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per giulio

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lunedì 10 maggio 2021

Aperitivo Italia! Capitalismo, crisi e pandemia

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 A più di un anno di distanza dal suo inizio, la sindemia (l’impatto globale della pandemia di Covid-19  e  i suoi effetti economici  sociali e ambientali) continua a imperversare in tutto il pianeta e a impattare profondamente sulle nostre vite.

Le speranze di un rapido superamento della pandemia, unitamente alle aspettative di una società che in qualche modo potesse uscirne migliorata, sono ormai naufragate miseramente per lasciare invece un panorama assolutamente desolante per chi auspica un mondo migliore: nessun cambio di rotta sulla questione climatica e ambientale, concausa ormai acclarata della sindemia, un radicamento dell’ingiustizia a livello planetario, un corpo sociale sempre più diviso, incattivito, ancora più chiuso nel proprio individualismo.

Si tratta di una fase estremamente difficile in cui operare, in cui nelle pur contrapposte narrazioni dominanti tra aperturisti e chiusuristi, no vax e si vax, catastrofisti e negazionisti non trova spazio alcuna critica all’attuale modello imperante del capitalismo globale, il quale si concede indisturbato il lusso di speculare finanche sui vaccini.

Con la complicità dei governi occidentali di qualsiasi colore politico infatti, qualche settimana fa è stata bocciata la proposta di sospensione dei brevetti sui vaccini; senza alcuna discussione politica o o risonanza  mediatica, nonostante da oltre un anno le notizie relative al Covid-19 monopolizzino la scena mediatica. Una scelta suicida, oltre che profondamente ingiusta, in quanto è in grado di favorire lo sviluppo di varianti sempre più aggressive, per salvaguardare i profitti di Big Pharma.

E l’enfasi posta sul piano vaccinale torna a nascondere l’assenza di risposte sul potenziamento della sanità territoriale e della medicina preventiva.

Il sistema capitalista, grazie all’aiuto dei parlamenti e del circuito massmediatico, è riuscito a sfuggire alle proprie responsabilità, instillando scientemente dosi di paura, rancore, rabbia cieca, dubbio, sfiducia nella scienza. Il risultato è sotto ai nostri occhi: una guerra di tutti contro tutti, in cui è vero tutto e il contrario di tutto. Un caos nel quale  il grande capitale riesce indisturbato a continuare il suo percorso di accumulazione e arricchimento, con una quota sempre più indecentemente alta della ricchezza globali concentrata in poche mani. Se già prima della sindemia le condizioni di vita delle fasce più povere della società erano molto difficili, oggi alcuni dei soggetti più fragili sembrano totalmente esser spariti dai radar della politica e delle istituzioni,  i migranti primi tra tutti.

È di pochi giorni fa purtroppo la notizia della morte di 130 migranti nel Canale di Sicilia: da due giorni le autorità europee sapevano della presenza di 3 barconi in balia di cattive condizioni meteo, nessuno Stato ha mosso un dito per aiutarli, tanto da suscitare la deplorazione delle Nazioni Unite.

L’apprezzamento di Draghi nei confronti del nuovo governo di unità nazionale libico anche in tema di gestione dei salvataggi, di fatto rimpatri forzati o naufragi assistiti, si svolge in contemporanea alla visita al dittatore Erdogan di Ursula Von der Leyen per rilanciare i rapporti UE- Turchia, basato sul rinnovo dello sciagurato accordo  sull’immigrazione del 2018, in cui il contenimento dei migranti al confine turco è merce di scambio per l’impunità e il controllo dei corridori energetici e della ridefinizione dei confini marittimi tra Libia e Turchia in funzione dello sfruttamento dei giacimenti marittimi di gas.

Così nel mediterraneo continuano a sparire migliaia  di corpi   senza nome né storia, così come nessuno si preoccupa degli sgomberi forzati, nonostante il blocco  formale degli sfratti, dell’invisibilità sociale  di centinaia  di migliaia di persone, regolari e irregolari, affidati alla carità delle istituzioni e delle reti clericali, di fatto prive di assistenza sanitaria da parte di una sanità pubblica  allo stremo e che si regge, nel migliore dei casi, sul volontarismo e sull’improvvisazione creativa.

Intanto è tutto quasi pronto per la spartizione della maxi-torta da oltre 200 miliardi di euro prevista dal Next Generation UE, declinato in Italia come Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Soldi a pioggia per grandi opere e  digitalizzazioni, briciole  per la sanità e, sotto la voce mobilità,  l’ennesimo rilancio dell’auto individuale. Un modello che va sempre più verso l’atomizzazione e il controllo  sociale, e nessuna risposta ai bisogni e beni collettivi, dal trasporto pubblico, alla scuola, al diritto alla casa.

Nel frattempo con la scusa del contenimento dell’epidemia si ingessa ogni forma di socialità non commerciale, di organizzazione, di dissenso. L’orario del  coprifuoco, la cui valenza simbolica è pesantissima rispetto allo scarso senso sanitario, viene contrattato pensando alle esigenze dei baristi e nessun’altra a remora e considerazione. In questa apparente calma sociale piatta  la sinistra istituzionale e i suoi quadri intermedi si adagiano, come sempre autoassolvendosi  nel  ruolo di responsabilità che si autoassegnano. Un esempio lampante, l’ultimo, è il patto sul pubblico impiego, e il prossimo rinnovo del contratto, che dopo tanta retorica a fasi alterne, comporterà un’ennesima spinta alla privatizzazione della pubblica amministrazione, senza alcuna possibilità di coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici.  Per chi si ostina a considerare piazze e strade  destinate a un uso diverso dall’aperitivo, la repressione è sempre in agguato, nell’ormai solito silenzio  assordante

A fronte di quanto sopra detto, appare chiaro che la speranza di uscire dalla sindemia di Covid-19, ed evitare ulteriori effetti devastanti sulle fasce più deboli, passa per la messa in discussione del sistema capitalista da parte dei soggetti che in prima persona stanno già pagando il prezzo di questa crisi,  e come militanti anarchic*  e attivist*  di classe vogliamo

  • sostenere tutte le iniziative per la sospensione degli obblighi previsti dall’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale dei brevetti sui vaccini, che permettono di fare profitti sulla nostra salute;
  • smascherare ed opporsi alle strategie di ristrutturazione capitalistica nascoste nei provvedimenti emergenziali
  • rilanciare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici a tutti i livelli,  per la difesa del reddito e dei diritti, nell’ottica una battaglia per la riduzione d’orario a parità di paga e l’abolizione del precariato, la lotta per un permesso di soggiorno incondizionato europeo.
  • recuperare l’agibilità politica nelle strade e nelle piazze, contestando l’innalzamento del livello di repressione che si sta registrando negli ultimi tempi, non ultimo il movimento No Tav durante le azioni di protesta contro il cantiere del nuovo autoporto di San Didero e le forme di autorganizzazione sindacale,
  • la centralità e il diritto all’istruzione come strumento di emancipazione e non come prodotto
  • rilanciare l’offensiva ambientale e climatica con il rafforzamento di alleanze e comitati trasversali e unitari
  • creare e partecipare ai comitati locali per controllare i piani di resilienza
  • continuare l’intervento antifascista e antirazzista, anche con il sostegno a reti di solidarietà e mutuo appoggio, inclusive e dal basso

domenica 31 gennaio 2021

Recovery Fund In Salsa Lombarda










A fine novembre 2020, il consiglio regionale lombardo ha emanato una risoluzione – la 40/2020 – avente come oggetto la “Risoluzione concernente il Recovery Fund: proposte per la definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza PNRR” e ovviamente riguardante gli investimenti della quota spettante alla regione del Recovery Fund europeo, pari a 35 miliardi di Euro.

Scorrendo i capitoli di spesa, salta subito all’occhio come al potenziamento della sanità sono state riservate le briciole, così come al potenziamento del trasporto pubblico locale, ovverosia i due principali punti di criticità rilevati durante la pandemia, rimarranno con il cerino in mano ancora una volta. Nella risoluzione la salute occupa l’ultimo posto del documento e, dietro a dichiarazioni di rafforzamento di un servizio sanitario universalistico, si parla principalmente di interventi sulla digitalizzazione e sul miglioramento tecnologico, mentre non vengono nemmeno menzionati i necessari rafforzamenti della medicina territoriale, del piano USCA per la continuità assistenziale, né tantomeno di un potenziamento del personale, che soprattutto in quest’ultimo anno è stato sottoposto ad una mole di lavoro inaccettabile, sebbene imprevista. Si parla di riforme indispensabili al buon funzionamento del SSR, ma intanto rimane vergognosamente in vigore la legge regionale voluta da Maroni che di fatto equipara la sanità pubblica e quella privata, dirottando la maggior parte dei fondi disponibili verso la sanità privata equiparata.

Voci recenti danno per certi investimenti voluti dal ministero dell’economia e che vedrebbero destinati alla sanità nazionale 18 miliardi di euro per opere di ammodernamento dei servizi ed edilizia sanitaria. Ovviamente, essendo la sanità materia appannaggio delle regioni, in Lombardia rimarrebbe in vigore la legge regionale di cui sopra, che drenerebbe gran parte degli investimenti verso strutture private; mentre siamo pronti a scommettere che non vi saranno opere di ristrutturazione e di recupero per ciò che concerne l’edilizia sanitaria, ma la creazione di nuovi poli ospedalieri ai quali poi mancherebbero i presidi di medici ed infermieri, come già ampiamente dimostrato dal progetto dell’ospedale allestito da Fontana, Gallera e Bertolaso nei padiglioni ex Expo.

Per ciò che concerne il trasporto, vengono privilegiate come sempre le grandi opere stradali e ferroviarie, soprattutto quelle inerenti le tratte che interesseranno le olimpiadi invernali del 2026, vero e proprio eventificio che già sta devastando il paesaggio montano e che da qui ai prossimi cinque anni dirotterà una quantità enorme di denaro pubblico. Molto spazio verrà dato anche per potenziare i servizi ferroviari per collegare i nuovi luoghi della gentrificazione e i mega centri commerciali (leggasi Rho ed Arese), mentre il trasporto locale che muove la maggior parte degli studenti e dei pendolari è rimasto nuovamente con il cerino in mano e, a livello metropolitano, i fondi verranno usati soprattutto per il completamento della linea 4 della metropolitana. Niente andrà a potenziare i mezzi di superficie, né i collegamenti interregionali, da sempre veri e propri carri bestiame negli orari di punta. Invece di queste azioni, viene ipotizzata una nebulosa “domanda pubblica intelligente”, il cui fine ultimo è una nobile gratuità dei mezzi pubblici per neutralizzare le disparità sociali, ma i cui mezzi per arrivarci non è dato conoscere.

Il documento poi ha una parte corposa dedicata alla Green Economy, pomposamente intitolata “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, entro la quale si evince che la transizione ecologica è considerata quasi esclusivamente dal lato economico e profittevole e quasi mai da quello di tutela e salvaguardia del bene comune e della salute pubblica. Basti pensare che la parte del gigante la farà l’economia circolare, ovverosia la volontà di chiudere virtuosamente il ciclo dei rifiuti e della fertilizzazione del suolo tramite digestato naturale (scarto della produzione del biogas), che di fatto porterà ad una sorta di oligopolio di grosse società che gestiranno tutte le varie fasi dei cicli di lavorazione, ottimizzando le spese e danneggiando la già scarsa biodiversità dell’ecosistema lombardo.

Vi sono poi molte contraddizioni evidenti, come la creazione di piste ciclabili e la disincentivazione del traffico veicolare privato che cozzano con lo sblocco dei cantieri previsto dal piano Lombardia del maggio 2020 e a causa del quale molti sindaci e diverse consorterie sono già andate in regione a battere cassa per poter cementificare e far ripartire l’economia locale tramite l’edilizia (si veda come esempio la costruzione dell’autostrada Cremona-Mantova, che diverrà l’ennesima cattedrale nel deserto); o ancora, la volontà di creare dei veri e propri boschi urbani quando solo pochissimi anni fa palazzo Lombardia (sede della regione) è stato costruito radendo al suolo il bosco di Gioia ; oppure il bosco denominato “La Goccia”, nel nord di Milano, già al centro delle mire di società immobiliari che già stanno gestendo la gentrificazione degli ex scali ferroviari milanesi, con il beneplacito dell’amministrazione Sala.

Detto anche di una larghissima fetta di denaro che andrà investita in innovazione digitale e quindi reti 5G regionali e completa digitalizzazione della P.A. per snellire la burocrazia (promessa questa che torna ad ogni tornata elettorale o ad ogni elargizione di denaro da parte dell’Europa), rimane da dire della scuola, anch’essa interessata dalla “rivoluzione digitale” e che vedrebbe portate avanti delle questioni già ampiamente trattate dalla riforma Gelmini in avanti, ovverosia una domanda didattica al passo coi tempi e che vede materie riguardanti innovazione e digitalizzazione a prendere spazi dedicati a studi più umanistici e formativi e il proseguimento della partnership tra scuola e aziende, arrivando a paventare anche “l’insediamento di uffici di lavoro presso i plessi e i comprensori scolastici” (paragrafo 1.4.2) il che segnerebbe la fine della funzione storica della scuola come di un istituto atto a formare la persona adulta, divenendo solo uno strumento di reclutamento di personale da parte delle aziende, che potranno disporre di lavoratori a costo zero e sostituibili anno dopo anno.

Perfino le politiche di pari opportunità vengono svilite e ridotte a mera questione economica; ad esempio l’inclusione sempre più ampia delle donne nel mondo del lavoro ( o meglio, dell’imprenditoria femminile) contribuirebbe in maniera determinante alla crescita economica (paragrafo 1.5.1) e oltretutto ammanterebbe il mondo imprenditoriale di una patina progressista che in realtà è una foglia di fico che copre uno sfruttamento del plusvalore sempre maggiore.

Come si vede la risoluzione è ammantata di buoni propositi, ma alla fine è un mero sdoganamento del neoliberismo più sfrenato e dello sfruttamento delle risorse umane e ambientali. Sarebbe però ingeneroso intestare tutto ciò solo alla Lega. Anzi, la delibera è passata con 69 voti favorevoli su 69 consiglieri presenti in aula ed è anzi il PD ad intestarsi la vittoria, dapprima essendosi battuto per il recovery fund e poi per avere appoggiato appieno tutte le richieste arrivate dall’Unione Europea in sede di erogazione del maxi prestito.

Giova infatti ricordare che da un po’ di tempo l’UE è vista come una forza progressista che si oppone ai vari populismi nazionalisti e a volte anche alla grosse multinazionali statunitensi e asiatiche, ma rimane invece uno strumento della borghesia estremamente funzionale al capitalismo. Se a volte può sembrare che sviluppi forme economiche vicine al welfare, in realtà non lo fa per principi di equità e di giustizia sociale, ma per cercare di garantire una politica dei consumi estremamente importante per il grande capitale finanziario. Basti pensare appunto che il recovery fund è stato voluto per ovviare ai danni che la pandemia sta causando, ma i suggerimenti sui capitoli di spesa che l’Unione stessa ha fornito riguardano solo uno sblocco economico, senza nessuna ricaduta sulle questioni sociali e sanitarie.

Ancora una volta quindi il “modello lombardo” è lo specchio fedele del volere del capitale, facilmente esportabile in ogni altro territorio e subdolamente ammantato di ecologismo, mutualismo e femminismo per renderlo più facilmente difendibile. Ovviamente i movimenti si sono già espressi e non si faranno certamente raggirare da questa patina progressista, ma il grande magma di persone che, lontane dalla militanza, auspicano però un mondo con eguali diritti per tutti, potrebbero farsi traviare da questa narrazione tossica che in ultima analisi non mette in discussioni le radici delle disuguaglianze civili ed in più colpisce forte i diritti sociali. E’ in questo magma che bisognerà muoversi per disvelare la vera natura degli interventi economici come il recovery fund e le politiche locali e nazionali che andranno a decidere come e quando bisogna spendere questi soldi.


giovedì 7 gennaio 2021

Pandemia e Mutualismo

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Sono ormai nove mesi che le vite quotidiane di ognuno di noi sono scandite dai numeri di decessi, di ospedalizzati e di positivi causati dal Covid-19. Mesi terribili durante i quali sono emerse delle falle inaccettabili nella gestione dell’emergenza.

Stato e regioni si sono continuamente rimpallate colpe e responsabilità e hanno preferito risolvere la questione dei contagi imponendo una sorta di lockdown graduale a seconda della gravità delle diverse situazioni territoriali – le famose zone rosse, arancioni e gialle, dettate anche e soprattutto dal volere confindustriale di evitare serrate generalizzate.

Nei fatti è stata colpita e penalizzata soltanto la socialità delle persone, lasciando loro la libertà di contagiarsi nei posti di lavoro e in itinere sui mezzi pubblici, come i numeri dei decessi stanno a testimoniare quotidianamente.

L’ipotesi di mettere in discussione il modello sanitario vigente, che ha la sua massima espressione in quello lombardo, basato essenzialmente sui finanziamenti pubblici alla sanità privata convenzionata e allo smantellamento della medicina di prossimità, della medicina di base e dei consultori, non è nemmeno stata presa in considerazione. Medici ed infermieri hanno iniziato a mobilitarsi e a denunciare carenze di organico importanti, che soprattutto in periodo di pandemia causano gravi disservizi, sia perché la mole di lavoro aumenta e il personale rischia direttamente il contagio e la conseguente quarantena, sia perché lo stesso personale viene dirottato sulle strutture Covid, come il famoso ospedale lombardo ricavato negli ex padiglioni expo, aumentando ulteriormente la pressione sui presidi locali.

In questa seconda ondata la sanità pubblica si trova ancora nella situazione di non riuscire a curare tutti, dirottando sui privati chiunque possa permetterselo (ricordiamo ad esempio che il San Raffaele ha richiesto parcelle di 90 euro anche soltanto per un consulto telefonico) e abbandonando a loro stessi tutti i meno abbienti.  Un disastro gestionale, dove tutto il nostro supporto va a quei medici e quegli operatori sanitari che sono entrati in stato di agitazione e che denunciano situazioni insostenibili rischiando anche il posto di lavoro.

Questo clima di incertezza della cura si accompagna all’insicurezza economica, aggravata dal peso del rischio costante di isolamento, di deprivazione di autonomia e di conseguenza peggiora tutte le condizioni di disagio.

Se sono stati numerosi gli interventi a pioggia per ampi settori di popolazione, spesso senza criteri di reddito, tante e tanti sono rimasti fuori dall’attenzione collettiva, pagando spesso i prezzi più alti.  Poco o nulla emerge di quanto succede nelle carceri, nei CPT, nei campi e nelle baraccopoli, ai profughi bloccati in mezzo al mare o che cercano di atraversare monti e confini. A fianco delle realtà che da sempre si occupano di povertà, il variegato mondo del terzo settore, si stanno affiancando nuove forme di autorganizzazione, a diverso livello di conflittualità, e delle reti di mutuo appoggio, basate soprattutto sul soccorso alimentare a persone in difficoltà perché hanno perso il lavoro o perché costrette da sole in quarantena. Queste reti sorte spesso a partire da gruppi già organizzati sui vari territori, si stanno replicando in tutta la Penisola, dove grazie a militanti di centri sociali, case del popolo, circoli arci, brigate volontarie di solidarietà già attive e partiti politici si è riusciti a creare reti di supporto che andassero ad affiancare le strutture istituzionali

Tutto questo ha permesso di portare un aiuto concreto e fattivo a un grande quantitativo di nuclei familiari, altrimenti abbandonati a loro stessi.

 

Un supporto che cerca di interessare anche la questione sanitaria: dove ce n’è stata la possibilità e la capacità, si sono attivati o potenziati ambulatori popolari che suppliscono la carenza dei piani di medicina domiciliare USCA, che ad esempio in Lombardia, la regione più colpita sia nella prima che nella seconda ondata, ha visto attivate circa 55 unità sulle 200 considerate come numero minimo per sgravare le attività di pronto soccorso. Un aiuto decisivo in tal senso proviene dalle tanto vituperate ONG, come  Emergency e MSF, che hanno messo a disposizione strutture, personale e saperi per affrontare meglio la pandemia.

Se il primo impulso nell’improvviso sviluppo di questo piano solidaristico è sicuramente stato un modo di ribellarsi all’impotenza sociale, in assenza di altri sbocchi di carattere conflittuale, e la consapevolezza di doversi mantenere aperti spazi di agibilità e di movimento di fronte a una situazione di militarizzazione del territorio e di  non vanno sottovalutate due importanti ricadute. La prima ha a che fare con una utilissima tendenza alla ricomposizione di classe, sia nel senso di un riavvicinarsi al piano della materialità dei bisogni su una base paritaria e autorganizzata, sia nel senso della condivisione di un piano progettuale e logistico tra realtà magari contigue territorialmente ma iperframmentate e normalmente non comunicanti. Tavoli di lavoro comune, a partire dal basso, hanno la potenzialità di ricostruire canali di azione comune, anche alzando gli obiettivi in una fase che si possa aprire più conflittuale. Sono già in corso forme di aggregazione in reti a respiro nazionale dentro la quale vengono scambiate informazioni che possono tornare utili a chiunque, non strutture verticistiche che ricadano poi sui vari territori, ma supporto reciproco in modo che ognuno sappia affrontare le emergenze al meglio delle proprie capacità.

Il secondo aspetto interessante è il tentativo di introdurre meccanismi di partecipazione e protagonismo che riempiano di contenuti attuali il concetto di mutualismo, che parte dalla solidarietà ma ad essa non si può fermare per non ricadere in una pura sussidiarietà funzionale al mantenimento dello status quo.

Ancora una volta diverse esperienze non anarchiche riscoprono proprie pratiche nate e cresciute all’interno dell’ambito libertario: non è la prima volta che all’interno del movimento si assumano pratiche anarchiche quali il mutuo appoggio senza fare professione di anarchismo.

Data la natura variegata ed interclassista delle varie realtà coinvolte nei progetti mutualisti, nei quali ognuno porta il proprio vissuto, compito dei militanti e delle militanti comunisti anarchici, presenti nelle strutture di base e coinvoltii nelle pratiche mutualistiche, è quello di anche quello di denunciare la natura classista che sta dietro alla gestione statale dell’emergenza, nella quale i più poveri e i più svantaggiati pagheranno conseguenze ben più salate rispetto alla ricca borghesia. Perché se è vero che il virus non guarda in faccia nessuno, è altrettanto vero che le possibilità di una cura e di una vita  degna è un privilegio di classe che è necessario scardinare

lunedì 16 novembre 2020

APPELLO AL MUTUALISMO ! Brigata di Solidarietà per l'Emergenza - Mario "Spartaco" Betto - Pordenone

 Appello al mutualismo!


Fai la tua parte, unisciti alla Brigata di Solidarietà
per l’Emergenza Mario “Spartaco” Betto!
Ci rivolgiamo a tutte e tutti i pordenonesi.
Siamo nuovamente in emergenza e a rischio lockdown anche in FVG.
Migliaia di persone non possono più lavorare e avranno difficoltà economiche, altre
migliaia un lavoro già l’avevano perso, o non l'hanno mai avuto, e non potranno
trovarne un altro.
Gran parte di noi fatica a reggere l'urto di questa seconda ondata ma chi ha già pagato e
pagherà il costo più alto sono le fasce più vulnerabili, tantissimi anziani che avranno
difficoltà a fare la spesa, ad avere relazioni e contatti, a procurarsi medicinali, spesso
salvavita, e a curarsi; e ancora famiglie e persone fragili, con disabilità e altre difficoltà
materiali, umane e psicologiche.
L'emergenza sanitaria e socio-economica ci impone l'urgenza della solidarietà
attiva.
Per questo motivo abbiamo deciso di trovarci e di costituire una brigata di mutuo soccorso,
l'abbiamo voluta intitolare a un partigiano di Visinale di Pasiano di Pordenone che ai tempi
della terribile lotta la nazifascismo si sacrificò per una causa di libertà e giustizia.
Nasce la Brigata di Solidarietà per l'Emergenza “Mario “Spartaco” Betto.
Si tratta di un'unità operativa che in modo dinamico opererà su tutto il territorio

pordenonese cercando di coprire richieste dirette e indirette che altri enti e istituzio-
ni già attive negli aiuti non riescono a coprire.

Ci occuperemo di consegnare spese alimentari di prima necessità e medicinali alle
persone in quarantena e che si trovano in uno stato di forte difficoltà.
Porteremo la spesa a domicilio a persone anziane, immunodepresse, con disabilità
motorie, in quarantena - o chiunque ne abbia bisogno.
Prossimamente cercheremo di organizzare collette alimentari e “spese sospese” in tutta la
città per incrementare la capacità di rispondere ai bisogni primari della popolazione.

Ogni nuovo volontario e volontaria riceverà una formazione sanitaria in linea con l'espe-
rienza rodata e grandemente partecipata a Milano, dove nascono le Brigate per l'emer-
genza sanitaria, per operare in completa sicurezza per sé e per gli altri.

Saranno inoltre forniti Dispositivi di Protezione Individuali, un gilet con badge di riconosci-
mento e quanto necessario per la circolazione sul suolo comunale.

Contattaci al 339.6812954 (Lino) o 333.4866588 (Stefano)
oppure invia una mail a brigataspartacopn@gmail.com


Pordenone ha bisogno anche del tuo aiuto: “Ognuno di noi deve dare qualcosa in modo
che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto."


Brigata Solidarietà per l'Emergenza Mario "Spartaco" Betto - Pordenone

 


 

mercoledì 10 giugno 2020

Salute: la solidarietà non ha prezzo non eroi ma lavoratori

giovedì 11 giugno / ore 20.30
Collegati a https://meet.google.com/iyy-ytkw-mwd
e partecipa direttamente alla conferenza*:
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Salute: la solidarietà non ha prezzo
non eroi ma lavoratori
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saranno con noi

Pierpaolo Brovedani
/ pediatra ospedaliero /

Adelina Zanella
/ delegata RSU sanità /

Segue dibattito
interventi liberi
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Circolo Libertario E. Zapata
Biblioteca Mauro Cancian





venerdì 1 maggio 2020

No al debito di stato. Sì alla patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi. Dove prendere le risorse, e come impiegarle

articolo di "Pungolo Rosso" ,
una analisi e proposta della Tendenza internazionalista rivoluzionaria

"Prendiamo l’ultimo numero ufficiale dato dal governo Conte-bis: 440 miliardi di euro di nuovo debito di stato da aggiungere ai 2.443 miliardi di gennaio 2020. Per l’UE nel suo complesso si parla di molte migliaia di miliardi di euro, e così per gli Stati Uniti. Lo stato italiano, dunque, ha deciso di accrescere smisuratamente il proprio debito nei confronti dei suoi creditori interni ed esteri. Che sono le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento, il 10% più ricco della popolazione composto da grandi e medio-grandi capitalisti, manager, palazzinari, redditieri, boss della criminalità (si stima che abbiano nelle mani il 25% dei buoni del Tesoro), alti burocrati dei ministeri, generali, star dello spettacolo e dello sport, discendenti di famiglie nobiliari, etc. – insomma la crème del parassitismo sociale, gente abituata a succhiare il sangue di chi lavora a salario in automatico, senza neppure sporcarsi la bocca. La quota del debito di stato in mano a operai e salariati è quasi insignificante, se è vero che al 2018 la quota detenuta dall’insieme delle famiglie di tutte le classi sociali era solo del 5,4%."

 ARTICOLO COMPLETO

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)