Il
processo di aziendalizzazione della scuola è stato notevolmente
accelerato e riproposto dalla riforma “Buona Scuola” del 2015, la quale
comprende in sé anche la famigerata “Alternanza Scuola/Lavoro”.
Il concetto di azienda presuppone il concetto di merce, ma qual è il
prodotto, il bene oggetto di acquisto che l’azienda[scuola] si propone
di vendere? L’istruzione.
Ma aziendalizzare la scuola significa
creare strutture che abbiano come obiettivo primario la “produzione” di
reale sapere critico, la “distribuzione” di libera conoscenza, la
crescita culturale, sociale e psicologica degli allievi/e, oppure la
realizzazione del massimo profitto economico, in un regime di
concorrenza spietata?
Probabilmente creare questo tipo di strutture può trasformare in merce l’istruzione.
Ricondurre la scuola in un’ottica aziendale non permette cultura né
libera ricerca; in questo modo non si approfondiscono le materie né
tantomeno si fonda una ampia e creativa “visione del mondo”, ma si
propinano “moduli didattici” che diano un’infarinatura di conoscenze al
servizio delle aziende esterne.
E’ possibile che in un simile
ambiente si lavori collegialmente o si collabori solidalmente e
fraternamente? Oppure ciò porterebbe alla competizione sia tra
lavoratori/trici sia tra studenti, al “nascondersi” reciprocamente le
conoscenze, al gareggiare contro gli altri “concorrenti” per emergere e
scalare posti in “azienda”?
In questo contesto si cala il
progetto dell’alternanza scuola/lavoro, ancor più mirato a rafforzare
questo processo di adeguazione alla scalata sociale, alla precarietà,
alla competizione insana, alla mercificazione dell’istruzione non solo
in quanto tale, ma anche delle sue risorse, dei suoi “clienti” ,
“dipendenti”, “collaboratori”.
Per conoscere e confrontarci su
questo tema e per dare voce a chi vive la riforma in prima persona
(studenti e lavoratori del settore) vi invitiamo a partecipare
all’incontro, in cui tutti potranno offrire riflessioni, esporre
esperienze in questi ambiti e/o porre domande al relatore.
Introdurrà la discussione Mauro De Agostini (docente CUB Scuola), vi
sarà una proiezione di un breve video inchiesta a studenti
sull'Alternanza Scuola-Lavoro nelle scuole di Pordenone. Seguirà
Assemblea aperta.
Vi aspettiamo nella saletta del Caffè Municipio!
„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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mercoledì 15 febbraio 2017
martedì 15 settembre 2015
La farsa dell’assemblea nazionale Rsu: una tragedia per la scuola pubblica?
Articolo di Francesco Locantore (direttivo nazionale Flc - Cgil)
L’annunciata assemblea nazionale delle Rsu, convocata dai cinque sindacati che indirono lo sciopero contro la “buona scuola” lo scorso 5 maggio si è rivelata una farsa. In realtà l’11 settembre scorso al Teatro Quirino di Roma si sono alternati gli interventi dei segretari generali di Flc Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda con quelli di appena dieci Rsu, due per ciascun sindacato, accuratamente selezionati dalle segreterie nazionali per confermare la linea di sostanziale dismissione della lotta contro la legge 107/2015. La stessa platea era stata selezionata a monte dalle segreterie territoriali dei cinque, impedendo una partecipazione di massa (c’erano forse 350 persone, d’altronde era evidente che si sarebbe limitata la partecipazione già dalla scelta del luogo).
L’assemblea è stata introdotta da Domenico Pantaleo, segretario Flc Cgil, sulla linea concordata a monte con gli altri segretari e riportata in un documento del 10 settembre scaricabile dai siti sindacali (http://www.flcgil.it/sindacato/documenti/lettere-comunicati-e-documenti/documento-unitario-ripartire-dai-contratti-per-fare-vera-innovazione-10-settembre-2015.flc). L’attenzione si sposta dalla necessaria abrogazione della legge alla lotta per il rinnovo contrattuale, senza che venga detto alcunché sul contenuto di una piattaforma contrattuale che restituisca dignità sotto il profilo normativo e salariale ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola. Su questo è previsto uno sciopero nel mese di ottobre, di cui tuttavia non è stata neanche annunciata la data. Ricordiamo che il rinnovo della parte economica del CCNL scuola del 2009 non è stato firmato dalla Flc Cgil, che indisse a suo tempo un referendum tra i lavoratori per sbugiardare il comportamento complice e antidemocratico degli altri sindacati che firmarono un accordo al ribasso senza consultare i lavoratori stessi. Su quali basi oggi poggerebbe l’accordo tra i sindacati per una piattaforma comune di rinnovo contrattuale non è dato saperlo. Nel direttivo nazionale fu approvata l’anno scorso una bozza di piattaforma che doveva servire da base alla discussione nel sindacato, discussione che non si è mai aperta (non ne ha discusso neanche la struttura di comparto nazionale della scuola) anche per le urgenze sopravvenute di contrasto alle ipotesi di riforma avanzate dal governo. Su quella bozza le compagne e i compagni de “Il sindacato è un’altra cosa” hanno dato parere contrario, dato che aprirebbe all’aumento dell’orario di lavoro degli insegnanti a parità di retribuzione. Ci aspettiamo su questo punto non solo una discussione democratica nel sindacato, ma anche la partecipazione delle assemblee dei lavoratori (quelle vere) alla definizione della piattaforma.
Sulla legge 107, la posizione dei sindacati continua ad essere critica, ma non sono previste iniziative di mobilitazione e di contrasto alla sua applicazione nelle scuole. L’unica iniziativa che i sindacati promettono di perseguire è quella del ricorso alla Corte costituzionale. Peraltro la Consulta non può esprimersi su richiesta diretta dei cittadini e neanche dei sindacati, ma può essere interpellata solo in via incidentale da un giudice ordinario o per conflitto di attribuzione di poteri tra lo Stato e le Regioni (in questo senso si stanno già muovendo alcuni consigli regionali). La strada è lunga e il rischio è che la legge faccia i suoi danni, introducendo la competizione nelle scuole e tra le scuole, per non parlare dei precari sbattuti in giro per l’Italia o messi negli albi a disposizione dei dirigenti scolastici. Il ruolo del sindacato dovrebbe essere quello di dare da subito indicazioni e mobilitare i lavoratori e le lavoratrici della scuola, intanto impedendo di applicare la legge, ad esempio rifiutandosi nei collegi e nei consigli d’istituto di eleggere i comitati di valutazione, cioè gli organismi che dovranno predisporre i criteri secondo i quali i dirigenti scolastici assegneranno i bonus agli insegnanti giudicati “meritevoli”, ma anche rifiutando ogni attività non prevista come obbligatoria dal contratto di lavoro vigente (gite, progetti, attività di coordinamento ecc.). Tutto questo nella proposta dei cinque sindacati non c’è, invece sono usciti all’inizio dell’anno scolastico con un documento unitario (http://www.flcgil.it/sindacato/documenti/lettere-comunicati-e-documenti/documento-unitario-risparmiamo-alla-scuola-gli-effetti-piu-deleteri-della-legge-107-15.flc) “per risparmiare alla scuola gli effetti più deleteri della legge 107/2015”, in cui si invitano gli organi collegiali a far valere le loro prerogative applicando comunque la legge 107.
Nelle conclusioni dell’assemblea Francesco Scrima (Cisl Scuola) ha rivendicato il fatto che i sindacati avrebbero già evitato provvedimenti ancora peggiori sulla scuola (in particolare sul personale ATA), che il governo ha perso ed oggi ha bisogno dei sindacati per affrontare i disastri provocati dalla legge 107, convocati il 23 settembre al Miur. Secondo Scrima bisogna andare al confronto per chiedere le modifiche alla legge sugli aspetti più odiosi: la valutazione, che secondo la Cisl dovrebbe passare per la contrattazione, e la chiamata diretta. Nessun riferimento ai finanziamenti alle scuole private, all’alternanza scuola lavoro, all’aziendalizzazione degli istituti che dovranno cercare finanziamenti privati per funzionare e a tutti gli altri aspetti della legge che sono stati contrastati dal movimento della primavera.
La ritirata dei cinque sindacati (è significativa l’esclusione dei Cobas, che pure avevano partecipato a tutte le scadenze unitarie dopo il 5 maggio scorso), se dovesse prevalere tra gli insegnanti e il personale della scuola, sarebbe una vera tragedia per la scuola pubblica italiana, lasciando passare una riforma che ne ha cambiato la fisionomia fin dalle fondamenta. L’unità sindacale, che è stata la forza di questo movimento essendo stata costruita dal basso attraverso le mobilitazioni e infine imposta ai gruppi dirigenti nazionali dei principali sindacati, rischia di diventare la scusa con cui anche la Flc rinuncia alla mobilitazione per l’abrogazione della legge 107.
Tuttavia ci sono segnali incoraggianti, a cominciare dalla grande partecipazione e combattività espresse all’inizio di questo anno scolastico dai coordinamenti autoconvocati, dalle associazioni e comitati che sono stati protagonisti nella scorsa primavera del movimento contro la “buona scuola” di Renzi. Abbiamo già pubblicato su questo sito il documento conclusivo adottato dall’assemblea nazionale dei movimenti tenutasi a Bologna lo scorso 6 settembre (http://sindacatounaltracosa.org/2015/09/10/difesa-rilancio-e-rafforzamento-della-scuola-della-costituzione/), in cui si rilancia la lotta contro la legge 107 e si chiede da subito la convocazione di uno sciopero e una manifestazione nazionale della scuola, si decide l’apertura di una campagna referendaria per l’abrogazione della legge, si sostengono le iniziative già convocate dagli studenti, a partire dalla giornata di mobilitazione nazionale del 9 ottobre. La presidenza dell’assemblea Rsu non ha dato seguito alla richiesta di esporre le conclusioni di quella assemblea al teatro Quirino, che evidentemente sarebbero state dissonanti con la conduzione che era stata concordata tra i cinque sindacati. Il movimento oggi deve ricominciare da capo e ricostruire dal basso la mobilitazione e la pressione che ha saputo esercitare durante lo scorso anno scolastico sulle burocrazie sindacali.
martedì 9 giugno 2015
Fincantieri continua ad attaccare e provocare.
Fincantieri continua ad attaccare e provocare.
I dirigenti sindacali fanno finta di non capire.
Sta ai lavoratori dare a Bono & Co. la risposta che meritano.
Lavoratori e lavoratrici di Marghera e di Monfalcone,
l'azienda continua a provocare, e alla grande.
Prima taglia i salari a operai e impiegati di 70 euro (e più) al mese, poi distribuisce milioni di euro di premi ai dirigenti. A Marghera manda un tizio a spintonare i lavoratori al picchetto, poi spedisce contestazioni disciplinari a tre lavoratori con una velata minaccia di licenziamento. Da mesi è una catena di aggressioni e di provocazioni. 104 ore l'anno di lavoro in più gratis. Taglio o azzeramento del premio di produzione. Chip nelle scarpe o nel casco degli operai. Riduzione dei costi (cioè dei salari e delle misure di sicurezza) per gli operai degli appalti. Taglio delle indennità dei trasfertisti. Punizioni speciali per gli scioperi spontanei. Trasferimenti punitivi per 10 impiegati e tecnici. Esplicita richiesta alla polizia di spezzare i picchetti. Violenta pressione sui capi per spingerli a intimidire gli operai e scoraggiare la partecipazione agli scioperi.
Davanti a questo attacco a tutto campo i dirigenti sindacali fanno finta di non capire. "Così non si va da nessuna parte", dice Turus della Fim di Trieste. Ma è chiarissimo, invece, dove vuole arrivare Fincantieri: a un peggioramento radicale della condizione operaia, degli operai Fincantieri e degli operai degli appalti (ma ce n'è anche per gli impiegati esecutivi). "Si tratta di schermaglie che non servono", dice Apa della Uilm di Genova. Ma quali schermaglie, queste sono legnate! Ora ci rivolgeremo al governo "che deve riceverci e ascoltarci", dice il coordinatore della Fiom Papignani. Il governo Renzi!? Ma è proprio quello che, con il Jobs Act e con cento altre misure anti-operaie, sta spingendo i padroni ad andare all'assalto dei lavoratori! È quello che abbraccia Marchionne, e vuole un sindacato unico al totale servizio delle imprese!
I dirigenti sindacali fanno finta di non capire perché non vogliono prendere atto che Fincantieri intende passare come uno schiacciasassi sui salari, i bisogni, la salute, i diritti dei lavoratori. Perché non vogliono dare al padrone-Fincantieri la sola risposta che può fermarlo e costringerlo ad arretrare: passare da una lotta spezzettata e disarticolata cantiere per cantiere e morbida, che non fa paura alla direzione, ad una lotta dura, unitaria tra tutti i cantieri, unitaria tra lavoratori Fincantieri e lavoratori degli appalti. Una lotta rivolta a tutti gli altri lavoratori e ai giovani fuori dai cantieri, dicendo loro:
«È vero, Fincantieri ha ricevuto ordini di lavoro per anni; li ha ricevuti per effetto del nostro lavoro, della nostra fatica, del nostro sudore, dei tanti infortuni e morti sul lavoro nei propri cantieri. E ora non solo nega il valore del nostro lavoro, ma vuole imporci di lavorare di più, di essere pagati di meno e controllati come carcerati, vuole peggiorare ulteriormente la condizione di lavoro e di sicurezza degli operai degli appalti, e vietare ogni vera attività sindacale nei cantieri. Invece noi vogliamo consolidare e aumentare i nostri salari per noi e per le nostre famiglie, aumentare l'occupazione con nuove assunzioni (e non gli orari di lavoro), migliorare la condizione di lavoro e di sicurezza degli operai degli appalti, facendo rispettare i contratti nazionali, stroncando il lavoro nero, i sottosalari, le presenze mafiose; noi difendiamo il diritto all'auto-organizzazione operaia nei cantieri. Non lo facciamo solo per noi, lo facciamo per tutti quelli che sono anche più precari e schiacciati di noi, per i licenziati, per i disoccupati, perché è venuto il momento per l'intera classe lavoratrice di dire basta! Basta ingoiare veleno! Basta indietreggiare! Basta accettare ogni tipo di sacrificio, mentre banche, grandi imprese e loro manager scoppiano di profitti e di bonus milionari! Basta con il super-sfruttamento e l'impoverimento dei lavoratori! Basta con lo strapotere padronale nei luoghi di lavoro! Basta con la precarietà del lavoro e della vita! Uniamoci in un fronte di lotta compatto contro i padroni e il governo, e niente potrà fermarci!».
Nulla di tutto ciò sarà fatto dai dirigenti sindacali compromessi con il padronato, o incoerenti. Ora è agli operai e ai lavoratori più combattivi e coscienti degli interessi di classe che spetta prendere l'iniziativa!
3 giugno 2015 (cicl. in prop.)
Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
Piazzale Radaelli 3, Marghera – comitatosostegno@gmail.com
https://pungolorosso.wordpress.com
martedì 21 aprile 2015
LA SFIDA DELLE CAMERE DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO
CLAP è un acronimo, sta per Camere del Lavoro Autonomo e Precario. Le Camere nascono nell’autunno del 2013, in tre spazi autogestiti della città di Roma, e si connettono in una comune associazione sindacale. Gli spazi sono: la fabbrica recuperata Officine Zero (Casal Bertone), l’atelier autogestito Esc (San Lorenzo), lo studentato autogestito Puzzle (Tufello). Un esperimento giovane, dunque, con tanta strada ancora da percorrere, molte verifiche da fare. Ma un esperimento che tenta di affrontare, senza timidezze, il problema più significativo del nostro tempo: l’insignificanza (o quasi) del sindacato che c’è nella tutela del lavoro precario, intermittente, autonomo, migrante. Prima di descrivere l’esperimento, presento lo sfondo o le scommesse all’interno delle quali l’esperimento ha preso vita (§ 1). Uno sguardo alle premesse, uno a quanto fatto fin qui (§ 2), infine la prospettiva politica (§ 3) che CLAP, tra gli altri e con altri,
contribuisce ad animare.
1. Le due trasformazioni
CLAP ha scommesso, fin dall’inizio, su due traiettorie: la trasformazione degli spazi autogestiti, dei centri sociali, in nuovo dispositivo sindacale; il ritorno del sindacato alla forma Camera del lavoro. Le due traiettorie convergono su un’esigenza decisiva: mettere fine alla dicotomia tra pratiche mutualistiche e contrattazione, tra conflitto (verticale) e solidarietà (orizzontale).
Sono quasi tre decenni che in Italia i centri sociali e gli spazi autogestiti innervano la scena urbana di socialità alternativa, formazione, difesa dei più fragili (soprattutto i migranti), pur essendo del tutto ininfluenti nelle lotte del e sul lavoro. In questi tre decenni – gli anni della contro-rivoluzione neoliberale – il sindacato, salvo alcune nobili eccezioni (la FIOM, al pari del sindacalismo di base, è una di queste), ha dismesso il conflitto e reso possibili la precarizzazione e il conseguente impoverimento di un’intera generazione. Con l’epilogo del movimento No Global e l’esplosione della Grande Depressione, a partire dal 2008, l’impasse dei centri sociali da un lato, incapaci di rinnovarsi e di funzionare da polo attrattore delle forme di vita giovanili, l’impotenza sempre più marcata dei sindacati tutti di fronte all’accelerazione neoliberale dall’altro, hanno reso più ruvida la verità: non c’è comunità
elettiva che possa sopravvivere al working poor e alla disoccupazione di massa; non c’è sindacato che possa sopravvivere – pena il prevalere della corruzione e della collaborazione subalterna con le imprese – senza rimettere in campo il conflitto e, con esso, la ricerca e l’espansione di nuove pratiche mutualistiche.
Traiettorie soggettive, indubbiamente, che richiedono coraggio, impegno, tenacia. Traiettorie imposte dalla svolta d’epoca nella quale siamo immersi. La gestione bismarkiana e ordoliberale della crisi europea sta portando con sé un attacco violentissimo al salario, quello diretto e quello indiretto, le prestazione del Welfare State (formazione, sanità, previdenza). La sotto-occupazione, soprattutto nei paesi del Sud Europa, da eccezione si è fatta norma. In Italia salta lo Statuto dei lavoratori, la contrattazione collettiva nazionale, i contratti a tempo determinato senza causale vengono liberalizzati: una nuova scena, dove all’occupazione si sostituisce l’occupabilità, e dai sotto-salari si procede speditamente verso il lavoro gratuito, non pagato (vedi EXPO). Pur di lavorare, ogni lavoro va bene.
Di fronte a tanta violenza, tutti gli strumenti esistenti sono spuntati, chi lavora è senza diritti, senza forza, frammentato, quasi sempre immerso in una competizione selvaggia con i più poveri (in particolare i migranti). Affermare la solidarietà, dove vige la solitudine rassegnata e rancorosa, è la prima grande battaglia. Così come costruire luoghi dove la frammentazione possa essere ricomposta, la quotidianità con i suoi drammi condivisa, il poco tempo che c’è messo in comune. Per far sì che le tante piccole vertenze, i tanti rifiuti, che pure ci sono, non siano maledettamente fragili, inoffensivi. Coniugare il conflitto sul lavoro con il mutualismo significa dunque tornare alle origini, le Camere del lavoro appunto, con armi nuove: la comunicazione informatica, la socializzazione dei saperi, la circolazione virale delle istanze e delle lotte, la connessione transnazionale degli esperimenti organizzativi.
2. Cos’è CLAP?
Ritorno alle origini carico di innovazione: con tanti limiti, propri della giovinezza, questa è la sfida delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario. Ma conviene entrare più nel dettaglio.
CLAP prova a connettere tre funzioni che, nella crisi dei sindacati tradizionali, tendono sempre più alla scomposizione: servizio, organizzazione, mutualismo. In primo luogo la consulenza e l’assistenza legale, per vertenze collettive come per quelle individuali, e quella fiscale, per freelance e professionisti atipici, associazioni e cooperative. Strumenti essenziali per entrare in contatto (con), inchiestare e tutelare un mondo del lavoro frammentato, impaurito, non sindacalizzato. Di più, occasioni imprescindibili per avviare un primo, semmai lacunoso, processo di alfabetizzazione sindacale. In secondo luogo, quando la vertenza lo consente, l’avvio di una vera sperimentazione organizzativa. Va da sé, e lo impone la composizione tecnica di classe come la barbarie del contemporaneo mercato del lavoro, spesso ci si trova di fronte a vertenze che coinvolgono pochi lavoratori, spesso vertenze individuali. Il supporto organizzativo della Camere, in
questo senso, si fa decisivo: nell’organizzazione di un picchetto, nell’articolazione di una campagna comunicativa, nella conquista del tavolo di trattativa istituzionale (se a esser coinvolte sono le istituzioni di prossimità). In terzo luogo il mutualismo, che significa soprattutto formazione fiscale e sul diritto del lavoro (quel poco che rimane dopo il Jobs Act), ma anche banca del tempo e mutualismo delle lotte. Solo il sostegno reciproco, infatti, può rispondere alla debolezza, drammatica, che la frammentazione porta con sé.
Nelle sue attività, dunque, CLAP prova a connettere figure del lavoro diverse, spesso ostili l’un l’altra. La prima frattura è la linea del colore, indubbiamente. Con la crisi, e in particolar modo la disoccupazione di massa, la forza-lavoro migrante è una “minaccia”: ricattabile e ricattata, costa meno e impone un abbassamento generalizzato del salario e delle tutele, ecc. La seconda frattura riguarda la percezione di sé: seppur povero, con fatturati che non superano i 12-15 mila euro l’anno, un freelance tende a non confondersi con il precario di McDonald’s. Forza-lavoro qualificata la sua, sicuramente afflitta da bassi compensi e pressione fiscale alle stelle, ma di certo capace, se la fortuna lo vuole, di fare strada… Peccato che la fortuna, in Italia, è sparita da un pezzo, la mobilità sociale un ricordo del passato. Per la forza-lavoro qualificata, quando non c’è l’aiuto del paparino, ci sono due strade: l’esodo, e sono
100.000 l’anno i giovani che scappano dal Bel Paese, o la sotto-retribuzione. E il disastro del lavoro povero vale sempre più, non solo per i professionisti atipici, ma anche per quelli degli ordini, dagli avvocati ai giornalisti, dai para-farmacisti agli ingegneri. Dunque l’urgenza della coalizione, oltre i corporativismi, comincia a farsi strada.
Dalla sua nascita, poco più di un anno, CLAP ha incrociato una trentina di piccole e medie vertenze, che hanno visto e vedono coinvolti: partite Iva del settore sanitario, operatori sociali, precari dei servizi e delle catene commerciali, lavoratori della logistica, lavoratori migranti. Si contano quasi 200 iscritti, età media giovane, in alcuni casi giovanissima. Dramma ricorrente: il mancato pagamento del lavoro svolto. Non sempre la vertenza è motore di politicizzazione, ma nuovi legami stanno nascendo, un piccolo tessuto di resistenze, laddove prima vigeva la solitudine, sta prendendo forma.
3. L’urgenza della Coalizione
Perché dare vita a una piccola struttura sindacale piuttosto che immettere forze giovani nei sindacati già esistenti? Le risposte a questa domanda sono almeno due. La prima: il sindacato che c’è, anche quando sinceramente conflittuale, insiste su una figura specifica: il lavoro subordinato. Con il Jobs Act anche per il lavoro subordinato si mette male, malissimo, ma persistono le differenze, quanto meno sul piano della percezione di sé dei soggetti e, di conseguenza, sul piano delle pratiche organizzative. La seconda: parlare di lavoro, oggi, significa fare i conti con una pluralità irriducibile di forme di sfruttamento, di profili etici, di linguaggi e di relazioni. La stessa pluralità deve qualificare i dispositivi organizzativi e sindacali. Fa da sfondo a queste due risposte, poi, una convinzione: i sindacati confederali sono ormai irriformabili, la loro conversione neoliberale, in diversi casi, ha raggiunto un punto di non ritorno.
Se valgono le due risposte, si impongono due sfide: la piena politicizzazione dello scontro economico; la Coalizione sociale. Meglio chiarire.
Obiettivo principale della governamentalità neoliberale, oltre la piena affermazione del principio di concorrenza, vera e propria legge divina che occorre rendere vigente sulla Terra senza troppe storie, è la spoliticizzazione della sfera economica. Cosa significa? Significa destituire di ogni senso e marginalizzare con violenza il conflitto tra capitale e lavoro. Conta solo un interesse, quello di impresa, perché, secondo le retoriche dominanti, siamo tutte e tutti imprenditori di noi stessi, capitale umano. Anche quando fatichiamo ad arrivare a fine mese. Meglio, se a fine mese non arriviamo, la colpa è nostra, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Riconquistare il “due”, la separazione, il conflitto verticale, vuol dire ri-politicizzare il lavoro e le sue lotte. Ma la politicizzazione necessaria è anche quella capace di mettere in scacco, una volta per tutte, la divisione tra Politico e Sociale. Organizzare e difendere il
lavoro non sindacalizzato deve coincidere, sempre più, con un processo di soggettivazione politica: è la nuova composizione tecnica di classe (scolarizzazione di massa, accesso alle tecnologie della comunicazione, ecc.) che, da anni, impone questo salto di qualità!
La Coalizione sociale, in questo senso, è il modo di intendere il sindacato che viene. Tradizione vuole che il sindacato tutela il mondo del lavoro e, quando vuole far politica, costruisce alleanze con la “società civile”, il tessuto associativo. Al centro il sindacato, attorno tutti gli alleati, ognuno stretto nella sua identità. Con la nozione di Coalizione, invece, si chiama in causa quel pluralismo di figure e di pratiche organizzative che respinge ogni reductio ad unum. Il multiplo, per riprendere le parole del filosofo, si fa sostantivo. C’è sì il sindacato che difende il lavoro subordinato, ma poi ci sono i tanti dispositivi, piccoli o grandi, utili alla tutela del lavoro precario, delle partite Iva e del professionismo, degli studenti, del lavoro migrante. Lo Strike Meeting e lo Sciopero sociale dello scorso 14 novembre, due fatti ai quali con generosità e tra gli altri ha contribuito CLAP, sono esperimenti di Coalizione sociale.
Nulla più di un debutto, ma l’atteso imprevisto al quale dedicare le energie migliori.
di Francesco Raparelli
tratto da Dinamopress.it
sabato 21 marzo 2015
Precarietà e lavoro al tempo di Expo - Pordenone
I recentissimi decreti applicativi del Jobs Act emanati dal governo italiano si aggiungono ad altre legislazioni anti-operaie approvate all'interno dell'Unione Europea (UE). I contratti individuali a tutele crescenti, la ridefinizione del lavoro subordinato, la flessibilità svincolata dalla contrattazione, la monetizzazione dei licenziamenti e dell'espulsione dal ciclo produttivo hanno lo scopo immediato di portare all'irrilevanza il diritto di coalizione dei lavoratori ed il ruolo dell'organizzazione sindacale dentro i luoghi di lavoro.
Sabato 21 marzo 2015 ore 18:00
al Prefabbrikato / Villanova / Pordenone
via Pirandello, 22 (dietro centro sociale "Gloria Lanza")
Dibattito pubblico:
"Precarietà e lavoro al tempo di Expo"
introduce:
Annibale Viappiani
della commissione sindacale AL/FDCA
e interverranno i rappresentanti dei sindacati di base USI/AIT e USB
ore 20.30 cena sociale gradita la prenotazione
Organizza: PnRebel e Collettivo Riff Raff
martedì 11 novembre 2014
Comunicato rete precari/e riffraff 7-12 novembre
> AzioniSegna come non lettoSegna come lettoSegna come spamStellaElimina stellaburocraziada leggere o stampar...i miei allegati - ma...[Pnrebel] Comunicato rete precari/e riffraff 7-12 novembreSabato 8 novembre 2014, 15:54 Segna come non letto Segnala questo messaggioDa: "Cristina" A: pnrebel@inventati.orgIntestazioni complete Versione stampabile5 file
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Il 7 novembre si è tenuta la giornata di lotta contro il programma Youth Guarantee, che dovrebbe essere la risposta europea alla crisi dell’occupazione giovanile. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile censito dall’ISTAT ha raggiunto il 44,2%. La politica del fare del governo Renzi, mentre parla di crisi, lotta alla disoccupazione e tutele del reddito agisce in modo ambiguo liberalizzando, di fatto, lo sfruttamento intensivo, il lavoro precario e servile e il free job, il cui esempio emblematico sono gli oltre 18.500 mila volontari per l’Expo di Milano. Oltre alle 46 forme di contratto atipico, al lavoro volontario gratuito sono stati stanziati 1.5 miliardi in tre anni, per il programma Garanzia Giovani che dovrebbe essere gestito dai Centri per l'impiego. In realtà in molte regioni non è partita alcuna misura e la gestione di questa "opportunità" è gestita da agenzie interinali, senza nessun controllo da parte del Ministero del Lavoro su qualità e congruità delle offerte di lavoro. Garanzia Giovani è l'ennesima scatola vuota che mistifica un vero e proprio “business della disoccupazione giovanile”. Attraverso il servizio civile e i bonus occupazionali si permetterà alle imprese di approfittare di “volontari”, stagisti ed apprendisti e di utilizzare manodopera precaria, gratuita (con i rimborsi dell’INPS) o a basso costo, estremamente ricattabile. In realtà i reali beneficiari sono le imprese, le agenzie interinali, gli enti privati di formazione e di orientamento, le agenzie tecniche della pubblica amministrazione. Per tale motivo il giorno 7 sono stati affissi dei manifesti sulle facciate del Centro per l'impiego, di Obbiettivo Lavoro, del Leopardi Majorana e dell' Opera Sacra Famiglia che denunciano questa mega truffa dello stato che, come al solito, promettendo una vita dignitosa alle persone arricchisce i soliti noti. Ora basta! Non siamo più disposti a farci sfruttare, a far finta che tutto vada bene, bisogna reagire e agire per un futuro diverso. Chi parla di stabilità e garanzie ci rende sempre più precari e ricattabili fino a farci credere che lavorare gratis sia una meravigliosa opportunità! Se questo è il futuro che ci prospetta il governo, assieme al contratto a tutele "futuribili", è meglio che Renzi e la sua cricca non faccia nulla. Anche per questo i precari saranno in tante piazze italiane, anche a Pordenone, il 14 novembre prossimo in occasione dello Sciopero Sociale.
rete precari/e riffraff
venerdì 18 luglio 2014
No all'Accordo Alitalia: convocare immediatamente il direttivo nazionale cgil
Chiediamo la convocazione immediata del direttivo nazionale cgil sulla vicenda Alitalia. La firma di Susanna Camusso sull'accordo cosiddetto di contenimento dei costi per i lavoratori Alitalia salvi dai licenziamenti e' di una gravità inaudita. Il no cgil al piano licenziamenti viene sconfessato dall'accettazione dell'operazione truffaldina che divide in due lavoratori e affari della CAI Alitalia, da una parte esuberi e debiti dall'altra i restanti lavoratori a cui, particolare non indifferente , vengono tagliate le retribuzioni con accordo sindacale. Uno la cgil lo contesta perché non prevede la cassa integrazione per la conservazione dei posto di lavoro e non lo firma, l'altro che riduce gli stipendi lo firma. Così facendo si realizza il capolavoro di accettare un precedente devastante per le condizioni dei lavoratori per la gestione di tutte le vertenze a difesa dell'occupazione e dei diritti. Un tracollo che si spiega solo con l'accettazione supina dell'austerità sul terreno sociale.
Susanna Camusso ha deciso di accompagnare il processo di riduzione generalizzata di pensioni e salari e dell'occupazione in totale sintonia con quello che il governo Renzi persegue sul piano politico in ossequio alle politiche della UE. Di questo si deve discutere in Cgil. Se la via italiana di fronte alla crisi e' far pagare ai lavoratori i costi lo si deve dire esplicitamente. L'accordo del 10 gennaio e' andato in mille pezzi, la Uil non firma il taglio delle retribuzioni Alitalia e grida alla violazione delle regole democratiche chiedendo il referendum!!! Resta solo la pratica della contrattazione che restituisce salari e diritti. contrasteremo con ogni mezzo il sindacalismo della miseria. Si riunisca subito il direttivo e si decida. Bisogna ritirare la firma.
Sergio Bellavita
Portavoce area "il sindacato e' un'altra cosa - opposizione Cgil"
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