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giovedì 4 maggio 2017

LA LA LAND (Damien Chazelle, 2016) di Pino Bertelli



LA LA LAND
(Damien Chazelle, 2016)
di Pino Bertelli



Per raggiungere non tanto la felicità quanto l'equilibrio,
dovremmo liquidare una buona parte dei nostri simili,
praticare quotidianamente il massacro,
sull'esempio dei nostri fortunatissimi avi.
(E.M. Cioran)

Che bello! La notte degli Oscar 2017 ancora una volta ci ha fatto ridere a crepapelle! Il baraccone circense che rappresenta può piacere soltanto all'imbecillità conclamata della critica italiana e a un pubblico abituato alle sagre festivaliere da "tappeto rosso" (qui puttanelle col vezzo dell'avanspettacolo e cialtronetti vestiti Armani fanno i selfie con tutti, perfino con gli straccioni di colore)… le televisioni ne parlano, i giornalisti fanno finta di aver compreso quel film o quell'altro… spesso li confondono o parlano di un film che nemmeno hanno visto (le veline dell'azienda vengono riprodotte fedelmente da amanuensi serventi)… tutti sono proni alla macchina delle illusioni (Hollywood) e alla domesticazione dell'immaginario assoggettato che ne consegue… ma tutti i film e tutti gli Oscar del mondo non valgono un bicchiere di rosso con un amico! C'è più verità nelle lacrime dei bambini morti per fame (o sotto le guerre) che in tutte le storie del cinema! Il cinema autentico non salva il mondo, è vero… però può aiutare a diventare uomini e donne migliori che dicono sì alla realtà e affrontano a viso aperto la filosofia libertaria dell'uomo in rivolta (quello che sostituisce il genio dell'artista con quello del ribelle e mette fine alla sozzura splendente della civiltà dello spettacolo).
Il film di Damien Chazelle, La La Land, di Oscar ne ha ottenuti sei (era candidato a quattordici premi)… ha fatto incetta di Golden Globe, BAFTA Awards e diversi altri riconoscimenti e sembra davvero continuare ad essere amato e premiato da critica e pubblico… quando in preda all'estasi del vuoto ci si abbandona a quella del mito ogni stupidità è permessa, basta che porti la gente al botteghino… I fucilieri del Bengala (un brutto film di László Benedek, 1954, sulle rivolte indiane) non saranno mai lodati abbastanza per aver cercato di spegnere come si deve le lune dei luna park (di finti politici, finti artisti, finti clown) di fine Ottocento… avevano compreso, forse, che qualunque ordine sociale è nefasto e va combattuto, a principiare dai linguaggi multimediali sui quali ogni potere fonda i propri deliri. Le ideologie, come le merci, sono il sottoprodotto, usando un'espressione un po' volgare, delle puttanate messianiche o dei mercati globali… sono loro che forniscono il pasto quotidiano alle iene di Wall Street.
La La Land è un'accozzaglia di citazioni, molto malamente ricostruite, dei musical americani degli anni Cinquanta e Sessanta… il titolo sembra riferirsi alla città di Los Angeles (il mondo dei sogni o fuori dalla realtà)… ma il film di Chazelle è tutt'altro che fuori dalla realtà e dai sogni… è una confezione (nemmeno pregiata) della macchina/cinema hollywoodiana che prefigura una vita di successo per tutti gli sfigati di ogni forma d'arte… un'idea di felicità possibile che solo nella città degli angeli di celluloide può diventare vera… ma al cinema e dappertutto il servo respira e si emancipa soltanto alla morte del padrone, sempre. Nulla è più sospetto della gioia mercantile… la rassegnazione e la stanchezza collettiva determinano un universo di carogne soddisfatte… un cinema senza banalità sarebbe altrettanto noioso di un parlamento senza stupidi.
In La La Land la storia d'amore fra un musicista jazz (Ryan Gosling) e un'aspirante attrice (Emma Stone) va avanti per 128 interminabili minuti… il falso arrabbiato (Gosling) e la vispa Teresa (Stone) si trovano, si amano, si lasciano e infine si ritrovano… lei è una star internazionale, lui gestisce un locale jazz di prestigio… si amano ancora, certo, ma ormai lei è sposata con una mummia e ha una bambina… vive in un castello e lui continua a suonare il jazz che ha sempre voluto… finisce il film e finisce l'incanto… l'imbecillità non è solo il palcoscenico della bassa creatività e il successo è una droga che contamina spiriti predisposti a conformismi illuminati, e chi vi si dedica in bella gloria è un demente in potenza.
Ryan Gosling recita molta parte del film con le mani in tasca (ma non è Jean Gabin) e saltella alla meno peggio qua e là facendo finta di essere Fred Astaire o Gene Kelly… la Stone sgrana gli occhi da rana e canticchia senza avere l'erotismo sottile di Cyd Charisse o la freschezza ingenua di Leslie Caron… non si capisce proprio come abbia meritato la Coppa Volpi per la miglior interprete alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2016) e l'Oscar come miglior attrice protagonista (2017)… lo stupore si allarga (ma non troppo) agli Oscar per Damien Chazelle (miglior regista), Linus Sandgren (fotografia), David Wasco (scenografia), Justin Hurwitz (colonna sonora), City of Stars (canzone originale)… La La Land dunque sembra essere una sommatoria non tanto di idee singolari, quanto di ossessioni che riportano alla celebrazione del musical… peccato che l'intero impianto narrativo/musicale non riesca ad esprimere né l'eleganza innata di Cappello a cilindro (1935), né l'energia epica di Cantando sotto la pioggia (1952), né tantomeno le coreografie coraggiose di West Side Story (1961), che in apertura La La Land cerca di rievocare… non sono gli Oscar che fanno i film, spesso sotto le luci del consenso si nasconde un mondo di desolazione (del quale non ci interessa ora entrare nei particolari).
La regia di Chazelle è incolore quanto appariscente… il piano sequenza iniziale è piuttosto brutto, squinternato, e i ballerini si sforzano di attanagliare l'interesse del pubblico meno avvezzo o un po' distratto all'impalcatura filmica… come è d'uso nel cinema americano, bianchi, neri e latinoamericani sgambettano nel pezzo musicale (mancano gli omosessuali o le lesbiche o, forse, ci sono sfuggiti in tanta panacea figurativa?)… dei musicisti neri sono infilati nel retro di un camion (?!)… Gosling e la Stone si sfiorano… quando ballano in una magica notte disneyana si resta sconcertati di tanta benevolenza espressiva… lei svolazza tra le braccia di lui con le stelle attorno e la sorregge come una balla di farina… il balletto è così costruito, meccanico, che neanche loro sembrano credere di interpretare il Principe e Cenerentola… la storiella continua… gradevole, malgrado la rigidità attoriale di Gosling e la fragilità caratteriale della Stone… Chazelle sembra non sapere che la cinecromia (la composizione delle immagini-movimento, diceva Deleuze) introduce a uno stato sublime di discordanza e strappa a noi stessi l'immaginazione dal vero, la spinge verso il limite o il confine tra il sogno e la realtà, che esce dai suoi cardini e non teme né passato né futuro, solo la differenza che illumina un'opera d'arte e diventa storia.
La fotografia di Sandgren (straordinario direttore della fotografia in Promised Land, 2012, di Gus Van Sant) è a dir poco tronfia di colori, specie nei numeri ballati, e completamente anonima negli esterni… il montaggio di Tom Cross è quello tipico delle serie televisive (che rincitrulliscono intere generazioni e li educano a un linguaggio tutto immerso nello spettacolare integrato dominante) e bene si accorpa con l'idiozia delle scenografie di Wasco, che confonde Gosling con la genialità di Gene Kelly - nemmeno la notte, la luna e il lampione gli vengono bene… per filmare il Sogno, bisogna avere dei Sogni… il Meraviglioso sta da un'altra parte, quella opposta allo scaffale del centro commerciale (o del salotto borghese o proletario con pretese di comprendere l'arte che invece ingoia merda) al quale è destinato La La Land.
Il cinema insegna i modi di vivere e di pensare (qualche volta anche di rivoltarsi contro le morali ammesse)… afferma la vita o la tradisce… quando un film degenera nel mercantile cede il posto alla sottomissione… quando un film è critico dei valori stabiliti si trasforma - si trascolora - in creatore di nuovi valori e di nuove valutazioni dell'esistenza… anche un musical può parlare di utopia o di valori superiori, come Brigadoon (1954) di Vincente Minnelli (che non era certo un rivoluzionario)… qui le danze di Gene Kelly e Cyd Charisse inventano prospettive che parlano attraverso la poesia, la sensualità dei corpi in amore, e anche se per un solo giorno ogni cent'anni la favola di un mondo nuovo compare e la realtà è peggiore della favola, si sceglie la favola. Il grande cinema evoca, suggerisce, sollecita nel lettore/spettatore emozioni in grado di permettere la trasmissione e la comunicazione di qualcosa d'altro dall'affabulazione estetica e accorda all'immagine, alla filosofia, all'allegoria, la seminagione di un'altra visione del mondo.
La La Land fa parte di quell'ondata di imitatori senza immaginazione che non vedono la grandezza dell'artista (Busby Berkeley) e si accodano ai travestimenti del buffone di corte… è un contenitore di segni (un dispositivo mercatale) che confonde l'inutilità con la speranza, vale a dire la santificazione senza tormento che eleva il nulla a idolo, invece d'infrangerlo… sotto un certo taglio estetico/etico la mitologia hollywoodiana ha prodotto non solo soap opera o ingannevoli e spregevoli pacchetti-film destinati alla coprofagia delle masse… al contempo, va detto, ha allevato anche un covo di serpi che sono passate indenni dalla volgarità, e là dove tutto era possibile hanno compreso che tutto era permesso… le storie della vita offesa che hanno diretto, interpretato, fotografato, musicato o montato… sono lì, sugli schemi degli oppressi, dei battuti, dei vinti, e resteranno a memoria di chi ha fatto del cinematografo un'arte e dell'arte il passaggio dalla resistenza alla liberazione dell'immaginario assoggettato. Una cometa su tutte, Fronte del porto (1954) di Elia Kazan… Hollywood distrugge Hollywood attraverso la bellezza, la forza, il coraggio del conflitto che suscita il diritto di avere diritti… quando un film è signoreggiato dall'intelligenza difende e ricerca la rivolta attraverso la storia dei suoi disordini (diceva Albert Camus) e la dismisura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta.
La mediocrità di La La Land si estende all'intera produzione… le canzoncine di Benj Pasek e Justin Paul, compreso il brano Start a Fire (scritto da John Stephens, Jason Hurwitz, Marius De Vries e Angelique Cinelu), sono farmacopee d'ottimismo e s'accompagnano alla dolcificazione dei sentimenti truccati. I campi lunghi, luci d'atmosfera, occhi di bue, piani sequenza malfatti… corrispondono all'esaltazione adolescenziale della felicità certa, e tutto torna a posto con il The End (l'amore trionfa, anche se solo in uno sguardo d'intesa, ed è per sempre). Le coreografie da doposcuola si adattano alla musica consolatoria che inebria tutto il film fino alla nausea e figurano l'architettura filmica di una cosetta da dimenticare… Chazelle tenta di citare (le scene all'osservatorio) anche Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray, ma Ryan Gosling ed Emma Stone al confronto con James Dean e Natalie Wood appaiono come attori da filodrammatica… darei tutti i film del mondo per riprovare l'emozione, la bellezza e la rabbia di quando vidi James Dean combattere con il coltello in difesa dei diversi… siamo tutti inseguiti dai nostri film, dai nostri libri e più ancora dalle cattive compagnie (prima e dopo il '68) che hanno illuminato i migliori anni della nostra vita. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 15 volte marzo 2017

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 20 marzo 2017


LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE
(Mel Gibson, 2016)
di Pino Bertelli


Posso credere soltanto a degli dèi morti,
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)

La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge) di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca), primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno (un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore 7:58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria, ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe Award, BAFTA Award ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque! l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo, che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire, disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti. L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai stata una virtù!
Il percorso iniziatico di Doss è quello di rispettare i dieci comandamenti (le Tavole della Legge scritte sulla pietra) che Dio dette a Mosè sul monte Sinai (c'è da ridere fino alla fine del mondo!) e, in modo particolare, il quinto: Non uccidere. Il padre di Doss frequenta il cimitero dove sono sepolti i suoi camerati in armi, è sempre ubriaco e bastona i figli e la moglie… così, per educarli ai valori del "sogno americano"… il ragazzo gioca nei boschi e, come si è detto, dopo l'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor si arruola… nel campo di addestramento viene ritenuto un po' folle, strano, un pauroso anche… alcuni commilitoni lo picchiano, altri affetti da fede cristiana (come il suo comandante) cercano di comprenderlo… il battaglione finisce a Okinawa. Gibson non ci risparmia la macelleria… ben sostenuta dalla musica e dagli effetti speciali… i gialli sono tanti e attrezzati, gli americani pochi e male armati… non è vero (anzi è tutto il contrario)… come sostengono gli storici non avvezzi a chinare il capo (le perdite degli Stati Uniti, compresi gli alleati di Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e Australia, furono poco meno di 15.000, quelle dei giapponesi ammontarono a oltre 100.000 uomini, molti dei quali rifiutarono di arrendersi e si uccisero facendo harakiri)1. Dietro un imperatore, un generale o un eroe c'è sempre un demente che si prende sul serio o una mente disturbata… si deve concluderne che esiste un legame fra i responsabili del genocidio e la disgregazione del cervello!
Il volto (piuttosto anonimo e a tratti anche un po' ebete) del buon Desmond T. Doss è quello di Andrew Garfield… che non ha vitalità né capacità espressive tali da sostenere il "calvario" che si è posto… del resto anche nei film precedenti, basti citare The Social Network (2010) di David Fincher o Silence (2016) di Martin Scorsese, compreso Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (2009) di Terry Gilliam o Leoni per agnelli (2007) di Robert Redford, Garfield non riesce mai a "bucare" il lenzuolo dello schermo… in ogni film dà l'impressione di essere capitato lì quasi per caso… un ruolo vale l'altro, senza mai capire cosa sia l'autoritratto di una coscienza infelice o il suo contrario… è il falsario inconsapevole e involontario di una macchina/cinema che produce i propri miti nel più falso e artificiale dei cieli, quello dello spettacolo. E lo spettacolo, come sappiamo, è il capitale giunto a un tal grado d'accumulazione/riproduzione da divenire immagine del mondo2.
La ribalta dei comprimari de La battaglia di Hacksaw Ridge è fitta di attori abbastanza anonimi o impersonali… Vincent Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Ryan Corr sono i commilitoni dal cuore d'oro, ma con un fucile in mano come un vaso da notte restano comunque ai bordi della credibilità… Teresa Palmer, la mogliettina di Doss, sembra appena uscita da una rivista di moda e ha poco a che vedere con l'infermiera tutta acqua e sapone che ci viene propinata dal regista… Hugo Wallace Weaving, il padre di Doss, invece, è il solo interprete di statura del film… è un uomo che non sa cosa vuole e ubbidisce a qualcosa in cui crede o, forse, alla vergogna di avere ucciso e di aver visto i suoi amici uccisi per le ideologie dei signori della guerra. Un disilluso insomma… in conformità alla morale dominante, sempre.
La sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan è "classica"… prima il dispregio, poi la vicenda narrata con solenne lentezza e quindi la salvezza e la santità militarista… il dovere verso lo Stato è salvo! i morti non contano! gli eroi, come gli stupidi, sono coperti di medaglie e quando va male basta un bel monumento nei giardini pubblici! elevare nuovi idoli è un affare da capi di Stato, il compito degli uomini del no! ad ogni guerra e ad ogni fede monoteista è quello di abbattere gli idoli con i pregiudizi che si portano addosso! La felicità umana si trova solo nelle mucche, diceva, o nel risentimento e nella coscienza rivendicata dell'uomo in rivolta.
La fotografia di Simon Duggan, tutta giocata sui marroni, sui neri e i cieli color cenere… lavora sui registri del sentimentalismo… il naturalismo della prima parte rispolvera il manierismo campagnolo del West (Gibson sembra non sapere che nel West sono passati autori di gesta come John Ford, Don Siegel, Samuel Fuller), per poi approdare nel convenzionalismo militarista e "anonimo" proprio delle saghe o serie televisive che attanagliano per anni l'immaginario collettivo (sovente giovanile) davanti alla scatola televisiva. La musica di Rupert Gregson-Williams è smielata su tutta la catenaria filmica e suscita la litania del falso a profitto della "plebe" lacrimante… anche il montaggio di John Gilbert è parte integrante della baracconata filmica di Gibson… i tempi lunghi delle sequenze di apertura e quelli scorciati delle scene di guerra si fondono in un unico barattolo di pomodori pelati e l'uscita dal cinema aiuta a sentirsi meno stupidi e complici di tante sciocchezze. La seduzione mercantile è una gran brutta cosa e va combattuta col fascino critico - radicale - dell'impossibile e attentando all'idea di sistema globale che contiene.
Infine la regia di Gibson… lo sguardo è quello fascistoide di sempre… se si vuole ancor più struggente di amore in Dio, nella Patria e nello spettacolare… cose che fanno rabbrividire quanti si pongono autenticamente dalla parte delle disuguaglianze sociali e vedono l'urgenza di porvi rimedio… le inquadrature, i tagli, i movimenti di macchina sono elementari e accattivanti… il teatro della guerra, partecipato… tutti sono eroi e tutti sono belli… perfino i comandanti giapponesi che si suicidano mostrano una certa elegia figurativa della distruzione goduta. Il regista australiano non sembra aver studiato i grandi film di guerra, almeno quelli moderni, come Ran (1985) di Kurosawa; Apocalypse Now (1979) di Coppola; Full Metal Jacket (1987) di Kubrick; La sottile linea rossa (1998) di Malick; Platoon (1987) di Stone… e senza avere il coraggio dell'ambiguità nazionalista di Clint Eastwood - in Flags of Our Fathers (2006) o Lettere da Iwo Jima (2009) - ne La battaglia di Hacksaw Ridge assume la maschera del prete o del filosofo conservatore dei valori imposti. Tagliamo corto… il film di Gibson è depositario della medesima idiozia di quella incredibile cazzata di Bastardi senza gloria (2009) di Tarantino… non ne vogliamo mangiare di questo pane… le certezze del fanatismo ci fanno vomitare… il grande cinema non è una religione e nemmeno una pubblicità di saponi o proclami elettorali… non dà risposte, pone domande… indica i sentieri ininterrotti dell'utopia… fa a pezzi l'infelicità della conoscenza dopo averla superata… il cinema hollywoodiano è come la muffa, a frequentarlo a lungo contamina tutto e tutto rovina. La stupidità abita la superficie desolata dello civiltà dello spettacolo e trasferisce la miseria dei potenti nell'attività vergognosa dei sudditi, che è quella di assorbire linguaggi, comportamenti, bisogni che portano laddove l'umanismo della merce ha inghiottito l'intera umanità. Ma niente è perduto… e alle persone sensibili lasciamo in sorte le parole di mia nonna partigiana: «la battaglia contro il pensiero dominante migliora quando si è passati a dare inizio alla sua dissoluzione»… si tratta di cancellare alla radice una morale falsa e sostituirla con un'etica giusta del vivere senza padroni né servi. Tutto qui. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 19 volte febbraio 2017

martedì 14 marzo 2017

INDIVISIBILI (Edoardo De Angelis, 2016) di Pino Bertelli



Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza,
e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.
(E.M. Cioran)

Ci si può immaginare un politico, un prete o un intellettuale che non abbiano un'anima di assassini? Nel cinema poi (specie quello italiano) lo sterminio delle idee passa da un film all'altro ed è riprovevole che produttori, registi, attori, tecnici, critici e spettatori non siano processati per eccesso di stupidità. Bisognerebbe essere fuori di testa come un angelo o come un idiota per credere alla mediocrità, alla banalità, alla superficialità di quanto scorre sugli schermi nostrani… ognuno si aggrappa come può alla cattiva stella del mercato e così anche i registi più accreditati dalla critica ossequiosa al padronato di destra e di sinistra (premiati perfino con l'Oscar dal baraccone hollywoodiano) continuano a sfornare prodotti di illuminante bruttezza etica ed estetica… il cinema è altrove. Finché vi sarà il potere dell'odio, della violenza o della domesticazione sociale ancora in piedi, il compito dell'artista del disinganno non sarà finito (rubata a Cioran)! La poesia (anche del cinema) è il vero delitto d'indiscrezione ed è il primo strumento per dissotterrare tutte le vergogne del potere e passare alla sua liquidazione.
Indivisibili è il terzo film di Edoardo De Angelis, autore talentuoso e visionario di Mozzarella stories (2011) e Perez (2014)… attraverso un piccola storia del napoletano riesce a costruire un autentico ritratto antropologico di un pezzo d'Italia e, forse, dell'Italia tutta… il bisogno di credere a una fede, un partito o alla criminalità organizzata dispensa dal disgusto e dall'indignazione e invita alla rassegnazione della vita quotidiana! Al culmine del successo o dell'insuccesso, occorre ricordare che non c'è niente di meglio che tacciare d'imbecillità i teatranti dell'ordine costituito, così per perdere l'abitudine a sputare controvento. Solo i pesci morti vanno con la corrente.
Il film di De Angelis è un piccolo gioiello di ironia e una radiografia di un popolo dalla cultura millenaria che con fatica cerca di cancellare la soggezione atavica alla paura e alla servitù nella quale versa. Indivisibili racconta la storia di Viola e Dasy, due sorelle siamesi che cantano ai matrimoni, alle feste di quartiere, per qualche camorrista, e sono la principale fonte di guadagno per l'intera famiglia… padre, madre e due gay che si occupano della comunicazione (scenografie, fotografie, manifesti, CD). Quando scoprono che possono separarsi e vivere una vita "normale" (specie una delle due)… capiscono che sono tenute prigioniere nella loro condizione di freaks e cercano aiuti (prima uno squallido prete affarista, poi un lugubre impresario depravato) per uscire dalla loro situazione di sfruttamento… il lieto fine mette tutto a posto (forse un po' troppo facilmente) e le ragazze potranno incamminarsi verso l'innocenza del divenire.
A ritroso. - La storia di Viola e Dasy ha un poco a che fare con le sorelle Violet e Daisy Hilton apparse nel film geniale di Tod Browning, Freaks (1932). Daisy e Violet erano gemelle - pygopagus - unite a fianchi e glutei. Condividevano la circolazione sanguigna e risultavano fuse nel bacino, ma non condividevano organi… suonavano il sassofono, il piano e il violino, cantavano, ballavano e si esibivano in spettacoli di vaudeville o nei grandi circhi. Daisy e Violet erano nate a Brighton, in Inghilterra, nel 1908. Non seppero mai chi era il padre; la madre, una cameriera ventenne (Kate Shinner), le vendette alla sua datrice di lavoro, Mary Hilton, che sin da bambine le usò per un ritorno economico. Alla morte della Hilton (1915) Daisy e Violet divennero di proprietà della figlia Edith Hilton e del marito Meyer Meyers… ex venditore di palloncini… le ragazze erano tenute in schiavitù mentale e fisica. Nel 1931 Daisy e Violet (allora ventitreenni) fecero causa ai coniugi Meyers e la vinsero con un risarcimento di 100.000 dollari. Rifiutarono sempre di fare l'operazione che poteva dividerle… investirono tutti i loro soldi nel film Chained for Life (1951), diretto da Harry L. Fraser, ma fu un insuccesso clamoroso. L'agente delle sorelle siamesi (Terry Turner) cercò un rilancio mediatico e organizzò uno show a Dallas per il matrimonio di Violet con il musicista omosessuale Jim Moore (durato 10 anni e mai consumato)… finiti la notorietà e i soldi (l'ultima apparizione pubblica risale al 1961), Daisy e Violet furono assunte come commesse in una drogheria di Charlotte (Nord Carolina) e morirono di influenza cinese nel 1969. Furono sepolte in una sola cassa. Nel 2012 Leslie Zemeckis ha girato il docu-film Bonded and Bound by Flesh: The Story of Daisy and Violet Hilton, che ha raccolto numerosi riconoscimenti in varie rassegne del cinema documentario (Idyllwild International Festival of Cinema, Hollywood Film Festival, Louisiana International Film Festival). La diversità, come l'amore, è un'illusione o un'esistenza che riscatta tutte le altre.
Come si è detto Daisy e Violet parteciparono all'indimenticabile film di Browning (Freaks)… interpretato da veri "fenomeni da baraccone" e alcuni attori di pregio (Wallace Ford, il nano Harry Earles, eccezionale)… e dietro l'architettura di una storia di violenza e d'amore, il regista si affranca al diritto di avere diritti degli ultimi, degli esclusi, degli offesi. Freaks sconvolse le tavole comandamentali della fabbrica dei sogni… venne rinnegato, boicottato, censurato, manomesso dai magnati di Hollywood e vietato in qualche città americana (Cleveland), nella Germania nazista, nel Regno Unito, nell'Italia fascista e bandito da ogni festival del cinema (è stato trasmesso alla televisione italiana solo nel 1983, preceduto da un'introduzione straordinaria di Enrico Ghezzi). A Browning furono chiuse le porte di Hollywood, riesce comunque a fare qualche film con piccole produzioni… dopo Miracles for Sale (1939) si autoemargina dalle scene e viene operato per un cancro alla gola… fu trovato morto nella sua casa il 6 ottobre 1962. Browning lascia alla storia del cinema e a quella dell'umanità almeno tre capolavori: Lo sconosciuto, 1927 (con l'immortale Lon Chaney), Dracula, 1930 (con l'indimenticabile Bela Lugosi), e Freaks, oggi considerato uno dei più grandi cult movie di sempre -. Sia lode ora a uomini di fama.
Indivisibili, dicevamo, racconta di Viola (Marianna Fontana) e Dasy (Angela Fontana), gemelle siamesi che si esibiscono come cantanti a feste e matrimoni nel territorio violato dalla camorra di Castel Volturno… il padre (Massimiliano Rossi) è autore delle canzoni e agente-carceriere delle figlie (spende tutti i soldi nel gioco)… la madre (Antonia Truppo) è sempre fuori di testa per abuso di marijuana… il prete del quartiere (Gianfranco Gallo) è uno oscuro personaggio che predica superstizioni e raggira i disperati del luogo… quando un medico (Peppe Servillo) si offre di operare le gemelle per dividerle, Viola e Dasy (forse un po' troppo ingenuamente) vanno alla ricerca dei soldi necessari per la clinica svizzera… il prete le respinge e allora si rivolgono a un sedicente produttore discografico (Gaetano Bruno), interessato più alla loro "sessualità diversa" che alla loro musica… vanno sulla sua barca… c'è un festino in corso… le ragazze chiedono un prestito di 20.000 euro e l'uomo vuole abusare di una delle due… le ragazze non ci stanno… riescono a prendere i soldi e si buttano in mare… le trovano sulla riva ancora vive… i soldi sparsi sull'acqua sono raccolti dai migranti (come un miracolo divino)… le vestono da Madonne e vengono adorate come sante da una processione di disadattati… Viola e Dasy saranno comunque divise, riusciranno ad amarsi come prima, ma da persone "normali".
Il film di De Angelis mescola melodramma, musical e commedia sociale… le citazioni felliniane sono cospicue (ma anche i buoni, brutti e cattivi della periferia romana di Ettore Scola emergono con grazia)… tuttavia non è male, perché il regista riesce a conferire all'universo napoletano che ben conosce quel senso estetico/straccione o realismo magico, proprio alla commedia dell'arte o alle canzoni dei trovatori… l'atmosfera pagana che attraversa Indivisibili è identitaria di un popolo di saperi secolari che sopravvivono nei riti e nelle feste popolari. C'è da dire che a volte il pittoresco del film supera la storia trattata e a pezzi si rifugia nella prolissità del kitsch, invece che incendiarsi nello stupore di vivere.
La sceneggiatura di De Angelis, Nicola Guaglianone e Barbara Petronio conferisce a Indivisibili quell'asciuttezza e quella surrealtà al contempo, necessari a far comprendere che la fierezza e la ricerca della felicità non possono essere repressi né dalla famiglia, né dalla società… lo scenario del litorale campano, immerso in una ordinarietà di fame, miseria e delinquenza diffusa, qui viene figurato con disinvoltura, senza mai entrare troppo nello specifico di una dolente realtà. Marianna e Angela Fontana (all'esordio sul grande schermo) esprimono una notevole freschezza attoriale (anche una certa acerba sensualità) e insieme alla forza visiva di Antonia Truppo e Massimiliano Rossi conferiscono al film quel timbro veridico non proprio avvezzo o conosciuto nel panorama anemico del cinema italiano. La fotografia di Ferran Paredes Rubio è giocata su toni scuri… bella, mai televisiva… insieme alle musiche e canzoni di Enzo Avitabile incastona la storia di Viola e Dasy nella complicità indistruttibile di un sogno che diventa vero. Il montaggio di Chiara Griziotti è secco, mai scontato… riesce a sottolineare e amplificare le notevoli inquadrature (e movimenti di macchina) di De Angelis… Indivisibili insomma è un coagulo di grandi emozioni, sentimenti, passioni, verità sovente celate per compiacenza della politica, del malaffare o del mercato e, come sappiamo, le grandi verità si dicono sulla soglia della poesia in rivolta.
Va detto. Il cinema del Sud, mai troppo sostenuto dalla critica velinara, contiene spesso un fascino da fine del mondo e nulla eguaglia l'oblio che si porta dietro o dentro… la menzogna che incarna o disvela lo rende protagonista dell'intera storia italiana… nella musica, nella fotografia, nella letteratura, nel teatro, nel cinema, nella parola orale dei "cafoni" del Sud c'è un patrimonio inesauribile di bellezza e dignità e come tutti gli inclassificabili della terra, lo spaventamento del diritto di avere diritti che si portano addosso infrange regole e dogmi e partecipa alla decadenza spettacolare di un Paese in delirio… non si abita una nazione impunemente, si vive una lingua! Le religioni, le ideologie, il crimine legalizzato sono opera di ciarlatani che trionfano in qualsiasi campo della politica, della chiesa, del mercato… solo gli eresiarchi di ogni tempo non dimenticano di essere maledetti dalla storia e i suoi miti e non cessano di lavorare alle fondamenta degli incurabili per distruggerli. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 28 volte dicembre 2016

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 10 marzo 2017

Precisazioni circa Makhno, Contropiano e le solite calunnie


Stimati compagni della redazione di “Contropiano”,
non ci stupisce né ci indigna che il presidente della Commissione esteri del Senato russo veicoli via Facebook (e dove, altrimenti?) antiche calunnie bolsceviche e liberali circa il compagno Nestor Ivanovic Machno, riprese poi da tal Fabrizio Poggi nel suo articolo “La fede ucraina tra Stepan Bandera e Nestor Makhnò”. Più concretamente ci interessa ristabilire i termini della verità storica, mille volte mistificata dalla storiografia liberale, socialdemocratica e bolscevica.
Il compagno anarchico Nestor Ivanovic Machno era un rivoluzionario internazionalista che combattè, in nome dell’emancipazione dei lavoratori, contro le armate bianche che dilagarono in Ukraina fin dal 1918.  Lo fece a fianco dell’Armata Rossa, con successo e lealtà per quella rivoluzione proletaria che sempre difese: dalle armate controrivoluzionarie e dalle bande di briganti fino all’aggressione sanguinosa da parte del maresciallo Trotzkj che non poteva acconsentire all’autogoverno del proletariato d’Uckraina la cui sanguinosa sconfitta, da parte dell’esercito del nuovo stato sovietico precedeva, nel 1921,  l’insurrezione de Kronstadt contro il super lavoro e il super sfruttamento, il ripristino dei privilegi di classe abbattuti, la fame, la miseria e la morte per la patria socialista”. 
 Queste vicende anticipavano la tragedia del proletariato russo soccombente di fronte all’insorgente capitalismo di stato sovietico e nella sua successiva configurazione imperialistica, alla cui edificazione il bolscevismo non può dirsi estraneo.
saluti libertari

Alternativa Libertaria/FdCA




martedì 3 gennaio 2017

IO, DANIEL BLAKE (Ken Loach, 2016) di Pino Bertelli



Soltanto in un paese libero l'impostura non gode privilegi,
e non può schivare la persecuzione che l'insegue sotto ogni forma o camuffamento,
non essendo protetta né da una corte, né dalla prepotenza nobiliare, né dall'iniquità d'una chiesa.
(Anthony Ashley-Cooper, III conte di Shaftesbury, 1707)

Sulla burocrazia, sul cattivo governo e sul film di Ken Loach, Io, Daniel Blake… non ci sono governi buoni, il governo migliore è quello che governa di meno o non governa affatto, diceva… ciò che è importante in ogni forma di società è la difesa del bello, del giusto e del bene comune… i deputati, i senatori, gli organi d'informazione e le "mosche cocchiere" della cultura sono tutti a libro paga dell'impero finanziario… alla farsa elettorale dei cretini ci partecipano tutti e tutti stanno al gioco… i terrorismi sono parte del grande spettacolo della globalizzazione e la celebrazione del liberalismo poggia sulla pioggia di "bombe intelligenti" dei paesi ricchi che legittimano il genocidio dei paesi impoveriti… ovunque i diritti dell'uomo sono calpestati, i proclami dei capi di stato, dei primi ministri, dei papi, dei generali… uccidono! Le chiacchiere della televisione e l'imbecillità della Rete, usata come i padroni del web vogliono, impediscono di pensare, di riflettere o d'incazzarsi… tutto è trasformato in uno spettacolo e niente è vero se non passa dall'inginocchiatoio dell'economica politica internazionale.
La twittosfera ha favorito l'emersione di una moltitudine di imbecilli (che forse imbecilli lo erano sempre stati) e sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione e nei luoghi di potere, scriveva, giustamente, Carlo M. Cipolla1… la peste (della stupidità politica) di Camus è ancora contagiosa e continua a diffondersi nei partiti e nella vita quotidiana… gli idolatri, i ruffiani, i servi si riproducono nei miti che sostengono e nessuno sembra chiamarsi fuori dalla barbarie della società consumerista… in verità il totalitarismo moderno teme che un giorno le giovani generazioni possano sommare le loro energie e rompere il meccanismo della ragione imposta… la maggior felicità per il maggior numero passa dalle rovine dell'ordine costituito. Alla maniera di Michel Onfray: «I nani dell'isola di Lilliput riescono a sconfiggere il gigante con una moltiplicazione di legami sottili, una proliferazione di piccole azioni congiunte, una tela di ragno libertaria che passa dall'inerzia al sabotaggio e dalla resistenza sociale al rovesciamento puro e semplice dello stato di cose esistenti»2. In principio è stata la disobbedienza civile, poi la forza radicale e il progresso dello spirito umano che hanno cercato - e qualche volta ci sono anche riusciti - di abolire l'odio dell'uomo sull'uomo e mostrare che il potere non esiste che con il consenso di coloro sui quali si esercita.
Di Io, Daniel Blake. Newcastle. Daniel Blake è un falegname di 59 anni, in seguito a una crisi cardiaca non può più lavorare ed è costretto a chiedere il sussidio statale per invalidità (ma viene respinto e il falegname cerca di fare ricorso). Daniel conosce Katie, giovane madre di due ragazzini… è venuta da Londra per avere una casa popolare… non riesce a trovare lavoro e si rivolge alla "Banca del cibo" per sfamare la famiglia (finirà a fare la prostituta per comprare le scarpe ai figli). Tra Daniel e Katie nasce un rapporto di tenera amicizia e d'indignazione verso la burocrazia disumana del welfare inglese… Daniel non riesce a districarsi tra i computer, la rete e i moduli da riempire… scrive sui muri dell'ufficio statale la sua protesta e chiede un incontro per riesaminare la sua situazione… naturalmente viene arrestato… vende tutti i mobili della casa per sopravvivere e quando va (insieme a Katie) davanti ai giudici del riesame, muore d'infarto nel bagno. Sono pochi i proletari che lo piangono… al "funerale dei poveri" che viene fatto di primo mattino (perché costa poco)… Katie legge una lettera di Daniel, dove il falegname chiede rispetto e dignità anche per un cane e lui è stato assassinato dallo Stato.
Il film di Loach (che ha vinto la Palma d'oro al Festival di Cannes per il miglior film) ritorna sulle tematiche del proletariato inglese offeso dalle istituzioni… l'affabulazione è quella del realismo sociale schierato dalla parte dei deboli, degli esclusi, degli offesi… certo non contiene la radicalità di Poor Cow (1967) o la complessità di Family Life (1971), e forse è meno efficace di Riff Raff (1991) o Piovono pietre (1993), tuttavia Io, Daniel Blake resta una critica profonda delle discriminazioni, delle ingiustizie, delle angherie che subiscono i nuovi poveri d'Inghilterra… è un cinema dell'indignazione quello di Loach… dove le vittime finiscono per trovare la loro esistenza nella rinuncia o nella correlazione con chi li malversa… la servitù diventa volontaria sino a quando la parola degli ultimi non si fa coro e dà inizio allo smantellamento della menzogna istituzionale… quando gli uomini sono trasformati in animali sottomessi, ogni forma di dissenso è giustificata… anche quelle più estreme… c'è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere, il tempo della falciatura, il tempo del ritorno delle lucciole a maggio. La libertà non si concede, ce la si prende! E i mezzi sono tutti buoni.
Al fondo del film di Loach c'è la libertà di scelta che implica il rispetto… la rivolta dell'inedito… il «divenire rivoluzionario degli individui» (Gilles Deleuze) che dicono no! all'atarassia di un'epoca della disuguaglianza fondata sulla paura e l'esclusione… dove «con un abito da sera e una cravatta bianca, anche un agente di borsa può guadagnare la reputazione di essere civilizzato» (Oscar Wilde) e un politico, quale che sia il profumo griffato che usa, puzza sempre di merda! La storia dell'uomo (come quella dell'arte) presuppone le rotture epistemologiche (della conoscenza certa) che la condizionano… la miseria intellettuale, culturale, politica di questo tempo si evidenzia nel numero di guerre in atto e nell'accettazione del neoliberismo come pratica terroristica del paradiso in terra.
Va detto. La civiltà dello spettacolo si manifesta nell'abbandono mistico alla trascendenza della merce… l'unificazione felice della società consumerista porta alla devozione delle masse verso i padroni dell'immaginario: «Lo spettacolo non canta gli uomini e le loro armi, ma le merci e le loro passioni… dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la polizia» (Guy Debord)3. Il capitalismo finanziario/burocratico detiene il lavoro sociale totale e nel suo spettacolo si accompagna alla violenza permanente con la quale impone l'unità della miseria. La rimaterializzazione del reale conduce a una battaglia delle idee e alla sconfitta dell'impotenza… «la rivoluzione politica trasforma il mondo. Essa comincia col trasformare la vita quotidiana» (Henri Lefebvre)4 o viceversa. Passare dalla vergogna alla collera non è solo necessario, ma utile per avvicinare il dogmatismo del potere alla sua fine.
In Io, Daniel Blake la forza discorsiva di Loach è rigorosa, essenziale in ogni inquadratura, e mette in contrasto la follia assistenziale dello Stato con il diritto di avere diritti degli scartati. La sceneggiatura, scritta da Paul Laverty, intreccia dialoghi asciutti ad ambientazioni proletarie e nei corpi, atteggiamenti, posture riprende una concezione della vita giusta che è stata smarrita. Dave Johns interpreta Daniel Blake in maniera misurata… gli sguardi, i gesti, le camminate figurano una povertà che non comprende e riflettono una dignità mai perduta… anche Hayley Squires delinea Katie su registri espressivi davvero alti e la loro semplicità attoriale restituisce alla narrazione il senso di amicizia, di dolcezza, di delicatezza mescolati alla sofferenza come rovina dell'anima. Il montaggio di Jonathan Morris fa da contrappunto all'impalcatura filmica e non ha niente a che vedere con quanto si smercia nella mediocrità televisiva. La fotografia di Robbie Ryan è quasi documentaria… non abbellisce né consacra l'universo emarginato dei protagonisti e insieme alle musiche di George Fenton contribuisce non poco a disvelare il dolore di un'epoca dove il sistema spettacolare ha preso il posto di un'etica del lavoro distrutta dal calcolo egoista dei mercati globali.
Io, Daniel Blake non contiene solo il rigetto della burocrazia, della rapacità del potere o della pratica dell'indifferenza (anche tra gli stessi operai/cittadini)… è un'accusa radicale contro l'immoralità del mondo. Per Loach, a ragione, il bello e il brutto, il male e il bene, il giusto e l'ingiusto… dipendono da decisioni umane, storiche, demiurgiche… i rapporti tra gli uomini sono cancellati a favore di apparati finanziari che costituiscono la legge e le merci sono strumenti dell'inumanità approntati contro l'uomo. I partiti, i politici, le autorità, le economie, i mezzi di comunicazione di massa sono i dispositivi con i quali vengono assoggettati interi popoli e quando non bastano le strutture delinquenziali che li appoggiano, i persuasori dell'ordine costituito mettono in campo la polizia.
Per non dimenticare. Finire ciò che è stato fatto nel maggio '68 è un compito difficile ma non impossibile… l'autorità, l'ordine, la gerarchia, i poteri… sono sempre quelli… si tratta di farli tremare di nuovo… la liberazione del desiderio parte sempre con l'uccisione degli dèi… dopo il '68 nessun nuovo valore ha visto la luce, diceva… e solo il genio collerico libertario può mettere fine alla cartografia della miseria… la critica radicale di tutte le forme di potere implica una crisi profonda: quella del principio di autorità! Il divino, l'ingiusto, il terrore, i valori, la morale… sono confinati in cieli vuoti, e solo l'uomo libero è la misura di tutte le cose! Tutto va rinnovato radicalmente! La libertà, come la verità, può sconfiggere qualsiasi fanatismo… ogni rivoluzione è un'esperienza fraterna e una civiltà felice dipende dal suo conseguimento… che la festa cominci!

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 13 volte novembre 2016

giovedì 8 settembre 2016

recensione a Fontenis

dal blog Vento Largo curato da Giorgio Amico di Savona

domenica 7 agosto 2016


Attualità di Georges Fontenis



Ripubblicato il Manifesto del comunismo libertario di George Fontenis che tanto fece discutere (e polemizzare) il movimento anarchico e da cui prese avvio la svolta marxista di Arrigo Cervetto.

Giorgio Amico

Attualità di Georges Fontenis

Che l'attuale sia un momento di grande disordine ci pare evidente, ma (con buona pace del fu “Grande Timoniere”) ciò nonostante la situazione non ci sembra per nulla eccellente. Per questo salutiamo con grande piacere la ristampa (una prima edizione italiana ci pare fosse uscita a Bari nel 1977) del Manifesto del comunismo libertario di Georges Fontenis.

Certo, rispetto al 77 la situazione è profondamente cambiata e questa nuova edizione lo testimonia proprio nella ricchezza di documenti e di materiali che accompagnano il testo. Un invito dunque al ripensamento critico di un'esperienza piuttosto che, come nel 77, un incitamento alla battaglia immediata.

Una riflessione estremamente necessaria, proprio nell'ottica di una ripresa di un movimento sociale che oggi pare languire o piuttosto scorrere come un fiume carsico sotto la superficie di un presente in larga parte fatto di passività.

D'altronde era stato lo stesso Fontenis a ricordare come:

“Un altro aspetto della natura della minoranza rivoluzionaria è la permanenza: ci sono dei periodi in cui la minoranza incarna ed esprime una maggioranza che tende a riconoscersi nella minoranza agente, ma ci sono dei periodi di riflusso nel corso dei quali la minoranza rivoluzionaria non è che un'isoletta nella tempesta. Essa, allora, deve conservarsi, per poter rapidamente inserirsi tra le masse, qualora le circostanze ridivengano favorevoli; anche se isolata e staccata dalle proprie basi popolari, essa deve mantenere il suo programma contro venti e mareggiate”.

Ed è proprio quello che i compagni del Centro Documentazione Franco Salomone di Fano stanno facendo da anni, libro dopo libro, iniziativa dopo iniziativa.

Un'opera importante, quella di Fontenis, apparsa in un momento estremamente difficile per il movimento operaio, quel 1953 segnato in tutta Europa dalla feroce repressione delle lotte e dalla minaccia (che allora pareva incombente) di una nuova guerra mondiale.

Un invito forte alla riflessione e all'organizzazione che anche a noi, che pure veniamo da tutt'altra storia, appare ancora oggi (o meglio, soprattutto oggi) di estrema attualità

Un appello che suscitò echi profondi anche in Italia in quei GAAP di Masini e Cervetto alla cui storia il Centro Documentazione Franco Salomone ha dedicato un altro bel volume: I figli dell'officina. Storia dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) 1949-1957 di Guido Barroero, militante e storico genovese prematuramente mancato qualche mese fa.

E a questo proposito proprio nel Manifesto crediamo vadano cercati i prodromi della svolta radicale del pensiero di Arrigo Cervetto, il cui approdo al marxismo allora e per molti anni ancora risentirà più dell'influsso di Fontenis che di una lettura approfondita delle opere di Lenin.

Che poi questo (compresi gli sviluppi ultracentralistici di Lotta Comunista) sia stato un bene o un male lasciamo sia il lettore a deciderlo.

Per informazioni o richiesta di copie:

Contattare fdca@fdca.it, oppure scrivere a: Alternativa Libertaria, CP 27, 61032 Fano (PU)




Dall'indice del volume:

Prefazione di José Antonio Gutiérrez D.
Introduzione dell'edizione originale del 1953

Georges Fontenis
Manifesto del Comunismo Libertario

Appendici:

L'Internazionale Comunista Libertaria ha tenuto il suo congresso (Parigi, 5-6-7 giugno 1954)
Che cos'era l'Internazionale Comunista Libertaria? (giugno 1954 - luglio 1958), di Georges Fontenis
Dal Manifesto del Comunismo Libertario ai nostri giorni: breve storia del movimento libertario francese 1945-2000, di Lorenzo Mejías
Georges Fontenis: una vita da militante e il futuro dell'alternativa libertaria, di José Antonio Gutiérrez D.
Georges Fontenis, 1920-2010, di David Berry e Guillaume Davranche

sabato 18 giugno 2016

TERRORISMO SPETTACOLARE DI MASSA, di Roberto Massari

La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo… parte dello spettacolo totale… del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari…
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

Martedì 11 settembre 2001, ore 8,45: le Torri Gemelle di Manhattan esplodono e crollano al suolo colpite da due aerei di linea guidati da piloti suicidi della rete di al-Qaeda.
Il mondo non dimenticherà facilmente quella data, anche perché da allora le numerose foto che ritraggono le Torri avvolte dal fuoco si sono irreversibilmente trasformate in «foto-simbolo» della nostra epoca. In quanto tali vengono utilizzate in continuazione - e sempre di più lo saranno nel futuro - su una scala industriale e di massa. Continueranno ad essere sottoposte a serie infinite di riproduzioni, a variazioni grafiche d'ogni genere che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare. Tali manipolazioni grafiche dipendono infatti dall'innovazione nel campo della tecnologia informatica e postcomputeristica, con le sue ricadute nel campo dell'internautica (la navigazione in Internet).
È un fenomeno che già da tempo si verificava col procedere così rassicurante dei lavoratori nel quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901), con il fungo atomico di Hiroshima, con la maliziosa foto di Marilyn a gonne levate o con l'indimenticabile foto di Guevara ripresa da Korda. Stiamo parlando di «foto simbolo della nostra epoca» e non di foto soltanto celebri: vale a dire, foto che hanno uno straordinario potere evocativo; che comunicano direttamente con l'immaginario individuale e di massa; che sintetizzano nella frazione di un istante ottico-percettivo miriadi di parametri culturali e di coordinate spazio-temporali, per lo più remote e irriconoscibili (di fatto superflue); che alludono a «un prima» e a «un dopo» totalmente distaccati dall'oggetto occasionale dell'immagine (che rimane quindi arbitrario e disponibile per ogni possibile manipolazione).
È infatti la serialità - vale a dire la possibilità di riproduzione tecnica e di variazione grafica infinite (in presenza di condizioni di comprensibilità universale e generalizzata) - che in ultima analisi rende tali immagini foto-simbolo della nostra epoca.
E che simbolo, nel crollo delle Torri Gemelle!
Chi fosse stato in cerca di un logo con cui raffigurare agli occhi delle future generazioni il passaggio dal «secolo breve», ultimo del secondo millennio - il Novecento delle grandi colpe storico-sociali (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerre mondiali) - alle angosce collettive per le incognite del terzo millennio, non potrà che dirsi soddisfatto. La più scatenata evocazione filmica di Armageddon potrà apparire solo acqua fresca in rapporto a quei filmati, a quelle immagini.
Dopo la tragedia, i giornali fecero a gara nello stabilire quali record fossero stati battuti: il record del maggior numero di vittime in un solo giorno (guerre e calamità naturali escluse); il primo attacco agli Usa, sul loro territorio, dal 1812; l'evento sanguinoso più intensamente coperto dai mass media, in rapporto alla sua breve durata; il maggior danno economico con una sola azione (perdite per 40 miliardi di dollari circa); l'estrema rappresentatività architettonico-urbanistica degli obiettivi prescelti; ma anche l'attentato più interetnico, con vittime di 87 paesi diversi (e più interclassista in rapporto al numero delle vittime - aggiungiamo noi, ponendoci in coda a questa macabra hit parade) e così via.
Ma poi, obbedendo alla logica frenetica del ritmo delle news, anche l'attentato smise di fare notizia e i principali media finirono col disinteressarsene nel giro di poche settimane. La guerra in Afghanistan doveva servire anche a questo…
Perché ricordiamo un episodio così noto e tragico della storia «moderna»?
In primo luogo perché l'episodio ormai non è più tanto «moderno». Il tempo scorre, le impressioni spontanee svaniscono nell'oblio, il dolore dei sopravvissuti si attenua, i ricordi sfumano nella memoria e gli eventi diventano mano a mano oggetto di studi, di elaborazioni storiografiche, di tesi di laurea nelle università. Tutto ciò è una prova evidente della nostra capacità di assorbimento delle notizie, anche delle più tragiche, delle più dolorose, delle più disumane. Delle 33 coltellate che uccisero Giulio Cesare, invece, parliamo ancora…
In secondo luogo perché è la data di nascita della spettacolarizzazione visiva del terrorismo. Il mondo ha praticamente seguito in diretta il crollo della seconda Torre, le scene di terrore, i corpi umani che volavano nel vuoto per sfuggire alla morte per fuoco, scegliendo di morire nell'impatto col suolo. Sicuramente ci stiamo dimenticando di qualche immagine di attentati ripresi casualmente da telecamere nascoste (a parte gli indimenticabili e ultrapionieristici fotogrammi di Zapruder nell'uccisione di John Kennedy nel 1963); ma per le Torri Gemelle si parla di riprese (amatoriali) vere e proprie, di filmati fatti intenzionalmente e immediatamente trasferiti sui media. Essi consentirono al mondo intero di assistere in diretta televisiva ad una delle stragi più celebri e più spettacolari del nostro tempo.
Tanti fattori contribuivano a rendere quella strage spettacolare (e qui non staremo a ricordarli perché molto si è scritto al riguardo), ma per la prima volta la spettacolarizzazione di un evento terroristico di massa era organizzata a fini commerciali (di massa) e su scala mondiale (sempre di massa: ricordate la parola «globalizzazione» all'epoca tanto di moda e oggi ormai obsoleta quasi come il ricordo delle Torri Gemelle?). Non vorrei sbagliare, ma credo che fosse anche la prima volta che un evento terroristico di massa godeva della tecnologia satellitare.
In terzo luogo perché è la prima comparsa del terrorismo da kamikaze in forma organizzata e di gruppo. Attenzione: non diciamo solo «kamikaze» - di cui la storia del Novecento presenta frequenti e abbondanti esempi - ma «kamikaze in forma organizzata», anzi organizzatissima: un intero gruppo di 19 persone disposte a morire, tutte di buon livello scolastico o accademico, tutte preparatesi per anni al sacrificio (alcuni addirittura piloti brevettati), tutte inserite nel benessere della società dei consumi numero uno - quella degli Usa che più facilmente avrebbe potuto dissuaderli dal compiere il gesto collettivo. L'attentato alle Torri Gemelle non fu il prodotto della disperazione individuale e della miseria, ma il risultato di un piano di autosacrificio di gruppo, minuziosamente programmato e lungamente atteso.
In quarto luogo, perché la motivazione religiosa era alla base di tutto: della preparazione, della determinazione a sacrificarsi, della mancanza di pietà verso le vittime, tutte innocenti, per lo più lavoratori e lavoratrici, alcuni anche musulmani. Il terrorismo organizzato che avevamo conosciuto nel passato era quello della propaganda del fatto, i «banditi tragici», gli anarchici alla Ravachol o Bresci, ma anche i kamikaze piloti giapponesi, i dinamitardi algerini. Insomma, eravamo abituati a un intreccio terroristico di disperazione umana e progetto politico: a settembre 2001 la religione (esasperata e fanatica quanto si vuole, ma pur sempre fondata nella tradizionalissima credenza che Dio avrebbe accolto i martiri nell'aldilà) è apparsa come struttura ideologica connettiva di progetti terroristici di gruppo, volti a colpire masse di civili indifferenziate. Questo aspetto religioso (detto anche fondamentalismo) è quello che da allora è maggiormente cresciuto, come dimostra la cronaca quotidiana di questi anni, di questi mesi, di questi giorni.
In quinto luogo perché in quell'attentato non si mirava a colpire un nemico ben individuato, non si mirava a indebolire strategicamente e nemmeno tatticamente l'avversario (potevano credere veramente i terroristi che distruggendo le Torri Gemelle gli Usa avrebbero avuto un tracollo economico o militare?). Con quell'attentato si voleva attirare l'attenzione del mondo, si voleva lanciare un messaggio alle migliaia di potenziali seguaci perché entrassero anche loro nelle liste degli aspiranti suicidi per Allah; si voleva dare una forma spettacolare alla propria struttura di appartenenza - a quell'ala particolare del jihadismo, a quel settore particolare del mondo musulmano: intento certamente realizzato, forse l'unico realmente realizzato. Un trionfo del terrorismo della società spettacolare di massa.
Eppure, eppure… si ignorava ancora o si preferiva far finta di ignorare che il fattore tempo avrebbe disperso nel nulla anche gli effetti di quell'azione terroristica spettacolare di massa. Oggigiorno, invece, il processo della dimenticanza è chiaro ed è messo nel conto da parte del terrorismo spettacolare di massa contemporaneo. Per tale ragione, da allora questo tipo di attentati (martiri suicidi preventivamente addestrati e organizzati, uccisione indiscriminata di civili «innocenti», spettacolarità delle azioni) è andata crescendo di frequenza, diventando ormai quasi quotidiana su scala mondiale. (La scala mondiale è ormai l'unica accettabile per chi pianifica questo terrore spettacolare di massa.) Occorre compiere attentati sempre più spesso, sempre più feroci e sempre più ravvicinati nel tempo, per ottenere un effetto paragonabile a quello di settembre 2001.
A lungo andare la frequenza diventerà parossistica e perderà mano a mano d'efficacia: è il controeffetto della società spettacolare che mentre colpisce totalitariamente l'attenzione delle persone, crea in loro anche un processo di assuefazione. Tanto per giocare un po' con le parole, potremmo dire che è in atto un processo di «caduta tendenziale del saggio di terrore spettacolare di massa» a causa dei sottostanti processi di saturazione visiva e di assuefazione psicologica. Oltre un certo grado di frequenza il terrorismo non potrà andare e anche il cittadino medio alla lunga si abituerà a conviverci: non convive già egli con l'inquinamento, i cibi cancerogeni, le guerre e la commercializzazione crescente di ogni sua manifestazione spirituale?
Società dello spettacolo e terrorismo sono ormai arrivati a fondersi. Volendo giocare una seconda volta con le parole, potremmo dire che nei paesi arretrati (in alcuni paesi arretrati, quelli in cui il fanatismo religioso è più forte) la società dello spettacolo ha vissuto un processo di «rivoluzione permanente», una specie di sviluppo ineguale e combinato, passando dalla quasi assenza di strumenti spettacolari di massa (intendiamo i moderni mass media) alla spettacolarizzazione globale e terroristica, cioè all'occupazione - totalitaria, ma temporanea - dei più moderni mezzi di comunicazione. E questo ci consente qualche riflessione aggiornata sulla teoria della società spettacolare di massa nelle sua trasformazione totalitariamente terroristica, anche se per intervalli di tempo sempre più brevi.


Si rilegga all'inizio del capitolo la citazione da La società dello spettacolo di Debord e si sostituisca la parola «terrorismo, terroristico» alla parola «spettacolo, spettacolare». Anzi, lo si faccia per l'intero libro di Debord e si verificherà che il discorso procede ugualmente, secondo una precisa logica di fondo, avendo la società dello spettacolo trovato per un periodo di tempo che non sappiamo quanto durerà, una propria filiazione genetica nel terrorismo: il terrorismo spettacolare di massa, forma suprema della spettacolarizzazione. Vale a dire forma suprema dell'alienazione nella società del capitale per tutti coloro che, non trovando ragioni di vita reale nell'irrealtà quotidiana della società dell'immagine (del «virtuale», come si dice oggigiorno), ritengono possibile spezzare il dominio della spettacolarità elevando quest'ultima alla sua massima potenza.
Nulla è più spettacolare dell'atto terroristico o, detta altrimenti, il terrorismo è una delle forme più alte di spettacolo e non potrebbe non esserlo. Lo è oggettivamente, per il modo in cui si manifesta e per il modo in cui i media se ne appropriano. E lo è soggettivamente, per le aspettative di clamore pubblicitario (propagandistico) presenti nel terrorista stesso.
Si veda come Umberto Eco assegnava tali aspettative all'uomo considerato un tempo il terrorista per eccellenza, a Osama bin Laden (oggi via via dimenticato per la nuova ferocia che affiora nei moderni kamikaze votati ad Allah):
«Quale era il proposito di Bin Laden nel colpire le due torri? Creare "il più grande spettacolo del mondo", mai immaginato neppure dai film catastrofici; dare l'impressione visiva dell'assalto ai simboli stessi del potere occidentale e mostrare che di questo potere potevano essere violati i maggiori santuari… Non stava facendo una guerra, in cui conta il numero dei nemici eliminati: stava appunto lanciando un messaggio terroristico, e quello che contava era l'immagine». («Gli alleati nolenti di Bin Laden», l'Espresso, 1 novembre 2001)
Il fatto è che ormai l'umanità vive una dimensione planetaria della spettacolarizzazione, nel senso più vero del termine: le TV satellitari e la velocità di circolazione del Web riempiono in tempo reale gli spazi di comunicazione in ogni parte del globo. Nel far questo, nell'operare in questa dimensione planetaria, il processo della spettacolarizzazione deve acquisire connotati sociali in scala con la nuova dimensione dei processi produttivi e distributivi. Bene faceva Debord, negli anni '60, a individuare come sostanza reale costitutiva dello spettacolo ancora e sempre la struttura di merce. Oggi non avrebbe difficoltà ad aggiornare il suo lavoro, sollevandolo alla scala in cui si collocano normalmente i centri decisionali fondamentali nel processo di produzione e riproduzione del capitale, vale a dire su scala sovranazionale o, a seconda del settore, multinazionale.
Ebbene, è questa la scala alla quale si pone il processo di produzione e riproduzione della spettacolarizzazione sociale e quindi del terrorismo. Non è il terrorismo a subire il contesto della globalizzazione - vale a dire l'instaurazione di un continuum, se non una vera e propria integrazione tra processo produttivo e processo comunicativo su scala planetaria - ma è il terrorismo stesso che favorisce la costituzione di tale contesto, mettendo in campo per l'appunto il massimo di spettacolarità possibile.
Per dirla con Eric Hobsbawm, in un'intervista a l'Humanité:
«Viviamo in un mondo globalizzato, dove il tempo e lo spazio sono praticamente aboliti, un mondo con flussi così liberi da rendere molto più facili eventi come quello americano». (28 sett. 2001)
Oppure, per dirla con la franchezza di Baudrillard:
«La condanna morale, l'unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal veder distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora, dal vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei, con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa in tutte le parti del mondo, e quindi anche quell'immaginazione terroristica (senza saperlo) che ci abita tutti». (Lo spirito del terrorismo, Milano 2002)
Sono parole che ci introducono in una dimensione spettacolare superiore a quella dello stesso terrorismo: è la dimensione del desiderio, dove tutto è possibile. Ma tale dimensione non può essere totalmente irreale, totalmente staccata dalla visione di un nuovo superiore ordinamento societario.
Ebbene, in tale dimensione, la distinzione tra lecito e illecito non ha ragione di esistere e quindi anche l'uomo della strada, oltre al potenziale terrorista, è libero di sognare che nell'era della globalizzazione si possa finalmente premere il pulsante decisivo: quello che farà esplodere tutte le torri del sistema capitalistico, dall'interno, senza che altre vite umane ne debbano pagare i costi.
Al risveglio si troverà un pianeta un po' peggiore di come lo si era immaginato e i detentori del potere sistemico un po' più forti di come li si era lasciati prima di compiere il gesto terroristico o di sognare di farlo.



L'articolo di Massari è incluso nel «Dossiê: imigração e xenofobia» (a cura di Luiz Bernardo Pericás), Revista Margem Esquerda nº 26/2016, pp. 27-33. La rivista è pubblicata a São Paulo, Brasile.

la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

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