravano la libertà e l'uguaglianza sociale. Questa alleanza si è fondata su una repressione sanguinaria, fatta di ammazzamenti e di arresti di attivisti della classe lavoratrice, sull'uso degli stupri come strumento di terrore politico, sulla proibizione degli scioperi operai.

Ma nello stesso tempo, la lotta per il potere tra queste due componeni delle classi dominanti non si è mai fermata. Lo scorso novembre, i Fratelli Musulmani avevano rimosso il generale Tantaoui dal Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCAF), senza mettere in discussione il potere dei militari, anzi usandolo contro la rivolta popolare.

Nonostante ciò, la rivolta contro il fascismo religioso e contro il potere dell'esercito è rapidamente cresciuta in un contesto sempre più drammatico per la classe lavoratrice. A questo punto, alcuni settori della borghesia e gli stati occidentali non hanno più visto i Fratelli Musulmani quale ruota di scorta di contenimento della rabbia popolare.

Per cui lo scorso 2 luglio, l'esercito egiziano ha preso il potere con la forza, mettendo oggettivamente fine alla alleanza con i Fratelli Musulmani. L'esercito ha quindi strumentalizzato la rivolta popolare per i suoi interessi, che sono ben lontani da quelli delle classi popolari, delle donne e delle minoranze religiose. Ma non si può tacere degli abusi commessi in passato dall'esercito, nè della loro posizione di potere nell'economia.

La situazione mostra chiaramente la necessità per le classi popolari di organizzarsi su basi autonome per evitare la strumentalizzazione delle lotte e delle vittime. Come hanno scritto i nostri compagni egiziani del Movimento Socialista Libertario lo scorso 25 giugno:
«Quello che sta succedendo non è altro che un giro di valzer di poltrone tra due partiti in lotta per il potere (statale); questi due partiti cercano di strumentalizzare il movimento rivoluzionario per trarne vantaggio, ed il movimento rivoluzionario viene interpretato da queste due forze rivali in lotta per il potere (statale) .

Le masse possono mantenere il loro potere solo se si auto-organizzano, se si uniscono contro queste due forze in competizione che impediscono al movimento il diritto di praticare la democrazia assumendo liberamente le decisioni che riguardano le nostre vite. I nemici della rivoluzione sono il potere (statale) e chiunque sia in lizza per prenderselo, siano essi i Fratelli Musulmani, il clero, gli imprenditori o i militari>
 

 
Solidarietà con il movimento popolare egiziano, solidarietà con il Movimento Socialista LIbertario egiziano !
Nessuna dittatura laica, nessuna dittatura religiosa: solo auto-organizzazione popolare!

Segreteria per le Relazioni Internazionali - Coordination des Groupes Anarchistes (France)

Link esterno: http://www.c-g-a.org
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

Le strade in Egitto sono più forti delle urne elettorali

Due anni e mezzo dopo l'estromissione di Hosni Mubarak, le strade d'Egitto sono tornate a farsi sentire. Mohamed Morsi è stato estromesso dopo un anno di regno e dopo 4 giorni di manifestazioni mai viste nella storia del paese. Gli Egiziani hanno rammentato al mondo che le elezioni non sono un assegno in bianco che esonera gli eletti da qualsiasi vincolo. La vera democrazia comporta il controllo del mandato da parte di chi lo conferisce e non ci sarebbe democrazia se non ci fosse la capacità di rimuovere coloro che hanno tradito il mandato. Non esiste nessuna costituzione che dia il potere ai lavoratori (eccetto per qualche  "referendun consultivo" alla Chavez) - le classi al governo hanno troppa paura che la spirale democratica possa eventualmente danneggiarle. Senza stare tanto a guardare la costituzione, la legge, la cosiddetta "legittimità democratica" delle elezioni, i lavoratori egiziani hanno reclamato il loro futuro attraverso una mobilitazione collettiva e rivoluzionaria. Che sia di monito ai padroni del nostro piccolo Occidente, e che i lavoratori di tutto il mondo ne traggano ispirazione!
Tuttavia questa seconda rivoluzione, con l'intervento dell'esercito nell'estromissione finale di Morsi, ha assunto l'aspetto di un golpe. Sebbene i militari abbiano semplicemente realizzato la conclusione resa inevitabile dal popolo, resta un'impressione simbolica disastrosa. Ma oltre i simboli, i militari si trovano un buona posizione per restaurare un potere autoritario, del tutto simile al regime che il popolo aveva rovesciato 2 anni e mezzo fa.  In quanto detentori di una ampia fetta della ricchezza del paese (35% del PIL), i militari stanno puntando a riprendere il pieno controllo del potere politico, che è garanza della continuità del loro impero economico, in cui non vi è spazio per gli interessi dei lavorarori.
Alternative Libertaire supporta i movimenti sociali egiziani e tutte le forze progressive nella lotta contro gli Islamisti e contro l'esercito, per riportare in Egitto la libertà, l'uguaglianza sociale e la vera democrazia fondata sul potere popolare.

Alternative Libertaire

4 luglio 2013

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)