Fonte: Campagna ICAN - Rete Disarmo - 28 ottobre 2016
All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no. La votazione del 27 ottobre 2016 al Primo Comitato sul Disarmo dell'Assemblea ONU di New York fa partire il percorso verso un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017
Le Nazioni Unite hanno adottato a larga maggioranza una Risoluzione politica che chiede di avviare nel 2017 i negoziati per un Trattato internazionale volto a vietare le armi nucleari.
Questa decisione storica pone fine a due decenni di paralisi negli sforzi multilaterali per il disarmo nucleare.
Nel corso di una riunione del Primo Comitato dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale, 123 nazioni hanno votato a favore della Risoluzione, mentre 38 (compresa l’Italia) hanno votato contro e ci sono stati 16 Paesi astenuti.
Grazie a questa Risoluzione (denominata L.41) viene fissata un Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire dal marzo del prossimo anno: una riunione aperta a tutti gli Stati membri con il fine di negoziare uno "strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale". I negoziati a riguardo continueranno poi nel mese di giugno e luglio.
La Campagna Internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN), coalizione mondiale della società civile attiva in 100 Paesi di cui anche Rete Italiana per il Disarmo è parte, ha salutato l'approvazione della Risoluzione come un importante passo positivo in avanti, che segna un cambiamento fondamentale nel modo in cui il mondo sta cercando di affrontare la minaccia degli ordigni nucleari.
"Per sette decenni l'ONU ha messo in guardia contro i pericoli dell’arma nucleare e tantissime persone ed organizzazioni nel mondo hanno portato avanti campagne per la loro abolizione. Oggi la maggior parte degli Stati ha deliberato di bandire queste armi" ha commentato Beatrice Fihn, Direttore esecutivo di ICAN.
Nonostante un continuo braccio di ferro a riguardo di questo percorso condotto dagli Stati dotati di armi nucleari la Risoluzione è stata adottata con una vasta maggioranza. Un totale di 57 nazioni sono stati co-sponsor (cioè primi firmatari) del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa ad essersi assunti il compito di redigere concretamente la Risoluzione.
Il voto delle Nazioni Unite è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento Europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli (con 124 contro e 74 astensioni) ad un invito verso tutti gli Stati membri dell'Unione europea a "partecipare in modo costruttivo" ai negoziati del prossimo anno. Un invito non raccolto dall’Italia che si è schierata contro la Risoluzione L.41 continuando, come nei passi precedenti di questo percorso, a sostenere la posizione degli Stati Uniti e di tutte le altre potenze nucleari. Ricordiamo che l’Italia è posta sotto “l’ombrello nucleare” della NATO e, a seguito degli accordi di cosiddetto “Nuclear Sharing”, ospita sul proprio territorio ordigni di tale natura.
“Siamo davvero molto contenti del risultato dei due voti, quello all’ONU ma anche quello al Parlamento Europeo” afferma Lisa Clark dei Beati i Costruttori di Pace organismo membro di Rete Disarmo “Davvero grande e prezioso è stato il lavoro di mobilitazione della Campagna ICAN, che ha avuto lo straordinario merito di aver rilanciato il disarmo nucleare a livello di movimento popolare e non solo più come tema di discussione tra pochi addetti ai lavori”.
“Si è riusciti finalmente a formare un fronte unito tra gli Stati che da sempre di impegnano per il disarmo e tutti quelli che finora hanno rispettato il loro impegno di non dotarsi di armi nucleari (impegno presente nel TNP) a condizione che le potenze nucleari smantellassero i propri arsenali” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo “Un risultato ottenuto poiché molti Paesi si sono stancati di non veder realizzata la parte dell'accordo in capo agli Stati nucleari”.
“E' chiaro però che un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari che non veda tra i propri membri le potenze nucleari non sarà sufficiente per realizzare davvero un disarmo pieno” commenta ulteriormente Lisa Clark “Quindi dobbiamo prepararci un nuovo e lungo duplice lavoro. Da un lato portare avanti, a partire dall'anno prossimo, i lavori per il Trattato di messa al bando; dall'altro trasformare questo lavoro in un enorme movimento che entri dentro i meccanismi governativi delle potenze nucleari, facendo loro capire che quelle armi nei loro arsenali non sono il simbolo della loro potenza, ma solo la medaglia della vergogna che contraddistingue gli stati canaglia”.
Le armi nucleari rimangono le uniche armi di distruzione di massa non ancora fuori legge in modo globale e universale nonostante i loro catastrofici impatti ambientali e umanitari, ben chiari e documentati.
"Un Trattato che vieti le armi nucleari rafforzerebbe la norma globale contro l'uso e il possesso di queste armi, già presente nel Trattato di Non Proliferazione, chiudendo le principali lacune del regime giuridico internazionale esistente e stimolando un’azione di disarmo che per molto tempo si è bloccata", ha aggiunto a margine della riunione del Primo Comitato Beatrice Fihn. "Il voto di oggi dimostra molto chiaramente che la maggior parte delle nazioni del mondo considera necessario, possibile e urgente un divieto chiaro di esistenza e possesso di armi nucleari. Tali Paesi vedono questa come l'opzione più praticabile per ottenere un reale progresso sul disarmo globale”.
Le armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono topologie di ordigni tutte esplicitamente proibite dal diritto internazionale.
Attualmente per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire pesantemente nella modernizzazione dei propri arsenali.
Venti anni sono passati dalla negoziazione del precedente strumento multilaterale di disarmo nucleare: il Comprehensive Nuclear-test Ban Treaty discusso nel 1996 ma che deve ancora entrare formalmente in vigore per l'opposizione di una manciata di nazioni.
La risoluzione di oggi agisce a partire dalla raccomandazione elaborata da un Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sul disarmo nucleare che si è riunito a Ginevra durante quest'anno per valutare il merito di varie proposte avanzate nel consesso internazionale per realizzare un mondo senza armi nucleari.
Il risultato ottenuto deriva anche dalle tre importanti conferenze intergovernative sull'impatto umanitario delle armi nucleari tenute in Norvegia, Messico e Austria tra il 2013 e il 2014. Questi incontri hanno contribuito riformulare il dibattito concentrandosi sul danno che tali armi infliggono sulle persone. Le Conferenze hanno inoltre consentito alle nazioni non nucleari di svolgere un ruolo più assertivo nell'arena del disarmo globale. Con la terza e ultima conferenza di tale serie, che ha avuto luogo a Vienna nel dicembre 2014, la maggior parte dei Governi aveva già segnalato la loro volontà di mettere fuori legge le armi nucleari.
In tutto questo processo, le vittime e i sopravvissuti di detonazioni di armi nucleari, tra cui i test nucleari, hanno contribuito attivamente al percorso. Setsuko Thurlow, una hibakusha (cioè superstite del bombardamento di Hiroshima), ha dichiarato dopo il voto all’ONU: "Questo è un momento davvero storico per il mondo intero. Per quelli di noi che sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, è un'occasione molto gioiosa. Abbiamo aspettato così a lungo che questo giorno arrivasse. Le armi nucleari sono assolutamente aberranti e tutte le nazioni dovrebbero partecipare ai negoziati del prossimo anno per metterle fuori legge. Spero di essere io stessa a ricordare ai delegati del indicibili sofferenze che le armi nucleari causano. E quanto sia grande la nostra responsabilità e il nostro compito nel fare in modo che tale sofferenza non accada mai più”.
Ci sono ancora più di 15.000 armi nucleari attualmente nel mondo, in particolare negli arsenali di appena due nazioni: gli Stati Uniti e la Russia. Sette altri Stati possiedono armi nucleari: Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.
La maggior parte delle nove nazioni nucleari hanno votato contro la risoluzione Onu. Molti dei loro alleati, compresa l’Italia e gli altri Paesi in Europa che ospitano armi nucleari sul loro territorio come parte di un accordo NATO, non hanno sostenuto la risoluzione L.41. Ma le nazioni dell'Africa, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato a grande maggioranza e ritorneranno ad essere protagonisti in occasione della Conferenza di negoziazione a New York il prossimo anno.
Lunedì scorso 15 vincitori del premio Nobel per la Pace hanno esortato le nazioni a sostenere i negoziati auspicando "una conclusione tempestiva e di successo in modo che si possa procedere rapidamente verso l'eliminazione finale di questa minaccia esistenziale per l’Umanità".
"Questo Trattato non riuscirà ad eliminare istantaneamente e con la bacchetta magica tutte le armi nucleari", ha concluso Beatrice Fihn. "Ma con esso si stabilirà un nuovo standard giuridico internazionale potente, che andrà a stigmatizzare le armi nucleari spingendo le nazioni ad intervenire con positiva urgenza nei processi di disarmo”.
In particolare il Trattato metterà grande pressione sulle nazioni, come l’Italia, che ricevono qualche forma di protezione dalle armi nucleari di un proprio alleato; uno stimolo ulteriore a porre fine a questo tipo di politica, che potrà avere come ulteriore risultato una spinta al disarmo completo degli attuali Paesi nucleari.
Circolo Gramsci -Collettivo politico-culturale-Vittorio Veneto - TV - Italia
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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giovedì 3 novembre 2016
martedì 28 giugno 2016
Varsavia 8-9 luglio: summit della NATO
Una minaccia costante alla pace
Il prossimo vertice è chiamato a decidere su un cospicuo adattamento della linea militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda.
Effetti dell’aumento delle spese militari dei paesi membri
Si potranno quindi schierare 4 battaglioni in Polonia e nei Baltici.
Che fanno seguito all’incremento fino a 40mila unità del numero di soldati nella forza di risposta rapida della NATO, oltre alla apertura di 8 sedi NATO minori a Est.
Procede, dunque, l’applicazione del famigerato Piano Strategico adottato dal summit NATO di Lisbona nel 2010, che prevedeva l’allargamento della NATO apparentemente senza limiti.
In primo luogo, estendersi ad ogni singolo paese dello spazio chiamato “Europa”, portando i confini dell’Alleanza a ridosso di quelli della Russia.
L’espansione a Est
La Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia sono state immesse per prime, poi l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, più di recente Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania e infine Albania e Croazia.
Ovviamente questo ha isolato e sfidato la Russia, che ha risposto con l’annessione della Crimea e la presenza militare in Ucraina orientale.
Ma per i vertici NATO l’allargamento della NATO non è negoziabile.
Sono pochi i paesi europei capitalisti che fino ad ora sono rimasti fuori.
Svezia e Finlandia potrebbero diventare paesi membri, perché anche l’estremo nord sta diventando una zona strategica dal punto di vista economico.
Le missioni in corso in Europa
In Europa, la NATO dispone attualmente di una forza di reazione rapida in Islanda; di una flotta di aerei AWACS in Germania; basi di difesa dello spazio aereo nei Paesi Baltici, in Slovenia ed in Albania; una missione KFOR nel Kosovo su mandato ONU; batterie di missili Patriot in Turchia; sta rafforzando la missione anti-terrorismo nel Mar Mediterraneo e sta valutando come rafforzare la missione europea Sophia al largo delle coste libiche.
Inoltre da febbraio essa opera nel Mar Egeo su iniziativa di Germania, Grecia e Turchia per contenere il numero degli arrivi dei migranti in collaborazione con Frontex.
Ma le ambizioni della NATO non sono limitate all’Europa.
La NATO nel mondo
La Nato è il meccanismo attraverso cui l’Europa è legata agli interessi economici e strategici degli USA nel mondo intero: un dominio che controlla terra, mare, aria e spazio extra-atmosferico.
Per poter aggirare i vincoli atlantici del suo statuto, la NATO ha stipulato degli accomodamenti speciali.
Con l’Unione Africana ha in corso una missione di supporto logistico e di formazione.
Con Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia ha istituito un meccanismo chiamato Dialogo Mediterraneo.
Il collegamento militare con Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati è assicurato dal meccanismo Iniziativa di Istanbul.
In Afghanistan è in corso la missione di supporto alle forze di sicurezza locali.
Nel Golfo di Aden opera la missione anti-pirateria.
E c’è poi la Partnership for Peace che consente alla NATO di muoversi a livello mondiale condizionando verso un maggiore impegno militare paesi come Giappone e Corea del Sud, allo scopo di contenere nel Mar Meridionale Cinese le mire della Cina, vista come nemico futuro sul piano economico come su quello militare.
Pronta alla guerra
Con il Piano Strategico è stata costituita una unità combattente con sostegno marino ed aereo, cui contribuscono a rotazione gli Stati membri. Tale “Forza di risposta NATO” può essere dispiegata ovunque nel mondo in cinque giorni.
Armamenti nucleari
La capacità nucleare della NATO include 348 testate della Francia, 160 del Regno Unito e la massiccia scorta di 10.500 testate negli Usa, che hanno tra 200 e 400 armi nucleari tattiche ospitate in cinque paesi europei.
Nel 2010, Hillary Clinton in qualità di Segretario di Stato ebbe a dire in un incontro a Tallinn di ministri degli esteri della NATO che: “finché esisteranno le armi nucleari, la NATO resterà un’alleanza nucleare”.
ONU
La NATO si è ormai imposta come una sorta di “ala militare” delle Nazioni Unite, conducendo operazioni di guerra su mandato ONU in Kosovo, Afghanistan e Libia.
Gli accordi del 2008 per una consultazione politica regolare e per una maggiore cooperazione pratica nella gestione delle crisi tra i due quartieri generali, hanno di fatto reso equivalenti i due organismi internazionali, pur avendo scopi fondativi opposti.
Russia
Nonostante esista un accordo costitutivo NATO-Russia che esclude “dislocazioni permanenti di considerevoli forze di combattimento” nella regione, il summit di Varsavia -con la previsione del rafforzamento del sistema di difesa NATO- è un evidente messaggio alla Russia, accusata di intimidire paesi come la Moldavia, l’Ucraina e la Georgia.
Del resto la NATO ha in costruzione 2 scudi di difesa missilistica.
Uno degli scudi comprende installazioni USA-NATO in Polonia e Repubblica Ceca puntate contro la Russia.
Ma, un secondo scudo, installato insieme alla Russia, è puntato contro nemici diversi come la Cina. Una vera ossessione.
Perchè contro la NATO
La crisi del capitalismo ha mostrato al mondo che anche le guerre in corso, i trattati segreti tra aree economiche, non solo ne sono parte, ma sono la genesi della stessa fase di ristrutturazione, che rimette in gioco vecchie egemonie planetarie e ridisegna nuovi spazi e nuove aeree economiche, ridimensiona potenza e sviluppa potenza, conquista influenza e mercati e perde terreno, amplifica e riporta in primo piano categorie che il dominio desidera utilizzare per s.Poco importa che si spendano ogni anno quasi 2.000 miliardi di dollari in armamenti, solo l’Italia ne ha spesi nel 2012 ben 26 di miliardi ai quali vanno sommati altri 15 miliardi per gli F35, l’Italia che vende per 3 miliardi all’anno di armi facendone uno dei pi importanti produttori sul pianeta.
Non pesano sulla bilancia della guerra e delle armi i morti, le distruzioni, la povert che resta e si sedimenta dai conflitti inter-imperialistici; nessuno, oggi, a parte qualche limpida coscienza si oppone alle guerre in corso. Noi siamo naturalmente con loro, con chi ancora pensa che la lotta antimilitarista sia lotta contro il capitalismo e lotta contro lo Stato e per questo dovr attrezzarsi di nuovi strumenti.
La sfida dei pacifisti e degli antimilitaristi passa oggi attraverso una critica dura e articolata, abituati a vedere solamente nello Stato il monopolista della violenza, che la esercitava direttamente con la leva obbligatoria e con scelte politiche facilmente riconoscibili e riconducibili a motivazioni tanto vecchie quanto intuibili; ma oggi il fenomeno di privatizzazione e di corruzione planetaria fa sì che grandi gruppi industriali e finanziari possano entrare direttamente ed agire per i propri scopi geopolitici attraverso forme di privatizzazione del conflitto. Nelle guerre in corso, dall’Ucraina alla Siria, dalla Palestina all’Africa si moltiplicano forme e metodi di guerra non “convenzionale”, migliaia di militari e di azioni sono sostenute direttamente da imprese multinazionali, che solo in apparenza sgravano lo Stato o l’area di riferimento dal peso di sostenere queste imprese economicamente; lo Stato non ha certamente esaurito la sua funzione di garante dell’ordine capitalistico, ma assume anche una funzione di coordinatore.
L’emergere sullo scenario mondiale delle potenze asiatiche, la perdita di egemonia che rischia l’area Atlantica, il nascere di un imperialismo europeo legato alle esportazioni tedesche, possono aiutare a comprendere quanto accade e possono aiutare a comprendere quanto i singoli Stati nazionali stanno mettendo in campo a favore dell’accumulazione capitalistica, delle privatizzazioni, della scomparsa dei diritti dei lavoratori ed una violenta svalutazione della forza lavoro, con la lucidità criminale di chi pensa che solo avendo lavoratori schiavi e completamente mercificati l’impresa potrà investire e riprendere un nuovo ciclo di accumulazione, come sempre sulla pelle del proletariato e dei ceti subalterni. Una impresa finalmente sgravata da ogni vincolo sociale, autentica macchina da guerra al fine della sola accumulazione,per il solo profitto.
E la NATO è questo, fa parte di questo.
Alternativa Libertaria/FdCA pertanto invita tutti i compagni e le compagne ad attivarsi per una nuova battaglia antimilitarista e pacifista, e riconosce che questa battaglia non può essere praticata se non accompagnandola con una precisa critica al sistema dominante, rifiuta ogni demagogia patriottarda, riconosce come fratelli e come sorelle quanti si battono per distruggere i confini militarizzati difesi contro i flussi migratori che vedono milioni di persone fuggire dalle guerre ed ai massacri che la disputa imperialista scatena su vaste aree del pianeta.
Riprendere una critica serrata alle spese militari, destinare le risorse della guerra e delle armi a scopi sociali, escludere ogni pacificazione politica con quanti in nome del pragmatismo di Stato sono inclini a trovare mediazioni con gli interventi militari, siano la guerra al terrorismo che quella umanitaria, quella che esporta democrazia o quella del mondo libero. Per noi l’unica guerra che val la pena combattere è ancora quella proletaria, per il comunismo libertario, e questa si combatte giorno per giorno, con la nostra attività e con la nostra militanza.
Alternativa Libertaria/FdCA
94° Consiglio dei Delegati
Correggio, 26 giugno 2016
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giovedì 24 marzo 2016
Tripoli bel.... business core
L'Italia ha sempre voluto Tripoli.
Ora più
che mai. Ma è dal 2011 che
i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.
Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in
base all'indice ONU dello sviluppo umano.
Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la
Libia è percorsa da una guerra fatta
di conflitti fra le tribù, fra le milizie
ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per
interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra
potenze esterne e le due entità
libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di
petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio
di qualità che, atttualmente, insieme a
gas, è in grado di estrarre solo
l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli
alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente
con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con
la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di
commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo
sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di
dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio
come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone
d'influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della
Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i
consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi
energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto
Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è
rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema
militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione
strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piacerà
alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a
monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa
nel 2011 perchè contraria ai
bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto
a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.
E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni
libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli
islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti
radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha
spostato o jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.
Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un
aereo, l'Italia in guerra c'è
già, in un'alleanza fatta di
rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a
portare la sua azione militare sempre più
lontano. In Libia, i nemici –reali
o finti, ISIS o altri- sono coloro che minano la
sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.
Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da
contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.
Antimilitarismo e lotta di classe
Alternativa Libertaria/fdca
93°
Consiglio dei Delegati
Fano, 19 marzo 2016
sabato 12 marzo 2016
Tripoli bel.... business core
12 e 18 marzo contro la guerra
Tripoli bel.... business core.
L'Italia ha sempre voluto Tripoli.
Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.
Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.
Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme al gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.
E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.
Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici –reali o finti, ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.
Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.
Il 12 ed il 18 marzo 2016 manifestazioni e sciopero contro la guerra in tutte le città.
Antimilitarismo e lotta di classe.
Antimilitarismo e lotta di classe.
Alternativa Libertaria/fdca
11 marzo 2016
mercoledì 9 marzo 2016
A VICENZA MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA
Rceviamo da Ross@ Padova
SABATO 12 MARZO ORE 10.30 A VICENZA
SABATO 12 MARZO ORE 10.30 A VICENZA
MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA NATO
APPUNTAMENTO DI FRONTE ALLA CASERMA EDERLE IN VIALE DELLA PACE
Il nostro paese è in guerra. Siamo in guerra, assieme alla NATO e a tutto il cosiddetto Occidente, da 25 anni.
Nonostante i milioni di morti, le devastazioni e le migrazioni bibliche provocate da questi interventi, il nostro come gli altri governi progettano e organizzano nuove imprese militari.
Queste nuove imprese sono però inserite in un quadro diverso, nella Grande Crisi che attraversa il mondo da quasi dieci anni, nelle crescenti frizioni che questa crisi sta determinando tra poli e blocchi mondiali.
Non sono più semplicemente guerre neocoloniali di espansione e stabilizzazione, ma si stanno trasformando in guerre di egemonia e sopravvivenza.
L'Unione Europea in guerra produce orrore e lo usa per giustificare sia la distruzione della democrazia sia le politiche di austerità.
Si possono sforare i criminali vincoli del fiscal compact per comprare armi, ma non per costruire ospedali o scuole. UE e Nato, austerità e guerra sono oramai la stessa cosa.
È necessaria una mobilitazione diffusa e permanente contro la guerra esterna e contro la guerra sociale interna che banche, multinazionali, interessi industrial militari vogliono imporci. Bisogna che l'Italia esca dalla NATO, alleanza che oggi non ha più alcuna giustificazione politica e morale.
Manifestiamo per :
- La fine immediata di ogni partecipazione italiana alle guerre in corso, con il ritiro delle truppe da esse e il ripristino dell'articolo 11 della Costituzione.
- Lo smantellamento delle basi e delle servitù militari, il rispetto del trattato di non proliferazione nucleare, la fine del commercio delle armi.
- L'uscita dell'Italia dalla Nato e da ogni alleanza di guerra. L'Italia deve diventare un paese neutrale per contribuire alla pace.
- La fine delle politiche persecutorie e xenofobe contro i migranti.
- La fine delle politiche di austerità e del sistema di potere UE che le impone.
- La cancellazione delle leggi sicuritarie che in tutta Europa nel nome della guerra al terrorismo stan costruendo uno stato di polizia.
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mercoledì 27 gennaio 2016
Fermiamo le guerre in corso e in preparazione - dibattito pubblico - 30 gennaio, h. 15.30
Dibattito pubblico a Mestre
- Comitati No Trident (Napoli)
- Donne in rete per la pace
- Donne No Dal Molin (Vicenza)
- Collettivo Pax Christi (Marghera)
- Comitati No Muos (Sicilia)
- Il cuneo rosso (rivista)
Sabato 30 gennaio ore 15.30
Centro Candiani - 1° piano
Organizza:
Comitato permanente contro le guerre e il razzismo
Nessuno pensa alla guerra, alle bombe lanciate sulle
case e sui luoghi di lavoro, alle carneficine di uomini,
donne e bambini che avvengono ogni giorno in Medio
Oriente. E in questi anni ben pochi hanno pensato alle
decennali guerre scatenate dall’Occidente nei quattro
angoli del globo quando hanno visto arrivare nelle loro
città centinaia e migliaia di profughi. Alla guerra, qui
in Italia e in Europa, non si riesce a pensare neanche
quando si sentono rombare i motori dei caccia,
carichi di morte, partiti dalle basi militari dietro
casa. Alla guerra si è pensato solo quando a Parigi,
il 13 novembre, un gruppo di jihadisti ha sparato nel
mucchio. Solo allora i ‘nostri’ governanti hanno urlato
scandalizzati: “Siamo in guerra”.
Hollande sostiene che la Francia è in guerra, ed è così.
Ma lo è da prima degli attentati di Parigi, almeno dal
27 settembre, quando sono partiti i primi attacchi aerei
contro la Siria.
Anzi: lo è già dal secolo scorso, quando per decenni
ha devastato l’Algeria, e poi ha bombardato l’Iraq,
la Jugoslavia, la Costa d’Avorio e... l’elenco sarebbe
troppo lungo. E non è solo una questione francese.
Tutto l’Occidente è impegnato in questa nobile azione.
Certo: gli Stati Uniti hanno il primato indiscusso, ma
dall’Italia al Canada, dalla Spagna alla Germania,
nessuno manca al suo ‘dovere’, di seminare morte e
distruzione. L’Italia, ad esempio, partecipa attualmente
a 40 operazioni belliche nel mondo, dal Mediterraneo,
al Medio Oriente, all’Africa, all’Asia, con circa
10.000 militari, senza contare i ‘contractors’ delle
imprese private...
Perché avviene tutto ciò? Perché da più di venti anni si tagliano i fondi per la scuola, le pensioni, la sanità, l’assistenza
ai disabili, mentre i fondi per la guerra si trovano sempre? Chi beneficia delle spese militari e di questa produzione di
morte? I comuni cittadini, i lavoratori, i giovani?
Quali effetti stanno producendo queste guerre a catena, questa “guerra infinita” condotta dai ‘nostri’ stati e dai ‘nostri’
governi contro altri popoli, soprattutto contro i popoli arabi e islamici? E c’è un legame tra queste guerre e la crisi?
tra queste guerre e il generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro qui, la disoccupazione e la precarietà
che crescono? Non è forse in atto anche qui una guerra sociale strisciante dei poteri forti capitalistici contro chi vive
del proprio lavoro e non ha santi in paradiso? Chi poteva immaginare che anche in Europa i tassi di disoccupazione
giovanile sarebbero saliti alle stelle, o che in paesi come la Grecia sarebbe ricomparsa la mortalità e la malnutrizione
infantile?
Davanti ad avvenimenti come questi non possiamo restare indifferenti, e neppure neutrali, perché è in gioco
la nostra esistenza, al presente e nel futuro. Questa corsa verso la guerra, verso nuove e sempre più devastanti guerre,
verso una nuova, terribile, guerra mondiale, che secondo alcuni è già iniziata, si può e si deve fermare! Con quali forze?
con quali mezzi? Che cosa ha cominciato a muoversi in questa direzione?
Troviamoci per discuterne insieme con chi ha già preso negli anni e nei mesi scorsi, a Vicenza, a Napoli, a Marghera, in
Sicilia, delle iniziative di lotta in questo senso.
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giovedì 5 novembre 2015
4 novembre .. morire per la patria morire per niente !
| ANTIMILITARISMO/ Contro il 4 novembre (in Friuli Venezia Giulia) |
| Mercoledì 04 Novembre 2015 12:14 |
| Redipuglia, perchè si chiama così http://www.lagazzettagiuliana.it/?p=364 https://www.facebook.com/RonchiDeiPartigiani/ Udine affissione http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2015/11/04/news/centro-tapezzato-di-volantini-contro-le-forze-armate-1.12385603
Trieste presidio
da info-action.net
|
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martedì 5 maggio 2015
LIBRINOVITA' CHERSI LIBRI / RODICORDA IL VINCITORE di Lucien Descaves con le illustrazioni di Lucien Laforge
Abbiamo pubblicato:
RODICORDA IL VINCITORE di Lucien Descaves con le illustrazioni di Lucien Laforge, 40pp.
Formidabile libello antimilitarista contro tutte le guerre,feroce con i profittatori, gli squali, i pescecani: i topi, insomma.
akersi@hotmail.com
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mercoledì 18 marzo 2015
NO AL MUOS! NO AGLI ESERCITI! NO ALLA GUERRA!
Il Movimento NO MUOS lancia per il 4 aprile prossimo una manifestazione nazionale a Niscemi contro il MUOS e contro la guerra.
Sarà la prima grande scadenza di livello nazionale da quando i venti di guerra sono cominciati a soffiare col pretesto della minaccia terroristica, dunque la prima risposta degli antimilitaristi ai signori della guerra.
Il fatto che questo evento venga a convergere e coincidere con la lotta NO MUOS è significativo dell'importanza che tale lotta ha assunto negli ultimi anni, ponendo all’attenzione di tutti la gravità del problema delle basi militari Usa e Nato in Italia, reso ancor più urgente in relazione alle politiche di sempre più elevata tecnologizzazione e sofisticazione dei conflitti armati.
Ancora una volta a Niscemi e da Niscemi, la cui popolazione – sostenuta da un Movimento che non è riuscito sinora a svilupparsi sul piano nazionale – tra molte difficoltà ha saputo dimostrare che opporsi alle politiche di guerra è possibile.
La Federazione Anarchica Siciliana invita tutte le realtà libertarie e anarchiche a raggiungere Niscemi il 4 aprile per dare vita ad una presenza popolare visibile e combattiva, ritenendo questo passaggio fondamentale per dar forza ad un vasto fronte antimilitarista non soltanto limitato all’Italia e al Mediterraneo, ma che coinvolga l’intera Europa, e che sia da stimolo contro il montante fanatismo clerico-fascista dei razzisti del Continente e la bestialità sanguinaria del Daesh la cui violenza omicida e distruttiva continua a imperversare nel Vicino/Medio Oriente e oltre.
La F.A.S. invita, altresì, tutti i compagni che non potranno intervenire direttamente a dare vita, lo stesso sabato 4 aprile, a manifestazioni, sit-in, azioni, iniziative antimilitariste in stretto collegamento con la manifestazione nazionale: posto che il nostro intento è di rilanciare pubblicamente e con forza la nostra presenza di anarchici, rinnovando la testimonianza dell'antica e sempre valida vocazione antimilitarista che caratterizza la nostra lotta, in un momento storico tanto delicato come quello che attraversiamo.
Manifestiamo insieme il nostro totale rifiuto, il nostro assoluto No alla guerra!.
Delegittimiamo qualsiasi casta militare e di potere, e smascheriamo ogni strumentale e falsa pacificazione veicolata dalle istituzioni!
Costruiamo, insieme, l'unica vera alternativa: la rivoluzione sociale!
Federazione Anarchica Siciliana
http://fasiciliana.noblogs.org/
martedì 9 dicembre 2014
1914-2014. A cento anni dal primo macello mondiale, lo scontro tra imperialismi porta di nuovo il mondo verso la guerra totale?
Oggi come cento anni fa poche grandi potenze sono allo stesso tempo complici e in conflitto tra loro nella rapina delle risorse globali e nello sfruttamento della forza lavoro mondiale.
Oggi come ieri queste potenze scaricano la loro crisi sul mondo intero, scatenando il caos, fomentando il nazionalismo e le guerre per procura nei paesi delle periferie.
Cento anni fa, il 28 luglio 1914, la conclusione di questo processo fu il primo grande macello mondiale, in cui 70 milioni di proletari furono costretti a combattere tra loro e 9 milioni morirono in un massacro senza precedenti
Perché quella guerra non aveva come obiettivo quello di difendere o ampliare dei confini geografici, per propria natura limitati, ma di vincere una competizione economica globale con l'obiettivo della distruzione totale del nemico.
La globalizzazione economica di oggi avrà lo stesso esito di quella del secolo scorso?
Il mondo è di nuovo alla vigilia di una guerra mondiale?
Sabato 13 dicembre alle ore 20.45
sala consiliare sotto il volto dell'orologio
piazza Capitaniato - Padova
Nel corso della serata sarà presentato il nuovo numero della rivista Contropiano:
"Gli apprendisti stregoni e la guerra"
lunedì 22 settembre 2014
Gli ammutinati delle trincee
Anche il Circolo Libertario E. Zapata intende partecipare al "centenario della grande guerra". Nel pordenonese una valanga di finanziamenti per commemorare, a volte magari con qualche commozione di circostanza, il massacro di proletari che fu la prima guerra mondiale. L'occasione per il primo di una serie di eventi ce la offre Marco Rossi con il suo libro "gli ammutinati delle trincee".
Vi aspettiamo giovedì 2 ottobre alle 20.30 alla saletta dell'ex Convento di S. Francesco a Pordenone. Un po' di storia, un po' di verità, che non troverete nei salotti buoni della città.
giovedì 18 settembre 2014
TU SEI MALEDETTA .Convegno di studi, Venezia 20-21 Settembre 2014
Convegno di studi, Venezia 20-21 Settembre 2014
Tu sei maledetta
Uomini e donne contro la guerra: Italia, 1914-19181914-
In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, il Centro studi libertari – Archivio G. Pinelli di Milano e l’Ateneo degli Imperfetti di Marghera promuovono due giornate di studio sulle diverse forme di opposizione, disobbedienza, protesta, nonviolenza e dissenso che si verificarono nel primo conflitto mondiale in Italia, alla luce di analoghe esperienze europee e non solo.
Il convegno si terrà presso la Sala San Leonardo.
Campo San Leonardo, Cannaregio 1584 VE
Inizio lavori: Sabato ore 14:30
Domenica ore 9:30
Eventi correlati:
· * rassegna cinematografica per tutto il mese di Settembre
· * mostra fotografica
· * cena (su prenotazione) sui ricettari di difesa alimentare durante la prima guerra ispirata alla ricerca di Andrea Perin
· * recital …e il ritorno per molti non fu
Per il programma dettagliato consultare il volantino
Informiamo tutti i compagni, amici, frequentatori dell’Ateneo degli Imperfetti che il sito www.ateneoimperfetti.it è aggiornato sempre con le nuove iniziative e contiene l’archivio di tutte le attività finora svolte.
Inoltre è disponibile l’”attestato originale di imperfezione” con un contributo di 20€ per sostenere le attività dell’Ateneo.
Ateneo degli Imperfetti
Via Bottenigo, 209
30175 Marghera (VE)
tel. 327.5341096
www.ateneoimperfetti.it
martedì 1 luglio 2014
La Grande Guerra: centomila omicidi di Stato - di Giuseppe Aragno
E’ quantomeno singolare: dopo cento anni, una repubblica parlamentare che ha tra le sue travi portanti il ripudio della guerra, ha scelto di celebrare un conflitto universalmente noto come “inutile strage“; una guerra in cui un sovrano criminale cacciò il Paese a tradimento con un trattato segreto, firmato all’insaputa del Parlamento. Le parole non sono neutre e pesano come pietre, per cui non c’è forse segnale più chiaro dello stato comatoso in cui versano le Istituzioni, che la parola scelta in aperta contraddizione col dettato costituzionale. Celebrare vuol dire esaltare, glorificare o, quantomeno, ricordare festosamente; una parola, quindi, che porta con sé un moto d’orgoglio, un vanto, una lezione positiva da impartire alle giovani generazioni. Ma cosa c’è da celebrare cent’anni dopo la “Grande Guerra”? L’indecoroso voltafaccia nei confronti di antichi alleati? La lezione di violenza? Il Parlamento posto di fronte al fatto compiuto e poi praticamente messo in mora? Cosa celebreremo? La democrazia sospesa o le decimazioni? I giovani senza elmetto mandati al macello coi berretti di feltro o l’insipienza dei generali alla Cadorna? Chi sceglieremo di ricordare? I socialisti e gli anarchici spediti là dove più certa era la morte? I ragazzi uccisi dai carabinieri pronti a sparare ai soldati terrorizzati? No. Non ricorderemo nulla di tutto questo e taceremo sui centomila nostri prigionieri morti per fame e per freddo nei campi di prigionia perché considerati disertori e abbandonati al loro destino, in mano a un nemico che stentava ad alimentare i suoi uomini al fronte. Decideremo forse di raccontare ai nostri giovani l’inaudita ferocia delle nostre classi dirigenti?
Non sarebbe difficile farlo, ma è un lavoro incompatibile con la parola “celebrare“.
Se a uno studente preparato fai i nomi di Mauthaushen e Theresienstandt, inevitabilmente ti parlerà degli eccidi nazisti. Non sarà il Comitato “celebrativo” che comprende l’imprescindibile Marcello Veneziani, a spiegargli ciò che vent’anni fa, in un libro oggi ignorato che meriterebbe di essere sussidio indispensabile nello studio dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Giovanna Procacci dimostrò senza ombra di smentite: in quei luoghi furono ammassati 600.000 nostri soldati caduti in mano al nemico e considerati traditori dai nostri governanti. Una inconfutabile documentazione d’archivio e le lettere dei nostri uomini sequestrate dalla censura raccontano a chi vuole ascoltare il massacro di massa realizzato in nome dell’amor patrio. Centomila uomini morirono di fame e di freddo perché nessuno volle aiutarli*. E i Governi sapevano:
“È un affare molto serio“, scriveva da Berna un ufficiale; “bisogna, anzitutto premettere che i tedeschi, non avendo ormai più niente da mangiare, non possono dare maggiormente ai prigionieri. Questi disgraziati, se non sono ufficiali, sono costretti ad un lavoro di 12-14 ore al giorno, sono condannati ad una morte molto più certa che quando erano sul fronte. Creda che questa non è esagerazione. Ne ho visto e ne ho interrogato. So di un sergente il quale ha dato le sue scarpe nuovissime per qualche biscotto. Quello lì aveva potuto conservarsi le scarpe. Quasi tutti gli italiani sono stati spogliati ed hanno dovuto passare l’inverno senza scarpe e talvolta senza cappotto. Il numero dei disgraziati, i quali non vedranno mai più il sole di Italia sarà enorme. Bisogna dunque che la Patria assista i suoi prigionieri, [...] che l’Italia faccia in ogni campo dove saranno internati sudditi italiani, degli invii collettivi di biscotti e altri viveri che vengono poi distribuiti dal Comitato scelto nei prigionieri, il quale deve essere costituito in ogni campo. Questo è l’unico rimedio perché: 1°) non si otterrà mai che la Germania dia da mangiare ai prigionieri poiché i tedeschi stessi crepano di fame. 2°) le autorità quando non favoriscono il furto, chiuderanno sempre gli occhi sulla disparizione dei pacchi postali individuali“.
L’Italia non si mosse e si capisce bene il perché: più affamati e disperati erano i prigionieri, più si poteva scoraggiare la diserzione e condurre al macello i combattenti. Paralizzata la Croce Rossa, tutto si ridusse a una propaganda nazionalista così battente e ben orchestrata, da accecare persino i padri e le madri dei nostri infelici soldati.
Prigioniero a Theresienstadt in Boemia, così il 5 agosto 1916 un soldato scriveva al padre: “Non mi degno più chiamarvi caro padre avendo ricevuto la vostra lettera oggi dove lessi che era meglio fossi morto in guerra, e che ho disonorato voi e tutta la famiglia. Tutti parlano male di me. Perché capisco che non sentite più l’amor filiale, non sentite altro che l’amor patrio e pel vostro Re. Perciò d’ora in poi sarò il vostro più grande nemico, e non più il vostro Domenico. Vi ringrazio di tutto cuore, ma non mandatemi più nulla. Addio. Sapete che a scrivere non so tanto; ma sono mie parole lo stesso”.
Di lì a qualche mese, da Mauthausen, un altro prigioniero si rivolgeva alla mamma: “Mia cara madre, Ho ricevuto la vostra [...] Il contenuto di essa, riguardante la mia disgrazia mi ha recato dolore ed anche pianto. Mamma, io sono innocente, ve lo confesso con ampia sicurezza, perché la mia coscienza me lo dice e me lo rafferma. Sono libero da ogni rimorso [...], ho gran fede in Iddio perché lui riconoscerà la mia innocenza e mi aiuterà nella lotta che sosterrò al mio ritorno. Si, al mio ritorno, dico, perché io verrò, verrò a giustificare la mia ingiusta accusa. Anziché rinunciare la mia patria desidero anche ingiustamente soffrire la condanna. [...] State tranquilla mamma perché vostro figlio non vi ha disonorato“.
In discussione, per gli sventurati proletari prigionieri, non c’erano solo la dignità e la vita, ma atroci sensi di colpa e la consapevolezza che la resa al nemico, per inevitabile che fosse stata, era ricaduta pesantemente sulle famiglie, private del sostegno delle loro braccia: “ti hanno levato il sussidio“, scriveva al padre un contadino pugliese il 16 febbraio del 1918. “Sono grandi vigliacchi perché io quando fui fatto prigioniero fu colpa del mio tenente e non è colpa mia, e poi noi fummo fatti prigionieri in 32 soldati e caporali e 2 sottotenenti come fanno a dire che io sono disertore?“.
Lettere mai giunte e gelosamente conservate in archivio. Lo sanno tutti: celebrare la guerra non è mai impresa nobile. Celebrare questa guerra, con 100.000 omicidi di Stato su 600.000 caduti è una infinita vergogna.
* Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti
FONTE www.didaweb.net/fuoriregistro
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martedì 6 maggio 2014
TU SEI MALEDETTA !
Venerdì 9 maggio ore 17.30
Biblioteca di Marghera
In occasione del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale
inaugurazione
TU SEI MALEDETTA!
mostra delle opere
di
Elis Fraccaro fabbro e scultore
25 aprile a Niscemi. Una boccata di acqua fresca
Il 30 aprile a Niscemi dai rubinetti tornerà a uscire l'acqua. Non
potranno però berla, perché quest'acqua non è potabile.
La carenza d'acqua a Niscemi non è un fatto accezionale, ma un'emergenza
quotidiana.
Nella base militare statunitense nel cuore della sughereta del paese, nel
luogo dove con la forza e la complicità delle autorità locali e nazionali,
è stata imposta l'installazione delle parabole del sistema satellitare di
controllo MUOS, l'acqua c'é sempre. Ed è acqua buona, che si può bere.
Un indicatore chiaro dell'occupazione militare del territorio è
l'accaparramento di beni primari come l'acqua potabile da parte della
Marina Statunitense.
Per questa ragione, in occasione della due giorni contro il Muos del 25 e
26 aprile, centinaia di attivisti contro la base hanno buttato giù le
recinzioni e hanno liberato un pozzo, rinchiuso nel perimetro della base.
Un'azione diretta, che, pur simbolicamente, che segnalato che il movimento
contro il Muos, nonostante l'installazione delle antenne, non si arrende.
Anzi!
Nell'assemblea svoltasi il giorno successivo i No Muos ed attivisti di
altre lotte territoriali si sono lasciati con l'impegno ad un maggiore
coordinamento pratico tra le resistenze, all'insegna del muotuo soccorso e
dell'autogestione delle lotte.
In agosto ci sarà un campeggio di lotta a Niscemi dal 6 al 14. Sabato 9,
anniversario della distruzione di Hiroshima, ad un anno esatto dalla
manifestazione culminata con l'invasione della base, si svolgerà intorno
alle recinzioni una nuova manifestazione nazionale No Muos.
Ascolta la diretta realizzata dall'info di blackout con Pippo Gurrieri,
attivista No Muos. E' stata anche l'occasione per fare il punto sulle
difficoltà di una lotta che, al di là dell'emergenza per l'ambiente e la
salute, rappresenta uno dei gangli più vitali dell'opposizione al
militarismo e alla guerra. Un'opposizione che negli ultimi anni ha visti
defilarsi la componente pacifista e non violenta, chiusa in giochi di
autorappresentazione, come quello svoltosi sotto la benedizione di Alex
Zanotelli, a Verona proprio il 25 aprile:
http://anarresinfo.noblogs.org/2014/04/30/25-aprile-a-niscemi-una-boccata-dacqua-fresca/
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venerdì 6 dicembre 2013
WAR GAMES! SOLO GAMES? - Gruppo Libertario Remo Tartari
La base NATO di Poggio Renatico, che per inciso davano tutti per spacciata ed in via di smantellamento, in realtà “lavora” che è una meraviglia: all'inizio del 2013 il Combined Air Operations Center 5 è stato disattivato dopo aver ceduto le proprie funzioni di comando e controllo al neo-costituito CAOC di Torrejon de Ardoz in Spagna, in realtà la base continua ad essere un centro operativo, e non certo di seconda categoria! Infatti sarebbe interessante sapere perché nonostante tutto all'interno del perimetro si continui a costruire ... mah, miracolo italiota! E tutto ciò nel silenzio più totale.
Comunque il fatto che nella sonnacchiosa provincia estense si stia operando una “innocua” guerra simulata con scenari di crisi “internazionali” la dice molto lunga su ciò che ci aspetta in futuro, soprattutto tenendo presente che gli stati in tutto il mondo si stanno armando pesantemente. Perché tutto questo? “Loro” sanno qualcosa che “noi” non sappiamo? O che al massimo possiamo solo immaginare? Dal nostro punto di vista queste esercitazioni di guerra simulata, il progressivo riarmo degli stati, sono solo la fase preparatoria di una conflagrazione su scala mondiale. Il generale prussiano von Clausewitz osservava giustamente che: « La guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l'opera di un istante. », quindi è ovvio che qualcosa di serio all'orizzonte c'è.
Quello che purtroppo non ravvisiamo all'orizzonte è una chiara coscienza antimilitarista in grado di opporsi alla probabile futura macelleria globale. Ovviamente quando parliamo di coscienza antimilitarista non devono intendersi le sparate ad effetto di certi partiti della “Sinistra Komunista” che si ricordano della campagna NO F35 solo sotto elezioni e solo il tempo di una foto ed un trafiletto sui fogli del mainstream informativo casereccio. Purtroppo la popolazione vive in una costante incertezza ed è incapace di comprendere ciò che sta per verificarsi complice anche una certa propaganda patriottarda, tuttavia invitiamo tutti, per quanto possibile e nel proprio piccolo a comprendere l'importanza di questa lotta che non può e non deve essere strumentalizzata. Ricordate che in guerra non periscono mai “loro” ma sempre e comunque “noi”.
“Nessuna guerra di qualunque nazione, in ogni era, è stata dichiarata dal popolo.”
Eugene V. Debs
venerdì 6 settembre 2013
Venti di guerra? Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari - di Dino erba
Venti di guerra?
Quando gli antimperialisti confondono
le carte in tavola, trascurando i proletari
|
N
|
on appena soffian
venti di guerra, gli antimperialisti si destano, animando campagne tanto roboanti
quanto fuorvianti. Nella società capitalistica, la guerra è un’eventualità
permanente che non si ferma certo con le chiacchiere. Lo sappiamo. Da un quarto
di secolo, viviamo in un clima di «guerra infinita», che non è stato scosso
dalle pur vivaci manifestazioni pacifiste, anzi, molti pacifisti si son poi
messi la divisa, passando armi e bagagli al fronte interventista (Do you
remember Bertinotti & Co.?).
Questi frutti marci non turbano gli antimperialisti che proseguono
imperterriti per la loro strada, ripetendo le solite litanie. E lungo la loro
strada perdono ogni riferimento a una visione proletaria della guerra e dei
conflitti sociali che, pur soffocati, l’accompagnano. Riducendo l’internazionalismo
ai rapporti tra nazionalismi, inter-nazionalisti, appunto.
Uno dei cavalli di battaglia degli antimperialisti è la denuncia delle
balle di Washington ... come se esistessero guerre giuste ... E se Obama avesse
ragione? Sarebbe un buon motivo per bombardare Damasco? Lasciamo perdere. Gli
argomenti degli interventisti sono così pretestuosi che se ne è accorto anche
Sergio Romano sul «Corriere della Sera» (Armi democratiche, 1 settembre 2013).
Percorrendo il vicolo cieco pacifista, alcuni antimperialisti giustificano
regimi sanguinari come quello di Assad e, implicitamente, denigrano i «ribelli».
Denigrazione che fa di ogni erba un fascio, mettendo nello stesso calderone i movimenti
popolari contro Assad, cui il crash economico ha dato slancio, e le bande prezzolate che
cavalcano il malcontento al soldo di racket locali e stranieri, con grandi e
piccoli interessi in gioco. A uno sguardo superficiale, i movimenti popolari arabi
e musulmani hanno una parvenza plebea che sommerge la componente operaia e
proletaria. Che però c’è. E se qualcuno si ostina a non vederla, è un problema
suo, ma non è una buona ragione per ignorarla, portando acqua al nazionalismo.
Venti di rivolta
Tra fanatismi religiosi e affarismi di bassa lega, lo scenario sociale
che si delinea � assai intricato, come ha ben dimostrato Michele Basso nel suo Interrogativi
sulle guerre in corso, dell’11 agosto, e in parte anch’io nel mio Egitto è il mondo del 15 agosto. La situazione è contraddistinta
dalla disgregazione nazionale e sociale, che si sta diffondendo a macchia d’olio
dall’Afghanistan al Pakistan dal Medio Oriente al Magreb.
E soprattutto è una situazione che apre nuovi scenari politici, che non possono
essere liquidati con frasette di rito, utili solo a nascondere l’insipienza di
chi le diffonde. Peggio. In realtà gli antimperialisti che sventolano lo
spauracchio delle Potenze imperialiste (Usa
in primis)
sottovalutano (se non ignorano) la questione principale: la crisi
dell’imperialismo. E, di conseguenza, non fanno altro che difendere un
impossibile status quo, ormai a pezzi sotto i colpi della persistente crisi economica. Non per
nulla, dopo la doccia fredda di Cameron, Obama ha preferito rimandare la
decisione dell’intervento al Congresso, per avere la benedizione democratica.
Lasciando Hollande in braghe di tela. Nelle guerre si sa come si entra ma non si
sa come si esce. E se soffiano venti di guerra, soffiano anche i venti della
rivolta proletaria.
Volenti o nolenti, gli antimperialisti privilegiano una visione in cui i
proletari sono subalterni alle classi dominanti. E visto che al peggio non c’è
fine, essi finiscono per legare il proletariato dei Paesi occidentali al carro
delle varie borghesie. Un bel favore! Con l’aria che tira, i padroni
preferiscono veder marce pacifiste piuttosto che proteste operaie, come è evidente
in Germania e in Italia, con la Bonino che paventa la Terza guerra mondiale,
come se già non ci fossimo dentro!
Non solo. I padroni prendono due piccioni con una fava: la pace sociale, oggi, premessa
per un eventuale intervento, domani. Non ci sono santi, solo le lotte
proletarie possono impedire e ostacolare le guerre, tenendo sulla corda i
padroni e i loro governi. Il resto sono chiacchiere inutili e dannose.
Lasciamole a Bergoglio.
Gratta gratta, ci accorgiamo infine che certi antimperialisti, con
l’implicita difesa dei regimi «statalisti» (ormai presunti tali), come quello
di Assad o di Mubarak, lasciano serpeggiare, e non tanto sotto traccia, il
rimpianto per il capitalismo di Stato, alla cui ombra sono cresciuti molti
figli della piccola borghesia antimperialista italiana.
Al banco di prova della solidarietà
Alla visione politica conservatrice (se non reazionaria) prevalente nei
movimenti antimperialisti di matrice pacifista, non basta contrapporre
l’equidistanza proletaria (come per esempio fanno il Centro di iniziativa
comunista internazionalista e altre formazione di tradizione comunista
rivoluzionaria). È una posizione apprezzabile che però scantona il problema
reale: la natura sociale dei tumulti e delle sommosse in corso nei Paesi arabi
e musulmani. Ci troviamo di fronte a una situazione nuova, in rapida evoluzione,
che non si può affrontare con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Tenendo vivo il problema, ci sono cose che già ci toccano molto da
vicino. Un cruciale fronte di lotta proletaria e internazionalista è aperto dai
flussi migratori, destinati a crescere sull’ondata dei conflitti e della
disgregazione sociale dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. I profughi
siriani sono già oltre due milioni (su una popolazione di 23 milioni).
Quelli che cercano scampo in Italia, sono destinati a cadere nel pozzo
senza fondo del lavoro nero, grazie al quale si ingrassano padroni e
padroncini, con tutto il codazzo di faccendieri, dai caporali ai funzionari
statali conniventi, con il beneplacito di politicanti e pennivendoli. Contro questo
vero e proprio regime schiavistico, le lotte dei facchini della logistica stanno
dando una prima e importante risposta. Ma le radici del ricatto e del lavoro
nero risiedono nelle leggi razziste sull’emigrazione (la Turco-Napolitano e la
Bossi-Fini), fondate sulla normativa capestro dei permessi di soggiorno, sui
controlli polizieschi e sulla detenzione nei Centri di identificazione ed
espulsione (Cie). Ma anche sui
Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (Cara),
veri e propri lager, in fase d’espansione.
Oggi, queste leggi e queste galere non sono più in grado di controllare
nuovi e maggiori flussi migratori. In agguato ci sono progetti coercitivi che
attendono solo l’occasione per entrare in funzione, magari con il pretesto
dell’emergenza umanitaria e il placet di Cécile Kyenge. Affrontare questa imminente
eventualità, è l’attuale banco di prova per l’internazionalismo e la solidarietà
proletaria. Ed è un primo, concreto passo contro i venti di guerra. Il resto
sono chiacchiere, inutili e dannose.
Dino
Erba, Milano, 3
settembre 2013.
Gruppo Libertario Remo Tartari di Ferrara e Usi - Ait nazionale : Manifesto contro l'intervento militare in Siria
manifesto Usi - Ait contro l'intervento armato in Siria , ripreso dal gruppo libertaio Remo Tartari di Ferrara
http://gruppolibertarioremotartari.blogspot.it/2013/09/contro-la-guerra.html
http://gruppolibertarioremotartari.blogspot.it/2013/09/contro-la-guerra.html
giovedì 18 luglio 2013
Vuoi un’ala? Vuoi una ruota? Vuoi il casco del pilota? - Genova No F-35
L’Italia sta acquistando 130 aerei militari f 35. Il costo sarà di 15 miliardi di euro (senza contare i costi di manutenzione.)
· Sono aerei da bombardamento, potenzialmente capaci di trasportare ordigni nucleari. L’Italia non dovrebbe possederne alcuno, perché la Costituzione vieta la guerra di aggressione (e questi aerei non servono certamente a difendere il suolo dell’Italia); e perché ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare.
· Il Canada ha già rinunciato ad acquistarli per la loro inaffidabilità tecnica; nessuna penale è a carico di chi decida di rinunciare all’acquisto.
· Un tenace movimento di opposizione cerca di impedire questa spesa immorale ed insensata. Il parlamento vota una blanda ed ambigua mozione che subordina ogni ulteriore acquisto ad una discussione parlamentare; ma il presidente della Repubblica Napolitano riunisce il Consiglio Supremo di difesa ed esautora il parlamento.
· I favorevoli all’acquisto, tra le altre motivazioni, accampano quella dei posti di lavoro che la costruzione degli aerei in corso a Cameri, (Novara) creerebbe. E’ facile rispondere loro che un’analoga spesa nell’istruzione, nell’arte e nel sociale creerebbe altrettanti o più posti di lavoro, in maniera eticamente più accettabile.
Abbiamo deciso di rendere “visibile” l’insensatezza di questa spesa e di solidarizzare con le iniziative in programma in questi giorni a Cameri.
Mercoledì 17 luglio consegneremo simbolicamente ad altrettanti enti ed associazioni “un pezzo” di f35: per esempio un’ala (5 milioni di euro) , la fusoliera (10 milioni di euro), il radar ( 10 milioni di euro), il casco del pilota (430 000 euro), il propulsore (30 milioni di euro); siamo certi che ne faranno buon uso.
A riceverlo, saranno lavoratori/ trici e rappresentanti degli enti interessati.
Gli orari che seguono hanno valore indicativo, e potranno subire variazioni che comunicheremo tempestivamente:
· Ore 13.30: consegna di “un pezzo di f 35” all’ospedale Gaslini (appuntamento di fronte all’ingresso principale, via Gerolamo Gaslini)
· Ore 14.30: consegna di “un pezzo di f 35” all’ospedale San Martino, all’IST ed alle facoltà scientifiche dell’università ( appuntamento di fronte al Pronto Soccorso dell’ospedale)
· Ore 15.30: un pezzo al teatro dell’Archivolto ( appuntamento di fronte all’Archivolto, piazza Gustavo Modena 3)
· Ore 16.30: un pezzo ciascuno a realtà di volontariato e di solidarietà che operano in centro storico: Centro antiviolenza di salita Mascherona, ambulatorio internazionale Città aperta, comunità di San Benedetto ed altre. Apuntamento presso l’ambulatorio di Città aperta, vico del duca 37
· Ore 17.00: un pezzo ad Emergency, ed un pezzo alla consulta per l’handicap. Appuntamento presso l’info point di Emergency, sottopasso della metropolitana piazza De Ferrari
· Ore 17.30: un pezzo al teatro Carlo Felice ed uno ai vigili del fuoco. Appuntamento di fronte al teatro Carlo Felice
La manifestazione si concluderà dalle 18 alle 19 sui gradini del palazzo ducale con la 581° Ora in silenzio per la pace”, www.orainsilenzioperlapace.org durante la quale verrànno illustrate ai passanti le motivazioni dell’iniziativa.
Coordinamento genovese NO F 35
· Sono aerei da bombardamento, potenzialmente capaci di trasportare ordigni nucleari. L’Italia non dovrebbe possederne alcuno, perché la Costituzione vieta la guerra di aggressione (e questi aerei non servono certamente a difendere il suolo dell’Italia); e perché ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare.
· Il Canada ha già rinunciato ad acquistarli per la loro inaffidabilità tecnica; nessuna penale è a carico di chi decida di rinunciare all’acquisto.
· Un tenace movimento di opposizione cerca di impedire questa spesa immorale ed insensata. Il parlamento vota una blanda ed ambigua mozione che subordina ogni ulteriore acquisto ad una discussione parlamentare; ma il presidente della Repubblica Napolitano riunisce il Consiglio Supremo di difesa ed esautora il parlamento.
· I favorevoli all’acquisto, tra le altre motivazioni, accampano quella dei posti di lavoro che la costruzione degli aerei in corso a Cameri, (Novara) creerebbe. E’ facile rispondere loro che un’analoga spesa nell’istruzione, nell’arte e nel sociale creerebbe altrettanti o più posti di lavoro, in maniera eticamente più accettabile.
Abbiamo deciso di rendere “visibile” l’insensatezza di questa spesa e di solidarizzare con le iniziative in programma in questi giorni a Cameri.
Mercoledì 17 luglio consegneremo simbolicamente ad altrettanti enti ed associazioni “un pezzo” di f35: per esempio un’ala (5 milioni di euro) , la fusoliera (10 milioni di euro), il radar ( 10 milioni di euro), il casco del pilota (430 000 euro), il propulsore (30 milioni di euro); siamo certi che ne faranno buon uso.
A riceverlo, saranno lavoratori/ trici e rappresentanti degli enti interessati.
Gli orari che seguono hanno valore indicativo, e potranno subire variazioni che comunicheremo tempestivamente:
· Ore 13.30: consegna di “un pezzo di f 35” all’ospedale Gaslini (appuntamento di fronte all’ingresso principale, via Gerolamo Gaslini)
· Ore 14.30: consegna di “un pezzo di f 35” all’ospedale San Martino, all’IST ed alle facoltà scientifiche dell’università ( appuntamento di fronte al Pronto Soccorso dell’ospedale)
· Ore 15.30: un pezzo al teatro dell’Archivolto ( appuntamento di fronte all’Archivolto, piazza Gustavo Modena 3)
· Ore 16.30: un pezzo ciascuno a realtà di volontariato e di solidarietà che operano in centro storico: Centro antiviolenza di salita Mascherona, ambulatorio internazionale Città aperta, comunità di San Benedetto ed altre. Apuntamento presso l’ambulatorio di Città aperta, vico del duca 37
· Ore 17.00: un pezzo ad Emergency, ed un pezzo alla consulta per l’handicap. Appuntamento presso l’info point di Emergency, sottopasso della metropolitana piazza De Ferrari
· Ore 17.30: un pezzo al teatro Carlo Felice ed uno ai vigili del fuoco. Appuntamento di fronte al teatro Carlo Felice
La manifestazione si concluderà dalle 18 alle 19 sui gradini del palazzo ducale con la 581° Ora in silenzio per la pace”, www.orainsilenzioperlapace.org durante la quale verrànno illustrate ai passanti le motivazioni dell’iniziativa.
Coordinamento genovese NO F 35
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