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sabato 6 agosto 2016

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA di Pier Francesco Zarcone



Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.
Per capire l'importanza e la capacità d'influenza dell'insegnamento gülenista, diciamo solo che la sua rete di scuole e università passa dalla Turchia per l'Asia centrale, va dal Marocco all'Indonesia, tocca Parigi e arriva fino alle due Americhe. Questo sistema scolastico raccoglie 2 milioni di studenti, più i frequentatori della vasta rete di corsi preparatori ai test d'ingresso alle università. Da notare che si tratta di un sistema in cui l'insegnamento è rigido, elitista e chiuso, con legami che vanno mantenuti anche dopo la fine degli studi: per esempio i laureati, gli avvocati di nomina recente e quanti escono dalle accademie militari e di polizia devono consegnare alla confraternita gülenista il primo stipendio quale segno di riconoscimento (del resto anche i sostenitori di Gülen danno parte del salario o degli introiti a Hizmet). Non è senza significato che la Russia - stante l'obiettiva funzione culturale filostatunitense della rete di Gülen (i cui contatti con la Cia sono più di un sospetto) - abbia disposto la chiusura di tali scuole e l'espulsione dei loro insegnanti in Baschiria e Tatarstan.
Sotto un certo aspetto l'organizzazione gülenista tende a presentarsi bene agli occhi occidentali: per esempio è favorevole agli Stati Uniti e ad Israele, e pratica il dialogo fra le religioni e con le minoranze non turche del paese quali l'armena e la curda; in definitiva appare come un esempio di quell'Islam "moderato" che tanto piace a media e politici occidentali. In realtà restano forti in essa i connotati del nazionalismo turco più intransigente, che si manifestano nell'ostilità a una maggiore autonomia per i curdi e nel diniego del genocidio armeno.

L'ITINERARIO STORICO DI GÜLEN

Gülen ha alle spalle una lunga storia che lo collega alla "Turchia profonda", sopravvissuta alla forzata modernizzazione occidentalizzante voluta da Atatürk. Questa Turchia aveva momentaneamente chinato la testa e si era in vario modo occultata in attesa di tempi migliori. E questi sono poi arrivati.
Gülen politicamente ed economicamente "nacque" negli anni '80 del secolo scorso dopo la morte dell'imam Mehmet Zahid Kotku, rinnovatore dell'ordine sufico dei Naqshbandi, la cui influenza andava dalla Turchia all'Iraq, fino all'Asia centrale. A questa confraternita Kotku aveva conferito un taglio socio-politico che gli aveva permesso di fare proseliti anche illustri, come il presidente turco Turgut Özal, Necmettin Erbakan, Erdoğan e anche un personaggio che potrebbe essere il punto di collegamento fra lo stesso Erdoğan e l'Isis, con cui ha fatto buoni affari la famiglia Erdoğan: si tratta di Izzat Ibrahim ad-Duri, l'ex vice di Saddam Hussein e artefice dell'alleanza fra ex militari baathisti e Isis. Ma questo è un discorso a parte, suscettibile di aprire scenari interessanti.
L'atmosfera propizia alla decisa ascesa del gruppo di Gülen si ebbe grazie al colpo di Stato del 1980, cioè quando la giunta militare salita al potere in funzione contraria alle sinistre turche puntò alla sintesi fra Islam sunnita e identità turca (Türk-Islam sentezi), con tanti saluti al laicismo kemalista, di cui non è vero che i militari siano stati sempre tutori. L'anticomunismo di Gülen trovò quindi il clima ideale. Poi ci fu il crollo dell'Urss, che consentì l'espansione della predicazione gülenista nella ex repubbliche sovietiche turcofone dell'Asia centrale, e soprattutto l'installazione di una rete di scuole in quei territori. Poiché sotto tutti i cieli i politici soffrono di forte miopia e pur di avere vantaggi contingenti mettono a rischio il "patrimonio di famiglia", ecco che proprio il Primo ministro ultralaico dell'epoca, Bülent Ecevit, pensò bene di avvalersi della rete asiatica di Gülen per estendere l'influenza della Turchia in Asia centrale. Paradossalmente (ma non tanto, perché la corsa al potere non tollera concorrenti) fu lo stesso Gülen ad appoggiare nel 1977 l'ennesimo golpe che rovesciò il Primo ministro Necmettin Erbakan, colpevole di eccesso di islamismo.
Punto forte della visione di Gülen, effettivamente concretizzato da Erdoğan, era l'emancipazione economica, attraverso un'intensa spinta imprenditoriale, della classe media tradizionalista trascurata dai kemalisti. Inutile dire che mentre Erdoğan e il suo partito, con l'appoggio di Gülen, cominciavano attivamente a ridurre lo strapotere militare, anche i gülenisti compivano la loro scalata in vari settori vitali della società turca, compreso il partito Akp al potere.
Il progressivo estendersi dell'influenza gülenista giocava su almeno due fattori favorevoli alla chiamata a raccolta, culturalmente sostenuta, della società musulmana turca conservatrice: l'arretramento dello Stato in vari settori del "sociale" e la crescente urbanizzazione degli esodati dall'Anatolia per ragioni economiche. In rapporto all'impostazione della propaganda politico-culturale di Gülen si è parlato di modernità conservatrice alternativa, concretizzatasi nell'adesione alla scienza occidentale, ma per dare slancio al persistente vigore intellettuale della Turchia islamica a fronte di un Occidente ormai senza nerbo spirituale.

LA FAIDA TRA GÜLEN ED ERDOĞAN

La fine del sodalizio apparentemente solido risale al 2011: troppo potere aveva accumulato Gülen per non preoccupare lo stesso Erdoğan che, oltre ad avere altrettanta sete di potere, si rese conto dell'estrema pericolosità del grande apparato messo su da Gülen e dell'inerente potenza economica. L'alleanza dimostrò tutto il proprio carattere contingente, e poiché il nemico comune appariva messo alle corde, se ne poteva fare a meno tranquillamente. Così, quando vennero preparate le liste elettorali dell'Akp per le politiche di quell'anno, almeno 60 gülenisti ne furono esclusi e inoltre il progetto di riforme dell'Akp per modernizzare la Pubblica amministrazione diventò lo strumento per eliminare da importanti incarichi i seguaci di Gülen, con particolare riguardo al vitale ministero della Pubblica istruzione. Oltretutto Erdoğan rivolse in proprio l'attenzione al mondo degli appalti, beneficiandone per lo più (e per i contratti maggiormente lucrativi) imprenditori vicini all'Akp o suoi clienti a scapito dei gülenisti.
Poi nel 2009 ci fu la crisi finanziaria del gruppo Dogan, il più importante titolare di partecipazioni nei media turchi. La prospettiva della sua bancarotta e la conseguente iniziativa di mettere in vendita alcune tra le sue principali testate e reti televisive apriva le porte all'acquisizione di posizioni di controllo da parte di Gülen, e per evitarla il Parlamento mediante apposito decreto ridusse e "spalmò" il debito di Dogan, evitandone il fallimento. Come conseguenza di tale aiuto, Erdoğan conseguì notevoli vantaggi: il favore di vari media del gruppo, l'inserimento di suoi uomini nei Consigli di Amministrazione e l'allontanamento di giornalisti critici verso il governo. La situazione precipitò all'inizio del 2012, con un'inchiesta giudiziaria su Hakan Fidan, capo dei Servizi segreti (Mit), e altri cinque fedelissimi di Erdoğan per presunta connivenza in una strage di civili curdi. Poiché l'inchiesta mirava a indebolire Erdoğan colpendone dei fedelissimi, costui fece approvare subito dal Parlamento una legge fatta apposta per salvare i suoi. Si sospettò e si disse che dietro l'iniziativa della magistratura ci fosse Gülen. Cominciava la guerra aperta.

UN BILANCIO POCO CONSUETO

In Turchia, sette anni fa (all'epoca le "primavere" arabe, la guerra in Siria, l'Isis ecc. non erano nemmeno immaginabili), una persona legata al partito kemalista Chp, parlando con l'autore di queste righe, definì Fethullah Gülen e il suo network in assoluto quanto di più pericoloso ci fosse per la Turchia laica; ancor più del partito Akp di Erdoğan. La situazione era ancora diversa da quella odierna, ma i segnali di un'islamizzazione accentuata c'erano tutti. E si capiva che qualcosa andava a cambiare. Effettivamente c'è da chiedersi se l'abbandono anche formale dei parametri kemalisti sarebbe stata possibile senza la capillare opera di propaganda ed educazione svolta dai vari elementi della rete gülenista. In definitiva questa ha svolto il vero lavoro di de-laicizzazione di massa che l'Akp non avrebbe potuto realizzare. Il lavoro l'hanno fatto Gülen e i suoi, ed Erdoğan ne ha colto e ne coglie i frutti, colpendo oggi il suo più pericoloso rivale.
Resta invece intatto (e forse maggiore) il pericolo per una Repubblica dalla sempre più vacillante laicità. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo la resa dei conti con i gülenisti si aprisse anche quella con i settori laici, che però sono quasi il 50% della popolazione; e se apparentemente Erdoğan, a questo punto, potrebbe apparire in posizione migliore di prima avendo epurato gli avversari islamici, tuttavia resterebbe l'incognita relativa al suo rafforzamento sostanziale, proprio per aver fatto piazza pulita più nel campo islamista che in quello laico. Si vedrà.

FALLITO GOLPE E POLITICA ESTERA TURCA

Dopo il fallito golpe in Turchia l'attenzione dei media nostrani si è tutta concentrata sulle conseguenze della vendetta di Erdoğan in politica interna. Niente di criticabile, per carità, solo che sarebbe opportuna qualche riflessione sulle possibili ricadute nella politica estera turca. Alla delicatezza dell'argomento si aggiungono la fluidità della situazione, la possibilità di mosse "audaci" di Erdoğan (che dispone di una maggioranza assolutamente prona in Parlamento) e le non escludibili reazioni nel restante 50% del popolo turco e in quel che rimane degli alti e medi quadri delle Forze armate, per quanto decapitate attualmente siano.
La sapienza popolare dice che dove c'è fumo c'è arrosto, e in Turchia di "fumi" ce ne sono parecchi. Ai nostri fini sono di particolare interesse la salita dei toni verso gli Stati Uniti, con la maggiore specificazione delle accuse a essi in merito all'asserito ruolo svolto dietro le quinte del golpe, e l'accrescersi della "cordialità" verso la Russia. Sotto quest'ultimo profilo va rimarcata la recentissima dichiarazione di un personaggio non di secondo piano, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoğlu, che ha addirittura espresso gratitudine a Vladimir Putin per il pieno sostegno dato al governo turco nel corso del fallito golpe, con le parole
«la Russia ci ha fornito un supporto completo e incondizionato durante il tentativo di colpo di stato, per questo siamo grati a Putin e tutti i funzionari russi».
Riconoscenza che - a dire il vero - non avrebbe reali presupposti se si considerassero infondate le ricorrenti voci sull'allerta russo ad Ankara in merito a un incipiente colpo di stato; altrimenti, la riconoscenza formale sarebbe davvero il minimo. Poi in agosto ci sarà l'incontro tra Putin ed Erdoğan, durante il quale si parlerà sicuramente anche del ripristino dei pieni rapporti economici, interrotti dalla Russia dopo l'abbattimento di un aereo russo a novembre del 2015. Incidente di cui ora Erdoğan (con disinvoltura notevole) incolpa i generali golpisti e filostatunitensi! E molti osservatori sostengono che bisognerà seguire attentamente le mosse turche sui versanti della Russia, della Nato e della Siria.

LA RUSSIA ASPETTA E NON SOLO

Il primo di tali versanti potrebbe essere caratterizzato da un nuovo corso della politica turca verso Mosca, non per amore ma per effettivi interessi economici e politici. Non vi è dubbio che la stretta economica russa a seguito dell'abbattimento del proprio aereo non sia stata leggera per Ankara. Il decreto emanato il successivo 28 novembre da Putin (che aveva detto: «Non se la caveranno con qualche pomodoro») ha avuto vari effetti oltre alla messa al bando dell'importazione di prodotti agroalimentari turchi: rafforzamento dei controlli doganali sulle merci inviate dalla Turchia, blocco delle assunzioni di cittadini turchi, riesame dei progetti comuni nel settore delle costruzioni, ripristino del sistema dei visti di ingresso dei cittadini turchi in Russia, cancellazione dei voli charter (con il "suggerimento" alle agenzie di viaggio russe di non vendere più pacchetti-vacanze per la Turchia: nel 2014 i turisti russi erano stati 4,4 milioni, per un totale di 2,7 miliardi di dollari). Secondo la francese Coface (compagnia di assicurazione sui crediti all'export), la stretta russa sul turismo e le esportazioni ha avuto per l'economia turca un costo aggirantesi tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Comunque anche per la Russia il boicottaggio ha avuto effetti pesanti, se si pensa che l'interscambio globale con la Turchia - sempre nel 2014 - era consistito in esportazioni russe per 25 miliardi di dollari, a fronte di 5 miliardi di esportazioni turche; però vanno considerati i 10 miliardi di investimenti diretti turchi in Russia, a fronte dei 5 miliardi russi in Turchia.
Peraltro la rappresaglia russa non è avvenuta alla cieca, giacché - per esempio - non ha toccato le esportazioni russe di grano e olio di girasole, di cui la Turchia è il principale acquirente, e anche il settore dell'energia è rimasto fuori dai provvedimenti restrittivi, di modo che Mosca ha evitato un colossale autogol. Vero è che la Turchia ha cercato di approvvigionarsi altrove (Qatar, Azerbaigian, Turkmenistan), ma di certo non è ancora riuscita a sostituire la fonte russa, che soddisfa il 60% del suo fabbisogno di gas.
A parte la ripresa dei rapporti commerciali e del turismo russo, è sempre vivo l'interesse della Turchia a diventare il cosiddetto hub meridionale del gas russo, garantendosi altresì le proprie necessità energetiche (con reali vantaggi anche sul lato russo).
A quanto sopra si aggiunga che l'economia turca presenta una sua oggettiva sofferenza, e difatti Standard & Poor's ha tagliato il rating della Turchia a Bb e la lira turca è precipitata di quasi il 10% rispetto al dollaro.
A seconda del grado di deterioramento ulteriore dei rapporti con Usa e Ue, non si può escludere a priori che Ankara si accosti di più al blocco regionale orientale, i cui pilastri sono Russia, Cina e Iran. E la Nato? A Mosca qualcuno ne sogna l'uscita della Turchia e magari la teorizza, come Aleksadr Dugin, notorio maître à penser geopolitico di Putin. La sua valutazione sulla Turchia è la seguente: premesso che lì ci sono da una parte i kemalisti e i "patrioti" favorevoli al miglioramento dei rapporti con la Russia, e dall'altra Fethullah Gülen (legato alla Cia) e seguaci, insieme ai filostatunitensi che hanno cercato di rovesciare Erdoğan, a questo punto l'avvenire della Turchia starebbe nell'asse Mosca-Ankara e nella formazione di una strategia comune, essendo comuni anche certi nemici.
A parte ciò, è probabile che un pragmatico come Putin si accontenterebbe di qualcosa di meno, ma ugualmente utile: cioè che nella Nato resti una Turchia sempre meno attiva come partner dell'Occidente in quanto meno affidabile, tanto da restare "a bagnomaria". Tuttavia che qualcosa la Russia stia smuovendo è inferibile dalle azioni di Žirinovskij, personaggio essenzialmente "folklorico" ma spesso e volentieri utilizzato dal governo russo per sondaggi preliminari sulle eventuali reazioni a idee e progetti di Mosca: ebbene, costui va ora predicando l'utilità di un'alleanza militare trilaterale di Russia, Iran e Turchia. Detta così, sembra una boutade, tuttavia dietro potrebbe esserci qualche più minimalista - ma sempre utile - forma di cooperazione trilaterale. Staremo a vedere.

ALTRI RAPPORTI CON L'ESTERO

Intanto si registra che dopo quattro giorni dal fallito golpe, Erdoğan ha annunciato di voler risolvere le controversie pendenti con i paesi vicini (forse ricordandosi dell'analogo ammonimento di Atatürk) e si è intrattenuto in cordiale colloquio telefonico col Presidente iraniano Hasan Rohani (le cui milizie combattono in Siria contro gli islamisti appoggiati dallo stesso Erdoğan).
Comunque, nel quadro di un'ipotetica intesa Mosca sarebbe in grado di offrire ad Ankara qualcosa di importante proprio a motivo della posizione acquisita in Siria: si potrebbe realizzare un baratto tra l'accettazione turca a essere snodo distributivo per il gas russo, la cessazione dell'appoggio ai ribelli siriani e l'allentamento dei legami con la Nato da un lato, e dall'altro l'azione russa per bloccare la formazione di un'entità curda indipendente o federata con la Siria, tanto più che Erdoğan già appare più morbido verso Bashar al-Assad rispetto al recente passato. E non a caso.
La Turchia si trova ormai alle prese sia con l'interna guerriglia curda che non riesce ad annientare, sia con i pericoli derivanti dall'attivismo dei curdi siriani appoggiati da Washington: alla fine per Erdoğan il tanto demonizzato al-Assad finisce per essere il male minore, tanto più che è palese la diffidenza del governo di Damasco verso i curdi siriani (momentanei alleati contro l'Isis solo per forza di cose) e i loro progetti o di autonomia o di federazione con la Siria. Non si dimentichi, tra l'altro, che proprio l'opportunistico appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni rientra fra le cause di raffreddamento dei rapporti turco-statunitensi.
Il predetto possibile scambio russo-turco avverrebbe in una fase in cui la Turchia presenta vari profili di debolezza: le Forze armate turche, ormai decapitate e oggetto di epurazioni a vasto raggio, sono già impegnate in Anatolia contro i curdi del Pkk e non appaiono ragionevolmente in grado di impegnarsi in incursioni in Siria, fino a ieri paventate. Si consideri che per gli esperti (o presunti tali), prima di cinque anni l'apparato militare turco non sarebbe in grado di tornare ai livelli pre-golpe. Inoltre, dopo i recenti attentati islamisti sembra essersi spezzato qualcosa negli oscuri rapporti fra Erdoğan e l'Isis; poi, l'eventuale rifiuto di Washington all'estradizione di Fethullah Gülen avvelenerebbe ancor di più le relazioni tra Turchia e Usa e non si possono escludere ricadute sull'uso delle basi Nato come Inçirlik: non nell'immediato, certo, perché Erdoğan non ha ancora la necessaria forza interna per entrare in rotta di collisione con l'Occidente, ma se riuscisse ad eliminare i più consistenti centri di potere filoccidentali in Turchia, allora potrebbe anche dare luogo a una vendetta sugli infidi partner di oggi.
Poiché in politica in genere, e in quella estera in particolare, è sempre meglio non fidarsi, se Putin da un lato si comporta in un certo modo verso Ankara, da un altro lato sta progettando un'importante iniziativa per poter aggirare un domani il passaggio delle navi russe attraverso il Bosforo e i Dardanelli: si tratta del progetto di costruzione di un canale di 700 chilometri per collegare il mar Caspio col Golfo Persico, passando per l'Iran; il suo costo andrebbe dai 10 ai 30 miliardi di dollari e ridurrebbe moltissimo il tempo per il trasporto delle merci.

POSSIBILITÀ CHE NON SONO PROBABILITÀ

Si deve restare nel campo delle ipotesi (senza fare previsioni) anche riguardo alla situazione interna turca, spaccata in due fra laici e islamisti, con leggera prevalenza di Erdoğan nel corpo elettorale. La grande manifestazione del kemalista Partito Repubblicano del Popolo, svoltasi domenica 24 luglio, ha ridato visibilità e voce a una Turchia laica ancora decisa a non farsi islamizzare. Di qui un'incognita sulla gamma di conseguenze provocabili dalle ipotesi dinanzi fatte. Non sono escludibili in radice né nuovi golpe né derive di tipo algerino nelle strade e nelle montagne turche. Potranno accadere effettivamente, ma è più probabile (per lo meno allo stato delle cose) che Erdoğan resti in sella, pur non potendosi dire in quali condizioni.
Va infine considerato un ulteriore aspetto di tipo sociale e politico. Nel quadro delle epurazioni a tutto campo che Erdoğan sta realizzando, decine di migliaia di famiglie turche si vanno trovando sul lastrico dall'oggi al domani. Si tratta di un dramma sociale che in prospettiva potrebbe produrre conseguenze in sede elettorale, considerato che le famiglie turche sono assai meno mononucleari di quelle occidentali ed è facile che scattino meccanismi altrettanto allargati di solidale autodifesa, anche al di là delle attuali contingenti posizioni politiche di ciascuno. E resta l'ulteriore incognita di quale sarà il comportamento elettorale del campo gülenista dopo i massicci colpi ricevuti.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

LA VENDETTA PREMEDITATA DI ERDOĞAN di Pier Francesco Zarcone


C'È VOLUTO POCO PER CAMBIARE

Nel corso di una notte in Turchia tutto è cambiato e il peggio deve ancora venire. Ricorrendo a un'immagine, potremmo dire che prima del fallito golpe la situazione turca era così rappresentabile: il composito settore degli oppositori di Erdoğan costituiva una sorta di fortezza assediata sulle cui mura - dopo la perdita di spazi viciniori - si abbattevano i colpi degli arieti islamici dell'ex sindaco di Istanbul diventato Presidente della Turchia: tuttavia quelle mura bene o male tenevano. Oggi invece sono improvvisamente crollate, le orde di Erdoğan sono entrate e scorrazzano indisturbate in quella che potrebbe diventare assai presto una "cittadella della memoria".
Si è sempre parlato di una metaforica agenda politica islamista di Erdoğan, e tutto fa pensare che siamo di fronte a una limpieza [rastrellamento massiccio (n.d.r.)] diretta a concretizzarla. D'altro canto il vero Erdoğan non è mai stato il presunto islamico "moderato" mistificato dai media occidentali, bensì colui che in piena convinzione amava recitare i bellicosi versi
«Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».
Gli oppositori - già in precedenza intimoriti e con sempre più ridotta voglia (e possibilità) di contrapposizioni frontali - oggi sono costretti al silenzio e all'acquiescenza sperando almeno di evitare guai maggiori. Ed è sintomatico che invece il partito Mhp (vale a dire l'erede politico del kemalismo!) - attraverso il suo leader Devlet Bahçeli - si sia allineato alle velleità governative di ripristino della pena di morte (tanto, come ha detto Erdoğan, la pena di morte è dappertutto tranne che nell'Unione europea! Che non è male come giustificazione omicida…).
In buona sostanza Erdoğan sta ridisegnando a proprio uso e consumo una nuova Turchia al cui interno gli oppositori dovrebbero avere ben poco da opporre e molto da tacere. Si parla di circa 90.000 epurati, fra arrestati e dimessi dal lavoro. La cifra è impressionante, e se si va a vederne i dettagli la preoccupazione aumenta in modo esponenziale. Innanzitutto (e proprio l'entità di quella cifra lo dimostra, altrimenti il golpe avrebbe vinto) non sono finiti nel tritacarne di Erdoğan solo i golpisti. Il vicepremier Numan Kurtulmus ha comunicato che gli imprigionati per complicità nel golpe sono 9.322, ma un tribunale di Istanbul ha rinviato a giudizio finora solo 278 persone per complicità col golpe. Il resto degli epurati riguarda gli asseriti sostenitori (anche solo simpatizzanti) di Fethullah Gülen.

ALCUNE CIFRE SULL'EPURAZIONE IN ATTO

A essere rivelatori del disegno di Erdoğan sono i dettagli del totale: più di 7.000 poliziotti sono stati sospesi e lo stesso dicasi per 15.200 dipendenti del ministero dell'Educazione. La mazzata che ha colpito il sistema d'istruzione è terribile: 21.000 insegnanti di scuole private hanno perso la licenza d'insegnamento e il Consiglio per l'alta educazione (Yok, cioè l'organo costituzionale supervisore delle Università turche) ha chiesto le dimissioni di tutti i 1.577 rettori della Turchia (1.176 sono di Università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie private). Si parla di un progetto di licenziamento in tronco di 15.200 funzionari della Pubblica istruzione e di 21.000 professori di scuole private.
Il ministero della Famiglia e delle Politiche sociali ha sospeso 393 dipendenti, e la "purificazione" si è estesa anche alla sfera religiosa musulmana, giacché la Presidenza per gli Affari religiosi (Diyanet), organo statale, ha allontanato 492 dipendenti tra imam e insegnanti di religione. Ovviamente il sistema informativo non poteva restare indenne: il Consiglio supremo radiotelevisivo della Turchia - Rtuk - ha annullato le licenze a tutte le emittenti di radio e televisione che abbiano sostenuto i golpisti, vale a dire 24 media collegati a Fethullah Gülen. Dal canto loro i Servizi segreti hanno sospeso dal servizio circa 100 loro agenti.
Questi dati fanno ritenere che l'eventuale vittoria del golpe non avrebbe portato a molto di peggio. In pratica tutte le categorie sociali "portanti" vengono colpite essenzialmente mediante l'accusa di collegamento (anche solo di idee) col demonizzato Gülen (che sicuramente maledirà il lontano momento in cui ebbe la bella idea di aprire la strada politica allo sconosciuto Recep Tayyp Erdoğan; ma ormai il danno è fatto).
Siamo in presenza di provvedimenti dai costi umani e sociali enormi, che vanno dalla crisi economica delle famiglie colpite (dall'oggi al domani) alla sicura copertura dell'enorme vuoto di quadri così determinatosi mediante il ricorso a giovani leve islamiste (con quel che inevitabilmente seguirà).
Sulla sorte giudiziaria e sociale di arrestati ed epurati non c'è molto da illudersi. Già prima del golpe Erdoğan non si comportava da Presidente di una Repubblica parlamentare, ma da Presidente autocrate, e adesso - cioè al momento - è onnipotente. Leggi e competenze degli organi giurisdizionali, nonché convenzioni internazionali, non contano più nulla di fronte al volere di chi ormai incarna un vero e proprio "dispotismo orientale". Per arrestati ed epurati non vale certo la presunzione d'innocenza, e inoltre - non contando i golpisti - le vittime di questo tsunami repressivo hanno tutta l'aria di trovarsi nei guai per meri "reati" d'opinione, sempre ammesso che di reati si possa parlare alla stregua delle attuali leggi turche. Che però non contano.
Nel nostro titolo si parla di vendetta premeditata, e la ragione è semplice. Mettiamo fra parentesi (per ora) la questione se quello dei giorni scorsi fosse o meno uno pseudo-golpe: la cosa al momento finisce con l'avere poco rilievo. Semmai si può pensare che fosse un "golpe atteso", almeno alla luce di un indizio pesante che induce a vedere nella repressione attuale qualcosa di pensato e preparato da tempo, cioè da far scattare appena se ne presentasse l'occasione propizia: e l'indizio consiste nel contenuto analitico e ad ampio spettro delle attuali liste di proscrizione, liste che non si preparano certo in pochi giorni.

ISOLAMENTO INTERNAZIONALE?

Molto si discute oggi sull'odierno isolamento internazionale di Erdoğan. Tuttavia è sempre pendente il rischio che ancora una volta si confondano i desideri con la realtà. Innegabilmente il nostro personaggio ha problemi con l'Ue, e non è aprioristicamente da escludere che il ripristino della pena di morte possa chiudere il discorso sull'ingresso della Turchia nell'Unione dei 26 - ferma restando la legittimità del chiedersi se ancora effettivamente persista l'interesse di Erdoğan per un tale risultato. Qui, però, vanno rimarcate l'ipocrisia e la totale mancanza di valori (anche i conclamati "valori europei") dei governanti e dei burocrati dell'Ue, perché un paese quale è diventata la Turchia di Erdoğan non dovrebbe far parte dell'Unione, punto e basta, a prescindere dalla pena di morte. Ma Ankara ha pur sempre in mano la carta dell'afflusso dei profughi dalla Siria: ragion per cui non è del tutto disarmata verso l'Ue. Semmai quest'ultima potrebbe giocare il brutto scherzo di chiudere il discorso del libero passaggio dei cittadini turchi per l'Europa, cosa che pare interessare molto a Erdoğan (magari non per l'immediatissimo domani, atteso che ai dipendenti pubblici è stato vietato di uscire dalla Turchia senza permesso dei superiori, e le ferie sembrano sospese).
C'è poi l'incognita relativa a come evolverà la questione dei rapporti con gli Usa: astrattamente si potrebbe pensare che una retromarcia di Erdoğan equivarrebbe a un perdere la faccia, ma sarebbe rischioso fare affidamento sulla sua presunta sensibilità al riguardo. Un suo sostanziale cambio di atteggiamento verso la Russia invece è nell'aria, e non troverebbe certo remore di principio da parte di Mosca, in base al pragmatico principio di politica internazionale a suo tempo formulato da Winston Churchill: non ci sono amici, ma solo interessi da perseguire. Un principio del resto comune a tutti. Non dimentichiamo che la Turchia importa dalla Russia il 58% del suo fabbisogno di gas naturale.

L'IMPATTO SULL'APPARATO MILITARE

A parte questa fase di delirio di onnipotenza, Erdoğan non ha mai agito come pacificatore di una Turchia non da oggi rivelatasi fragile: e difatti il suo operato è tale da causare al suo paese ulteriori fragilità, militari e politiche. Alle frontiere turche con Siria e Iraq infuria la guerra, la guerra contro i curdi anatolici è in pieno svolgimento e l'ondata di attentati non può dirsi finita. Sul piano interno la Polizia, saldamente in mano a Erdoğan, ha saputo far fronte a dei golpisti mandati allo sbaraglio ma, a prescindere dal fatto che la guerra è un'altra cosa, il nostro rischia di indebolire ancor di più le sue Forze armate che già hanno mostrato falle di rilievo. La sua massiccia repressione lascerà indenne il morale e la coesione dei militari che non parteciparono al golpe?
In più l'atmosfera di sospetto circa infiltrazioni di oppositori tra i militari non finirà certo tra pochi giorni, ed è ormai chiaro che nessun turco in divisa può essere sicuro che la mannaia della repressione non si stia abbattendo su di lui. E poi, l'eliminazione di quadri militari importanti (molti dei quali operativi in ambito Nato) davvero non avrà conseguenze organizzative? È azzardato pensare che l'attuale ondata di epurazioni lascerà per un certo tempo assai indebolito l'apparato militare turco? Si tratta di una realtà di 500.000 uomini, con 12.000 carri armati, 700 aerei e 300 navi: ma con che morale? I militari sono ormai marcati strettamente dalla polizia e gli ufficiali sono sospetti. Se davvero Erdoğan è convinto che dietro al golpe c'erano gli Stati Uniti (oltre a Gülen), e che lo volevano morto, non è da escludere che sulla componente più americanizzata delle Forze armate altri colpi arriveranno, e il risultato sarà un loro ulteriore "dissanguamento" e un calo nel morale e nella coesione.
Che incidenza abbia tutto questo sulle iniziative di politica estera di Erdoğan è ancora presto dirlo. Intanto si registra il fitto quadro dei pasticci da lui causati in politica estera, pasticci che si traducono in altrettante crisi. Ecco l'elenco: Siria, con ricadute di attentati in Turchia; cattivi rapporti con l'Ue e dissolversi dell'entente con la Merkel; riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento tedesco; peggioramento dei rapporti con gli Usa anche per l'appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni, con tanti saluti agli interessi turchi; crisi con l'Iran che appoggia al-Assad; guerra ai curdi del Pkk, senza che costoro appaiano davvero indeboliti; problemi con la Nato, i cui vertici dopo l'abbattimento del Su-24 russo lasciarono Erdoğan a sbrogliarsela da solo. Oggi tuttavia la crisi con la Russia sembra in via di assorbimento.

IL CAMBIO DI CLIMA CULTURALE

Dopo aver parlato finora di questioni strettamente politiche, è il caso di trattare un argomento di ordine più propriamente socio-culturale, che è in un certo senso politico a sua volta, e comunque non è meno importante. Infatti, le più recenti corrispondenze dalla Turchia parlano di un radicale cambiamento di clima caratterizzato dal visibile ripiegamento della Turchia laica e dai primi segnali di peggioramento della condizione femminile.
Prima di procedere in questo senso, e per una maggiore comprensione, è necessario fare un passo indietro nella storia. Per quanto in Occidente si sia sempre - e impropriamente - parlato di turchi con riferimento all’epoca imperiale, in realtà questa denominazione era riservata in loco ai turcofoni dell'Anatolia profonda e, a parte questi "burini anatolici", gli altri (grandi città, coste, Balcani) si consideravano ottomani. Ai primi del secolo XX il nascere del nazionalismo del Movimento Unione e Progresso (denominato in Europa dei "Giovani Turchi") portò alla rivalutazione del turchismo, che poi con la Repubblica di Atatürk diventò ideologia ufficiale. Ad ogni modo, seppure furono gli anatolici a fornire a Mustafa Kemal l'esercito per la guerra d'indipendenza contro la Grecia, non vi è dubbio che in seguito - a motivo proprio dell'occidentalizzazione e della modernizzazione imposte dal regime repubblicano - toccò proprio agli anatolici tornare in secondo piano, per così dire. E costoro nel proprio ambiente custodirono fino a oggi la Turchia tradizionale, patriarcale, sessista e islamica su cui occidentalizzazione e modernizzazione in definitiva poco incisero.
Un distinzione da noi praticamente sconosciuta è quella fra i cosiddetti "turchi neri" (quelli delle provincie anatoliche più interne) e i cosiddetti "turchi bianchi" (delle grandi città e della costa): questi ultimi, etnicamente poco "turchi" - magari dagli occhi azzurri e biondi come Atatürk, molti dei quali circassi o frutto di commistioni etniche balcaniche - hanno comandato fino al termine del secolo scorso, ma oggi nei posti di comando ci sono essenzialmente i "turchi neri", i cui rancori e le cui velleità di rivincita fino a ieri risultavano compresse da esigenze di apparenza politica, soprattutto nella prospettiva internazionale. Oggi tutto va cambiando: è giunta l'ora della rivincita, che non sarà indolore.
I segnali cominciano a vedersi per le strade di Istanbul e Ankara, dominate da islamisti esaltati alla cui intollerante presenza si deve un ulteriore aumento di turban (il velo femminile per il capo), una certa riduzione di abbigliamento femminile occidentale non puritano e la crescita di provocazioni alle donne che non si allineino prontamente al nuovo corso. Le corrispondenze giornalistiche dicono che non è consigliabile per le donne aggirarsi di sera con braccia e gambe scoperte, e a testa nuda. Sintomatico (e preoccupante) il racconto di una studentessa a cui un sabato da un'auto fu gridato
«Uccideremo anche le donne come voi».
Potrà la Turchia laica rialzare la testa? Nella situazione attuale è obiettivamente pericoloso, con le strade nelle mani degli erdoğanisti e della polizia. Resta l'incognita riguardo alle ripercussioni di questa stretta repressiva su un paese in cui ancora si vota: e anche per questo sarà interessante vedere cosa accadrà alle prossime elezioni. Ma Erdoğan potrebbe anche conquistare la maggioranza necessaria a modificare la Costituzione in senso presidenzialista, e questo aumenterebbe certo il suo delirio di onnipotenza.
Certo, le mani ancora più libere possono significare per Erdoğan la possibilità di continuare a fare disastri d'ordine sociale. E se questi disastri incidessero negativamente sugli interessi economici dei ceti che appoggiano il governo attuale (ceti non tutti composti da islamisti, ma anche da imprenditori piccoli e grandi, semplicemente opportunisti), allora la situazione turca potrebbe tornare ad essere esplosiva, mettendo a repentaglio la forza del regime di Erdoğan.
Tuttavia non ci sarebbe da stupirsi se si verificasse una regressione ulteriore in senso quasi talibano, non solo come sembrerebbe accadere ora, ma nel medio periodo. Nell'allontanamento della Turchia dalla prospettiva di ingresso nella Ue possono derivare numerose conseguenze, non tutte prevedibili - al limite anche un'espansione dell'Isis, prodromi di guerra civile e forse nuovi golpe militari. Alcuni di questi scenari, se si verificassero in un contesto ulteriormente peggiorato - in termini economici, sociali e istituzionali - potrebbero veramente portare all'esplosione di una guerra civile.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com


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martedì 28 giugno 2016

Varsavia 8-9 luglio: summit della NATO

Una minaccia costante alla pace
Il prossimo vertice è chiamato a decidere su un cospicuo adattamento della linea militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda.
Effetti dell’aumento delle spese militari dei paesi membri
Si potranno quindi schierare 4 battaglioni in Polonia e nei Baltici.
Che fanno seguito all’incremento fino a 40mila unità del numero di soldati nella forza di risposta rapida della NATO, oltre alla apertura di 8 sedi NATO minori a Est.
Procede, dunque, l’applicazione del famigerato Piano Strategico adottato dal summit NATO di Lisbona nel 2010, che prevedeva l’allargamento della NATO apparentemente senza limiti.
In primo luogo, estendersi ad ogni singolo paese dello spazio chiamato “Europa”, portando i confini dell’Alleanza a ridosso di quelli della Russia.
L’espansione a Est
La Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia sono state immesse per prime, poi l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, più di recente Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania e infine Albania e Croazia.
Ovviamente questo ha isolato e sfidato la Russia, che ha risposto con l’annessione della Crimea e la presenza militare in Ucraina orientale.
Ma per i vertici NATO l’allargamento della NATO non è negoziabile.
Sono pochi i paesi europei capitalisti che fino ad ora sono rimasti fuori.
Svezia e Finlandia potrebbero diventare paesi membri, perché anche l’estremo nord sta diventando una zona strategica dal punto di vista economico.
Le missioni in corso in Europa
In Europa, la NATO dispone attualmente di una forza di reazione rapida in Islanda; di una flotta di aerei AWACS in Germania; basi di difesa dello spazio aereo nei Paesi Baltici, in Slovenia ed in Albania; una missione KFOR nel Kosovo su mandato ONU; batterie di missili Patriot in Turchia; sta rafforzando la missione anti-terrorismo nel Mar Mediterraneo e sta valutando come rafforzare la missione europea Sophia al largo delle coste libiche.
Inoltre da febbraio essa opera nel Mar Egeo su iniziativa di Germania, Grecia e Turchia per contenere il numero degli arrivi dei migranti in collaborazione con Frontex.
Ma le ambizioni della NATO non sono limitate all’Europa.
La NATO nel mondo
La Nato è il meccanismo attraverso cui l’Europa è legata agli interessi economici e strategici degli USA nel mondo intero: un dominio che controlla terra, mare, aria e spazio extra-atmosferico.
Per poter aggirare i vincoli atlantici del suo statuto, la NATO ha stipulato degli accomodamenti speciali.
Con l’Unione Africana ha in corso una missione di supporto logistico e di formazione.
Con Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia ha istituito un meccanismo chiamato Dialogo Mediterraneo.
Il collegamento militare con Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati è assicurato dal meccanismo Iniziativa di Istanbul.
In Afghanistan è in corso la missione di supporto alle forze di sicurezza locali.
Nel Golfo di Aden opera la missione anti-pirateria.
E c’è poi la Partnership for Peace che consente alla NATO di muoversi a livello mondiale condizionando verso un maggiore impegno militare paesi come Giappone e Corea del Sud, allo scopo di contenere nel Mar Meridionale Cinese le mire della Cina, vista come nemico futuro sul piano economico come su quello militare.
Pronta alla guerra
Con il Piano Strategico è stata costituita una unità combattente con sostegno marino ed aereo, cui contribuscono a rotazione gli Stati membri. Tale “Forza di risposta NATO” può essere dispiegata ovunque nel mondo in cinque giorni.
Armamenti nucleari
La capacità nucleare della NATO include 348 testate della Francia, 160 del Regno Unito e la massiccia scorta di 10.500 testate negli Usa, che hanno tra 200 e 400 armi nucleari tattiche ospitate in cinque paesi europei.
Nel 2010, Hillary Clinton in qualità di Segretario di Stato ebbe a dire in un incontro a Tallinn di ministri degli esteri della NATO che: “finché esisteranno le armi nucleari, la NATO resterà un’alleanza nucleare”.
ONU
La NATO si è ormai imposta come una sorta di “ala militare” delle Nazioni Unite, conducendo operazioni di guerra su mandato ONU in Kosovo, Afghanistan e Libia.
Gli accordi del 2008 per una consultazione politica regolare e per una maggiore cooperazione pratica nella gestione delle crisi tra i due quartieri generali, hanno di fatto reso equivalenti i due organismi internazionali, pur avendo scopi fondativi opposti.
Russia
Nonostante esista un accordo costitutivo NATO-Russia che esclude “dislocazioni permanenti di considerevoli forze di combattimento” nella regione, il summit di Varsavia -con la previsione del rafforzamento del sistema di difesa NATO- è un evidente messaggio alla Russia, accusata di intimidire paesi come la Moldavia, l’Ucraina e la Georgia.
Del resto la NATO ha in costruzione 2 scudi di difesa missilistica.
Uno degli scudi comprende installazioni USA-NATO in Polonia e Repubblica Ceca puntate contro la Russia.
Ma, un secondo scudo, installato insieme alla Russia, è puntato contro nemici diversi come la Cina. Una vera ossessione.
Perchè contro la NATO
La crisi del capitalismo ha mostrato al mondo che anche le guerre in corso, i trattati segreti tra aree economiche, non solo ne sono parte, ma sono la genesi della stessa fase di ristrutturazione, che rimette in gioco vecchie egemonie planetarie e ridisegna nuovi spazi e nuove aeree economiche, ridimensiona potenza e sviluppa potenza, conquista influenza e mercati e perde terreno, amplifica e riporta in primo piano categorie che il dominio desidera utilizzare per s.
Poco importa che si spendano ogni anno quasi 2.000 miliardi di dollari in armamenti, solo l’Italia ne ha spesi nel 2012 ben 26 di miliardi ai quali vanno sommati altri 15 miliardi per gli F35, l’Italia che vende per 3 miliardi all’anno di armi facendone uno dei pi importanti produttori sul pianeta.
Non pesano sulla bilancia della guerra e delle armi i morti, le distruzioni, la povert che resta e si sedimenta dai conflitti inter-imperialistici; nessuno, oggi, a parte qualche limpida coscienza si oppone alle guerre in corso. Noi siamo naturalmente con loro, con chi ancora pensa che la lotta antimilitarista sia lotta contro il capitalismo e lotta contro lo Stato e per questo dovr attrezzarsi di nuovi strumenti.
La sfida dei pacifisti e degli antimilitaristi passa oggi attraverso una critica dura e articolata, abituati a vedere solamente nello Stato il monopolista della violenza, che la esercitava direttamente con la leva obbligatoria e con scelte politiche facilmente riconoscibili e riconducibili a motivazioni tanto vecchie quanto intuibili; ma oggi il fenomeno di privatizzazione e di corruzione planetaria fa sì che grandi gruppi industriali e finanziari possano entrare direttamente ed agire per i propri scopi geopolitici attraverso forme di privatizzazione del conflitto. Nelle guerre in corso, dall’Ucraina alla Siria, dalla Palestina all’Africa si moltiplicano forme e metodi di guerra non “convenzionale”, migliaia di militari e di azioni sono sostenute direttamente da imprese multinazionali, che solo in apparenza sgravano lo Stato o l’area di riferimento dal peso di sostenere queste imprese economicamente; lo Stato non ha certamente esaurito la sua funzione di garante dell’ordine capitalistico, ma assume anche una funzione di coordinatore.
L’emergere sullo scenario mondiale delle potenze asiatiche, la perdita di egemonia che rischia l’area Atlantica, il nascere di un imperialismo europeo legato alle esportazioni tedesche, possono aiutare a comprendere quanto accade e possono aiutare a comprendere quanto i singoli Stati nazionali stanno mettendo in campo a favore dell’accumulazione capitalistica, delle privatizzazioni, della scomparsa dei diritti dei lavoratori ed una violenta svalutazione della forza lavoro, con la lucidità criminale di chi pensa che solo avendo lavoratori schiavi e completamente mercificati l’impresa potrà investire e riprendere un nuovo ciclo di accumulazione, come sempre sulla pelle del proletariato e dei ceti subalterni. Una impresa finalmente sgravata da ogni vincolo sociale, autentica macchina da guerra al fine della sola accumulazione,per il solo profitto.
E la NATO è questo, fa parte di questo.
Alternativa Libertaria/FdCA pertanto invita tutti i compagni e le compagne ad attivarsi per una nuova battaglia antimilitarista e pacifista, e riconosce che questa battaglia non può essere praticata se non accompagnandola con una precisa critica al sistema dominante, rifiuta ogni demagogia patriottarda, riconosce come fratelli e come sorelle quanti si battono per distruggere i confini militarizzati difesi contro i flussi migratori che vedono milioni di persone fuggire dalle guerre ed ai massacri che la disputa imperialista scatena su vaste aree del pianeta.
Riprendere una critica serrata alle spese militari, destinare le risorse della guerra e delle armi a scopi sociali, escludere ogni pacificazione politica con quanti in nome del pragmatismo di Stato sono inclini a trovare mediazioni con gli interventi militari, siano la guerra al terrorismo che quella umanitaria, quella che esporta democrazia o quella del mondo libero. Per noi l’unica guerra che val la pena combattere è ancora quella proletaria, per il comunismo libertario, e questa si combatte giorno per giorno, con la nostra attività e con la nostra militanza.
Alternativa Libertaria/FdCA
94° Consiglio dei Delegati
Correggio, 26 giugno 2016

domenica 3 aprile 2016

17 anni fa la guerra in Kossovo

il 24 marzo 1999 la NATO dichiarava guerra alla Serbia
qui di seguito
documento del 38° CdD della FdCA, Fano 11 aprile 1999
http://www.fdca.it/antimilitarismo/mozioneguerra.html
comunicato stampa della sezione "Nestor Makhno" di Fano/Pesaro del 26
marzo 1999
http://www.fdca.it/antimilitarismo/nato.htm
documento di Stefano Quaglia (della sezione FdCA di Firenze) del
dicembre 1988
http://www.fdca.it/antimilitarismo/kossovo.html

giovedì 24 marzo 2016

Sepolcri imbiancati. Accordo UE/Turchia


Sepolcri imbiancati. Accordo UE/Turchia

All’ultimo momento l’Europa ha costruito un accordo che, almeno nelle parole utilizzate, rispetta alcune garanzie fondamentali dei Diritti Umani, e cerca di  mettere  a posto sia  le coscienze  che  le  pance   di un'Europa divisa trasversalente  da muri reali e metaforici. Evidenti le  contraddizioni. Da un lato viene riconosciuto il rispetto del principio di non respingimento (no-refoulement) secondo i principi della Convenzione di Ginevra (1950 e del suo protocollo del 1967), dall’altro la dichiarazione che verranno  rimpatriati (ovvero portati in Turchia che non è la loro patria) tutti i migranti arrivati in modo irregolare in Grecia e non bisognosi di protezione internazionale.  Considerando che fuggono tutti  da guerra e da devastazione, quanti  e quali saranno i migranti non bisognosi di protezione? Su che base e con che garanzie ogni caso verrà giudicato? Chi sarà rimpatriato e come? Di sicuro non saranno rimpatri  su base volontaria.

Di fatto però la Turchia accederà ad un finanziamento di 3 miliardi di euro per impedire ai migranti di compiere la traversata fino alla Grecia.  Si scrive che la Turchia adotterà “qualsiasi misura per evitare le rotte di migrazione in collaborazione con l’UE”. Questo significa che la Turchia, paese in cui il Governo agisce in modo autoritario nei confronti di gruppi politici di opposizione e di minoranze, che compie continue violazioni dei diritti umani, che massacra i curdi unica opposizione sociale e popolare contro l’ISIS, verrà lasciata a gestire da sola il blocco di ogni tipo di migrazioni.  In che modo, possiamo sfortunatamente prevederlo.

L’accordo prevede inoltre che per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all'UE, assicurando la priorità  ai migranti che precedentemente non fossero entrati o non avessero tentato di entrare nell'UE in modo irregolare. Questo significa che si faranno classifiche e selezioni considerando illecito l’aver cercato di avere un futuro migliore per sé e per i propri cari, anche a rischio di perire in mare, dopo essere stati sfruttati dalla criminalità internazionale dei commercianti di persone. A totale dispregio  di ogni pretesa  garanzia dei  Diritti  Umani. Il rischio è che, dietro le parole di facciata, la questione sia gestita con la finalità che  in Europa arrivino il minimo di profughi, e solo quelli decisi da e con la Turchia.

Noi siamo per la creazione di  corridoi umanitari, il diritto d'asilo, la solidarietà dal basso, il diritto al lavoro e a una vita degna. Per tutte e per tutti.

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

 

Tripoli bel.... business core


L'Italia ha sempre voluto Tripoli.

Ora più che mai. Ma è dal 2011 che i tamburi di guerra non hanno mai smesso di suonare.

Prima del 2011, la Libia era al primo posto in Africa in base all'indice ONU dello sviluppo umano.

Dopo l'attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all'Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.

Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l'esportazione di petrolio.

In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l'ENI in Tripolitania. Una posizione di privilegio intollerabile per gli alleati occidentali dell'Italia. Una situazione che deve finire, possibilmente con un contributo militare dell'Italia stessa, con l'invio di 5mila uomini, con la promessa di un comando militare offerto a chi, dopo aver perso 5 miliardi di commesse a causa della fine di Gheddafi, viene oggi ritenuto irrilevante.

Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d'influenza.

La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.

Alla Francia la guardia del Sahel nel  Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.

All'Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.

Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.

Tutto questo non piacerà alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.

Ma altri protagonisti possono adoperarsi per mandare a monte la triplice spartizione della Libia. E' il caso della Russia, estromessa nel 2011 perchè contraria ai bombardamenti, che potrebbe istigare il suo acquirente di armi Al Sisi d'Egitto a rivendicare territori in Cirenaica come nel 1943.

E' il caso degli sponsor arabi delle varie fazioni libiche: l'Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk contro gli islamisti radicali di Tripoli; il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli; gli Emirati che appoggiano Tobruk; la Turchia che ha spostato o jihadisti libici dalla Siria alla Sirte.

Anche se dalle basi italiane non si alzasse neanche un aereo, l'Italia in guerra c'è già, in un'alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l'Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. In Libia, i nemici reali o finti,       ISIS o altri- sono coloro che minano la sicurezza dello sfruttamento del petrolio e del gas libici.

Un'altra sporca guerra per le risorse. Una guerra da contestare in Italia come in Francia, in Gran Bretagna come negli USA.

Antimilitarismo e lotta di classe

Alternativa Libertaria/fdca

93° Consiglio dei Delegati

Fano, 19 marzo 2016

mercoledì 9 marzo 2016

A VICENZA MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA

Rceviamo da Ross@ Padova

SABATO 12 MARZO ORE 10.30 A VICENZA
MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA NATO 
APPUNTAMENTO DI FRONTE ALLA CASERMA EDERLE IN VIALE DELLA PACE



Il nostro paese è in guerra. Siamo in guerra, assieme alla NATO e a tutto il cosiddetto Occidente, da 25 anni. 
Nonostante i milioni di morti, le devastazioni e le migrazioni bibliche provocate da questi interventi, il nostro come gli altri governi progettano e organizzano nuove imprese militari. 
Queste nuove imprese sono però inserite in un quadro diverso, nella Grande Crisi che attraversa il mondo da quasi dieci anni, nelle crescenti frizioni che questa crisi sta determinando tra poli e blocchi mondiali. 
Non sono più semplicemente guerre neocoloniali di espansione e stabilizzazione, ma si stanno trasformando in guerre di egemonia e sopravvivenza.

L'Unione Europea in guerra produce orrore e lo usa per giustificare sia la distruzione della democrazia sia le politiche di austerità. 
Si possono sforare i criminali vincoli del fiscal compact per comprare armi, ma non per costruire ospedali o scuole. UE e Nato, austerità e guerra sono oramai la stessa cosa.

È necessaria una mobilitazione diffusa e permanente contro la guerra esterna e contro la guerra sociale interna che banche, multinazionali, interessi industrial militari vogliono imporci. Bisogna che l'Italia esca dalla NATO, alleanza che oggi non ha più alcuna giustificazione politica e morale. 

Manifestiamo per : 

- La fine immediata di ogni partecipazione italiana alle guerre in corso, con il ritiro delle truppe da esse e il ripristino dell'articolo 11 della Costituzione.
- Lo smantellamento delle basi e delle servitù militari, il rispetto del trattato di non proliferazione nucleare, la fine del commercio delle armi. 
- L'uscita dell'Italia dalla Nato e da ogni alleanza di guerra. L'Italia deve diventare un paese neutrale per contribuire alla pace. 
- La fine delle politiche persecutorie e xenofobe contro i migranti.
- La fine delle politiche di austerità e del sistema di potere UE che le impone.
- La cancellazione delle leggi sicuritarie che in tutta Europa nel nome della guerra al terrorismo stan costruendo uno stato di polizia.

sabato 24 ottobre 2015

LA NATO MOSTRA I MUSCOLI


Italia, Spagna e Portogallo ospiteranno una delle più grandi esercitazioni della NATO della storia: dal 3 ottobre fino al 6 novembre, 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi testeranno armi e strategie di intervento rapido per dimostrare la potenza militare di quello che è diventato il braccio armato dell’ONU e delle potenze imperialiste occidentali. Si chiama “Trident Juncture 2015” (TJ15) questa esercitazione che offrirà all’industria bellica l’opportunità di fare grandi profitti vendendo alla NATO armi sempre più sofisticate: la spesa a scopi militari nel mondo muove $4,9 mld al giorno!
Queste esercitazioni si collocano nel solco della strategia di allargamento della NATO che dal Summit di Lisbona del 2010 punta ad estendersi in ogni paese dello spazio strategico chiamato “Europa”: in primis i paesi dell’ex-blocco sovietico che hanno accolto i valori del libero mercato e di conseguenza anche i “valori comuni” della NATO.
I primi ad entrare furono Repubblica Ceca, Polonia ed Ungheria, poi l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, più recentemente Slovania, Slovacchia, Bulgaria, Romania ed infine Albania e  Croazia.
L’apertura dell’accesso alle risorse strategiche dell’Artico a causa dello scongelamento dei ghiacci porterà ben presto anche Svezia e Finlandia dentro l’Alleanza in chiave anti-Russia.
I vertici della NATO hanno più volte ribadito “non negoziabile” la strategia di allargamento, anche a costo di portare l’Ucraina in guerra contro la Russia.
Ma la NATO non finisce con i suoi membri atlantici ed europei.
Quale strumento che lega l’Europa agli interessi economici e strategici degli USA nel garantire al capitalismo occidentale il dominio sul mondo intero (si pensi al trattato del pacifico ed a quello in gestazione transatlantico), la NATO ha istituito accomodamenti speciali con paesi come quelli del meccanismo noto come Dialogo Mediterraneo, che coinvolge Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia.
Oppure con paesi come quelli del collegamento militare noto come Iniziativa di Istanbul, che comprende Bahrein, Qatar, Kuwait e gli Emirati.
Ed infine c’è la Partnership for Peace che coinvolge paesi dell’intero globo come il Giappone e la Corea del Sud.
Trident è allora la dimostrazione della capacità di dispiegare e mantenere sul campo robuste forze militari pronte alla guerra, preparate alle spedizioni, addestrate a entrare in azione in ogni momento, in Europa o a distanza.
Trident è l’esibizione di quella che viene chiamata “Forza di risposta NATO”, composta da unità combattenti con sostegno marino e aereo appunto, a cui contribuiscono a rotazione gli Stati membri, con una capacità di dispiegamento in 5 giorni in qualsiasi parte del mondo.
Non dimentichiamo infine la capacità nucleare della NATO: 348 testate in Francia, 160 nel Regno Unito, 10.500 negli USA, più le centinaia di armi tattiche ospitate in 5 paesi europei.
Le guerre provocate in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, la creazione del terrorismo jihadista, il conseguente flusso di immigrati, il sostegno alla Turchia nel massacro dei Curdi, stanno lì ad autogiustificare la nuova strategia militare della NATO che guarda al Medio Oriente, all’Africa del Nord, all’Africa sub-sahariana ed ad est dell’Europa come scenari in cui imporre gli interessi delle potenze occidentali.
E questo richiede enormi risorse finanziarie che gli Stati dovranno stanziare per le spese militari.
L’Italia spende $30 mld per armamenti, strutture e missioni militari.
Il militarismo, anche se gioca alla guerra, produce sempre macerie e distruzioni:  quelle sociali nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nelle pensioni, nella tutela del lavoro, nello smantellamento del welfare e nel taglio della spesa pubblica.
No alla NATO. Antimilitaristi sempre.

Alternativa Libertaria / FdCA 24 ottobre 2015

martedì 20 ottobre 2015

No alla guerra! 24 ottobre, Marghera

CONTRO LA MEGA-ESERCITAZIONE TRIDENT DELLA NATO
CONTRO LE NUOVE SPINTE VERSO LA GUERRA
CONTRO IL BELLICISMO DEL GOVERNO RENZI
Assemblea pubblica sabato 24 ottobre ore 15.30
piazzale Radaelli 3, Marghera, sede del Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri (5 minuti a piedi da piazza Mercato)
Dal 3 ottobre è in corso in Italia, Spagna e Portogallo “la più grande esercitazione NATO dalla caduta del muro di Berlino”. Impegna (a nostre spese) 36.000 militari, 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi, un certo numero di associazioni “umanitarie”. Soltanto in Sardegna, denuncia la scrittrice Michela Murgia, “centinaia di militari, bombardamenti sul territorio di proiettili del cui contenuto sanno qualcosa solo all’Oncologico, fermo pesca, fermo pastorizia, prove di assalto verso terre che vediamo al telegiornale  …”.
Già … le terre lontane (Iraq, Siria) contro le quali, col pretesto della “lotta all’Isis”, il governo Renzi prepara bombardamenti (è “un modo per essere presi finalmente sul serio”, gongola il gen. Jean) ed è pronto a guidare un nuovo intervento armato in Libia, mentre è chiaro ormai che l’intervento in Afghanistan sarà prolungato … Intanto la Turchia di Erdogan, “nostra stretta alleata” (parola del ministro degli esteri Gentiloni), fa strage di curdi, di lavoratori, di compagni, e l’intoccabile Israele di Netanyahu continua nella sua strage infinita di palestinesi …

Sono queste alcune tra le ‘terre lontane’ da cui stanno arrivando a decine di migliaia nuovi emigranti che non hanno altra alternativa che fuggire dalle loro nazioni devastate da decenni dai ‘nostri’ stati e dai nostri eserciti – o no? 30 miliardi annui di spese belliche solo da parte dell’Italia (che gonfiano il debito di stato), per seminare morte e sconvolgere l’esistenza di decine di milioni di persone nel mondo, mentre proprio in nome del debito di stato non fatto da noi, né a nostro vantaggio, si sono tagliate brutalmente le pensioni, le spese per la salute, l’assistenza ai disabili, l’istruzione, l’edilizia popolare… si è fatta la guerra interna ai lavoratori. Quella guerra che la Confindustria e Renzi vogliono portare fino a radere al suolo i contratti collettivi, sulla scia della Fiat e della Fincantieri.
Mentre il ‘movimento pacifista’ di un tempo è scomparso (alcuni suoi esponenti sono ora al governo a programmare i bombardamenti …), questi problemi sono diventati più gravi e urgenti di prima. Dobbiamo tornare a discuterne per tornare a mobilitarci. Altrimenti le guerre che crediamo lontane irromperanno con ancora maggior violenza “lì” e qui, “lì” distruggendo case e vite, qui distruggendo ogni argine all’attacco dei padroni!
Discutiamone insieme in assemblea, sabato prossimo, presso la nostra sede
Piazzale Radaelli 3, Marghera, h 15:30

martedì 1 settembre 2015

Erdogan assassino kurdistan libero ! Manifestazione in appoggio alla resistenza Kurda a Trieste /Trst

Ormai è provato che Erdogan è complice dell’ ISIS, ma l’Europa continua ad appoggiare la Turchia e a criminalizzare i Kurdi. Lo Stato Turco fornisce sostegno economico, ma anche militare e politico, a ISIS. L’Emiro dell’ISIS, Yasin Ebdileziz Egumi, catturato dalle forze di difesa YPG durante l’attacco di ISIS a Kobanè il 25 Giugno, ha confessato l’esistenza del sostegno da parte della Turchia affermando inoltre che il gruppo armato che ha attuato il massacro del 25 giugno è entrato dalla Turchia. Anche per l’attentato che ha causato la morte di decine di giovani socialisti e anarchici a Suruç, il 20 luglio, stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza le responsabilità del governo dell’AKP di Erdogan. Dopo l’attentato di Suruç, la Turchia ha fatto finta di bombardare le postazioni dei massacratori e tagliagole dello “Stato Islamico”, ma in realtà ha colpito e continua a colpire i villaggi Kurdi; bombarda, spara, tortura, brucia le case, incendia le foreste e arresta perfino gli amministratori eletti nei Comuni Kurdi. Nella Rojava la lotta per l'indipendenza si è sviluppata in una rivoluzione sociale. Attraverso quello che i Kurdi chiamano Confederalismo Democratico, che ha una chiara dimensione libertaria, femminista ed ecologista, non si vuole creare un nuovo Stato, ma una rete di comunità che si autogovernano nel pieno rispetto di tutte le popolazioni che vivono o vogliono vivere nel territorio. Certamente oltre all'accanimento storico del governo turco contro i curdi e il progetto di un Kurdistan unito c'è oggi la necessità da parte di Erdogan e degli alleati NATO di bloccare questa esperienza che si sta consolidando e allargando alle regioni vicine. Non dimentichiamoci, che la Turchia, oltre a far parte della NATO, è fortemente legata economicamente all’Europa e soprattutto alla Germania. A Trieste si sta costruendo una piattaforma offshore per i container di merci provenienti via mare dalla Turchia, da mandare poi, via rotaia, in Germania. E allora come la mettiamo con le corresponsabilità occidentali, Italia compresa, verso il massacro delle popolazioni Kurde? In appoggio alla Resistenza Kurda e alla carovana per Kobane del 15 settembre indiciamo una manifestazione/corteo a Trieste per Sabato 12 settembre in piazza della Borsa alle ore 16:00. Si invitano apertamente tutte le forze sociali, politiche e sindacali che si riconoscono nella resistenza curda e nel progetto della Rojava a partecipare e ad aderire. Coordinamento Libertario Regionale FVG

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)