„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
Visualizzazione post con etichetta Turchia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Turchia. Mostra tutti i post
giovedì 17 settembre 2020
Contro i venti di guerra
Dichiarazione congiunta delle organizzazioni anarchiche Devrimci Anarşist Faaliyet (turca) e Anarşist Politik Örgütlenme/ Yunanistan (greca) contro i venti di guerra nel Mediterraneo orientale Grecia e Turchia . Solidarietà di classe contro le guerre e il conflitto tra Stati. La solidarietà internazionalista è il potere dei popoli. I poteri economici e politici sono impegnati in un attacco globale senza precedenti contro i popoli alla periferia del capitalismo attraverso guerre, operazioni militari, il rovesciamento di regimi e imponendone di nuovi che mirano a controllare e sfruttare tutti gli esseri viventi e non viventi, tutte le comunità. Questo processo, che condanna milioni di persone alla povertà, all’impoverimento, alle malattie e alla migrazione; è una precondizione per l’accumulo di ricchezza nelle mani dell’élite economica globale e la ridistribuzione dell’equilibrio geopolitico del potere nel mondo tra potenze globali, regionali e locali nel contesto della competizione interstatale. Nel processo finale, la concorrenza tra Stati, tra Grecia e Turchia, e in questo contesto si assiste ad un aumento accelerato dei preparativi per la guerra. Il loro obiettivo è stabilire la Zona Economica Esclusiva per la gestione degli asset energetici nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale e per il controllo delle rotte commerciali dell’energia. Il conflitto tra Grecia e Turchia è rinato perché sono al servizio degli interessi delle grandi multinazionali estrattive. Le potenze capitaliste globali come Stati Uniti, Francia e NATO partecipano a questo conflitto per mantenere una potenza militare più ampia nella regione geopoliticamente altamente strategica del Mediterraneo orientale con lo scopo di raggiungere un equilibrio di potere più redditizio in questa situazione e nei mercati energetici globali. Per la Grecia, la partecipazione attiva a questo conflitto attraverso lo sviluppo di risorse belliche nel Mar Egeo è una riaffermazione del suo impegno nei confronti dell’UE e della NATO per svolgere il ruolo di polizia per loro conto nella regione. La cooperazione politica, militare ed energetica con Egitto, Cipro e Israele va in questa direzione. Per la Turchia, l’occupazione militare del Rojava, il supporto della Turchia per l’adempimento dell’accordo del governo di riconciliazione nazionale in Libia e il dispiegamento della flotta militare nel Mediterraneo servono a dimostrare che la Turchia è un forte attore regionale nella rivalità tra gli stati capitalisti globali. Il fatto che entrambi gli Stati aumentino il conflitto nel Mediterraneo orientale crea la possibilità di colpire Cipro, che è un altro problema con cui devono confrontarsi. F-16 e navi cacciatorpediniere stanno viaggiando intorno a Cipro e questi conflitti significano che i popoli di Cipro sono esposti all’aggressione creata dagli stati. Sia in Grecia che in Turchia, il nazionalismo, in un contesto sempre più competitivo, spinge verso l’intolleranza e l’incitamento all’odio. Il loro scopo è instillare la paura nella società, convincere la stragrande maggioranza della società saccheggiata e sfruttata senza pietà dallo stato e dai padroni di avere interessi comuni con le élite politiche ed economiche che le governano. Come anarchici su entrambe le sponde del Mar Egeo, siamo consapevoli che lo stato di guerra, la povertà e l’impoverimento, l’ascesa del nazionalismo e il fascismo nella società saranno devastanti per l’umanità. Solidarietà di classe e internazionale tra i popoli, lotta organizzata delle classi sfruttate, rovesciamento degli stati e del capitalismo. Crediamo fermamente che ci saranno le condizioni necessarie per la creazione di una società di libertà, uguaglianza, pace e giustizia senza sfruttamento, guerre e concorrenza corrotta. Facciamo rivivere la lotta per la rivoluzione sociale, l’anarchismo e il comunismo libertario! Devrimci Anarşist Faaliyet Επαναστατική Αναρχική Δράση (DAF) / Τουρκία https://anarsistfaaliyet.org/ Anarşist Politik Örgütlenme/ Yunanistan Αναρχική Πολιτική Οργάνωση – Ομοσπονδία Συλλογικοτήτων (ΑΠΟ) / Ελλάδα http://apo.squathost.com/ Testo originale della dichiarazione https://anarsistfaaliyet.org/bildiriler/devrimci-anarsist-faaliyet-ve-anarsist-politik-orgutlenmeden-dogu-akdenizdeki-gerilimlere-karsi-ortak-bildiri/?fbclid=IwAR2ODU2A47BNSJ0xJl1FmN0Vh6Vc8G_AnADoGcgQFd6VNfmF0LpZrtR6CBI
Etichette:
Anarkismo.net,
Cipro,
Erdogan,
grecia,
Turchia,
venti di guerra nel mediterraneo orientale
lunedì 18 maggio 2020
A sostegno delle richieste di Grup Yorum
Per
– la fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
– la cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
– la rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
– la cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
– il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere
Sosteniamo le richieste degli Avvocati del popolo
che chiedono di poter difendere i loro clienti!
PER LA LIBERTÀ DEI PRIGIONIERI POLITICI!
CONTRO LA PERSECUZIONE POLITICA!
PER LA DIFESA DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE!
SOLIDARIETÀ CON GRUP YORUM!
SOLIDARIETÀ CON GLI AVVOCATI DEL POPOLO!
SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI!
Appello
L’8
maggio, nel pieno della crisi sanitaria mondiale, è diventato martire
il nostro compagno Ibrahim Gökçek, bassista e attivista rivoluzionario
turco, membro di Grup Yorum, che insieme ad altri compagni musicisti,
avvocati e prigionieri politici ha portato avanti una eroica lotta con
lo sciopero della fame fino alla morte, denunciando la persecuzione
politica e i mezzi repressivi che lo stato turco sta applicando contro
il popolo ed in particolare contro l’attività artistica di Grup Yorum.
Durante
le onoranze funebri il Governo turco ha spiegato ingenti forze di
polizia con mezzi blindati, usando lacrimogeni e sparando contro il
popolo che si era radunato per omaggiarlo. Non sono mancati arresti,
ancora tra i membri di Grup Yorum e gli avvocati del popolo, nonché tra i
sostenitori del gruppo musicale. La salma è stata riconsegnata solo per
la tumulazione, ma ancora oggi ci sono minacce da parte dei gruppi
fascisti che continuano a sostenere che ruberanno il corpo di Ibrahim
Gokçek per poi bruciarlo.
Allo
stesso modo sono diventati martiri il 3 aprile scorso, la compagna
Helin Bölek, solista di Grup Yorum, dopo 288 giorni di sciopero della
fame, e il 24 aprile il prigioniero politico Mustafa Koçak, dopo 297
giorni di sciopero della fame.
Sebbene
Helin Bolek e Ibrahim Gokçek siano stati liberati rispettivamente a
novembre e a febbraio, comunque le persecuzioni a loro carico sono
continuate nei messi successivi e antecedenti la loro morte a causa
della loro perseveranza nella lotta.
Oggi,
ancora una volta vediamo tangibili le prove di come il regime dello
stato turco continua la sua guerra contro il popolo e i rivoluzionari,
come parte di una politica di repressione e persecuzione politica che
l’imperialismo applica nel mondo.
La
responsabilità di queste morti è del governo turco, sostenuto dai
complici governi occidentali e di tutte le associazioni che non si sono
schierate in modo netto contro lo stato terrorista.
In
particolare il nostro appello va alle organizzazioni democratiche e
rivoluzionarie, ma anche ai singoli cittadini italiani, che ripudiano la
guerra, come scritto nella nostra Costituzione, a pronunciarsi e ad
esprimere la loro solidarietà con la lotta del popolo turco.
Scrivendo o telefonando al Ministero degli affari esteri e della Cooperazione Internazionale
Telefono: +39 – 06.36911
Scrivendo o telefonando all’Ambasciatore della Repubblica di Turchia presso la Repubblica italiana Murat Salim Esenli
Telefono: +39 – 06.445941
Email: ambasciata.roma@mfa.gov.tr
BASTA ALLEGARE IL SEGUENTE TESTO NELL’EMAIL:
Sosteniamo le richieste di Grup Yorum
– La fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
– La cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
– La rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
– La cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
– Il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere
Sosteniamo le richieste degli Avvocati del popolo che chiedono di poter difendere i loro clienti!
PER LA LIBERTÀ DEI PRIGIONIERI POLITICI!
CONTRO LA PERSECUZIONE POLITICA!
PER LA DIFESA DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE!
SOLIDARIETÀ CON GRUP YORUM!
SOLIDARIETÀ CON GLI AVVOCATI DEL POPOLO!
SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI!
Continuiamo
a raccogliere il vostro consenso anche con le foto o qualsiasi altra
espressione di solidarietà. Scrivete e scriveteci!
Comitato Solidale Grup Yorum
Etichette:
erdogan boia,
Grup Yorum,
solidarietà internazionale,
Turchia
lunedì 13 aprile 2020
Solidarietà internazionale contro guerra e razzismo
Cinque anni dopo la cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quasi quattro anni dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia, siamo ancora testimoni della violenza prodotta dalle politiche migratorie centrate sulla sicurezza. Dallo scorso giovedì (27.02.2020), migliaia di persone si sono mosse verso il confine tra Turchia e Grecia seguendo l’annuncio secondo il quale dalla Turchia non si sarebbe più messo un freno alla volontà di migranti di raggiungere l’Europa. L’annuncio da parte del governo turco è arrivato dopo la morte di 33 soldati nell’area di Idlib, dove l’acutizzarsi del conflitto ha fatto salire il numero delle vittime giorno dopo giorno, anche a causa della mirata distruzione di infrastrutture di base e strutture sanitarie. Il governo turco chiude i suoi confini con la Siria e non si fa scrupoli a spingere migliaia di migranti verso le porte d’Europa, all’interno di un limbo.
Migranti e richiedenti asilo dalla Siria, Afganistan, Pakistan e da diversi paesi africani hanno raggiunto l’area di confine di Edirne, Cannakkal e Izmir; alcuni sono stati condotti là da mezzi messi a disposizioni dalle municipalità, altri sono arrivati con taxi privati o camminando. Nell’area di Edirne, sono stati autorizzati dalle autorità turche a procedere verso la zona di confine, ma le forze di polizia greche hanno impedito loro di passare usando gas lacrimogeni e granate stordenti. Contemporaneamente, le autorità turche hanno impedito l’accesso ai giornalisti e ai reporter. Le persone bloccate nella zona grigia tra i due stati, sotto una forte pioggia e con scarse scorte di cibo, hanno gridato per l’apertura della frontiera. Ad alcuni di loro, raggiunto il confine terrestre, è stato detto dalle autorità di prendere la via del mare, nonostante le pericolose condizioni meteo.
In Grecia lo scenario va peggiorando. Il governo ha recentemente emanato una più stretta e inumana legge sui richiedenti asilo che prevede la detenzione all’arrivo sul territorio greco. Nei giorni scorsi, le comunità locali sulle isole di Chios e Lesbo si sono scontrate con la polizia, per opporsi all’istallazione di nuove strutture detentive. Pressati dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”, dopo l’accordo tra Europa e Turchia, hanno protestato contro il deterioramento delle loro condizioni di vita e di quelle dei richiedenti asilo. Ciò nonostante, la xenofobia e il razzismo non hanno smesso di infestare il discorso pubblico. In risposta agli ultimi eventi, i rappresentanti del governo greco hanno diffuso odio e paura, alimentando il mito di un’invasione di “illegali”, al comando del paese vicino.
Xenofobia, razzismo e la loro normalizzazione devono essere fronteggiate ovunque emergano, in Turchia, in Grecia o altrove. La strumentalizzazione delle vite dei migranti e dei richiedenti asilo e dei rifugiati ridotti a minaccia o a oggetti di scambio deve finire, sia nelle campagne elettorali interne ai singoli paesi che nelle relazioni fra il governo turco e l’Unione Europea. Le politiche securitarie che spingono migliaia di persone già sfollate all’interno di un limbo e i regimi di frontiera che provocano un infinito ciclo di violenze contro di loro devono finire.
Quello che chiediamo sono pace, diritti fondamentali e libertà di movimento per tutti.
I confine stanno uccidendo, aprite i confine!
Stop alla Guerra contro migranti e rifugiati!
Solidarietà transnazionale contro razzismo e guerra!
Per un mondo libero, senza confini, sfruttamento ed esilio.
Alternativa Libertaria/fdca aderisce all’appello internazionale di Crossborder
Etichette:
Accordo UE/Turchia,
migranti,
profughi,
solidarietà internazionale,
Turchia,
Unione Europea
giovedì 1 febbraio 2018
Non lasciamo solo il popolo di Afrin
Afrîn appartiene al popolo di Afrîn. La gente che vive nel cantone
di Afrîn è nata in questa terra e vuole morire su di essa. Vivere lì
non ha nulla a che fare con nessun piano o programma. Gli abitanti
di Afrîn non vivono nel cantone di Afrîn per motivi strategici. Afrîn,
per loro, è l'acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, l'amicizia,
la solidarietà, l'amore, la strada, la casa, il vicinato. Ma per lo
Stato non è che un pezzo di una strategia. Una strategia che non si
preoccupa certo della terra di Afrîn o della sua gente.
L’aggressione
militare contro il cantone di Afrîn è inserito nella strategia della
guerra dell'Energia, che risulta dallo smantellamento della Siria e
che porterà allo smantellamento di altri Stati della regione. Gli
Stati creano l'illusione di fare queste guerre per "i loro cittadini".
Costruiscono una propaganda nazionalista conservatrice per convincere i
loro abitanti di false credenze. Per gli Stati questo è un bisogno
ineludibile sia sul fronte interno che su quello esterno. Sono menzogne
necessarie per il fronte elettorale all'interno, e utili per i tavoli
dii negoziato sul fronte estero. I dirigenti che prendono parte ai
processi commerciali, in particolare l'estrazione, il trasporto e la
commercializzazione delle risorse energetiche utilizzano ogni possibile
risorsa per accrescere i loro profitti.
In queste
discussioni, in cui il numero di fucili, di tanks e di aerei da guerra è
importante, il numero dei soldati ha un suo posto fondamentale. Un
soldato non è differente da una merce. Ecco dunque che serve l'illusione
nazionalista conservatrice.
Chi si unirebbe a una guerra
in cui solo qualcun altro ci guadagna? Chi combattebbe per il petrolio,
che è sempre venduto dagli Stati o dalle Compagnie petrolifere, ma di
cui una goccia costa più del pane? Noi, quelli che vivono sulla propria
pelle la montata crescente dei prezzi causata dall'aumento del prezzo
del petrolio, noi che perdiamo comunque, perchè dovremmo combattere per
chi ci guadagna comunque? E infatti, nessuno di noi combatterebbe per
loro. Per questo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.
E
oggi, loro urlano dai giornali e dai canali televisivi lo slogal
nell'illusione: "La Nazione, la Nazione, la Nazione". Volontà nazionale,
unità nazionale. Non potranno mai dire chiaramente " Vi stiamo
derubando" , oppure "Combattete, così vi venderemo del petrolio , e
chissà cos' altro. Noi continueremo a farvi produrre, a farvi consumare,
a sfruttarvi". Ecco il piano, il programma, la strategia, la guerra
degli Stati. Noi, quelli che stanno in basso, forzatamente cittadini e
cittadine degli Stati, possiamo però cambiare tutto. Oggi, gli abitanti
di Afrîn vivono liberamente perchè sono riusciti a cambiare tutto. Così
come nel cantone di Kobanê, nel cantone di Cizere o nel Chiapas
Zapatista. Ed è lì la differenza cruciale tra la guerra popolare e la
guerra degli Stati. Nelle loro guerre, gli Stati attaccano e
brutalizzano senza rispettare nessuna regola, per accrescere i profitti.
Bombardano con tutti i loro tank e i loro aerei. Feriscono, uccidono,
assassinano e sarebbero contenti di fare prigioniera ogni forma di vita.
Mentre nella guerra popolare c'è la libertà.
Nel corso
degli ultimi giorni, ognuna delle bombe lanciate su Afrîn, ogni
proiettile, è stato un attacco alla libertà. Lo stato Turco, a cui
piacerebbe aumentare la propria fetta di torta, ha lanciato la sua
offensiva sul cantone di Afrîn. E' una strategia fondata sul
nazionalismo, sul conservatorismo e basata su menzogne. E' una strategia
elettorale. E' una strategia completamente commerciale. La guerra di
Stato è una strategia. Ma la guerra popolare è la libertà. E nessuno
Stato può sconfiggere chi lotta per la libertà.
Afrîn vincerà.
venerdì 20 gennaio 2017
39° giorno di sciopero della fame in carcere per il rivoluzionario anarchico Umut Fırat Süvarioğulları
Compagno Umut Fırat non sei da solo
In un tempo in cui le lacrime non si sono asciugate e la rabbia non si è ancora placata per le città distrutte dai carri armati e dai bombardamenti, per le centinaia di persone uccise, per le migliaia di vecchi, bambini, donne ed uomini feriti e sfollati, vivono nella nostra memoria le immagini dei colpevoli che si ricoprono di medaglie; in un tempo in cui i carri armati e gli aerei che hanno distrutto città ed ucciso le persone prendono di mira Ankara ed Istanbul lo scorso 15 luglio, gli eroi vengono accusati di tradimento nel giro di una notte. Migliaia di persone vengono stipate nelle carceri, decine di migliaia hanno perso il loro posto di lavoro.
"La pratica del colpo di stato reciproco che è
una manifestazione della lotta di potere ai vertici dello Stato,
ne ha rivelato la parte più oscura: quelle relazioni tra gangs,
clero, sette che sono organizzati dentro lo Stato con i loro
soldati, la polizia, magistrati apparentemente indipendenti
della Suprema Corte e delle Cancellerie, procuratori generali e
burocrati, ed il governo razzista, nazionalista, fondamendalista
e settario che li usa per il suo potere da 15 anni. Il governo
ha iniziato ad organizzare il suo contro-golpe per cementare il
suo potere nonostante sia responsabile di tutto quello che
abbiamo vissuto, ha aperto il processo di assegnazione dei
guardiani nelle imprese per cambiarne il capitale, nei giornali
e nelle TV per cambiarne le idee, nelle municipalità e nei
partiti per cambiarne la politica, ed ha aumentato la sua
repressione su tutta l'opposizione sociale. Mentre governa a
colpi di decreti, manovra le masse che manipola con corni di
guerra, e sta per cambiare tutta questa geografia in un mare di
sangue per il suo potere, le sue ambizioni e per la sua follia.
In quanto essere umano, anarchico rivoluzionario, obiettore totale di coscienza, come individuo che ha passato 23 anni in una cella illuminata sotto il buio di una prigione, io vedo tutte le entità della struttura di potere capitalista, statalista, nazionalista, fondamentalista, settaria e patriarcale quali responsabili di tutto quello che sta succedendo. Inizio lo sciopero della fame per portare l'attenzione su tutto questo, sul prima e sul dopo, per dire che occorre organizzare nuove forme di lotta e di opposizione sociale e perchè si rifletta sulle mie scelte politiche, etiche e di coscienza."
Umut Fırat Suvariogullari, il rivoluzionario anarchico in carcere, già redattore del giornale anarchico Meydan, "trasferito per esilio" dal carcere di Izmir Buca a quello di Izmir Yenisakran T Type numero 4, è al suo 39° giorno di sciopero della fame.
Considerando cosa succede in un luogo di oppressione e crudeltà quale è la prigione, i cambiamenti e gli eventi durante lo stato d'emergenza non costituiscono una sorpresa. Il rivoluzionario anarchico Umut Fırat è stato denudato durante le procedure di immatricolazione, ha opposto resistenza perchè il suo corpo veniva toccato senza la sua volontà, ha subito come punizione una restrizione nei colloqui per le visite. Inoltre, la sua identità di anarchico rivoluzionario è stata del tutto ignorata, è stato messo con altri 19 detenuti in una cella che ne può contenere 14, costretto a dormire su letti sporchi di sangue, costretto a stare per anni nelle celle di detenzione dei commissariati.
I rivoluzionari in carcere continuano a vivere in condizioni di restrizioni burocratiche e di deprivazione a causa del nuovo stato d'emergenza, che ha creato una prigione nella prigione, in cui le visite sono possibili due volte al mese per 45-50 minuti, in cui le petizioni vengono ignorate, in cui la repressione e la tortura sono continue.
Le condizioni carcerarie in cui si trova oggi il rivoluzionario anarchico Umut Fırat Suvariogullari sono le condizioni imposte a tutti i rivoluzionari incarcerati durante lo stato d'emergenza. Umut Fırat Suvariogullari, che è al suo 39° giorno di sciopero della fame per difendere la sua identità di rivoluzionario anarchico e per ottenere condizioni di vita sostenibili, sta continuando la lotta contro queste condizioni, per tornare ad essere libero con la sua lotta.
In quanto essere umano, anarchico rivoluzionario, obiettore totale di coscienza, come individuo che ha passato 23 anni in una cella illuminata sotto il buio di una prigione, io vedo tutte le entità della struttura di potere capitalista, statalista, nazionalista, fondamentalista, settaria e patriarcale quali responsabili di tutto quello che sta succedendo. Inizio lo sciopero della fame per portare l'attenzione su tutto questo, sul prima e sul dopo, per dire che occorre organizzare nuove forme di lotta e di opposizione sociale e perchè si rifletta sulle mie scelte politiche, etiche e di coscienza."
Umut Fırat Suvariogullari, il rivoluzionario anarchico in carcere, già redattore del giornale anarchico Meydan, "trasferito per esilio" dal carcere di Izmir Buca a quello di Izmir Yenisakran T Type numero 4, è al suo 39° giorno di sciopero della fame.
Considerando cosa succede in un luogo di oppressione e crudeltà quale è la prigione, i cambiamenti e gli eventi durante lo stato d'emergenza non costituiscono una sorpresa. Il rivoluzionario anarchico Umut Fırat è stato denudato durante le procedure di immatricolazione, ha opposto resistenza perchè il suo corpo veniva toccato senza la sua volontà, ha subito come punizione una restrizione nei colloqui per le visite. Inoltre, la sua identità di anarchico rivoluzionario è stata del tutto ignorata, è stato messo con altri 19 detenuti in una cella che ne può contenere 14, costretto a dormire su letti sporchi di sangue, costretto a stare per anni nelle celle di detenzione dei commissariati.
I rivoluzionari in carcere continuano a vivere in condizioni di restrizioni burocratiche e di deprivazione a causa del nuovo stato d'emergenza, che ha creato una prigione nella prigione, in cui le visite sono possibili due volte al mese per 45-50 minuti, in cui le petizioni vengono ignorate, in cui la repressione e la tortura sono continue.
Le condizioni carcerarie in cui si trova oggi il rivoluzionario anarchico Umut Fırat Suvariogullari sono le condizioni imposte a tutti i rivoluzionari incarcerati durante lo stato d'emergenza. Umut Fırat Suvariogullari, che è al suo 39° giorno di sciopero della fame per difendere la sua identità di rivoluzionario anarchico e per ottenere condizioni di vita sostenibili, sta continuando la lotta contro queste condizioni, per tornare ad essere libero con la sua lotta.
Solidali con la sua lotta!
I cuori rivoluzionari distruggeranno le prigioni!
Compagno Umut Fırat non sei da solo!
Link esterno: http://anarsistfaaliyet.org/
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
domenica 11 dicembre 2016
LO STATO E' STUPRO
LO STATO E' STUPRO
Anche se la legge sugli "abusi sessuali" presentata il 17 novembre da 6 deputati dell'AKP è stata ritirata, è importante capire cosa significhi per noi donne questa proposta che è stata contestata dalle nostre proteste fin dagli inizi. La bozza di legge abbassava l'età minima per il consenso sessuale da 15 a 12 anni a puntava a disporre una situazione di impunità per i colpevoli di molestie e di stupri attualmente sotto processo nonchè per quelli futuri: una depenalizzazione dei crimini sessuali. Assoluzione per i colpevoli di violenze e di stupri nel caso sposino le bambine di cui hanno abusato; esposizione delle ragazze al rischio di violenze e stupro all'età di 12 anni e la previsione di bambine spose. Il ritiro della legge da un lato è diventato uno degli esempi più consistenti di come noi donne diventiamo libere se resistiamo e dall'altro ha mostrato la politica di stallo dello Stato.
Le politiche di genere dello Stato vanno ben oltre l'ignorare l'identità ed il corpo delle donne, esse sono disegnate per creare una "società conservatrice". Portare all'ordine del giorno la questione del controllo delle nascite dicendo che "è un peccato", proibire l'aborto dicendo che "è un massacro", sono ovviamente politiche demografiche di per sè. Ma al di là di ciò, tutte queste politiche sono connesse con la natura autoritaria dell'AKP, per creare e costituire una società conservatrice.
Lo Stato che è interessato a "conservare" la donna che procrea "molto" o la donna che è costretta dal divieto di aborto a procreare dopo essere finita incinta a causa di stupro, da un lato conserva l'identità "soppressa" della donna e dall'altro conserva l'autorità dell'uomo, attraverso le politiche demografiche e sul corpo contro le donne.Lo Stato che vieta oggi le manifestazioni con lo stato di emergenza come scusa, non fa che eseguire la politica di aggressione diretta contro la lotta delle donne, chiudendo le associazioni delle donne, arrestando le donne che lottano contro il patriarcato e torturando le donne. Lo Stato, che con le sue leggi, basa la sua esistenza sul suo maschilismo, diventa un attacco totale alla nostra vita, alla vita delle donne.Anche se prima aveva proposto nuove leggi per assolvere i colpevoli di molestie e di stupro, e poi le ha ritirate, lo Stato sta attaccando le nostre vite mediante l'esecuzione di tutte le sue politiche sulle donne. Noi Donne Anarchiche, sappiamo che la nostra emancipazione non dipende dalle leggi che lo Stato propone e poi ritira, né dalle sue punizioni, né dalla sua presunta giustizia. Sappiamo per certo che il disegno di legge sugli "abusi sessuali" sarà rivisto e riproposto tra qualche tempo e portato all'ordine del giorno di nuovo con nuove proposte che mirano ad aggredire le nostre vite.Per questo vogliamo sottolineare ancora una volta che l'unico modo per noi per poter esistere contro lo Stato, il quale sostiene la sua esistenza distruggendo la nostra vita, è attraverso la nostra organizzazione e la nostra lotta. Contro lo Stato e le sue leggi, contro i suoi divieti e la sua presunta giustizia, che ci si aspetta sia da noi invocata, stiamo resistendo per diventare libere di creare una nuova vita; noi chiediamo a tutte le donne di lottare fino a quando distruggeremo il patriarcato e lo Stato.Lunga vita alla nostra lotta!Lunga vita alla solidarietà delle donne!
Anche se la legge sugli "abusi sessuali" presentata il 17 novembre da 6 deputati dell'AKP è stata ritirata, è importante capire cosa significhi per noi donne questa proposta che è stata contestata dalle nostre proteste fin dagli inizi. La bozza di legge abbassava l'età minima per il consenso sessuale da 15 a 12 anni a puntava a disporre una situazione di impunità per i colpevoli di molestie e di stupri attualmente sotto processo nonchè per quelli futuri: una depenalizzazione dei crimini sessuali. Assoluzione per i colpevoli di violenze e di stupri nel caso sposino le bambine di cui hanno abusato; esposizione delle ragazze al rischio di violenze e stupro all'età di 12 anni e la previsione di bambine spose. Il ritiro della legge da un lato è diventato uno degli esempi più consistenti di come noi donne diventiamo libere se resistiamo e dall'altro ha mostrato la politica di stallo dello Stato.
Le politiche di genere dello Stato vanno ben oltre l'ignorare l'identità ed il corpo delle donne, esse sono disegnate per creare una "società conservatrice". Portare all'ordine del giorno la questione del controllo delle nascite dicendo che "è un peccato", proibire l'aborto dicendo che "è un massacro", sono ovviamente politiche demografiche di per sè. Ma al di là di ciò, tutte queste politiche sono connesse con la natura autoritaria dell'AKP, per creare e costituire una società conservatrice.
Lo Stato che è interessato a "conservare" la donna che procrea "molto" o la donna che è costretta dal divieto di aborto a procreare dopo essere finita incinta a causa di stupro, da un lato conserva l'identità "soppressa" della donna e dall'altro conserva l'autorità dell'uomo, attraverso le politiche demografiche e sul corpo contro le donne.Lo Stato che vieta oggi le manifestazioni con lo stato di emergenza come scusa, non fa che eseguire la politica di aggressione diretta contro la lotta delle donne, chiudendo le associazioni delle donne, arrestando le donne che lottano contro il patriarcato e torturando le donne. Lo Stato, che con le sue leggi, basa la sua esistenza sul suo maschilismo, diventa un attacco totale alla nostra vita, alla vita delle donne.Anche se prima aveva proposto nuove leggi per assolvere i colpevoli di molestie e di stupro, e poi le ha ritirate, lo Stato sta attaccando le nostre vite mediante l'esecuzione di tutte le sue politiche sulle donne. Noi Donne Anarchiche, sappiamo che la nostra emancipazione non dipende dalle leggi che lo Stato propone e poi ritira, né dalle sue punizioni, né dalla sua presunta giustizia. Sappiamo per certo che il disegno di legge sugli "abusi sessuali" sarà rivisto e riproposto tra qualche tempo e portato all'ordine del giorno di nuovo con nuove proposte che mirano ad aggredire le nostre vite.Per questo vogliamo sottolineare ancora una volta che l'unico modo per noi per poter esistere contro lo Stato, il quale sostiene la sua esistenza distruggendo la nostra vita, è attraverso la nostra organizzazione e la nostra lotta. Contro lo Stato e le sue leggi, contro i suoi divieti e la sua presunta giustizia, che ci si aspetta sia da noi invocata, stiamo resistendo per diventare libere di creare una nuova vita; noi chiediamo a tutte le donne di lottare fino a quando distruggeremo il patriarcato e lo Stato.Lunga vita alla nostra lotta!Lunga vita alla solidarietà delle donne!
Organizzazione delle Donne Anarchiche (Turchia)
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
Related Link: https://www.facebook.com/ anarsistkadinlariz/?fref=ts
lunedì 14 novembre 2016
Gli artigli del califfo: Erdoğan e i Curdi
La
natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme
alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta
contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti alle
brutali zampate del califfo di Ankara.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva definito il colpo di stato del 15 luglio “come un dono di Dio”. E’ sempre più evidente oggi che cosa intendesse dire, dato che da allora ha usato questo golpe tiepido, mal organizzato e stupido, per far avanzare il suo progetto politico su due fronti principali: il consolidamento interno di uno stato autoritario -fondato su una miscela di nazionalismo turco e fanatismo islamista- e una politica estera interventista, come una sorta di imperialismo sub-regionale che cerca di far rivivere la nostalgia per il Sultanato-califfato dell’ epoca dell’impero ottomano. Dato lo sviluppo degli eventi post-putsch, sembra essere chiaro che c’è stata una manipolazione da parte del regime di alcuni settori dell’esercito che, forse inavvertitamente, hanno servito su un piatto d’argento la situazione perfetta perchè Erdoğan dichiarasse lo stato di emergenza, si sbarazzasse di ogni pretesa democratica per portare a termine il consolidamento del suo potere assoluto nella struttura statuale turca [1].
Con la scusa di perseguitare i seguaci del suo ex alleato, ora trasformato in nemico, il religioso Abdullah Gul, Erdogan sta governando da mesi a colpi di decreti nel bel mezzo della sospensione dell’ordine democratico formale e sta cercando di rafforzare il suo controllo presidenziale, così come il sistema repressivo, puntando a reintrodurre la pena di morte. Con questo potere illimitato, ha chiuso più di 170 mezzi di comunicazione, molti dei quali curdi, di sinistra o addirittura laici [2], che non hanno nulla a che fare con nessun religioso, almeno 130 giornalisti sono stati arrestati [3] tra cui 13 giornalisti di Murat Sabuncu, il direttore del famoso giornale laico Cumhuriyet. Nel frattempo, più di 80.000 persone sono state arrestate in una purga politica senza precedenti e più di 100.000 dipendenti pubblici e decine di migliaia di insegnanti hanno perso il lavoro, sostituiti, ovviamente, da lacchè fedeli di Erdoğan. Con una mossa insolita, Erdoğan ha inferto un colpo al sistema di istruzione superiore arrogandosi il diritto di nominare personalmente i rettori delle università, mentre gli epurati vengono sostituiti con elementi provenienti dagli stessi ambienti del fanatismo religioso.
I Curdi sono stati forse i più duramente colpiti da questa offensiva reazionaria, anche se non hanno avuto nulla a che fare con il religioso Gul né con il putsch di luglio. La repressione ed il bagno di sangue ai loro danni erano già iniziati nella prima metà del 2015, in un contesto elettorale, in cui le manifestazioni del principale partito di sinistra e filo-curdo nello Stato turco, l’HDP, e le città curde erano stati vittime di un’ondata di attacchi in cui le forze di stato repressive erano libere di agire senza alcun tipo di difficoltà insieme ad elementi legati al fondamentalismo islamico. A questi attacchi sono seguite operazioni militari aperte contro i Curdi: in primo luogo, nella regione di Bakur (Kurdistan settentrionale che corrisponde al sud-est dello Stato turco); poi, nella regione di Rojava (Kurdistan occidentale che corrisponde alla Siria settentrionale), che aveva già sofferto dal 2014 gli attacchi portati attraverso la nota complicità delle forze militari turche con lo Stato islamico, ma che ora sono attacchi che vedono un coinvolgimento diretto dell’esercito turco con bombardamenti portati da operazioni militari di aria e di terra, come è stato evidente nella offensiva contro Jarablus [4], regione curda liberata dai guerriglieri YPG – poi attaccati dallo Stato turco, con la scusa di combattere lo Stato islamico. In realtà, questo territorio è stato consegnato a quell’accozzaglia eterogenea di fondamentalisti legati ad al Qaeda che sciamavano tra la “opposizione siriana”, protetti dallo Stato turco e dalle petro-monarchie del Golfo. Infine, la Turchia sta anche facendo pressione per un intervento militare nella regione del Basur (Kurdistan meridionale che corrisponde all’Iraq settentrionale), ancora una volta con la scusa di operazioni contro lo Stato islamico, in realtà con l’intenzione di fare la guerra contro il movimento di liberazione curdo.
Anche se Erdogan si è assicurato il sostegno dell’Unione Europea (utilizzando la minaccia di profughi), degli Stati Uniti (attraverso la sua appartenenza alla NATO) e della Russia (che ha saputo riconquistarsi con genuflessioni di ogni genere e promesse commerciali), i suoi interventi in Siria e in Iraq hanno scatenato reazioni di rabbia da parte dei governi di questi paesi, che hanno minacciato ritorsioni in caso di altri bombardamenti o attacchi, tanto che l’esercito turco ha operato con un po’ più di cautela nelle ultime settimane. Erdogan è un esperto nell’arte di allentare e tirare la corda. Eppure, la sua azione incendiaria è una delle principali cause della carneficina che oggi si vive in Medio Oriente.
Ultimamente, Erdogan ha spostato l’azione repressiva dalla persecuzione contro i funzionari pubblici, alla persecuzione aperta contro l’opposizione parlamentare. Mentre chiedeva un grande patto di unità nazionale all’indomani del colpo di stato -unità, ovviamente, tra nazionalisti laici e religiosi contro le comunità di sinistra e non turche nel territorio dello stato- toglieva l’immunità parlamentare ai deputati dell’HDP e cominciava ad accusarli e ad attaccarli violentemente. Questi attacchi hanno raggiunto l’apice, per ora, alla fine della scorsa settimana, con l’arresto, il 4 novembre, di Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, principali dirigenti del HDP. Insieme a loro, sono stati arrestati 11 deputati dello stesso partito, che è davvero l’unica opposizione legale che è rimasta nello stato turco: Nihat Akdogan, Nursel Aydogan, Idris Baluken, Leyla Birlik, Ferhat Encü, Selma Irmak, Sirri Süreyya Önder Ziya Pir, Imam Tascier, Gülser Abdullah Yildirim e Zeydan. Il 30 ottobre, sono stati arrestati -sempre con l’accusa di “terrorismo” – Gülten Kisanak e Firat Anli, che condividono la carica collegiale di sindaco di Amed (Diyarbakir), principale città curda dello Stato turco e si aggiungono agli altri 30 sindaci curdi che sono stati arrestati ed ai 70 che sono stati arbitrariamente rimossi dal loro incarico negli ultimi mesi. In tutti questi casi, la sostituzione è stata nominata direttamente dall’esecutivo, ed è stato imposto un qualche oscuro burocrate della capitale turca, Ankara [5]. Ci sono mandati di arresto nei confronti di altri quattro parlamentari dell’HDP, Tugba Hezer, Faysal Sariyildiz, Imam Tasci e Nihat Akdogan [6].
Alla luce di questi eventi, la natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti alle brutali zampate del Califfo di Ankara. Anche quando il potere di Erdogan sembra illimitato come in questo momento, il malcontento nello Stato turco è molto esplosivo, come dimostrano le proteste giovanili a Gezi Park del 2013 e la resistenza curda che cresce dal 2014. Ogni volta, le azioni di Erdoğan non fanno che continuare ad alienargli sempre più settori. Proprio come Nerone, che secondo la leggenda, suonava la cetra mentre Roma bruciava, oggi Erdogan sta ottenendo le sue vittorie di Pirro, mentre lo Stato turco scende in una spirale di violenza e distruzione. A questo scenario si oppone la ferma volontà di lottare dei movimenti popolari turchi e del movimento di liberazione curdo che, alla fine, non potranno che trovare uno spazio comune di azione -anche quando il costo umano che stanno pagando è decisamente agghiacciante.
José Antonio Gutiérrez D.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva definito il colpo di stato del 15 luglio “come un dono di Dio”. E’ sempre più evidente oggi che cosa intendesse dire, dato che da allora ha usato questo golpe tiepido, mal organizzato e stupido, per far avanzare il suo progetto politico su due fronti principali: il consolidamento interno di uno stato autoritario -fondato su una miscela di nazionalismo turco e fanatismo islamista- e una politica estera interventista, come una sorta di imperialismo sub-regionale che cerca di far rivivere la nostalgia per il Sultanato-califfato dell’ epoca dell’impero ottomano. Dato lo sviluppo degli eventi post-putsch, sembra essere chiaro che c’è stata una manipolazione da parte del regime di alcuni settori dell’esercito che, forse inavvertitamente, hanno servito su un piatto d’argento la situazione perfetta perchè Erdoğan dichiarasse lo stato di emergenza, si sbarazzasse di ogni pretesa democratica per portare a termine il consolidamento del suo potere assoluto nella struttura statuale turca [1].
Con la scusa di perseguitare i seguaci del suo ex alleato, ora trasformato in nemico, il religioso Abdullah Gul, Erdogan sta governando da mesi a colpi di decreti nel bel mezzo della sospensione dell’ordine democratico formale e sta cercando di rafforzare il suo controllo presidenziale, così come il sistema repressivo, puntando a reintrodurre la pena di morte. Con questo potere illimitato, ha chiuso più di 170 mezzi di comunicazione, molti dei quali curdi, di sinistra o addirittura laici [2], che non hanno nulla a che fare con nessun religioso, almeno 130 giornalisti sono stati arrestati [3] tra cui 13 giornalisti di Murat Sabuncu, il direttore del famoso giornale laico Cumhuriyet. Nel frattempo, più di 80.000 persone sono state arrestate in una purga politica senza precedenti e più di 100.000 dipendenti pubblici e decine di migliaia di insegnanti hanno perso il lavoro, sostituiti, ovviamente, da lacchè fedeli di Erdoğan. Con una mossa insolita, Erdoğan ha inferto un colpo al sistema di istruzione superiore arrogandosi il diritto di nominare personalmente i rettori delle università, mentre gli epurati vengono sostituiti con elementi provenienti dagli stessi ambienti del fanatismo religioso.
I Curdi sono stati forse i più duramente colpiti da questa offensiva reazionaria, anche se non hanno avuto nulla a che fare con il religioso Gul né con il putsch di luglio. La repressione ed il bagno di sangue ai loro danni erano già iniziati nella prima metà del 2015, in un contesto elettorale, in cui le manifestazioni del principale partito di sinistra e filo-curdo nello Stato turco, l’HDP, e le città curde erano stati vittime di un’ondata di attacchi in cui le forze di stato repressive erano libere di agire senza alcun tipo di difficoltà insieme ad elementi legati al fondamentalismo islamico. A questi attacchi sono seguite operazioni militari aperte contro i Curdi: in primo luogo, nella regione di Bakur (Kurdistan settentrionale che corrisponde al sud-est dello Stato turco); poi, nella regione di Rojava (Kurdistan occidentale che corrisponde alla Siria settentrionale), che aveva già sofferto dal 2014 gli attacchi portati attraverso la nota complicità delle forze militari turche con lo Stato islamico, ma che ora sono attacchi che vedono un coinvolgimento diretto dell’esercito turco con bombardamenti portati da operazioni militari di aria e di terra, come è stato evidente nella offensiva contro Jarablus [4], regione curda liberata dai guerriglieri YPG – poi attaccati dallo Stato turco, con la scusa di combattere lo Stato islamico. In realtà, questo territorio è stato consegnato a quell’accozzaglia eterogenea di fondamentalisti legati ad al Qaeda che sciamavano tra la “opposizione siriana”, protetti dallo Stato turco e dalle petro-monarchie del Golfo. Infine, la Turchia sta anche facendo pressione per un intervento militare nella regione del Basur (Kurdistan meridionale che corrisponde all’Iraq settentrionale), ancora una volta con la scusa di operazioni contro lo Stato islamico, in realtà con l’intenzione di fare la guerra contro il movimento di liberazione curdo.
Anche se Erdogan si è assicurato il sostegno dell’Unione Europea (utilizzando la minaccia di profughi), degli Stati Uniti (attraverso la sua appartenenza alla NATO) e della Russia (che ha saputo riconquistarsi con genuflessioni di ogni genere e promesse commerciali), i suoi interventi in Siria e in Iraq hanno scatenato reazioni di rabbia da parte dei governi di questi paesi, che hanno minacciato ritorsioni in caso di altri bombardamenti o attacchi, tanto che l’esercito turco ha operato con un po’ più di cautela nelle ultime settimane. Erdogan è un esperto nell’arte di allentare e tirare la corda. Eppure, la sua azione incendiaria è una delle principali cause della carneficina che oggi si vive in Medio Oriente.
Ultimamente, Erdogan ha spostato l’azione repressiva dalla persecuzione contro i funzionari pubblici, alla persecuzione aperta contro l’opposizione parlamentare. Mentre chiedeva un grande patto di unità nazionale all’indomani del colpo di stato -unità, ovviamente, tra nazionalisti laici e religiosi contro le comunità di sinistra e non turche nel territorio dello stato- toglieva l’immunità parlamentare ai deputati dell’HDP e cominciava ad accusarli e ad attaccarli violentemente. Questi attacchi hanno raggiunto l’apice, per ora, alla fine della scorsa settimana, con l’arresto, il 4 novembre, di Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, principali dirigenti del HDP. Insieme a loro, sono stati arrestati 11 deputati dello stesso partito, che è davvero l’unica opposizione legale che è rimasta nello stato turco: Nihat Akdogan, Nursel Aydogan, Idris Baluken, Leyla Birlik, Ferhat Encü, Selma Irmak, Sirri Süreyya Önder Ziya Pir, Imam Tascier, Gülser Abdullah Yildirim e Zeydan. Il 30 ottobre, sono stati arrestati -sempre con l’accusa di “terrorismo” – Gülten Kisanak e Firat Anli, che condividono la carica collegiale di sindaco di Amed (Diyarbakir), principale città curda dello Stato turco e si aggiungono agli altri 30 sindaci curdi che sono stati arrestati ed ai 70 che sono stati arbitrariamente rimossi dal loro incarico negli ultimi mesi. In tutti questi casi, la sostituzione è stata nominata direttamente dall’esecutivo, ed è stato imposto un qualche oscuro burocrate della capitale turca, Ankara [5]. Ci sono mandati di arresto nei confronti di altri quattro parlamentari dell’HDP, Tugba Hezer, Faysal Sariyildiz, Imam Tasci e Nihat Akdogan [6].
Alla luce di questi eventi, la natura dittatoriale del regime Erdoğan è stata messa a nudo, insieme alla complicità delle potenze che hanno bisogno dei Curdi nella lotta contro lo Stato islamico, ma che chiudono un occhio davanti alle brutali zampate del Califfo di Ankara. Anche quando il potere di Erdogan sembra illimitato come in questo momento, il malcontento nello Stato turco è molto esplosivo, come dimostrano le proteste giovanili a Gezi Park del 2013 e la resistenza curda che cresce dal 2014. Ogni volta, le azioni di Erdoğan non fanno che continuare ad alienargli sempre più settori. Proprio come Nerone, che secondo la leggenda, suonava la cetra mentre Roma bruciava, oggi Erdogan sta ottenendo le sue vittorie di Pirro, mentre lo Stato turco scende in una spirale di violenza e distruzione. A questo scenario si oppone la ferma volontà di lottare dei movimenti popolari turchi e del movimento di liberazione curdo che, alla fine, non potranno che trovare uno spazio comune di azione -anche quando il costo umano che stanno pagando è decisamente agghiacciante.
José Antonio Gutiérrez D.
8 Novembre, 2016
[1] Sobre la intentona golpista, ver mis artículos previos http://anarkismo.net/article/ 29450 y http://anarkismo.net/article/ 29526
[2] https://www.theguardian.com/ world/2016/oct/30/turkey-sh… eedom
[3] https://www.theguardian.com/ media/2016/oct/16/turkey-me… dogan
[4] https://uk.news.yahoo.com/ turkey-cleared-kurdish-force-. …html
[5] http://www.jadaliyya.com/ pages/index/25426/hdp- statemen…urkey
[6] http://www.kurdishquestion. com/article/3577-arrest-warr.. .p-mps
[2] https://www.theguardian.com/
[3] https://www.theguardian.com/
[4] https://uk.news.yahoo.com/
[5] http://www.jadaliyya.com/
[6] http://www.kurdishquestion.
Etichette:
Erdogan,
Golpe in Turchia,
popolo kurdo,
Turchia
domenica 11 settembre 2016
STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
di Pier Francesco Zarcone
L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO
Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino
Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso,
quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George,
Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo.
Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia
questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità
immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una
certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia
non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino
Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba"
dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal
e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali
disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per
appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno
Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un
nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di
illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel
convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di
ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di
"salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi
imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe,
sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il
controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel
Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre
all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e
ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna,
avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso
nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata
dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati
arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il
primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn
Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente
e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai
più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo
arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non
radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi
cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione
potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle
etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà
l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa
prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione
curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme
il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione
araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe
non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla
rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la
presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di
sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel
fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta
all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina -
tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e
che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo
alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare
gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non
arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni,
sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.
In Transgiordania le cose non andarono male per i
britannici: Abd Allah ibn Husayn ne diventò emiro sotto il protettorato
di Londra e il suo staterello rimase il più stabile nella costruzione
postbellica del Vicino Oriente. Lo stesso non può dirsi né per il Libano
né per la Siria né per il nuovo Stato dell'Iraq. Quest'ultimo fu
costituito mediante l'accorpamento delle tre provincie ottomane (vilayetler)
di Baghdad, Basra (Bassora) e Mosul poste sotto la corona data a Faysal
ibn Husayn. Sembrava la mossa giusta: il nuovo Re, principe arabo e
alla testa della rivolta antiottomana, apparteneva alla stessa famiglia
del Profeta ed era figlio dello Sharif custode dei Luoghi Santi. E
invece no. Infatti Faysal era sunnita e per la maggioranza sciita della
popolazione del suo regno la sua discendenza dal Profeta era un
insufficiente formalismo, giacché per lo Sciismo essere "della famiglia
del Profeta" (ahl al-bayt) significa "discendere da Fatima e
Ali", cioè dalla figlia di Muhammad e dal primo Imam degli Sciiti. In
conclusione, per la maggioranza dei nuovi sudditi Faysal mancava di
legittimità (innanzitutto religiosa).
Proprio il problema della legittimità sarà (è) centrale in paesi come Iraq, Siria e Libano.
Quanto dianzi detto non vuol negare che a un certo punto
anche nel Vicino Oriente si sia diffuso il virus nazionalistico; più
semplicemente vuole introdurre due elementi specifici che non sono stati
affatto privi di conseguenze: innanzitutto il "nazionalismo arabo" non
ha mai raggiunto una definizione (o direzione) univoca, frammentandosi
cioè tra sostenitori del panarabismo o del nazionalismo locale, per poi
influire altrettanto confusamente su quelle confuse costruzioni a cui si
dà il nome di "socialismo arabo". In ogni caso, tuttavia, funse da
momentanea formula politica contro l'imperialismo occidentale.
Il secondo aspetto consiste nel non aver mai realmente
attecchito tra le masse popolari sì da diminuirne l'influsso della
religione. D'altro canto non ne aveva la forza intrinseca.
L'IMPOSSIBILE NASCITA DI NAZIONI SENZA BASI
A parte la particolare situazione storica e culturale
dell'Egitto, è assai arduo individuare gli elementi "classici" della
Nazione in entità come Siria, Libano e Iraq, i cui territori per una
moltitudine di secoli e secoli sono stati inquadrati - e al loro interno
suddivisi - come circoscrizioni amministrative di più vasti imperi
multietnici e multireligiosi (da ultimi, l'Impero mamelucco e quello
ottomano).
Tanto per non andare molto indietro nel tempo, ci
limitiamo a questi ultimi due Imperi, per rilevare che si limitarono a
imporre l'obbedienza al Sultano di turno, il cui potere semplicemente si
sovrapponeva alle preesistenti - e ben più "naturali" - lealtà
identitarie locali (religiose, etniche, tribali e famigliari), lealtà
rimaste quindi con tutta la loro forza accumulata nel tempo.
Per nessuno dei tre casi in questione può parlarsi di
"Stato nazionale", per cui era consequenziale che, trattandosi di entità
elevate a Stato ma senza basi effettive, all'atto pratico per
governarle non bastassero poteri centrali semplicemente definibili
"forti": ci volevano governi dispotici, perché la democrazia avrebbe
mandato a rotoli tutta la costruzione, dimostrando - come nella favola
di Andersen - che "il re era nudo", non foss'altro per il semplice
motivo della mancanza del "cittadino" ostile alla sudditanza.
In Siria, Iraq e Libano il cosiddetto cittadino da un
lato è suddito dello Stato, e dall'altro è parte (suddito) di reti
locali di lealtà che non si riferiscono né allo Stato né al partito
dominante né ai vari partiti esistenti (come in Libano). Ne consegue che
la sudditanza allo Stato non realizza una forza identitaria comparabile
con quella delle altre appartenenze.
In più, i nuovi Stati - volendo (ma anche dovendo) agire
da Stati moderni - sono apparsi come portatori di modernizzazioni
forzate, il più delle volte dalla portata ridotta, che tuttavia nei
rispettivi contesti multietnici, multireligiosi e (come in Iraq)
multilinguistici, hanno pericolosamente insidiato le tradizionali
influenze, autorità e strutture, portando da un lato a sviluppare dei
"nazionalismi locali" e/o di gruppo, e dall'altro a mettere a
disposizione dello Stato reti di influenza tradizionali, col risultato
di controbilanciare gli iniziali sforzi del potere centrale per il loro
contenimento, creando situazioni ancora irrisolte.
In merito ai partiti politici del Vicino Oriente, è ormai
fenomeno diffuso la perdita delle caratterizzazioni ideologiche
originarie (quando ci sono state), che hanno rapidamente perso
d'importanza dopo la presa del potere, tutto diventando funzionale agli
interessi dei gruppi dominanti all'interno di ciascun partito e delle
sue clientele. Ovviamente il solo "progetto politico" rimasto è quello
del mantenimento del potere. A maggior ragione nei partiti "personali".
Si aggiunga che questi partiti non hanno mai costituito centri di
dibattito politico, bensì di mera obbedienza alle decisioni prese dai
vertici. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i partiti
etnici e religiosi, soprattutto se conquistano il potere. La situazione
peggiore, al riguardo, si ha in Libano, dove la Francia ha lasciato un
avvelenato assetto istituzionale basato su una lottizzazione religiosa,
oltretutto per lungo tempo ancorata ai dati di un censimento fatto
all'epoca del Mandato.
In Siria e Iraq il potere statale ha avuto modo di
affermarsi con maggior forza, ma a fronte di questo la società civile si
è dovuta lasciar annichilire dallo Stato senza poter fornirgli
effettivi apporti politici, almeno fino a che lo Stato non è incorso in
sconfitta bellica o grave crisi interna.
Nei tre paesi sopra menzionati un ulteriore ostacolo a
che lo Stato diventasse forza unificante è costituito dalla presenza di
forti diversità religiose ed etniche da secoli divise da odi e
spargimenti di sangue. In genere i media accennano alle
conflittualità tra Cristiani e Musulmani, o fra Sunniti e Sciiti,
rimanendo però ignote quelle tra le diverse Chiese cristiane, la cui
virulenza non è sempre di minor grado.
Finché quei territori erano strutturati in ripartizioni
amministrative di entità superiori, la situazione nel complesso teneva: a
volte bene, a volte male. Tutto è cambiato con le formazioni statali
volute da Gran Bretagna e Francia; Stati assimilabili a contenitori non
già di mosaici (che implicano un'armonia di insieme), bensì di insiemi
non amalgamati di tessere; e mancando le condizioni per assetti
democratici era ovvio che le rispettive popolazioni (eterogenee)
finissero governate da minoranze, non tanto politiche quanto religiose
e/o etniche, per giunta insensibili ai "diritti umani". Si tratta di
situazioni che o non durano o durano ma a prezzo di sanguinose crisi
seriali (come in Libano).
Ad aggravare le cose intervennero in certi casi
operazioni di ingegneria istituzionale della potenza mandataria e
necessità di contrappesi religiosi da parte del governo insediato dagli
imperialisti. Il primo caso riguarda il Libano, dove le autorità
mandatarie francesi estesero le zone attribuite ai Cattolici maroniti
(loro tradizionali alleati) a scapito dei Musulmani; il secondo attiene
all'Iraq, dove il primo sovrano, Faysal, ottenne a nord le zone
dell'attuale Kurdistan iracheno, in prevalenza abitato da Sunniti (i
Curdi sciiti non sono molti), per rafforzare questa componente a fronte
della maggioranza sciita, che anche con questa mossa superò il 60%.
L'iniziativa di Faysal creò il problema dell'inserimento nella compagine
irachena di una consistente popolazione non araba, bensì indoeuropea
(più affine agli Iraniani), ponendo basi per l'irrisolto problema curdo
in Iraq. Infatti, fin dall'avvento della monarchia hashimita l'élite al
potere - sunnita - pur discriminando e opprimendo la maggioranza sciita,
cercò comunque di sviluppare qualcosa che desse agli abitanti un minimo
di identificazione unitaria, ma il guaio fu che lo fece privilegiando
l'arabicità, cioè a dire discriminando - e pesantemente - i Curdi e i
Turcomanni del nord, non facendoli mai sentire realmente parte
dell'Iraq, pur esigendosi da Baghdad il sentimento dell'inclusione.
Come già accennato, in tutto il Vicino Oriente esiste un
problema di legittimità per chi governa, a motivo della tendenza degli
esclusi dal potere - si tratti di maggioranze o di minoranze - che si
sentono (e sono) oppresse e discriminate. In tali contesti, a seminare
il caos ci vuole poco, e caos vuol dire massacri e creazione di nuovi
rancori che si sedimentano con i vecchi.
LE DIFFICOLTÀ PRATICHE A SOLUZIONI "MORBIDE"
Purtroppo le soluzioni - ammettendo che ce ne siano -
dipendono dagli interessi imperialistici sull'area. Gli Stati Uniti da
tempo progettano - soprattutto per Iraq e Siria - la fine degli attuali
Stati "unitari". Sdegno e opposizione da parte del variegato e residuale
fronte antimperialistico, ma anche di grandi potenze interessate
all'area come Russia e Cina, alle quali sembra essersi aggregata (per il
momento) anche la Turchia. I motivi di tali opposizioni sono facilmente
intuibili. Ad ogni modo - in ragione dell'esistenza di convivenze che
solo eufemisticamente possono essere definite "difficilissime" in Siria,
Iraq e Libano - anche i progetti di spartizione non sono affatto
carenti di logica, anzi sembrerebbero la soluzione più facile, pur
mettendo nel conto il "danno collaterale" inerente gli inevitabili
scambi di popolazione.
Sembra che nell'autunno di quest'anno nel Kurdistan
iracheno si terrà un referendum consultivo sull'indipendenza: fuor di
dubbio che un esito indipendentista non sarebbe preso affatto bene a
Baghdad, a motivo del petrolio nel Nord del paese, ai cui proventi né i
Curdi né il governo dell'Iraq possono rinunciare per ragioni di
sopravvivenza economica.
Ma c'è di più. La nuova Costituzione irachena prevede la
possibilità che oltre al Kurdistan si formino ulteriori federazioni
all'interno della Repubblica. A seconda dell'evoluzione degli
avvenimenti politici e militari in corso non si può aprioristicamente
escludere che di tale possibilità si avvalgano gli Sciiti del
Centro-sud: se così fosse, automaticamente si aprirebbe la lotta con i
Sunniti arabi per il controllo di Baghdad; e se questo dovesse avvenire
dopo l'auspicata sconfitta dell'Isis, è praticamente certo che si
avrebbe una reviviscenza del radicalismo islamista sunnita.
D'altro canto, oltre agli interessi dei soggetti interni
(difficili da conciliare, poiché perduranti da molti secoli) ci sono in
gioco troppe interferenze e troppi interessi di grandi potenze e di
potenze regionali perché si possa arrivare alla diffusione di una
convinta identità irachena che travalichi i particolarismi religiosi,
etnici e linguistici. E inoltre la situazione irachena appare così
incancrenita da rendere utopico solo pensare a sistemazioni indolori
alla maniera ex cecoslovacca.
Il Libano è una realtà politico-istituzionale che
stancamente sopravvive a se stessa, tipica creazione di un imperialismo
presbite e miope, quello francese, che, pensando scioccamente di durare
per chissà quanto tempo, ha usato il divide et impera senza criteri utili nemmeno per se stesso, e pensando che il mito della grandeur
gallica potesse davvero assicurare alla Francia margini di influenza in
un Levante che da tempo si capiva sarebbe diventato scenario di
conflitti tra potenze diverse, perché ben più grandi di quella francese.
Probabilmente continuerà a sopravvivere, malamente.
Circa la Siria anche fare ipotesi è del tutto prematuro.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
Etichette:
analisi,
crisi mediorientale,
iraq,
libano,
Pier Francesco Zarcone,
Siria,
storia,
Turchia
mercoledì 31 agosto 2016
La Turchia ed il Libero Esercito di Siria prendono Jarablus all'ISIS senza combattere
La truppe turche ed i miliziani del cosiddetto "islamista moderato" Libero Esercito di Siria (FSA) sono entrati nel centro della città di Jarablus togliendo all'ISIS tutti i palazzi governativi. Dai reports si apprende che non ci sarebbero stati scontri tra i due schieramenti dal momento che l'ISIS aveva già abbandonato la città da alcuni giorni. Filmati girati da miliziani del FSA fanno vedere anche che non ci sono civili presenti della città della Siria settentrionale.
Più di 20 carri armati turchi e 500 soldati
turchi insieme ai miliziani del FSA sono penetrati stamattina
nel nord della Siria all'interno dell'operazione "Euphrates
Shield', definita dagli ufficiali turchi un "atttacco allo ISIS
ed ai terroristi curdi".
Fonti curde riportano bombardamenti turchi sugi abitati curdi ad est ed ovest di Jarablus, con la morte di almeno 49 civili.
Più di 3000 civili sono fuggiti nella vicina Manbij, che era stata tolta all'ISIS da poco dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).
Esponenti curdi hanno condannato l'operazione turca come una vera e propria invasione, con le parole del co-presidente del PYD Saleh Moslem: la Turchia è entrata nel pantano siriano e verrà sconfitta proprio come Daish (Islamic State). Commentatori curdi ad alcuni media internazionali hanno sottolineato che il vero obiettivo dell'operazione turca non è l'ISIS bensì le forze a guida curda che si stavano preparando ad un'operazione militare per liberare dall'ISIS Jarablus, Al-Bab e Mare fino ad unire così i 3 cantoni della Rojava.
Questa interpretazione è stata confermata da esponenti turchi i quali hanno detto che non permetteranno la costituzione di un'entità curda al loro confine.
Nel frattemmpo, esponenti USA, tra cui il Vice Presidente Joe Biden, hanno dichiarato il loro sostegno all'operazione turca e chiesto alle YPG di ritirarsi ad est dell'Eufrate. Molti commentatori hanno definito come "tradimento", la posizione assunta dagli USA contro i Curdi.
In risposta, il comandante delle YPG, Redur Xelil, ha detto alla Reuters che la decisione di ritornare ad est dell'Eufrate sarà presa dal Comando Generale delle SDF.
Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha confermato il sostegno USA dicendo che l'operazione era stata pianificata con gli USA "fin dall'inizio" ed avvertendo PYD/YPG di ritirarsi altrimenti "si farà ciò che è necessario".
Alcuni commentatori hanno detto che USA, Iran, Russia, Siria e Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) avevano dato luce verde e concordato con l'operazione.
Tuttavia, il ministro degli esteri siriano ha condannato l'operazione quale "violazione della sovranità del paese" aggiungendo che la "Turchia sta rimpiazzando un gruppo terrorista con un altro".
La Russia ha dato peso alle parole del ministro siriano dicendo di essere preoccupata sugli sviluppi lungo il confine turco-siriano.
Fonti turche dicono che l'operazione potrebbe proseguire nelle zone di Al-Bab e Mare, con una spinta finale fino a Manbij, cosa che porterebbe le forze tuche a scontrarsi con quelle del SDF.
Fonti curde riportano bombardamenti turchi sugi abitati curdi ad est ed ovest di Jarablus, con la morte di almeno 49 civili.
Più di 3000 civili sono fuggiti nella vicina Manbij, che era stata tolta all'ISIS da poco dalle Forze Democratiche Siriane (SDF).
Esponenti curdi hanno condannato l'operazione turca come una vera e propria invasione, con le parole del co-presidente del PYD Saleh Moslem: la Turchia è entrata nel pantano siriano e verrà sconfitta proprio come Daish (Islamic State). Commentatori curdi ad alcuni media internazionali hanno sottolineato che il vero obiettivo dell'operazione turca non è l'ISIS bensì le forze a guida curda che si stavano preparando ad un'operazione militare per liberare dall'ISIS Jarablus, Al-Bab e Mare fino ad unire così i 3 cantoni della Rojava.
Questa interpretazione è stata confermata da esponenti turchi i quali hanno detto che non permetteranno la costituzione di un'entità curda al loro confine.
Nel frattemmpo, esponenti USA, tra cui il Vice Presidente Joe Biden, hanno dichiarato il loro sostegno all'operazione turca e chiesto alle YPG di ritirarsi ad est dell'Eufrate. Molti commentatori hanno definito come "tradimento", la posizione assunta dagli USA contro i Curdi.
In risposta, il comandante delle YPG, Redur Xelil, ha detto alla Reuters che la decisione di ritornare ad est dell'Eufrate sarà presa dal Comando Generale delle SDF.
Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha confermato il sostegno USA dicendo che l'operazione era stata pianificata con gli USA "fin dall'inizio" ed avvertendo PYD/YPG di ritirarsi altrimenti "si farà ciò che è necessario".
Alcuni commentatori hanno detto che USA, Iran, Russia, Siria e Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) avevano dato luce verde e concordato con l'operazione.
Tuttavia, il ministro degli esteri siriano ha condannato l'operazione quale "violazione della sovranità del paese" aggiungendo che la "Turchia sta rimpiazzando un gruppo terrorista con un altro".
La Russia ha dato peso alle parole del ministro siriano dicendo di essere preoccupata sugli sviluppi lungo il confine turco-siriano.
Fonti turche dicono che l'operazione potrebbe proseguire nelle zone di Al-Bab e Mare, con una spinta finale fino a Manbij, cosa che porterebbe le forze tuche a scontrarsi con quelle del SDF.
Link esterno: http://kurdishquestion.com/article/3381-turkey-fsa-take...fight
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)
sabato 6 agosto 2016
LA VENDETTA PREMEDITATA DI ERDOĞAN di Pier Francesco Zarcone
C'È VOLUTO POCO PER CAMBIARE
Nel corso di una notte in Turchia tutto è cambiato e il peggio deve ancora venire. Ricorrendo a un'immagine, potremmo dire che prima del fallito golpe la situazione turca era così rappresentabile: il composito settore degli oppositori di Erdoğan costituiva una sorta di fortezza assediata sulle cui mura - dopo la perdita di spazi viciniori - si abbattevano i colpi degli arieti islamici dell'ex sindaco di Istanbul diventato Presidente della Turchia: tuttavia quelle mura bene o male tenevano. Oggi invece sono improvvisamente crollate, le orde di Erdoğan sono entrate e scorrazzano indisturbate in quella che potrebbe diventare assai presto una "cittadella della memoria".
Si è sempre parlato di una metaforica agenda politica islamista di Erdoğan, e tutto fa pensare che siamo di fronte a una limpieza [rastrellamento massiccio (n.d.r.)] diretta a concretizzarla. D'altro canto il vero Erdoğan non è mai stato il presunto islamico "moderato" mistificato dai media occidentali, bensì colui che in piena convinzione amava recitare i bellicosi versi
«Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».
Gli oppositori - già in precedenza intimoriti e con sempre più ridotta voglia (e possibilità) di contrapposizioni frontali - oggi sono costretti al silenzio e all'acquiescenza sperando almeno di evitare guai maggiori. Ed è sintomatico che invece il partito Mhp (vale a dire l'erede politico del kemalismo!) - attraverso il suo leader Devlet Bahçeli - si sia allineato alle velleità governative di ripristino della pena di morte (tanto, come ha detto Erdoğan, la pena di morte è dappertutto tranne che nell'Unione europea! Che non è male come giustificazione omicida…).
In buona sostanza Erdoğan sta ridisegnando a proprio uso e consumo una nuova Turchia al cui interno gli oppositori dovrebbero avere ben poco da opporre e molto da tacere. Si parla di circa 90.000 epurati, fra arrestati e dimessi dal lavoro. La cifra è impressionante, e se si va a vederne i dettagli la preoccupazione aumenta in modo esponenziale. Innanzitutto (e proprio l'entità di quella cifra lo dimostra, altrimenti il golpe avrebbe vinto) non sono finiti nel tritacarne di Erdoğan solo i golpisti. Il vicepremier Numan Kurtulmus ha comunicato che gli imprigionati per complicità nel golpe sono 9.322, ma un tribunale di Istanbul ha rinviato a giudizio finora solo 278 persone per complicità col golpe. Il resto degli epurati riguarda gli asseriti sostenitori (anche solo simpatizzanti) di Fethullah Gülen.
ALCUNE CIFRE SULL'EPURAZIONE IN ATTO
A essere rivelatori del disegno di Erdoğan sono i dettagli del totale: più di 7.000 poliziotti sono stati sospesi e lo stesso dicasi per 15.200 dipendenti del ministero dell'Educazione. La mazzata che ha colpito il sistema d'istruzione è terribile: 21.000 insegnanti di scuole private hanno perso la licenza d'insegnamento e il Consiglio per l'alta educazione (Yok, cioè l'organo costituzionale supervisore delle Università turche) ha chiesto le dimissioni di tutti i 1.577 rettori della Turchia (1.176 sono di Università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie private). Si parla di un progetto di licenziamento in tronco di 15.200 funzionari della Pubblica istruzione e di 21.000 professori di scuole private.
Il ministero della Famiglia e delle Politiche sociali ha sospeso 393 dipendenti, e la "purificazione" si è estesa anche alla sfera religiosa musulmana, giacché la Presidenza per gli Affari religiosi (Diyanet), organo statale, ha allontanato 492 dipendenti tra imam e insegnanti di religione. Ovviamente il sistema informativo non poteva restare indenne: il Consiglio supremo radiotelevisivo della Turchia - Rtuk - ha annullato le licenze a tutte le emittenti di radio e televisione che abbiano sostenuto i golpisti, vale a dire 24 media collegati a Fethullah Gülen. Dal canto loro i Servizi segreti hanno sospeso dal servizio circa 100 loro agenti.
Questi dati fanno ritenere che l'eventuale vittoria del golpe non avrebbe portato a molto di peggio. In pratica tutte le categorie sociali "portanti" vengono colpite essenzialmente mediante l'accusa di collegamento (anche solo di idee) col demonizzato Gülen (che sicuramente maledirà il lontano momento in cui ebbe la bella idea di aprire la strada politica allo sconosciuto Recep Tayyp Erdoğan; ma ormai il danno è fatto).
Siamo in presenza di provvedimenti dai costi umani e sociali enormi, che vanno dalla crisi economica delle famiglie colpite (dall'oggi al domani) alla sicura copertura dell'enorme vuoto di quadri così determinatosi mediante il ricorso a giovani leve islamiste (con quel che inevitabilmente seguirà).
Sulla sorte giudiziaria e sociale di arrestati ed epurati non c'è molto da illudersi. Già prima del golpe Erdoğan non si comportava da Presidente di una Repubblica parlamentare, ma da Presidente autocrate, e adesso - cioè al momento - è onnipotente. Leggi e competenze degli organi giurisdizionali, nonché convenzioni internazionali, non contano più nulla di fronte al volere di chi ormai incarna un vero e proprio "dispotismo orientale". Per arrestati ed epurati non vale certo la presunzione d'innocenza, e inoltre - non contando i golpisti - le vittime di questo tsunami repressivo hanno tutta l'aria di trovarsi nei guai per meri "reati" d'opinione, sempre ammesso che di reati si possa parlare alla stregua delle attuali leggi turche. Che però non contano.
Nel nostro titolo si parla di vendetta premeditata, e la ragione è semplice. Mettiamo fra parentesi (per ora) la questione se quello dei giorni scorsi fosse o meno uno pseudo-golpe: la cosa al momento finisce con l'avere poco rilievo. Semmai si può pensare che fosse un "golpe atteso", almeno alla luce di un indizio pesante che induce a vedere nella repressione attuale qualcosa di pensato e preparato da tempo, cioè da far scattare appena se ne presentasse l'occasione propizia: e l'indizio consiste nel contenuto analitico e ad ampio spettro delle attuali liste di proscrizione, liste che non si preparano certo in pochi giorni.
ISOLAMENTO INTERNAZIONALE?
Molto si discute oggi sull'odierno isolamento internazionale di Erdoğan. Tuttavia è sempre pendente il rischio che ancora una volta si confondano i desideri con la realtà. Innegabilmente il nostro personaggio ha problemi con l'Ue, e non è aprioristicamente da escludere che il ripristino della pena di morte possa chiudere il discorso sull'ingresso della Turchia nell'Unione dei 26 - ferma restando la legittimità del chiedersi se ancora effettivamente persista l'interesse di Erdoğan per un tale risultato. Qui, però, vanno rimarcate l'ipocrisia e la totale mancanza di valori (anche i conclamati "valori europei") dei governanti e dei burocrati dell'Ue, perché un paese quale è diventata la Turchia di Erdoğan non dovrebbe far parte dell'Unione, punto e basta, a prescindere dalla pena di morte. Ma Ankara ha pur sempre in mano la carta dell'afflusso dei profughi dalla Siria: ragion per cui non è del tutto disarmata verso l'Ue. Semmai quest'ultima potrebbe giocare il brutto scherzo di chiudere il discorso del libero passaggio dei cittadini turchi per l'Europa, cosa che pare interessare molto a Erdoğan (magari non per l'immediatissimo domani, atteso che ai dipendenti pubblici è stato vietato di uscire dalla Turchia senza permesso dei superiori, e le ferie sembrano sospese).
C'è poi l'incognita relativa a come evolverà la questione dei rapporti con gli Usa: astrattamente si potrebbe pensare che una retromarcia di Erdoğan equivarrebbe a un perdere la faccia, ma sarebbe rischioso fare affidamento sulla sua presunta sensibilità al riguardo. Un suo sostanziale cambio di atteggiamento verso la Russia invece è nell'aria, e non troverebbe certo remore di principio da parte di Mosca, in base al pragmatico principio di politica internazionale a suo tempo formulato da Winston Churchill: non ci sono amici, ma solo interessi da perseguire. Un principio del resto comune a tutti. Non dimentichiamo che la Turchia importa dalla Russia il 58% del suo fabbisogno di gas naturale.
L'IMPATTO SULL'APPARATO MILITARE
A parte questa fase di delirio di onnipotenza, Erdoğan non ha mai agito come pacificatore di una Turchia non da oggi rivelatasi fragile: e difatti il suo operato è tale da causare al suo paese ulteriori fragilità, militari e politiche. Alle frontiere turche con Siria e Iraq infuria la guerra, la guerra contro i curdi anatolici è in pieno svolgimento e l'ondata di attentati non può dirsi finita. Sul piano interno la Polizia, saldamente in mano a Erdoğan, ha saputo far fronte a dei golpisti mandati allo sbaraglio ma, a prescindere dal fatto che la guerra è un'altra cosa, il nostro rischia di indebolire ancor di più le sue Forze armate che già hanno mostrato falle di rilievo. La sua massiccia repressione lascerà indenne il morale e la coesione dei militari che non parteciparono al golpe?
In più l'atmosfera di sospetto circa infiltrazioni di oppositori tra i militari non finirà certo tra pochi giorni, ed è ormai chiaro che nessun turco in divisa può essere sicuro che la mannaia della repressione non si stia abbattendo su di lui. E poi, l'eliminazione di quadri militari importanti (molti dei quali operativi in ambito Nato) davvero non avrà conseguenze organizzative? È azzardato pensare che l'attuale ondata di epurazioni lascerà per un certo tempo assai indebolito l'apparato militare turco? Si tratta di una realtà di 500.000 uomini, con 12.000 carri armati, 700 aerei e 300 navi: ma con che morale? I militari sono ormai marcati strettamente dalla polizia e gli ufficiali sono sospetti. Se davvero Erdoğan è convinto che dietro al golpe c'erano gli Stati Uniti (oltre a Gülen), e che lo volevano morto, non è da escludere che sulla componente più americanizzata delle Forze armate altri colpi arriveranno, e il risultato sarà un loro ulteriore "dissanguamento" e un calo nel morale e nella coesione.
Che incidenza abbia tutto questo sulle iniziative di politica estera di Erdoğan è ancora presto dirlo. Intanto si registra il fitto quadro dei pasticci da lui causati in politica estera, pasticci che si traducono in altrettante crisi. Ecco l'elenco: Siria, con ricadute di attentati in Turchia; cattivi rapporti con l'Ue e dissolversi dell'entente con la Merkel; riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento tedesco; peggioramento dei rapporti con gli Usa anche per l'appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni, con tanti saluti agli interessi turchi; crisi con l'Iran che appoggia al-Assad; guerra ai curdi del Pkk, senza che costoro appaiano davvero indeboliti; problemi con la Nato, i cui vertici dopo l'abbattimento del Su-24 russo lasciarono Erdoğan a sbrogliarsela da solo. Oggi tuttavia la crisi con la Russia sembra in via di assorbimento.
IL CAMBIO DI CLIMA CULTURALE
Dopo aver parlato finora di questioni strettamente politiche, è il caso di trattare un argomento di ordine più propriamente socio-culturale, che è in un certo senso politico a sua volta, e comunque non è meno importante. Infatti, le più recenti corrispondenze dalla Turchia parlano di un radicale cambiamento di clima caratterizzato dal visibile ripiegamento della Turchia laica e dai primi segnali di peggioramento della condizione femminile.
Prima di procedere in questo senso, e per una maggiore comprensione, è necessario fare un passo indietro nella storia. Per quanto in Occidente si sia sempre - e impropriamente - parlato di turchi con riferimento all’epoca imperiale, in realtà questa denominazione era riservata in loco ai turcofoni dell'Anatolia profonda e, a parte questi "burini anatolici", gli altri (grandi città, coste, Balcani) si consideravano ottomani. Ai primi del secolo XX il nascere del nazionalismo del Movimento Unione e Progresso (denominato in Europa dei "Giovani Turchi") portò alla rivalutazione del turchismo, che poi con la Repubblica di Atatürk diventò ideologia ufficiale. Ad ogni modo, seppure furono gli anatolici a fornire a Mustafa Kemal l'esercito per la guerra d'indipendenza contro la Grecia, non vi è dubbio che in seguito - a motivo proprio dell'occidentalizzazione e della modernizzazione imposte dal regime repubblicano - toccò proprio agli anatolici tornare in secondo piano, per così dire. E costoro nel proprio ambiente custodirono fino a oggi la Turchia tradizionale, patriarcale, sessista e islamica su cui occidentalizzazione e modernizzazione in definitiva poco incisero.
Un distinzione da noi praticamente sconosciuta è quella fra i cosiddetti "turchi neri" (quelli delle provincie anatoliche più interne) e i cosiddetti "turchi bianchi" (delle grandi città e della costa): questi ultimi, etnicamente poco "turchi" - magari dagli occhi azzurri e biondi come Atatürk, molti dei quali circassi o frutto di commistioni etniche balcaniche - hanno comandato fino al termine del secolo scorso, ma oggi nei posti di comando ci sono essenzialmente i "turchi neri", i cui rancori e le cui velleità di rivincita fino a ieri risultavano compresse da esigenze di apparenza politica, soprattutto nella prospettiva internazionale. Oggi tutto va cambiando: è giunta l'ora della rivincita, che non sarà indolore.
I segnali cominciano a vedersi per le strade di Istanbul e Ankara, dominate da islamisti esaltati alla cui intollerante presenza si deve un ulteriore aumento di turban (il velo femminile per il capo), una certa riduzione di abbigliamento femminile occidentale non puritano e la crescita di provocazioni alle donne che non si allineino prontamente al nuovo corso. Le corrispondenze giornalistiche dicono che non è consigliabile per le donne aggirarsi di sera con braccia e gambe scoperte, e a testa nuda. Sintomatico (e preoccupante) il racconto di una studentessa a cui un sabato da un'auto fu gridato
«Uccideremo anche le donne come voi».
Potrà la Turchia laica rialzare la testa? Nella situazione attuale è obiettivamente pericoloso, con le strade nelle mani degli erdoğanisti e della polizia. Resta l'incognita riguardo alle ripercussioni di questa stretta repressiva su un paese in cui ancora si vota: e anche per questo sarà interessante vedere cosa accadrà alle prossime elezioni. Ma Erdoğan potrebbe anche conquistare la maggioranza necessaria a modificare la Costituzione in senso presidenzialista, e questo aumenterebbe certo il suo delirio di onnipotenza.
Certo, le mani ancora più libere possono significare per Erdoğan la possibilità di continuare a fare disastri d'ordine sociale. E se questi disastri incidessero negativamente sugli interessi economici dei ceti che appoggiano il governo attuale (ceti non tutti composti da islamisti, ma anche da imprenditori piccoli e grandi, semplicemente opportunisti), allora la situazione turca potrebbe tornare ad essere esplosiva, mettendo a repentaglio la forza del regime di Erdoğan.
Tuttavia non ci sarebbe da stupirsi se si verificasse una regressione ulteriore in senso quasi talibano, non solo come sembrerebbe accadere ora, ma nel medio periodo. Nell'allontanamento della Turchia dalla prospettiva di ingresso nella Ue possono derivare numerose conseguenze, non tutte prevedibili - al limite anche un'espansione dell'Isis, prodromi di guerra civile e forse nuovi golpe militari. Alcuni di questi scenari, se si verificassero in un contesto ulteriormente peggiorato - in termini economici, sociali e istituzionali - potrebbero veramente portare all'esplosione di una guerra civile.
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com
--
Etichette:
Erdogan,
erdogan boia,
Golpe in Turchia,
Nato/otan,
Pier Francesco Zarcone,
repressione,
Turchia,
Utopia Rossa
Iscriviti a:
Post (Atom)








