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domenica 22 novembre 2015

APPELLO ALLA LOTTA CONTRO L'ACCORDO VERGOGNA SULLA RAPPRESENTANZA

APPELLO ALLA LOTTA
CONTRO L'ACCORDO VERGOGNA SULLA RAPPRESENTANZA 
 
Sostieni anche tu la campagna! 
DIFENDIAMO IL SINDACALISMO CONFLITTUALE E DI LOTTA PER CONTRASTARE LE POLITICHE DI AUSTERITY, RAZZISTE, DI SFRUTTAMENTO E DI REPRESSIONE!
 
DIFENDIAMO LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE 
E IL DIRITTO DI SCIOPERO!
 
Il 10 gennaio 2014 i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Ugl hanno firmato, insieme con i rappresentanti di Confindustria, un accordo ("Testo unico sulla rappresentanza") che azzera la democrazia sindacale nelle aziende private, estendendo - e peggiorando - il modello Fiat-Pomigliano a tutte le aziende private. Confindustria (poi anche Confcooperative, Lega Coop e Agci), Cgil, Cisl e Uil, Ugl con questo testo hanno deciso di cancellare la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro. 
 
Cosa prevede questo accordo? 
Soltanto i sindacati che "accettino espressamente, formalmente e integralmente i contenuti del presente accordo" e i conseguenti regolamenti elettorali possono:
a) concorrere senza veti e limitazioni alle rsu/rsa;
b) partecipare (se considerati "rappresentativi" di almeno il 5% dei lavoratori di un settore) alla contrattazione collettiva e aziendale;
c) essere riconosciuti dalle aziende come sindacati rappresentativi ed aver diritto alle trattenute in busta paga.
In cambio di questo, i sindacati firmatari del Testo Unico sulla Rappresentanza devono rinunciare al diritto di indire liberamente lo sciopero e si impegnano a moderare l'ostilità contro le aziende, rinunciando di fatto alla lotta. I sindacati firmatari, infatti, non potranno più organizzare iniziative di sciopero o di contrasto contro un contratto/accordo (aziendale o nazionale) sottoscritto dal 50% + 1 delle rsu/rsa o dai sindacati maggioritari di categoria, salvo incorrere nella soppressione dei diritti sindacali e in sanzioni economiche che possono ricadere anche sui lavoratori. Addirittura, i sindacati firmatari non potranno organizzare proteste o scioperi durante le fasi di trattativa! 
E' un ulteriore attacco al diritto di sciopero nel lavoro privato, che si aggiunge alle già pesanti limitazioni nel pubblico impiego, nei trasporti, nella sanità e nei cosiddetti "servizi essenziali", settori dove non è possibile organizzare scioperi prolungati e che oggi subiscono un ulteriore attacco da parte del governo.
Firmare questo accordo significa contribuire alla distruzione del sindacato come strumento di lotta a difesa dei lavoratori e delle lavoratrici! 
 
Un grave attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici 
Il Testo Unico attacca soprattutto i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, a cui sarà negata la possibilità di scegliere liberamente i propri rappresentanti sindacali nei posti di lavoro e che, soprattutto, rischiano di dover subire in silenzio accordi al ribasso, sia sul piano salariale che dei diritti.
Si tratta di un accordo liberticida che obbliga tutti i sindacati firmatari alla concertazione, cancella la democrazia della rappresentanza e il diritto di dissenso dei lavoratori, priva lavoratori e lavoratrici dei principali strumenti a loro disposizione per respingere gli attacchi dei padroni e del governo: gli scioperi e l'azione sindacale conflittuale.
 
Troppi sindacati lo hanno firmato! 
Purtroppo, dopo una forte iniziale mobilitazione unitaria contro il Testo Unico - che ha coinvolto numerosi sindacati, dalla Fiom ai sindacati di base - e nonostante il successo della campagna contro la firma dell'accordo vergogna, promossa dal Coordinamento No Austerity e sostenuta da varie sigle sindacali e comitati di lotta, persino alcuni sindacati conflittuali hanno deciso di firmare il testo unico.
La Fiom si sta presentando nella maggioranza delle elezioni rsu e rsa sottoscrivendo i contenuti dell'accordo, dopo che la direzione nazionale Fiom ha abbandonato la battaglia contro la firma all'interno della Cgil. Persino le direzioni nazionali di Cobas Lavoro Privato, Snater, Orsa e recentemente di Usb hanno deciso di cedere al ricatto padronale, firmando questo accordo vergognoso. 
Noi pensiamo che quanti più sindacati firmano questo accordo vergognoso tanto più si indebolisce la lotta contro il Jobs Act, contro i licenziamenti, contro il razzismo e contro tutte le misure governative di austerity e privatizzazione. I dirigenti sindacali che firmano l'accordo rinunciano di fatto a lottare per respingerlo e aprono la strada a una nuova legge contro il diritto di sciopero, di rappresentanza e di libera espressione: una legge già annunciata dal governo, che, come dimostrano le sempre più frequenti dichiarazioni di ministri e parlamentari, tenterà di cancellare ogni minimale diritto di dissenso. 
 
Rilanciamo la campagna contro l'accordo della vergogna e per la difesa del diritto di sciopero! 
Contro lo sfruttamento di padroni e governo i lavoratori devono organizzarsi autonomamente attraverso rappresentanti che siano espressione delle lotte e non con finti delegati, servi dei diktat aziendali, con le mani legate e privi di concreti strumenti di opposizione sindacale.
E' necessario e urgente rilanciare la battaglia contro l'accordo della vergogna sulla rappresentanza, parallelamente alla campagna contro la repressione delle lotte e del dissenso. Difendere il sindacalismo conflittuale e il diritto di sciopero è un primo fondamentale passo per una mobilitazione unitaria e coordinata contro le politiche di austerity imposte dal governo (tra cui il Jobs Act) e contro la privatizzazione di Sanità, Trasporti, Scuola (la cosiddetta "Buona scuola"), che speculano sul costo del lavoro e dismettono i servizi pubblici essenziali. 
Mobilitiamoci a difesa dei diritti democratici e delle lotte antifasciste e solidali, contro il razzismo e contro il maschilismo!
 
Il nostro appello: firmalo anche tu!
 
I sottoscrittori di questo appello: 
1) Chiedono a tutti i lavoratori e alle organizzazioni sindacali di lotta di mobilitarsi per la democrazia della rappresentanza e per il diritto di sciopero, combattendo l'accordo vergogna sulla rappresentanza e tutte le misure antisciopero. 
2) Chiedono ai gruppi dirigenti nazionali di Fiom, Cobas Lavoro Privato, Usb, Snater, Orsa, di ritirare la firma al Testo unico sulla rappresentanza in qualsiasi istanza (nazionale, di categoria, aziendale) e agli attivisti sindacali delle organizzazioni sindacali firmatarie di non riconoscere nelle singole realtà aziendali la legittimità di elezioni rsu/rsa conformi all'accordo vergogna.
3) Sostengono e diffondono unitariamente tutte le iniziative, anche interne alle organizzazioni sindacali, contro l'accordo della vergogna, dando la disponibilità a costruire momenti di informazione per i lavoratori nei luoghi di lavoro e nei territori. 
4) Rilanciano la battaglia contro il Jobs Act e contro tutte le politiche di austerity, razziste e autoritarie del governo Renzi! 
 
 
 
Prime adesioni collettive all'appello:
 
No Austerity - Coordinamento delle Lotte
Confederazione sindacale USI
Si.Cobas nazionale
USI-AIT
Cub Toscana
Cub Piemonte
Operai Cub Pirelli (Bollate)
Alp-Cub (Associazione Lavoratori Pinerolesi aderente alla Cub)
Flmuniti-Cub Ferrari
Cub Sur Modena
Coordinamento provinciale Flmu-Cub Frosinone
Cub Sanità Salerno dell'AOU Ruggi d'Aragona
Flmuniti Cub Parma
Allca-Cub Bolzano
Cub Caltanissetta
Cub Sanità Cremona
Rsu Cub Istituti Ospedalieri di Cremona
Attivisti Cub Vicenza
Slai Cobas Tpl Toscana
Slai Cobas - Coordinamento provinciale di Chieti
Slai Cobas - Coordinamento provinciale Termoli-Campobasso
Rsa Fiom Ferrari
Rsu Fiom OM Carrelli Bari
Il sindacato è un'altra cosa Opposizione Cgil (Cremona)
Rsa Fisac-Cgil Equitalia Nord - Cremona
Rsu Fiom La protec di S.Giovanni in croce
Operai Fiat Irisbus Resistenza Operaia
Si.Cobas Esselunga di Pioltello
Lavoratori delle cooperative in lotta
Usb P.I. Vimodrone
Coordinamento Pugliese Lavoratori in Lotta
Precari della scuola in lotta
Coordinamento Migranti di Verona
Operaie Jabil-Nokia di Cassina de' Pecchi
Rete di sostegno attivo Jabil-Nokia-Siemens
Associazione Mariano Ferreyra
Donne in Lotta di No Austerity
Associazione Terra Nuestra (Donne Immigrate)
RSU personale di bordo Firenze, Trenitalia
CUB Rail
COMITATO NO - Lavoratori Bridgestone in Lotta Bari
Coordinamento nazionale di Fao Cobas (Federazione autisti operai)
Comitato di segreteria nazionale Slaiprolcobas
Coordinamento lavoratori in lotta cantieri di servizio e miniservizio Comune di Caltanissetta
Slaiprolcobas, operai cooperativa Sirius in CabLog (Noale, VE)
Slaiprolcobas, operai agricoli Palù di Zevio (VR)
Slaiprolcobas, appalti Fincantieri Monfalcone (GO)
Slaiprolcobas, appalti Fincantieri Marghera (VE)
Cub Catania
Collettivo Lavoratori Comdata Torino
Slai Cobas Trentino
Alternativa Sindacale Basilicata
CUB - SALLCA Credito ed Assicurazioni
 
 
Prime adesioni politiche: 
 
Una Città in Comune - Firenze
Partito di alternativa comunista - Lit-Quarta Internazionale
Comunisti per l'Organizzazione di Classe - Coc
 
 
Adesioni individuali:
 
Gaetano Ventimiglia, coordinatore Cub Catania
Donato Lombardi, Alternativa Sindacale, Potenza
Augusto Mancini, Usb, Velletri (Roma)
Lugi Fucchi, Usb Perugia, dimissionario dal coordinamento regionale Usb Umbria
Christian Osella, Coordinamento confederale regionale Usb
Enzo Perfetto, delegato Usb PI, delegato rsu Inps, Massa Carrara
Aurora Morabito, Usb, Reggio Calabria
Salvatore Friscini, attivista Usb Ilva di Taranto
Diego Bossi, Allca Cub, Sesto San Giovanni (MI)
Maurizio Natale, delegato aziendale Fp Cgil, Prc, Genova
Alessandra Marchetti, Il sindacato è un'altra cosa, rsa rls Filcams Cgil, Venezia
Stefano Oteri, Cobas, Rsu e Rls Ministero economia e Finanze, Roma
Marco Manodoro, Confail, Bridgestone, Bari
Antonio Testa, Cub, La Spezia
Mario Avossa, Cub Sanità, Salerno
Massimo Santaniello, Usi, Terlizzi (BA)
Mauro Mongelli, Rsu Cub/Cobas, Telecom, Bari
Tiziano Cardosi, Cub Firenze, attivista No Tav
Massimiliano Dancelli, direttivo Fiom Cremona, Pdac
Vincenzo De Marco, Fiom, Casteltermini (AG)
Paolo Marco Benvenuto, Cgil, Sori (GE)
Silvio Zanella, Slai Cobas, Cassola (VI)
Tiziana Miniati, Cub, Firenze
Leonardo Mannucci, Bagno a Ripoli (FI), Cub, Pcl
Marco Muscolo, studente, Bologna
Adriano Lotito, studente, No Austerity, Bologna
Giampiero Sala, No Austerity, Milano
Alessandro Mazzolini, Si.Cobas, Cremona
Mirko seniga, operaio, Si.Cobas, Cremona
Sabrina Volta, insegnante, Parma
Riccardo Stefano D'Ercole, studente, Andria (Bat)
Stefano Bonomi, Si.Cobas, Bergamo
Daniele Cortinovis, operaio, Bergamo
Laura Sguazzabia, insegnante, Cremona
Mauro Buccheri, insegnante precario, Cub, Caltanissetta
Simone Piazzi, Laveno Mombello, Varese
Marco Romoli, Livorno
Federico Bonaccorsi, Livorno
Anna Eleuteri, Irlanda, ex iscritta Siptu
Francesco Lazzerini, Pisa
Filippo Incorvaia, Attac, Vercelli
Mario Cirella, presidente Sindacato lavoratori in lotta, Napoli
Francesca Paola Liborio, Bologna
Michele Paradiso, Bari
Giuseppe Ideni, Pisa
Carmelo Donato, Agrigento
Mario Pandolfi, Salerno
Gino Vallesella, insegnante, Vicenza
Gianni Sguazzabia, Spi Cgil, Cremona
Alessandro Carcano, Cub, Monza
Marika Stokic, Cub Sanità, Firenze
Andrea Dal Sasso, Reggio Emilia
Giuseppe Giannini, Ruvo del Monte, Potenza
Alfredo Ciano, Torre Annunziata, Napoli
Michele Catapano, coordinatore Uds Andria, Pdac
Maria Perego, Donne in lotta No Austerity, Cremona
Mino Cappettini, Cub, Milano
Margherita Maisto, studentessa, Uds, Andria
Annalisa Roveroni, Istituto Sviluppo Olistico, Parma
Conny Fasciana, Cub Caltanissetta, Pdac
Mario Zuffo, associazioni varie
Anna Cammarata, Donne in Lotta No Austerity, Vicenza
Celine Danti, Pdac, Milano
Alberto Madoglio, coordinamento regionale Fisac Cgil Lombardia
Angelo Frigoli, rsu Cub Ospedale di Cremona 
Fabiana Stefanoni, Precari scuola Cub Sur, No Austerity, Modena
Matteo Frigerio, Si.Cobas, Milano
Giacomo Petrelli, Cobas/Cub/Usb Poste, Bari
Giovanni "Ivan" Alberotanza, No Austerity, Gissi (Chieti)
Giacomo Biancofiore, Puglia
Errico De Maio, Domodossola (VB)
Giovanni Regali, Slai Cobas, coordinatore Tpl Toscana
Francesca Paola Liborio, Bologna
Giuseppe Cundari, Siena
Gabriele Dessi, macchinista Trenitalia, Cat, Sassari
Mariopaolo Sami, Vigile del fuoco, Genova
Riccardo Chiavarini, Perugia
Mauro Covili, educatore professionale Ausl di Bologna, delegato Usb Sanità
Gianni Sartori, giornalista freelance militante, Nanto (VI)
Stefano Avanzini, insegnante, direzione provinciale Gilda Unams di Modena, Pavullo
Sonia Trigiante, Reggio Emilia
Santi Lombardo, Messina
Fiorenzo Maghini, ex sindacalista cisl ora Cub, Pcl, Lentate sul Seveso (MB)
Matteo Valentini, operaio Flmuniti Cub, Reggio Emilia
Michele Giacomo Savazzi, Stroncone, Terni
Eliano Cruciani, Pomezia, Roma
Lucio Luciani, Banco di Napoli Spa, Cosenza
Vincenzo De Marco, Fiom, Casteltermini (AG)
Roberto Mancin, Cobas Università Torino, Pcl
Michele Rizzi, coordinatore Pdac Puglia
Silvano Merighi, lavoratore Ferrari spa, Modena
Lorenzo Annibali, Rsu Fiom Cgil, Alpago (BL)
Massimo Bolognini, rsu Cub Poste, Bologna
Gabriele Vesco, Spi Cgil direttivo metropolitano Venezia
Fabrizio Vencini, Vaglia, Firenze
Giusy Carnemolla, Cub Ragusa
Elio Mugnaini, Firenze
Francesco Di Mauro, segretario Cub Sallca Campania
Dino Novembri, segretario nazionale CONFAIL Cobas del Marmo, Carrara (MS)
Monica Maccentelli, rsu USB Asp Città di Bologna
 

Manda la tua adesione a questo appello scrivendo a 
info@coordinamentonoausterity.org
 
indicando nome, cognome, città, eventuale sindacato o incarico sindacale o organizzazione di appartenenza.
Possono essere mandate anche adesioni di sindacati, rsu/rsa, comitati di lotta. 
 
PUOI ADERIRE ANCHE CLICCANDO QUI:
http://www.coordinamentonoausterity.org/firmaappellonoaccordorappresentanza/ 
 
Stiamo organizzando in varie città assemblee territoriali unitarie
contro l'accordo della vergogna
e contro gli attacchi al diritto di sciopero.
 
Se siete interessati a partecipare o organizzare iniziative anche nel vostro territorio contattateci: info@coordinamentonoausterity.org

mercoledì 4 giugno 2014

verso l' 11 luglio

Da radio onda d’urto L’undici luglio i capi dell’Europa vogliono incontrarsi per decidere del nostro futuro. Saremo presenti anche noi, perché quel giorno sotto i riflettori dell’Europa si imponga la voce di quanti non trovano rappresentanza dentro queste istuzioni; di quanti, anzi, abitualmente ne pagano i costi, col proprio impoverimento, con la propria precarizzazione, con la perdita di autonomia e di controllo sulle proprie vite. Di fronte a processi di impoverimento drastici di fasce crescenti della popolazione, la governance europea risponde con vertici come questo, col ricatto che lega il reddito e l’inclusione sociale alla disciplina del lavoro e di una produttività sempre maggiore. Noi riteniamo, invece, che la ricchezza non sia sottoprodotta, ma mal distribuita; che il problema non sia lavorare di più, ma sganciare le nostre vite e il nostro diritto a vivere degnamente dalle strategie con cui governanti ed imprenditori ristrutturano il mercato del lavoro. A chi ci vuole imporre dall’alto un discorso sulla nostra “occupazione”, contrapponiamo un discorso allargato, che ponga la questione del reddito, della precarietà, dei beni comuni, di una battaglia radicale contro lo status cui sono costretti i migranti e i profughi. Questo vertice coinciderà anche con l’apertura di un semestre europeo governato da quel Renzi che ha messo d’accordo in Italia tutte le frazioni del padronato, il media maistream nella sua totalità, presentandosi come il miglior allievo e collaboratore della dottrina di austerity imposta dalla Trojka. Diventa ancora più urgente, dunque, allargare ad un orizzonte europeo il fronte dell’opposizione alle politiche del nostro impoverimento. Costruendo una mobilitazione vasta e che vorremmo transnazionale. Immaginando un’opposizione alla Trojka che si sottragga all’alternativa impotente Europa sì/Europa no. Che guardi ad un continente della conflittualità in divenire da produrre con le pratiche dei movimenti sociali perchè l’unica progettualità davvero comunitaria è quella che passa per l’abbattimento delle gerarchie che ci opprimono e la redistribuzione delle ricchezze che ci sono sottratte. Costruire un percorso comune vuol dire gettare le basi che lo rendono possibile. Per questo l’assemblea ha chiesto, fin dai primi interventi, trovando conferma, la convocazione di uno sciopero generale per la giornata dell’11 luglio, per permettere la partecipazione di tutti i lavoratori. Vuole anche dire sedimentare una forza che venga dai percorsi che possiamo costruire sui territori e che apra alla possibilità di una stagione da rilanciare. Non ci interessa costruire eventi quanto attivare processi, con un passato ed un futuro di possibilità. Per questo ci impegneremo a costruire assemblee nei nostri territori, che allarghino la partecipazione e il fronte di un’inimicizia sempre più necessaria. Per questo abbiamo individuato nell’ultima settimana di Giugno lo spazio di una mobilitazione che confluisca in una giornata comune (26 giugno) su obiettivi di lotta condivisibili e concreti: banche, agenzie di riscossione dei crediti, centri impiego e media, intesi come un apparato ormai direttamente politico. Molte altre iniziative che si svilupperanno sul territorio nazionale costituirnanno altrettanti momenti di rilancio di questo percorso comune. Nella prospettiva di una processualità politica e sociale in continuità con un anno di movimenti, #civediamolundici Luglio perchè sia punto di partenza di processi larghi di conflittualità a venire. Movimenti sociali e sindacati conflittuali contro la precarietà e l’austerity Breve sintesi degli interventi in http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/11928-report-dellassemblea-nazionale-di-torino-#civediamolundici

lunedì 14 aprile 2014

L'APPALTIFICIO LOMBARDO

La Lombardia, si sa, è terra di "eccellenze" nel bene e, soprattutto, nel male. Così anche la Provincia di Cremona ha avuto la sua parte di “gloria” nella bufera giudiziaria che ha decapitato i vertici, ora agli arresti, di “Infrastrutture Lombarde spa”, la controllata che per conto della Regione Lombardia gestisce gli appalti e la realizzazione delle grandi opere (Expo 2015, ospedali, scuole, autostrade, ecc.). L'autostrada Cr-Mn infatti figura negli atti dell’inchiesta della Procura di Milano per una presunta irregolarità nell'affidamento di un consulenza legale del valore di 240 mila euro. Il direttore di Stradivaria spa, Francesco Acerbi, in una recente intervista ad un settimanale locale si dice in proposito amareggiato e affatto preoccupato da semplici irregolarità riguardanti sole consulenze legali, omettendo però di ricordare che le otto (per ora) persone, finite agli arresti devono rispondere di associazione per delinquere, truffa ai danni della Regione e falso. Dall’ordinanza di custodia cautelare emerge che attorno ad Infrastrutture Lombarde esisteva un sistema ben rodato che garantiva ad un ristretto gruppo di professionisti (avvocati e ingegneri) e imprese l’assegnazione di appalti e consulenze. Una sorta di “struttura parallela costituita da consulenti esterni” che avrebbe pilotato gli incarichi in modo da privilegiare gli stessi consulenti, ma anche garantirsi ritorni in termini di controllo degli appalti stessi. Secondo il Gip (giudice per le indagini preliminari) i vertici della Regione Lombardia sapevano e c’era la piena consapevolezza di tutte le parti in causa di agire in un ambito di diffusa illegalità. Recentemente il Prefetto di Milano nella sua relazione alla Commissione Antimafia scriveva: “…una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”. Da tutto ciò emerge un quadro di illegalità diffusa che ha come conseguenza, oltre a quella di portare nella programmazione regionale e nazionale opere molto spesso assolutamente non necessarie, quella di eludere sistematicamente le norme nazionali sugli appalti e Comunitarie sulla libera concorrenza. Chiediamo pertanto alla Giunta Regionale di mettere la parola fine alla realizzazione di un'opera inutile ed anacronistica come la Cr-Mn i cui costi ci risultano nel frattempo lievitati di circa il 50% portandone il valore complessivo alla ancora più insostenibile cifra di 1,5 miliardi di euro ed a fronte dei quali la società concessionaria chiede ora un contributo pubblico regionale di 500 mln di euro (5 volte quello iniziale) per riequilibrare il piano finanziario. Ricordiamo infine al presidente Maroni che lo strumento contrattuale per chiudere la questione esiste, e senza oneri per la Regione: si chiama DECADENZA (art. 36 della convenzione di concessione). Qualsiasi altro tentativo in atto per chiudere diversamente la vicenda sarà da noi prontamente denunciato e sottoposto al vaglio delle autorità competenti. Piadena, lì 30 marzo 2014 Coordinamento dei Comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia Lega di Cultura di Piadena

martedì 18 marzo 2014

l miracolo del bookmaker

Il governo Renzi raccoglie le scommesse sul 27 maggio, giorno della distribuzione dei pani e dei pesci. L'annuncio di un miracolo da 10 mld di euro si colloca in un percorso di continuità di azione governativa: non c’è nessun intervento di spostamento e redistribuzione della ricchezza e questo tranquillizza tanto la BCE quanto gli imprenditori italiani ed i detentori di patrimoni milionari. I 10 mld sono il segnale di mobilità di risorse sul mercato interno che la UE attendeva da tempo. Se quello che accadrà alla fine di maggio sarà quanto annunciato dal capo del governo, siamo di fronte ad una lucida operazione di dirigismo e di paternalismo che usa risorse accumulate con l'effimero calo dello spread, con la spending review, con i tagli lineari precedenti, col blocco ormai quinquennale dei contratti nel Pubblico Impiego. In gran parte soldi di lavoratori e lavoratrici, estorti dai governi che hanno gestito questi anni di ristrutturazione capitalistica. Quanto verrebbe messo in più in busta-paga per i redditi fino a 25.000 euro troverebbe la sua fonte soprattutto nei tagli già operati con la spending review: vale a dire tagli ai servizi sociali, privatizzazioni, vendita del patrimonio pubblico, mobilità massiccia nel pubblico impiego con chiusura di uffici e servizi, tagli ai trasporti, all'assistenza, alla tutela dell'ambiente. Nulla ritornerebbe a categorie come i pensionati, gli incapienti, i disoccupati, tutto il precariato. Anzi, se le aziende riceveranno solo uno sconto del 10% sull'IRAP, potranno altresì giovarsi di assumere manodopera allungando fino a 3 anni il periodo di prova (quindi evitando l'art.18 ed allungando fino a 36 mesi l'uso della a-causalità che consente di non dichiarare perchè si assume a tempo determinato anzichè a tempo indeterminato). Si inasprisce così l'uso di lavoro precario e flessibile, contemporaneamente al tramonto della CIG in deroga ed alla non efficacia della CIG ordinaria e speciale nel caso di cessazione dell'attività. Quasi irrilevante l'allineamento a livelli europei delle imposte sulle transazioni finanziarie. Altrettanto dicasi per il piano-casa del ministro Lupi a fronte dell'emergenza alloggi in tutto il paese per l'insufficienza di reddito familiare a coprire spese per affitti, mutui e utenze. L'iniezione di liquidità nei salari di 10 milioni di lavoratori dipendenti, intervenendo sulla sola leva fiscale, sembra sancire una situazione di fatto da un lato e dare un netto segnale per il futuro: non sarà più la contrattazione nazionale di categoria o decentrata nei luoghi di lavoro a produrre incrementi nelle buste-paga, quanto l'azione dirigista e paternalista del governo Renzi, che può ben più della lotta sindacale e della negoziazione. A questa è lasciata ormai la definizione del welfare d'azienda tramite gli enti bilaterali. Al governo l'occuparsi del cuneo fiscale e prendersi immeritati onori per una redistribuzione fittizia del maltolto. Se è fondata la regola economica che in tempi di bassi salari, ogni risorsa aggiuntiva nel bilancio familiare viene re-immesso nel mercato in consumi anzichè in risparmio gestito, allora si tratta di un bella manovra d'ossigeno per il sostegno alla domanda aggregata, ma senza creazione di nuovi posti di lavoro, come del resto prevede l'ultimo rapporto ILO, pur con ripresa del PIL. Nessuna strategia di uscita dunque, ma solo una manovra di galleggiamento in un panorama in cui nessuno, neo-keynesiani o post-monetaristi, ha la benchè minima idea di come far ripartire l’economia nei paesi avanzati, come imporre uno sviluppo con occupazione, come regolamentare o intervenire sul corso degli eventi, se e come introdurre degli elementi di svolta nel funzionamento del sistema Ora è la volta del renzismo, passerà pure l'attivismo a sinistra per liste europee anti-UE, città e regioni avranno nuove amministrazioni magari di centro-sinistra, ma resta l'esigenza e l'urgenza di un movimento che sappia federare e mettere insieme in maniera non episodica tutta la capacità di lotta possibile. E dove se ne vede qualche traccia, i comunisti-anarchici ne sono protagonisti e sostenitori. Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese. Cdd FdCA Marzo 2014

venerdì 7 marzo 2014

Venezuela al bivio

Articolo originariamente scritto in spagnolo per l'ultimo numero del giornale anarchico cileno "Solidaridad". I fatti recenti che hanno scosso il Venezuela dimostrano non sono il livello di interferenza degli USA nella regione o la pervasiva tendenza a minacciare colpi di stato all'interno della elite venezuelana la quale ben conosce il manuale cileno per una stratega dei colpi di stato. Si evince soprattutto come ci siano tensioni latenti all'interno del modello venezuelano, il quale dovrebbe iniziare a funzionare dal basso, tramite la lotta. Oggi più che mai ai rivoluzionari sono necessari gli strumenti della critica, piuttosto che l'attitudine alla passiva approvazione di qualsiasi cosa decida di fare la dirigenza bolivariana. I fatti recenti che hanno scosso il Venezuela dimostrano non sono il livello di interferenza degli USA nella regione o la pervasiva tendenza a minacciare colpi di stato all'interno della elite venezuelana la quale ben conosce il manuale cileno per una stratega dei colpi di stato. Si evince soprattutto come ci siano tensioni latenti all'interno del modello venezuelano, il quale dovrebbe iniziare a funzionare dal basso, tramite la lotta. Oggi più che mai ai rivoluzionari sono necessari gli strumenti della critica, piuttosto che l'attitudine alla passiva approvazione di qualsiasi cosa decida di fare la dirigenza bolivariana. La genesi del bolivarismo Un evento che ha segnato la storia recente del Venezuela è stato il Caracazo, quel gigantesco, spontaneo moto popolare contro le misure di ristrutturazione decretate dal governo social-democratico di Carlos Andrés Pérez nel 1989, che finì con un bagno di sangue per la morte di un numero di venezuelani tra i 500 ed i 2000. E' sorprendente notare che a tutt'oggi non ci siano cifre certe sul numero dei morti, quasi a dimostrare che fossero dei signor "nessuno", dei "marginali", degli "usa e getta". Dopo essersi fatto una reputazione per il suo tentativo di colpo di stato nel 1992 - in diretta risposta ad un governo ampiamente ritenuto come illegittimo dalle classi popolari - l'ufficiale in pensione Hugo Chávez Frías si presentò alle elezioni del 1999, un outsider nella cerchia dei potenti, i quali durante il cosiddetto periodo del Punto Fijo, si dividevano le quote di potere tra due partiti. I suoi discorsi populisti e diretti, la sua denuncia di uno status quo esasperato dalla crisi del petrolio che erodeva la corrotta rete del clientelismo, fecero colpo immediatamente sulla maggioranza, esclusa dal sistema politico-economico. Sebbene le sue prime misure redistributive fossero alquanto timide, Chávez si trovò immediatamente contro l'elite dei potenti perchè per la prima volta nella storia della repubblica costoro erano fuori dai circoli del potere. Questo brusco cambiamento venne ratificato nel 1999 con l'assemblea costituente, dove i vecchi partiti non c'erano più. La nuova Costituzione, a cui si rifà oggi persino la Destra guidata da Capriles, aveva stabilito certe garanzie sociali e certi diritti di cui erano beneficiari settori precedentemente esclusi dall'accesso all'istruzione o alla salute, in controtendenza con il neoliberismo dominante a livello mondiale. Erano previsti principi di forme di partecipazione democratica da sperimentare con l'istituzionalizzazione del Poder Ciudadano. Dal punto di vista delle garanzie, questa Costituzione rimane un caso unico per quanto riguarda il riconoscimento del diritto alla disobbedienza civile nei casi in cui il governo si trovi a violare la Costituzione. Gli anni seguenti furono anni di cambiamento all'interno della svolta a sinistra portata dal progetto politico chavista; ad ogni tentativo di farlo cadere, le masse alla base del progetto bolivariano rispondevano con richieste sempre più grandi. Tra questi tentativi bisogna citare il colpo di stato dell'aprile 2002 e poi la serrata dei padroni dal dicembre 2002 al febbraio 2003, entrambi nettamente sconfitti dalla mobilitazione popolare e dal sostegno dell'esercito al processo bolivariano. La serrata padronale, incentrata sul blocco della produzione di petrolio, vide i lavoratori autogestire l'industria petrolifera consentendeo all'economia di non arrestarsi. Da questo processo, la classe capitalista dei rentier ne uscì sfinita ed importanti settori di essa vennero spodestati dal potere quando Chávez licenziò 19.000 persone tra tecnici, direttori e quadri. Il progetto bolivariano prendeva così il controllo della produzione del petrolio e dava inizio ad una serie di programmi sociali chiamati "missions", con cui i diritti sociali appena conquistati venivano estesi alle aree più emarginate del paese. Ma anche in questo processo, l'esperienza dell'autogestione non proseguì e sebbene sotto nuove forme si fece ritorno alle stesse dinamiche lavorative precedenti. Ma fu solo dopo la vittoria al referendum di conferma del 2004 e dopo la sua schiacchiante vittoria nelle elezioni presidenziali del dicembre 2006 che Chavez osò pubblicamente parlare del suo progetto in termini di "Socialismo del 21° secolo". Socialismo del 21° Secolo Chávez così intendeva i 5 motori della costruzione del socialismo: nazionalizzazione delle telecomunicazioni e dell'elettricità; controllo del 60% delle operazioni petrolifere sui mercati multinazionali della Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA, compagnia di stato del petrolio e del gas); riforma costituzionale per fare del Venezuela una Repubblica Bolivariana Socialista; formazione politica e lotta idelogica al predominante pregiudizio capitalista; un nuovo sistema di amministrazione territoriale del paese in linea con i bisogni del popolo; e lo sviluppo di organismi di potere nel territorio. Era inteso che queste misure dovessero portare dallo sviluppismo al poder popular. Inizialmente le prime misure per lanciare il potere popolare, come i comitati cittadini e della terra, giunsero invariabilmente dall'alto, mentre proseguiva l'enfasi sulla redistribuzione attraverso le missions, che erano abilmente create by-passando le strutture della burocrazia amministrativa dello Stato, con un mix di mobilitazione sociale e di partecipazione dell'esercito. Questi organismi portarono forse ai più spettacolari passi avanti del progetto bolivariano, come ad esempio la eliminazione effettiva dell'analfabetismo. Altre iniziative ebbero risultati più alterni a causa delle distorsioni provocate dall'economia di rendita del petrolio e dal Male Olandese (relazione tra sfruttamento delle risorse naturali e declino del settore manifatturiero, ndt) , insieme con la persistenza di un abnorme Stato clientelare. La riforma agricola ne è un buon esempio. Il Venezuela importa il 70% del suo fabbisogno di cibo, il 12% della sua popolazione è rurale ed il 5% dei latifondisti nel 1997 controllava l'80% delle terre. Fin dal 2005, diversi contadini hanno avuto dei terreni ed è stata incentivata la migrazione dalle aree urbane verso la campagna; tuttavia, non fu facile raggiungere l'obiettivo della sovranità alimentare poichè le distorsioni provocate dall'economia del petrolio rende la produzione di cibo più dispendiosa di quella dei paesi confinanti col Venezuela. Paradossalmente, Mercal, i magazzini sussidiati, vendono la maggior parte del cibo importato grazie ai prezzi molto bassi. E alla lenta espansione della produzione del cibo (più bassa della domanda), si deve aggiungere il problema del sabotaggio e dello stoccaggio. Lo stesso controllo operaio risulta contraddittorio. I primi espropri fatti da Chávez risalgono al 2005 quando alcune compagnie passarono sotto il controllo dei lavoratori, da soli o insieme allo Stato. Ma i lavoratori più radicalizzati che chiedevano di abbandonare i vecchi modelli gestionali, di tener conto non solo del profitto ma anche dei bisogni e della sostenibilità quali criteri di produzione, di mettere fine alla divisione tra lavoro manuale ed intellettuale, si ritrovarono quale peggior nemico proprio lo stesso Ministro del Lavoro, mentre Chávez prendeva le distanze dai più radicali fino a quando nel 2009 il suo interesse verso di loro ritrovò slancio per la campagna contro la "corruzione". Molte compagnie erano state lasciate da sole in quella sorta di truffa che fu il "socialismo in una sola fabbrica", mentre settori della sinistra denunciavano questo avventurismo, optando per modelli puramente statalisti. Ma oltre le industrie esistenti, il sogno della diversificazione economica rimase elusivo: l'economia continuava ad essere dominata dai profitti del petrolio e la creazione di iniziative come le cooperative finivano in un circolo vizioso - il tasso di scambio distorto dall'economia parassitaria non aiutava la competitività sul mercato in base alle leggi capitaliste in forza in Venezuela e nella regione, mentre i sussidi ed il sostegno a queste iniziative di diversificazione dipendevano dai profitti petroliferi, che finivano col rafforzare la debolezza strutturale dell'economia di produzione. Uno Stato della comunità? Un importante aspetto di come il progetto bolivariano intendeva il potere popolare è lo sviluppo dei consigli di quartiere, che dovevano essere le basi di quella che Chavez chiamava la transizione dallo Stato Borghese allo Stato della Comunità. Ispirati dalla esperienza partecipativa di Porto Alegre, questi consigli sono strumenti della comunità per lo sviluppo e l'implementazione di progetti della comunità. Ma dovettero fare i conti con l'opposizione locale dei caciques (boss politici), delle agenzie statali e persino del sistema bancario che si pensava dovesse finanziare questi progetti. Le strutture clientelari della politica tradizionale e della burocrazia erano diffidenti verso queste esperienze di comunità che erano diventate troppo indipendenti. Nonostante la riduzione della povertà e l'avvenuto sradicamento dell'analfabetismo e della malnutrizione, la questione del potere continua ad essere l'aspetto dirimente da cui dipende non solo il futuro del "processo" ma anche il mantenimento di ciò che è stato raggiunto in questo decennio di sperimentazione sociale. Nonostante l'interazione di iniziative dal basso con quelle dall'alto, le contraddizioni tra lo Stato e le comunità restano come elemento chiave delle dinamiche politiche del processo. In particolare perchè lo Stato, a partire dalla rimozione dal potere dei vecchi Punto-Fijistas, è diventato la nicchia della tradizionale classe al governo, mentre coloro che sono i nuovi arrivati nei circuiti statali hanno rapidamente acquisito quelle pratiche clientelari corrotte e gerarchiche che esistono da decenni. Da questa nicchia costoro boicottano il cambiamento e diventano ricchi, continuando a indossare le loro magliette rosse. Per la maggior parte delle volte, il Chavismo ha garantito privilegi per i burocrati obbedienti, per quanto corrotti, ed ha chiuso un occhio sulle tangenti che prendevano. Tutte cose che rafforzano la Destra, anche se dovesse significare mettere a tacere quei settori popolari che ne fanno denuncia. La peggior cosa di una cricca è non farne parte. Così recita un noto detto in Colombia e Venezuela. L'assenza di una dirigenza collettiva, il caudillismo ed il verticismo, rappresentati nella logica dello Stato, sono stati i principali nemici di questo processo di cambiamento sociale. Tutto questo è diventato evidente alla morte del "comandante" nel marzo 2013. E ora: andare avanti o mettere fine al "processo"? Dopo le elezioni locali di dicembre, che la Destra parassitaria ha usato come una sorta di referendum e da cui i Chavisti ne sono usciti a pieni voti, la recentissima svalutazione ha dato un'opportunità a quei settori per ritornare nelle strade dopo un decennio in cui non si erano visti. Quelli che hanno approfittato della fuga di capitali attraverso la trasformazione dei milionari profitti petroliferi in depositi privati all'estero grazie alla Commissione per l'Amministrazione del cambio di valuta(CADIVI) hanno suonato la carica con l'annuncio che questo sistema deve essere sostituito con uno nuovo (Centro Nazionale per il Commercio Estero - CENCOEX), hanno urlato conro l'inflazione e contro il deficit che essi stessi hanno in gran parte provocato. Non ci dimentichiamo che in questa guerra economica più di 50mila tonnellate di cibo base stoccato era stato requisito fin dai primi del 2013, mentre affaristi di ogni risma hanno speculato sui mercati internazionali, come nel caso degli elettrodomestici, con tassi di profitto del 1,000%. Il problema non è che stanno rialzando la testa - quanto che i i loro privilegi non sono stati toccati e dalle loro roccaforti hanno ancora risorse ed organizzazione per difendere i loro privilegi assoluti. Il problema è che i settori popolari che vogliono aumentare il loro potere, il loro controllo e la loro autonomia, vengono contenuti, persino repressi, mentre i soliti sospetti vedono i loro privilegi minacciati ma non toccati, in una situazione da cui si dovrà comunque uscire. Il problema è che il controllo della banca sul commercio estero è rimasto nelle mani del capitale finanziario, che non c'è nessun controllo popolare sul commercio, neppure sanzioni per il cartello che minaccia la gente con la fame. Il problema come dice Roland Denis, è questo: "un modello di capitalismo di stato parassitario e di rendita, che sotto le sue politiche di controllo, di concentrazione del potere e di sostituzione del controllo sociale con tecnocrati o con funzionari burocrati, non solo ha reso più ricchi i ricchi, in barba alla carità ed alle politiche di giustizia sociale, ma ha distrutto le forze produttive, i creatori di una società di lavoratori e di una società di piccoli produttori privati in cooperativa (...) Un modello che porta le classi medie produttive alla scomparsa, che fa impazzire una crescente domanda di consumi, che rende del tutto evidente l'incapacità di una risposta tramite un'economia di Stato (che importino o producano, le imprese di Stato sono in fallimento a causa della loro inutile mentalità che conduce alla distruzione della produttività sociale). Un modello che sta riattivando la curva di impoverimento attraverso l'inflazione e la disoccupazione crescente, a causa dell'economia improduttiva, facendo diminuire così il valore del lavoro giorno dopo gorno, incurante dei salari nominali"[1]. Ci sono solo due modi per affrontare l'attuale situazione: una è la repressione di coloro che si sono mobilitati mentre chiamavano al dialogo gli organizzatori della protesta. Questa è la strada che Maduro ha scelto tempo fa. L'altra è scatenare la forza del popolo e spingere le trasformazioni sociali verso una prospettiva socialista e libertaria per eliminare l'elite parassitaria che sta facendo sanguinare il paese e che non sarà felice finchè non vede svanire definitivamente quella minaccia più immaginaria che reale che punta all'abolizione del loro privilegio. A parte le misure immediate (quali l'armonizzazione del prezzo del petrolio, il contenimento della fuga di capitali, della speculazione e dei cartelli), è essenziale capire la reale natura delle contraddizioni sociali di fronte al "processo". Non è sufficiente riconoscere che nulla è perfetto e che sia naturale che ci siano delle contraddizioni. Questa contraddizioni devono essere identificate, discusse, criticate e corrette. Non possiamo solo circoscriverle, giustificarle ed ancor meno trarne virtù e intanto chiudere gli occhi di fronte alla impeccabile "leadership" dei dirigenti. Oggi il popolo non può essere un agente passivo e nemmeno truppe d'assalto del governo: le persone devono riprendere la loro capacità di azione politica, agire per se stessi, con il loro proprio programma, perchè il socialismo non sarà costruito dallo Stato. Decentramento, sviluppo autonomo degli organi del potere popolare e controllo sociale sono i compiti essenziali nel momento attuale. Ci deve essere un trasferimento di potere dall'apparato dello Stato ai movimenti popolari ed alle loro organizzazioni. Il vecchio potere di classe sopravvive all'interno dello Stato ed i nuovi burocrati stanno acquisendo le stesse pessime abitudini. Non è da loro che nascerà la società ugualitaria, dal momento che lo Stato per definizione riproduce attivamente disuguaglianze ed asimettrie nel potere. Come ha scritto il giornalista Iain Bruce, analizzando il processo Bolivariano: "e come la metti con l'apparato esistente, quando tu per primo sei giunto al potere grazie ad esso (…)? (…) sta diventando sempre più chiaro che un certo numero di quelli che si sono piazzati nel vecchio edificio (…) si rtrovano molto bene nelle loro nuove sedi e si sentono tranquillamente inclini a contrastare chiunque voglia buttare giù il vecchio edificio per sostituirlo con un tipo di costruzione completamente diversa"[2]. Oggi, la discussione non si può ridurre a come colpire le tendenze golpiste. C'è bisogno anche di colpire l'inerzia, il burocraticismo ed il culto dello Stato, che si rafforzano reciprocamente. Dobbiamo lottare per una alternativa socialista e libertaria, perchè le mezze vittorie non sono niente altro che totali sconfitte. José Antonio Gutiérrez D. 26 Febbraio 2014 Traduzione a cura di FdCA Ufficio Relazioni Internazionali. Note: 1. "Desactivar el Fascismo", 22 February 2014. 2. Iain Bruce, The Real Venezuela, 2008, p. 184

giovedì 27 febbraio 2014

OMOLOGAZIONE PERCHE NO AGLI OGM! O BIODIVERSITA?

In questi giorni la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro lo Stato italiano per il divieto di coltivare, sul territorio nazionale, mais geneticamente modificato “Mon810”, imposto dal governo con il decreto firmato nel luglio 2013 dai ministri alle Politiche agricole, alla Salute e all’Ambiente. L’annullamento del decreto interministeriale produce un vuoto legislativo che permetterà, ancora una volta, ad un gruppo molto aggressivo di agricoltori friulani di coltivare mais ogm contro la volontà della maggioranza degli italiani. La regione FVG, intanto, discute la modifica della legge regionale con la quale intende introdurre le norme di coesistenza, aprendo, di fatto, la strada a quelle poche multinazionali (Monsanto–Dupont, Syngenta) che tendono a controllare la produzione di cibo nel mondo, minando in questo modo i principi di sovranità alimentare e gli assetti della biodiversità attraverso il controllo brevettuale, l’oligopolio delle sementi, dei fertilizzanti dei diserbanti e di tutta la filiera alimentare. 28 FEBBRAIO - 20:30 AUDITORIUM DELLA REGIONE VIA ROMA 2 - PORDENONE OMOLOGAZIONE PERCHE NO AGLI OGM! O BIODIVERSITA? Conferenza dibattito Interverranno Marcello Buiatti professore ordinario di genetica all’Università di Firenze Alessio Gratton presidente della Commissione Agricoltura in Regione organizzato da COORDINAMENTO PER LA TUTELA DELLA BIODIVERSITA` FVG La cittadinanza é invitata a partecipare

Palestina-Israele, il profumo della vittoria si avvicina grazie al contributo della lotta unitaria*

Palestina-Israele, il profumo della vittoria si avvicina grazie al contributo della lotta unitaria* I media israeliani sono del tutto ossessionati dalla escalation della campagna B.D.S. (Boycott, Disinvest, Sanctions, ndt) come se sapessero cose che non possono rivelare. Sia i sostenitori che i detrattori della fine dell'occupazione iniziano a ritenerla immanente in un futuro non lontano. Una componente del capitalismo israeliano, colpita dal boicottaggio e timorosa che possa andare sempre peggio ha iniziato a spingere per una accelerazione della fine dell'occupazione. Un centinaio di capitalisti israeliani si sono recati alla conferenza di Dabus dove si sono ufficialmente costituti in organizzazione. Sul campo, sembra che le forze di stato israeliane stiano aumentando la repressione sulle lotte in corso così come stanno forzando gli sgomberi di interi villaggi da territori considerati strategici. Bil'in celebrerà il nono anniversario della sua lotta incessante il 28 febbraio. Bil'in manifestazione settimanale del 14.02.2014 https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7936211440003...18321 I militanti dell'organizzazione comunista-anarchica Ahdut gradualmente si integrano nella lotta unitaria. "Anarchici israeliani contro il muro e contro gli insediamenti, sempre insieme ai palestinesi contro l'occupazione israeliana. https://www.facebook.com/hamde.abu/media_set?set=a.3784...80860 Invito per il corteo di Bil'in nel 9° anniversario di venerdì 28\2\2014 21-2-14 https://www.facebook.com/media/set/?set=np.125234397.10...53245 AlMasara venerdì 14.2.2014 https://www.facebook.com/media/set/?set=np.124975114.10...53245 Nabi Saleh 14.2.2014, manifestazione settimanale le forze israeliane hanno brutalmente represso la protesta di oggi a Nabi Saleh sparando una cospicua quantità di lacrimogeni che hanno provocato crisi da soffocamento per decine di manifestanti, tra cui bambini e donne in corteo. I manifestanti hanno scandito slogan di amore per la Palestina, contro la brutale occupazione israeliana e la totale mancanza di quasiasi forma di giustizia e di pace. Le forze israeliane hanno anche sparato proiettili di gomma sui manifestanti pacifici dichiarando tutta l'area zona militare. I manifestanti che volevano raggiungere le terre minacciate da confisca sono stati bloccati e raggiunti da lacrimogeni. Scontri tra giovani e forze israeliane sono durati per ore. I manifestanti hanno anche protestato per il blocco dell'ingresso a Nabi Saleh con un grande cancello metallico messo dalle forze israeliane e per la distruzione di una tenda eretta dai residenti sulle loro terre. https://www.facebook.com/media/set/?set=a.4937015974162...50543 https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7935828540041...18321 TAMIMI PRESS https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7023638098081...62736 David Reeb http://youtu.be/zN8TrEPAuNc 21-2-2014 Il comitato di resistenza popolare a Nabi Saleh (Intifada) ha lanciato un appello per una strategia nazionale della resistenza popolare in Palestina allo scopo di far crescere il movimento e raggiungere l'obiettivo della liberazione della Palestina. https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7054204895024...62736 https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7983860935238...18321 Ni'ilin 02/14/2014 manifestazione israelpnm http://www.youtube.com/watch?v=PQy7cwp5tV8 Qaddum 14-2-14 https://www.facebook.com/media/set/?set=a.6972358036318...14816 Odai Qaddomi http://www.youtube.com/watch?v=pSUEoAbaYNM 21-2-2014 L'esercito israeliano ha represso il corteo a Kafr Qudoom causando molti casi da soffocamento. Oggi a K Q corteo con quasi 50 soldati che hanno preso parte all'azione di repressione sui manifestanti usando gas lacrimogeni e bombe assordanti insieme a proiettili metallici coperti di plastica. Il corteo come al solito è partito dopo le preghiere con la partecipazione di centinaia di residenti, amici internazionali ed israeliani. L'esercito ha sparato molti candelotti lacrimogeni su di noi sia dai fucili che dalle jeep. Noi, popolo di KAFR QUDOOM crediamo nel nostro diritto ad avere la libertà di circolazione sulle strade e la fine dell'occupazione. Al tempo stesso subiamo la repressione israeliana in molte forme: arresti, invasioni del villaggio, danni alle case, posti di blocco infiniti https://www.facebook.com/media/set/?set=a.7006407632913...14816 http://www.youtube.com/watch?v=Lx4s1AVGMEg Colline sud di Hebron Maltrattamenti continui ai danni di contadini e pastori palestinesi sulle colline sud di Hebron da parte di coloni e soldati israeliani. Costoro hanno preso possesso delle terre e ne impediscono l'accesso. Sabato 22 febbraio, ci saranno iniziative in diverse località dell'area, con accompagnamento di pastori e contadini palestinesi sulle loro terre per aiutarli a resistere per i loro diritti. Senza la presenza degli attivisti, molti contadini non ce la fanno a coltivare la terra. C'è un rapporto diretto tra la presenza di molti attivisti e la possibilità di lavorare per i contadini per avere una vita relativamente normale. Hebron "Hebron segna il 20° anniversario del massacro fatto da Baruch Goldstein nella moschea di Ibrahimi. All'alba del 25 febbraio 1994, Baruch Goldstein, un colono e fisico, aprì il fuoco su centinaia di fedeli musulmani nella moschea, uccidendone 29. A Hebron/Khalil, ci sarà una manifestazione per chiedere l'apertura di Shuhada Street. Questa strada che era la strada del mercato ed il centro sociale della città, è chiusa ai palestinesi da dopo il massacro di Goldstein nel 1994, per cui gli stessi residenti sono obbligati a salire sui loro tetti per accedere alle strade adiacenti. La manifestazione per aprire Shuhada street è stata tra le più dure che io ricordi. L'esercito ha violentemente disperso i manifestanti e l'eco dei colpi da sparo rimbalzava forte tra le case. Non meno pesante dei lacrimogeni, delle granate assordanti e dei proiettili è la vista del posto di blocco nel centro della strada, nel centro di ogni cosa, il peggiore significato della parola occupazione." venerdì- 21 febbraio 2014 Circa 2000 manifestanti a Hebron, attivisti di vari partiti ed organizzazioni, attivisti internazionali ed israeliani (tra cui anarchici), si sono radunati per sfidare la continua chiusura e le restrizioni alla mobilità del palestinesi nella loro città, chiedendo l'apertura di Shuhada street. L'esercito ha risposto com raffiche di lacrimogeni, proiettili d'acciaio ricoperti di gomma e granate assordanti sparati direttamente sui manifestanti nel tentativo di disperderli. Parecchi i feriti. Un manifestante è stato ricoverato in ospedale dopo una ferita alla testa. Cinque persone sono state arrestate nel pomeriggio di venerdì, mentre più di 13 sono state ferite nel corso della manifestazione annuale per l'apertura di Shudada Street organizata da Gioventù contro gli Insediamenti a Hebron in memoria dei 20 anni dal massacro alla moschea Ibrahimi. https://www.facebook.com/photo.php?v=10152212706102500 https://www.facebook.com/media/set/?set=a.4974621970401...50543 http://www.facebook.com/guy.butavia/media_set?set=a.101...92137 israelpnm http://www.youtube.com/watch?v=2W5Bi3tTllY David Reeb http://youtu.be/ol_NIPL2cL4 Sheikh Jarrah https://www.facebook.com/amir.bitan/media_set?set=a.797...37581

martedì 18 febbraio 2014

I DIRITTI SI CONQUISTANO A SPINTA. SOLIDARIETA’ AGLI INDAGATI PER L’ “ASSEDIO AL LUSSO!”!

30 persone saranno portate a processo con accuse che vanno da resistenza a pubblico ufficiale a lesioni. Ad essere contestati sono i fatti avvenuti lo scorso 21 dicembre durante l’assedio al lusso, quando alcune centinaia di persone tra studenti, occupanti di case e sfrattati, lavoratori e disoccupati si ritrovano in Piazza San Marco con l’obiettivo di portare la propria rabbia – quella di chi subisce la crisi e le politiche di austerità – nelle vie della ricchezza più sfrenata. La questura, dopo aver vietato la manifestazione e prescritto un presidio statico, schierò decine di celerini in via Cavour per impedire al corteo di uscire dalla piazza e prendere vita. Un fatto grave quanto inedito che voleva creare un pericoloso precedente sulla stessa libertà di manifestare in città. La piazza rifiutò il divieto e iniziò a spingere con determinazione sugli scudi dei poliziotti e, dopo aver resistito a tre cariche, impose alla questura un passo indietro riuscendo a partire in corteo e a dirigersi verso il centro-vetrina della città. Nelle aule di tribunale si vuole portare la vendetta di chi governa la città per una giornata di lotta che – come molte altre di questi tempi – ha avuto la capacità e la forza di dimostrare che i diritti à si possono conquistare con la lotta. Ancora una volta, dopo aver fallito con i manganelli, si affida alla magistratura il compito di spegnere quella rabbia sociale che continua ad espandersi ed organizzarsi dentro e contro l’austerity. Una rabbia che dopo l’assedio al lusso del #21D – e con maggiore forza - in questa città ha continuato ad emergere e quindi scontrarsi con chi governa la città: dall’occupazione di via dei Servi a quella di viale Gori, passando da via del Romito, la volontà di reprimere con la polizia le lotte di chi oggi pratica il proprio diritto alla casa ha dovuto fare i conti – come nella piazza del #21D – con la determinazione di una soggettività che non si arrende dinanzi ai manganelli, non cede ai ricatti, non accetta elemosine. Quel giorno ad entrare in conflitto non sono stati “gli antagonisti” e “le forze dell’ordine” ma due pezzi di città: la Firenze delle periferie abitate da chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, da chi subisce uno sfratto e occupa una casa, da chi è disoccupato o iper-sfruttato e la Firenze della ricchezza e del lusso che chi governa la città vuole far diventare una vera e propria “zona rossa” vietata alle manifestazioni di chi di quella ricchezza viene quotidianamente espropriato. E’ facile decidere da che parte stare! Esprimiamo, inoltre, tutta la nostra solidarietà ai compagni che in questi giorni sono stati sottoposti a misure cautelari a Roma e Napoli. Dal nord al sud del paese le istituzioni cercano di arrestare quel movimento ampio e determinato che si è ben rappresentato nella piazza della sollevazione del #19O e che a partire da questa sta continuando a diffondersi nei territori aprendo numerose crepe nel regime dell'austerity praticando dal basso riappropriazione e antagonismo. La libertà di manifestare non si tocca! Solidarietà ai compagni indagati! Movimento di Lotta per la Casa, Occupazione di via del Leone, Clash City Workers Firenze, Cobas Firenze, C.U.B Firenze, U.S.I Firenze, Ateneo Libertario Fiorentino, P.C.L. Firenze

sabato 8 febbraio 2014

Radiazione.info al Tuttinpiedi

Sab 8/2 h.18 TIP Presenta radiazione.info. h.20 Cenabenefit Salamedecasada, Carbonara cicchetti fagioli polenta frittatacipollesalsiccia. Prenota a 3493579247

venerdì 20 dicembre 2013

La polizia reprime l’azione degli anarchici cubani

A Cuba , la repressione di stato contro gli oppositori sta aumentando . A Cuba gli anarchici stanno lottando per disvelare la funzione della nuova riforma del mondo del lavoro imposta dal governo, progettata per spianare la strada ad un nuovo modello statale, da stato comunista-capitalista a stato capitalista-liberale. I nostri compagni anarchici sono stati arrestati , detenuti e licenziati a causa delle loro prese di posizione. Nel l'ultimo periodo , i membri anarchici di Observatorio Critico sono stati minacciati perché continuano a discutere pubblicamente e a denunciare le conseguenze di queste riforme . Domenica 29 settembre 2013 per esempio , 13 compagni hanno lottato per esprimere queste posizioni nel parco di El Curita . La polizia è intervenuta impedendo la discussione. Il Partito Comunista e l'Unione dei Lavoratori di Cuba hanno sollecitato pubblici dibattiti , ma solo nei luoghi di lavoro controllati delle istituzioni statali e delle sezioni sindacali. Un compagno, Isbel Díaz Torres, è stato arrestato. I poliziotti gli hanno riferito che non permetteranno alcuna attività controrivoluzionaria. E’ chiaro quanto siano differenti i due concetti di rivoluzione : quella della polizia e dello stato che mira a dare continuità all’esercizio del potere , e quella dei compagni che cerca di liberare e socializzare la capacità di autogestione popolare . Un altro compagno , Jimmy Roque , è stato recentemente licenziato. Queste intimidazioni e l'uso di metodi repressivi devono essere denunciati . Faremo del nostro meglio per aiutare i nostri compagni cubani che stanno affrontando la lotta, sostenendo la loro ricerca della “rivoluzione nella rivoluzione” . INTERNAZIONALE DELLE FEDERAZIONE ANARCHICHE (IFA) 2 dicembre 2013

giovedì 12 dicembre 2013

Destra, forconi, forze di stato sulle barricate della reazione

Nulla di strano. Tutto quello che sta accadendo era facilmente prevedibile. La discesa in piazza dei padroncini diseredati e dei ceti medi colpiti dalla crisi e dall’aumento delle tasse sta avendo un successo previsto. L a crisi della rappresentanza politica, o meglio l’impossibilità di organizzare gli interessi di ampi settori sociali falcidiati dalla crisi e dalle ricette neoliberiste sta producendo i suoi effetti. Tentazioni barricadiere cercano incautamente di inserire "i forconi" sociologicamente nella lotta contro lo Stato oppressore, altri adducono che ogni cambiamento epocale, come quello della ristrutturazione capitalistica in atto, genera inevitabilmente turbolenze. Agli analisti di un risico lineare ed improbabile, bisogna ricordare che la rivoluzione sociale comunista e libertaria che abbiamo in mente e nei cuori, è e resta il lato propositivo dello sviluppo rivoluzionario. Eravamo facili profeti quando scrivemmo, alcuni anni fa, che l’abdicazione della CGIL ad assumere un ruolo di difesa degli interessi di classe avrebbe alla lunga prodotto una risultante destroide della protesta. La quale oggi è di destra non solo per la presenza di fascisti nostalgici e di leghisti razzisti, che pure vi sono, quanto per la mancanza totale di ogni prospettiva di cambiamento sociale, e tantomeno in termini solidali ed egualitari. E non è un caso che la destra del paese, a partire dai suoi organi di disinformazione ne tessa le lodi e ne spieghi la sofferenza. Le tasse questi le vogliono ridurre solo per loro, e magari che un bello Stato nazionale gli garantisca pure la pensione e l’accesso alla sanità gratuita, e se proprio bisogna fare dei sacrifici, si possono sempre buttare a mare -in quanto a diritti- tutti gli immigrati e fargli pagare a caro prezzo la loro presenza sull’italico suolo.... Nella storia abbiamo altre volte avuto momenti di scontro di classe con implicazioni e prospettive reazionarie. Spesso non si sono tramutati in Ordine e Disciplina fascisticamente consolidati, nella Vandea in Fancia, dove contadini rissosi ed un po’ bigotti che ancora si erano attardati ad essere plebe reale vennero sterminati dai governanti della repubblica borghese nascente; e nemmeno ai kulaki russi andò meglio, dato che il loro interesse cozzava profondamente con le esigenze del nuovo Stato Sovietico. Ma andò meglio ai bottegai salvati dal fascismo e dal nazismo, che divennero parte importante dei nuovi stati corporativi. I camionisti ed il loro sciopero in Cile vennero caldamente ringraziati da Pinochet. Oggi siamo di fronte ad una ricomposizione della destra sociale, che passa attraverso la destra classica dei cascami berlusconiani, ma anche attraverso l'implosione del PD. Ma la parte da leone la fanno il grillismo diffuso, fatto di attacchi alla casta e al privilegio fini a se stessi, ed il leghismo razzista dispensato per venti anni a piene mani. Sono davvero costoro che possono ricucire in chiave nazionale le anime ed i sentimenti prodotti dalla tragedia di trenta anni di liberismo capitalista, magari con le nazionalizzazioni, con l'uscita dall’euro, con la ripresa del ruolo dello Stato, o come lo chiamiamo? Chi si dice rivoluzionario non dimentichi che concetti come comunità, nazione, lingua,patria, bandiera tricolore, fanno rabbrividire e non appartengono al movimento operaio e socialista, di cui noi storicamente facciamo parte; chi oggi si spiega questi fenomeni in chiave solo sociologica, chi cerca -orfano- di trovare nei forconi germi di una sommossa di classe, tutti costoro dimenticano che non hanno alcuna capacità di agire, ben altri sono quelli che riescono a dare una veste politica al malcontento. Con molta attenzione, occorre rendersi conto che le scorciatoie ed i miti del blocco totale del paese, del barricadismo fine a se stesso, senza costruire coscienza solidale ed ugualitaria in organismi autonomi e libertari, potranno far esplodere tutta la loro carica ribelle, ma solo il tempo deciderà se avranno contribuito alla rivoluzione o a consolidare il potere dello Stato e della reazione. 11 Dicembre 2013 Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici

giovedì 5 dicembre 2013

Appello alla mobilitazione e alla solidarietà LIBERTA' PER BAHAR KIMYONGUR

LIBERTA' PER BAHAR KIMYONGUR Giovedì 21 novembre scorso, la Digos di Bergamo ha arrestato il compagno Bahar Kimyongur, cittadino belga di origini turche, in base ad una richiesta di estradizione da parte della Turchia. Bahar era appena arrivato all'aeroporto Bergamo, proveniente da Bruxelles: il motivo della sua venuta in Italia era partecipare a due incontri pubblici sulla situazione in medioriente. Bahar Kimyongur è un militante antimperialista, da molto tempo attivo nella solidarietà con i prigionieri politici in Turchia e nell'opposizione alle politiche del regime turco, soprattutto rispetto alla repressione e all'espansionismo nell'area mediorientale. Attualmente animava il Comitato contro l'ingerenza in Siria, rendendosi protagonista della lotta contro la guerra imperialista, condotta per procura – armando i cosiddetti “ribelli” - e direttamente dalle potenze della Nato, Turchia in primis, da Israele e dai regimi arabi reazionari (Arabia Saudita, Qatar, Giordania...). Per questa sua militanza è già stato incarcerato in Olanda e Belgio, accusato dell'appartenenza al gruppo comunista turco Partito - Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario (DHKC-P), dove è stato processato e infine assolto. Quest'estate è stato arrestato in Spagna, ove si trovava in vacanza con la famiglia, sempre per l'estradizione richiesta dalla Turchia, successivamente liberato su cauzione ed ora in attesa di processo. Martedì 3 dicembre il tribunale competente di Brescia ha deciso per gli arresti domiciliari in Italia del compagno Bahar, che ora si trova a Massa Carrara. Oggi il compagno Bahar si ritrova incarcerato dallo stato italiano, che dimostra come l'Italia è un paese imperialista, uno dei maggiori partner economici della Turchia, il paese che ha consegnato Ocalan ai boia turchi, che in nome degli interessi economici e politici nell'area mediorientale “sacrifica” facilmente la vita di un compagno che lotta contro questa società. Quando la polizia di Erdogan, a giugno, massacrava le masse popolari che manifestavano a Piazza Taskim, la ministra degli esteri del governo di larghe intese – la presunta eroina dei “diritti umani” Emma Bonino - commentava “questa non è una primavera”, dando sostanzialmente appoggio ai massacri del fascista turco. Esprimiamo la nostra massima solidarietà al compagno incarcerato e invitiamo tutte le realtà di lotta alla mobilitazione per esprimere il nostro dissenso contro questa operazione di polizia con un presidio a Venezia nei pressi del consolato turco per sabato 14 dicembre alle 10.00. Invitiamo tutte/i le/i compagne/i interessati alla mobilitazione e solidarietà alla riunione di preparazione del presidio lunedì 9 dicembre dalle ore 21.00 al Tuttinpiedi. CON BAHAR KIMYONGUR CONTRO LE GUERRE E LA REPRESSIONE DELL'IMPERIALISMO! MOBILITARSI CON OGNI MEZZO PER LA SUA LIBERAZIONE! Tuttinpiedi, 5 dicembre 2013 tuttinpiedi@gmail.com

ILVA E VIRGOLA di Sergio Bellavita

Nell'agosto del 2012 davanti alla pesante contestazione da parte di centinaia di lavoratori dell'Ilva di taranto del comizio di Cgil Cisl Uil, mi permisi di invitare ad una riflessione profonda il sindacato e a non sottovalutare quel segnale. Quell' invito venne liquidato da Landini, dalla segreteria di Taranto e dalla maggioranza del gruppo dirigente Fiom come un regalo a teppisti da stadio e delinquenti comuni e divenne parte del processo che di li a pochi mesi opero' la mia destituzione da segretario nazionale con la rottura della maggioranza congressuale che aveva retto la Fiom dal 2002. Si e' incaricato il voto degli operai Ilva della scorsa settimana di mostrare quale fosse la reale portata di quel segnale. Oggi gran parte del gruppo dirigente che ha gestito negli ultimi tre anni l'acciaieria di Taranto, a partire dal segretario Landini, ammette la sconfitta e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia per la fiom il risultato delle elezioni rsu all'Ilva di taranto non e' solo una semplice, per quanto dura, sconfitta in un rinnovo della rappresentanza sindacale di fabbrica. Non e' un infortunio, un evento che può essere circoscritto a un territorio o a un settore. Se per l'Usb e il sindacalismo di base il risultato dell'Ilva e' una vittoria senza precedenti nel settore metalmeccanico privato, per la Fiom e' il primo vero pesante crollo di consenso tra gli operai negli ultimi vent'anni e come tale ha un valore generale. Ciò accade a tre anni di distanza dal referendum di Mirafiori, da quel no della Fiom a Marchionne che, su Pomigliano e quella resistenza operaia, aveva costruito la straordinaria manifestazione del 16 ottobre 2010 conquistando un consenso tra i lavoratori che andava ben al di la' dei metalmeccanici. E' quindi in questi tre anni di storia sindacale e politica che vanno ricercate le ragioni di una debacle di tali dimensioni. La Fiom non e' sconfitta in quanto incompresa e persino contrastata da un sottoproletariato, anch'esso parte del sistema clientelare costruito dai Riva a suon di milioni di euro, che non ha riconosciuto la radicalità la e determinazione del sindacato, ipotesi a cui qualche dirigente allude. Un'idea alquanto bizzarra che auto assolve i gruppi dirigenti e che prevede come unica soluzione la sostituzione degli operai... La Fiom e' sconfitta perchè vissuta dai lavoratori come parte del palazzo,parte di un teatrino della politica ormai logoro e privo di ogni credibilità, specie quando il teatrino e' condito dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che palesano il consociativismo della sinistra politica e sociale cortigiana. Si paga il prezzo dell'accettazione della Fiom dei tanti provvedimenti dei governi a difesa degli interessi dei Riva contro i magistrati che, per l'acciaio e non solo, hanno derogato al diritto alla salute dei lavoratori e della popolazione consentendo di continuare a produrre,inquinare e uccidere. Dialoganti con i governi e i potentati ma durissimi nella gestione della vita interna all'organizzazione, sino al punto da cancellare, destituire parte di delegati e iscritti Fiom all'Ilva. In una vicenda certamente complessa, delicata e tutt'altro che trasparente che, ho gia' avuto modo di richiedere nelle sedi formali, andrebbe indagata con una commissione interna, allo scopo di rendere evidente, una volta per tutte, al comitato centrale della Fiom quanto accaduto a Taranto. Quello che sappiamo con certezza e' che c'e' stato un grande consenso dei lavoratori ai delegati cacciati dalla Fiom e oggi raccolti sotto le bandiere dell'Usb, un'organizzazione che nell'ultimo anno a Taranto ha sostenuto scioperi anche a oltranza,proteste e manifestazioni per il diritto alla salute, alla sicurezza,al lavoro, rivendicando l'esproprio ai Riva dell'Ilva senza demonizzare la questione del reddito. Quello che sappiamo con certezza e' che la parte cacciata e' stata considerata per anni il riferimento di fabbrica della Fiom, il volto barricadero all'Ilva che ha subito licenziamenti, provvedimenti disciplinari e mobbing da parte dell'azienda. Se questo e' il quadro, non e' difficile capire le ragioni del tracollo di consensi tra gli operai e il travaso di voti dalla Fiom all'Usb. Quando un'organizzazione si mostra cosi slegata dalla citta', cosi incapace di misurarsi con la inevitabile complessita' e contradditorieta' di quel rapporto citta' fabbrica, quando i proclami di un nuovo modello di sviluppo si infrangono sulle polveri di un'acciaieria il risultato e' certo. Proprio per questte ragioni il voto Ilva assume un carattere generale. In un quella che poteva essere una vertenza esemplare su salute,ambiente,diritto al lavoro e al reddito, contrasto alle politiche del Governo, nuovo intervento pubblico in economia, denuncia del malaffare padronale e del suo vasto sistema di corruzione la Fiom e' mancata clamorosamente o peggio e' apparsa complice. La sostanza e' che siamo di fronte al primo esplosivo segnale del mesto rientro della maggioranza del gruppo dirigente Fiom in quella normalità "confederale" che e' esattamente la negazione di 15 anni di battaglie dentro e fuori la Cgil. Anche chi non e' addentro ai tecnicismi sindacali comprende senza difficoltà che le parole e le azioni della Fiom di Genova 2001, dei 21 giorni di Melfi,delle lotte per il contratto nazionale, della battaglia contro il protocollo del welfare nel 2007, dell'alterita' alla deriva Cgil consacrata in due congressi su posizioni alternative e cementata da una pratica contrattuale coerente sono ben altra cosa di quelle che accompagnano l'abbraccio all'accordo del 28 giugno che accoglie le deroghe e di quello all'accordo del 31 maggio che cancella le libertà sindacali. I nodi prima o poi vengono al pettine. Il ripetuto utilizzo dell'orgoglio operaio del no a Pomigliano e Mirafiori di tre anni fa non paga più per la semplice ragione che parla di un ricordo appunto, non dell'attualità, non di una pratica che ancora tenta di rispondere alla condizione dei lavoratori in una fase difficilissima. Il ricordo di una radicalità e di una determinazione oggi sacrificata al pragmatismo, alla responsabilità ed al realismo rassegnato dei gruppi dirigenti. Con il voto Ilva e il rientro nella maggioranza Cgil al congresso si certifica la chiusura della lunga stagione Fiom che, dal 1996 al 2011, seppur in maniera contraddittoria, ha segnato la storia sindacale di questo paese impedendo la normalizzazione del quadro sindacale e la corporativizzazione del sistema puntando su democrazia,indipendenza e conflitto. Emendare il documento Camusso e' apporre una qualche virgola a un testo che rivendica la bonta' della propria linea sindacale di questi anni. Guarda caso quella che ha consentito la distruzione del sistema di protezione sociale senza colpo ferire. virgole significative certo, ma pur sempre virgole. Il sindacato e' un'altra cosa. [www.rete28aprile.it]

venerdì 29 novembre 2013

Cosa significa radicare il diritto alla casa nella lotta di classe

Quando si prende in considerazione la creazione di una "Zona No Sfratto", ricordiamoci che si tratta solo di uno strumento simbolico in un percorso basato sulla lotta di classe. La tradizione anarchica ed antiautoritaria ha le sue radici non in una teoria astratta ma in un intervento concreto sul terreno. Questo spesso si esprime in una sorta di reazione alle esperienze vissute; un modo di sintetizzare una teoria pragmatica estratta e ricavata da tentativi ed errori. David Graeber fa notare che questo aiuta a separare la scuola di pensiero anarchica da quella marxista, confontando le diversità teoriche sul piano della diversità della prassi. “Ci sono gli anarco-sindacalisti, i comunisti-anarchici, gli insurrezionalisti, i cooperativisti, gli individualisti, i piattaformisti…nessuno dei quali deve il proprio nome ad un Grande Pensatore; invece, tutti devono il loro nome ad un qualche tipo di prassi, o più spesso, a principi organizzativi. Agli anarchici piace differenziarsi in base a quello che fanno, ed a come organizzarsi per riuscire a farlo.” (1) Questo è il fondamento che in realtà distingue il carattere rivoluzionario dell'anarchismo dalle varie correnti ideologiche che cercano di sovvertire il sistema: è lo sforzo di realizzare un movimento ed un mondo per come potrebbe essere. L'anarchismo, col suo incentrarsi sull'azione diretta e sulla democrazia diretta, ritiene che i metodi per combattere le gerarchie e per sviluppare la rivoluzione siano esattamente gli stessi sistemi sociali che si dovrebbe porre in essere una volta che gli ostacoli maggiori siano stati rimossi. I metodi per realizzare un mondo nuovo dovrebbero essere le istituzioni intrinseche della società liberata. Le politiche prefigurative intervengono direttamente in questa teoria della prassi relativamente alla nostra capacità di sviluppare ampie lotte e di costruire quelle contro-istituzioni in grado di porsi come modello del futuro sistema sociale. L'assemblea di quartiere, i sindacati degli inquilini, i sistemi di mutuo appoggio che possono difendere i quartieri durante le azioni anti-sfratto possono piantare i semi per un sistema in cui il controllo sugli alloggi possa essere in futuro mantenuto dalla comunità. Questo può spesso indurci ad andare anche oltre, come a dire che le nostre tattiche possono diventare istituzioni salde in sè e per sè dal momento che sono utili alla creazione di questa forza controculturale. Il problema della tattica, però, come spesso sostiene Noam Chomsky, è che essa da sola non basta per creare movimenti. Il paradosso che spesso emerge quando pensiamo al nostro progetto organizzativo, ora, nel prefigurare la società del futuro sta nel fatto che la nostra politica odierna esiste in gran parte come performance, in cui spesso abbiamo a che fare con degli assoluti relativi. Un esempio di questo è l'azione difensiva contro i pignoramenti, in cui il termine Zona No Sfratto è stato spesso usato tatticamente. L'idea in questo caso è che noi attribuiamo un parametro pre-impostato in una città con magari un'alta densità di famiglie colpite dagli sfratti. Dichiariamo quest'area “off limits” per gli sfratti e per sgomberi forzosi, cercando di creare in quei quartieri legami di solidarietà talmente forti da rendere letteralmente difficile per le banche passare a sfratti esecutivi su certi caseggiati. Questo progetto è spesso associato a vari slogan che evocano comunque la fine degli sfratti. Questo linguaggio risoluto è un grande segnale per scoraggiare i proprietari di case, ma non riflette la realtà di come funziona un quartiere sano. Per quanto possa essere difficile da dire per chi sta nei movimenti anticapitalisti, bisogna mettere in conto che ci possano essere persone che dovrebbero semplicemente essere sfrattate. In qualsiasi quartiere ci saranno dozzine di case di proprietà di costruttori che si rifiutano di pagare le tasse. Gli sfratti e gli sgomberi forzosi apparariranno logici per quasi tutti nel quartiere, specialmente se parliamo dei signori dei bassifondi sfitti che conducono una vita isolata da alta borghesia. In secondo luogo, ci sono numerose situazioni in cui le persone di un quartiere possono creare situazioni pericolose per gli altri abitanti. Violenze domestiche, problemi di droga, ed un insieme di coercitive relazioni sociali possono creare situazioni problematiche che trasformano interi quartieri in zone alienate dove non si riesce a trovare un fertile spazio sociale. Ci sono una serie di motivi per cui una comunità potrebbe giungere a chiedere a qualcuno di andarsene, anche se la cosa non è inquadrabile in termini di sfratto. Anche sotto il massimo controllo di base, questo principio del “no sfratto” non riesce ad assurgere ad assioma universale che potrebbe stare dietro in ciascuna ed in ogni situazione. Una comunità dovrebbe essere in grado di giungere tutta insieme alla richiesta che uno stupratore od un militante fascista debbano andarsene ad ogni costo. Questo tipo di slogan, sebbene siano incredibilmente utili nel creare delle parole d'ordine nel corso di una campagna di mobilitazione, portano anche a confondere i valori con le tattiche. Tatticamente, stiamo dichiarando un'area come zona no-sfratto. I valori che guidano questa campagna, tuttavia, vanno molto più in profondità di un semplice ostacolo giuridico. Nei nostri quartieri, gli sfratti riflettono sempre una disuguaglianza di classe, e non una rimozione forzosa perchè la presenza di quella persona è diventata fonte di insicurezza o perchè ha minato in qualche modo la fiducia reciproca nella comunità Gli sfratti riflettono l'incapacità di una persona di vivere al livello economico che gli viene richiesto, che non c'entra nulla con una sorta di incapacità morale. La resistenza agli sfratti non sta nello sfratto in sè, ma nella profonda iniquità di base che esso rappresenta nella nostra vita sociale. Lo sfratto è uno strumento dello sfruttamento di classe, e nello scontrarci con questa evenienza lo usiamo come un'arena per sviluppare lotta di classe. Gli sfratti diventano collaterali ad un più ampio ventaglio di forme intersecantisi di oppressione e di attacchi portati dalle istituzioni di classe dominanti. E' facile rendersi conto anche vagamente che esiste una disuguaglianza di classe nella società, ma ci deve essere uno specifico in cui affrontarla. La lotta per la casa è una diretta manifestazione dell'antagonismo di classe, e perciò la resistenza agli sfratti diviene un fronte in cui contrastare la logica di questo rullo compressore capitalista. I pignoramenti sono frutti maturi per il raccolto, dato che le banche non vogliono più giocare col trucco: ora semplicemente vengono e si prendono quello che vogliono. Lo scopo qui, come per qualsiasi movimento che voglia veramente spingere per una nuova impostazione delle relazioni sociali, è quello di paralizzare le attuali istituzioni di classe e spingere verso qualcosa di più umano con cui sostituirle. Le istituzioni popolari sotto il controllo della comunità possono del resto venire incontro ai bisogni delle persone di qualsiasi strada, molto meglio delle lama affilata di una banca commerciale, e l'unico modo per farlo è spogliare del loro potere coloro che oggi ne hanno il controllo. La loro forza proviene dalla loro capacità di dichiarare la proprietà, di ottenere il supporto della polizia, di costringere le persone a subire uno sfratto. Finchè iniziamo a dire di no. Finchè iniziamo a dire: noi non ce ne andiamo. Il problema qui non sta nell'uso di un tipo di linguaggio assolutistico, dato che è questo tipo di retorica che poi fa vincere le campagne. Il problema reale si forma quando le persone fondano una cultura ed una prassi al di là dello scopo della singola campagna piuttosto che sui valori che vi stanno dietro. L'intervento per una Zona No-Sfratto è utile solo nella misura in cui porta a lottare contro la classe dei banchieri e per creare contro-istituzioni che abbiano la capacità di aprire nuove possibilità. Altrimenti si tratta solo di opere di carità o di mettere un cerotto su una ferita sociale aperta. Noi siamo per mettere fine agli sfratti usati come strumento volto a colpire una classe sociale, come mezzo per rompere la stabilità delle famiglie e per diffondere la paura di finire in mezzo ad una strada, o come un metodo per distruggere i quartieri. Tutte cose che sono in netto contrasto con la funzione che hanno gli alloggi oggi. Da cui possiamo iniziare a creare una visione di lungo termine che si proietti al di là delle campagne individuali e che abbia la capacità di creare quel mondo che immaginiamo durante lunghe riunioni ed iniziative di quartiere. E' in questi momenti che possiamo cogliere uno scorcio di cosa potremmo costruire semplicemente a partire dal calore e dalla solidarietà tra vicini di casa, e cosa potrebbe succedere se puntiamo ad un crepa nel sistema e decidiamo di prenderlo a picconate. Note (1) Graeber, David. Fragments of an Anarchist Anthropology (Chicago: Prickly Paradigm Press, LLC), 5. (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali) Link esterno: http://libcom.org/blog/whats-name-grounding-housing-jus...92013

martedì 26 novembre 2013

Da Genova a Bologna - 22/23 novembre 2013

22/23 novembre 2013 I tranvieri di Genova hanno segnato un passaggio importante e guadagnato una posizione fondamentale: hanno bloccato la privatizzazione e non hanno accettato peggioramenti alla loro prestazione lavorativa e questo serve come riferimento al resto del paese. Se non sono i lavoratori dei servizi che si oppongono al disegno del capitale in merito allo stato sociale, non si va da nessuna parte. Resta il punto su come reperiranno le istituzioni i miliardi che occorrono, le linee che verranno appaltate, come evitare una privatizzazione mascherata. Non è finita, da qui fino alla fine del 2014 la partita è aperta, ma tutto questo non spetta ai soli tranvieri, non li si può lasciare soli. E almeno due sono i punti fondamentali: il primo è la ridefinizione della rappresentanza sindacale o la sua ricostruzione non su basi di sigle, ma su basi più aderenti alle necessità; il secondo è una rappresentanza sociale in città che esprima contenuti politici di mantenimento dello stato sociale contro le privatizzazioni, rappresentanza sociale dove i lavoratori siano presenti e determinanti. A Bologna per la dignità per i diritti. Sono state queste le semplici parole d'ordine stampate sul manifesto di convocazione della manifestazione dei facchini della logistica. La manifestazione riuscita di Bologna sta a indicare che la repressione dentro i luoghi di lavoro del settore della logistica fatta di ricatti, servilismi, licenziamenti di delegati e di attivisti sindacali, con l'aggiunta di denunce per i blocchi degli interporti che si esplicita in un attacco diretto alle lotte, non passa, non ha distrutto quello che in questo anno e mezzo di iniziative è stato costruito. La logistica è un settore fondamentale dello scontro/conflitto fra capitale e lavoro che possiamo definire strategico ed importante seguire, capire, per partecipare allo sviluppo delle lotte, delle forme organizzative di costruzione e ricostruzione che la classe mette in campo per rompere il dominio del capitale sulla prestazione lavorativa e la condizione di vita dei lavoratori. La strada sin qui seguita con la costruzione della rappresentanza nelle lotte che pone come punto iniziale la conquista del lavoro contrattato, che rompe la logica del mercato delle braccia e non solo gestito dai padroni, indica un percorso di classe che ci riporta ai fondamentali della organizzazione di resistenza che la stessa ha costruito o meglio costruisce. Pur non credendo ai facili entusiasmi, siamo impegnati e agiamo nella difficile e complessa azione politica di ricostruzione dei rapporti di forza, oggi distrutti. I segnali, quello che la classe ha messo in campo a Genova e Bologna nella settimana trascorsa, vanno con tutto il loro carico di difficoltà e incertezze in questa direzione. Commissione Sindacale Federazione dei Comunisti Anarchici 24 novembre 2013

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)