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sabato 29 luglio 2017

FIAT/FCA Serbia cronaca di una lotta

comunicato del 12 luglio della Confederazione dei Sindacati Autonomi di Serbia
http://sindikat.rs/ENG/news.html#
Kragujevac, il più grande sciopero nella storia recente di FIAT

FIAT Serbia  è definitivamente entrata in una fase di turbolenza con uno dei più grandi scioperi nella recente storia dell'impresa che va avanti da più di 2 settimane. Da sedici giorni di fila 2500 operai della più grande fabbrica di auto della Serbia stanno resistendo all'indifferenza dell'azienda ed ai tentativi del governo di farli tornare al lavoro. L'azione sindacale ha già causato serie perdite per tutti: la produzione si è ridotta di almeno 5000 veicoli, il salario che gli operai percepiranno dopo lo sciopero sarà ben inferiore al minimo necessario a loro ed alle loro famiglie per sopravvivere, l'immagine della Serbia, così cara ad un governo pronto ad attrarre investimenti esteri dipingendo il paese come "un posto con la forza lavoro meno cara e più disciplinata che ci sia", ha perso parte della sua credibilità...Eppure, fatta eccezione per gli operai e per i loro sindacati, nessuno ha fatto uno sforzo visibile per trovare una soluzione al conflitto. Sembra che FIAT sia attaccata al suo principio di non negoziare durante lo sciopero, mentre il governo non ha alcuna forza per convincere FIAT a fare diversamente.
L'origine del conflitto sta nell'abolizione del terzo turno introdotta l'anno scorso. Più di 800 operai vennero licenziati ed il loro lavoro distribuito tra gli altri rimasti. Il carico di lavoro è cresciuto notevolmente, costringendo spesso i lavoratori a correre da una postazione all'altra per realizzare le necessarie operazioni. I carrelli elevatori che secondo le regole FIAT non possono mai superare la velocità di 5 km/h ora stanno già funzionando a 14 km/h! Altri problemi sono il trasporto di coloro che lavorano nel turno serale (che non sono in grado di prendere gli ultimi autobus notturni) e il pagamento di bonus di efficienza. E, naturalmente, salari molto bassi (poco più di 300 euro) che sono inferiori alla media nazionale del settore metalmeccanico (i lavoratori hanno chiesto solo un aumento di 50-60 euro). Qui bisogna tener conto dell'assurdità del fatto che i salari dei lavoratori durante tutto l'anno vengono pagati dal bilancio serbo, che consente a FIAT di ottenere un profitto extra! La colpa di tutto ciò è di uno dei precedenti governi, che - soprattutto per ragioni politiche - era troppo ansioso di firmare un contratto che privava la Serbia di una parte della sua ricchezza e limitava la sua sovranità.
E questo è esattamente il caso, dato che per il suo rigido rigetto della contrattazione collettiva, la gestione aziendale è in netta violazione non solo della Convenzione ILO 144 sulle consultazioni trilaterali, ma anche della legislazione serba (la nostra legge del lavoro vede il dialogo durante il periodo di sciopero non come questione di libera scelta, ma come obbligo di entrambe le parti sociali). Inoltre, FIAT ha rifiutato per due volte di rispettare le decisioni dell'Ispettorato del Lavoro che la obbligava a iniziare i negoziati - un terzo rifiuto potrebbe condurre, almeno in teoria, alla chiusura dell'azienda). Sembra che il governo si stia impegnando a spingere verso una convergenza fra le due parti: c'è un'idea di pubblicare un decreto che permetterebbe il "congelamento" dello sciopero per un giorno (venerdì). I lavoratori andrebbero a lavorare proprio quel giorno, permettendo alla direzione di rispettare il principio di non negoziare durante gli scioperi, cosa che potrebbe aiutare a trovare una soluzione valida. Poi, domenica sera, l'assemblea generale dei lavoratori voterebbe per la cessazione o la continuazione dello sciopero.
Il clima tra gli scioperanti è "caldo" e sono ben pochi quelli pronti ad accettare la sospensione della lotta.  Si teme la lotta possa radicalizzarsi nel corso delle previste manifestazioni di protesta dalla fabbrica alla sede del municipio e ci sono segnali che lo sciopero potrebbe diffondersi ad altre aziende del settore metalmeccanico. Sembra che la Serbia si stia svegliando dal sogno neoliberista e dalle idee dell'armonia naturale tra le parti sociali. Questi sono i Balcani e qui la situazione è diversa da quella in Europa occidentale. Lottando per la democrazia negli anni '90 abbiamo ottenuto il capitalismo e ora siamo costretti ad affrontare una delle sue forme più barbariche e disumane. L'unico modo per cambiarlo è essere fermi e uniti. Il forte sostegno di tutte le fabbriche FIAT in Europa e nel mondo ha dato ai lavoratori serbi una motivazione aggiuntiva per continuare con la loro azione e vincere.
(traduzione a cura di AL-Ufficio Relazioni Internazionali)

18 luglio: lo sciopero alla FIAT continua http://sindikat.rs/ENG/news.html#
In conferenza stampa, Zoran Markovic, Presidente del sindacato CATUS in FCA e Presidente del Comitato di Sciopero ha annunciato che lo sciopero sarebbe continuato. Al tempo stesso ha invitato l'intera forza lavoro serba a venire a Kragujevac il 19 luglio alle ore 11.00 per partecipare alla grande manifestazione davanti al municipio. Nella consultazione del 17 luglio su entrambi i turni gli operai hanno votato per il proseguimento dello sciopero. Nel primo turno la decisione è passata col 97% e nel secondo turno col 98%.
Praticamente, ciò significa che circa 2000 operai su 2500  ha deciso di non fermare la protesta finchè i dirigenti FIAT non si esprimono sulle rivendicazioni operaie. E cioè un aumento del salario lordo dagli attuali 38.500 dinari (circa 320 euro) a 50.000 dinari (416 euro), riorganizzazione del lavoro, pagamento dei bonus di efficienza e rifinanziamento del fondo per le spese di trasporto dei pendolari al di fuori dell'orario di lavoro.


19 luglio: sciopero sospeso http://sindikat.rs/ENG/news.html#

La scorsa notte il primo ministro serbo Ana Brnabić ha raggiunto un accordo con gli operai FIAT di Kragujevac sull'interruzione dello sciopero e l'inizio del negoziato.
All'incontro tenutosi nel municipio di Kragujevac, a cui ha preso parte anche il presidente del CATUS Ljubisav Orbovic, si è convenuto che il negoziato sarebbe iniziato a mezzodì.
In conferenza stampa Ana Brnabić ha ringraziato gli operai per la riuscita della riunione ed ha annunciato che avrebbe presenziato al negoziato perchè era estremamente importante per lei mantenere la promessa data agli operai ed ai loro sindacati.
Non posso dare garanzie sugli esiti perchè il Governo è un partner minore”, ha precisato il Primo Ministro.
Ad ogni modo, quello che può garantire è di stare a fianco degli operai per tutto il tempo e negoziare insieme, con il sostegno del Governo.
Brnabić ha dichiarato che insieme al suo team ed al ministro dell'economia Goran Knezevic, avrebbe insistito perchè venissero accolte gran parte delle richieste sindacali. 
Secondo quanto ella dice, molti problemi hanno a che fare col processo di produzione e si possono risolvere con i quadri intermedi. Dopo essere stata ampiamente informata sui problemi interni allo stabilimento FIAT, lei ha dichiarato che il Governo dovrebbe essere regolarmente informato su quanto succede in FIAT.
Il presidente del comitato di sciopero della FIAT Zoran Marković ha detto che la protesta è stata revocata ed ha invitato gli operai a tornare al lavoro il 19 luglio. Ha aggiunto che dopo l'incontro col primo ministro Ana Brnabic, il sindacato ed il comitato di sciopero hanno deciso di interrompere lo sciopero per continuare le trattative con i rappreentanti della FCA e col governo serbo. 
Vorrei informare tutti i lavoratori che questa non è una sconfitta, anche perchè saranno in molti a presentarvela così. Il fine non è che FIAT se ne vada, bensì il miglioramento delle nostre condizioni di lavoro e salariali, espresse nelle nostre 4 rivendicazioni”, ha dichiarato Marković.
Che si aspetta un negoziato risolutivo, rapido e preciso.
(traduzione a cura di AL-Ufficio Relazioni Internazionali)

comunicato della Confederazione dei Sindacati Autonomi di Serbia del 24 luglio 2017 cfr.http://sindikat.rs/ENG/news.html#429

I dirigenti FIAT hanno preso visione delle richieste operaie ed hanno offerto un aumento salariale del 9.54%, come comunicato dalla Radio Televisione Serba.
L'offerta proposta ai rappresentanti degli operai stabilisce che i salari aumenteranno del 9.54%, il che significa che il salario lordo di base passerà da 38.500 dinari (circa 320 euro) a 42.000 dinari (350 euros). L'aumento sarà corrisposto in due tranche: il 3.15% in agosto ed il 6.39% a febbraio 2018. Anche il bonus di efficienza verrà rifinanziato, come pure il fondo per le spese di trasporto. Sulla richiesta operaia di migliorare le condizioni di lavoro nellaa fabbrica di Kragujevac, verrà istituita una commissione speciale con lo scopo di determinare  le postazioni in cui gli operai prestano operazioni multiple e fissare i problemi. Il Presidente del sindacato, Zoran Markovic, ha dichiarato che l'assemblea dei sindacati ha autorizzato i rappresentanti degli operai a proseguire il negoziato.

(traduzione a cura di AL-Ufficio Relazioni Internazionali)

domenica 11 dicembre 2016

LO STATO E' STUPRO

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LO STATO E' STUPRO
Anche se la legge sugli "abusi sessuali" presentata il 17 novembre da 6 deputati dell'AKP è stata ritirata, è importante capire cosa significhi per noi donne questa proposta che è stata contestata dalle nostre proteste  fin dagli inizi. La bozza di legge abbassava l'età minima per il consenso sessuale da 15 a 12 anni a puntava a disporre una situazione di impunità per i colpevoli  di molestie e di stupri attualmente sotto processo nonchè per quelli futuri: una depenalizzazione dei crimini sessuali. Assoluzione per i colpevoli di violenze e di stupri nel caso sposino le bambine di cui hanno abusato; esposizione delle ragazze al rischio di violenze e stupro all'età di 12 anni e la previsione di bambine spose. Il ritiro della legge da un lato è diventato uno degli esempi più consistenti di come noi donne diventiamo libere se resistiamo e dall'altro ha mostrato la politica di stallo dello Stato.
Le politiche di genere dello Stato vanno ben oltre l'ignorare l'identità ed il corpo delle  donne, esse sono disegnate per creare una "società conservatrice". Portare all'ordine del giorno la questione del controllo delle nascite dicendo che "è un peccato", proibire l'aborto dicendo che "è un massacro", sono ovviamente politiche demografiche di per sè. Ma al di là di ciò, tutte queste politiche sono connesse con la natura autoritaria dell'AKP, per creare e costituire una società conservatrice.
Lo Stato che è interessato a "conservare" la donna che procrea  "molto" o la donna che è costretta dal divieto di aborto a procreare dopo essere finita incinta a causa di stupro, da un lato conserva l'identità "soppressa" della donna e dall'altro conserva l'autorità dell'uomo, attraverso le politiche demografiche e sul corpo contro le donne.Lo Stato che vieta  oggi le manifestazioni con lo stato di emergenza come scusa, non fa che eseguire la politica di aggressione diretta contro la lotta delle donne, chiudendo le associazioni delle donne, arrestando le donne che lottano contro il patriarcato e torturando le donne. Lo Stato, che con le sue leggi, basa la sua esistenza sul suo maschilismo, diventa un attacco totale alla nostra vita, alla vita delle donne.Anche se prima aveva proposto nuove leggi per assolvere i colpevoli di molestie e di stupro, e poi le ha ritirate, lo Stato  sta attaccando le nostre vite mediante l'esecuzione di tutte le sue politiche sulle donne. Noi  Donne Anarchiche, sappiamo che la nostra emancipazione non dipende dalle leggi che lo Stato propone e poi ritira, né dalle sue punizioni, né dalla sua presunta giustizia. Sappiamo per certo che il disegno di legge sugli "abusi sessuali" sarà rivisto e riproposto tra qualche tempo e portato all'ordine del giorno di nuovo con nuove proposte che mirano ad aggredire le nostre vite.Per questo vogliamo sottolineare ancora una volta che l'unico modo per noi per poter esistere contro lo Stato, il quale sostiene la sua esistenza distruggendo la nostra vita, è attraverso la nostra organizzazione e la nostra lotta. Contro lo Stato e le sue leggi, contro i suoi divieti e la sua  presunta giustizia, che ci si aspetta sia da noi invocata, stiamo resistendo per diventare libere di creare una nuova vita; noi chiediamo a tutte le donne di lottare fino a quando distruggeremo il patriarcato e lo Stato.Lunga vita alla nostra lotta!Lunga vita alla solidarietà delle donne!
Organizzazione delle Donne Anarchiche (Turchia)
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 7 dicembre 2016

Fidel Castro



Fidel Castro

(1926-2016)

Samuel Farber
26/11/16

Dopo una lunga malattia che lo ha costretto a ritirarsi dalla carica nel luglio 2006, Fidel Castro è morto lo scorso 25 novembre. Nel corso della sua vita Castro era sopravvissuto a molti sforzi degli Stati Uniti per rovesciare il suo governo ed anche eliminarlo fisicamente, vedi la sponsorizzazione di invasioni, numerosi tentativi di assassinio e attacchi terroristici. Castro ha tenuto il potere politico supremo a Cuba per più di 47 anni, e anche dopo aver lasciato il suo alto ufficio ha continuato ad essere politicamente impegnato per diversi anni incontrando numerose personalità straniere e scrivendo le sue Reflexiones sulla stampa del Partito Comunista Cubano.

Fidel era figlio della cubana Lina Ruz e del galiziano immigrato Ángel Castro, che diventò poi un ricco latifondista dello zucchero nell'isola. Fidel frequentò il liceo dai gesuiti, considerato come una delle migliori scuole a Cuba. Iscrittosi alla Facoltà di Legge dell'Università di L'Avana nel 1945, ha iniziato la sua vita politica collaborando con uno dei vari gruppi di gangster politici che affliggevano l'università. Da universitario attivista e militante, Fidel partecipò, nel 1947, al tentativo di invadere la Repubblica Dominicana per provocare una rivolta contro Trujillo ed al "Bogotazo" del 1948, la ampia rivolta che scosse la capitale colombiana dopo l'assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán. La natura disorganizzata e caotica di queste imprese fallite ha svolto un ruolo importante nel plasmare le opinioni di Castro sulla disciplina politica e sulla soppressione di opinioni e fazioni dissidenti all'interno del movimento rivoluzionario.

Aderì poi alla crociata del Partito Ortodoxo guidata dal carismatico senatore Eduardo "Eddy" Chibás, candidandosi per la Camera dei Rappresentanti. Quello Ortodoxo era un partito riformista, democratico e progressista inequivocabilmente contrario al comunismo, ed incentrato sulla eliminazione della corruzione politica diffusa nell'isola. Fu la sezione giovanile di questo partito che offrì a Fidel Castro le basi fondamentali per la sua formazione, quando si spostò su posizioni di lotta armata contro la nuova dittatura militare appena instaurata dal generale in pensione Fulgencio Batista.

Batista aveva preso il potere con un colpo di Stato il 10 marzo 1952, per evitare che si tenessero le elezioni generali che avrebbe dovuto aver luogo, e che egli era certo di perdere- il 1 ° giugno dello stesso anno. Verso la fine del 1956, poco più di due anni prima che Batista fosse rovesciato, il Movimento 26 Luglio di Castro, aveva preso il nome dal giorno del suo attacco armato fallito nel 1953 ed aveva cominciato a emergere come il polo egemone nell'opposizione alla dittatura. Ciò venne reso possibile, in parte, dal crollo dei partiti politici più vetusti di Cuba, tra cui quello Ortodoxo, e dal fallimento dei moti guidati da altre organizzazioni. Ma la sua egemonia tra le fila rivoluzionarie si deve anche alle sue doti politiche. Castro è stato uno scaltro rivoluzionario ed un maestro nell'utilizzare gli elementi chiave della prevalente ideologia politica democratica in opposizione a Batista per attrarre e ampliare il sostegno di tutte le classi sociali di Cuba. Ne è una conferma il suo ripetuto sostegno, prima della vittoria del movimento rivoluzionario, alla costituzione progressista e democratica del 1940, che era molto popolare. Come pure il modo, senza nulla togliere alla sua militanza politica, con cui ha minimizzato il ruolo del radicalismo sociale nel suo libro del 1953, La Storia mi assolverà.

Fidel Castro è stato anche un tattico consumato che intuiva immediatamente e agiva sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, dopo essere stato rilasciato dal carcere e aver trovato rifugio in Messico nel 1955, coniò lo slogan "nel 1956, saremo tutti martiri o uomini liberi." Lui sapeva che con questo impegno doveva per forza far ritorno a Cuba in quell'anno, anche se non era militarmente pronto, oppure correre l'immenso rischio di perdere credibilità. Tuttavia, decise che questo era necessario per differenziare il suo gruppo dai suoi concorrenti armati e per rilanciare la coscienza politica popolare soprattutto tra i giovani, che era stata così erosa dalla disillusione. Mantenne la sua parola sbarcando a Cuba con 81 altri uomini a bordo della Granma nella prima parte del mese di dicembre 1956, cosa che aumentò significativamente il suo prestigio.

Dopo la vittoria

La totale sconfitta dell'esercito di Batista da parte di Fidel Castro aprì la strada alla trasformazione di una rivoluzione politica democratica interclassista in una rivoluzione sociale. Nei primi due anni dopo la rivoluzione, Fidel Castro cementò il suo schiacciante sostegno popolare con una radicale redistribuzione della ricchezza che poi si trasformò in una nazionalizzazione dell'economia che comprendeva anche le più piccole imprese al dettaglio. Questa economia altamente burocratizata ebbe risultati molto scarsi, per di più aggravati dal criminale blocco economico che gli Stati Uniti avevano imposto a Cuba già nel 1960. Fu il massiccio aiuto sovietico a Cuba che rese possibile al regime mantenere un austero tenore di vita che garantiva la soddisfazione dei bisogni più elementari della popolazione, in particolare l'istruzione e la sanità. Altrettanto significativo nel rafforzare il sostegno popolare per il regime di Castro fu la rinascita di un anti-imperialismo popolare che era rimasto dormiente nell'isola fin dagli anni Trenta.

Controllo Organizzativo

Il governo di Fidel Castro incanalava il sostegno popolare in mobilitazione popolare. Questo è stato il contributo più significativo del governo cubano alla tradizione comunista internazionale. Ma mentre incoraggiava la partecipazione popolare, Fidel ha impedito il controllo democratico popolare, e mantenuto per sè tutto il comando politico che poteva.

Sotto la sua guida, lo Stato del partito unico cubano è stato istituito agli inizi degli anni '60 ed è stato legalmente sancito dalla Costituzione adottata nel 1976. Il Partito Comunista utilizza le "organizzazioni di massa", come cinghie di trasmissione per gli "orientamenti" del partito. Quando queste "organizzazioni di massa "vennero originariamente fondate nel 1960, tutte le organizzazioni indipendenti già esistenti che avrebbero potuto potenzialmente concorrere con le istituzioni ufficiali vennero eliminate. Tra queste vi era la "Sociedades de color", che per lungo tempo era stato il fondamento della vita organizzata dei neri a Cuba, le numerose organizzazioni di donne per lo più impegnate in attività di assistenza, e le organizzazioni sindacali, che vennero incorporate nell'apparato statale dopo una vasta purga di tutte le opinioni dissenzienti.

Il controllo personale e verticistico di Fidel Castro era una delle principali fonti di irrazionalità economica e degli sprechii. Il saldo complessivo dei suoi interventi personali negli affari economici è del tutto negativo. Si va dalla campagna economicamente disastrosa per un raccolto di 10 milioni di tonnellate di zucchero nel 1970, che non riuscì a raggiungere i suoi obiettivi e danneggiò a lungo il resto dell'economia, fino alla incoerenza economica ed all'invadente micro-gestione della sua "Battaglia delle Idee "poco prima di lasciare l'incarico.

Manipolazione e repressione

Una delle caratteristiche principali dei 47 anni di governo di Fidel Castro era la sua manipolazione del consenso popolare. Questo fu particolarmente evidente nei primi due anni della rivoluzione (1959-1960), durante i quali non rivelò mai nemmeno ai suoi sostenitori dove aveva intenzione di andare politicamente. La censura sistematica che il suo governo aveva istituito dal 1960 era intrinseca alla politica di manipolazione del suo regime, ed è continuata con Raúl Castro. I mass media, nel rispetto degli "orientamenti" del Dipartimento ideologico del Partito Comunista di Cuba, pubblicano solo le notizie che soddisfano le esigenze politiche del governo. La censura colpisce di più in radio e televisione, che sono sotto l'egida del ICRT (Instituto Cubano de Radio y Television), un'istituzione disprezzata da molti artisti e intellettuali per le sue pratiche censorie e arbitrarie. La sistematica assenza di trasparenza nelle operazioni del governo cubano è continuata con il governo di Raúl Castro. Un chiaro esempio ne è la rimozione improvvisa, nel 2009, di due leader politici di vertice, il ministro degli Esteri Felipe Pérez Roque e il vicepresidente Carlos Lage, senza una spiegazione completa da parte del governo per questa decisione. Da allora esiste un video che mostra la versione del governo su tale questione, ma viene mostrato solo ad un pubblico selezionato di dirigenti e quadri del Partito comunista cubano. La censura e la mancanza di trasparenza a volte si sono trasformate in menzogna vera e propria, come nel caso di ripetute smentite di maltrattamenti fisici nelle prigioni cubane di Fidel Castro, a fronte della sua esistenza ben documentata da numerose organizzazioni indipendenti per i diritti umani.

Fidel Castro aveva creato un sistema politico che non esitava a usare la repressione, e non solo contro i nemici di classe, per cementare il suo potere. Si tratta di un sistema che ha fatto ricorso alla polizia ed a metodi amministrativi per risolvere il conflitto politico. Questo sistema ha utilizzato il sistema giuridico in modo arbitrario per soffocare il dissenso politico e l'opposizione. Tra le leggi che ha invocato per raggiungere questo obiettivo ci sono quelle che puniscono la propaganda nemica, il disprezzo per l'autorità (desacato), la ribellione, chi agisce contro la sicurezza dello Stato, la stampa clandestina, la distribuzione di notizie false, la pericolosità sociale pre-criminale, le associazioni illecite, incontri e manifestazioni , la resistenza, la diffamazione e la calunnia. Nel 2006, Fidel Castro ha ammesso che un tempo vi erano 15.000 prigionieri politici a Cuba, anche se nel 1967 aveva detto che erano 20.000.

Politica estera

Per molti latinoamericani e tante altre persone del Terzo Mondo non è stata la creazione del comunismo a Cuba, che ha suscitato la loro simpatia per il leader cubano. E' stata piuttosto la sua sfida ostinata all'impero nordamericano e la sua persistenza ostinata in questo sforzo, non solo affermando l'indipendenza cubana, ma anche il sostegno e la sponsorizzazione ai movimenti all'estero contro le classi dominanti locali e l'impero degli Stati Uniti. Il governo di Fidel ne ha pagato il prezzo con la sponsorizzazione di Washington di invasioni militari, di tentativi di assassinio e campagne di terrore, oltre al blocco economico di lunga data dell'isola. Restare in piedi davanti al Golia del Nord America non era solo una questione di superare una potenza di gran lunga superiore, ma anche di battere l'arroganza e il razzismo del potente vicino del nord. Come lo storico Louis A. Perez ha notato, Washington guardava spesso ai cubani come a bambini a cui si è dovuto insegnare come comportarsi.

Eppure ci sono numerose idee sbagliate nella sinistra sulla politica estera cubana. Se è vero che Fidel Castro ha mantenuto la sua opposizione all'impero degli Stati Uniti fino al suo ultimo respiro, la politica estera cubana, soprattutto dopo la fine del 1960, è stata spostata più sulla difesa degli interessi dello Stato cubano, come definito da lui e dalla sua alleanza con l'URSS, che sulla ricerca della rivoluzione anticapitalista come tale. Poiché l'Unione Sovietica considerava l'America Latina come parte della sfera d'influenza degli Stati Uniti, esercitò una forte pressione politica ed economica su Cuba perchè diminuisse il suo sostegno aperto per la guerriglia in America Latina. Entro la fine del 1960, l'URSS era riuscita in questo sforzo e questo è il motivo per cui nel 1970 Cuba si interessò all'Africa con un vigore che veniva dal sapere che le sue politiche in quel continente erano strategicamente più compatibili con gli interessi sovietici, nonostante le molte divergenze tattiche . Questa alleanza strategica con l'URSS aiuta a spiegare perché la politica africana di Cuba ha avuto implicazioni molto diverse per l'Angola e l'apartheid del Sud Africa dove si collocava generalmente a sinistra, anzichè per il Corno d'Africa, dove non lo era. In questa parte del continente, il governo di Fidel Castro ha sostenuto una sanguinaria dittatura di "sinistra" in Etiopia e, indirettamente, ha contribuito agli sforzi del governo etiope per sopprimere l'indipendenza dell'Eritrea. Il solo fattore più importante per spiegare la politica di Cuba in quella zona era che il nuovo governo etiope si era schierato dalla parte dei sovietici nella guerra fredda. E 'stato per le stesse ragioni che Fidel Castro, con grande sorpresa e delusione del popolo cubano, sostenne l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, anche se era chiaro che l'avversione politica di Castro per le politiche liberali di Dubcek ha giocato un ruolo importante nella sua decisione di sostenere l'azione sovietica. Fidel Castro ha inoltre sostenuto, almeno implicitamente, l'invasione sovietica dell'Afghanistan nel 1979, anche se lo ha fatto con molto disagio e in sordina, perché, di fatto, Cuba aveva appena assunto la guida del Movimento dei Paesi Non Allineati, la cui grande maggioranza si oppose con forza all'intervento sovietico.

Come regola generale, la Cuba di Fidel Castro, anche nelle prime fasi della sua politica estera nei primi anni '60, aveva evitato di sostenere i movimenti rivoluzionari contro i governi che avevano buoni rapporti con L'Avana e avevano respinto la politica degli Stati Uniti verso l'isola, indipendentemente dalla colorazione ideologica di quei governi. I casi più paradigmatici dell'approccio basato sulle "ragioni di Stato" della politica estera cubana sono i rapporti molto amichevoli che Cuba ha mantenuto con il Messico del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e con la Spagna di Franco. E 'anche interessante notare che in diversi paesi dell'America Latina come il Guatemala, El Salvador e Venezuela, il governo di Fidel Castro ha favorito alcuni movimenti di guerriglia e di opposizione e altri che si opponevano a seconda del grado in cui erano disposti a sostenere le politiche di Cuba.

Fidel Castro in prospettiva storica

L'istituzione di un regime di tipo sovietico a Cuba, non può essere spiegato sulla base delle generalizzazioni riguardo il sottosviluppo, la dittatura e l'imperialismo, che sono state applicate a tutta l'America Latina. Il solo fattore più importante che spiega l'unicità dello sviluppo di Cuba è la direzione politica di Fidel Castro che ha fatto la grande differenza nel trionfo contro Batista e nel determinare il corso preso dalla rivoluzione cubana dopo che è salito al potere. A sua volta, il ruolo di Fidel Castro è stato reso possibile dalla particolare struttura socio-economica e politica della Cuba della fine degli anni '50. Vi erano classi capitaliste economicamente abbienti ma politicamente deboli, poi la classe media e la classe lavoratrice; un esercito di professionisti e per molti versi mercenario, la cui leadership aveva legami deboli con le classi economicamente potenti; e un sistema notevolmente decaduto di partiti politici tradizionali.

L'eredità di Castro, però, si è fatta incerta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Con Raúl Castro, il governo, in particolare dopo il sesto congresso del Partito comunista nel 2011, ha promesso cambiamenti significativi nell'economia cubana che puntano nella direzione generale del modello sino-vietnamita che combina una apertura al mercato capitalistico con l'autoritarismo politico. Il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti annunciato nel mese di dicembre del 2014, e che Fidel Castro a malincuore ha approvato qualche tempo dopo, è probabile che possa facilitare questa strategia economica soprattutto nel caso improbabile che il Congresso degli Stati Uniti modifichi o abroghi la legge Helms Burton approvata nel 1996 (con il consenso del presidente Clinton) trasformando in legge il blocco economico degli Stati Uniti sull'isola. Nel frattempo, la corruzione e le disuguaglianze stanno crescendo e corrodono la società cubana, contribuendo ad un senso generale di pessimismo e il desiderio di molti in particolare i giovani, dilasciare il paese alla prima occasione.

Alla luce di un probabile futuro stato di transizione capitalista e del ruolo che il capitale straniero e poteri politici, come gli Stati Uniti, il Brasile, la Spagna, il Canada, la Russia e la Cina possono svolgervi, le prospettive della sovranità nazionale di Cuba -forse l'elemento più inequivocabilmente positivo del lascito di Fidel Castro - sono altamente incerte.

Samuel Farber*

(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


*Samuel Farber è professore di scienze politiche al Brooklyn College. Nato e cresciuto a Cuba, fra i suoi libri troviamo Revolution and Reaction in Cuba, 1933-1960, The Origins of the Cuban Revolution Reconsidered, e più recentemente The Politics of Che Guevara: Theory and Practice (Haymarket Books, 2016)

mercoledì 30 novembre 2016

Il femminismo è una questione di vita o di morte

 category bolivia / peru / ecuador / chile | género | portada author Sunday October 30, 2016 18:03author by Melissa Sepúlveda - El Ciudadano


In queste ultime settimane, le reti sociali si sono riempite di rabbia e di frustrazione davanti all'evidenza, ancora una volta, di ciò che accade da moltissimo tempo: tortura, stupri e omicidi di donne, per il solo fatto di essere donne. 
Vanno e vengono commenti di tutti i tipi. La risposta da parte di donne da tutto il mondo è stata l'organizzazione di marce di solidarietà, incontri e attività sotto lo slogan "Ni una menos". E dall'altra parte si sono manifestate reazioni viscerali da parte di uomini che, volendo giocare all'empatia, avanzano lo slogan assurdo di "nadie menos” (nessuno di meno), evidenziando così che non è tanto facile, nemmeno quando si parla di donne uccise, che gli uomini abbandonino i loro privilegi di dominazione. Oggi è sempre più chiaro che questa guerra silenziosa è una questione di vita o di morte, e la riflessione è il primo strumento che abbiamo per combattere questa lunga storia di dominazione patriarcale.

Analizzare ciò che si nasconde dietro questi eventi non è per niente facile, poiché dobbiamo mettere in discussione il senso comune che è profondamente radicato nella società. Vorrei iniziare con una domanda chiave: a chi appartiene il corpo delle donne? Sembra che tutti vogliano possederne almeno una parte: lo Stato obbliga alla maternità attraverso il divieto dell'aborto. Il marito maltratta e trattiene la donna attraverso la dipendenza economica ed emozionale. Il padre decide delle sue figlie attraverso la sua doppia autorità, e lo sconosciuto si sente in diritto di guardare e toccare il corpo della donna quando vuole. D'altra parte, l'idea che siamo soggetti che necessitano protezione e cura, ovvero l'associazione apparentemente ovvia tra femminilità e debolezza, stabilisce un'alleanza tra il ruolo sociale e l'autopercezione della donna, cosa che permette il consolidamento di un vincolo che, visto da vicino, assomiglia ad una schiavitù, ma che fino ad oggi non scandalizza nessuno, se non le femministe più convinte. A questo proposito è significativa la frase di Simone de Beauvoir: "L'oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse".

È come se dovessimo necessariamente appartenere a qualcuno, che sia il padre, il fidanzato, il marito o lo Stato, ad un grado tale di brutalità che la proprietà sul nostro corpo legittima anche il diritto di porre fine alle nostre vite. Questa è la massima autorità del "pater". D'altra parte, bisogna chiedersi: cos'è che succede alla soggettività maschile che è capace di commettere le atrocità di cui siamo testimoni? Alcuni si appellano all'infermità mentale, ma gli stupratori sono effettivamente tutti uomini psicotici senza coscienza e volontà, o per lo meno, tanto malati da essere giudicati in base alla loro capacità di intendere e di volere? Il numero elevato dei casi di violenza fisica e psicologica contro le donne nel mondo sono tipici di una società profondamente malata. Le giustificazioni individuali di questi fatti che si ripetono sistematicamente non fanno che spostare il punto d'interesse dell'analisi, cosa che si esprime in maniera esemplare nella stampa quando descrive i femminicidi più cruenti come "pazzie d'amore" o "crimini passionali", dove naturalmente abbondano gli argomenti e i commenti sul vestito indossato dalla donna, sull'eventuale consumo di droghe o sulla sua presunta infedeltà, come giustificazioni perfette per far valere il massimo grado del potere maschile. La difesa della proprietà privata grida: "L'ho uccisa perché era mia", questione che è presente anche dall'altro lato della medaglia: "Poteva essere mia sorella, mia madre o mia moglie". Mia. L'invisibilità delle molestie per strada agli occhi degli uomini potrebbe spiegarsi con il fatto che, stranamente, basta un solo uomo in un gruppo di donne perché il codice patriarcale riconosca che l'uomo è il proprietario di quelle donne. Così, praticamente in tutta la storia della civiltà occidentale il corpo della donna è stato utilizzato come merce o come simbolo di sovranità, essendo lo stupro di donne e bambine nei territori conquistati in guerra un ripetuto e doloroso esempio nella nostra memoria.

Quali sono le soluzioni? E qui viene il problema più grande. Molti compagni sostengono che sia necessaria una pena esemplare: ergastolo, o pena di morte. Senza dubbio la questione cruciale è che gli uomini non sono capaci di riconoscere i loro privilegi nei confronti delle donne. Sono sempre "altri uomini" che abusano, uccidono o violentano, e sembra non esserci una relazione tra i casi di femminicidio e altre forme più sottili - ma ugualmente violente - proprie della "cultura dello stupro". 
Per esempio, nella marcia di domenica scorsa contro la AFP(1), durante un intervento artistico che proponeva un viaggio attraverso i luoghi comuni che vivono quotidianamente i cileni, come l'umiliazione di fronte al capo e l'insofferenza di fronte all'esclusione, si affermava: "Siamo persone, entriamo in un bar con le nostre gambe, guardiamo e tocchiamo tette e culi caldi". Quanto è ormai interiorizzato il fatto che l'uomo possa comprare il corpo della donna, sia che passi attraverso la pubblicità che accompagna un prodotto o attraverso un magnaccia in un bordello. Però non bisogna dimenticare che il patriarcato non è solo capitalismo. L'accesso al corpo della donna non è solo mediato dal mercato, e per capirlo possiamo osservare uno spazio dove la relazione commerciale non è presente: la famiglia.

Di fronte all'inevitabile mobilitazione sociale delle donne le autorità del governo traboccano d'ipocrisia. Le politiche contro la violenza intrafamiliare sono state inefficaci dalla creazione del Sernam(2) e la legge sul femminicidio in Cile si limita agli omicidi commessi contro la donna che è o è stata coniuge o convivente dell'autore del crimine. La legge sull'aborto dorme in parlamento e il recente Ministero della donna investe in opuscoli sull'uso di un linguaggio inclusivo senza nessuna interpellanza o sanzione ai mezzi di comunicazione che quotidianamente sono complici di una cultura misogina. Le domande le rivolgiamo ora a noi stesse e a noi stessi: perché permettiamo che quotidianamente il sostentamento culturale dei femminicidi venga trattano con ironia? Perché non reagiamo di fronte alla violenza simbolica nello stesso modo in cui reagiamo alle donne assassinate? Perché permettiamo che "Morandé con compañía"(3) riempia gli spazi del tempo libero del popolo lavoratore?

A seguito dei casi di femminicidio che oggi commuovono l'America Latina e il mondo è necessario riflettere profondamente sulle forme in cui riproduciamo il patriarcato e come questi cinquemila anni di dominazione siano profondamente radicati nel nostro senso comune. Non possiamo sottovalutare la possibilità che ci offre il femminismo di osservare e trasformare quello che succede quando il dirigente sindacale, politico o sociale torna a casa; o ciò che succede nelle relazioni sociali delle nostre città. Sfortunatamente è in questa intimità, con la complicità della famiglia, che avvengono gli orrori più grandi. E' difficile vedere quanto il nemico sia vicino, però i compagni devono assumere e riconoscere i privilegi che ostentano in questa società patriarcale - e abbandonarli, se realmente vogliono lottare per l'emancipazione dell'umanità.

Alle mie sorelle, lamngen(4), e donne di tutto il mondo voglio dire che abbiamo una battaglia da vincere, che è probabilmente la madre di tutte le battaglie: costruire un mondo nuovo, proteggere il territorio, che è il nostro corpo e la nostra terra. Questo è un appello femminista alla costruzione di reti di autodifesa: proteggiamoci, diffondiamo solidarietà tra di noi, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e nelle nostre organizzazioni. Non tolleriamo più questa violenza sistematica. Unite vinceremo!


(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


note:
1) AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones) sono istituzioni finanziarie private incaricate di amministrare i fondi pensione.
2) Il Sernam (Servicio Nacional de la Mujer) è un organismo che promuove l'uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne fondato nel 1990.
3) Programma televisivo cileno con evidenti contenuti sessisti, oggetto di diverse polemiche.
4) “Sorelle” in lingua mapuche.

giovedì 24 novembre 2016

Palestina-Israele, dopo 13 anni di lotta unitaria (12 a Bil'in), abbiamo conquistato il diritto a tenere manifestazioni non-armate contro il muro della separazione, contro i coloni e contro l'occupazione*

 
Bil'in, Ni'ilin, Qaddum, Shikh Jarrah e Colline Sud di Hebron
All'inizio, erano più di 450 gli Israeliani della sinistra radicale che si unirono alle centinaia di Palestinesi di Bil'in e della regione nella lotta contro il furto delle terre del villaggio per costruirvi sopra l'insediamento coloniale di Modi'in Elit protetto dal muro della separazione. Ci son voluti 7 anni perchè le forze di stato smettessero di impedire agli attivisti israeliani di recarsi a Bil'in ogn venerdì per le manifestazioni unitarie. E ci sono voluti altri 5 anni perchè la smettessero di spararci addosso gas lacrimogeni e proiettili "non-letali". Due abitanti di Bil'in hanno perso la vita, centinaia di Palestinesi e di Israeliani sono rimasti feriti, fermati e persino arrestati (per i Palestinesi fino ad un anno e mezzo di detenzione, per gli Israeliani non più di uno o due giorni). Diverse migliaia di attivisti internazionali hanno partecipato insieme a noi alle manifestazioni e contribuito ad allargare la lotta contro l'occupazione a livello internazionale. Proseguono i maltrattamenti notturni contro gli attivisti del villaggio, ma la lotta non si fermerà.













 
 
*Ilan Shalif

http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/



Anarchici Contro Il Muro

http://www.awalls.org



Blog di Ahdut (Unità - organizzazione comunista anarchica israeliana): http://unityispa.wordpress.com/



(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 21 ottobre 2016

Nella riconquista di Mosul, le YPG/J e la Guerriglia devono stare molto attente


ocalanI piani e le cospirazioni tra Turchia, Qatar ed il Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) contro la Rojava non hanno mai fine. Documenti messi a disposizione da Wikileaks di recente riguardano incontri ed accordi tra questi tre soggetti ed un incontro segreto tra Abu Bakr al-Baghdadi e Barzani, il capo del KRG, caso mai ci fossero stati dei dubbi. Basta guadare i link in fondo all’articolo.
Quando l’ISIS ha preso  Mosul andò a vantaggio della Turchia, del Qatar e del KRG. Anche la liberazione di Mosul potrebbe andare a loro vantaggio a meno che le YPG/J (le unità di difesa del popolo e delle donne della Rojava) e le forze della Guerrilla ne prendano consapevolezza e cambino la loro tattica.
Turchia, Qatar e KRG hanno completamente fallito nelle loro precedenti politiche che miravano a sconfiggere il movimento sociale nonchè a distruggere i Cantoni in Rojava, nonostante ce l’abbiano messa tutta: dall’invasione di Mosul, all’attacco a Kobane, dagli atti terroristici alla no-fly zone in Rojava fino al fallimento dell’azione combinata tra Turchia ed Arabia Saudita per entrare in Siria ed attaccare le forze curde col pretesto di combattere i gruppi terroristici.
L’attuale piano è quello di “riprendere Mosul”. Questo piano nasconde una cospirazione ed un progetto segreto. Che potrebbe essere pericoloso; se le YPG/J e la Guerriglia non cambiano tattica, potremmo perdere tutto quello che è stato conquistato in Rojava.

Qual è il piano segreto?

L’anno scorso c’erano alcune ragioni per l’esercito turco per attraversare il confine e posizionarsi nei pressi di Mosul. Una è di carattere storico: Mosul era una delle regioni dell’Impero Ottomano dei tempi che furono. Le altre ragioni: dopo la sconfitta subita dalla Turchia e dall’ISIS a Kobane, la Turchia ritiene importante difendere l’ISIS se fosse attaccato a Mosul allo scopo di poter tornare a Raqqa e nel suo territorio in tutta sicurezza. Si tratta anche di proteggere le autobotti piene di petrolio che trasportano greggio a basso prezzo in Turchia ed a Raqqa, di fare pressione sulle YPG/J e sulla Guerriglia che stanno proteggendo la comunità Yazida, ma anche di aiutare i Peshmerga di Barzani se entrano in conflitto con le forze della YPG/J e della Guerriglia. Più importante ancora diventa il “grande piano o il piano segreto”, nel tentativo di riprendere il controllo di Mosul. Se come anticipato l’esito sarà la sconfitta dell’ISIS, la conseguenza potrebbe essere lo spostamento dell’ISIS verso Jazerra. Questo è lo scopo principale ed originario del piano.
Un piano deciso molto tempo fa. C’è da sperare che quando l’ISIS sarà sconfitto, non avendo  nessun posto dove spostarsi non vada verso al-Rabia. Al-Rabia e le aree intorno sono sotto il controllo dei Peshmerga di Barzani. In questa situazione sarebbe facile per loro penetrare in Jazeera. Una volta presa Jazeera il piano previsto è quello di scatenare l’attacco contro le YPG/J ed i suoi abitanti. Ciò che rende questo piano perfetto è l’esistenza del Consiglio Nazionale Curdo—l’organismo ombrello dei partiti curdi siriani creato con Barzani come sponsor. Se questo Consiglio in quanto alleato di Barzani non sostiene direttamente l’ISIS, certamente lo sostiene indirettamente.
Le YPG/J, la Guerriglia e forze Yazide alla riconquista di Mosul dovrebbero eludere la tattica della Turchia e di Barzani. Dovrebbero prendere parte alle operazioni militari in modo poco impegnativo. La tattica migliore sarebbe quella di radunare tutte le loro forze nella regione al di là del fronte per resistere ad un ritorno dell’ISIS verso i confini di Jazeera. E’ estremamente importante impedire loro di entrare in Jazeera. Dovrebbero essere distrutti oppure costretti a spostarsi dentro l’Iraq e nel Bashur (Kurdistan iracheno). Che siano il governo iracheno ed il KRG curdo ad aver a che fare con l’ISIS come hanno fatto fin dall’inizio o meglio non hanno fatto quando l’ISIS prese Mosul, permettendo il genocidio degli Yazidi.
E’ necessario che le YPG/J e la Guerriglia si defilino da questa guerra che ha come obiettivo il cuore della Rojava, Jazeera; occorre che eludano la tattica della Turchia e del KRG allo scopo di proteggere e mantenere tutto ciò che hanno costruito finora.

di Zaher Baher
Agosto 2016


(traduzione a cura di AL/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)
da http://anarkismo.net/article/29516

Links for reference:

ISIS survives largely because Turkey allows it to: the evidence …
https://undercoverinfo.wordpress.com/2015/11/20/isis-su…ence/>*
WikiLeaks Reveals Saudi Arabia, Turkey & Qatar Secret Anti-Sy
https://www.google.co.uk/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&sourc…nRdqQ
Yerevan Saeed one of the Rudaw TV staff that financed by the Prime minster of KRG, Necheravan Barzani passed information on MIT about the PKK movement and its relationship with the Kurdish political parties in Bashur.
https://wikileaks.org/…/1446311_-fwd-re-guidance-questions
In the link below Yerevan Saeed informing MIT about the movement of PJK ( the PKK sisterhood in Iran) on the Iran/ Iraq borders
https://wikileaks.org/…/1824264_re-s3-g3-iraq-turkey-iran-c
In the link below Yerevan Saeed informed MIT that PKK wants to have relationship with Israel.
https://wikileaks.org/…/1147093_re-insight-pkk-and-alledged
zaherbaher.com

mercoledì 31 agosto 2016

Palestina-Israele, un "allentamento" di Israele ha portato ad una calo di intensità

Dopo tanti anni è dura abituarsi alla sostituzione dei lacrimogeni e dei proiettili con
la minaccia di essere arrestati se uno supera una certa linea immaginaria. Per molti anni ci siamo preoccupati di quando sarebbe arrivato il giorno
in cui chi prende le decisioni nello Stato di Israele avrebbe ridotto al minimo e persino interrotto la dura repressione
delle manifestazioni unitarie settimanali contro l'occupazione, contro i coloni e contro il muro della
separazione. Il 27-5-16 a Bil'in fu la prima volta in cui le forze di stato non spararono su una manifestazione. Ce ne vollero
altre dodici così perchè capissimo che eravamo davanti ad un vero cambiamento di strategia. Lo scorso venerdì loro
ci hanno persino "invitato" a tornare a manifestare nell'area del nuovo muro della separazione - proibita
a tutti noi da almeno un anno. Pare che i tanti milioni investiti nella lotta per contrastare la campagna
B.D.S. (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni contro le merci israeliana, ndr) siano serviti ad assumere dei managers più intelligenti in grado di costringere l'esercito a ingoiare
il proprio orgoglio ed a smettere di maltrattare le manifestazioni del venerdì e gli attivisti internazionali che
vi prendono parte.


Bil'in

15-7 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=966067790159220
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10209875909117527
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/posts/10208702921863411
https://www.facebook.com/groups/1598839217102154/permalink/1652286015090807/
https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/966069416825724
https://www.facebook.com/abdallah.aburahma.3/posts/1072487669504209
Bil'in manifestazione di venerdì 22-7-16.
6 Israeliani e circa una dozzina di internazionali si sono uniti a quasi
due decine di residenti. Il comandante della regione ha cercato di dar mostra della sua creatività cambiando la
routine dei relativamente blandi scontri delle ultime settimane. Ha fatto mettere degli avvisi di
cartone, con cui ci invitava a non tenere conto dei divieti militari precedenti ed a proseguire il corteo fino
alle aree liberate al di là della vecchia strada del muro smantellato. Dopo aver ignorato gli avvisi
e quasi raggiunto il nuovo muro della separazione siamo stati bloccati da soldati che manovravano 
allo scopo di arrestare degli attivisti. Durante la nostra ritirata "troppo lenta" 5 sono stati fermati ma il resto
di noi si è ricompattato dietro molto lentamente... finchè abbiamo deciso di far ritorno al
villaggio.https://www.facebook.com/drrateb.aburahmah/posts/10210001995429421
https://www.facebook.com/ali.darali.5/videos/1026695230770991/
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208763865146955/
https://www.facebook.com/rani.fatah/posts/10209941401794803
29-7-16 https://www.facebook.com/drrateb.aburahmah/posts/10210064820520009
https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/974901219275877
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208820254076643/
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/posts/10208821438426251
5-8-16, tranquilla manifestazione del venerdì a Bil'in - una settimana prima del mio 79° compleanno.
6 Israeliani con gli Anarchici Contro il Muro si sono uniti a decine di attivisti internazionali
(soprattutto da Giappone e dalla Svezia) ed ai residenti del villaggio. Le forze di stato israeliane hanno "conquistato" di nuovo
la piazza del memoriale dedicato a Bassem dichiarandola zona militare chiusa.
Quando ci siamo arrivati, ci hanno minacciato di arresto se fossimo rimasti lì
ma non lo hanno fatto.
Dopo un lungo confronto soprattutto verbale siamo ritornati al villaggio.
(Ci manca davvero l'odore dei lacrimogeni e l'eccitazione di evitare i candelotti tiratici addosso
-cosa che non accade da più di un mese e le foto ora sono alquanto banali (: ma è meglio così
per il bene dei partecipanti alle manifestazioni.)
https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/979289602170372
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208876293077583/
https://www.facebook.com/rani.fatah/posts/10210057268731404
12-8-16 https://www.youtube.com/watch?v=oTo21Xd1VTI
https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/984090498356949
https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/posts/10208936281137247
https://www.facebook.com/annalisa.portioli/posts/10208045273701997
19-8-16, manifestazione del venerdì a Bil'in,
600^ manifestazione contro l'occupazione, contro i coloni e contro il
muro della separazione. La prima manifestazione dopo il cadere del mio 79° compleanno a Bil'in. 7 Israeliani
ed una dozzina di internazionali si sono uniti ad almeno due decine di residenti del villaggio in una delle manifestazioni più strane. Mentre
stavamo convergendo verso la periferia del villaggio per il corteo settimanale, le forze di stato che
attendevano nella loro solita posizione vicino alla strada dello smantellato muro della separazione hanno manovrato
in modo da invitarci a proseguire verso l'area proibita vicino al nuovo muro della separazione.
Timorosi di spiacevoli sorprese come alcune settimane fa, abbiamo fatto un lungo giro su strada sterrata
fino al cancello del muro della separazione. Dopo una lunghissima marcia siamo arrivati alla meta - dove le
forze di stato ci stavano aspettando a circa 50 metri dal cancello - "Concedendoci di fare lì
la manifestazione", ma minacciando arresti se avessimo superato una certa linea immaginaria.
Dopo un lungo tempo di blando confronto di vai e vieni con avanzate e ritirate abbiamo iniziato
a far ritorno al villaggio.
israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=r2I_-FTYkvU
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=989212011178131
https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/989214127844586

Ni'lin

15-7 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=hoPG5r_IcnU
https://www.facebook.com/anatllanat/posts/920587528050477
22-7-16 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=kh9mouislXk
5-8-16 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=9CSwf93K_gI
https://antinarrativeblog.com/2016/08/06/%D9%86%D8%B9%D9%84%D9%8A%D9%86-nilin-5-8-2016-%D7%A0%D7%A2%D7%9C%D7%99%D7%9F/
12-8 -israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=sNQx9SMbx00

Qaddum

A Kafr Qaddum lacrimogeni sulle manifestazioni
Nel pomeriggio del 15 luglio, il popolo di Kafr Kaddum ha preso parte ad una
manifestazione contro i continui furti di terreni ad opera dell'esercito israeliano. I soldati
controllavano le auto in uscita ed in entrata nel villaggio, hanno posizionato dei cecchini nei cespugli e sulla
cima delle colline. Tra le fila dell'esercito israeliano anche uomini in uniforme scura, un'unità speciale che
viene usata per sedare rivolte nelle carceri. Erano su una Jeep che portava candelotti lacrimogeni.
Chiaramente, la loro presenza serviva principalmente ad intimidire i manifestanti ed a prevenire le proteste.
Manifestanti Palestinesi marciano verso la strada
https://palsolidarity.org/wp-content/uploads/2016/07/DSCN5182-768x576.jpg
Palestinesi, Israeliani ed internationali parimenti tra la folla. Dopo qualche slogan,
la gente ha cercato di dare inizio ad un corteo ma appena si sono avvicinati alla collina dove stazionavano
i soldati, sono partiti i primi candelotti. I soldati israeliani hanno sparato anche proiettili
d'acciaio ricoperti di gomma contro i giovani palestinesi, ma anche parecchie raffiche di lacrimogeni
sia verso i giovani che verso tutti gli altri. Sebbene nessuno sia stato colpito,
molte persone hanno sofferto per le inalazioni di gas.
Prima di andarsene, l'esercito israeliano ha provveduto a distruggere la principale condotta d'acqua del villaggio,
la cui riparazione costerà almeno 3000 NIS [circa 700 euro, ndr]. Un eccessivo uso della forza è stato impiegato contro
un popolo che stava semplicemente lottando per riavere la sua strada, illegalmente sottrattagli
nel 2003.
https://palsolidarity.org/wp-content/uploads/2016/07/DSCN5260-768x576.jpg
5--18-16 https://www.facebook.com/annalisa.portioli/posts/10207990392409999

Nabi Saleh

12-8-16 https://www.facebook.com/bassem.tamimi/posts/10209252667786049
https://www.facebook.com/bassem.tamimi/posts/10209252546303012
yisraelpnm https://www.youtube.com/watch?v=sNQx9SMbx00
Non dite che non lo sapevamo n°510

I Palestinesi del villaggio di Burin subiscono enormi danni, causati dai coloni del
vicino insediamento di Yizhar.

Per esempio, venerdì 1 luglio 2016, i coloni di Yizhar hanno arato un terreno di tre
dunums (3000 mq), che appartiene invece ad un contadino di Burin.

Non dite che non lo sapevamo n°511

Martedì 12 luglio 2016, forze di sicurezza israeliane sono giunte nell'abitato beduino,
a nord del villaggio palestinese di 'Anata (a NE di Gerusalemme) - e vi hanno demolito 4
case. Hanno anche demolito l'intera infrastruttura agricola appartenente a 6 famiglie.

Mercoledì 13 luglio 2016, forze di sicurezza israeliane sono arrivate nell'abitato
palestinese di Jabal Mukabar, annesso a Gerusalemme, e vi hanno demolito 3 case che erano
state costruite lì, insieme ad una struttura agricola.

~~~~~~~~~~~~~~~~

Domenica mattina, 17 luglio 2016, il Fondo Nazionale Ebraico ha riportato le sue ruspe su una
collina vicina al villaggio di El-Araqib nel Negev, dove avevano già piantato
alberi vicino al villaggio.
Non dite che non lo sapevamo n°512

Ecco cos'è un furto di terra.

La controversia sulla proprietà della terra del villaggio beduino di El-Araqib (che vede gli abitanti in causa contro lo Stato) è tuttora pendente
in seno alla Corte Distrettuale.  Ciò nonostante, domenica 17 luglio 2016, ruspe del Fondo Nazionale Ebraico,
scortate dalla polizia, hanno iniziato lavori di movimento-terra sui terreni del villaggio. Lo scopo: la
completa plantumazione di una foresta di alberi sulla stessa terra la cui proprietà è tuttora
pendente in tribunale.  Durante la settimana, 8 abitanti di El-Araqib erano stati arrestati, dopo che 
avevano protestato contro quell'invasione. Tutti gli arrestati sono stati poi rilasciati.

Domenica 24 luglio 2016, le ruspe del Fondo Nazionale Ebraico hanno ripreso il lavoro. Ancora una volta,
8 manifestanti sono stati fermati, ma poi rilasciati.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Mercoledì 20 luglio 2016, rappresentanti governativi, scortati dalla polizia, sono arrivati
per demolire case di Beduini nel Negev.  Ad A-Zarnug, vicino Bir El-Hammam,
hanno demolito una casa.  A Bir El-Hammam, il proprietario di una casa ha demolito la sua stessa dimora. A Wadi
El-Na'am, a sud di Beer Sheva, hanno demolito 2 case.  A Laqiyya, hanno demolito un
edificio.

Non dite che non lo sapevamo n°513

Giovedì 4 agosto 2016, l'esercito ha demolito 5 case ed un ovile, nel
villaggio beduino di El Mu’arrajat, a nord di Gerico.  Alcune pecore ed alcune mucche sono fuggite. Non molto lontano
da lì, sull'altro lato della strada, i soldati hanno demolito delle tende che erano usate dai
pastori del villaggio.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Mercoledì 3 agosto 2016, mezzi pesanti del Fondo Nazionale Ebraico sono entrati nelle terre di Nuri El'Uqbi
(vicino Eshel HaNasi).  La proprietà della terra invasa dal FNE è attualmente pendente in
tribunale.  Circa 10 anni fa, 12 dunums (dunum = 1000 mq) di terra oggetto di controversia vennero
confiscati per asfaltare la Strada 310.

Giovedì 5 agosto 2016, agenti governativi, scortati dalla polizia, sono giunti al
villaggio beduino di Hashem Zane (vicino Segev Shalom) e vi hanno demolito una casa abitata da una donna con i 
suoi 10 figli.

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Non dite che non lo sapevamo n°514

La scorsa settimana, ci sono state molte demolizioni di case in tutta la Cisgiordania.

Ho scelto, invece, di mettere in evidenza lo sradicamento di ulivi.  Si tratta del caso di 
un terreno proclamato dall'esercito come "terreno di sorveglianza".  Si tratta di un tentativo di rubare terreni
ai Palestinesi cancellandone la loro proprietà per passarla allo
Stato, cioè alla proprietà degli Ebrei. Martedì 9 agosto 2016, l'esercito ha
sradicato circa 250 ulivi appartenenti al villaggio di Iskaka, ad est dell'insediamento coloniale di Ariel.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Lunedì 8 agosto 2016, agenti governativi, scortati dalla polizia, hanno
demolito una casa a Kseife, una città beduina nel Negev.  Poi, in seguito alle minacce ricevute dal
governo e dalla polizia, una famiglia beduina ha demolito le sue 2 case, ad Umm
Namila (a nord di Rahat).

Questions & queries: amosg@shefayim.org.il

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*Ilan Shalif

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Anarchici Contro Il Muro

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(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 4 maggio 2016

Palestina-Israele, La lotta unitaria persiste nonostante la stanchezza degli attivisti più anziani*.y

I primi anni della lotta unitaria contro il muro avevano portato ad alcune conquiste che entusiasmavano gli attivisti alla lotta. Per anni le incessanti lotte unitarie hanno ottenuto altri obiettivi, ma non tali da essere percepiti sul campo dalle persone. Gradualmente sia gli attivisti Palestinesi che quelli Israeliani hanno iniziato a mollare senza essere in gran parte sostituiti. Tuttavia, nel corso delle manifestazioni settimanali, i partecipanti - Israeliani, internazionali e Palestinesi- appaiono ben lontani dal pensare di abbandonare la lotta. Vediamo i cambiamenti nel campo degli internazionali. Li percepiamo negli attivisti internazionali che continuano a venire. Se le manifestazioni settimanali ricordano agli attivisti la fatica di Sisifo nello spingere un pesante masso fin sulla cima di una collina per poi vederlo rotolare giù e ricominciare, è evidente a tutti coloro che hanno chiaro il quadro d'insieme che spingere il masso sulla collina di nuovo ed ancora, porta alla defezione e probabilmente non siamo lontani dal momento in cui non ci sarà più nessuno che spingerà il masso fin su in cima alla collina. Bil'in 6-4-16 manifestazione del venerdì. 9 Israeliani con gli Anarchici Contro il Muro e decine di attivisti internazionali si sono uniti ai residenti e ad alcuni ospiti. Appena partito il corteo verso i piedi della collina - ma ancora internamente al villaggio- le forze di stato israeliane hanno iniziato a spararci addosso con candelotti lacrimogeni a lungo raggio. Ritirandoci un po' e manovrando per evitare i gas lacrimogeni non ci siamo fatti sopraffare. Alla fine di questo primo scontro abbiamo ripreso il corteo per avere come risposta una scarica di lacrimogeni ancora più intensa a cui siamo sfuggiti ancora una volta - fino a che le forze di stato se ne sono andate e noi abbiamo registrato un'altra vittoria. https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10207988490563075/ https://www.facebook.com/Mohammed.Yasin.photography/posts/684343858371646 https://www.facebook.com/Mohammed.Yasin.photography/photos/a.154834877989216.34383.153193851486652/684343538371678/ https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1307655269250508 15-4-16 https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/915799288519404 https://www.facebook.com/photo.php?fbid=915797115186288 m https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208039811366063/ https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10209164062121797 22-4-16 7 Israeliani con gli Anarchici Contro il Muro e 10 internazionali- per lo più spagnoli- si sono uniti ai residenti nella manifestazione settimanale n°581 contro l'occupazione, contro i coloni e contro il muro. Le forze di stato israeliane hanno cercato di disperderci ma noi ci siamo ritirati solo di alcune centinaia di metri. Dopo il loro terzo tentativo di intrusione, le forze di stato se ne sono andate e noi abbiamo dichiarato vittoria ancora una volta. https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208086979545238/ https://www.facebook.com/photo.php?fbid=919531764812823 https://www.facebook.com/mohamed.b.yaseen/posts/919532024812797 https://www.facebook.com/basem.yasen/posts/1279784285368359 29-4-16 manifestazione del venerdì. Nuovo comandante dell'esercito e nuovi regolamenti. 10 Israeliani e circa una decina di internazionali si sono uniti ai residenti per la manifestazione settimanale. Le forze di stato israeliane ci hanno "concesso" di uscire dal villaggio e persino di passare ai piedi della collina prima di iniziare a spararci addosso gas lacrimogeni. Poichè i venti da nord erano a nostro favore, alcuni attivisti sono rimasti lì tutti insieme in dcorteo mentre altri si ritiravano per poi avanzare di nuovo a seconda se le forze di stato caricassero o battessero in ritirata. Dopo un tempo più lungo del solito, le forze di stato se ne sono andate e noi abbiamo dichiarato un'altra vittoria. https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/videos/10208133750554484/ https://www.facebook.com/Mohammed.Yasin.photography/posts/692698870869478 https://www.facebook.com/anatllanat/posts/873190856123478 Qaddum 6-4-16 manifestazione del venerdì, report di Murad Shtaiwi: un giovane uomo è stato ferito da un proiettile di gomma e decine intossicati dai gas lacrimogeni nel corso della manifestazione per la giornata dei bambini palestinesi, feriti, arrestati e spesso uccisi dagli Israeliani. - https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1582792008700149 https://www.facebook.com/abu.sivan/videos/10154098537812500/ https://www.facebook.com/haytham.alkhateeb/posts/10208133464347329 29-4-16: 3 giovani feriti da proiettili di gomma durante la manifestazione di oggi a KAFR QUDOUM Duri scontri tra Palestinesi e decine di occupanti soldati israeliani nel corso della repressione della manifestazione di oggi a Kafr Qudoum, col bilancio di 3 feriti: due alla schiena ed allo stomaco da proiettili di gomma ed uno con ustioni alla mano provocate da un candelotto lacrimogeno. La manifestazione di oggi era iniziata alle 13.00 e diretta come al solito verso la strada chiusa; all'inizio non c'erano soldati ma dopo mezz'ora l'esercito e la polizia sono arrivati con grossi bulldozer che si sono scontrati con i giovani mentre cercavano si rimuovere i massi deposti sulla strada che impedivano alle Jeeps di inseguire i manifestanti. E' stata una battaglia impari tra noi e l'esercito che sparava proiettili di gomma e candelotti lacrimogeni in tutte le direzioni fino a provocare 43 casi di intossicazione, secondo PRCS (Palestinian Red Crescent Society, ndt) La manifestazione è terminata alle 15.00. https://www.facebook.com/amnonlotan/posts/10154091668477037 Ni'ilin 6-4-16 manifestazione del venerdì https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10208571419100269 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=reuUU6vKVS4 15-4-16 https://www.facebook.com/muhamed.ameera/posts/1047274615344939 22-4-16 https://www.facebook.com/muhamed.ameera/posts/1051772128228521 29-4-16 Questa settimana, nel villaggio di Ni'lin in Cisgiordania, le forze israeliane, inaspettatamente, non hanno invaso il villaggio prima dell'inizio della manifestazione. Per cui il corteo si è diretto verso i soldati. Sorprendentemente ed in contrasto con anni di manifestazioni, lo scorso venerdì le forze israeliane non hanno colpito le abitazioni civili con i gas lacrimogeni nè altre armi presunte "meno-letali" di "controllo delle masse". Le forze israeliane hanno sparato alcuni candelotti, ma non in quella quantità a cui gli abitanti del villaggio erano abituati in anni di lotta contro l'illegale muro dell'apartheid che li separa dalla maggior parte delle loro terre agricole. I residenti ora sperano che si sia giunti alla fine della pratica della punizione collettiva e di un eccessivo uso della forza inflitta a tutto il villaggio colpendo i civili. https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1056567774415623 Nebi Saleh 8-4-16 Commemorazione della battaglia di al-Qastel Palestinesi del villaggio di Nabi Saleh si sono scontrati con l'esercito israeliano per protestare contro la continua violenza coloniale e contro le espropriazioni dei terreni. I residenti hanno commemorato la battaglia di al-Qastel del 1948, famosa per la determinazione e l'eroismo dei combattenti della resistenza palestinese guidata da 'Abd al-Qader al-Husseini contro le milizie sioniste. https://schwarczenberg.com/nabi-saleh-08042016 David Reeb https://youtu.be/kxE2xh5MOV4 15-4-16 https://www.facebook.com/Marah.100.7/posts/1101276873269454 https://www.facebook.com/belal.tamimi/posts/10153326084116371 David Reeb https://youtu.be/gwkVl-YrjT4 israelpnm https://www.youtube.com/watch?v=VrCS1h3qDpo 29/04/2016 Dopo il rilascio di parecchi giovani del villaggio dalle prigioni israeliane, i residenti di Nabi Saleh si sono scontrati con l'esercito di occupazione, sfidando l'espropriazione della loro fonte d'acqua ad opera dell'esercito. I soldati hanno sparato raffiche di lacrimogeni contro i manifestanti, tra cui i nuovi candelotti a lunga gittata. Nessun ferito. https://schwarczenberg.com/nabi-saleh-29042016/ Deir Istiya A Deir Istiya, vicino Nablus nella Cisgiordania settentrionale occupata, i contadini continuano le loro proteste del venerdì iniziate alcune settimane fa, contro la chiusura delle strade di campagna che sono essenziali per raggiungere le loro terre e poter assicurare un reddito a se stessi ed alle loro famiglie. La protesta, come nelle scorse settimane, è iniziata con la preghiera vicino alla strada dei coloni che taglia fuori i contadini dalle loro terre e ne impedisce l'accesso. -------------------------------------- Non dite che non lo sapevamo n°495 Nel 1982 l'esercito israeliano aveva dichiarato proprietà di stato circa 100 dunums (dunum = 1000 mq) di terra appartenenti ad una famiglia palestinese del villaggio di Tafuh, ad ovest di Hebron, a sud dell'insediamento di Adora. Nel 2000 sui quei terreni è stata aperta una cava dalla compagnia israeliana Elyakim Ben Ari. Il 23 marzo 2016, le ruspe dell'esercito israeliano hanno scavato altre 30 dunums, che appartengono alla stessa famiglia, al fine di ampliare la cava. Questions and queries: amosg@shefayim.org.il -------------------------------------------------------------- Non dite che non lo sapevamo n°496 Domenica 3 aprile 2016, due pastori del villaggio palestinese di Mnezel (situato sulle colline sud di Hebron) – vicino all'insediamento di Metsudat Yehuda- hanno attraversato con le loro greggi il confine con Israele (intorno a Jinbeh). Gli ispettori della Pattuglia Verde non potevano tollerare questa orribile violazione ed hanno sequestrato il gregge – 150 pecore e capre che sono state chiuse in un ovile vicino Gerico. Ora i pastori devono pagare una multa di 17.000 NIS se vogliono riscattare il gregge. --- --- --- Martedì 5 aprile 2016, agenti del governo scortati dalla polizia sono arrivati ad El-Araqib per demolirlo ancora una volta. Non dite che non lo sapevamo n°497 Mercoledì 6 aprile 2016, i soldati israeliani sono giunti nel villaggio palestinese di Umm El-Kheir, nella regione delle colline sud di Hebron, vicino alla zona di espansione dell'insediamento di Carmel, e vi hanno demolito 6 case. 35 persone sono ora senza tetto. Gli abitanti sono Beduini, la famiglia Hadlin, della tribù di Jahalin. Avevano acquistato i terreni dove vivevano negli anni '50 dopo essere stati espulsi da Israele. ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ Mercoledì 06/04/16, agenti governativi scortati dalla polizia, sono arrivati a El-Bat per demolire una casa vicino alla strada 31, davanti al raccordo di Nevatim. Ad El-Sayyed, vicino Hura, hanno demolito un muro in costruzione. Non dite che non lo sapevamo n°498 Per anni, gli abitanti del villaggio palestinese di Ni'ilin hanno manifestato contro il muro della separazione, col supporto di attivisti israeliani e di pacifisti da tutto il mondo. Il muro separava 2.500 dunums (dunum = 1000 mq) di terre del villaggio dal villaggio stesso, separando così i terreni sul versante ovest. Durante la manifestazione di venerdì 8 aprile 2016, i manifestanti si sono avvicinati ai soldati che stazionavano nei campi del villaggio. I manifestanti hanno questionato con i soldati. I soldati hanno dichiarato l'area zona militare chiusa. I manifestanti si sono ritirati nel villaggio. I soldati hanno iniziato a sparare candelotti lacrimogeni e proiettili ricoperti di gomma. I candelotti sono stati sparati sul villaggio a mo' di punizione collettiva. Negli ultimi due mesi la loro gittata è aumentata. Questions & queries: amosg@shefayim.org.il Non dite che non lo sapevamo n°499 Nel novembre 2015, l'esercito israeliano aveva iniziato ad ampliare la strada che porta dal raccordo di Hares verso gli insediamenti di Immanuel, Yakir e Nofim. L'ampliamento di questa strada bloccherà il passaggio di 5 strade verso le 20.000 dunams di terra agricola che appartengono ai Palestinesi del villaggio di Deir Istiya. Venerdì 15 aprile 2016, gli abitanti del villaggio hanno fatto una pacifica manifestazione per protestare contro il blocco degli accessi alle loro terre. Un colono di passaggio in auto, si è fermato ed ha iniziato ad inveire contro i manifestanti. I soldati sono giunti sul posto per proteggerlo ed hanno sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti. Quattro di loro sono stati ricoverati in ospedale ed altri sette curati sul posto. **** Martedì 19 aprile 2016, agenti governativi scortati dalla polizia hanno demolito ancora una volta nel Negev il villaggio beduino di Al Arakib. Non dite che non lo sapevamo n°500 Agli inizi dell'ottobre 2015, un'unità dell'esercito israeliano entrò nel villaggio di Beit Umar, a sud di Betlemme. Nello scompiglio causato dall'ingresso dell'esercito, Ibrahim 'Awwad venne colpito alla testa. Ibrahim era padre di due figli e sua moglie era incinta. Morì pochi giorni dopo. All'alba di lunedì 25 aprile 2016, i soldati isreliani sono entrati nella casa dei genitori di Ibrahim per una perquisizione. Una soldatessa ha chiesto alla madre di Ibrahim di spogliarsi, due volte. I soldati hanno messo sottosopra la casa e prelevato una grossa quantità di denaro e gioielli per un valore di 3000 NIS pari a 150 dinari giordani. per altre informazioni: amosg@shefayim.org.il -------------------------------------------------------------------------------- 1 Maggio 1 Maggio: manifestazione ad Haifa organizzata dai comunisti anarchici di Ahdut (Unità) + radicali. https://www.youtube.com/watch?v=glgST5J6QVY https://www.facebook.com/unityahdut/posts/1233040153387834 ================================= *Ilan Shalif http://ilanisagainstwalls.blogspot.com/ Anarchici Contro Il Muro http://www.awalls.org Blog di Ahdut (Unità - organizzazione comunista anarchica israeliana): http://unityispa.wordpress.com/ (traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

domenica 3 aprile 2016

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

 

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

la lotta di classe ed il comunismo anarchico come soluzione Più o meno 50 anni fa abbiamo assistito allo smantellamento della maggior parte degli imperi coloniali europei in Africa. Grandi speranze avevano salutato le “nuove nazioni” che si erano formate – e certamente, c’era stato un loro progressivo discostarsi dal dominio coloniale, con il suo razzismo, il controllo esterno e l’economia estrattiva.
Delusioni dell’indipendenza
Tuttavia, molte delle speranze furono presto deluse. Politicamente, gli Stati africani più indipendenti si sono trasformati in dittature o in sistemi a partito unico, di solito guidati dal partito nazionalista che aveva preso il potere al momento dell’indipendenza – e, progressivamente anche l’esercito ha assunto un ruolo sempre più importante. Molti di questi stati erano altamente corrotti, anche predatori, e il divario tra le locali classi dirigenti indigene che si erano affermate e le masse, è cresciuto in misura esponenziale.
Queste piaghe non hanno avuto origine dal periodo coloniale, dato che molte società africane erano già molto divise, ma si sono reiterate e si sono sviluppate nel corso del tempo. Le nuove classi dirigenti erano emerse in gran parte da gruppi di classe media istruita e dalle aristocrazie tradizionali; invece, dall’indipendenza in poi, le masse non hanno mai gestito le “nuove nazioni”.
Sono poi seguite le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ’80. La povertà e le disuguaglianze sono molto diffuse, la disoccupazione esiste su larga scala, con un tasso di persone in stato di assoluta povertà e in zone di guerra che qui supera quello di qualsiasi altra regione del mondo. I piani postcoloniali di industrializzazione delle economie con la costruzione di una industria  manifatturiera locale tramite economie chiuse e protette, sono in gran parte falliti. Oggi, l’intero PIL dell’Africa sub-sahariana, compresa la sua potenza economica, il Sud Africa, vale meno della metà di quello di un unico solo paese europeo come la Germania.
Respingere le spiegazioni razziste
Mettendo da parte il Sud Africa, che ha una storia peculiare tutta sua, come spiegare ciò che è successo all’economia africana? Possiamo subito sgombrare il campo da quelle interpretazioni secondo cui gli Africani sarebbero i più corrotti o i meno capaci.
Oltre ad essere basate su idee razziste, queste spiegazioni non tengono conto del fatto che i grandi fallimenti economici, le disuguaglianze, la repressione e bassi livelli di sviluppo industriale si possono riscontrare ovunque – comprese intere aree dell’Europa, specialmente nelle regioni orientali e meridionali.
Il ruolo del colonialismo
Una spiegazione molto più comune e diffusa nella sinistra dà la colpa quasi del tutto al colonialismo.
Questa argomentazione fa giustamente notare che l’inserimento di gran parte dell’Africa nell’economia mondiale capitalista come produttore di materie prime (agricole o estrattive) ha messo il continente in una condizione di svantaggio. Un paese in cui il nucleo dell’economia poggia sulla esportazione di merci come il cacao o il mais è un paese molto vulnerabile. Se le esportazioni  o i prezzi scendono, sorgono subito gravi problemi. Dal momento che queste economie  ‘agro-minerali’ devono importare beni costosi ma essenziali, ecco che sono doppiamente vulnerabili.
Molti piani di industrializzazione postcoloniali sono stati finanziati da entrate derivanti dalle esportazioni di materie prime – tramite le tasse e, dove la proprietà statale era soverchiante, dai profitti – ma questo flusso di capitali si prosciugò negli anni ’70 con la crisi globale del capitalismo. Per provare a salvare la situazione, molti Stati si indebitarono pesantemente, sprofondando sempre più nel vortice del debito. Alcuni paesi, come lo Zambia, ebbe una finestra di solo 9 anni dalla sua indipendenza (1964) alla crisi globale (1973) per cercare di cambiare un modello vecchio di un decennio; ma le loro prospettive non sono mai state granchè.
Le economie africane, pesantemente orientate verso l’esportazione di materie prime prodotte con madopera a basso costo, sono entrate in una grave crisi a partire dagli anni ’70.
Ma c’è molto di più oltre il colonialismo
Il problema che sorge con la spiegazione coloniale, è che essa ci dice molto poco sul perché i paesi che esportano materie prime di grande valore – come la Nigeria, con la sua grande industria petrolifera – si trovano anch’essi in una disastrosa situazione di ristrettezze economiche. Infatti, la Nigeria ha sistematicamente sia l’energia petrolifera che la carenza di benzina, pur essendo il 12° più grande produttore di petrolio al mondo. A questo proposito, va detto che non tutti i paesi con una storia coloniale alle spalle rimangono intrappolati nel destino di produttori di materie prime o di perdenti economici.
A parte esempi alquanto ovvi come gli Stati Uniti, una ex-colonia britannica, potremmo confrontare il Ghana e la Corea del Sud, l’uno colonia britannica e l’altra giapponese, divenuti indipendenti nel giro di pochi anni l’uno dall’altro, con similitudini sia nei problemi economici che nelle dimensioni della popolazione e dei periodi di dominio coloniale. Il Ghana ha sopportato decenni di crisi economica e ha perso da anni gli investimenti ed il business occidentali. La Corea del Sud è diventata, nonostante la guerra civile nel 1950, una grande potenza industriale, con un’economia più grande di quella di molti paesi occidentali.
Una storia coloniale inoltre non spiega, di per sé, perché – nonostante i problemi – la classe dirigente di questi paesi rimane incredibilmente ricca: c’è un problema qui relativo a come le risorse vengono controllate e che non trova spiegazioni guardando solo al colonialismo. Una accentuazione sui problemi esterni porta ad una cecità sulle dinamiche di classe interne.
Accumulazione con la corruzione
Ma quando si guardano più da vicino le strutture di classe interne, le risposte emergono. In gran parte dell’Africa subsahariana, le nuove classi dirigenti che hanno preso il posto delle potenze coloniali hanno utilizzato lo Stato per accumulare ricchezza. Il che ha preso la forma, in molti casi, della corruzione diretta, che a sua volta ha portato ad economie in declino mentre infrastrutture come l’energia e le strade hanno cominciato a crollare. Invece di servire gli interessi imperialisti, questa situazione ha portato alla caduta delle esportazioni di materie prime ed alla instabilità politica.
Dal momento che la chiave interpretativa qui è l’aumento dei governanti corrotti, occore dare una spiegazione anche alla corruzione. Al momento dell’indipendenza, a differenza di molte altre regioni, non c’era una classe capitalista locale. C’erano pochi industriali locali, a confronto ad esempio dell’India, il che significava ben poche pressioni a livello locale sulla capacità distributiva dello Stato.
Ma significava anche che c’era poco spazio per le classi dirigenti che avevano il potere al momento dell’indipendenza, di accumulare ricchezza altrimenti che ricorrendo allo Stato. Con lo Stato come luogo principale di accumulazione, sono scoppiati crudeli scontri tra fazioni delle classi dirigenti, portando ad un ciclo di repressione, di colpi di stato militari, di Stati a partito unico ed alla instabilità. Spesso le divisioni tribali, razziali e religiose si sono dispiegate a ventaglio in questi conflitti, portando alle violenze.
I rapporti di forza tra le classi
I movimenti della classe operaia non erano molto forti (i sindacati erano piuttosto piccoli) e la sinistra era spesso molto debole. Questo ha reso difficile iniziare a mettere i freni alle classi dirigenti corrotte. Col moltiplicarsi delle dittature, i sindacati e gli oppositori dissidenti sono stati repressi o cooptati. Nelle campagne, si è mantenuto il sistema di governo dei capi e dei re, già utilizzato dalle potenze coloniali. I piccoli agricoltori, molti dei quali contadini, sono sempre difficili da organizzare – ed il governo gestito dai capi ha reso la situazione peggiore.
Per cui, anche se la storia coloniale è una componente del problema, non la si dovrebbe usare per giustificare le locali classi di governo, che hanno saccheggiato i loro stessi paesi e represso le classi popolari.
Il disordine del libero mercato
Le misure neoliberiste adottate dagli anni ’80 hanno avuto risultati contrastanti. Dato che si dava  la colpa di tutti i problemi all’intervento statale, ignorando l’economia mondiale, molti dei piani neoliberisti sono stati completamente sbagliati – anche in termini capitalistici. In generale la povertà, la disoccupazione e i prezzi sono aumentati in modo drammatico, anche se questo probabilmente sarebbe accaduto comunque.
Ne sono scaturite rivolte di massa, che hanno portato ad un’ondata di governi dimissionari. Ma dal momento che questi movimenti di “seconda liberazione”, in generale, non avevano granchè in termini di programma politico, a parte alcune riforme democratiche, la maggior parte di loro sono degenerati. I diritti politici sono stati ampliati, ma resta lo Stato corrotto, così come la struttura economica agro-minerale. La recente crescita economica è trainata principalmente dalla maggiore domanda di materie prime dall’Asia, ma i problemi di fondo della povertà e della instabilità rimangono.
La necessità di una rottura radicale
Solo un cambiamento radicale – una nuova Africa, fondata su uno sviluppo socialista e libertario – può mettere fine a questo ciclo di violenza. Il che significa una lotta contro le classi dirigenti africane, come pure contro l’imperialismo. Ed è necessaria anche una rottura con le idee “terzomondiste” che ignorano la questione di classe all’interno dell’Africa, e col nazionalismo, il quale chiama all’unità di tutti gli Africani – cosa che può solo portare ad una sorta di inutile unità tra gli oppressori locali e le loro vittime.
Senza un programma politico promosso dalla sinistra progressista e dagli anarchici, le frustrazioni e la miseria delle masse troveranno risposte in idee vuote (come la  “democrazia”) o in movimenti reazionari (come Boko Haram) ed in sentimenti come il razzismo e l’odio verso gli immigrati.
LUCIEN VAN DER WALT
Pubblicato su ‘Tokologo,’ n° 5/6, pp. 17-19.
Link esterno: http://zabalaza.net
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

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