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venerdì 8 gennaio 2021

Il movimento libertario negli Stati Uniti - Gianni Cimbalo ucadi.org

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La pantomima che ha fatto seguito alle elezioni negli USA si avvia alla fine e la squadra di Biden prende forma, dovendo tenere conto delle diverse componenti dell’alleanza che hanno portato alla vittoria il candidato democratico. La coalizione che si è creata spazia dai centristi che fanno capo ai tradizionali elettori del partito democratico e si irrobustisce via via che ci si sposta a sinistra verso gli attivisti di Sanders e non solo. Non abbiamo spazio e strumenti sufficienti per analizzare la composizione delle diverse componenti e perciò focalizzeremo la nostra attenzione su quella libertaria e di classe cercando di tratteggiarne sviluppo, struttura e dare conto della sua influenza sulle posizioni che oggi assume la sinistra in USA.

Alle origini delle organizzazioni di classe negli USA

La presenza di una componente di sinistra libertaria negli Stati Uniti, contrariamente a quando si crede, non è nuova ed è anzi interconnessa con la storia e lo sviluppo del movimento operaio in questo paese. Una storia spesso ignorata, ma tuttavia molto importante per lo sviluppo del sindacato e delle forze politiche della sinistra. Bisogna tenere conto che negli Stati Uniti della seconda metà dell’800 l’industria ebbe un formidabile sviluppo; ciò portò anche alla nascita di un forte movimento operaio. Ben presto il conflitto tra capitale e lavoro assunse forme radicali di scontro.
Nel corso di una manifestazione operaia di sostegno a uno sciopero, svoltasi in piazza Haymarket (Chicago Illinois) il 1º maggio 1886 uno sconosciuto lanciò una bomba su un gruppo di agenti di polizia, uccidendone uno. In risposta la polizia sparò uccidendo quattro cittadini e sette poliziotti e ferendo moltissime persone. Per questi fatti vennero condannati a morte per impiccagione otto lavoratori anarchici di origine tedesca, in seguito riconosciuti innocenti. In ricordo dell’evento il Congresso Internazionale di Parigi del 1889, che diede vita alla Seconda Internazionale, proclamò il 1º maggio festa internazionale dei lavoratori.
Negli anni successivi il movimento operaio (e quello anarchico) si svilupparono negli Stati Uniti e il 27 giugno 1905 durante il “Continental Congress of the Working Class” (Chicago, USA), venne fondato un sindacato di orientamento anarcosindacalista e rivoluzionario su posizioni di classe che ha sviluppato le sue lotte senza distinzioni
etniche, sessuali o di genere, in opposizione alle politiche sindacali corporative allora prevalenti: l’Industrial Workers of the Word.
Nel suo manifesto costitutivo è scritto:
«La classe lavoratrice e quella capitalista non hanno nulla in comune. Non vi può essere pace mentre la fame e la povertà regnano fra i milioni di lavoratori ed i pochi, che compongono la classe padronale, hanno tutte le ricchezze della vita. Fra queste due classi la lotta dovrà svolgersi finché tutti i lavoratori non si riuniranno sul campo politico, come su quello economico, per prendere e tenere quello che essi hanno prodotto con il loro lavoro, attraverso una organizzazione economica dei produttori senza affiliazioni con qualsiasi partito politico. L’accentrarsi sempre crescente
della ricchezza e del controllo delle industrie in un numero sempre minore di mani, rende i sindacati di mestiere inabili ad affrontare la potenza crescente del capitalismo, poiché le unioni di mestiere permettono uno stato di cose in cui un gruppo di lavoratori possono essere posti contro un altro gruppo di lavoratori della medesima industria, apportando così la disfatta nelle lotte del lavoro. Le unioni di mestiere aiutano anche la classe padronale ad inculcare nei lavoratori la falsa credenza che la classe operaia ha degli interessi in comune con la classe padronale. Queste condizioni disagevoli possono essere cambiate e gli interessi della classe lavoratrice ben difesi solamente da un’organizzazione formata in tal modo che tutti i suoi membri di una data industria, ed anche in tutte le industrie se necessario, possano abbandonare il lavoro quando esiste uno sciopero o serrata in un dipartimento di essa, facendo si che un’offesa fatta ad uno diventi un’offesa fatta a tutti
Dopo un durissimo ciclo di lotte che si sviluppò per tutto il primo ventennio del ‘900 questo sindacato venne militarmente sconfitto e represso con l’uso della Guardia Nazionale, i suoi militanti, in molti emigrati negli USA, vennero espulsi andando a fecondare con la loro militanza di classe i movimenti rivoluzionari in tutto il mondo, soprattutto in Russia.

La lotta contro il fascismo e il nazismo

Nel ventennio che precede la seconda guerra mondiale il movimento anarchico e le organizzazioni rivoluzionarie negli Stati uniti subiscono una dura repressione che culminò nell’emblematico processo a Sacco e Vanzetti e nella loro condanna a morte. Dalle manifestazioni di solidarietà per i due anarchici nacque una mobilitazione a livello mondiale che coinvolse molta parte dell’opinione pubblica americana Intanto accanto alla componente di classe dell’anarchismo crebbe e si sviluppò una frazione dell’anarchismo su posizioni interclassiste e antiorganizzatrici che finirà per prevalere
nell’immaginario collettivo come prototipo dell’anarchismo in USA. L’anarchismo entra in crisi sotto l’attacco concentrico di fascismo e nazismo e dei partiti comunisti della II internazionale.

La rinascita del movimento libertario USA negli anni ’70 e ‘80

L’anarchismo statunitense come tutta la sinistra in USA entra quindi in un sonno catatonico dal quale inizia a riemergere solo alla metà degli anni ’60. Nell’autunno del 1964 il movimento libertario e anarchico ricompare negli Stati Uniti nella rivolta esplosa all’Università di Berkeley. Gli studenti scendono in sciopero per protestare contro il divieto dell’Università di fare politica, chiedono la libertà di parola e si oppongono alla guerra in Vietnam e alla coscrizione obbligatoria. La ricerca della libertà e l’antimilitarismo, tipiche parole d’ordine dell’anarchismo, reclutano molti consensi
tra i giovani rafforzati dalle teorizzazioni innovative di orientamento libertario della scuola di Francoforte (Marcuse, Horkheimer) e contribuiscono a sviluppare e orientare le lotte studentesche in tutte le Università e il costume dei giovani. È l’inizio del ’68. Il diffondersi di idee libertarie nei comportamenti sociali la liberalizzazione sessuale, contribuiscono a trasformare il sentire sociale. Già alla fine degli anni ’70 viene creata nel nordest del paese dal Movement for a New Society (MNS), un gruppo con sede a Philadelphia, la principale organizzazione di ispirazione anarchica per l’attività antinucleare, “guidata” da un attivista per i diritti dei gay George Lakey, che, come molti altri membri del gruppo, era un anarchico quacchero. Egli utilizza un metodo libertario nella gestione dell’organizzazione e agisce da facilitatore nel dibattito per promuovere la partecipazione e la crescita collettiva: nascono per la prima volta dai corsi di formazione MNS a Philadelphia e Boston. L’esperienza del MNS ha reso popolare il processo decisionale basato sul consenso di tutti gli associati, ha introdotto il metodo di organizzazione del consiglio dei portavoce che costruiscono dal basso strutture di
partecipazione, diffondono le tecniche di de-programmazione per poter disimparare comportamenti oppressivi e formare gli attivisti e i militanti politici, propongono la creazione di imprese di proprietà cooperativa teorizzando la cosiddetta politica prefigurativa.
Negli anni ’80 l’anarchismo negli Usa si lega agli squat «occupare senza averne diritto» e ai centri sociali ABC No Rio o C-Squata New York City [1]. Viene costituito l’Institute for Anarchist Studies, un’organizzazione senza scopo di lucro fondata da Chuck W. Morse per sviluppare le elaborazioni politiche su posizioni comuniste anarchiche, per assistere
[1] Nel 1980 si tiene a Portland, Oregon, il primo simposio internazionale sull’anarchismo e nel 1986 a Chicago la conferenza Haymarket Remembered per celebrare il centenario della rivolta di Haymarket. Seguono i convegni continentali annuali a Minneapolis (1987), Toronto (1988) e San Francisco (1989) che costituiscono una rinascita degli ideali anarchici negli Stati Uniti gli scrittori anarchici e stimolare gli studi sulla soria dell’anarchismo di classe.. Nel 1984 viene fondata la Workers
Solidarity Alliance (WSA) organizzazione politica anarco-sindacalista che pubblicava Ideas & Action (dal 1 ° maggio 2010, la WSA ha rilanciato la pubblicazione Ideas and Action in formato rivista elettronica) affiliata alla International Workers Association (IWA-AIT), la federazione internazionale di sindacati e gruppi anarco-sindacalisti che opera anche attualmente. La WSA sostiene che occorre costruire nuova società e un mondo migliore basato sui principi di “solidarietà e autogestione”, e “che una tale società sarà realizzata solo dai lavoratori attraverso proprie organizzazioni di massa autogestite, partendo da zero” e lottando contro la disuguaglianza di genere, il razzismo strutturale, l’oppressione delle persone come parte della più ampia lotta per la liberazione sociale e l’autogestione. Per la WSA sia il capitalismo che il socialismo di stato sono basati sulla sottomissione e sullo sfruttamento della classe lavoratrice. Pertanto i lavoratori
devono prendere il controllo delle aziende per le quali lavorano e costruire istituzioni basate sulla democrazia partecipativa delle assemblee sul posto di lavoro e di quartiere e smantellare le gerarchie statali, in modo che la maggior parte delle persone prenda il controllo degli affari pubblici. Queste idee vengono propagandate e diffuse negli ambienti progressisti e nella classe operaia statunitense e guadagnano consensi.

Dall’anarchismo degli anni ’90 ad oggi

L’anarchismo USA solo negli anni ’90 sposta l’attenzione dall’oppressione di classe a tutte le forme di sfruttamento e inizia ad affrontare seriamente il problema del razzismo con gli anarchici neri Lorens Ervin e Kwasi Balagoon, pubblicando la rivista Race Travor. Altre organizzazioni come Love and Rage, Anarchist People of Color,
Black Autonomy e Bring the Ruckus concorrono all’organizzazione del movimento. Mentre la WSA continua la sua attività in coincidenza con l’esplosione del movimento Occupy Wall Street (2011) nel quale la presenza anarchica è stata rilevante si attivarono accanto alla Worker Solidarity Alliance diverse nuove organizzazioni libertarie.[2] Viene costituito nel 2011 il gruppo May First Anarchist Alliance con membri in Michigan e Minnesota che ha come punto di riferimento la classe operaia e che promuove un anarchismo non dottrinario che include varie componenti dell’anarchismo. Da alcuni singoli membri della Worker Solidarity Alliance viene costituita un’organizzazione separata per iniziative internazionaliste a sostegno del Cile della quale fanno parte Nrcocomunisti anarcosindacalismi, comunisti anarchici e
piattaformisti per coordinare nel 2014 il tour “Lottare per vincere: anarchici che costruiscono il potere popolare in Cile.”
Dalla risposta alla svolta di destra che caratterizza il paese durante la presidenza Tump e dalla manifestazione Unite the Right, sono sorti numerosi gruppi antifascisti in tutta la nazione. Questo crescita di organizzazioni antifasciste ha portato molti militanti nelle organizzazioni anarchiche e numerosi gruppi si sono riorganizzati come antirazzisti, in
collaborazione con il movimento Black Lives Matter. Molti gruppi anarchici hanno preso parte alle proteste contro l’assassinio di George Floyd e hanno partecipato alle lotte per l’abolizione della polizia contribuendo a far crescere un movimento di massa della sinistra che è sceso in campo contro le organizzazioni sovraniste e neofasciste.
È stato quasi un fatto naturale che in un momento politico di polarizzazione della popolazione del paese e di forte caratterizzazione delle sue componenti politiche il movimento anarchico contribuisse in modo rilevante a caratterizzare e orientare con rivendicazioni sull’ambiente e le libertà civili la componente più radicale di coloro che hanno votato Biden, con l’intento di evitare una deriva fascista e razzista del paese.

L’amministrazione Biden e lo sviluppo della lotta di classe in USA

Gli anarchici e i libertari statunitensi sanno bene che Biden si trova attualmente fra due forze che perseguono distinte politiche, entrambe rivelatesi fondamentali per la sua vittoria alle elezioni ed “è schiacciato tra l’establishment del partito, i clintoniani che poco differiscono dai repubblicani moderati e gli attivisti che hanno galvanizzato la base
spingendola a votare per lui”. Sanno però che per cambiare bisogna continuare a lottare e non si può delegare, perché il potere, è sempre nelle mani dei governanti: qualunque sia il governo, repubblicano o democratico.
Donald Trump ha saputo estrarre i veleni radicati nella cultura e nella storia americana: razzismo, suprematismo bianco, xenofobia, misoginia e li ha amplificati, dando al rancore contro le élite motivazioni razionali e populiste, ha denunciato le élite, pur lavorando per loro. Essi sanno che ora la gente avverte la necessità del cambiamento della propria vita quotidiana e vuole che ciò avvenga. Anche se molti di loro hanno votato per Biden come male minore sono consapevoli che la strategia politica suggerisce di votare e poi tornare a fare pressione, affinché si vada nella direzione
giusta, perché è solo attraverso le lotte e la mobilitazione che si può ottenere il cambiamento. Forte di questa consapevolezza il movimento anarchico negli USA, nelle sue pur diverse componenti, cerca di svolgere un ruolo di orientamento dei comportamenti sociali ben più ampio del numero di militanti di cui dispone, cercando di educare alla partecipazione, alla mobilitazione e alla lotta per cambiare la società.

[2] Viene organizzata dalla Worker Solidarity Allance una serie di conferenze ad invito denominate Class Struggle Anarchist Conference, alle quali si uniscono di volta in volta altre organizzazioni che vogliono federare un certo numero di organizzazioni
anarchiche locali e regionali. Nel 2013 viene costituita da un certo numero di gruppi locali e regionali, tra cui Common Struggle, precedentemente noto come Northeastern Federation of Anarchist Communists (NEFAC), dalla Four Star Anarchist Organization in Chicago, dalla Miami Autonomy and Solidarity, dalla Rochester Red and Black e dal Wild Rose Collective con sede a Iowa Cityè la Black Rose Anarchist Federation,

Gianni Cimbalo

venerdì 25 settembre 2020

Ancora da Portland – donne di colore e donne bianche, le contraddizioni e le lezioni del movimento

Articolo apparlo su Pungolo Rosso

Riceviamo e volentieri riprendiamo dalla pagina facebook Noi non abbiamo patria questo scritto che contiene notizie e considerazioni su diversi aspetti della situazione a Portland (diventata un caso nazionale anche per gli attacchi di Trump) e sugli sviluppi del movimento nato dall’uccisione di George Floyd. Le notizie riguardano anzitutto la repressione statale e para-statale del movimento di lotta, e la sua accanita resistenza, che ha costretto la polizia federale ad un passo indietro; è molto interessante anche la ricostruzione della politica razziale e della legislazione razzista dello stato dell’Oregon e, prima ancora, dei Territori dell’Oregon già dal 1844 – appunto: razzismo di stato che più razzismo di stato non si può.

Ma per noi l’aspetto più rimarchevole di questo scritto è l’analisi del rapporto difficile tra le donne bianche scese in campo a difendere i loro figli dalla polizia e le donne nere, iniziatrici e anima del movimento, e la descrizione della sua evoluzione in positivo nel corso della lotta, e grazie alla lotta. Da anni sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti il protagonismo delle donne è crescente. Ma c’è tuttora in Italia un punto su cui marxisti (incompleti), anti-marxisti, ‘cani sciolti’, etc. sono pienamente solidali, ed è un sovrano disinteresse alla partecipazione delle donne alla lotta di classe. Ben venga, quindi, un focus su donne nere e donne bianche nel movimento anti-razzista statunitense.

Per quel che riguarda, invece, il movimento femminista statunitense, di cui qui si richiama giustamente il razzismo degli inizi del novecento nei confronti delle donne nere di chiara matrice borghese, anch’esso in questo secolo ha dovuto e saputo fare passi avanti significativi sia sul piano teorico-ideologico (proprio sui temi razzismo, colonialismo, condizione delle donne del Sud del mondo, ecc. – in parte riflessi nel testo di C. Arruzza, T. Bhattacharia, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto), che sul piano della mobilitazione – solo per limitarci agli ultimi vent’anni, ricordiamo la massiccia partecipazione alla marcia mondiale delle donne nell’anno 2000, l’immediata scesa in campo contro le politiche trumpiane, l’International Women’s Strike del 2017 e 2018, lo sciopero internazionale dei dipendenti Google contro le molestie sessuali del 1° novembre 2018…

Dalla sera del 31 luglio la polizia federale del Dipartimento Nazionale di Sicurezza (i temutissimi U.S. Marshals addestrati nella repressione violenta degli immigrati ispanici e latinoamericani al confine tra Stati Uniti e
Messico) ha dovuto fare un passo indietro, costretta dalla determinazione e dal coraggio del movimento di lotta di Portland. Sicuramente questo è un successo strappato con la lotta le cui reali dinamiche non devono essere offuscate dalle rappresentazioni che i media hanno dato alle battaglie di Portland.

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Nelle ultime settimane la violenza della polizia federale è stata descritta dai media democratici come uno “scandalo nazionale”, avvenimenti che costituiscono gravi violazioni costituzionali. Il sindaco di Portland Ted
Wheeler e il governatore dell’Oregon Kate Brown, entrambi democratici, hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di ritirare le forze federali ordinate da Trump. La governatrice ha definito che “questi agenti federali hanno agito come delle truppe di occupazione…”. Il sindaco Wheeler ha sottolineato “questi agenti federali non sono addestrati nelle moderne politiche comunitarie, nel controllo della folla o nelle strategie di de-escalation…, quindi non sono i benvenuti”.

Vorremmo, per inciso, replicare al sindaco democratico che certamente i cittadini di Portland sono americani e per lo più bianchi, e non sono di certo quegli immigrati che al confine tra Messico e Stati Uniti gli stessi U.S. Patrols terrorizzano e disperdono con l’uso massiccio di gas, proiettili di gomma, cariche a cavallo o su SUV senza alcuna distinzione nei confronti di uomini, donne e bambini dalla pelle colorata. Sarebbe a dire che queste tecniche di repressione violenta finché sono nei confronti degli immigrati sono ammissibili, viceversa non lo sono quando a soffrirne sono i civili cittadini dell’Oregon?

Così come vorremmo chiarire le bugie che questi piagnistei democratici nascondono. La violenza della polizia contro i neri e contro le manifestazioni del movimento inizia molto prima dell’arrivo dei federali. Nonostante l’uso dei moderni gas lacrimogeni sia stato messo al bando dalle diverse corti di giustizia del paese, e come ribadito dal governatore Brown attraverso una disposizione governativa del 30 giugno che ne vieta l’uso, le
disposizioni di legge chiariscono che certamente l’uso dei lacrimogeni e delle pallottole di gomma è vietato, ma solo fintanto che le manifestazioni non costituiscono un “pericolo”, non prefigurino un “riot”. Tant’è che nelle
giornate di maggio, giugno e luglio, la locale polizia di Portland ha usato queste armi (definite riot control agent) in più di cento occasioni contro le manifestazioni del movimento per il “black lives matter”. E’ sempre bastato
per il Dipartimento di Polizia di Portland far precedere l’uso della violenza con la dichiarazione di allarme per “riot”.

In queste occasioni il sindaco Ted Wheeler, il cui dipartimento della polizia di Portland è sotto il suo comando, si è rifiutato di bandirne l’uso, difendendo l’uso legittimo e circostanziato della violenza, guadagnandosi così dalla piazza il soprannome di “Tear Gas Teddy” (1).

Allora perché c’è stato questo accanimento dell’amministrazione Trump ad inviare la polizia federale e le truppe del DHS e U.S. Marshals a Portland (approntandone l’invio anche in altre città, Seattle, Chicago, New York, ecc.), se il movimento veniva represso duramente anche prima dal democratico Oregon?

La violenza e la repressione poliziesca in questi due mesi contro l’insieme del movimento che si è dato a scala nazionale è stata altissima, ed ha fatto uso delle forze di polizia locali, della Guardia Nazionale, del coprifuoco,
delle migliaia di arresti da parte degli agenti del FBI, della dichiarazione di Antifa come organizzazione terrorista, e dello squadrismo bianco. Ma questo movimento nazionale non si è mai piegato, ha risposto colpo
su colpo, grazie alla unità di intenti non solo dei neri sfruttati ed oppressi dal razzismo, ma anche con gli sfruttati ispanici e gli immigrati, con i nativi americani e con quella grossa fetta di gioventù proletaria e precaria
bianca scesa incondizionatamente al fianco delle ragioni del black lives matter. Questa inedita unità di lotta ha creato dei profondi scricchiolii nella sovrastruttura dello stato federale e nei rapporti con le singole
amministrazioni governative statali dell’unione, già scossi dagli effetti della pandemia. I Dipartimenti di Polizia, la Guardia Federale non sempre hanno risposto al comando secondo come richiesto, qua e là defezioni tra le
truppe sono state evidenti.

Il motivo della difficoltà di soffocare la lotta attraverso la repressione è ben spiegato in quest’articolo pubblicato il 19 luglio che descrive i caratteri inediti e straordinari di questo movimento che sta scuotendo la società americana dal profondo come uno sciame sismico che la rende difficilmente governabile con le politiche di ieri.

C’è un secondo elemento che spiega la determinazione sia del movimento a Portland, che la contro reazione repressiva statale, cui si aggiunge quella extra statale del neo-squadrismo bianco.

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L’Oregon (che è diventato stato dell’Unione nel 1859) è lo stato della federazione dove il suprematismo bianco e il razzismo contro i neri americani e le popolazioni native si è sviluppato in maniera differente dal resto degli Stati Uniti D’America, caratterizzando sin da subito la discriminazione razziale, economica e politica non tanto nel modo segregazionista e schiavista, ma essenzialmente attraverso un lungo e profondo processo di vera pulizia etnica.

I Territori dell’Oregon, ancor prima della costituzione dello Stato dell’Oregon e della sua appartenenza all’Unione, già nel 1844 dichiararono fuorilegge la schiavitù, non per segregarli ma per scacciare dalla regione gli
schiavi infine liberati. Peter Burnett, capo della assemblea legislativa dell’Oregon, spiegò la legge del 1844 in questo modo:

Lo scopo è quello di tenersi discosti da quella classe più problematica della popolazione. Siamo in un mondo nuovo, nelle circostanze più favorevoli e vogliamo evitare la maggior parte di quei mali che hanno afflitto così
tanto negli Stati Uniti e in altri paesi
.”

In sostanza l’obiettivo della liberazione dei neri era la loro espulsione, l’uso della frusta la costrizione per cacciarli dai Territori dell’Oregon. Un’altra legge, approvata nel 1849, vietò poi l’immigrazione nera nel territorio stesso. La legge venne abrogata nel 1854. Ma la sua clausola di esclusione fu nuovamente incorporata nella costituzione dell’Oregon del 1857, che nonostante vari tentativi di annullamento successivi è rimasta in vigore fino al 1926, impedendo di fatto per legge la residenza ai neri americani nello stato dell’Oregon. Un’altra legge adottata dallo Stato nel 1862 richiedeva a tutte le minoranze etniche ancora residenti di pagare una tassa annuale di 5 dollari, mentre i matrimoni interrazziali sono rimasti vietati per legge per tutti gli anni che vanno dal 1861 al 1951 (quasi cent’anni).

Anche se le leggi di esclusione vennero applicate raramente, gli obiettivi prefissati furono raggiunti: nel 1860 solo 128 afroamericani vivevano in Oregon su una popolazione totale di 52465 abitanti. I censimenti statali del
2013 registrano che solo il 2% della popolazione dell’Oregon è nera mentre quella di Portland raggiunge solo il 5%. In sostanza la storia dell’Oregon è caratterizzata da un “sionismo” bianco e cristiano e a stelle e strisce ante
litteram, che ha cancellato il problema razziale dando una mano di bianco, dove la violenza contro i neri e il pregiudizio razziale nella società e nelle istituzioni è talmente profondo che è diventato un elemento naturale
della società, le cui relazioni sociali tra le classi secondo le linee ed i pregiudizi razziali hanno anche infine condizionato la comune psicologia degli stessi neri americani.

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Un fatto naturale della società che ai nostri giorni, quelli del Coronavirus, determina che alcune Contee dell’Oregon, per esempio la Contea di Lincoln, sul finire di giugno hanno emanato un provvedimento che esonera gli afroamericani dall’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi e negli esercizi pubblici.

Sembrerebbe una iniziativa liberale a favore degli afroamericani, ma Ranika Moore attivista di colore della Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) ci spiega invece che l’uso della mascherina da parte di un uomo di colore è come “suggerire alla gente di sembrare una persona pericolosa, a causa degli stereotipi razziali che si sono diffusi”. In sostanza lo Stato prende atto che nella società l’uomo di colore è già un “sospetto” di “natura”, figuriamoci quando circola “a volto coperto”. Dunque, l’uomo nero, già abbondantemente terrorizzato dalla violenza indiscriminata dei bianchi, ottiene dallo Stato democratico questa gentile concessione.
La storia di questo territorio quindi rende l’Oregon lo Stato della Unione per eccellenza bianco, che ha visto a iosa proliferare l’assassinio di uomini neri disarmati da parte della polizia e le manifestazioni degli estremisti di
destra e dei Boogaloo Boys degli ultimi anni.

Il movimento inedito contro il razzismo sistemico che ha spinto tra le sue fila ampi settori sociali di sfruttati ispanici e di giovani proletari bianchi senza riserve, oggi scuote l’insieme di queste relazioni sociali originate dai
caratteri peculiari del colonialismo e del razzismo interno dell’Oregon. Il movimento di così vasta ampiezza e lo sciame sismico sociale che sta producendo, a Portland non può non far scricchiolare l’idillio di questa società bianca apparentemente “priva del problema razziale”, che è già scossa dall’economia in caduta libera e dalla pandemia.

Qui dove l’oppressione razziale veste maggiormente la facciata ipocrita della democrazia liberale (il primo territorio statuale non appartenente all’Unione ad “abolire” lo schiavismo), il movimento dei neri non dà
tregua ad un modello di società che non solo li vuole segregati, ma che ha provato a cancellarne l’esistenza. La contro reazione delle forze sociali razziste e quella delle sue istituzioni centralizzate sono chiamate a difendere con i denti questo raffinato modello di società razziale nordamericana, di cui Portland rappresenta proprio una delle punte più avanzate della supremazia bianca. Già negli anni ’60 e ’70 la repressione del Black Panther Party di Portland fu roba da fare impallidire perfino i Cops della West Coast.

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Quindi, a giusta ragione, Donald Trump sente puzza di bruciato, e minaccia prima e poi pianifica l’invio delle truppe federali a Portland, verificando che la polizia dello Stato non era più in grado di “ripulire la città da
questo alveare di terroristi”. L’operazione “Diligent Valor” avviata dalla Casa Bianca nei primi giorni del mese di luglio, si è tradotta nella violenza senza freni degli U.S. Marshals e dei Border Patrols del Dipartimento di
Sicurezza nelle strade di Portland, fatta di cacce all’uomo, di raid eseguiti secondo le tattiche di guerriglia di strada, tentando di realizzare quanto la polizia non era riuscita a fare. La cattura dei giovani di colore e bianchi
di Portland durante le manifestazioni ad opera degli U.S. Marshals, senza formale e legale arresto e dal sapore da “notte delle matite spezzate”, è stato il conseguente corollario nei confronti di una gioventù che si vuole
terrorizzare affinché non osi mai più scendere in piazza.

Ma dove la repressione della polizia e delle istituzioni governative locali hanno fallito, anche la repressione dello Stato federale ha fallito. Un nuovo elemento dell’insieme delle relazioni sociali idilliache dell’Oregon
bianco già scosse dalla crisi, è emerso come contraddizione sociale dalle viscere della crosta terrestre in sommovimento, suonando un campanello di allarme a Mr. Trump, Mr Biden e a tutta l’intellighentsia democratica e liberale.

Un inaspettato settore sociale del mondo dei lavoratori e degli sfruttati improvvisamente scende in campo, dando forza e ulteriore coraggio alle battaglie di Portland, facendo emergere un elemento importante della
generale alienazione sociale del capitalismo e delle relazioni sociali che esso determina: quello dell’oppressione di genere e della sottomissione patriarcale delle donne, che la scesa in campo del “muro delle mamme” (Wall of Moms) rappresenta.

Una scesa in lotta che non solo segna una tendenza in avanti nella riaggregazione di un fronte proletario e di sfruttati anche secondo linee generazionali, ma che lega insieme potenzialità, contraddizioni e difficoltà da cui questo movimento riparte, diviso secondo linee razziali, generazionali e di genere, come conseguenza della generale oppressione capitalistica.

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Le mamme bianche ed ispaniche lavoratrici che fin qui erano relegate a ricoprire il ruolo assegnatogli dall’oppressione patriarcale del moderno capitalismo, quello di candide custodi dei loro sacri figli, quelle delle
donne “dell’apple pie” e moderatrici per il bene della famiglia, quelle stesse donne che comunque vivono nel privilegio di essere parte della società dei bianchi, hanno preso gli stereotipi e li hanno rivolti contro l’autoritarismo di Trump realizzando uno scudo umano di mamme a difesa dei propri figli contro la violenza della polizia federale. Queste mamme, irrompono nella lotta spontaneamente, ma non immediatamente e direttamente per scendere in campo contro il razzismo e la violenza della polizia. Però, ra pidamente sonocostrette a riannodare la difesa dei propri figli con gli obiettivi della lotta per cui loro sono in piazza: il sostegno alla causa del black lives matter, farla finita con il razzismo. Nel fare questo, queste donne devono affrontare una serie di contraddizioni e pregiudizi che permeano l’intero proletariato bianco, che vive del risicato privilegio di appartenere alla società dei bianchi.

La partecipazione alla lotta costringe queste donne immediatamente a realizzare un collegamento stretto con le mamme e le donne nere, non privo di difficoltà, che già erano impegnate nella protesta. Già nella organizzazione della lotta e con le prime presenze in piazza hanno dovuto affrontare e verificare gli stereotipi tipici dell’oppressione femminile (per certi aspetti ritenuti elementi utili per fermare la repressione): chi
attaccherebbe mai una brava mamma bianca? Bruciata l’illusione, perché le truppe di polizia non hanno fatto nessuno, queste donne hanno dovuto cominciare a mettere in discussione l’immagine di sé, della loro condizione di emarginazione sociale e verificare che questa è anche condotta secondo le medesime linee razziali che caratterizzano la generale oppressione e alienazione capitalistica.

Sono i giorni in cui il “muro delle mamme” cattura tutta l’attenzione giornalistica, che mette in secondo piano le ragioni ultime del movimento contro il razzismo, e che punta gli obiettivi delle telecamere esclusivamente
nella rappresentazione delle sole mamme bianche. Una attenzione mediatica che tace che dietro questa scesa in campo di mamme lavoratrici c’è il prezioso sostegno e l’incoraggiamento delle organizzazioni femminile delle donne nere da anni impegnate contro la violenza della polizia nei confronti dei loro figli quali Mothers of Movement, Moms Against Senseless Killing, Moms Demands Actions e le donne di colore di Don’t Shoot
Portland (che tra l’altro si occupa della violenza domestica nei confronti delle donne di colore) (2) .

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Quello che questa attenzione mediatica esprime è appunto il riflesso imposto dello stereotipo della donna come figura di valore morale in virtù della sua maternità, per cui quella bianca è la sola a meritare l’attenzione. Ma se è una mamma di colore a preoccuparsi per la salute dei suoi figli, come spiega l’attivista nera Teressa Raiford di Don’t Shoot Portland, accade che il pubblico si chiede “e noi stesse ci chiediamo: siamo noi mamme nere delle brave mamme? Abbiamo abbastanza soldi? Siamo sposate?”.

In una intervista televisiva a Bev Barnum (ispanica ed una delle promotrici del Wall of Moms) le viene chiesto come mai tutta questa attenzione sul muro delle mamme? Lei quasi in lacrime risponde: “perché molte delle
mie mamme sono bianche, e per qualche motivo ispiriamo compassione nella gente bianca”.

Nella lotta contra la repressione donne nere e donne bianche sono costrette a confrontarsi entrambe con questi stereotipi provocati dall’oppressione di razza e di genere che fin qui le hanno sperate, allontanate le une dalle altre e anche contrapposte. Le mamme bianche che hanno vissuto nel loro sempre più risicato privilegio di essere appunto bianche, sono chiamate in un colpo solo a dover fare i conti con l’oppressione di genere ed i loro stessi pregiudizi e privilegi razziali. Scesa in campo che avviene, e deve essere rilevato, non priva di conflitti e contraddizioni interne tra le donne stesse contrapponendo le donne tra bianche e nere. Questa frattura accade innanzitutto proprio in virtù del fatto che la condizione femminile di doppia oppressione espone le donne ad una maggior forza di penetrazione da parte del razzismo sociale e di tutti i pregiudizi razziali che ne conseguono. Tanto più la donna è emarginata ed alienata, tanto più essa si lega al suo privilegio di essere bianca, tanto più si rifugia sotto l’ala del patriarcato capitalista.

Le donne nere provano in quei giorni una rapida crescita del loro senso di frustrazione per la sovraesposizione giornalistica ricevuta dalle sole mamme bianche. Allertano queste ultime di non lasciarsi ingannare dai
riflettori, dall’attenzione perniciosa dei media, alla loro rappresentazione stereotipata. Viceversa, accade che le bianche uscite finalmente al di fuori della cappa patriarcale della famiglia ne subiscono in parte la fascinazione. Elementi che mettono in difficoltà l’unità delle mamme e delle donne, la cui mobilitazione appare a quelle di colore come troppo sbilanciata contro l’autoritarismo di Trump, e poco attenta al fatto che il razzismo sistemico in Oregon dominava la società ancor prima del trumpismo. Temono che le donne bianche possano perdere di vista i motivi originari della battaglia di Portland contro il razzismo sistemico e della polizia, per cui gli stessi giovani ragazzi e ragazze bianche sono in piazza da giorni.

Si arriva infine a vere ed aperte critiche di atteggiamenti anti-blackness da parte di alcune bianche più in vista nel movimento, quando queste registrano il “Wall of Moms” come associazione “no-profit” presso le camere di commercio dell’Oregon.

La frustrazione delle nere americane è figlia del timore di veder ripetere le amare esperienze del passato: “ci risiamo! Le solite organizzazioni di “alleati bianchi” che prendono la ribalta per altri obiettivi politici sulla pelle, sulla vita e sulla lotta dei neri” (3). Lo scontro politico tra le donne del movimento, mugugnato in piazza, esplode poi sui loro gruppi nei social media. La dura polemica viene immediatamente catturata dalla stampa USA e da vari commentatori sciovinisti, che ne strumentalizzano gli avvenimenti per muovere una critica frontale contro il “muro delle mamme”, soprattutto contro le mamme nere, e per ridicolizzare e screditare l’intero movimento di questi mesi contro il razzismo.

Sono un giorno e una notte drammatica in seno al fronte di lotta a dimostrazione che la ricomposizione del fronte degli sfruttati non è un fatto automatico. Una comunità di lotta condizionata dalle divisioni che il
razzismo e il suprematismo bianco per centinaia di anni hanno scavato nel profondo della società e tra gli sfruttati stessi. Polemiche che confermano che la scesa in campo delle donne lavoratrici bianche non può avvenire senza dover fare i conti con il proprio specifico pregiudizio interno.

La necessità di continuare la lotta ha però prodotto come risultato che dallo shock emergesse la premessa per un superamento in avanti delle divisioni, per la ricerca di un terreno più solido di unità. Le donne si sono date da fare per creare un nuovo gruppo sui social media come elemento di raccolta e per l’organizzazione della lotta, denominato United Moms for Black Lives, mettendo da parte il vecchio gruppo per evitare le strumentalizzazioni giornalistiche. Tantissime madri lavoratrici bianche, ispaniche e nere hanno aderito sui social media al nuovo gruppo continuando a partecipare attivamente alle lotte dei giorni seguenti.

Ma la contraddizione e la polemica non è stata indolore. Le donne lavoratrici, nere, bianche ed ispaniche l’hanno vissuta con un profondo sentimento di dolore acuto. Il dolore di chi riconosce i limiti e talvolta i
fallimenti nel realizzare una genuina unità di intenti e una solida comunità di lotta. Ancora oggi nei siti internet delle organizzazioni delle donne nere di Portland si leggono commenti di tripudio per la scesa in campo del
“Wall of Moms” delle lavoratrici e mamme bianche (4) che, nonostante l’accesa polemica, non è stato cancellato.

Dopo un comprensibile sbandamento le donne di tutti i colori hanno provato a reagire cercando di ricomporre la frattura. Tante donne bianche, accompagnate dalle sorelle nere e sulla base dell’esperienza della lotta che le ha viste impegnate insieme, hanno gettato i semi per una profonda consapevolezza generale di quale sia l’origine dello sfruttamento e della loro divisione e contrapposizione. Ce lo descrive questa mamma bianca
rivolgendosi a tutte le donne del movimento di Portland:

White Moms of Black Lives Matter. Certo, ero impazzita per quello che è successo, ma non è che non siamo mai state ingannate facilmente prima.
Non appena comprendiamo veramente la profondità e l’ampiezza della nostra complicità e della partecipazione attiva al razzismo brutale e sistemico, andiamo fuori di testa. Comprensibilmente!

Pensavo di essere una brava persona. Una alleata. Ma stavo guardando i neri americani assassinati dalla polizia e pensavo che se lo meritassero. Per decenni non ho fatto altro che inventare scuse per estendere il mio
privilegio. Questa è una grande verità da assorbire.

Vediamo un modo semplice per alleviare la nostra colpa e coglierla per disperazione di sollievo. Poi lentamente ci rendiamo conto di aver investito ciecamente nello stesso bianco patriarcato capitalista ancora una volta.
Dobbiamo mettere insieme la nostra merda e iniziare veramente a centrare le vite dei neri nei nostri cuori. Il sollievo dal dolore della coscienza sarà disponibile solo dopo aver sradicato il razzismo in America.

Perché le mamme bianche non sono né protettrici, né protette! I nostri corpi non sono vasi sacri per i bambini bianchi. Ognuno di voi l’ha visto di fronte al Justice Center. Quei mercenari federali non si sono mai preoccupati delle
madri nere, ma abbiamo pensato che si prendessero cura delle loro madri bianche.

I razzisti e fascisti che servono il signore capitalista bianco non si preoccupano del periodo della vita umana.

Stalin ce lo ha mostrato. Anche Hitler. E anche I padri fondatori d’America. Quindi spero che possiamo tenere gli ultimi due giorni come promemoria di ciò che accade quando non mettiamo al centro la leadership nera.

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Quando seguiamo un sussurro in mezzo alla folla perché è molto più sicuro scappare che stare in piedi. Quando ricorriamo a lacrime di complicità e sottomissione piuttosto che onorare la nostra forza.

Possiamo farlo. Insieme. Non ci giudichiamo mentre impariamo. No guerra interna. Metti davvero Black Lives Matter nelle nostre teste / cuori / anime, così al centro della narrazione. Facciamolo bene”.

Siamo al 70 giorno consecutivo di lotta contro il razzismo sistemico a Portland, che prosegue contro la polizia locale, il sindaco democratico, ora che le truppe federali hanno dovuto fare un passo indietro. Prosegue anche
in mezzo ad una crescita di sparatorie ed omicidi sospetti di persone di colore in diversi quartieri della città.

Sebbene registriamo al momento che le manifestazioni notturne di Portland vedono una relativa minor partecipazione di massa, la momentanea ritirata della delle forze federali è un successo della lotta e del
movimento. Di cui la partecipazione inaspettata ed improvvisa delle donne e mamme lavoratrici di tutti i colori ha giocato un ruolo decisivo e centrale. Scesa in campo cui le lusinghe del sindaco e del governatore democratici per un generico riorientamento del movimento contro l’autoritarismo trumpista e secondo le loro traiettorie elettoralistiche hanno trovato pane per i loro denti.

E vorrei anche poter dire direttamente a queste eroiche donne lavoratrici nere, che il seme è stato gettato incrinando il muro del pregiudizio che divide le lavoratrici bianche da voi. Mentre vorrei invitare le bianche a considerare la lettera anonima di sopra come incoraggiamento a continuare questo percorso. Se ora le donne nere si sentono nuovamente sole nella battaglia contro la violenza sistemica e della polizia sulle vite dei neri,
guardate alle esperienze di questi due mesi di lotta nazionale e delle giornate di Portland.

Guardate alle origini del movimento femminista degli Stati Uniti D’America di inizio XX secolo, quando il movimento essenzialmente bianco delle “suffragette” nelle marce di New York e Washington D.C. relegò con disprezzo razzista le donne nere in coda al corteo. Questa consapevolezza e questa coscienza espressa durante la lotta dalle donne lavoratrici e dalle mamme dell’Oregon nere, indigene, di ogni colore e bianche è un risultato inaspettato, anche esso un successo della lotta sprigionata nei giorni delle battaglie di Portland, un altro tassello inedito di questo straordinario movimento che si è dato nel nome di George Floyd.

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***

1 Per una ricostruzione del piagnisteo ipocrita democratico rimandiamo all’articolo del 3 agosto del The appeal circa il fatto che “la violenza della polizia era un problema a Portland ancora prima che arrivassero i federali”: https://theappeal.org/portlandprotests-federal-agents-local-police-violence/

2 Vedi l’intervista a Bev Barnum, una delle WoM, fatta da Left Voice il 23 luglio: https://www.leftvoice.org/author/bevbarnum

3 Dal New York Post del 30 luglio 2020: https://nypost.com/2020/07/30/portlands-wall-of-moms-group-accused-of-antiblackness/
E dall’Oregon Live del 29 luglio 2020: https://www.oregonlive.com/news/2020/07/portlands-wall-of-moms-crumblesamid-
online-allegations-by-former-partner-dont-shoot-pdx.html

4 Sulla home page di “Don’t Shoot” di Portland ancora si legge: “Questa settimana avrai visto il muro delle mamme diventare virale e siamo entusiasti di avere la loro leadership che ci ha raggiunto per coordinare e per portare avanti la mobilitazione. Le organizzatrici di questo gruppo hanno rilasciato una dichiarazione pubblica sulla loro missione qui.
Sostienile affinché sempre più città comincino ad organizzare il WOM.
Visto che queste immagini finiscono in giro per il mondo, ricorda che non è il momento per metterti in mostra vestita di giallo. Questo è il tuo momento per presentarti in prima linea e amplificare le voci delle donne nere che hanno sofferto per troppo tempo la perdita dei loro figli a causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Questa non è un’opportunità per cooptare (cavalcare n.d.r.) un movimento. La vita nera è importante. Ecco perché siamo qui. Tienilo a mente quando inizi a organizzare #WallofMoms nella tua città. Impara dai tuoi leader locali e dalle organizzazioni di base: scopri dove puoi sostenere e portare i loro nomi. Non c’è mai un momento sbagliato per entrare a far parte del movimento e siamo grati della tua solidarietà”.

Roma, 6 agosto 2020
Noi non abbiamo patria

 

martedì 23 giugno 2020

ALTERNATIVA LIBERTARIA foglio telematico numero di giugno 2020










In questo numero parliamo delle rivolte in USA e di George Floyd negli articoli:

– L’incendio furioso negli usa

Una morte di troppo

Gli articoli sono leggibili anche sul portale anarkismo.net cliccando sopra ai loro titoli

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mercoledì 3 giugno 2020

Solidarietà con la Lotta del Popolo Nordamericano!

























Condanniamo il vile assassinio di George Floyd per mano dei poliziotti di Minneapolis, un altro atto razzista nel cuore di una potenza imperialista mondiale. Un ennesimo caso che si aggiunge all'innumerevole numero di uccisioni di persone di colore e della popolazione afro-americana perpretrate negli Stati Uniti, che continua dai tempi della schiavitù e non si è mai fermato: anche durante il governo di Obama ci sono state decine di uccisioni di giovani neri, come nei tempi razzisti degli anni Cinquanta e Sessanta.
La risposta all’epoca fu un rapido e organizzato sviluppo del movimento nero in tutto il paese; in questi momenti vediamo svilupparsi un enorme movimento di protesta, che rivela che la gente è stanca della violenza e dell'impunità della polizia. Una stazione di polizia di Minneapolis è stata bruciata dai manifestanti e alcune auto della polizia sono state attaccate. L'azione diretta è un'arma di resistenza, che si è moltiplicata in varie città con scontri tra manifestanti e poliziotti, persino Donald Trump ha ordinato all'esercito di scendere in strada e sono stati decisi coprifuoco in 25 città.
Il razzismo, elemento strutturale della società capitalistica, soprattutto nel capitalismo nordamericano, resta purtroppo intatto, ma sta emergendo anche la volontà di resistenza e lo spirito combattivo delle persone di colore e delle classi popolari.
Trump accusa gli anarchici e gli attivisti antifascisti di essere gli istigatori dei disordini. Questo movimento è una rivolta popolare, le decine di migliaia di persone che vi partecipano non sono anarchici o non rivendicano di appartenere a nessuna corrente politica, ma come sempre il potere cerca di trovare i responsabili da incolpare, perché non vengano messe in discussione le questioni strutturali e si arrivi alla conclusione che è lo Stato razzista, patriarcale e capitalista, che opprime e uccide le classi popolari, il vero istigatore delle rivolte.
IL RAZZISMO DEVE ESSERE SEPOLTO INSIEME AL CAPITALISMO. TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO E LA NOSTRA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO NORDAMERICANO CHE LOTTA CONTRO LA VIOLENZA E GLI ABUSI DELLA POLIZIA E DELLO STATO.
Solo la solidarietà e l'aiuto reciproco ci permetteranno di resistere.

TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO ALLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ NERE!TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO AI NOSTRI E ALLE NOSTRE COMPAGNI/E ANARCHICI E ANARCHICHE NORDAMERICANI/E!
PER IL COMUNISMO ANARCHICO!

☆ Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU (Uruguay)
☆ Federación Anarquista Rosario – FAR (Argentina)
☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
☆ Federación Anarquista Santiago – FAS (Chile)
☆ Vía Libre (Colombia)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat - Organització Libertària de Catalunya (Catalogna)
☆ Alternativa Libertaria – AL/fdca (Italia)
☆ Die Plattform - Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Melbourne Anarchist Communist Group - MACG (Australia)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement - AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front - ZACF (Sud Africa)
☆ Anarchist Unión of Afghanistan and Iran - AUAI
☆ Manifesto (Grecia)

giovedì 17 agosto 2017

“PIANGERE I MORTI, LOTTARE COME L’INFERNO PER I VIVI – dichiarazione su Charlottesville della Black Rose Anarchist Federation

Black Rose Anarchist Federation  ha ricevuto notizie relative all’aggressione commessa dai fascisti-suprematisti bianchi-oggi a Charlottesville, NC. Oggi ci dirigiamo al pubblico dal nostro convegno nazionale, mentre sentiamo una profonda tristezza e il dolore delle vittime si fa nostro. I nostri cuori e sentimenti rimangono con loro e con i famigliari.
In questo momento abbiamo saputo che membri dell’IWW e de Socialisti Democratici dell’America (DSA) sono stati feriti; dettagli ancora devono arrivare – nell’insieme della massa di informazioni contraddittorie – su nuove lesioni e, almeno, un morto in questo attacco (bilancio purtoppo aumentato nei giorni seguenti – ndt).
Non possiamo rimanere a braccia incrociate e permettere che questo tipo di violenza si perpetui contro le nostre comunità. Per questo manifestiamo la nostra solidarietà con gli/le attivist* antirazzist*, le loro famiglie, l’IWW e i membri della DSA presenti a Charlottesville oggi, e a tutt* le persone coinvolte nella lotta contro la crescente onda di fascismo nel mondo
Insieme, non ci fermeranno, né ci fermeremo
“Piangere i morti, lottare come l’inferno per i vivi”
-Mother Jones
http://blackrosefed.org/charlottesville-statement/ 

lunedì 10 luglio 2017

Petrolio: scisto o sceicchi?

Una vecchia canzone dei Clash  diceva più o meno Sheiks don’t like rock in the casbah”, ebbene dopo il vertice dell’OPEC del 25 maggio  2017 al posto di rock ci potremmo metterci shale….
OPEC e sceicchi
All’indomani del vertice dell’OPEC del 25 maggio scorso a Vienna, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Khalid al-Falih
Risultati immagini per khalid al-falih
ed il suo collega russo Alexander Novak
Risultati immagini per alexander novak
hanno dichiarato che i tagli alla produzione del greggio verranno prorogati di 9 mesi, fino al marzo 2018, per far risalire i prezzi verso una soglia intorno ai $50 al barile.
Dopo 2 anni e mezzo di tira e molla, l’OPEC sembra aver trovato una strategia di mercato che sembra non tenere conto, però, dell’evoluzione della concorrenza dei produttori americani di shale-oil (greggio da scisto).
Alla sfida estrattiva (veloce ed economica) di greggio (in siti ritenuti in passato non convenienti per un’estrazione tradizionale) tramite il fracking (fratturazione idraulica delle rocce scistose), iniziata circa 10 anni fa, solo nel 2014 l’OPEC aveva risposto prendendo come contromisura l’aumento della produzione per abbassare i prezzi e mettere in difficoltà gli indebitati produttori di shale-oil americani (in perdita con un prezzo sotto i $50 al barile).
Ma mettendo in difficoltà anche membri OPEC e non/OPEC fortemente dipendenti dall’alto prezzo del greggio [Brasile, Venezuela, Ecuador…] e privi delle enormi riserve valutarie di cui dispone ad esempio il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ($2000mld).
Opec, nuovi tagli alla produzione: nove mesi in più
L’andamento dei prezzi del petrolio: il rialzo dopo la prima stretta alla produzione Opec (in rosso), è poi svanito. E’ stato necessario aprire a nuovi tagli per far risalire il barile.
(al 9 giugno 2017, $48,3b il Brent e $45,92b il WTI).
Shale-oil/petrolio-da-scisto
La crisi di capitali e debitoria che aveva colpito questo settore a causa dei prezzi bassi è in corso di evoluzione, in virtù della capacità dei produttori di shale-oil di rifornirsi di capitali dai mercati finanziari, tramite strumenti quali i futures (contratti a termine per cui si acquista un bene che sarà disponibile in un futuro predeterminato, vedi futures nell’acquisto di vino Brunello dell’annata xy…) oppure  gli hedge funds (fondi speculativi di investimento ad alto rischio).
La fiducia dei mercati finanziari al settore dello shale-oil trova le sue basi nella prevedibilità del successo dell’attività estrattiva del fracking rispetto a quella più casuale dei pozzi. L’estrazione da scisto è diventata ormai una normale attività industriale programmabile, simile a quella manifatturiera, per cui il settore può contare anche sugli investimenti dei fondi-pensione e dei fondi private-equity (investimenti su società valutate in forte crescita con possibilità di disinvestimento per ottenere plusvalenze dalla vendita delle azioni), interessati più alla remunerazione del capitale investito proteggendo il settore e puntando ad una crescita della produzione, piuttosto che speculare su un ritorno del greggio a un prezzo di $100 al barile.
Secondo l’organismo di authority America’s Commodity Futures Trading Commission, il valore delle transazioni del petrolio da scisto nella tipologia merceologica WTI (West Texas Intermediate) è pari ad 1 mld di barili in futures, più del doppio di 5 anni fa e pari ad 1/4 di quota di mercato rispetto al 16% del 2012.
La schizofrenica politica dell’OPEC, passata da un’iper-produzione della fine del 2016 al taglio della produzione dallo scorso 1 gennaio, ha in realtà depresso il prezzo spot (prezzo corrente di una merce) rispetto al suo valore in futures, alimentando così  una situazione di mercato definita contango, in cui il valore dei futures è superiore al prezzo corrente, consentendo ai produttori di petrolio-da-scisto WTI  di attirare investitori di futures.
Invece, la strategia OPEC di puntare ad un prezzo spot superiore a quello dei futures (situazione di mercato definita come backwardation) per scoraggiare gli investimenti nel petrolio-da-scisto non appare avere per ora effetti degni di nota.
Produzione americana
L’agenzia governativa Energy Information Administration prevede che nel 2018 la produzione di greggio americana sarà di 10 milioni di barili al giorno, al pari con quella russa e saudita.
Il numero dei produttori di shale-oil è salito negli ultimi 10 mesi da 262 a 700.
La stessa agenzia fa sapere che sarà un’impresa dura per i produttori OPEC e non/OPEC ridurre le scorte di greggio alla media degli ultimi 5 anni (si tratta di tagliare 1,8mbg); inoltre, la Libia e la Nigeria (entrambi membri OPEC), esentate dal taglio della produzione per la loro difficile situazione economica, hanno aumentato nettamente la loro produzione [Nigeria +274.000bg in aprile 2017, Libia +800.000bg] vanificando in qualche modo le scelte della loro organizzazione.
graph of estimated petroleum and natural gas hydrocarbon production in selected countries, as explained in the article text
Fabbisogno mondiale
Nel 2016, la domanda mondiale è stata più debole, sia sul versante dei paesi ricchi che su quello dei paesi in espansione come Cina ed India, che stanno usando il petrolio in maniera più efficiente rispetto ad altri paesi sviluppati.
Risultati immagini per roland berger efficiency of oil consumption
Il che rende difficile fare previsioni su eventuali aumenti del prezzo del greggio.
Dipende anche dai produttori di petrolio-da-scisto: carenza di manodopera e di attrezzature potrebbero far crescere i costi di perforazione; tassi d’interesse più alti potrebbero raffreddare l’entusiasmo degli investitori ed un’irrazionale esuberanza del settore potrebbe spingere in alto la produzione con effetto depressivo sui prezzi.
In attesa del 2023 [https://www.youtube.com/watch?v=cOey0Gmpq-0] , quando il petrolio -secondo alcuni autorevoli analisti- sarà un ricordo del passato.
In fondo mancano solo 6 anni!!
Ufficio studi Alternativa Libertaria/fdca
cfr. http://www.cftc.gov/index.htm; https://www.eia.gov/; https://www.rolandberger.com/; The Economist n°9041; Il Sole24Ore; http://www.repubblica.it/economia/2017/05/25/news/opec_petrolio_tagli_estensione-166336428/; http://www.opec.org/opec_web/en/index.htm

giovedì 1 giugno 2017

Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA

Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.
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Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai  loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività  degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe  avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem,  coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato  molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad  permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il  prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la  grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente  in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF  è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle  cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno  un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il  PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.

Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

domenica 30 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI di Pier Francesco Zarcone

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle lezioncine preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo. Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmur)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, un manica di idioti. Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.
Si prenda nota che, riguardo ai fatti di Idlib, nessuno ha ricordato che in precedenza i Russi avevano allertato gli Usa sul fatto che i cosiddetti "ribelli moderati" erano ancora in possesso di armi chimiche. Ma non pare che quella segnalazione li avesse turbati più di tanto.
Dal punto di vista tecnico-militare non è che il lancio di missili vada considerato un grande successo: su 59 ordigni, soltanto 23 hanno colpito il bersaglio, la base aerea siriana è danneggiata ma non distrutta, e infine la maggior parte degli aerei (o perché ritirati in anticipo per intuizione, oppure perché protetti dai bunker) è salva. La stampa filostatunitense sostiene che in realtà l'azione missilistica non doveva essere più di un ammonimento, per non chiudere definitivamente le porte verso Mosca e Damasco. Sarà.
A non essere salve, invece, sono le speranze di pace, non essendo noti gli attuali piani tattici di Washington sul Vicino Oriente - mentre quelli strategici lo sono da tempo: balcanizzazione.
Se Trump ha voluto dimostrare di essere un vero "duro" - a differenza di Obama - è tuttavia innegabile che Putin non può perdere la faccia (e non solo per questioni di orgoglio), cosicché il rischio di uno scontro sul campo fra Russia e Stati Uniti è più concreto che mai, ma le Forze armate russe, grazie al vasto programma di modernizzazione tecnologica messo in atto da qualche anno, non sono più quelle del tempo di Eltsin. Le speculazioni giornalistiche sulla possibilità che Mosca "molli" Damasco appaiono più un desiderio che una realtà, a motivo dei consolidati interessi geostrategici russi nella zona. Le ombre a dir poco sinistre continuano comunque a gravare. Asetticamente molti organi di stampa comunicano che i "ribelli" di Siria (in realtà per lo più invasori stranieri) invocano la totale distruzione dell'aviazione siriana, senza notare che questo comporterebbe due tragici risultati: il sicuro scontro diretto con la Russia e l'indebolimento delle Forze armate siriane di fronte al jihadismo.
Dicendolo francamente, a prescindere da quanti trovino la cosa sgradevole, se nel frattempo fosse emersa un'alternativa ad Assad, politicamente e militarmente credibile (innanzitutto per la Siria), vari problemi si ridurrebbero. Ma così non è e allora, piaccia o no, il crollo del governo di Damasco significherebbe abbandonare la Siria a Isis e al-Qaida, oppure far scomparire il paese dalla carta geografica, polverizzandolo in una miriade di staterelli senza peso politico ed economico, e alla mercé del primo che arriva. Non è da escludere che in certi ambienti occidentali lo si voglia.
Tralasciando (per scaramanzia) l'ipotesi dello scontro diretto fra militari russi e statunitensi, e ipotizzando altresì che il bombardamento in questione abbia costituito la classica una tantum, senza mutare di molto la situazione sul campo, tuttavia, se resta l'intenzione statunitense di non lasciare campo libero alla Russia in Siria, c'è da chiedersi cosa potrebbe fare Trump, e con quali possibili alleanze, per imporre una sua soluzione alla crisi siriana. Sempre infischiandosene di tutto, egli potrebbe aumentare la presenza di truppe statunitensi sul terreno per arrivare quanto prima alla conquista di Raqqa, la capitale del "califfato" Isis. A questo fine Washington avrebbe tuttavia bisogno di una copertura aerea maggiore di quella di cui dispone oggi in loco: il che vorrebbe dire instaurare una no-fly zone (ma la Russia quantomeno si opporrebbe, se non peggio), oppure gli Stati Uniti dovrebbero trattare con Mosca, che forse non escluderebbe Assad, visto che la presenza russa in Siria è avvenuta su richiesta del governo di Damasco, internazionalmente riconosciuto. E allora?
Sul piano delle alleanze, a ben guardare - e ferma restando la citata assenza di alternative ad Assad - non viene in mente molto, a parte la teorica carta curda, che poi si riduce alle milizie curde di Siria. Infatti, tenuto conto della precisa realtà jihadista dei "ribelli moderati", l'alleanza formale con essi per delineare una "nuova Siria" sarebbe tanto un atto di onestà quanto una scelta sicuramente impolitica; pertanto la si potrebbe ragionevolmente escludere. Restano quindi i Curdi, ma dopo averli utilizzati Trump potrebbe al massimo concedere loro soltanto una zona fortemente autonoma in territorio siriano, insufficiente però ai fini di un ampio piano di riorganizzazione del paese. In aggiunta a questa pochezza ci sarebbero da mettere in conto le prevedibili reazioni turche - con ricadute sul fronte sud-orientale della Nato - ma anche quelle dell'Iran e dello stesso governo di Damasco.
Inoltre c'è da domandarsi se gli stessi Curdi ci starebbero. La storia del popolo curdo è ricca di alleati opportunisti e aleatori che al momento (per loro) opportuno si defilano e lo lasciano esposto a ogni possibile rappresaglia; il che, nel caso in ispecie, potrebbe accadere dopo la conquista di Raqqa. Conquista che è ancora di là da venire, visto anche il precedente di Mosul, ancora non conquistata per la tenace resistenza dell'Isis (a proposito, qui le stragi fatte dall'aviazione Usa non suscitano emozioni internazionali).

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giovedì 9 marzo 2017

NON UNA DI MENO - UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE

UNA MINACCIA CONSERVATRICE CREA NUOVE OPPORTUNITÀ PER UN FEMMINISMO DI CLASSE
Nota delle autrici: questo articolo è stato redatto da Romina Akemi e Bree Busk per Solidaridad, il giornale della organizzazione cilena Solidaridad-Federación Comunista Libertaria. Per questo motivo, alcuni concetti e fatti storici che risultano familiari ai lettori statunitensi vengono spiegati più dettagliatamente.

Nella prima settimana di presidenza di Donald Trump hanno avuto luogo due importanti mobilitazioni, espressione di due visioni radicalmente distinte sui diritti riproduttivi.
La marcia delle donne a Washington nel giorno seguente all'insediamento di Trump è stata una delle manifestazioni più partecipate nella storia degli Stati Uniti. Quello che è cominciato come una chiamata spontanea è cresciuta rapidamente fino a diventare un movimento rappresentativo della crescente preoccupazione nei confronti del programma del nuovo governo. La marcia ha riunito circa 500.000 persone a Washington D.C, con manifestazioni parallele in tutto il paese e nel resto del mondo. Una settimana dopo, ha avuto luogo una mobilitazione molto diversa: la marcia annuale per la vita.
Nonostante questa sia stata considerabilmente minore, ha riunito comunque un buon numero di persone, inclusi personaggi noti del governo Trump. Rompendo il protocollo politico tradizionale, il vicepresidente Mike Pence, un ex-cattolico convertito al cristianesimo evangelico, ha parlato durante la manifestazione dichiarando: "La vita sta vincendo di nuovo negli Stati Uniti".
Negli Stati Uniti, la legalità dell'aborto è affidata alla Roe. v. Wade, una sentenza del 1973 che può essere riconosciuta solo da una nuova decisione della Corte Suprema. Attualmente vi è un vuoto legislativo che il presidente Obama non è stato in grado di riempire nel suo mandato. Durante la sua campagna elettorale il candidato successore Donald Trump aveva espresso l'intenzione di nominare un giudice antiabortista, promessa che è stata ripetuta da Pence e finalmente realizzata il 30 di gennaio con la nomina di Neil Gorsuch. Se verrà confermato il rapporto pubblicato recentemente sulle vicende che hanno portato all'elezione del giudice Gorsuch, la direzione sarà quella di una svolta conservatrice, "votando per limitare i diritti degli omosessuali, mantenere restrizioni sull'aborto e invalidare i programmi di azione positiva (affirmative action)".
Nonostante sia legale, l'accesso all'aborto continua ad esser precario e discontinuo negli Stati Uniti, specialmente per gli abitanti delle comunità rurali. Questo è dovuto in parte al successo del movimento antiabortista, che si è servito di metodi legali o dal basso per ridurre l'accesso all'aborto. Questa tendenza è divenuta particolarmente evidente negli anni '90, quando organizzazioni evangeliche di destra come Operation Rescue, Moral Majority, and the Family Research Council hanno acquisito maggiore importanza. Queste organizzazioni hanno cavalcato la reazione conservatrice di fronte alla rivoluzione culturale degli anni '60, esigendo che si pregasse nelle scuole pubbliche, opponendosi all'educazione sessuale e chiudendo le cliniche per donne. Questo periodo di opposizione tra il conservatorismo religioso e i valori progressisti secolari è chiamato la "Guerra culturale" ("The cultural wars"). In quell'epoca il movimento femminista nordamericano della terza onda era già completamente istituzionalizzato dentro al Partito democratico, e non è stato possibile difendere le conquiste già fatte di fronte ad una tale opposizione.
La marcia delle donne è stata la dimostrazione pubblica in difesa dei diritti riproduttivi più importante nella storia recente. Essa rappresenta la prima chiamata ad un'azione capace di unire trasversalmente donne di ogni razza, classe e tendenza politica dalla sconfitta dell'emendamento sulla legge paritaria (Equal Rights Amendment) della fine degli anni '70. Durante l'ultima decade, le politiche di sinistra negli Stati Uniti sono state dominate dalla politica dell'identità: una teoria politica che enfatizza l'identità razziale, sessuale e di genere a discapito della classe sociale. Le politiche dell'identità inizialmente contribuirono all'analisi e alla decontrazione delle manifestazioni di supremazia bianca e di patriarcato all'interno di organizzazioni e movimenti di sinistra, ma furono adottate presto dai giovani progressisti in ambito accademico. All'interno di questa analisi, il concetto di classe s'intende come un'identità in più, soggetta ad essere discriminata però non sulla base della sua relazione con i mezzi di produzione.
Ciò che era inizialmente uno strumento utile per l'analisi dei disequilibri del potere finì per trasformarsi in una posizione ideologica caratterizzata dalla disunione, dal separatismo e da un localismo estremo. Questi comportamenti politici hanno influenzato fortemente le sinistre istituzionali e rivoluzionarie negli Stati Uniti, bloccando la crescita di movimenti sociali ad ampia base.
Il problema della natura frammentaria della politica dell'identità è stato affrontato mediante l'applicazione del concetto di intersezionalità, una pratica teorica che contiene l'analisi delle identità sociali sovrapposte e dei loro corrispondenti sistemi di oppressione, dominio o di discriminazione. L'intersezionalità è stata pensata per preparare un modello che promuovesse una cooperazione orizzontale e inclusiva all'interno dei movimenti e delle organizzazioni tra le diverse identità. Senza dubbio nella pratica gli attivisti finirono per seguire l'interpretazione secondo la quale tutte le identità e tutte le oppressioni sono collocabili sullo stesso piano, e non si richiede nessun giudizio particolare al capitalismo o allo Stato per completare l'analisi. Come dimostrato nella recenti elezioni negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone reagisce alle minacce contro la sua realtà materiale e non in base a considerazioni puramente ideologiche sulla propria collocazione nella complessa gerarchia delle identità oppresse…risulta ironico che la politica "dall'alto" condotta da Trump abbia finito per costringere la sinistra statunitense ad incontrare un'unità che, appena un mese fa, brillava per la sua assenza.
In questo momento non esiste alcuna certezza che la marcia delle donne si possa trasformare in un movimento sociale legittimo. In tutto il paese, i microfoni sono stati monopolizzati dai politici democratici e da celebrità liberali, mettendo l'accento sulla resistenza istituzionale. Questo contrasta con la diversità politica dei partecipanti alla marcia: alcuni esigono riforme, mentre altri chiamano alla rivoluzione. Il fattore unificante è il desiderio collettivo di iniziare una resistenza nelle strade di fronte alla regressione sociale che si sta annunciando. Le femministe rivoluzionarie hanno appena iniziato ad inserirsi in questi spazi politici e il ruolo che ricopriranno non è ancora chiaro. Ciò che risulta chiaro è che la marcia delle donne rappresenta un'opportunità politica per ricostruire un movimento femminista libertario (insieme ad altre lotte che si stanno sviluppando) che ponga domande finalizzate a migliorare la vita dei lavoratori e che si opponga al carattere liberale e capitalista del movimento femminista attuale. Esiste una chiara opportunità per riportare l'attenzione sulle domande classiche di giustizia riproduttiva, uguaglianza economica e fine della violenza patriarcale, e per porre nuove domande con una forza maggiore rispetto ai decenni passati. I nostri sforzi necessiteranno degli elementi migliori dell'analisi intersezionale per impedire che si sviluppino di nuovo le gerarchie che cerchiamo di abolire, però questo è solo il principio. Dobbiamo riconoscere la realtà materiale di coloro che vengono direttamente impattati dal capitalismo patriarcale, e lasciare che questa prospettiva ci guidi nel movimento rivoluzionario che vogliamo costruire.

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)