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domenica 19 aprile 2020

EDDI NON SARÀ MAI SOLA

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In questi giorni dominati dal Covid19, è arrivata una notizia che non avremmo voluto ricevere. Maria Edgarda Marcucci, una donna che nel 2017 è andata in Rojava per sostenere la Rivoluzione delle donne, si è vista comminare la sorveglianza speciale. Lei, unica imputata donna su cinque, è stata la sola a essere stata punita con misure che discendono per via diretta dal confino del regime fascista e che andranno a limitare moltissimo la sua libertà. L’impianto accusatorio la voleva pericolosa perché ha partecipato alla Rivoluzione delle donne in Rojava, nel nord est della Siria. Quel movimento di donne osannato dai media di tutto il mondo, che ha scoperto la Rivoluzione in atto attraverso le foto delle guerrigliere curde, scardinando così gli stereotipi sulle donne in Medioriente. Loro, che a volto scoperto hanno combattuto e sconfitto lo Stato Islamico. Molti politici, nelle loro dichiarazioni, hanno elogiato e osannato il movimento delle donne in Rojava. Gli stessi politici che non più di un anno fa hanno definito Lorenzo Orsetti “eroe” quando è caduto martire il 18 marzo 2019 mentre combatteva l’ultima battaglia contro ISIS.

Ma ecco la contraddizione. Non appena una donna italiana, una donna libera, decide di unirsi alla Rivoluzione e torna a casa sana e salva allora deve essere punita, condannata, limitata nei suoi movimenti perché ritenuta “socialmente pericolosa”.

Eddi è una donna che ha speso la sua vita a combattere per un mondo più giusto, a studiare per capire i meccanismi economici e culturali che opprimono la nostra società, oggi messi drammaticamente in evidenza dalla pandemia in corso, capace di comunicare i suoi contenuti con grande chiarezza a platee molto differenti. Eddi è partita nel 2017 e da quando è tornata ha raccontato la sua esperienza, i crimini dell’ISIS e dello stato turco dovunque venisse invitata. È tornata per riprendere le lotte che aveva lasciato, per i senza tetto, per i disoccupati e soprattutto con il movimento delle donne Non Una di Meno. Proprio questa attività è quella che ha pesato nel giudizio della Procura di Torino. E in particolare la sua presenza a due presidi pacifici e una manifestazione del 1° maggio.  Eddi è una NO TAV e il tribunale di Torino è da anni il principale laboratorio di repressione di una lotta che dura da 30 anni, capace di incarcerare Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni. Ora hanno preso di mira anche Eddi. Il provvedimento sancisce la sua “pericolosità sociale” e la costringe a non spostarsi da Torino e a rimanere nella propria abitazione dalle 21 alle 7, con in più la proibizione di avvicinarsi ad assembramenti e riunioni dalle 18 alle 21.

Ma perché la Procura di Torino considera Eddi “socialmente pericolosa” e la criminalizza? E per quale motivo tra le 5 persone che sono state prese di mira dalla Procura l’unica ad aver subito il provvedimento è una donna?
Forse la sua “pericolosità sociale” sta nel fatto che il suo pensiero e le sue azioni vanno nella direzione di un cambiamento radicale della società in cui viviamo? Forse perché per la società ingiusta e patriarcale in cui viviamo una donna forte, che non si piega, è da punire e rieducare? O forse perché la sua presenza pubblica e le sue denunce sono diventate inaccettabili? Non vogliamo credere che le ragioni del provvedimento siano da imputare “all’atteggiamento aggressivo di Eddi e al suo passo marziale”, il pretesto ridicolo addotto dalla Procura di Torino per giustificare la sua decisione.

Ma Eddi non è sola. Tutte noi siamo solidali e complici. Perché per noi “Jin Jiyan Azadi” (donne, vita e libertà) non è uno slogan ma l’essenza stessa della vita.
Noi, donne della Rete Jin italiana saremo pronte in ogni momento a difendere le sue scelte e a scendere al suo fianco in ogni tribunale e in ogni piazza.

giovedì 2 marzo 2017

Kurdistan iraniano

La rivoluzione islamica nasconde una repressione crescente contro le donne e le popolazioni indipendentiste tradite dalla Nuova Repubblica: soprattutto i Curdi.
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L'11 febbraio del 1979, le forze di Khomeini, insieme con settori della sinistra, islamisti e indipendentisti, rovesciavano la monarchia dei Pahlevi. Sempre l'11 febbraio, dopo la morte di centinaia di manifestanti durante le rivolte che si erano diffuse in più di un anno, venne istituito un Consiglio di transizione che ha portato all'attuale Repubblica dell'Iran. Il 1979 fu un momento cruciale per l'Iran e tutto il Medio Oriente, che avrebbe trasformato le condizioni geopolitiche e strategiche del paese nella regione, della regione con il mondo e anche del mondo con l'Iran.

Con la caduta della dinastia Pahlevi, il vuoto di potere è stato riempito dalla teocrazia degli Ayatollah. La rivoluzione islamica nasconde una repressione crescente contro le donne e le popolazioni indipendentiste tradite dalla Nuova Repubblica: soprattutto i Curdi. Sotto la tutela dei giuristi islamici le donne sono state segregate nelle aree pubbliche, sono state costrette a indossare burqa e chador, la coeducazione di maschi e femmine è stata vietata, i divorzi sono unilaterali (ad esempio, se è l'uomo che lo  desidera), per continuare con i delitti d'onore , la morale islamica governa sia la vita privata che pubblica, il tutto sotto pena di morte. Simile destino attende i Curdi e le Curde intrappolati/e  sotto questa Repubblica. Il regime non perdona loro il  tentativo di aver perseguito l'indipendenza con la Repubblica di Mahabad (1941-1946), nè l'insurrezione curda contro la nuova autorità di Khomeini (1979), nè la rivendicazione dell'autodeterminazione del Rojhilat (Kurdistan iraniano).

La guerra santa: uno  strumento unificante

Quando il vuoto di potere è stato riempito dagli ayatollah dopo la caduta della dinastia,  i Curdi si sono rivoltati contro le autorità locali dei Pahlevi del Rojhilat e avevano occupato le loro terre ancestrali. I "rivoluzionari khomeinisti" hanno cercato di placare la rivolta con la morte e la repressione, fallendo nel loro tentativo. Il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDP) ha ricevuto il sostegno incondizionato da parte della popolazione e le autorità del nuovo governo sono state costrette a negoziare. Le promesse di autodeterminazione da parte dei rivoluzionari prima della "presa" del potere verranno disattese, Khomeini negò la possibilità di autonomia per i Curdi e li accusò di  separatismo. Nel frattempo, in vista delle crescenti tensioni, entrambe le parti in conflitto riorganizzavano le forze decimate: Khomeini fece accordi con le forze repressive pro-Pahlevi e riunificò il comando militare, mentre i rivoluzionari del PDKI riorganizzarono le loro forze dopo i massacri subiti dai khomeinisti .

Lo scontro era imminente. Alla vigilia del Newroz (Capodanno curdo) i peshmerga curdi attaccarono il quartier generale della polizia in tutto il Kurdistan iraniano, mentre le forze repressive si ritiravano. Dopo le celebrazioni del Newroz ci fu un cessate-il-fuoco e ripresero i negoziati. Il cessate-il-fuoco durò meno di un mese e in aprile i battaglioni iraniani attaccarono le popolazioni curde, gli scontri furono durissimi e la popolazione fu massacrata. L'artiglieria pesante intervenne contro la popolazione, la cavalleria leggera attaccava le case. Tutto il territorio del Rojhilat venne occupato da forze di invasione e i membri del PDKI lottarono fino alla morte, o furono fatti prigionieri e impiccati o nel migliore dei casi scelsero l'esilio. L'insurrezione venne schiacciata e i colonialisti, incoraggiati, saccheggiarono tutti i beni dei rivoluzionari/e curd/e.

Dopo l'enorme dispiegamento militare, migliaia di basi iraniane vennero stabilite al confine con il Rojhilat. I popoli del Kurdistan iraniano si ritrovarono controllati da nuclei di guardia militare che vigilavano sui movimenti della  popolazione di villaggio in villaggio. Una vasta rete di repressione si diffuse sul territorio curdo e ancora oggi, nel 2017, non è stata ritirata. Venne proibito il culto delle ancestrali religioni curde, venne vietata l'istruzione nella lingua madre e venne imposta l'istruzione in Farsi -la lingua persiana- le manifestazioni vennero vietate insieme al diritto di organizzarle, vietata l'aperta professione di cultura curda, imposto il burqa per le donne, ecc. Lo stato iraniano mostrava il suo regno del terrore, da un lato, mentre dall'altro promuoveva politiche di assimilazione islamica. La maggioranza dei popoli curdi trova ancora il proprio rifugio spirituale tra sunniti e sciiti. Ma venne dichiarata una guerra santa: o stai con Dio o contro di lui (o sei con me o contro di me) e a stabilire i parametri erano i giuristi islamici iraniani.

L'espropriazione culturale: un genocidio moderno

Dopo il trionfo della rivoluzione islamica la rivolta curda venne schiacciata e le aree liberate del Rojhilat rimasero in mani persiane. Migliaia di guerriglieri furono costretti all'esilio, molti di loro trovarono la morte nelle lunghe marce attraverso le montagne al confine tra Iran e Iraq. Da allora le montagne sono il rifugio per le forze rivoluzionarie, per la lotta guerrigliera e  i tentativi di auto-determinazione del popolo curdo continuano.

Nel corso dei decenni successivi, le forze di Khomeini hanno costretto le persone a migrare in modo sistematico. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case, i villaggi e il territorio, per essere trasferite in nuove aree. L'habitat che le ha viste crescere, che ha modellato la loro cultura e la loro vita, è stato occupato al fine di fornire la terra per i proprietari persiani. Tra il 1980 e il 1990 circa 40.000 persone troveranno la morte per mano del regime di Teheran. La guerra Iran-Iraq ha colpito duramente attraverso i confini della popolazione curda, che è stata decimata considerevolmente. All'espropriazione delle loro terre, alla detenzione e all'assassinio, è seguita una rigorosa politica di privazione del diritto di associazione e di espressione delle religioni autoctone.

Tuttavia, nel decennio 1995-2005 c'è stata qualche apertura democratica nei confronti dei Curdi e delle diverse culture etniche all'interno dei confini iraniani. Il governo di Mohammad Khatami (1997 - 2005) ha promosso tavoli di dialogo con i rappresentanti curdi, che sono stati chiamati a sedere in parlamento. La lingua curda è stata permessa ufficiosamente, le espressioni curde legalizzate e alcuni partiti politici sono entrati nel parlamento della Repubblica. Ma queste coraggiose, anche se timide, libertà verranno presto contrastate dal vasto apparato di repressione radicato nello stato. Le forze  militari sono state istruite per schiacciare i Curdi e la macchina statale è per sostenere un'identità unica: l'Iran.

Il 2005 è stato un punto di svolta per i separatisti curdi. L'omicidio di un giovane curdo per mano delle forze repressive iraniane, visto in tutto il mondo, darà inizio ad una serie di rivolte popolari simili a quelle del 1999, quando fu imprigionato Abdullah "Apo" Ocalan dal regime turco. Queste rivolte si sono diffuse non solo in tutto il Rojhilat ma anche a  Teheran e in diverse province in cui le maggioranze etniche si oppongono al regime. Dal 2005 al 2011, dopo il clamore delle rivolte popolari, sono  nate delle organizzazioni radicali: i socialisti libertari, i marxisti-leninisti e gli  indipendentisti. Hanno forgiato nuove strutture di guerriglia non più in esilio, ma all'interno delle città più importanti. Il Partito per la vita libera in Kurdistan (PJAK), un gruppo scissionista del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDP), ha ripreso le tattiche di lotta per l'autonomia contro il regime invasore, per ripristinare l'autodeterminazione e la vita democratica confederata all'interno dell'Iran.

La risposta: rivoluzione permanente fino alla autodeterminazione popolare


La campagna di repressione contro la nazione curda si è intensificata. La repressione politica e culturale peggiora sempre di più mentre vengono vergate queste righe. Il regime iraniano ha aumentato il numero dei prigionieri politici con condanna a morte. Gli argomenti segregazionisti per condannare un curdo al martirio vanno dalla "inimicizia contro Dio" (perchè non professa la stessa religione, o perchè è ateo, o per aver resistito ad una guardia iraniana) all'abbigliamento (soprattutto per le donne che non indossano il burqa) fino ad una manifesta affiliazione curda. Dalla metà del 2014 alla metà del 2016, 12.000 Curdi sono stati condannati al carcere, una cifra che non include le migliaia di sparizioni e uccisioni extragiudiziali. Nel 2016 un certo numero di attivisti curdi sono stati accusati di attività terroristiche e condannati all'impiccagione. Attualmente, a migliaia sono in attesa di esecuzione per le loro attività a favore della causa curda. Questi dati non includono i vari gruppi etnici oppressi del paese.
L'Unione delle donne libere del Kurdistan orientale (Kjar) ha lanciato un appello alla popolazione curda di fronte all'intensificarsi delle esecuzioni, degli arresti e delle torture contro i militanti e contro i civili. Adottando le tesi del Confederalismo democratico avanzate da Abdullah Ocalan, il Kjar ha avvertito il regime iraniano che se non vuole fare i conti con la storia e continua a ignorare le richieste di libertà dei popoli curdo e persiano, tra gli altri, è prevedibile l'avvento di una situazione simile a quella dell'Iraq, della Siria e della Turchia. La lotta rivoluzionaria si è intensificata e con essa il confronto per la creazione di un modello democratico che rispetti singolarità etniche, politiche e religiose, alla ricerca di una nazione democratica, multietnica, multireligiosa in uno stato laico.

Il Partito per la vita libera in Kurdistan ha attualmente 3.000 guerriglieri e guerrigliere in armi. Nonostante il cessate il fuoco del 2011 (a causa dell'inizio della guerra civile in Siria), e data la situazione in Medio Oriente, le speranze di cambiamenti significativi all'interno dell'Iran non sono ancora andati perduti. Una grande alleanza delle forze curde e l'unità nazionale del movimento sta fermentando nei fronti di battaglia. La situazione attuale porta alla preparazione di una risoluzione specifica della questione curda. Nonostante gli scontri spasmodici tra le forze regolari iraniane e i guerriglieri e guerrigliere del PJAK, ancora resta aperta una soluzione pacifica e democratica che contempli la multiculturalità nella regione.

Siamo di fronte ad un processo rivoluzionario in tutto il Kurdistan, le quattro regioni (Rojhilat, Rojava, Bakur e Bashur) devono affrontare varie situazioni di combattimenti di misura maggiore o minore a seconda dello stato occupante (Iran, Siria, Turchia e Iraq). Solo un approccio globale alla questione curda, il rilascio dei prigionieri e dei prigionieri politici, il riconoscimento della parità di diritti tra uomini e donne, la liberazione delle donne, il riconoscimento del multiculturalismo che compone la regione, la secolarizzazione degli stati-nazione, per apprestarsi alla formazione di una nazione democratica, faranno riacquistare la pace nella regione.

***

Nel frattempo, Abdullah Ocalan vive nell'isola-prigione di Imrali. Il leader dei popoli liberi del Kurdistan ha trascorso 18 anni  evocando carezze ed abbracci, di cui può godere solo simbolicamente. I libri gli sono stati amici, dandogli senno e  saggezza. La tortura a cui è costretto dall'isolamento da tutte le forme di vita, fatta eccezione per i microrganismi che crescono tra le pareti destinate a fargli da volta, non è riuscita a piegare il suo spirito. Apo è una poesia scritta mille volte nella lotta del popolo curdo per l'auto-determinazione, è la lotta delle donne e degli uomini di buona volontà per un mondo più giusto, pluralista e democratico. Il socialismo libertario cresce nelle menti delle persone che lottano per dare un senso alla loro vita, nella storia delle società fino alla giornata trionfale in cui il popolo deciderà di farlo proprio.
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 28 giugno 2016

Varsavia 8-9 luglio: summit della NATO

Una minaccia costante alla pace
Il prossimo vertice è chiamato a decidere su un cospicuo adattamento della linea militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda.
Effetti dell’aumento delle spese militari dei paesi membri
Si potranno quindi schierare 4 battaglioni in Polonia e nei Baltici.
Che fanno seguito all’incremento fino a 40mila unità del numero di soldati nella forza di risposta rapida della NATO, oltre alla apertura di 8 sedi NATO minori a Est.
Procede, dunque, l’applicazione del famigerato Piano Strategico adottato dal summit NATO di Lisbona nel 2010, che prevedeva l’allargamento della NATO apparentemente senza limiti.
In primo luogo, estendersi ad ogni singolo paese dello spazio chiamato “Europa”, portando i confini dell’Alleanza a ridosso di quelli della Russia.
L’espansione a Est
La Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia sono state immesse per prime, poi l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, più di recente Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania e infine Albania e Croazia.
Ovviamente questo ha isolato e sfidato la Russia, che ha risposto con l’annessione della Crimea e la presenza militare in Ucraina orientale.
Ma per i vertici NATO l’allargamento della NATO non è negoziabile.
Sono pochi i paesi europei capitalisti che fino ad ora sono rimasti fuori.
Svezia e Finlandia potrebbero diventare paesi membri, perché anche l’estremo nord sta diventando una zona strategica dal punto di vista economico.
Le missioni in corso in Europa
In Europa, la NATO dispone attualmente di una forza di reazione rapida in Islanda; di una flotta di aerei AWACS in Germania; basi di difesa dello spazio aereo nei Paesi Baltici, in Slovenia ed in Albania; una missione KFOR nel Kosovo su mandato ONU; batterie di missili Patriot in Turchia; sta rafforzando la missione anti-terrorismo nel Mar Mediterraneo e sta valutando come rafforzare la missione europea Sophia al largo delle coste libiche.
Inoltre da febbraio essa opera nel Mar Egeo su iniziativa di Germania, Grecia e Turchia per contenere il numero degli arrivi dei migranti in collaborazione con Frontex.
Ma le ambizioni della NATO non sono limitate all’Europa.
La NATO nel mondo
La Nato è il meccanismo attraverso cui l’Europa è legata agli interessi economici e strategici degli USA nel mondo intero: un dominio che controlla terra, mare, aria e spazio extra-atmosferico.
Per poter aggirare i vincoli atlantici del suo statuto, la NATO ha stipulato degli accomodamenti speciali.
Con l’Unione Africana ha in corso una missione di supporto logistico e di formazione.
Con Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia ha istituito un meccanismo chiamato Dialogo Mediterraneo.
Il collegamento militare con Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati è assicurato dal meccanismo Iniziativa di Istanbul.
In Afghanistan è in corso la missione di supporto alle forze di sicurezza locali.
Nel Golfo di Aden opera la missione anti-pirateria.
E c’è poi la Partnership for Peace che consente alla NATO di muoversi a livello mondiale condizionando verso un maggiore impegno militare paesi come Giappone e Corea del Sud, allo scopo di contenere nel Mar Meridionale Cinese le mire della Cina, vista come nemico futuro sul piano economico come su quello militare.
Pronta alla guerra
Con il Piano Strategico è stata costituita una unità combattente con sostegno marino ed aereo, cui contribuscono a rotazione gli Stati membri. Tale “Forza di risposta NATO” può essere dispiegata ovunque nel mondo in cinque giorni.
Armamenti nucleari
La capacità nucleare della NATO include 348 testate della Francia, 160 del Regno Unito e la massiccia scorta di 10.500 testate negli Usa, che hanno tra 200 e 400 armi nucleari tattiche ospitate in cinque paesi europei.
Nel 2010, Hillary Clinton in qualità di Segretario di Stato ebbe a dire in un incontro a Tallinn di ministri degli esteri della NATO che: “finché esisteranno le armi nucleari, la NATO resterà un’alleanza nucleare”.
ONU
La NATO si è ormai imposta come una sorta di “ala militare” delle Nazioni Unite, conducendo operazioni di guerra su mandato ONU in Kosovo, Afghanistan e Libia.
Gli accordi del 2008 per una consultazione politica regolare e per una maggiore cooperazione pratica nella gestione delle crisi tra i due quartieri generali, hanno di fatto reso equivalenti i due organismi internazionali, pur avendo scopi fondativi opposti.
Russia
Nonostante esista un accordo costitutivo NATO-Russia che esclude “dislocazioni permanenti di considerevoli forze di combattimento” nella regione, il summit di Varsavia -con la previsione del rafforzamento del sistema di difesa NATO- è un evidente messaggio alla Russia, accusata di intimidire paesi come la Moldavia, l’Ucraina e la Georgia.
Del resto la NATO ha in costruzione 2 scudi di difesa missilistica.
Uno degli scudi comprende installazioni USA-NATO in Polonia e Repubblica Ceca puntate contro la Russia.
Ma, un secondo scudo, installato insieme alla Russia, è puntato contro nemici diversi come la Cina. Una vera ossessione.
Perchè contro la NATO
La crisi del capitalismo ha mostrato al mondo che anche le guerre in corso, i trattati segreti tra aree economiche, non solo ne sono parte, ma sono la genesi della stessa fase di ristrutturazione, che rimette in gioco vecchie egemonie planetarie e ridisegna nuovi spazi e nuove aeree economiche, ridimensiona potenza e sviluppa potenza, conquista influenza e mercati e perde terreno, amplifica e riporta in primo piano categorie che il dominio desidera utilizzare per s.
Poco importa che si spendano ogni anno quasi 2.000 miliardi di dollari in armamenti, solo l’Italia ne ha spesi nel 2012 ben 26 di miliardi ai quali vanno sommati altri 15 miliardi per gli F35, l’Italia che vende per 3 miliardi all’anno di armi facendone uno dei pi importanti produttori sul pianeta.
Non pesano sulla bilancia della guerra e delle armi i morti, le distruzioni, la povert che resta e si sedimenta dai conflitti inter-imperialistici; nessuno, oggi, a parte qualche limpida coscienza si oppone alle guerre in corso. Noi siamo naturalmente con loro, con chi ancora pensa che la lotta antimilitarista sia lotta contro il capitalismo e lotta contro lo Stato e per questo dovr attrezzarsi di nuovi strumenti.
La sfida dei pacifisti e degli antimilitaristi passa oggi attraverso una critica dura e articolata, abituati a vedere solamente nello Stato il monopolista della violenza, che la esercitava direttamente con la leva obbligatoria e con scelte politiche facilmente riconoscibili e riconducibili a motivazioni tanto vecchie quanto intuibili; ma oggi il fenomeno di privatizzazione e di corruzione planetaria fa sì che grandi gruppi industriali e finanziari possano entrare direttamente ed agire per i propri scopi geopolitici attraverso forme di privatizzazione del conflitto. Nelle guerre in corso, dall’Ucraina alla Siria, dalla Palestina all’Africa si moltiplicano forme e metodi di guerra non “convenzionale”, migliaia di militari e di azioni sono sostenute direttamente da imprese multinazionali, che solo in apparenza sgravano lo Stato o l’area di riferimento dal peso di sostenere queste imprese economicamente; lo Stato non ha certamente esaurito la sua funzione di garante dell’ordine capitalistico, ma assume anche una funzione di coordinatore.
L’emergere sullo scenario mondiale delle potenze asiatiche, la perdita di egemonia che rischia l’area Atlantica, il nascere di un imperialismo europeo legato alle esportazioni tedesche, possono aiutare a comprendere quanto accade e possono aiutare a comprendere quanto i singoli Stati nazionali stanno mettendo in campo a favore dell’accumulazione capitalistica, delle privatizzazioni, della scomparsa dei diritti dei lavoratori ed una violenta svalutazione della forza lavoro, con la lucidità criminale di chi pensa che solo avendo lavoratori schiavi e completamente mercificati l’impresa potrà investire e riprendere un nuovo ciclo di accumulazione, come sempre sulla pelle del proletariato e dei ceti subalterni. Una impresa finalmente sgravata da ogni vincolo sociale, autentica macchina da guerra al fine della sola accumulazione,per il solo profitto.
E la NATO è questo, fa parte di questo.
Alternativa Libertaria/FdCA pertanto invita tutti i compagni e le compagne ad attivarsi per una nuova battaglia antimilitarista e pacifista, e riconosce che questa battaglia non può essere praticata se non accompagnandola con una precisa critica al sistema dominante, rifiuta ogni demagogia patriottarda, riconosce come fratelli e come sorelle quanti si battono per distruggere i confini militarizzati difesi contro i flussi migratori che vedono milioni di persone fuggire dalle guerre ed ai massacri che la disputa imperialista scatena su vaste aree del pianeta.
Riprendere una critica serrata alle spese militari, destinare le risorse della guerra e delle armi a scopi sociali, escludere ogni pacificazione politica con quanti in nome del pragmatismo di Stato sono inclini a trovare mediazioni con gli interventi militari, siano la guerra al terrorismo che quella umanitaria, quella che esporta democrazia o quella del mondo libero. Per noi l’unica guerra che val la pena combattere è ancora quella proletaria, per il comunismo libertario, e questa si combatte giorno per giorno, con la nostra attività e con la nostra militanza.
Alternativa Libertaria/FdCA
94° Consiglio dei Delegati
Correggio, 26 giugno 2016

sabato 18 giugno 2016

TERRORISMO SPETTACOLARE DI MASSA, di Roberto Massari

La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo… parte dello spettacolo totale… del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari…
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

Martedì 11 settembre 2001, ore 8,45: le Torri Gemelle di Manhattan esplodono e crollano al suolo colpite da due aerei di linea guidati da piloti suicidi della rete di al-Qaeda.
Il mondo non dimenticherà facilmente quella data, anche perché da allora le numerose foto che ritraggono le Torri avvolte dal fuoco si sono irreversibilmente trasformate in «foto-simbolo» della nostra epoca. In quanto tali vengono utilizzate in continuazione - e sempre di più lo saranno nel futuro - su una scala industriale e di massa. Continueranno ad essere sottoposte a serie infinite di riproduzioni, a variazioni grafiche d'ogni genere che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare. Tali manipolazioni grafiche dipendono infatti dall'innovazione nel campo della tecnologia informatica e postcomputeristica, con le sue ricadute nel campo dell'internautica (la navigazione in Internet).
È un fenomeno che già da tempo si verificava col procedere così rassicurante dei lavoratori nel quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901), con il fungo atomico di Hiroshima, con la maliziosa foto di Marilyn a gonne levate o con l'indimenticabile foto di Guevara ripresa da Korda. Stiamo parlando di «foto simbolo della nostra epoca» e non di foto soltanto celebri: vale a dire, foto che hanno uno straordinario potere evocativo; che comunicano direttamente con l'immaginario individuale e di massa; che sintetizzano nella frazione di un istante ottico-percettivo miriadi di parametri culturali e di coordinate spazio-temporali, per lo più remote e irriconoscibili (di fatto superflue); che alludono a «un prima» e a «un dopo» totalmente distaccati dall'oggetto occasionale dell'immagine (che rimane quindi arbitrario e disponibile per ogni possibile manipolazione).
È infatti la serialità - vale a dire la possibilità di riproduzione tecnica e di variazione grafica infinite (in presenza di condizioni di comprensibilità universale e generalizzata) - che in ultima analisi rende tali immagini foto-simbolo della nostra epoca.
E che simbolo, nel crollo delle Torri Gemelle!
Chi fosse stato in cerca di un logo con cui raffigurare agli occhi delle future generazioni il passaggio dal «secolo breve», ultimo del secondo millennio - il Novecento delle grandi colpe storico-sociali (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerre mondiali) - alle angosce collettive per le incognite del terzo millennio, non potrà che dirsi soddisfatto. La più scatenata evocazione filmica di Armageddon potrà apparire solo acqua fresca in rapporto a quei filmati, a quelle immagini.
Dopo la tragedia, i giornali fecero a gara nello stabilire quali record fossero stati battuti: il record del maggior numero di vittime in un solo giorno (guerre e calamità naturali escluse); il primo attacco agli Usa, sul loro territorio, dal 1812; l'evento sanguinoso più intensamente coperto dai mass media, in rapporto alla sua breve durata; il maggior danno economico con una sola azione (perdite per 40 miliardi di dollari circa); l'estrema rappresentatività architettonico-urbanistica degli obiettivi prescelti; ma anche l'attentato più interetnico, con vittime di 87 paesi diversi (e più interclassista in rapporto al numero delle vittime - aggiungiamo noi, ponendoci in coda a questa macabra hit parade) e così via.
Ma poi, obbedendo alla logica frenetica del ritmo delle news, anche l'attentato smise di fare notizia e i principali media finirono col disinteressarsene nel giro di poche settimane. La guerra in Afghanistan doveva servire anche a questo…
Perché ricordiamo un episodio così noto e tragico della storia «moderna»?
In primo luogo perché l'episodio ormai non è più tanto «moderno». Il tempo scorre, le impressioni spontanee svaniscono nell'oblio, il dolore dei sopravvissuti si attenua, i ricordi sfumano nella memoria e gli eventi diventano mano a mano oggetto di studi, di elaborazioni storiografiche, di tesi di laurea nelle università. Tutto ciò è una prova evidente della nostra capacità di assorbimento delle notizie, anche delle più tragiche, delle più dolorose, delle più disumane. Delle 33 coltellate che uccisero Giulio Cesare, invece, parliamo ancora…
In secondo luogo perché è la data di nascita della spettacolarizzazione visiva del terrorismo. Il mondo ha praticamente seguito in diretta il crollo della seconda Torre, le scene di terrore, i corpi umani che volavano nel vuoto per sfuggire alla morte per fuoco, scegliendo di morire nell'impatto col suolo. Sicuramente ci stiamo dimenticando di qualche immagine di attentati ripresi casualmente da telecamere nascoste (a parte gli indimenticabili e ultrapionieristici fotogrammi di Zapruder nell'uccisione di John Kennedy nel 1963); ma per le Torri Gemelle si parla di riprese (amatoriali) vere e proprie, di filmati fatti intenzionalmente e immediatamente trasferiti sui media. Essi consentirono al mondo intero di assistere in diretta televisiva ad una delle stragi più celebri e più spettacolari del nostro tempo.
Tanti fattori contribuivano a rendere quella strage spettacolare (e qui non staremo a ricordarli perché molto si è scritto al riguardo), ma per la prima volta la spettacolarizzazione di un evento terroristico di massa era organizzata a fini commerciali (di massa) e su scala mondiale (sempre di massa: ricordate la parola «globalizzazione» all'epoca tanto di moda e oggi ormai obsoleta quasi come il ricordo delle Torri Gemelle?). Non vorrei sbagliare, ma credo che fosse anche la prima volta che un evento terroristico di massa godeva della tecnologia satellitare.
In terzo luogo perché è la prima comparsa del terrorismo da kamikaze in forma organizzata e di gruppo. Attenzione: non diciamo solo «kamikaze» - di cui la storia del Novecento presenta frequenti e abbondanti esempi - ma «kamikaze in forma organizzata», anzi organizzatissima: un intero gruppo di 19 persone disposte a morire, tutte di buon livello scolastico o accademico, tutte preparatesi per anni al sacrificio (alcuni addirittura piloti brevettati), tutte inserite nel benessere della società dei consumi numero uno - quella degli Usa che più facilmente avrebbe potuto dissuaderli dal compiere il gesto collettivo. L'attentato alle Torri Gemelle non fu il prodotto della disperazione individuale e della miseria, ma il risultato di un piano di autosacrificio di gruppo, minuziosamente programmato e lungamente atteso.
In quarto luogo, perché la motivazione religiosa era alla base di tutto: della preparazione, della determinazione a sacrificarsi, della mancanza di pietà verso le vittime, tutte innocenti, per lo più lavoratori e lavoratrici, alcuni anche musulmani. Il terrorismo organizzato che avevamo conosciuto nel passato era quello della propaganda del fatto, i «banditi tragici», gli anarchici alla Ravachol o Bresci, ma anche i kamikaze piloti giapponesi, i dinamitardi algerini. Insomma, eravamo abituati a un intreccio terroristico di disperazione umana e progetto politico: a settembre 2001 la religione (esasperata e fanatica quanto si vuole, ma pur sempre fondata nella tradizionalissima credenza che Dio avrebbe accolto i martiri nell'aldilà) è apparsa come struttura ideologica connettiva di progetti terroristici di gruppo, volti a colpire masse di civili indifferenziate. Questo aspetto religioso (detto anche fondamentalismo) è quello che da allora è maggiormente cresciuto, come dimostra la cronaca quotidiana di questi anni, di questi mesi, di questi giorni.
In quinto luogo perché in quell'attentato non si mirava a colpire un nemico ben individuato, non si mirava a indebolire strategicamente e nemmeno tatticamente l'avversario (potevano credere veramente i terroristi che distruggendo le Torri Gemelle gli Usa avrebbero avuto un tracollo economico o militare?). Con quell'attentato si voleva attirare l'attenzione del mondo, si voleva lanciare un messaggio alle migliaia di potenziali seguaci perché entrassero anche loro nelle liste degli aspiranti suicidi per Allah; si voleva dare una forma spettacolare alla propria struttura di appartenenza - a quell'ala particolare del jihadismo, a quel settore particolare del mondo musulmano: intento certamente realizzato, forse l'unico realmente realizzato. Un trionfo del terrorismo della società spettacolare di massa.
Eppure, eppure… si ignorava ancora o si preferiva far finta di ignorare che il fattore tempo avrebbe disperso nel nulla anche gli effetti di quell'azione terroristica spettacolare di massa. Oggigiorno, invece, il processo della dimenticanza è chiaro ed è messo nel conto da parte del terrorismo spettacolare di massa contemporaneo. Per tale ragione, da allora questo tipo di attentati (martiri suicidi preventivamente addestrati e organizzati, uccisione indiscriminata di civili «innocenti», spettacolarità delle azioni) è andata crescendo di frequenza, diventando ormai quasi quotidiana su scala mondiale. (La scala mondiale è ormai l'unica accettabile per chi pianifica questo terrore spettacolare di massa.) Occorre compiere attentati sempre più spesso, sempre più feroci e sempre più ravvicinati nel tempo, per ottenere un effetto paragonabile a quello di settembre 2001.
A lungo andare la frequenza diventerà parossistica e perderà mano a mano d'efficacia: è il controeffetto della società spettacolare che mentre colpisce totalitariamente l'attenzione delle persone, crea in loro anche un processo di assuefazione. Tanto per giocare un po' con le parole, potremmo dire che è in atto un processo di «caduta tendenziale del saggio di terrore spettacolare di massa» a causa dei sottostanti processi di saturazione visiva e di assuefazione psicologica. Oltre un certo grado di frequenza il terrorismo non potrà andare e anche il cittadino medio alla lunga si abituerà a conviverci: non convive già egli con l'inquinamento, i cibi cancerogeni, le guerre e la commercializzazione crescente di ogni sua manifestazione spirituale?
Società dello spettacolo e terrorismo sono ormai arrivati a fondersi. Volendo giocare una seconda volta con le parole, potremmo dire che nei paesi arretrati (in alcuni paesi arretrati, quelli in cui il fanatismo religioso è più forte) la società dello spettacolo ha vissuto un processo di «rivoluzione permanente», una specie di sviluppo ineguale e combinato, passando dalla quasi assenza di strumenti spettacolari di massa (intendiamo i moderni mass media) alla spettacolarizzazione globale e terroristica, cioè all'occupazione - totalitaria, ma temporanea - dei più moderni mezzi di comunicazione. E questo ci consente qualche riflessione aggiornata sulla teoria della società spettacolare di massa nelle sua trasformazione totalitariamente terroristica, anche se per intervalli di tempo sempre più brevi.


Si rilegga all'inizio del capitolo la citazione da La società dello spettacolo di Debord e si sostituisca la parola «terrorismo, terroristico» alla parola «spettacolo, spettacolare». Anzi, lo si faccia per l'intero libro di Debord e si verificherà che il discorso procede ugualmente, secondo una precisa logica di fondo, avendo la società dello spettacolo trovato per un periodo di tempo che non sappiamo quanto durerà, una propria filiazione genetica nel terrorismo: il terrorismo spettacolare di massa, forma suprema della spettacolarizzazione. Vale a dire forma suprema dell'alienazione nella società del capitale per tutti coloro che, non trovando ragioni di vita reale nell'irrealtà quotidiana della società dell'immagine (del «virtuale», come si dice oggigiorno), ritengono possibile spezzare il dominio della spettacolarità elevando quest'ultima alla sua massima potenza.
Nulla è più spettacolare dell'atto terroristico o, detta altrimenti, il terrorismo è una delle forme più alte di spettacolo e non potrebbe non esserlo. Lo è oggettivamente, per il modo in cui si manifesta e per il modo in cui i media se ne appropriano. E lo è soggettivamente, per le aspettative di clamore pubblicitario (propagandistico) presenti nel terrorista stesso.
Si veda come Umberto Eco assegnava tali aspettative all'uomo considerato un tempo il terrorista per eccellenza, a Osama bin Laden (oggi via via dimenticato per la nuova ferocia che affiora nei moderni kamikaze votati ad Allah):
«Quale era il proposito di Bin Laden nel colpire le due torri? Creare "il più grande spettacolo del mondo", mai immaginato neppure dai film catastrofici; dare l'impressione visiva dell'assalto ai simboli stessi del potere occidentale e mostrare che di questo potere potevano essere violati i maggiori santuari… Non stava facendo una guerra, in cui conta il numero dei nemici eliminati: stava appunto lanciando un messaggio terroristico, e quello che contava era l'immagine». («Gli alleati nolenti di Bin Laden», l'Espresso, 1 novembre 2001)
Il fatto è che ormai l'umanità vive una dimensione planetaria della spettacolarizzazione, nel senso più vero del termine: le TV satellitari e la velocità di circolazione del Web riempiono in tempo reale gli spazi di comunicazione in ogni parte del globo. Nel far questo, nell'operare in questa dimensione planetaria, il processo della spettacolarizzazione deve acquisire connotati sociali in scala con la nuova dimensione dei processi produttivi e distributivi. Bene faceva Debord, negli anni '60, a individuare come sostanza reale costitutiva dello spettacolo ancora e sempre la struttura di merce. Oggi non avrebbe difficoltà ad aggiornare il suo lavoro, sollevandolo alla scala in cui si collocano normalmente i centri decisionali fondamentali nel processo di produzione e riproduzione del capitale, vale a dire su scala sovranazionale o, a seconda del settore, multinazionale.
Ebbene, è questa la scala alla quale si pone il processo di produzione e riproduzione della spettacolarizzazione sociale e quindi del terrorismo. Non è il terrorismo a subire il contesto della globalizzazione - vale a dire l'instaurazione di un continuum, se non una vera e propria integrazione tra processo produttivo e processo comunicativo su scala planetaria - ma è il terrorismo stesso che favorisce la costituzione di tale contesto, mettendo in campo per l'appunto il massimo di spettacolarità possibile.
Per dirla con Eric Hobsbawm, in un'intervista a l'Humanité:
«Viviamo in un mondo globalizzato, dove il tempo e lo spazio sono praticamente aboliti, un mondo con flussi così liberi da rendere molto più facili eventi come quello americano». (28 sett. 2001)
Oppure, per dirla con la franchezza di Baudrillard:
«La condanna morale, l'unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal veder distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora, dal vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei, con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa in tutte le parti del mondo, e quindi anche quell'immaginazione terroristica (senza saperlo) che ci abita tutti». (Lo spirito del terrorismo, Milano 2002)
Sono parole che ci introducono in una dimensione spettacolare superiore a quella dello stesso terrorismo: è la dimensione del desiderio, dove tutto è possibile. Ma tale dimensione non può essere totalmente irreale, totalmente staccata dalla visione di un nuovo superiore ordinamento societario.
Ebbene, in tale dimensione, la distinzione tra lecito e illecito non ha ragione di esistere e quindi anche l'uomo della strada, oltre al potenziale terrorista, è libero di sognare che nell'era della globalizzazione si possa finalmente premere il pulsante decisivo: quello che farà esplodere tutte le torri del sistema capitalistico, dall'interno, senza che altre vite umane ne debbano pagare i costi.
Al risveglio si troverà un pianeta un po' peggiore di come lo si era immaginato e i detentori del potere sistemico un po' più forti di come li si era lasciati prima di compiere il gesto terroristico o di sognare di farlo.



L'articolo di Massari è incluso nel «Dossiê: imigração e xenofobia» (a cura di Luiz Bernardo Pericás), Revista Margem Esquerda nº 26/2016, pp. 27-33. La rivista è pubblicata a São Paulo, Brasile.

la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 6 maggio 2016

LA STRATEGIA DI DAVIDE TRAFIGGE IL TTIP !

ROMA 7 MAGGIO - LA "STRATEGIA DI DRACULA" TRAFIGGE IL TTIP!  SVELATO IL SUO SEGRETO, SI CONFERMA UN GRANDE IMBROGLIO AI DANNI DEI LAVORATORI ED ORA VA FATTO A PEZZI! Le rivelazioni di questi giorni trafiggono il TTIP come se fosse un vampiro esposto alla luce! Sta emergendo quello che già sospettavamo: con iI Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) tra Stati Uniti ed Unione Europea, alle società americane saranno concessi poteri senza precedenti su tutte lenuove normative per la salute o la assistenzapubblica. Se qualche governo europeoavesse il coraggio di legiferare per miglioraregli standard sociali o ambientali, TTIPconcedebbe agli investitori degli Stati Uniti il diritto di citarli in giudizio per la perdita di profitti in base alla legislazione aziendale vigente negli USA. Le rivelazioni emerse potrebbero segnare l'inizio della fine per l'odiato accordo commerciale UE-USA e per coloro i quali hanno finora negoziato, senza alcun mandato popolare e  con fanatica segretezza,minacciando chiunque avesse osato divulgare il contenuto del trattato. Ora, per la prima volta, i cittadini europeipossono vedere da soli di cosa è stata capacela Commissione Europea, senza alcuna trasparenza. Chi accusava il movimento STOP TTIP di allarmismo e sosteneva che l'UE non avrebbe mai permesso che ciò accadesse, è stato clamorosamente sbugiardato. La Commissione Europea si preparava ad aprire l'economia europea alla concorrenza sleale delle gigantesche corporations USA, incurante delle pur note disastrose conseguenze per i paesi europei e per i livelli di protezione e di tutele che in Europa sono di gran lunga superiori rispetto agli Stati Uniti. Secondo le statistiche ufficiali, si perderebbero da uno a due milioni  di posti di lavoro come conseguenza diretta dell'applicazione del TTIP.  Eppure, i negoziatori dell'Unione Europea si stanno preparando a consegnare nel meccanismo infernale del TTIP interi settori delle economie dei paesi europei, senza avere alcun interesse per le conseguenze sulle persone e sui lavoratori.  La Commissione europea voleva un divieto di 30 anni sull'accesso pubblico ai testi negoziali del TTIP, ora la "strategia di Dracula" imposta da movimento internazionale STOP TTIP ha esposto il vampiro alla luce del sole. Che muoia! Infatti c'è già qualcuno che inizia a prendere le distanze da un affare sempre più velenoso: la Francia vuole mettere un veto a qualsiasi accordo TTIP che potrebbe mettere in pericolo il suo settore agricolo. La Germania dice che ilTTIP è al collasso, e ha puntato il dito contro l'intransigenza degli Stati Uniti. Almeno 6 ragioni per dire NO e fermare il TTIP La prima. Il TTIP prevede che il sistema sanitario, il sistema educativo e l'acqua pubblica siano accessibili al business delle imprese statunitensi. La seconda. Il TTIP prevede che la legislazione europea in merito a cibo ed ambiente converga con quella in vigore negli USA, dove è consentito l'uso di cibi OGM e sono laschi i divieti sull'uso di  sostanze tossiche. Infatti negli USA si possono usare sostanze tossiche nell'ambiente finchè non venga provata la loro tossicità. La terza. E' previsto un allentamento delle regole per le attività delle banche, dopo le restrizioni loro imposte all'indomani della crisi del 2008. La quarta. Un attacco alla tutela dei dati personali e della privacy individuale nella navigazione in internet. La quinta. La disoccupazione per milioni di lavoratori europei, danneggiati dal fatto che negli USA il diritto del lavoro è più lasco  ed i sindacati sono meno forti. Come è accaduto in 12 anni di applicazione del NAFTA, l'accordo tra USA, Canada e Messico che è costato il posto di lavoro ad un milione di lavoratori statunitensi. La sesta. Un pericolo per la democrazia. Il TTIP prevede l'istituzione dell'Investor-State Dispute Settlements (ISDS), una sorta di tribunale internazionale privato presso cui le imprese possono denunciare i paesi le cui legislazioni possono comportare una perdita per i loro profitti. Lo stesso istituto è già in vigore nel TPP (Trans Pacific Partnership). E' più che sufficiente per dire oggi ad USA ed Unione Europea: NO TTIP! STOP TTIP! Ed un minuto dopo per dire forte ai capitalisti europei: giù le mani dalla sanità, dalla scuola, dall'acqua, dai diritti dei lavoratori, dai nostri soldi, dalle nostre libertà! Alternativa Libertaria/fdca maggio 2016

giovedì 25 febbraio 2016

Mestre (VE) Rete contro guerra e militarismo : Diciamo NO all’intervento militare in Libia


Diciamo NO all’intervento militare in Libia

 

Che si tratti di giorni o qualche settimana, una cosa è certa: si stanno scaldando i motori per un nuovo intervento militare in Libia.  Forze speciali sono già sul posto per preparare l’arrivo di un contingente di oltre 6000 militari europei, italiani compresi, e statunitensi. L’Italia, che si candida a guidare questa nuova missione militare, ha già inviato 4 cacciabombardieri AMX del 51° Stormo di Istrana (Tv) presso la base di Trapani Birgi in Sicilia.

Dobbiamo sin da ora dire no a questa nuova aggressione al popolo libico.

Diciamo NO perché, da che mondo è mondo, chi è causa di problemi non può ergersi a soluzione degli stessi. E le potenze imperialiste occidentali, con la NATO, hanno provocato l’esplosione della situazione libica con l’intervento militare del 2011, lasciando poi che il vuoto politico creato venisse riempito da fazioni, bande, tribù in conflitto tra loro e con le potenze straniere.

Diciamo NO perché le guerre non portano la pace, come sostengono vertici militari e  governi: le guerre provocano lutti, dolore, devastazione, odio e violenza infinita.

L’intervento militare in Libia, con la scusa di stroncare l’ISIS e stabilizzare il paese, servirà solo ai fabbricanti e ai commercianti di armi per arricchirsi con l’apertura di un nuovo “mercato”; servirà solo a soddisfare le mire espansioniste delle grandi potenze e, innanzitutto, dello Stato italiano, che già in passato ha martoriato quella terra con 30 anni di occupazione  macchiandosi di crimini ignobili verso il popolo libico.

Questa guerra, fortemente voluta dagli USA, dall’Unione Europea e dalla NATO, provocherà inevitabili reazioni, trasformando anche il territorio italiano in obiettivo di attentati e atti di ritorsione, e andrà ad alimentare quella spirale bellica, infame e senza fine, che dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria all’Ucraina, dallo Yemen all’Africa sub-sahariana, sta coinvolgendo l’intero pianeta avvicinandoci sempre più ad un nuovo disastroso conflitto mondiale.

Con la scusa di aiutare il popolo libico, questa guerra in realtà garantirà solo gli interessi delle multinazionali del petrolio e gli equilibri del terrore nel Mediterraneo, ormai trasformato in una area super militarizzata, chiusa ai profughi e i migranti, ma aperta ai mercanti di morte e alle avventure delle potenze imperialiste.

Pretendiamo - e lottiamo - per un Mediterraneo smilitarizzato, per la chiusura di tutte le basi militari e delle fabbriche di armi, perché siano i popoli, oggi sottomessi, a liberarsi dai loro oppressori, con il supporto solidale e internazionalista di tutti coloro che sono impegnati a costruire una società libera dalle guerre, dal razzismo, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, dell’uomo sull’ambiente.

La vera minaccia alla pace proviene dall’interventismo dei nostri governanti e delle classi dominanti per la difesa dei loro interessi, dalla militarizzazione della nostra terra, dagli enormi investimenti in strutture e strumenti di guerra a scapito del lavoro, dei servizi sociali, del benessere collettivo, della salvaguardia del territorio.

Invitiamo chi condivide le nostre idee a mobilitarsi, ovunque e come meglio crede, contro l’intervento militare in Libia; facciamo sentire alta la protesta; costruiamo un forte movimento di opposizione alle politiche avventuriere e imperialiste di cui il governo Renzi è protagonista e complice.

 

Rete contro guerra e militarismo

mercoledì 27 gennaio 2016

Fermiamo le guerre in corso e in preparazione - dibattito pubblico - 30 gennaio, h. 15.30

 
Dibattito pubblico a Mestre
 
 
- Comitati No Trident (Napoli)
 
 
 
- Donne in rete per la pace
 
 
- Donne No Dal Molin (Vicenza)
- Collettivo Pax Christi (Marghera)
- Comitati No Muos (Sicilia)
- Il cuneo rosso (rivista)
 
 
 
Sabato 30 gennaio ore 15.30
Centro Candiani - 1° piano
 
Organizza:
Comitato permanente contro le guerre e il razzismo
 
 
Piazzale Radaelli 3 - Marghera comitato.permanente@gmail.com
 
 
 
 
Nessuno pensa alla guerra, alle bombe lanciate sulle
case e sui luoghi di lavoro, alle carneficine di uomini,
donne e bambini che avvengono ogni giorno in Medio

Oriente. E in questi anni ben pochi hanno pensato alle

decennali guerre scatenate dall’Occidente nei quattro

angoli del globo quando hanno visto arrivare nelle loro

città centinaia e migliaia di profughi. Alla guerra, qui

in Italia e in Europa, non si riesce a pensare neanche

quando si sentono rombare i motori dei caccia,

carichi di morte, partiti dalle basi militari dietro

casa. Alla guerra si è pensato solo quando a Parigi,

il 13 novembre, un gruppo di jihadisti ha sparato nel

mucchio. Solo allora i ‘nostri’ governanti hanno urlato

scandalizzati: “Siamo in guerra”.

Hollande sostiene che la Francia è in guerra, ed è così.

Ma lo è da prima degli attentati di Parigi, almeno dal

27 settembre, quando sono partiti i primi attacchi aerei

contro la Siria.

Anzi: lo è già dal secolo scorso, quando per decenni

ha devastato l’Algeria, e poi ha bombardato l’Iraq,

la Jugoslavia, la Costa d’Avorio e... l’elenco sarebbe

troppo lungo. E non è solo una questione francese.

Tutto l’Occidente è impegnato in questa nobile azione.

Certo: gli Stati Uniti hanno il primato indiscusso, ma

dall’Italia al Canada, dalla Spagna alla Germania,

nessuno manca al suo ‘dovere’, di seminare morte e

distruzione. L’Italia, ad esempio, partecipa attualmente

a 40 operazioni belliche nel mondo, dal Mediterraneo,

al Medio Oriente, all’Africa, all’Asia, con circa

10.000 militari, senza contare i ‘contractors’ delle

imprese private...

Perché avviene tutto ciò? Perché da più di venti anni si tagliano i fondi per la scuola, le pensioni, la sanità, l’assistenza
ai disabili, mentre i fondi per la guerra si trovano sempre? Chi beneficia delle spese militari e di questa produzione di
morte? I comuni cittadini, i lavoratori, i giovani?
Quali effetti stanno producendo queste guerre a catena, questa “guerra infinita” condotta dai ‘nostri’ stati e dai ‘nostri’
governi contro altri popoli, soprattutto contro i popoli arabi e islamici? E c’è un legame tra queste guerre e la crisi?

tra queste guerre e il generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro qui, la disoccupazione e la precarietà

che crescono? Non è forse in atto anche qui una guerra sociale strisciante dei poteri forti capitalistici contro chi vive

del proprio lavoro e non ha santi in paradiso? Chi poteva immaginare che anche in Europa i tassi di disoccupazione

giovanile sarebbero saliti alle stelle, o che in paesi come la Grecia sarebbe ricomparsa la mortalità e la malnutrizione

infantile?

Davanti ad avvenimenti come questi non possiamo restare indifferenti, e neppure neutrali, perché è in gioco

la nostra esistenza, al presente e nel futuro. Questa corsa verso la guerra, verso nuove e sempre più devastanti guerre,
verso una nuova, terribile, guerra mondiale, che secondo alcuni è già iniziata, si può e si deve fermare! Con quali forze?


con quali mezzi? Che cosa ha cominciato a muoversi in questa direzione?

Troviamoci per discuterne insieme con chi ha già preso negli anni e nei mesi scorsi, a Vicenza, a Napoli, a Marghera, in

Sicilia, delle iniziative di lotta in questo senso.

martedì 22 settembre 2015

Sulle attuali proteste in Libano: è meglio se la primavera arriva in ritardo?

Le grandi mobilitazioni che hanno attraversato il Medio Oriente alla fine del 2010 sono state riassorbite se non addirittura trasformate in devastanti conflitti tra forze autoritarie in competizione. Quell'ondata risparmiò il Libano, che dopo il ritiro delle truppe siriane (di Assad) nel 2005 era governato da una classe dirigente che aveva da una parte i filo-iraniani, cioè la coalizione 8 marzo, guidata dagli "sciiti" di Hezbollah e dall'altro i filo-sauditi della coalizione 14 marzo, guidata dall'oligarca "sunnita" Hariri. Il settarismo religioso è molto forte in Libano e le locali classi dirigenti settarie hanno goduto per molto tempo e godono tuttora di una indiscussa influenza sulle masse. Questo settarismo è stata la causa di parecchi episodi di guerra civile tra le diverse sette a partire dal 1860. Nel 1860 i locali latifondisti Drusi usarono il settarismo per mobilitare i loro contadini contro la rivolta dei contadini maroniti, che erano sfruttati 2 volte da questi proprietari terrieri; finì con un massacro contro i Cristiani, ma ne furono colpiti anche i Musulmani e gli stessi Drusi; gli scontri settari raggiunsero anche città tolleranti come Damasco, col benestare del governo ottomano. Le potenze occidentali subito intervennero per "proteggere" la popolazione cristiana: il risultato fu la creazione di una sorta di "grande Libano", regione autonoma sotto il governo diretto di un latifondista maronita nominalmente all'interno della giurisdizione ottomana. Questa situazione e questa tensione continuarono anche sotto il mandato francese del 1920 – 1946 , e col "governo" dell'indipendenza che creò la formula della divisione delle tre presidenze istituzionali tra le sette più importanti: il presidente della repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita. Sentendosi emarginata, la parte musulmana della classe dirigente pretendeva più rappresentatività e maggiore influenza e da queste tensioni si ebbe la piccola guerra civile del 1958 e a devastante guerra civile del 1975-1990. Che ebbe fine grazie ad un accordo bilaterale tra l'amministrazione USA ed il regime di Assad, per riunificare il paese sotto la sola influenza di Assad. Nonostante l'azione giudiziaria contro alcuni dirigenti cristiani settari da parte del nuovo regime, la classe dirigente locale si abituò rapidamente alle regole di Assad, il nuovo signore, e si divideva i frutti del nuovo regime con Assad senior e con gli agenti di sicurezza. Fino al 2005...quando una controversia tra il primo ministro Hariri ed il giovane dittatore di Damasco, Bashar Al Assad , finì con l'uccisione del primo. Scioccati dalla tragedia, numerosi Sunniti e Cristiani scesero in strada, sfidando per la prima volta la decennale morsa di Assad. L'adirata classe dirigente, sentendosi forte due volte grazie alla rabbia popolare contro la presenza militare siriana e grazie al sostegno dei governi occidentali, come dei governi arabi del Golfo e quello persiano, riuscì a costringere Assad a ritirarsi dal Libano. I locali agenti filo-Assad, in particolare Hezbollah (una formazione sirio-iraniana nata per resistere all'aggressione israeliana per essere poi usata utilmente nelle tensioni e nelle difficili relazioni con Israele e gli Stati Uniti), sentendosi minacciati dagli sviluppi nel paese, iniziarono a pretendere una maggiore influenza all'interno del governo. Il Libano cadde in una lunga guerra fredda settaria con parecchi episodi di violenza. Il governo venne tatticamente diviso tra le due componenti in lotta con tutti i privilegi connessi. Ma l'intensificarsi dei conflitti all'interno di una classe dominante avida ha avuto pessime conseguenze sulle vecchie ed esauste infrastrutture del paese, con l'esplodere di momenti critici come nel caso del cronico problema dei bassi stipendi dei dipendenti pubblici che ha dato luogo a mobilitazioni sindacali ed a scioperi. L'ultimo momento critico ha riguardato la raccolta dei rifiuti nelle strade: il contratto con l'impresa che aveva fatto il lavoro per 20 anni era scaduto. Ma siccome questa impresa è di proprietà di Hariri, il rinnovo del contratto era un'opportunità per dividersi i profitti. Hariri ha rifiutato il rinnovo e montagne di rifiuti hanno riempito le strade del Libano. Gli attivisti hanno deciso di reagire scendendo in strada. La prima protesta è stata duramente repressa dalla polizia governativa, ma la protesta è diventata un movimento reale con maggiore forza e popolarità. Gli attivisti sono riusciti a tenere il controllo del movimento ed a tenersi alla larga dalle componenti settarie della classe dirigente, cosa che gli ha dato grande credibilità popolare. La manifestazione del 16 settembre è stata brutalmente repressa dalla polizia, mentre il governo si lanciava in una forte campagna propagandistica contro il movimento di protesta. Tutto questo è riuscito a produrre una sola cosa: spingere gli attivisti su posizioni ancora più radicali. Infatti gli attivisti hanno deciso di sfidare il governo il 20 settembre nelle strade in una grande manifestazione. Nonostante le richieste riformiste del loro ultimo documento, quest'ultimo si conclude con slogan molto più radicali: Potere, Stato e ricchezza al popolo. La maggior parte degli attivisti viene dalle classi medie ed era già stata attiva in una locale ONG per qualche tempo. Questo ricalca la situazione di tutto il Medo Oriente. Gli attivisti che erano coinvolti nei movimenti di protesta che raggiunsero il loro picco con l'insorgere della primavera araba, erano anch'essi della classe media, sia come identità di classe che come pensiero politico e sociale. Questo fattore segna la cifra delle rivoluzioni della primavera. Si deve a questo fattore il prevalente aspetto liberale (persino neo-liberista in alcuni casi: una sorta di "libertarismo" di destra) della politica espressa dal nucleo degli attivisti. Il che non vuol dire che le classi meno abbienti non abbiano partecipato. Ma coloro che rappresentano la corrente maggioritaria nel movimento o che rivendicano una loro leadership o rappresentanza, provengono dalle classi medie. La stessa cosa si è vista nella protesta di piazza Tiananmen nel 1989, quando gli studenti rivendicavano la guida del movimento e chiedevano agli operai di seguirli. Anche nel movimento in Libano ci sono tensioni tra gli attivisti (leaders) della classe media e coloro che vengono dai quartieri poveri. Il che non vuol dire sottovalutare il potenziale del libertarismo degli attivisti delle classi medie, specialmente quelli più giovani e gli studenti, ma è importante capire anche i loro limiti. Dall'altra parte; le classi povere, poco rappresentate, con scarsa formazione, prive di esperienza politica e disorganizzate, finiscono sol sostenere gli islamisti, specialmente i Salafiti, che sono attivi nei loro quartieri da molto tempo, da quando le politiche nei-liberiste hanno comportato l'abbandono di questi quartieri al loro destino ed alla miseria. I Salafiti, propriamente finanziati dai loro padroni nella classe dirigente locale o dalla loro controparte saudita, danno un sostegno significativo per alleviare la miseria dei più poveri e ne approfitano per indottrinarli con i loro rigidi insegnamenti, trasformando questi quartieri in loro roccaforti. Gli stessi Salafiti si sono poi divisi in due componenti: gli insurrezionalisti dell'ISIS ed i moderati dell' "esercito della salvezza" che hanno cooperato con lo Stato e con agenzie repressive (oggi i Salafiti sono una componente importante filo-Sisi in Egitto; in Libano erano divisi tra alcuni gruppi militanti da una parte e dall'altra gli imam e gli accademici filo-Hariri). Considerando il programma riformista (lotta alla corruzione) e la composizione di classe di questo crescente movimento di protesta in Libano, si potrebbe nutrire un qualche scetticismo riguardo al suo futuro. Ma c'è qualcosa di diverso che potrebbe portare ad esiti differenti: ad esempio forse una maggiore radicalizzazione. Nell'analizzare le rivoluzioni del 1848, l'anarchico George Woodcock notava che c'erano due tipi di rivoluzioni del 1848: la maggioranza di esse era contro regimi molto repressivi e molto autoritari, quella francese era più proletaria e più classista. La borghesia era già pronta a governare in Francia. Per cui la rivolta non era solo per rafforzare il suo contro sullo Stato, dato che la classe operaia scelse di sfidarla, come fecero gli operai di Parigi nell'insurrezione del luglio. In Libano, la classe dirigente pratica la sua egemonia attraverso la democrazia rappresentativa. Diversamente dai paesi confinanti, il popolo libanese è abituato alle elezioni, ad un alto livello di libertà di espressione, se comparato con quello dei paesi vicini. Questo potrebbe avere un duplice effetto: che un qualche cambiamento reale imposto dal basso debba andare oltre certe "libertà" di base, oppure che può essere usato dalla macchina della propaganda del Sistema per convincere il popolo dei "benefici" derivati dal sistema prevalente, nonostante la corruzione dilagante. Gli emarginati in Libano lottano contro il sistema da molto tempo e siccome la loro situazione è diventata sempre più disperata hanno iniziato a mobilitarsi. Ma con ben pochi effetti finora. La maggioranza dei lavoratori lavora nel pubblico impiego e sono malpagati. Hanno sostenuto le iniziative della commissione indipendente di cooperazione sindacale per ottenere aumenti di stipendio, ma potrebbero ottenere solo piccoli aumenti. Il governo è sempre riuscito a contenere queste lotte ed a costringere le persone alla ritirata. La manifestazione del 20 settembre potrebbe interrompere questa situazione. Ma per andare dove? Personalmente, credo che il destino di quest' ultima ondata di proteste dipende dall'inizio dell'auto-azione e dell'auto-organizzazione delle classi emarginate, specialmente i lavoratori ed i disoccupati. Questa sola può essere la base per una alternativa più radicale e libertaria allo status quo. Può succedere? Se la primavera araba può essere considerata una rivoluzione tipo quelle del 1848 o del 1905, la lezione più importante che se ne ricava sta nell'auto-organizzazione delle masse nei primi giorni dell'insurrezione, quando le forze di polizia arretrarono o furono sconfitte nelle battaglie di strada contro i giovani manifestanti. Poi le masse hanno da sole occupato, organizzato e protetto l'intero spazio sociale, tramite organismi di base (chiamati comitati popolari oppure comitati di coordinamento come nel primo periodo -quello popolare- della rivoluzione in Siria). Far conoscere queste esperienze e costruire su di esse, secondo me, potrebbe decidere l'esito delle attuali mobilitazioni in Libano oggi ed ovunque domani. Mazen Kamalmaz https://mazenkamalmaz.wordpress.com (traduzione a cura d Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)