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mercoledì 10 giugno 2020

Salute: la solidarietà non ha prezzo non eroi ma lavoratori

giovedì 11 giugno / ore 20.30
Collegati a https://meet.google.com/iyy-ytkw-mwd
e partecipa direttamente alla conferenza*:
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Salute: la solidarietà non ha prezzo
non eroi ma lavoratori
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saranno con noi

Pierpaolo Brovedani
/ pediatra ospedaliero /

Adelina Zanella
/ delegata RSU sanità /

Segue dibattito
interventi liberi
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Circolo Libertario E. Zapata
Biblioteca Mauro Cancian





lunedì 27 aprile 2020

#1 Sanità: la solidarietà non ha prezzo
















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In questo ultimo decennio, i sostenitori del neo-liberismo ci hanno riempito la testa sul “senso benefico” delle politiche di privatizzazione dei servizi sociali pubblici essenziali. In questa direzione sono andati tutti i tagli dei finanziamenti nei settori della sanità, della ricerca e della scuola, a favore di quelli privati, messi a bilancio dai diversi governi di centro-destra e centro-sinistra, tutti allineati ai diktat dello sviluppo neo-liberista.
L'emergenza, che la diffusione del virus Covid-19 ci ha imposto, mette a nudo i disastri del neo-liberismo, in particolare nel settore sanitario che è entrato, in questi tragici giorni, visibilmente in sofferenza. Lo stesso Noam Chomsky in una recente intervista al Manifesto dichiara che: «L’assalto neoliberista ha lasciato gli ospedali impreparati. Un esempio per tutti: sono stati tagliati i posti letto in nome dell’efficienza».
Non è un caso che tra gli obiettivi di contenimento del numero dei contagi ci sia stato quello di evitare un collasso del sistema sanitario nazionale (SSN) che ha visibilmente manifestato molte criticità (numero insufficienti di posti letto in terapia intensiva, mancanza di respiratori polmonari, ecc.).
Ma vediamo di fare il punto dello stato di “salute” del nostro complesso sanitario, settore strategico per garantire la sicurezza sociale, attraverso alcuni dati a noi disponibili.
Secondo il rapporto dell'Osservatorio GIMBE n.7/2019 sul de-finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, “nel decennio 2010-2019 tra tagli e de-finanziamenti al SSN sono stati sottratti circa € 37 miliardi”. Il Def 2019 ha ridotto progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022. Secondo i dati OCSE aggiornati al luglio 2019, l’Italia si posiziona sotto la media Ocse, sia per la spesa sanitaria totale pro capite ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica pro-capite ($ 2.545 vs $3.038). Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%.
Tra i paesi del G7 le differenze assolute sulla spesa pubblica sono ormai incolmabili: ad esempio, se nel 2009 la Germania investiva pro capite $ 1.167 (+50,6%) in più dell’Italia, nel 2018 la differenza è di $ 2.511 (+97,7%). Secondo lo studio Anao-Assomed del 4 febbraio 2020, il numero degli istituti di cura è passato da 1.165 (2010) ai 1.000 del 2017 (-14%) e il numero dei posti letto da 245.000 (2010) ai circa 210.000 del 2017. L’ISTAT ha stimato che il gap occupazionale con l’UE ammonta a quasi 1,5 milioni di addetti nel settore della sanità e dell’assistenza sociale.
Al calo del finanziamento pubblico è corrisposto un aumento del sostegno alla spesa sanitaria privata, soprattutto nelle regioni del Nord. In Lombardia su un totale di spesa sanitaria complessiva di 22,5 miliardi di euro, ben 7 miliardi vanno alla sanità privata (31,1%). I posti letto dei nosocomi privati rappresentano circa il 22% del totale. Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’Emilia-Romagna.
Come abbiamo potuto riscontare in questa fase acuta della diffusione del virus, gli esiti nefasti del processo di delocalizzazione che ha interessato anche l’industria biomedicale hanno prodotto scarsità e difficoltà nel reperimento di alcuni strumenti di fondamentale importanza come i respiratori polmonari e le mascherine, solo per citarne alcuni.
Questi dati ci danno la misura della riduzione delle risorse pubbliche che sono l'effetto delle politiche di austerità imposte con la crisi del 2008, ma che sono anche la conseguenza delle spinte alla privatizzazione e alla mercificazione della salute, dell'istruzione, della ricerca, della cultura e dell'ambiente, affermatesi a partire dagli anni ottanta e conosciute come “rivoluzione neoliberista”.
La storia del nostro SSN, che viene istituito con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978, si amalgama con la trama delle lotte che presero avvio negli anni sessanta e che continuarono per tutti gli anni settanta. Una sinergia politica e culturale, tra conquiste operaie, rivendicazioni e mobilitazioni dei movimenti studentesco e femminista, che si affermò, attraverso una forte pressione dal basso e pratiche partecipative inedite, con lo scopo di riformulare in termini universalistici l'accesso ai servizi pubblici.
In questo momento tragico, segnato dalla diffusione della pandemia di Covid-19, ciò a cui assistiamo è l'emergere di due mondi separati e contrapposti: da una parte l'avidità di chi specula sulla pelle dei lavoratori e delle fasce sociali meno protette, di cui le attuali difficoltà del nostro sistema sanitario sono figlie; dall'altra la solidarietà diffusa, dove il ruolo di primi attori, ancora una volta, ce l'hanno tutti quei lavoratori, da quelli sanitari a quelli che garantiscono il primo approvvigionamento, che hanno messo in gioco la propria vita per garantire quella degli altri. A questa seconda metà vanno poi inserite la figura del medico di base, che responsabile della cura della persona, rappresenta il primo passo dell’accesso del cittadino al sistema sanitario e tutti quegli operatori del mondo della cooperazione sociale, del volontariato e dell’assistenza domiciliare che oggi sono lasciati nella totale solitudine ad affrontare questa emergenza sanitaria.
I tentativi di distruggere il nostro sistema sanitario nazionale non si manifesta solo con i tagli dei finanziamenti o mettendo a disposizione del settore privato pezzi di questo, significa distruggere quel senso di solidarietà che sta alla base di quel progetto di trasformazione sociale che ha preso avvio da quando l'ingiustizia e le diseguaglianze sono diventate i fondamenti del nostro vivere comune.
Fermare tutto questo dipenderà solo da noi, dalle nostre scelte politiche e sociali, dalla nostra capacità di re-immaginare i nessi tra libertà ed eguaglianza in ogni spazio quotidiano.
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Iniziativa Libertaria - Pordenone

lunedì 13 aprile 2020

lotta di classe al tempo del corona virus

 

















L’italia con sessanta milioni di abitanti ed al vertice, insieme a Germania e Giappone, della classifica delle popolazioni più anziane, ha centocinquantamila posti letto nella sanità pubblica e quarantamila in quella privata.
Complessivamente fra le strutture pubbliche e le strutture private, cinquemila sono i posti letto abilitati per la terapia intensiva.
Oltre 3600 sono nelle strutture della sanità pubblica, mentre gli altri 1400 sono nelle strutture private convenzionate.
Lo sforzo e l’obiettivo che il governo nazionale insieme alle Regioni, come si sa titolari della sanità pubblica e convenzionata, stanno mettendo in campo è quello di arrivare per fine di questo mese a disporre di 6100 posti letto.
Se questi sono alcuni dati generali ciò che è necessario capire e su cui riflettere è per quale motivo ci stiamo tragicamente avvicinando a quel punto limite nel quale possono mancare posti letto di terapia intensiva.
Stiamo concretamente rischiando di arrivare a porsi il dilemma di dover sceglier chi salvare (intubare) e chi no.
Occorre ricordare inoltre che per ogni posto di terapia intensiva necessario a una persona in grave rischio di vita, bisogna avere, oltre alle attrezzature mediche, personale medico e infermieristico specializzato, secondo standard definiti di 12 medici e 24 infermieri per unità di 8 posti letto, oltre al personale non specializzato (OSS) e dei servizi generali .
La logica privatistica introdotta nella sanità pubblica, l’estensione del concetto della competitività con il corrispettivo allargamento di quella privata, ha portato ad una costante ed ineluttabile riduzione di posti letto complessivi.
Chiusure di Ospedali “minori” riduzione di presidi territoriali, applicazione alle ASL della stessa logica di centralizzazione e concentrazione del capitale privato manifatturiero, applicando alla sanità gli stessi approcci produttivistici come il just in time, la riduzione delle scorte, ecc.. come se la nostra salute fosse una merce qualsiasi.
Ciò ha determinato che abbiamo un posto di terapia intensiva ogni cirva 11870 abitanti mentre in Germania abbiamo un rapporto di un posto letto ogni 3000 abitanti, essendo i posti letto complessivi di terapia intensiva 28000, oltre cinque volte di più dell’italia pur non essendo affatto e la popolazione tedesca il quintuplo degli italiani.
Oltre a questa falcidia nel 2015 il Governo Renzi nel regolamento per gli standard ospedalieri definito con decreto (Decreto n70 del 02\04\2015) ha stabilito che un utilizzo medio dell’ 80/90 % dei posti letto durante l’anno deve essere ritenuto sufficiente.
I Reparti di rianimazione quindi, in assenza di corona virus, sono quasi al completo .
Ciò significa che dei circa 5000 posti letto nei Reparti di terapia intensiva quelli liberi per l’emergenza Covid-19 in realtà sono meno di un migliaglio a livello nazionale.
Quindi basta che i pazienti di Covid-19 raggiungano il 10/20 % dei posti letto di rianimazione a disposizione per saturare i Reparti.
Sappiamo che nei casi di corona virus rilevati, uno su cinque, sviluppa complicazioni polmonari serie o gravi e la metà deve essere ricoverato in terapia intensiva, pena una rapida morte per asfissia. Quindi uno su dieci ha bisogno di essere intubato.
Dunque, il punto di crisi, in condizioni normali, della sanità italiana è di circa cinquantamila.
Ipotizzando che il contagio da corona virus possa arrivare a cinquantamila (attualmente, mentre scriviamo queste note i dati disponibili dell’ infezione sono arrivati a oltre 20000) si saturerebbero completamente i posti letto disponibili e dopo questo numero chi dovesse avere un infarto, o un decorso post operatorio complesso rischierebbe di morire per assenza di trattamento idoneo.
Inoltre lo stato dell’arte della sanità italiana è caratterizzata dalla mancanza cronica di medici e infermieri.
In Italia mancano 10mila medici, 53mila infermieri e 70mila OSS e sono oltre 2mila tra medici e infermieri i contagiati durante le ore di servizio fino a questo momento.
Non possiamo accettare che le necessarie misure di contenimento della malattia ricadano sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori così come sulle nuove generazioni di precari e precarie, lavoratrici e lavoratori autonomi.
A fronte del divieto di mobilità, oramai sul tutto territorio nazionale ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate le fabbriche e gli altri posti di lavoro, non sono state organizzate al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
I Padroni, attraverso Confindustria, hanno fortemente condizionato il governo per non arrivare al blocco totale della produzione.
Questo ha determinato e sta determinando un crescendo di scioperi aziendali indetti da parte della maggioranza delle strutture sindacali tutte, dalla CGIL passando per la CISL e la UIL fino ai sindacati di base.
La richiesta minima di queste agitazioni, che in alcuni casi stanno subendo gravi intimidazioni e repressioni, è quella di dotarsi di DPI (dispositivi di protezione individuale) fino alla giusta richiesta di non perdere salario o il lavoro a causa del corona virus.
Lo stesso protocollo di sicurezza per i lavoratori siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali non rappresenta una soluzione effettiva in quanto il rispetto dello stesso protocollo viene demandato alle strutture aziendali. RSA, RSU ed RSL, non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o la dove queste realtà spesso lavorano dentro la fliera dell’aziende industriali più grandi e se noin si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.
il diritto alla nostra salute viene prima del loro profitto
Occorre subito una forte assunzione di infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare stabilizzandoli, tutti i lavoratori precari della Sanità.
Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati.
Occorre uno stanziamento di risorse straordinarie, anche attraverso una patrimoniale, per la garanzia dei posti di lavoro, compreso per i precari che lavorano negli appalti e per la copertura integrale del salario.
E’ altresì necessario contrastare il tentativo di promuovere un nuovo clima di “unità nazionale”.
Non è accettabile che in nome dell’ennesima emergenza si occulti le responsabilità della classe dominante e dei governi dei tagli e delle privatizzazioni alla sanità cosi come lo scadimento e la riduzione dei servizi.
Occorre promuovere e sostenere tutte le mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati vei disoccupati che c’erano  e di quelli  nuovi creati dall’emergenza sanitaria, per il lavoro e il reddito.
Occorre trasformare questa gravissima e pericolosissima pandemia in un processo di unità e autonomia internazionale del movimemnto dei lavoratori nei confronti di tutti i governi, intenti esclusivamente a sostenere le classi dominanti e le rispettive borghesie nazionali preoccupate esclusivamente di non perdere quote di mercato rispetto ai competitori europei e/o mondiali.
La motivazione di non fermare totalmente le produzioni ad esclusione dei beni di prima necessità come i generi alimentari e quelli farmaceutici risponde esattamente a questa insaziabile sete di profitto a scapito della stessa salute dei propri operai, confermando vieppiù l’assioma della produzione capitalistica e la sua sostanziale irrazionalità e la necessità di una società comunista e libertaria per non sprofondare nella barbarie.
I militanti e le militanti di Alternativa Libertaria/FdCA sono all’unisono accanto ed a sostegno delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei loro bisogni, della loro capacità organizzativa.

martedì 22 settembre 2015

Sanità e terzo settore - contributi tavola rotonda sulla sanità pubblica e universale , Pordenone 13 settembre 2015

Relazione di Luca Meneghesso (USI AIT Trieste) su Sanità e Terzo settore alla tavola rotonda sulla sanità pubblica organizzata dalla FdCA tenuta a Pordenone il 13 settembre 2015. Scarica il pdf. http://www.usi-ait.org/index.php/sanita/53-nazionale/1000-sanita-e-terzo-settore

Riflessioni Sulla situazione a livello sanitario - contributi dibattito tavola rotonda sulla sanità del 13 settembre 2025 - Pordenone

Contributo del compagno Lusi Corrado della USI AIT Sanità di Firenze per la tavola rotonda del 13 settembre scorso su sanità pubblica e universale organizzata a Pordenone dalla sezione nord est de Alternativa Libertaria / FdCA ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Riflessioni Sulla situazione a livello sanitario Vorrei Partire dal presupposto che lavorare per vivere è un oltraggio alla dignità della persona. Per me questo è sempre stato un principio indiscutibile. Questo insulto si rende ancora più evidente quando timbriamo il cartellino non avendo facoltà e diritto di decidere di cosa e di come produrre. Su questo concetto si fonda la democrazia borghese e la società capitalista. Nostro compito e dovere morale è trovare delle strategie per ribaltare questo sistema e neutralizzare questa forma contemporanea di schiavitù. Nella società moderna ogni essere umano, dal momento in cui mette piede al mondo dovrebbe avere alcuni diritti universali che dovrebbero essere inalienabili, tra di questi il diritto alla salute. Questo diritto e questo principio viene ribadito da tutti quotidianamente raccontando addirittura di mondi da favola, tuttavia specialmente noi che operiamo in ambito sanitario sappiamo molto bene che ogni governo, seppur sbraitandolo come intoccabile e difeso lo nega sistematicamente disattendendo ogni promessa fatta. Questo diritto viene anche sancito dall’articolo 32 della costituzione italiana. Quello a cui stiamo assistendo oggi in ambito sanitario è un qualcosa di diabolico e perverso. Per il capitale la medicina diventa uno strumento di profitto, per cui i bisogni del capitale saranno prioritari rispetto a quelli dell’utenza. Secondo i dati ISTAT l’11% degli italiani, pari a ben sei milioni di cittadini rinuncia alle cure nonostante ne abbia effettivo bisogno, per motivi economici. L’attacco allo stato sociale, portato avanti da una sinistra istituzionale sempre più asservita ad una destra protagonista e regista dello smantellamento della sanità pubblica sta già facendo pagare costi salatissimi. una salute merce, una sanità profitto, una prevenzione azzerata, una qualità assistenziale inesistente perché basata su carichi di lavoro insopportabili e su una precarizzazione totale di ogni diritto dei lavoratori. La concessione ai privati dell’intera gestione degli ospedali è un qualcosa di diabolico. La sanità pubblica, da fabbrica di prestazioni che ha tenuto conto dell’efficienza e non delle esigenze dell’utenza nella ”efficacia” delle sue offerte, si trasformerà in maniera progressiva in una enorme fonte di guadagno per la sanità privata, la quale verrà finanziata e favorita da un pubblico sempre meno capace e desideroso di rispondere al diritto di salute. Non voglio parlare di numeri, in quanto ormai tutti gli addetti ai lavori e comitati vari di lotta che stanno nascendo nei vari territori ne hanno ben chiari con gli effetti ad essi correlati. Vorrei concentrarmi su un altro punto e cioè di iniziare a valutare se vi sia anche da noi la possibilità di pensare in altri termini per un cambiamento radicale del modello sanitario e sul concetto di salute. Sono fermamente convinto che la risposta all’attacco sociale portato avanti indistintamente dai vari governi che si sono succeduti nel corso di questi ultimi decenni è stato un vero e proprio fallimento. Sebbene non sia in questo contesto che dobbiamo analizzare circa le motivazioni e sulle responsabilità, dobbiamo tuttavia avere la consapevolezza e la volontà di andare oltre. Dal momento che come Anarcosindacalisti non cerchiamo di andare contro il sistema, ma bensì di andare fuori dal sistema stesso, dopo anni di proteste fallimentari credo sia arrivato il momento di agire. Occorre dare delle proposte diverse e più consone a ciò che rappresentiamo. Crediamo sia necessaria un’altra idea di salute, un altro modello che apra la via allo sviluppo di un sistema di salute al margine del modello egemonico. Questo è ciò che noi perseguiamo. Noi ambiamo ad un percorso che vada in tutt’altra direzione e che stia in relazione alla necessità di rompere definitivamente con il sistema statale classico il quale ha drammaticamente fallito. Un sistema che non poteva altro che fallire in quanto non stava al servizio dei bisogni dei cittadini ma bensì all’interno di una logica disumana che mercifica il diritto alla salute. Le trasformazioni subite negli ultimi anni dal sistema sanitario hanno generato un servizio pubblico che, per far quadrare i conti, risponde alle logiche gestionali prima che alla domanda di salute. Una sanità gestita nella società alla quale aspiriamo, una società solidaria e umana davvero. Questo cosa vuol dire; Si tratta di prendere atto che a fronte di tagli alla sanità come ad altri servizi, nonchè ai rovesci della produzione nelle attuali crisi economiche, oltre alle lotte rivendicative di resistenza sociale si possano valutare e rendere pratiche forme di riappropriazione diretta anche in ambito sanitario. Dobbiamo essere consapevoli che un altro modello è possibile e le varie esperienze in alcuni paesi lo dimostrano ampiamente. Come USIS ci stiamo lavorando da tempo ed abbiamo in mente un progetto di sperimentazione che verrà presentato al prossimo nostro congresso di settore. Carissimi noi non vogliamo soffermarci sulla bellezza delle idee e sulle parole. Per quanto mi riguarda L’autogestione della salute è un’aspirazione giusta e necessaria per l’insieme della società, che richiede lo sviluppo di centri di salute all’altezza di questa svolta. Abbiamo sempre sostenuto che la salute non può essere un affare ed una merce, pertanto neanche le nostre coscienze possono essere mercanzie al servizio dello Stato, delle industrie farmaceutiche, e del resto dell’apparato sanitario dominante. Non possiamo tuttavia evitare l’importante lotta che si sta sviluppando in seno alla sanità pubblica, contro il percorso perverso intrapreso verso la redditività della salute tramite la riconversione del pubblico in privato. Pensiamo che la lotta non deve essere però solo per il recupero di un luogo di lavoro o di un ospedale privatizzato. Crediamo sia necessaria un’altra idea di salute, un altro modello che apra la via allo sviluppo di un sistema di salute al margine del modello egemonico. Un modello di sanità pubblica cooperativista per la difesa della salute come diritto. Un modello che deve basarsi sulla costruzione e sull’azione partecipativa come parte dello sviluppo umano dell’individuo in tutte le sue dimensioni . Un processo sperimentale collettivo d’insieme con l’obiettivo che le persone possano lavorare in forma sinergica e creativa per dare gestazione ad una società libera. In questo contesto noi crediamo si debba valorizzare ed intervenire dove poter praticare un’idea differente del diritto alla salute, coniugando un’attività concreta di intervento nel territorio con una battaglia politica più generale di trasformazione sociale. Un luogo in cui l’attività svolge anche un ruolo di comunicazione e non di pura osservazione. Un tentativo di unire un concetto di cura e di prevenzione con la denuncia degli abusi di una sanità permeata di profitti, sempre più inaccessibili per i poveri, sempre più a misura di ricchi e assicurazioni private. Il progetto che noi abbiamo in mente nasce dalla convinzione che sia possibile e necessario vivere in modo autonomo e autogestito, dal momento che gli stati ed il sistema hanno smesso di essere un servizio per i cittadini. Se ognuno di noi cambiasse il proprio atteggiamento e smettesse di appoggiarsi alle strutture di potere, potremmo invertire rotta e decidere coscientemente cosa vogliamo e cosa no. I progetti di autogestione che anche come USI sanità ci proponiamo di promuovere mirano alla costruzione di un’informazione diversa finalizzata al reale coinvolgimento dei soggetti, per diventare luogo di autorganizzazione dei bisogni reali. Su questo spirito e sotto questa ottica dobbiamo svolgere permanentemente questo lavoro. Nostra funzione insieme a tutti quei soggetti interessati è di valorizzare questa nuova idea di salute pubblica, ponendosi come obiettivo di dare praticità ad un progetto e fare in modo che non rimanga soltanto forma astratta. In questo contesto non dobbiamo inventarci niente di nuovo, così come non dobbiamo partire completamente impreparati. Dobbiamo confrontarci ed organizzarci. Ci sono molte esperienze a cui poter fare riferimento e da cui attingerne il lavoro e la programmazione per poterla sviluppare ed analizzare anche nel nostro ambito. Abbiamo rivolto per esempio particolare attenzione sull’approfondimento alle esperienze spagnole di autogestione della sanità, che non si limitano soltanto a far fronte a necessità causate dalla crisi, ma propongono un nuovo modello sanitario. Le strutture sanitarie autogestite infatti non devono essere soltanto una risposta a dei problemi che hanno a che fare unicamente con le cura medica, o per riempire il vuoto lasciato dallo stato. Quello che pensiamo è ad un progetto creato mediante un assemblea generale di vicini, progetti sociali e collettivi che vivono e agiscono dentro ai territori che tenga di conto dall’assistenza sanitaria di base, all’ aiuto immediato gratuito e appoggio psicologico fino alla promozione del concetto di una sanità aperta a tutti gli individui senza discriminazioni per razza, colore, origine,identità sessuale o religione. Ciò che deve spingere maggiormente i suoi partecipanti nell' agire politico è il concetto di solidarietà reciproca, contrario ad una visione egoistica o di assistenzialismo filantropico, dato il fatto che tutti possiamo essere migranti, senza tetto,lavoratori precari e senza accesso al sistema sanitario. Per questo ciò che dobbiamo applicare nella pratica è la forma nella quale ci piacerebbe vedere la sanità gestita nella società alla quale aspiriamo, una società solidaria e umana davvero. Riteniamo che il nostro progetto di autogestione debba altresì essere cellula viva di resistenza sociale e di emancipazione contro le barbarie contemporanee,cosi come la collaborazione con le assemblee popolari e i sindacati di base. In ultimo Credo sia importante precisare e tenere conto che, considerando il diritto alla salute come un diritto fondamentale e inalienabile dell’individuo e della collettività, sia opportuno sottolineare che parlare ed attivarsi alla sperimentazione autogestionaria nella sanità non vuole e non deve essere considerata come un’attività sostitutiva ai servizi offerti dal SSN e neppure una attività di generico volontariato, ma una forma di autorganizzazione sociale, solidale e mutualistica. Considero questa battaglia come la fase iniziale di un obiettivo cui raggiungere per l’estensione dei diritti e delle garanzie di cittadinanza per tutti ed un punto di informazione e discussione intorno al tema della salute e del diritto alla cura. Se la salute quindi per quanto ci riguarda è un diritto di carattere pubblico, un bene comune né statale né corporativo, ma bensì di tutti cittadini, come anarcosindacalisti abbiamo il diritto di promuoverlo con ogni mezzo a noi più consono. Corrado Lusi

martedì 8 settembre 2015

TAVOLA ROTONDA SULLA SANITA' PUBBLICA / PORDENONE 13 SETTEMBRE 2015

“Nei 37 anni dall’entrata in vigore della riforma sanitaria legge 833/78 che istituiva il SSN, pubblico, unico, universale, si sono succedute una miriade di controriforme per ridurre un sistema nato equo e di qualità, a ciò che la scelta neoliberista e la firma del Trattato di Maastricht, hanno imposto: una sanità in cui chi ha i soldi si cura (sia nel pubblico che nel privato) e chi non li ha, resterà impaurito, frustrato, rassegnato, oltre che malato.” Per salvaguardare il bene SALUTE e il diritto ad una SANITA’ UNIVERSALE sarà necessario che cittadini, pazienti e operatori si uniscano nel contrastare lo smantellamento del SSN così come era stato conquistato con le lotte di uomini e donne per un diritto ad una vita dignitosa. Alternativa Libertaria/FdCA invita ad una giornata di approfondimento e discussione. IL DIRITTO ALLA SALUTE PER UNA SANITA' PUBBLICA, COLLETTIVA, UNIVERSALE Tavola Rotonda - Alternativa Libertaria / FdCA domenica 13 settembre 2015 Pordenone - ore 10.00 - 17.00 - presso il Circolo E. Zapata* Programma definitivo Ore 9.45 accreditamento partecipanti (consegna materiale) Ore 10.00 – 12.45 Prima sessione: Facciamo il punto tra realtà e diritto alla salute Modera: Lino Roveredo (AL/fdca nord-est) Intervengono: A. Zanella, D. Marini (AL/fdca nord-est) M. Andreani (AL/fdca Fano-Pesaro) Inizio dibattito ore 11.15 fino alle 12.45 12.45-13.45 pausa pranzo (buffet in giardino) 13.45 – 16.50 Seconda sessione: Vertenzialità e sanità con comitati e sindacati Modera: Donato Romito (Segreteria Nazionale AL/fdca) Intervengono: F. Arduini P - Comitatinrete - “Ospedale unico Pesaro-Fano (PU), dalle contestazioni alla organizzazione in cooperativa” Esponente Comitato Salute Pubblica Bene Comune (PN) – “Perché opporsi ai nuovi ospedali costruiti con il Projet Financing“ F. De Rosa (USB - PN) - Precari in sanità L. Meneghesso (USI - TS) - Terzo settore in sanità A. Viappiani (AL/Fdca – CGIL) - Salute dei lavoratori Inizio dibattito ore 15.15 fino alle 16.50 Chiusura lavori e saluti 16.50-17.00 Info: altlibnordest@fdca.it - Telefono: adelina 3347664353 – lino 3396812954 Per motivi organizzativi è gradita la conferma della presenza *Circolo E. Zapata - sede in Via Pirandello, 22 a Villanova di Pordenone, il PREFABBRIKATO dietro il Centro sociale Anziani.

martedì 1 settembre 2015

No allo smantellamento della sanità pubblica!

Dalla sanità pubblica alla sanità privatizzata Sette facciate del maxi emendamento al decreto Enti Locali, modificano per l’ennesima volta l’assetto del servizio Sanitario Nazionale, declinato nelle già disomogenee organizzazioni regionali. Nei 37 anni dall’entrata in vigore della riforma sanitaria legge 833/78 che istituiva il SSN, pubblico, unico, universale, si sono succedute una miriade di controriforme (L. delega 421/92, D.L. 502/92, Dlg 517/93, L. 189/2012) per ridurre un sistema previsto dalla Costituzione, equo e di qualità, a ciò che la scelta neoliberista (feb/1992 Trattato di Maastricht) ha imposto: una sanità in cui chi ha i soldi si cura (sia nel pubblico che nel privato) e chi non li ha, resterà impaurito, frustrato, rassegnato, oltre che malato. Il morbo della spending review Quello che non è riuscito a fare il governo Amato (sistema duale con la spinta verso le assicurazioni private per la specialistica ambulatoriale) lo completa il governo Renzi, in un momento in cui anche la tutela sociale è ridotta dalla crisi economica e dalle scelte governative, e appare incerta la possibilità di una mobilitazione generale capace di bloccare questo processo. Il cavallo di Troia si chiama “appropriatezza delle prestazioni” (art 9 quater): cioè il servizio pubblico non offrirà più quelle prestazioni che non sono ritenute necessarie e che verranno indicate entro un mese da un decreto. La salute come consumo Negli anni passati si è preferito incoraggiare l’affermarsi della medicina prescrittiva, rafforzata da quella difensiva e dalla “redditizia” sovra-diagnosi, che mercificano le attività sanitarie, per distogliere l’attenzione dai fattori di nocività dell’ambiente, di vita e lavoro, evitando di investire adeguatamente in prevenzione, promozione della salute e combattere i determinanti delle malattie. Ora, che il paziente/consumatore è sufficientemente indotto al consumismo sanitario, si possono togliere le prestazioni garantite dal sistema pubblico (abbassando di fatto i Livelli Essenziali di Assistenza) e spingere ancor più verso l’acquisto privato (secondo il Censis nel 2014 i cittadini hanno già speso 33 mld di tasca propria per garantirsi assistenza e cure e, secondo l’ISTAT, sono circa l’11% i cittadini che rinunciano a curarsi per ragioni economiche o per mancanza di offerta). Educare e coinvolgere Se le prestazioni sono davvero “inappropriate” è urgente fornire un’adeguata educazione sanitaria ed un coinvolgimento dei cittadini per la loro difesa da ciò che è inappropriato (e a volte dannoso), sia esso gratis o a pagamento, erogato dal pubblico o dal privato, gravante sul bilancio pubblico o su quello familiare. I medici (Simg) propongono di essere incentivati in base a evidenti risultati di un bilancio spesa/salute degli assistiti, piuttosto che essere premiati o puniti in base ad un bilancio amministrativo: per i cittadini sarebbe sicuramente un vantaggio e a medio-lungo termine lo sarebbe anche per il bilancio della sanità. Chi deciderà l’appropriatezza? Un altro decreto!! Chissà se ci vorrà un’altra fiducia. L'art.9 del decreto fa male alla salute L’art 9 fa anche molto altro: - ridefinisce il livello di finanziamento del SSN, tagliando 2,352 mld al fondo sanitario per il 2°15 arrivando complessivamente a -5 mld in un anno e mezzo. Nel 2014 abbiamo speso meno che nel 2010 e due punti di PIL in meno di Francia e Germania; - prevede una rinegoziazione dei contratti di acquisto di beni e servizi, dispositivi medici e farmaci, ripetendo ciò che è stato imposto con le precedenti spending review, mettendo a rischio le forniture necessarie al funzionamento del servizio e posti di lavoro nel terzo settore e industria; - riduce il numero dei ricoveri e/o delle giornate in regime di riabilitazione ospedaliera potenzialmente inappropriati sotto il profilo clinico, senza che ci sia stato un investimento che consenta un’adeguamento “appropriato” della riabilitazione territoriale; - risparmia ancora sul personale con l’applicazione degli standard ospedalieri (riduzione tasso di ospedalizzazione e posti letto, incremento del loro tasso di occupazione) ridetermina la consistenza dei fondi per la contrattazione decentrata (mentre continua ad essere bloccata da 6 anni quella nazionale) e taglia gli incarichi dei primari; - potenzia con 3,5 mln di euro le misure di sorveglianza dei livelli dei controlli di profilassi internazionale del ministero della salute, ma ne investe 33,5 mln per rinforzare gli ospedali romani (compresi quelli del Vaticano) durante il giubileo. Meno tasse ma senza salute Renzi ha già dichiarato (campagna amministrative 2016?) che con i soldi risparmiati si possono ridurre le tasse ai cittadini: ma quali tasse? Quelle sulla prima casa che non tutti hanno? O regalando un’altra riduzione dell’IRPEF del tipo 80 € a chi un IRPEF la paga e quindi ha anche un reddito, e continuando a lasciare nell’indigenza i cittadini non più in grado né di avere una vita dignitosa né di curarsi? Mobilitazione Proponiamo di ridurre le spese sanitarie: - riducendo i determinanti le malattie aumentando gli investimenti e le politiche di protezione degli ambienti di vita e lavoro - togliendo il profitto dalla gestione di un bene non disponibile come la salute e del diritto alla cura, riabilitazione e assistenza - lottando contro la corruzione, attività che in sanità fa ancora buoni affari (circa 6 mld/anno) - riducendo l’uso incongruo di psicofarmaci che aumentano la cronicità e l’invalidità dei pazienti che li assumono e i costi per la loro assistenza - applicando la tecnologia a disposizione non per ridurre la spesa, ma per consentire ai professionisti e operatori della sanità di occuparsi in modo più adeguato ai pazienti - ridare risorse ai Consultori familiari per consentire di riprendere la funzione per cui erano stati istituiti 40 anni fa, tra cui la prevenzione - costituire comitati e coordinamenti misti di cittadini ed operatori per monitorare, denunciare e contrastare disservizi, incuria, riduzioni del servizio e sprechi causati dai tagli e da atti e delibere lesivi del diritto alla salute. Per salvaguardare il bene SALUTE e il diritto ad una SANITA’ UNIVERSALE sarà necessario che cittadini e professionisti, pazienti e operatori si uniscano nel contrastare lo smantellamento del SSR così come era stato conquistato con le lotte di uomini e donne per un diritto ad una vita dignitosa. Alternativa Libertaria/fdca - agosto 2015

giovedì 25 giugno 2015

UNA PASSEGGIATA PER LA SALVAGUARDIA DELLA SALUTE PUBBLICA E DELLE SUE STRUTTURE IN CITTA' (PORDENONE)

PER UNA PASSEGGIATA “guidata” a PORDENONE Giovedì 25 GIUGNO 2015 TROVIAMOCI alle ore 18:30 in piazza CAVOUR per arrivare alla ex Caserma Martelli in Via Montereale PER OPPORCI AL CONSUMO DI SUOLO CON LA COSTRUZIONE DELLA “CITTADELLA DELLA SALUTE” NELLA EX CASERMA MARTELLI PER RECUPERARE E RIUTILIZZARE I PADIGLIONI “A” E “B” CHE RIMARRANNO VUOTI DOPO LA COSTRUZIONE DEL NUOVO OSPEDALE DESTINANDOLI A SEDE DELLA “CITTADELLA DELLA SALUTE” E ALTRE STRUTTURE SOCIALI CHIEDIAMO CHE SI FACCIA UNA PROGETTAZIONE COMPLESSIVA DELL’AREA, DEI VOLUMI, DELLA VIABILITA’ E CHE SI INIZI FINALMENTE UN PERCORSO DI UNA REALE PARTECIPAZIONE DELLA CITTADINANZA. COMITATO SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE, LEGAMBIENTE, TERRAE’ Per info: referendumospedale@gmail.com; tel: 3332626906 Pino Sottoscrivi l’appello online alla Regione FVG e alla Direzione AAS5 per fermare il progetto di edificazione della Cittadella della Salute e riutilizzo padiglioni “A” e “B” Vai sul sito: comitatosalute.wordpress.com INVITO A TUTTI QUELLI CHE HANNO A CUORE LA CITTA

martedì 17 marzo 2015

COMUNICATO STAMPA Comitato Salute Pubblica Bene Comune Pordenone

TUTTA MIA LA CITTA’? Comitati e Associazioni per la partecipazione Esito positivo e molto partecipato (circa 120 persone presenti) lo scorso 6 marzo a Pordenone dell’incontro "Tutta mia la città? rigenerazione e riuso", sul recupero dei padiglioni "A" e "B" dell'Ospedale (che verranno dismessi per l'uso di degenza dopo la costruzione del nuovo), sul grave impatto ambientale dovuto alle demolizioni e sulla dubbia opportunità di costruire ex novo la "Cittadella della Salute". Il ricco dibattito è stato frutto di una collaborazione tra il promotore "Comitato Salute Pubblica Bene Comune" e "Legambiente di Pordenone" - Terraè" - "Ubik Art" - "Grab Group Upgrading Cultures" - "Il ballo della scrivania" - "Ordine degli architetti di Pordenone". Seguie la proposta di dare continuità a tale utile momento di confronto e proseguire la discussione sui suggerimenti emersi anche da parte dei cittadini presenti. Invitiamo a partecipare quante/i interessate/i a un incontro pubblico che si terrà martedì 17 alle ore 18 presso la sede di Parco2 in via Bertossi a Pordenone. Sarà l'occasione di sviluppare e coordinare i programmi e le attività delle singole Associazioni o Comitati in merito alle politiche di territorio, salute pubblica, vivibilità della città, sostenibilità. Insomma potrebbe nascere dal basso un vero e proprio processo partecipativo che coinvolge parti significative del territorio per ripensarne completamente l'uso e il rapporto tra lo stesso e i suoi abitanti. "Comitato Salute Pubblica Bene Comune" - "Ubik Art" - "Grab Group Upgrading Cultures" - "Il ballo della scrivania" - "Legambiente di Pordenone" - "Terraè" e "Ordine degli architetti di Pordenone" Per info mail: referendumospedale@gmail.com, cellulare Michele 3384475550, Pino 3332826906

giovedì 5 marzo 2015

TUTTA MIA LA CITTà ? - pordenone

RIGENERAZIONE & RIUSO URBANO TUTTA MIA LA CITTà ? come riutilizzare gli edifici che si svuoteranno nell’area Ospedale VENERDI’ 6 MARZO ALLE ORE 20,30 - P O R D E N O N E Sala “T. DEGAN” Biblioteca Civica - P.zza XX Settembre GIUSEPPE VESPO urbanista: la città nella città SARA FLORIAN architetto: riuso e riqualificazione DAVIDE LONGHI architetto (Università di Ferrara): rigenerazione urbana con la presenza dEI "PAPU" COMITATO SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE referendumospedale@gmail.com -LEGAMBIENTE Circolo di Pordenone -IL BALLO DELLA SCRIVANIA -TERRAè Oficina della sostenibilità

mercoledì 26 novembre 2014

Project Financing in sanità ...?

un articolo di Ivan Cavicchi su PF in sanità. [ACM_2]«Ora basta». Lo scrivono tutti i medici di Vicenza in un documento condiviso da tutti i sindacati e perfino dall’ordine. Non ce la fanno più a pagare il conto di politiche sanitarie sbagliate, di gestioni fasulle, di speculazioni vergognose. Si ribellano alla doppia immoralità della regione Veneto che sacrifica le necessità di cura dei malati e permette che “strumenti di finanza di progetto” si dissanguinino le finanze regionali, gli stipendi di chi lavora e i diritti di chi sta male. Ma a cosa si riferiscono i medici di Vicenza? A un particolare tipo di debito occulto di cui nessuno parla e al quale il Veneto, e molte altre regioni,ha fatto spesso ricorso , e che si chiama “contratto di concessione” o “finanza di progetto” (project financing).Una brutta bestia affamata capace di stare acquattata per anni proprio come un debito sommerso e saltare fuori al momento giusto per mangiarsi il nostro sistema pubblico. L’idea tanto, per cambiare, è copiata dalla sanità inglese, e introdotta in Italia alla fine degli anni ’90 (legge n 415/1998) in una fase in cui alle regioni da una parte si impongono imposte crescenti,restrizioni finanziare e dall’altra è loro offerta, con la riforma Bindi, la possibilità di fare “sperimentazioni gestionali” Con questa scusa alle regioni non sembrò vero di poter aggirare con i contratti di concessione,gli sbarramenti di spesa: mentre si tagliava ovunque, soprattutto posti letto, esse continuarono a costruire ospedali dandoli in concessione ai privati . Il contratto di concessione di un ospedale è qualcosa di diabolico: il privato finanzia la costruzione dell’ospedale avendone in cambio la gestione per un certo numero di anni (20/30) dopo i quali il pubblico subentra come proprietario ma ereditando praticamente dei catorci. La legge impone che il privato per finanziare l’ospedale debba chiedere un mutuo che tuttavia è garantito dal pubblico. Per cui tutti i rischi finanziari sono del pubblico, il privato non rischia niente. Ma c’è di più: il concessionario ha diritto di sfruttare l’opera costruita, ma un ospedale non è un parcheggio o una autostrada che nel tempo danno profitti, per cui per remunerare il finanziatore la regione e l’azienda di riferimento 1) gli paga un canone di concessione per tutto il tempo della concessione trasferendo così spesa pubblica al privato e senza nessun tipo di risparmio; 2) gli affida la gestione completa di quelli che si chiamano “servizi non sanitari” vale a dire mense, raccolta rifiuti, pasti agli ammalati, pulizie, spazi commerciali, quindi un business da paura ma che ha il piccolo inconveniente che per essere privato è gravato dall’Iva e che quindi costa al pubblico almeno il 22% in più. Siamo alla più spudorata delle speculazioni, cioè il concessionario ha interesse a spendere di meno nei costi di fabbricazione dell’ospedale e quindi nella qualità della struttura e a far spendere di più per la gestione. Infatti i costi gestionali in generale sono diseconomici e per questo maggiori rispetto a quelli degli ospedali a gestione pubblica e, a seconda dei casi, essi variano dal 30, 40, 50%(L.Benci). Cioè la qualità della struttura è bassa, i costi di gestione sono molto alti, ai cittadini sono sottratte tante risorse e quel che è peggio si costruisce un debito pubblico occulto perché nascosto nei bilanci privati. Quasi tutte le regioni per fare ospedali hanno fatto ricorso ai contratti di concessione, perché costruire un ospedale è una autentica fiera del malaffare. In particolare si distinguono la Lombardia, il Veneto, la Toscana, la Puglia, il Trentino alto Adige, l’Emilia Romagna...cioè tutte quelle regioni che si autodefiniscono “virtuose”, che dicono di avere i conti in regola. Su questa immensa speculazione delle regioni, la magistratura contabile proprio della regione Veneto, ha detto chiaro e tondo che l’operazione di dare gli ospedali in concessione al privato è “a debito” e va ad incrementare il debito pubblico. Se andiamo a vedere cosa è accaduto in Inghilterra sbaglieremmo ad ignorare il monito della Corte dei conti e la denuncia dei medici di Vicenza: G. Hobsborne (head of exchequer del ministero delle finanze) ha definito il financing project in sanità come «totally discredited» e il governo è stato costretto per salvare i 31 Trust (Asl) a versare 451 milioni di sterline per finanziare i canoni di con- cessione degli ospedali, e attivare un fondo ad hoc di 1.5 mld di sterline per 25 anni per aiutare i trust in difficoltà. Cosa accadrà in Italia non lo so, anche se è prevedibile che anche questo sistema pubblico come quello mutualistico, sotto il peso dell’indebitamento occulto e della speculazione rischia di spezzarsi. Quello che so è che queste regioni sono diventate di fatto enti immorali, che è immorale rubare soldi ai malati e ai lavoratori e che in tutta Italia gli ordini, i collegi, i sindacati, le società scientifiche, le associazioni sociali, dovrebbero tutti insieme dire come i medici di Vicenza «ora basta» ...con i ladri di sanità.

mercoledì 15 gennaio 2014

incontro coi lavoratori della snità pordenonese - comitato salute pubblica bene comune

INCONTRO con Lavoratrici e lavoratori della sanità Quali priorità per il nuovo ospedale di pordenone in via montereale ? Quale proposta per una sanità territoriale ? promosso dal COMITATO SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE PORDENONESE Mercoledì 22 gennaio pordenone via san valentino sala cgil ore 16 e 45

martedì 3 dicembre 2013

ANNOTAZIONI SANITARIE - gruppo libertario Remo Tartari di Ferrara

ANNOTAZIONI SANITARIE Premessa In questi mesi il Gruppo Libertario Remo Tartari è più volte tornato sulla questione del disfacimento del sistema sanitario provinciale ad opera di nani, ballerine e sicari del sistema che in nome dell'autoconservazione non esitano un attimo a sacrificare i diritti del popolo per un garantirsi un futuro che non gli appartiene. Scenario La lotta per la salvaguardia del San Camillo di Comacchio che dura da 13 anni e non arretra di un millimetro, le lotte intraprese da nuovi comitati per la salvaguardia dell'Ospedale del Delta a Lagosanto, quello di Copparo e di Argenta hanno preso in contropiede il sistema politico-consociativo dell'Emilia-Romagna. Il sistema abituato a decenni di impunità anche attorno alle più grandi porcate a scapito dell'interesse collettivo, complici una classe politica di nominati e cooptati ben attenti a mantenere la massa nell'ignoranza attraverso basse strategie tipo “divide et impera”, si trova in una situazione che oggettivamente non è più in grado di gestire. Questa incapacità di gestire il malcontento si evince da una serie di elementi facilmente deducibili da tutti coloro che prestano un minimo di attenzione ai fatti: a) 15 anni fa l'azione dei comitati per il diritto alla salute sarebbe semplicemente passata sotto silenzio in ossequio al miglior centralismo democratico e consociativo di togliattiana memoria [ricordiamo che nel silenzio più totale l'Ospedale di Cento ha semplicemente sbattuto fuori a calci nel sedere l'A.S.L. per passare ad una gestione privata], al contrario oggi La Nuova Ferrara, Estense.com, Il Resto del Carlino e Telestense danno sempre maggior spazio a queste inedite dinamiche della nostra terra; b) Un tempo il sistema non provava neppure a difendersi, adesso assistiamo pure, giusto per fare l'esempio più simpatico, a Nicola Zagatti [cofondatore del Comitato per la Salvaguardia dell'Ospedale del Delta] che via facebook sbertuccia la presidente della provincia estense Marcella Zappaterra ... una comica! Altro siparietto che denota la bassezza morale del meccanismo agit-prop Pdino è il tentativo semi-abortito di creare un contro-comitato di nani, ballerine e postulanti guidati da qualche kommissar che vuole tentare la scalata. Noi sappiamo. Noi vi osserviamo; c) la crisi sta mettendo a dura prova il sistema clientelare e consociativo che nel bene e nel male ha ammansito la popolazione in questi decenni: oggi il buon ufficio del piccolo palazzo periferico o del partito [o meglio la cricca dei postulanti] nella ricerca del lavoro conta poco o nulla, e quando conta penso che i più avveduti ci pensino due volte prima di fare la classica “raccomandazione”, quindi è ovvio che le sparate ad effetto e/o ideologiche non contano un bel niente. Sono finiti i tempi in cui in nome del partito ci si faceva anche umiliare pubblicamente: per questioni anagrafiche qual tipo di persona è ormai sotto un metro di terra; d) il “Sistema Emilia” è in crisi. A Ferrara e provincia, probabilmente l'unica vera zona che ha beneficiato poco o nulla della grande abbuffata, la cosa è ancora più evidente: mentre da Bologna a Piacenza il sistema emiliano ha prodotto un certo circolo virtuoso, in provincia di Ferrara il benessere emiliano è arrivato solo di striscio; e) quando si parla di “Sistema Emilia”, si parla ovviamente del contraltare al sistema democristiano ormai decotto [vedi Lombardia e fine ingloriosa di Formigoni] voluto dal partito azienda PCI-PDS-DS-PD. Questo sistema sta collassando, non solo per colpa della crisi economica, ma soprattutto perché questo sistema è ormai ingestibile anche dal punto di vista sociale e politico: attualmente nel PD assistiamo alla resa dei conti fra i due veri potentati del partito ossia l'area toscana e quella emiliana, con la prima che avanza come uno schiacciasassi e la seconda in ritirata indecorosa [per la prima volta]; f) in questa situazione abbastanza disgustosa anche istituzioni quali Questura e Prefettura collezionano una figuraccia dietro l'altra: si trovano nella posizione scomoda di dover puntellare un sistema ormai putrescente. Non credano che vietando o mettendo paletti a manifestazioni di dissenso dei vari comitati, ponendosi come mediatori spesse volte tutt'altro che imparziali, si mantenga un'immagine positiva; semmai si sta dimostrando il contrario. E noi congoliamo! Pericoli e antidoti I comitati di salvaguardia dei vari ospedali a rischio chiusura si muovono in un orizzonte che vede i partiti di maggioranza in crisi di credibilità e immersi in un clima da resa dei conti interna, quelli di opposizione semplicemente sono degli sprovveduti e verosimilmente degli incapaci conclamati che non vedono l'ora di sostituirsi ai primi per gestire a loro favore un sistema del quale neppure comprendono fino in fondo la complessità. La classe politica è delegittimata? Allora perché non legittimarsi gettandosi in questa lotta per il diritto alla salute? Destra, pseudo-rivoluzionari, sinistra defenestrata, giustizialisti, tutti lì ad aderire sperando forse, anche se non tutti, un futuro tornaconto. Stiano attenti i comitati che i politici di TUTTI gli schieramenti possono essere cavalli di Troia pronti a snaturare qualsiasi lotta legittima per il proprio vantaggio. L'unico antidoto, forse il più bel regalo che il movimento anarchico contemporaneo può dare ai comitati sorti in ogni dove, è la proposizione di un sistema basato sulla libera discussione in cui vengono definiti i percorsi di lotta, un sistema autogestito in cui i politici/politicanti sono svuotati di ogni possibilità di strumentalizzazione e se necessario isolati come elementi portatori di pratiche consociative ed autoritarie. Un sistema autogestito della lotta non può e non deve ragionare in termini localistico-campanilistici: Comacchio, Lagosanto, Argenta, Copparo, ecc. . Nelle altre regioni italiane ormai si ragiona in termini regionali, nel nostro caso ragionare in termini di provincia sarebbe già un ottimo punto di partenza. A margine ricordiamo, giusto per chi non lo sapesse, che il buon Paolo Saltari fu costretto ad abbandonare Pordenone (fu messo in libertà via fax senza troppi complimenti) proprio per la coalizione dei comitati che misero alle strette il potere politico/politicante. Noi anarchici e i comitati Inutile dire che il movimento anarchico estense è in crisi: meglio la delega all'autorganizzazione, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo piuttosto che la solidarietà e l'autogestione. In definitiva fino a oggi è stato meglio lo schifo che ci troviamo a fronteggiare piuttosto che una società libera ed eguale. Come direbbe Giordano Bruno: “È cosa normale che le pecore ch’hanno il lupo per governatore, vegnano castigate con esser vorate da lui.”. Qualcosa sta cambiando? Difficile dirlo. Gli anarchici non sono certo un “partito”, almeno non nel senso corrente del termine, tuttavia riteniamo con le nostre poche forze che sia opportuno ed eticamente più rispettoso verso i comitati, aderire come semplici individui senza palesare eccessivamente la nostra adesione politica: non vogliamo certo sentire qualche trombetta di regime che accusa il buon Manrico Mezzogori, Nicola Zagatti, ecc. di essere dei pericolosi anarchici. Finché i comitati si muoveranno in un orizzonte di rottura con il sistema il nostro appoggio silente sarà incondizionato e totale. Aforisma Si può essere anarchici o meno, ma guardando al passato, al presente incerto ed al futuro probabilmente molto gramo, pensiamo che questa “chicca” sia di puro buonsenso. “Non chinarsi davanti a nessuna autorità, per quanto rispettata; non accettare nessun principio, finché non sia stabilito dalla ragione.” Pëtr Kropotkin

lunedì 4 novembre 2013

COMITATO SALUTE PIBBLICA DI PORDENONE : incontro con la cittadinanza . dubbi timori e proposte sull'ospedale di via montereale . COME VORREMMO UNA SANITA' PUBBLICA EQUA ED EFFICACE?

Il 7 novembre, il Comitato Salute PUBBLICA Bene Comune, incontra i cittadini residenti nel quartiere ospedale. L'obiettivo è avviare una pratica partecipativa sulla progettazione della sanità e delle sue strutture, attraverso l'informazione, il confronto e la condivisione. ore 20 e 30 oratorio chiesa sacro cuore refendumospedale@gmail.com

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)