„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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mercoledì 2 ottobre 2013
Siria , rivoluzione o reazione ? dibattito al tuttinpiedi di mestre
sabato 5 ottobre ore 18 al Tuttinpiedi
Dibattito
Siria:
rivoluzione o reazione?
guerra civile o guerra mondiale?
circolo Tuttinpiedi - P.zza Canova 1 Mestre (VE) - laterale viale san marco di fornte negozio A&S
martedì 17 settembre 2013
Stati e forze reazionarie: giù le mani dalla rivoluzione siriana
A partire dal marzo 2011, è in corso in Siria un processo rivoluzionario. Il popolo è insorto contro il sanguinario regime fascista di Bashar al-Assad e contro il Partito Ba'ath. Non essendo nè un "complotto imperialista", nè un "complotto islamista" e nemmeno un "complotto sionista", questa rivoluzione popolare sta dentro quella più globale rivolta contro il capitalismo, per la giustizia e la libertà, che si è sviluppata tra gli oppressi e gli sfruttati dall'Egitto alla Cina, dalla Russia alla Turchia, dall'Europa al Brasile, dalla Tunisia alla Siria.
La brutale repressione da parte del "laico" regime fascista
Questa rivolta è stata affrontata con una brutale repressione da un regime che ha scelto di giocare la carta del settarismo religioso mentre si autorappresentava ipocritamente come "protettore delle minoranze", un regime che massacrava i suoi oppositori, fossero adulti o bambini. Questo regime è stato sostenuto dal regime clerico-fascista dell'Iran e dall'imperialismo russo. La repressione ha portato una rivolta che inizialmente era pacifica alla scelta di militarizzarsi, per necessità di autodifesa.
Le strumentalizzazioni delle potenze imperialiste in competizione
Come in ogni processo rivoluzionario, alcune forze, estranee agli scopi rivoluzionari, hanno cercato di strumentalizzare gli eventi allo scopo di far emergere obiettivi che non hanno nulla a che vedere con quella libertà e quella uguaglianza, così tanto perseguite dal popolo siriano insorto.
Al momento della sua militarizzazione, il processo rivoluzionario si è trovato a dover far fronte ad una contro-rivoluzione interna: alcuni movimenti reazionari e clerico-fascisti, finanziati, armati e sostenuti dalla Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia ma anche dai miliardari sauditi, hanno cercato fortemente di far deviare il processo rivoluzionario allo scopo di trascinarlo nella regionale contesa politico-religiosa tra fascismo religioso sciita e fascismo religioso sunnita.
Questi movimenti hanno un vantaggio militare sulla laica rivoluzione siriana grazie al loro ruolo quali emanazioni e clienti dei regimi fascisti e dell'imperialismo occidentali, un vantaggio militare che viene usato per soffocare la dinamica rivoluzionaria. Agendo da veri feudali signori della guerra che controllano le loro aree tramite il terrore, queste forze non esitano a spianare la strada all'esercito del regime dietro pagamento in contanti. Tali forze svolgono anche il ruolo di braccio armato della Turchia contro il movimento curdo, massacrando e stuprando su commissione, all'interno della guerra regionale contro il popolo curdo.
Contro-rivoluzione esterna ed interna: Stati e religiosi fascisti uniti contro il popolo curdo ed arabo
Nell'area curda della Siria, nel frattempo, è in corso uno specifico processo rivoluzionario, all'interno della battaglia del movimento popolare curdo per l'autonomia regionale, che si oppone al regime, ma che si rifiuta di sacrificare la causa curda sull'altare del nazionalismo arabo delle ideologie nazionaliste siriane. Questo desiderio di autonomia ha portato i Curdi a doversi scontrare sia col regime che con i reazionari nazionalisti ed islamisti, entrambi oppositori di una terza via per ragioni tra loro diverse.
La Francia ha mantenuto per lungo tempo stretti rapporti col regime siriano. Insieme agli Stati Uniti ed ai loro alleati regionali, Arabia Saudita, Qatar ed Israele, è finita per sostenere la contro-rivoluzione clerico-fascista. Il movimento popolar-rivoluzionario siriano, del tutto laico in sè, si trova invece ad essere deliberatamente isolato da tutte queste forze: il suo obiettivo, l'autodeterminazione del popolo siriano, è una questione di fatto totalmente estranea agli interessi imperialisti in competizione che si stanno affrontando in suolo siriano.
Sia i clerico-fascisti che il regime sono super-armati: il popolo è disarmato
Il flusso delle armi scorre verso i reazionari religiosi e verso i clienti dei fantocci del Consiglio Nazionale Siriano, tramite l'Occidente, la Turchia, l'Arabia Saudita ed il Qatar. Ma le armi arrivano anche al regime grazie all'Iran, alla Cina ed alla Russia.
Il popolo siriano ed i rivoluzionari laici sono i soli, intanto, ad essere senza armi, poichè l'incubo peggiore per entrambi i blocchi imperialisti in competizione è che il popolo possa difendersi da sè, sia contro il regime che contro i clerico-fascisti ed i predatori imperialisti che stanno cercando di scippare la rivoluzione al popolo siriano.
Un intervento contro-rivoluzionario
I recenti successi militari del regime, favoriti da questa devastante politica attuata dai reazionari e dai clerico-fascisti takfiristi, strumenti del Qatar e dell' Arabia Saudita, nonchè degli Stati Occidentali, che sono dovuti al sostegno iraniano e russo, hanno spinto gli Stati Occidentali ed i loro alleati in Medio Oriente a prendere in considerazione un intervento militare: il cui scopo non ha nulla a che vedere col "proteggere il popolo siriano", come essi dicono, quanto piuttosto ha molto a che fare con la loro strumentalizzazione del conflitto all'interno della contesa regionale.
Questo intervento sarebbe un nuovo passo nel tentativo di riprendere il controllo sul processo rivoluzionario e di strumentalizzarlo all'interno della partita geopolitica regionale.
Il popolo siriano che vuole la libertà si trova tra l'incudine ed il martello. Fin dall'inizio del processo rivoluzionario la grande maggioranza del popolo siriano ha dovuto opporsi a qualsiasi intervento esterno, chiedendo solo i mezzi per autodifendersi.
Questi mezzi gli sono stati sempre megati, con la scusa che "non si sapeva in quali mani le armi sarebbero finite". Tuttavia, i clerico-fascisti sono pieni di armi, come pure i soldati del regime. E qui sta l'ipocrisia dei regimi occidentali, dato che il destino del popolo siriano è l'ultima delle loro preoccupazioni.
Dalla nostra parte, dalla parte del popolo, dalla parte della libertà contro tutti gli Stati
Sostenere il movimento popolare siriano, rifiutare tutti gli interventi e la contro-rivoluzione clerico-fascista: questo è l'enorme compito che grava sui lavoratori, soprattutto negli Stati che stanno guidando la contro-rivoluzione, sia sostenendo il regime sia sostenendo le forze reazionarie che puntano ad instaurare una nuova dominazione a spese del popolo.
In Francia, in Russia, in Iran, negli Stati Uniti, in Turchia ed in Israele, deve sentirsi forte la nostra voce:
Tenete le vostre mani sanguinarie lontane dalla rivoluzione siriana!
No al clerico-fascismo, no al fascismo "laico":
Sostenere le rivoluzioni laiche, degli Arabi e dei Curdi.
No ai bombardamenti. Armi per l'auto-difesa popolare del popolo siriano!
Segreteria per le Relazioni Internazionali
Coordination des Groupes Anarchistes, Francia
(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Link esterno: http://www.c-g-a.org
venerdì 6 settembre 2013
Venti di guerra? Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari - di Dino erba
Venti di guerra?
Quando gli antimperialisti confondono
le carte in tavola, trascurando i proletari
|
N
|
on appena soffian
venti di guerra, gli antimperialisti si destano, animando campagne tanto roboanti
quanto fuorvianti. Nella società capitalistica, la guerra è un’eventualità
permanente che non si ferma certo con le chiacchiere. Lo sappiamo. Da un quarto
di secolo, viviamo in un clima di «guerra infinita», che non è stato scosso
dalle pur vivaci manifestazioni pacifiste, anzi, molti pacifisti si son poi
messi la divisa, passando armi e bagagli al fronte interventista (Do you
remember Bertinotti & Co.?).
Questi frutti marci non turbano gli antimperialisti che proseguono
imperterriti per la loro strada, ripetendo le solite litanie. E lungo la loro
strada perdono ogni riferimento a una visione proletaria della guerra e dei
conflitti sociali che, pur soffocati, l’accompagnano. Riducendo l’internazionalismo
ai rapporti tra nazionalismi, inter-nazionalisti, appunto.
Uno dei cavalli di battaglia degli antimperialisti è la denuncia delle
balle di Washington ... come se esistessero guerre giuste ... E se Obama avesse
ragione? Sarebbe un buon motivo per bombardare Damasco? Lasciamo perdere. Gli
argomenti degli interventisti sono così pretestuosi che se ne è accorto anche
Sergio Romano sul «Corriere della Sera» (Armi democratiche, 1 settembre 2013).
Percorrendo il vicolo cieco pacifista, alcuni antimperialisti giustificano
regimi sanguinari come quello di Assad e, implicitamente, denigrano i «ribelli».
Denigrazione che fa di ogni erba un fascio, mettendo nello stesso calderone i movimenti
popolari contro Assad, cui il crash economico ha dato slancio, e le bande prezzolate che
cavalcano il malcontento al soldo di racket locali e stranieri, con grandi e
piccoli interessi in gioco. A uno sguardo superficiale, i movimenti popolari arabi
e musulmani hanno una parvenza plebea che sommerge la componente operaia e
proletaria. Che però c’è. E se qualcuno si ostina a non vederla, è un problema
suo, ma non è una buona ragione per ignorarla, portando acqua al nazionalismo.
Venti di rivolta
Tra fanatismi religiosi e affarismi di bassa lega, lo scenario sociale
che si delinea � assai intricato, come ha ben dimostrato Michele Basso nel suo Interrogativi
sulle guerre in corso, dell’11 agosto, e in parte anch’io nel mio Egitto è il mondo del 15 agosto. La situazione è contraddistinta
dalla disgregazione nazionale e sociale, che si sta diffondendo a macchia d’olio
dall’Afghanistan al Pakistan dal Medio Oriente al Magreb.
E soprattutto è una situazione che apre nuovi scenari politici, che non possono
essere liquidati con frasette di rito, utili solo a nascondere l’insipienza di
chi le diffonde. Peggio. In realtà gli antimperialisti che sventolano lo
spauracchio delle Potenze imperialiste (Usa
in primis)
sottovalutano (se non ignorano) la questione principale: la crisi
dell’imperialismo. E, di conseguenza, non fanno altro che difendere un
impossibile status quo, ormai a pezzi sotto i colpi della persistente crisi economica. Non per
nulla, dopo la doccia fredda di Cameron, Obama ha preferito rimandare la
decisione dell’intervento al Congresso, per avere la benedizione democratica.
Lasciando Hollande in braghe di tela. Nelle guerre si sa come si entra ma non si
sa come si esce. E se soffiano venti di guerra, soffiano anche i venti della
rivolta proletaria.
Volenti o nolenti, gli antimperialisti privilegiano una visione in cui i
proletari sono subalterni alle classi dominanti. E visto che al peggio non c’è
fine, essi finiscono per legare il proletariato dei Paesi occidentali al carro
delle varie borghesie. Un bel favore! Con l’aria che tira, i padroni
preferiscono veder marce pacifiste piuttosto che proteste operaie, come è evidente
in Germania e in Italia, con la Bonino che paventa la Terza guerra mondiale,
come se già non ci fossimo dentro!
Non solo. I padroni prendono due piccioni con una fava: la pace sociale, oggi, premessa
per un eventuale intervento, domani. Non ci sono santi, solo le lotte
proletarie possono impedire e ostacolare le guerre, tenendo sulla corda i
padroni e i loro governi. Il resto sono chiacchiere inutili e dannose.
Lasciamole a Bergoglio.
Gratta gratta, ci accorgiamo infine che certi antimperialisti, con
l’implicita difesa dei regimi «statalisti» (ormai presunti tali), come quello
di Assad o di Mubarak, lasciano serpeggiare, e non tanto sotto traccia, il
rimpianto per il capitalismo di Stato, alla cui ombra sono cresciuti molti
figli della piccola borghesia antimperialista italiana.
Al banco di prova della solidarietà
Alla visione politica conservatrice (se non reazionaria) prevalente nei
movimenti antimperialisti di matrice pacifista, non basta contrapporre
l’equidistanza proletaria (come per esempio fanno il Centro di iniziativa
comunista internazionalista e altre formazione di tradizione comunista
rivoluzionaria). È una posizione apprezzabile che però scantona il problema
reale: la natura sociale dei tumulti e delle sommosse in corso nei Paesi arabi
e musulmani. Ci troviamo di fronte a una situazione nuova, in rapida evoluzione,
che non si può affrontare con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Tenendo vivo il problema, ci sono cose che già ci toccano molto da
vicino. Un cruciale fronte di lotta proletaria e internazionalista è aperto dai
flussi migratori, destinati a crescere sull’ondata dei conflitti e della
disgregazione sociale dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. I profughi
siriani sono già oltre due milioni (su una popolazione di 23 milioni).
Quelli che cercano scampo in Italia, sono destinati a cadere nel pozzo
senza fondo del lavoro nero, grazie al quale si ingrassano padroni e
padroncini, con tutto il codazzo di faccendieri, dai caporali ai funzionari
statali conniventi, con il beneplacito di politicanti e pennivendoli. Contro questo
vero e proprio regime schiavistico, le lotte dei facchini della logistica stanno
dando una prima e importante risposta. Ma le radici del ricatto e del lavoro
nero risiedono nelle leggi razziste sull’emigrazione (la Turco-Napolitano e la
Bossi-Fini), fondate sulla normativa capestro dei permessi di soggiorno, sui
controlli polizieschi e sulla detenzione nei Centri di identificazione ed
espulsione (Cie). Ma anche sui
Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (Cara),
veri e propri lager, in fase d’espansione.
Oggi, queste leggi e queste galere non sono più in grado di controllare
nuovi e maggiori flussi migratori. In agguato ci sono progetti coercitivi che
attendono solo l’occasione per entrare in funzione, magari con il pretesto
dell’emergenza umanitaria e il placet di Cécile Kyenge. Affrontare questa imminente
eventualità, è l’attuale banco di prova per l’internazionalismo e la solidarietà
proletaria. Ed è un primo, concreto passo contro i venti di guerra. Il resto
sono chiacchiere, inutili e dannose.
Dino
Erba, Milano, 3
settembre 2013.
Gruppo Libertario Remo Tartari di Ferrara e Usi - Ait nazionale : Manifesto contro l'intervento militare in Siria
manifesto Usi - Ait contro l'intervento armato in Siria , ripreso dal gruppo libertaio Remo Tartari di Ferrara
http://gruppolibertarioremotartari.blogspot.it/2013/09/contro-la-guerra.html
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