„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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martedì 27 gennaio 2015
I bancari sono un’altra cosa
Il 30 gennaio le lavoratrici e i lavoratori bancari scioperano per il rinnovo del contratto nazionale: la voglia di lottare contro gli scredidati banchieri è alta, le organizzazioni sindacali non devono deludere le aspettative ripetendo le conclusioni in perdita dei contratti precedenti!
I banchieri hanno presentato la loro piattaforma in risposta alla piattaforma rivendicativa approvata nelle assemblee e hanno disdettato in contatto nazionale da rinnovare, i banchieri vogliono:
- maggior orario di lavoro
- minor stipendio
- divisione contrattuale tra gli addetti al settore (metalmeccanici, commercio, contratti per centri servizi diversi dalla rete degli sportelli, tutti comunque con stipendi inferiori)
- retribuzione individuale variabile rapportata a quanto si vende (alla faccia della tutela del risparmio della clientela…)
- abolizione degli inquadramenti per mansioni a favore di inquadramenti legati al mero giudizio aziendale
- trasformazione del sindacato in una appendice aziendale delle decisioni padronali assegnandogli il ruolo di derogare in peggio sia delle leggi sia dei contratti collettivi in vigore.
A tutto ciò occorre rispondere con mobilitazioni adeguate e con obiettivi chiari e condivisi da tutta la categoria:
➢ la vertenza dovrà durare tutto il tempo necessario a una conclusione positiva, i banchieri non cambieranno posizione tanto facilmente
➢ gli aumenti di stipendio base dovranno essere veri e non compensati da tagli ad altre voci economiche (scatti, tfr, indennità etc.) come invece accaduto in passato
➢ basta dividere tra lavoratori in servizio e nuovi assunti: è già stata una scelta fallimentare che ha allontanato i giovani dal sindacato
➢ ridurre l’orario di lavoro per contrastare i tagli al personale annunciati (48.000 nel triennio?)
➢ tenere tutte le attività svolte dalla banche in un unico contratto di lavoro (area contrattuale)
➢ dare ai lavoratori del settore la possibilità di eleggere i propri rappresentanti sindacali e di votare gli accordi per evitare che il sindacato diventi una casta separata sottoposta al ricatto delle agibilità sindacali erogate dai banchieri
➢ nessun cedimento alle pretese padronali, unire tutti i lavoratori in una unica vertenza per i contratti, banche, finanza, credito cooperativo, assicurazioni, etc. il piano del padrone è ovunque sempre lo stesso: le persone sono una merce, si compra, si usa, si vende e si butta… unire tutte le vertenze e lottare uniti.
Area “Il sindacato è un’altra cosa – opposizione Cgil” della Fisac
www.sindacatounaltracosa.org
venerdì 23 gennaio 2015
Il sindacato è un'altra cosa
Apre oggi il nuovo sito dell’area sindacatoaltracosa – opposizione cgil. Il nuovo sito conserva l’indirizzo del precedente blog aperto in occasione del congresso (www.sindacatounaltracosa.org) e su di esso confluisce interamente l’esperienza del sito della Rete28Aprile (www.rete28aprile.it), intorno al quale dal 2005 tanti di noi si sono riconosciuti e al quale in tanti ci siamo affezionati.
Il vecchio sito rete28aprile.it resterà online ancora un po’ come archivio e per permettere a tutti di abituarsi al nuovo. Andando sul vecchio indirizzo si potrà facilmente essere reindirizzati sul nuovo.
L’obiettivo principale del sito resta quello di sempre: costruire la nostra opposizione sindacale, fornire materiali, informazioni e notizie ma soprattutto dare voce e spazio alle esperienze dei compagni e delle compagne nei luoghi di lavoro e nei territori, per costruire una rete e mettere in relazione le lotte, le vertenze, le esperienze. Per questo, come sempre, abbiamo bisogno del contributo di tutte e tutti. Inviate le notizie a eliana.como@alice.it e carlo.carelli@cgil.lombardia.it.
Con questo, salutiamo il sito della rete28aprile e il blog del congresso! Da oggi, si riparte da qui!
vai al nuovo sito
www.sindacatounaltracosa.org
Un saluto !!!
Il sindacato è un'altra cosa
giovedì 4 dicembre 2014
VERSO LO SCIOPERO GENERALE E SOCIALE DEL12 DICEMBRE
Renzi è per la prima volta in difficoltà, la sua politica degli annunci non regge più sotto la spinta delle mobilitazioni e della condizione sociale che precipita. Questo è anche il risultato delle lotte di questi mesi contro il Jobs Act e la legge di stabilità.
Persino Squinzi, presidente di Confindustria non si aspettava tanti regali dal governo tutti insieme! Riduzione Irap alle imprese, libertà assoluta licenziamento, demansionamento e spionaggio sui lavoratori aumento tassazione tfr e previdenza complementare.
Anziché sostenere salari e pensioni e combattere la precarietà il governo in continuità con quelli precedenti non ha fatto altro che precarizzare e impoverire ancora di più il lavoro mettendo al centro l’impresa e i suoi bisogni.
Così la crisi non finisce mai!
In questi anni ci hanno raccontato che per il debito dovevamo sacrificare tutto: pensioni, salari, lavoro stabile, vita dignitosa, sanità e scuola pubblica. Poi sarebbe venuto il momento del benessere. La verità è che le loro politiche sono responsabili della crisi e la usano come pretesto il debito per cancellare ogni diritto e conquista sociale del lavoro.
Bisogna cambiare pagina!
La Cgil ha proclamato sciopero generale per il 12 dicembre. È in colpevole ritardo rispetto alla battaglia contro l’approvazione del Jobs Act. La piazza del 25 ottobre e il crescendo di mobilitazioni di questi mesi contro il governo Renzi meritavano ben più determinazione. Ma siamo ancora in tempo per provare a cambiare pagina. Bisogna però rompere con le politiche di queste anni, abbandonare ogni illusione concertativa e costruire un sindacato che sia davvero conflittuale, nella pratica e non soltanto nei proclami in televisione.
Continuare le lotte, fino a imporre politiche diverse
Bisogna dire basta alla moderazione e alla cosiddetta responsabilità grazie alle quali la Cgil non ha combattuto davvero l’aggressione al mondo del lavoro! Bisogna rompere con il sistema delle deroghe al CCNL e con il modello del 10 gennaio che impedisce le lotte.
Abbiamo bisogno di un sindacato democratico, conflittuale e indipendente.
Basta con i sindacalisti che cambiano casacca e da onorevoli votano contro il loro sindacato! Il voto di Epifani a favore del Jobs Act è una vergogna che può essere sanata solo se la Cgil rompe con Epifani e tutto il Pd. Serve un sindacato che sappia dire NO alle richieste delle aziende di ridurre salari e diritti!
Bisogna dare continuità alle lotte, fermarsi darebbe il segnale di una resa che non vogliamo. Costruiamo una mobilitazione senza precedenti, radicale e prolungata, che punti davvero a bloccare il paese e a rompere con le politiche d’austerità che pretendono la cancellazione del nostro modello sociale. A cominciare dal 3 dicembre, con il presidio sotto il Senato per contestare il voto sul Jobs Act.
Mandiamo a casa il governo Renzi!
OPPOSIZIONE CGIL
martedì 2 dicembre 2014
Dalla rottura di vertice alla rottura nelle pratiche - VERSO LO SCIOPERO GENERALE !!!!
Qualche anno addietro il tema ricorrente sui media e nei dibattiti politici era quello del crollo di salari e pensioni. Si parlava della fatica di arrivare alla quarta settimana per quella fetta della popolazione che doveva fare i conti con l'impossibilità di far quadrare i conti del bilancio familiare da uno stipendio all'altro. Poi il tema è scomparso, superato nei fatti dalla forza del processo inarrestabile di impoverimento generalizzato attenuato solo in parte da una contestuale riduzione media dei prezzi delle merci, frutto e concausa della crisi imperante. Secondo un sondaggio della Confesercenti una famiglia su quattro non percepirà la tredicesima mensilità quest'anno. (...)
Tra loro ci sono le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione e mobilità, ci sono coloro che pur lavorando da mesi aspettano il pagamento degli stipendi e infine c'è il mondo sempre più vasto e davvero sempre meno atipico della precarietà che difficilmente conosce una busta paga. Un dato clamoroso che deve far riflettere tutti e tutte coloro che parlano spesso di conflitto senza porsi il problema di come rispondere concretamente al bisogno di salario, reddito, e di potersi costruire una vita dignitosa. Una riflessione necessaria in quanto allo scontro durissimo tra Renzi e la Cgil sul merito delle politiche economiche e sociali del governo, non corrisponde nel paese alcuna battaglia generale a difesa dei salari, dei diritti, delle fabbriche dismesse, contro i licenziamenti. Da una parte si critica giustamente Renzi e il suo criminale Jobs Act dall'altra nei luoghi di lavoro si pratica la contrattazione di restituzione, di impoverimento. E' stato così al teatro dell'opera di Roma, all'Alitalia, alla Jabil di Caserta dove si è rinunciato alla 14ma mensilità in cambio della riduzione del numero dei licenziamenti e finirà inevitabilmente cosi anche alla AST di Terni. L'elenco è lunghissimo sino al punto da rendere evidente che il sindacato sta ormai praticando la via della riduzione salariale come risposta alla crisi. La responsabilità non è dei lavoratori e delle lavoratrici che anzi proprio in quelle vertenze hanno più volte dimostrato tenacia, determinazione e grande disponibilità a lottare. La responsabilità sta nella paura del sindacato di costruire una vertenza generale e unificante per rafforzare e ordinare le tante vertenze che si aprono nel paese anziché lasciarle sole per essere inevitabilmente sconfitte. Domani 3 dicembre manifesteremo sotto il Senato tutta la nostra rabbia e indignazione nei confronti di un Renzi che considera eroi gli imprenditori mentre regala loro con il Jobs Act la libera e impunita violenza sulla vita di milioni di uomini e di donne.
Renzi è in crisi, la sua politica di annunci e propaganda mostra la corda stretta tra i risultati pessimi , la condizione del paese che precipita e le mobilitazioni di massa contro i suoi provvedimenti. Per la prima volta persino il quotidiano la Repubblica è costretto a riportare il consistente calo di consenso di Renzi nel paese. Il primo vero risultato delle mobilitazioni di questi mesi, della ricostruzione di un'opposizione sociale al governo.
Sconfiggere Renzi quindi si può e con esso la Confindustria, ma solo se dopo lo sciopero del 12 dicembre si rivoluziona la linea e la pratica sindacale della Cgil emancipandosi dalle troppe dannose illusioni sul ritorno alla concertazione, ad una legittimazione istituzionale, solo uscendo da ogni accordo che ingabbia la libera iniziativa sindacale puoi pensare di arrestare l'aggressione e riconquistare tutto quello che si è perso in questi anni. C'è bisogno di radicalità, coerenza, determinazione e onestà intellettuale. Sono inutili e dannose le rotture di vertice se si persiste nelle malepratiche di provincia. I lavoratori e le lavoratrici misurano il sindacato su questo, su quanto pesa nella loro vita. Lo sciopero generale del 12 dicembre giunge in colpevole ritardo rispetto al contrasto al Jobs Act e rischia di essere interpretato dal gruppo dirigente della Cgil come l'ultimo atto del conflitto, il punto più alto oltre il quale non si va. L'opposto di quello che chiedono i milioni di lavoratori e lavoratrici, di giovani, di precari che si sono mobilitati in questi mesi, l'opposto di quello che chiedono tutti coloro che hanno dato vita alla straordinaria giornata di lotta dello sciopero sociale : Che sia solo l'inizio!
mercoledì 22 ottobre 2014
SABATO 25 OTTOBRE TUTTI A ROMA
Le manovre messe in campo dal governo contro i lavoratori e contro il lavoro mirano a eliminare qualsiasi forma organizzata della classe operaia. Renzi si fa forte della mancanza di un’opposizione sociale adeguata allo scontro in atto grazie anche alla copertura sindacale di CGIL e FIOM; la stessa manifestazione del 25 ottobre, in assenza di una piattaforma contro il governo e le sue politiche, è insufficiente a contrastare l’attacco ai lavoratori e alle masse popolari. Serve allora organizzare attorno a una piattaforma che unifichi tutto il mondo degli sfruttati un programma di riscossa sociale; urge mettere in campo tutte le forze della sinistra politica, sindacale e di movimento per la costruzione di un vero sciopero generale che ribalti i rapporti di forza e che blocchi le manovre del governo.
Per queste ragioni invitiamo tutti i lavoratori e lavoratrici a manifestare a Roma sabato 25 ottobre dietro lo striscione
“CONTRO IL GOVERNO RENZI, PER LO SCIOPERO GENERALE”
nello spezzone organizzato dalla sinistra sindacale classista
“IL SINDACATO E’ UN'ALTRA COSA-opposizione Cgil”,
dove si concentreranno tutte le forze di opposizione al governo e di contrasto alle politiche di CGIL CISL e UIL per la richiesta di uno sciopero generale vero.
Concentramento ore 9,30 piazza della Repubblica
Per partecipare e prenotare i posti in pullman contattate i vostri delegati CGIL
oppure chiamate il 3397203900
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martedì 26 agosto 2014
26.08.14 - Renzi: nemico pubblico numero uno. Sergio Bellavita
Il quotidiano “La Repubblica” di oggi pone grande enfasi alle anticipazioni della ministra Stefania Giannini sul merito della tanta sbandierata “rivoluzione” Renziana della scuola. Non è ovviamente un caso che la ministra abbia scelto la platea di CL a Rimini per rivelare la logica di fondo del provvedimento di legge. Abbattere ogni steccato ideologico nel rapporto tra privato e pubblico e nel trattamento degli insegnanti. Non sono ancora noti i dettagli ma queste anticipazioni danno pienamente il senso dell'operazione. (...)
Siamo di fronte al tentativo, in totale continuità con le politiche dei governi precedenti, di smantellare la scuola pubblica a favore di quella privata, arrivando anche qui alla riscrittura della Costituzione per detassare le rette versate alle scuole private e all'ingresso degli sponsor privati. A ciò si aggiunge il tentativo di sottrarre il corpo docente alla contrattazione collettiva stabilendo una differenziazione economica legata al presunto merito e capacità del singolo o della singola, sarebbe a questo proposito molto interessante capire chi dovrà valutare, i presidi? Ne più ne meno di quello che le imprese private esercitano attraverso la pratica dei superminimi ad personam, e tutti sanno quanto la fedeltà al padrone e all'impresa sia il requisito principale per ottenerli. Se si considera che i minimi salariali sono bloccati da anni, diviene subito chiaro che si vuole stabilire il principio, tanto caro al padronato nostrano più retrivo e totalmente in linea con il documento di Confindustria di giugno, che è finita la stagione del salario a tutti, elargito collettivamente. Anche quando, come nel caso della scuola, si parla di recupero del potere d'acquisto. Così il buon Renzi, userà le risorse risparmiate sulla pelle dei lavoratori per una politica salariale discriminatoria e antisindacale. Il dato più inquietante, e su cui si misura davvero la furia questa si ideologica del governo, è la cancellazione delle supplenze. Che fine faranno gli oltre 400 mila precari della scuola? Una parte, dice la ministra (bontà sua!!), verrà stabilizzata forse, e gli altri?
Non c'è più nessun alibi per coloro che continuano a dare credito a Renzi. Il suo verso è autoritario e profondamente reazionario. La riforma della costituzione con la cancellazione del senato è ,insieme alla nuova legge elettorale, la liquidazione della fragile e democrazia formale su cui si è poggiato il paese dal dopoguerra ad oggi. Il Jobs act, il nuovo attacco a ciò che resta dell'art.18,la riforma della pubblica amministrazione che entra in vigore dal primo di settembre e quella della annunciata scuola sono parte integrante di un disegno di restaurazione che sta riscrivendo l'assetto politico, costituzionale e sociale del paese. Questo disegno va combattuto, questo governo va combattuto. Renzi è il nemico pubblico numero uno. La mobilitazione che dobbiamo costruire quest'autunno su questo punto non può fare sconti. Siamo in totale dissenso con le dichiarazioni di Landini rispetto al governo Renzi. Per due ragioni. La prima è che la strada dell'opposizione sociale è l'unica possibile per impedire che quel disegno si compia. Non c'è operazione di palazzo, del parlamento o tanto meno possiamo affidarci all'austerità espansiva dei banchieri riuniti a Jackson Hole, sulla terra rubata ai Sioux. Il bilancio del governo Renzi è negativo come è clamorosamente emerso quest'estate dagli indicatori economici. Siamo nuovamente in recessione con tutto quello che ciò comporta per la condizione delle classi popolari. C'è quindi un'esigenza straordinaria di ripresa della mobilitazione generale del mondo del lavoro, su salario, occupazione e contro le politiche d'austerità. E per ricostruire l'opposizione non si può certo chiedere di manifestare a sostegno del governo. In secondo luogo Renzi, come è evidente a tutti, considera il sindacato non molto di più di un cimelio del novecento, aiutato parecchio dalla totale assenza e inutilità di questo modo di fare sindacato nella condizione delle persone. I toni sprezzanti con cui il presidente del consiglio ha liquidato le dichiarazioni di dirigenti sindacali della Cgil che minacciavano un autunno caldo, rispetto all'ipotesi di prelievo forzoso sulle pensioni, sono inquietanti e sconcertanti. Non era mai accaduto nella storia della repubblica che un presidente del consiglio arrivasse a tanto. Renzi non vuole liquidare la gerontocrazia sindacale, le burocrazie, le rendite di posizione, vuole liquidare il sindacato punto, Fiom compresa. Non ci può essere alcuna ambiguità nei confronti di Renzi e della sua svolta autoritaria. Quanto basta per lo sciopero generale della Cgil che dobbiamo chiedere con forza.
Crediamo che si debba costruire un fronte ampio e plurale che va dal sindacalismo conflittuale ai movimenti sociali per uno sciopero generale questo si “ non convenzionale”, non di testimonianza, ne sporadico ne canonico. Costruito nelle sua rivendicazioni dai luoghi di lavoro e non lavoro, capace di unificare e dare obbiettivi concreti. Questa è la vera sfida che abbiamo davanti a noi. Questo è il terreno su cui vogliamo misurarci.
Sergio Bellavita
portavoce nazionale Il sindacato è un'altra cosa
venerdì 18 luglio 2014
No all'Accordo Alitalia: convocare immediatamente il direttivo nazionale cgil
Chiediamo la convocazione immediata del direttivo nazionale cgil sulla vicenda Alitalia. La firma di Susanna Camusso sull'accordo cosiddetto di contenimento dei costi per i lavoratori Alitalia salvi dai licenziamenti e' di una gravità inaudita. Il no cgil al piano licenziamenti viene sconfessato dall'accettazione dell'operazione truffaldina che divide in due lavoratori e affari della CAI Alitalia, da una parte esuberi e debiti dall'altra i restanti lavoratori a cui, particolare non indifferente , vengono tagliate le retribuzioni con accordo sindacale. Uno la cgil lo contesta perché non prevede la cassa integrazione per la conservazione dei posto di lavoro e non lo firma, l'altro che riduce gli stipendi lo firma. Così facendo si realizza il capolavoro di accettare un precedente devastante per le condizioni dei lavoratori per la gestione di tutte le vertenze a difesa dell'occupazione e dei diritti. Un tracollo che si spiega solo con l'accettazione supina dell'austerità sul terreno sociale.
Susanna Camusso ha deciso di accompagnare il processo di riduzione generalizzata di pensioni e salari e dell'occupazione in totale sintonia con quello che il governo Renzi persegue sul piano politico in ossequio alle politiche della UE. Di questo si deve discutere in Cgil. Se la via italiana di fronte alla crisi e' far pagare ai lavoratori i costi lo si deve dire esplicitamente. L'accordo del 10 gennaio e' andato in mille pezzi, la Uil non firma il taglio delle retribuzioni Alitalia e grida alla violazione delle regole democratiche chiedendo il referendum!!! Resta solo la pratica della contrattazione che restituisce salari e diritti. contrasteremo con ogni mezzo il sindacalismo della miseria. Si riunisca subito il direttivo e si decida. Bisogna ritirare la firma.
Sergio Bellavita
Portavoce area "il sindacato e' un'altra cosa - opposizione Cgil"
mercoledì 4 giugno 2014
verso l' 11 luglio
Da radio onda d’urto
L’undici luglio i capi dell’Europa vogliono incontrarsi per decidere del nostro futuro. Saremo presenti anche noi, perché quel giorno sotto i riflettori dell’Europa si imponga la voce di quanti non trovano rappresentanza dentro queste istuzioni; di quanti, anzi, abitualmente ne pagano i costi, col proprio impoverimento, con la propria precarizzazione, con la perdita di autonomia e di controllo sulle proprie vite.
Di fronte a processi di impoverimento drastici di fasce crescenti della popolazione, la governance europea risponde con vertici come questo, col ricatto che lega il reddito e l’inclusione sociale alla disciplina del lavoro e di una produttività sempre maggiore.
Noi riteniamo, invece, che la ricchezza non sia sottoprodotta, ma mal distribuita; che il problema non sia lavorare di più, ma sganciare le nostre vite e il nostro diritto a vivere degnamente dalle strategie con cui governanti ed imprenditori ristrutturano il mercato del lavoro.
A chi ci vuole imporre dall’alto un discorso sulla nostra “occupazione”, contrapponiamo un discorso allargato, che ponga la questione del reddito, della precarietà, dei beni comuni, di una battaglia radicale contro lo status cui sono costretti i migranti e i profughi.
Questo vertice coinciderà anche con l’apertura di un semestre europeo governato da quel Renzi che ha messo d’accordo in Italia tutte le frazioni del padronato, il media maistream nella sua totalità, presentandosi come il miglior allievo e collaboratore della dottrina di austerity imposta dalla Trojka.
Diventa ancora più urgente, dunque, allargare ad un orizzonte europeo il fronte dell’opposizione alle politiche del nostro impoverimento. Costruendo una mobilitazione vasta e che vorremmo transnazionale.
Immaginando un’opposizione alla Trojka che si sottragga all’alternativa impotente Europa sì/Europa no. Che guardi ad un continente della conflittualità in divenire da produrre con le pratiche dei movimenti sociali perchè l’unica progettualità davvero comunitaria è quella che passa per l’abbattimento delle gerarchie che ci opprimono e la redistribuzione delle ricchezze che ci sono sottratte.
Costruire un percorso comune vuol dire gettare le basi che lo rendono possibile. Per questo l’assemblea ha chiesto, fin dai primi interventi, trovando conferma, la convocazione di uno sciopero generale per la giornata dell’11 luglio, per permettere la partecipazione di tutti i lavoratori.
Vuole anche dire sedimentare una forza che venga dai percorsi che possiamo costruire sui territori e che apra alla possibilità di una stagione da rilanciare. Non ci interessa costruire eventi quanto attivare processi, con un passato ed un futuro di possibilità.
Per questo ci impegneremo a costruire assemblee nei nostri territori, che allarghino la partecipazione e il fronte di un’inimicizia sempre più necessaria. Per questo abbiamo individuato nell’ultima settimana di Giugno lo spazio di una mobilitazione che confluisca in una giornata comune (26 giugno) su obiettivi di lotta condivisibili e concreti: banche, agenzie di riscossione dei crediti, centri impiego e media, intesi come un apparato ormai direttamente politico.
Molte altre iniziative che si svilupperanno sul territorio nazionale costituirnanno altrettanti momenti di rilancio di questo percorso comune.
Nella prospettiva di una processualità politica e sociale in continuità con un anno di movimenti, #civediamolundici Luglio perchè sia punto di partenza di processi larghi di conflittualità a venire.
Movimenti sociali e sindacati conflittuali contro la precarietà e l’austerity
Breve sintesi degli interventi in
http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/11928-report-dellassemblea-nazionale-di-torino-#civediamolundici
martedì 3 giugno 2014
Assemblea nazionale "IL SINDACATO E' UN'ALTRA COSA"
Assemblea nazionale "IL SINDACATO E' UN'ALTRA COSA"
retenews@liste.rete28aprile.it,
Cara compagna e caro compagno, ti ricordiamo e confermiamo l'importante appuntamento nazionale di
sabato 7 giugno. L`assemblea nazionale del documento "il sindacato
è un'altra cosa" si terrà il sabato 7 giugno dalle ore 10 alle 15:30 in via Marconi 67 - BOLOGNA.
Partecipa e fai partecipare...
Un saluto !!!
IL SINDACATO È UN'ALTRA COSA
5 giugno - Roma. Assemblea regionale
Assemblea regionale Roma e Lazio “Il sindacato è un’altra cosa-opposizione Cgil”. Giovedì 5 giugno ore 16. Cgil regionale, sala in via Buonarroti 51, secondo piano, Roma.
6 Giugno - Milano, Coord allargato Lombardia
Coordinamento allargato de "Il sindacato è un'altra cosa-opposizione Cgil - LOMBARDIA". Venerdì 6 giugno ore 9:30. Sala De Carlini. Camera del Lavoro di Milano, Corso di Porta Vittoria 43.
6 giugno - Bologna - Riunione esecutivo
E' convocata la riunione dell'esecutivo provvisorio dell'area "il sindacato è un'altra cosa- opposizione cgil" per venerdi 6 giugno ore 17.00 presso la sala "A Celeste" camera del lavoro di Bologna, via Marconi 67
7 giugno - Bologna - Assemblea Nazionale Area "il sindacato è un'altra cosa"
L`assemblea nazionale del documento "il sindacato è un'altra cosa" si terrà il sabato 7 giugno dalle ore 10 alle 15:30 in via Marconi 67 - BOLOGNA
10 giugno Roma - Riunione area Fiom
E' convocata una riunione dei compagni e delle compagne del Comitato Centrale Fiom dell'area "il sindacato è un'altra cosa- opposizione Cgil" per martedì 10 giugno alle ore 17 sala F sede Fiom nazionale, Corso Trieste 36 Roma
13 giugno - Viareggio - 1 euro contro il 10!
Iniziativa de "Il sindacato è un'altra cosa" per la campagna 1 euro contro il 10! Partecipa Antonio Di Stasi. Vedi locandina.
Ciao !!!
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Newsletter di del sito Rete28aprile.it
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mercoledì 30 aprile 2014
Intervista a Cremaschi alla vigilia dell'assise nazionale del congresso CGIL nazionale . Da Controlacrisi.it
"Con la Cgil spostata sempre più a destra la crisi del sindacato sarà sempre più acuta". Intervista a Cremaschi
(29/04/14 08:00)Il congresso della Cgil invece di parlare della crisi del sindacato sarà l’ennesima vetrina con qualche effervescenza sui dati dei congressi di base. Non ti pare un po’ poco anche a te?Il congresso nazionale arriva con una Cgil più spostata più a destra rispetto a come era partita. E’ questo il dato politico principale. Siamo di fronte a una deflagrazione verso posizioni ancora più moderate del gruppo dirigente. Non bisogna dimenticare, infatti, che c’è stato l’accordo del 10 gennaio che ha fatto esplodere la maggioranza. Da una parte il fallimento evidente del disegno degli emendatari, tutto proteso a condizionare dall’interno la maggioranza e, dall’altra, un gruppo dirigente su posizioni più moderate sul piano sindacale e politico. Sì ma è un fallimento che nessuno registrerà, visto che Camusso ha vinto con percentuali bulgare i congressi di base.Il bilancio sul cosiddetto dibattito interno è drammatico. Siamo partiti con una Cgil che si rimproverava di non aver fatto tutto quello che doveva sulla legge Fornero ed oggi ci ritroviamo con il vuoto totale di iniziativa contro Renzi. Siamo partiti con l’autocritica alle tre ore di sciopero e finiamo con il fatto che non si sciopera più. Sui congressi di base va detto che, a parte le denunce di brogli totale non applicazione del regolamento, che abbiamo già prodotto, siamo di fronte a una platea congressuale che non rappresenta la realtà della Cgil. Pensare che nella Cgil ci sia più del 90% che sta con Susanna Camusso e le sue posizioni non risponde alla realtà. Anche gli aspetti di colore sono significativi. Il fatto che sia stato invitato Moretti è un atto vergognoso. Voglio ricordare che Moretti ha licenziato Riccardo Antonini che è un delegato della Cgil. Questo è un congresso della crisi della Cgil che deriva dalla crisi economica e di un gruppo dirigente che reagisce solo con autoritarismo e annullamento della democarazia E quindi voi al congresso che farete?Noi andremo al congresso per fare tutte le battaglie possibili compresa quella della nostra esistenza perché l’hanno messa in discussione. Perfino con la trasgressione più sfacciata delle regole congressuali. Non sono stati annullati, infatti, i congressi dove è documentato che hanno votato i defunti e gli ammalati. Gli organismi di garanzia hanno lavorato fino in fondo per Susanna Camuso e la sua maggioranza. Questo è il congresso dell’abuso di autorità e della prevaricazione continua dove la Cgil darà il peggio di se. Questa crisi l’avevamo annunciata. Non voglio fare polemiche ma, insomma, se dal 31 maggio dell’anno scorso si fosse messo in piedi un fronte di opposizione interna non saremmo giunti a questa situazione. Noi proponiamo a tutti quelli che non sono d’accordo con Camusso un'alleanza comune di tutte le opposizioni nella diversità perché la situazione è gravissima. Un percorso di auto-annullamento della Cgil. Hai fatto diverse assemblee nei luoghi di lavoro, che impressione ne hai ricavato?Non c’è niente di peggio di un sindacato concertativo senza concertazione. Una sopravvivenza burocratica che espone i lavoratori al disastro. La sensazione nei luoghi di lavori è che il sindacato non esiste più. Renzi l’ha compreso benissimo e quindi affonda nel burro. La Cgil propone una sopravvivenza burocratica e autoritaria. Quello che abbiamo visto nei congressi è un enorme dissenso falsificato però dai risultati. E anche un elemento di assoluta sfiducia nella capacità e nella volontà del gruppo dirigente, che è il gruppo dirigente che ha il minor prestigio proprio quando vanta la massima maggioranza numerica. Non sta a noi proporre come risolvere questa contraddizione. Al suo congresso la Fiom ha invitato una delegazione di Usb, che ha accettato di buon grado…Considero positivo la decisone Fiom di invitare Usb. Non solo atto di cortesia ma un rapporto positivo cominciato dopo le critiche di entrambi all’accordo del 10 gennaio. Noi, che porteremo quell’accordo in tribunale, lavoriamo su questo in fondo. Detto questo, la Fiom è a un bivio, mi pare evidente. L’accordo del 10 gennaio è fatto per normalizzare la Fiom. Se non l’accetta deve trovare un modo per costruire l’opposizione. Credo che non possa stare in mezzo. Come vi caratterizzerete a Rimini?Il 6 maggio faremo un presidio proprio perché non accettiamo tutto questo. Una assemblea davanti al congresso della Cgil per iniziare la battaglia democratica che proseguiremo poi all’interno del congresso.
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giovedì 27 febbraio 2014
I padroni dell’informazione e le pecore Dolly della politica
22.2.2014 Primo piano
Quando nel 1994 Silvio Berlusconi vinse le elezioni per la prima volta fu sollevato lo scandalo sul ruolo determinante che nel risultato elettorale aveva giocato il suo controllo su una parte rilevante del sistema della informazione. Questo scandalo non era solo sollevato da sinceri democratici, ma anche da quella parte del mondo dell'informazione controllata da chi era estraneo od ostile agli interessi di Berlusconi.
Ora De Benedetti, Berlusconi, Squinzi, Caltagirone, John Elkann, i rappresentanti italiani di Murdoch, cioè tutti coloro che in Italia gestiscono il sistema dell'informazione, e mi scuso con chi ho dimenticato, sono sostenitori, simpatizzanti o disponibili verso Matteo Renzi. Il suo è il primo governo delle larghe intese radio televisive, visto che l'ente pubblico Rai è da sempre il puro registratore dei rapporti di potere e quindi sta con Renzi per vocazione naturale.
Renzi è stato mediaticamente costruito ben più del padrone di Mediaset. Finora è stato solo un mediocre sindaco di Firenze, che non ha dato nessun particolare segno di innovazione: ha litigato con i tranvieri , ha lamentato le difficoltà a trovare i soldi per coprire le buche nelle strade, ha tagliato un pò di servizi accusando Roma, insomma ha fatto modestamente quello che fa la normalità dei sindaci, naturalmente godendo dello scenario di una delle città più belle del mondo. Cosa lo ha fatto diventare presidente del consiglio allora? Un gigantesco investimento mediatico sulla sua persona.
Se penso a quello che devono fare coloro che perdono il lavoro per farsi ascoltare, salire sulle gru è il minimo, o al fatto che il congresso CGIL, dove sono in discussione questioni rilevantissime per il lavoro ed il paese, è emerso dalle nebbie mediatiche quando Landini è stato minacciato di provvedimenti disciplinari e qualcuno è stato aggredito in una normale assemblea. Se penso a come funziona davvero la selezione e la costruzione delle notizie e delle personalità pubbliche nel mondo di oggi, resto stupito della magnifica costruzione mediatica che ha portato al governo del paese lo sconosciuto Renzi.
E ora la costruzione continua, il governo è un format.
Tolto il ministro della economia che è il fiduciario delle banche e del Fondo monetario internazionale, lì non si scherza, e qualche figura chiamata per maquillage democratico, il format del governo è: i giovani al potere finalmente.
Peccato che questi giovani siano tutti pecore Dolly della politica. Ricordate quell'ovino clonato che i realtà si scoprì essere nato già biologicamente vecchio?
Ecco, la gioventù al governo è tutta clonata dai precedenti gruppi dirigenti, lo stesso presidente del consiglio a me ricorda un pò Craxi e un po' Forlani, con una spruzzata di Andreotti per il gusto delle battute ciniche. Essi devono rappresentare il nuovo nella più pura tradizione del Gattopardo: cambiare proprio tutto perché non cambi proprio nulla.
Ma perché tutto questo? Perché i governi tecnici nella loro fredda brutalità distruggono consenso e questo è molto pericoloso per un sistema di potere che sa perfettamente che le politiche di austerità non sono una emergenza temporanea, ma il modo di funzionare che si vuole imporre all'economia e alla società per tutti i prossimi anni. Ci vuole più consenso e quindi bisogna inventare una narrazione che appassioni un poco, che illuda che alla fine usciremo dalla crisi. Renzi serve a questo, intanto passa un po' di tempo poi si vedrà.
Quando poi il personaggio comincerà a stancare se ne inventerà un altro con gli stessi mezzi, sono sicuro che i talent scout del palazzo sono già al lavoro nella selezione tra nuove sconosciute promesse.
Oggi i signori dell'informazione sono al governo del paese, verrebbe da dirgli: governate allora! Ma sono sicuro che quando le cose cominceranno ad andare come al solito la grande informazione si scoprirà di governo e di lotta e contribuirà alla caduta di Renzi, come è accaduto agli inizialmente santificati Monti e Letta
Questo almeno fino a che tutte e tutti coloro che son fuori dai palazzi non saranno in grado di organizzarsi e di scontrarsi con i poteri veri, per cambiare le cose sul serio.
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martedì 18 febbraio 2014
COMUNICATO DE IL SINDACATO È UN'ALTRA COSA: INAUDITA AGGRESSIONE A MILANO. CHIEDIAMO LE DIMISSIONI DI SUSANNA CAMUSSO
Condanniamo la gravissima aggressione subita dal compagno Giorgio Cremaschi e da altre compagne e compagni aderenti al documento congressuale "Il sindacato è un'altra cosa" a Milano, nel corso di un'assemblea CGIL con la presenza di Susanna Camusso.
L'assemblea era già di per sé un fatto inusuale, in quanto erano convocate solo categorie con i gruppi dirigenti favorevoli all'accordo del 10 gennaio ed esclusa la FIOM, che aveva protestato pubblicamente.
Un gruppo di compagne e compagni aderenti al documento alternativo, tra cui delegati delle categorie formalmente presenti in assemblea e Giorgio Cremaschi, primo firmatario del documento, si è quindi presentato all'incontro. Lo scopo era distribuire un volantino contro l'intesa sulla rappresentanza, che ricordava la singolare coincidenza tra l'assemblea per il si al testo unico sulla rappresentanza ed il 14 febbraio 1984, giorno del Decreto Craxi per il taglio alla Scala Mobile dei salari. Inoltre si volevano esercitare i diritti della minoranza con un intervento nel l'assemblea.
I compagni indossavano anche cartelli con il no all'accordo.
Il primo problema con il servizio d'ordine è sorto in quanto si voleva impedire ai compagni, che ne avevano pieno diritto, di accedere all'assemblea. Già lì il servizio d'ordine ha esercitato pesanti pressioni. Alla fine ai delegati è stato concesso di entrare purché lasciassero i cartelli. Solo Cremaschi ha potuto conservare il cartello che diceva no all'accordo.
Una volta in sala i nostri compagni hanno seguito in assoluto silenzio la relazione e all'apertura del dibattito Nico Vox,delegato della funzione pubblica, ha chiesto di poter intervenire come unico intervento di dissenso tra i tanti già programmati.
Subito tutto il gruppo di delegati dissenzienti è stato circondato dal servizio d'ordine che impediva a Nico Vox di avvicinarsi alla presidenza. Susanna Camusso si avvicinava al gruppo e anche a lei veniva rivolta la richiesta che Nico potesse parlare, senza ricevere risposta. Si rispondeva invece dal palco dicendo che si poteva parlare in altre sedi. Alle proteste del gruppo di delegati seguiva una violentissima aggressione da parte del servizio d'ordine. I compagni venivano brutalmente spintonati, insultati minacciati. Giorgio Cremaschi veniva gettato nelle scale e solo per fortuna non ha riportato danni mentre Nico Vox doveva ricorrere all'ospedale.
Quello avvenuto è un atto senza precedenti nella vita della CGIL, dove i più aspri dissensi non sono mai stati affrontati con la violenza fisica e le minacce personali. Il senso profondamente antidemocratico dell'accordo sulla rappresentanza inquina già tutta la vita interna della CGIL, ma è evidente che qui si è passato il segno.
L'esecutivo nazionale de "Il sindacato è un'altra cosa" esprime piena condivisione e solidarietà verso i compagni Giorgio Cremaschi, Nico Vox e verso tutti gli aggrediti. I compagni colpiti verranno tutelati in tutte le sedi, ma è chiaro che la responsabilità politica della segretaria generale della CGIL è enorme.
Al direttivo della CGIL convocato per il 26 febbraio verrà presentata una mozione di sfiducia verso Susanna Camusso che si è rivelata incapace di tutelare i diritti e le libertà degli iscritti alla CGIL e per questo deve dimettersi.
14 febbraio 1984 – 14 febbraio 2014
Dopo 30 anni
dal taglio della scala mobile
ancora accordi “fatti per il nostro bene”
che ci rovinano!
Il 14 febbraio 1984 il Governo Craxi tagliava
la scala mobile, un meccanismo di difesa
automatica dei salari dall'aumento dei
prezzi. Cominciava allora quella caduta del
salario che oggi è diventata una frana verso
la povertà.
Allora i dirigenti sindacali della CISL della UIL e della minoranza socialista della CGIL sostennero a spada
tratta la decisione del governo spiegando che era a nostro vantaggio. Dicevano che tagliando la scala
mobile ci avremmo guadagnato, perché si sarebbe creato più spazio per il salario contrattato e alla fine le
paghe sarebbero stare più alte. Si è visto come è andata.
Il 10 gennaio 2014 la maggioranza del direttivo della CGIL assieme alla CISL e alla UIL ha sottoscritto con
Confindustria il Testo Unico sulla Rappresentanza che:
- afferma il principio incostituzionale che solo chi firma l'accordo ha i diritti contrattuali e può presentarsi
alle elezioni delle RSU;
- consente le deroghe generalizzate ai contratti nazionali, come oggi chiede Electrolux con il ricatto della
delocalizzazione;
- prescrive sanzioni, anche pecuniarie, per sindacati e delegati aziendali che contrastino gli accordi decisi a
maggioranza dai rappresentanti dei sindacati firmatari, anche se in deroga ai contratti e in azienda anche
senza il voto dei lavoratori.
Dopo 30 anni dal decreto Craxi ancora una volta si fa un accordo che se applicato cambierà brutalmente in
peggio le nostre vite e le nostre libertà. Il modello Fiat giustamente rifiutato dalla FIOM viene esteso a tutte
e tutti. E ancora una volta si spiega che ci stiamo guadagnando!
Siamo davvero stanchi di sentire discorsi di vertici sindacali che difendono e giustificano sempre allo stesso
modo scelte sbagliate e dannose. Avevano ragione coloro che dissero no a Craxi 30 anni fa, abbiamo
ragione oggi a dire no all'incostituzionale testo unico sulla rappresentanza.
Non possiamo certo aspettare altri 30 anni perché siano chiari a tutti i terribili danni dell'accordo del 10
gennaio.
LA CGIL RITIRI LA FIRMA ORA
14 febbraio 2014 Il sindacato è un 'altra cosa
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mercoledì 29 gennaio 2014
ANCORA NOTE SUL TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA
L'accordo è finalmente il punto di arrivo del percorso intrapreso dai padroni, che ha subito un'accellerazione dal 2009, si è servito come testa di sfondamento dell’accordo separato in FIAT con le successive fasi, fino al sostegno legislativo dello stesso accordo attraverso l’art.8 sulle deroghe ai contratti e alle leggi in sede aziendale, attualmente in vigore.
Qui il primo punto di non ritorno della CGIL con la rinuncia del suo ruolo di organizzazione sindacale: aver considerato lo scontro sul contratto FIAT un punto settoriale una questione dei metalmeccanici e non -come invece è stato- un attacco alla contrattazione, attacco vincente per i padroni che ha modificato e modifica le relazioni sindacali e sociali a favore di lor signori.
Se Cisl e Uil fin dall’inizio (dal 2001 in poi) hanno accompagnato la ristrutturazione complessiva dei padroni, le tappe della confederazione sono raggruppabili in 3 punti che risultano così declinati:
A) Quello che scaturisce dal congresso del 2010 sul punto della contrattazione, poi ripetuto fino a sostenere contratti di categoria firmati, che restituiscono tutto su orari, salari e prestazione lavorativa, disarmando i lavoratori di fronte al processo di riorganizzazione del capitale, ivi compreso il blocco contrattuale nel pubblico impiego.
B) La modifica statutaria che crea lo spazio per il decisionismo del gruppo dirigente ristretto. In sintesi: le decisioni confederali non possono essere discusse e messe in discussione a livello di federazioni di categoria .
C) L’abbandono di fatto, la non assunzione se non formale, di qualsiasi processo democratico nel rapporto con i lavoratori e del loro ruolo decisionale sui contratti e sugli accordi, ma anche dentro l’organizzazione sindacale CGIL; quest’ultimo punto, speso sull’altare dell’unità sindacale presunta con Cisl e Uil e quindi già taroccato in partenza.
Questi sono i punti portanti che costituiscono la linea della confederazione e che la portano dentro l’attuale condizione fallimentare e di declino. I padroni scelgono non di delegittimare i contratti nazionali dal punto della esigibilità , ma di svuotarli attraverso le deroghe in sede aziendale e imponendone i contenuti, cioè togliendo l’autonomia contrattuale dei lavoratori sul terreno dei contenuti stessi.
Lo sbocco aziendalista -con quel che ne deriva di negativo sul piano della rappresentanza dentro i luoghi di lavoro, della solidarietà fra lavoratori e del conflitto- sociale dimostra che la scelta dei padroni è funzionale alla fase economica: riduce il corpo intermedio sindacato ad una sorta di garante subordinato e agisce direttamente sulla formazione della coscienza di classe e sulla sua possibilità di essere trasmessa; non a caso si agisce anche cancellando la memoria stessa.
Aziendalismo uguale cancellazione della rappresentanza intesa come espressione dell’autonomia della classe: le sanzioni in capo ai lavoratori agiscono su questo nodo fondamentale. Chi si azzarderà a fare il delegato, se non come espressione in primo luogo del sindacato esterno e garante, come ruolo, per i padroni degli accordi stipulati? Viene quindi negato nei luoghi di lavoro il diritto di coalizione dei lavoratori, sancito anche dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale sulla Fiat .
Il problema non è tanto l’agibilità delle sigle sindacali, ma l’agibilità dei lavoratori: la loro libertà/diritto di associarsi/coalizzarsi.
La blindatura fatta a favore delle organizzazioni firmatarie nega ,e questo è il punto maggiormente negativo, in prospettiva la possibilità per la classe di seguire una prassi di costruzione di altre forme organizzate se non a seguito di una rottura, prodotta dalla stessa classe, del quadro costituito.
La delega al partito di riferimento PD, o meglio ad una sua componente, ha tentato illusoriamente di spostare la difesa della classe sul piano parlamentare. Anziché sostenere una propria posizione facendola assumere, la delega al partito politico di tutto (art.18, pensioni, mercato del lavoro, aumento della tassazione sui salari) ha portato alla sconfitta su tutti i fronti, lasciando la classe senza difese e quindi sotto tutti i ricatti. Il processo di deindustrializzazione lo dimostra: la scomposizione della classe risulta l’altro elemento che sembra chiudere il cerchio.
Questo elemento, non solo italiano, è riscontrabile nello stato di crisi del sindacalismo del mondo occidentale, in particolare in EU e USA : il sindacato tedesco (DGB) ha perso oltre 2 milioni di iscritti. La riorganizzazione capitalista incide in modo pesante in tutte le realtà e disarma la classe, modificandola in funzione dei rapporti di forza fra le classi stesse.
Si può certamente continuare a ragionare in termini di tradimento/incapacità dei dirigenti della CGIL che pure c’è, o dell'incapacità del sindacalismo di base, però risulta riduttivo e non porta lontano come possibilità di intervento. Bisogna pensare ad una fase di ricostruzione, perché il movimento operaio al quale abbiamo fatto riferimento e partecipato, quel movimento è oggi sconfitto e in fase di progressiva sostituzione.
Si può pontificare sull’ adattamento del sindacato in ultima istanza ai processi del capitale. Sappiamo tutti che questa forma organizzata è per sua funzione e forma di tipo trade-unionista, per cui è inutile sovraccaricarla di contenuti. Ma rimane per la classe la necessità di organizzarsi sul terreno della propria rappresentanza di massa, ed è per questo che non da oggi parliamo di ricostruzione del sindacato a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, dai luoghi di lavoro e dai territori.
gennaio 2014
Commissione Sindacale della Federazione dei Comunisti Anarchici
giovedì 9 gennaio 2014
Job Act: dichiarazione di Giorgio Cremaschi
Job Act: dichiarazione di Giorgio Cremaschi
Giorgio Cremaschi primo firmatario del documento Il sindacato è un'altra cosa:
"Non siamo d'accordo con la cautela di Susanna Camusso o con le aperture di Maurizio Landini sulle proposte di Renzi. Dalle anticipazioni si può e si deve dare un giudizio negativo per almeno tre ragioni. Perché tutta l'ideologia del progetto è quella liberista di sempre secondo cui per creare lavoro bisogna togliere vincoli alle imprese ed esaltare la globalizzazione. La crisi economica attuale e la disoccupazione di massa sono figlie di questa ideologia.”
“La seconda ragione è che si allude ambiguamente alla estensione della indennità di disoccupazione, senza chiarire se questa si aggiunge a quello che già c'è oggi, e allora bisogna finanziarla , o lo sostituisce e allora sono o lavoratori che la pagano finendo in mezzo ad una strada.”
“La terza ragione è il contratto di inserimento con piena libertà di licenziamento per i nuovi assunti che estenderà ancora la precarietà del lavoro e che aprirà la via a licenziamenti di massa. Infatti sarà sempre più conveniente licenziare lavoratori con articolo 18 per sostituirli con nuovi assunti senza diritti.. Si sta già facendo nelle piccole aziende la liberalizzazione di Renzi lo generalizzerà alle grandi.”
“Solo per questo la CGIL é già in condizione di dire no al jobacte deve contrastarlo."
9 gennaio 2014
venerdì 20 dicembre 2013
Gli avanzi del nuovo - di G. Cremaschi
Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi. Nonostante il colpo di fulmine che ha provocato in Maurizio Landini, penso che il segretario del PD rappresenti l'ennesima riverniciatura delle politiche liberiste che ci han portato a questa crisi e che ora la stanno aggravando. Lo dimostrano i primi suoi atti di governo.
Il suo staff sta preparando un altro attacco all'articolo 18, quello che nell'Italia garantista solo verso i potenti suscita scandalo perché stabilisce che chi è licenziato ingiustamente, se il giudice gli dà ragione, deve tornare al suo posto di lavoro. Questo principio di civiltà ha già molte limitazioni, non si applica sotto i quindici dipendenti ed è reso nullo dalla marea di contratti precari. Inoltre con un accordo con il governo Monti CGIL CISL UIL hanno accettato di liberalizzare i licenziamenti cosiddetti economici, che in una crisi come questa significa via libera alla cacciata di tante e tanti. Ma nonostante questo ultimo atto di autolesionismo sindacale Renzi vuole di più.
Il progetto per il lavoro annunciato dal suo staff prevede la cancellazione dell'articolo 18 per tutti i nuovi assunti. In cambio verrebbero diminuiti i contratti formalmente precari. Questo per la ovvia ragione che essendo possibile il licenziamento a discrezione, il contratto precario perderebbe ragione d'essere. Se posso cacciarti quando voglio perché devo scervellarmi a trovare il contratto capestro più adeguato, semplicissimo no?
È ovvio che questo è solo un passaggio intermedio verso l'abolizione totale della tutela contro i licenziamenti ingiusti. Infatti se tutti i nuovi assunti saranno privi di quella tutela per un bel po' di tempo, le aziende saranno interessate a chiudere e licenziare per riassumere senza diritti. E chi li dovesse mantenere sarebbe considerato un privilegiato da combattere. Il renziano Pietro Ichino sostiene anni che nel mondo del lavoro vige l'apartheid come nel Sudafrica prima della vittoria di Mandela. Peccato che così si faccia l'eguaglianza a rovescio. Come se in quel paese, invece che estendere ai neri i diritti dei bianchi, si fosse deciso di rendere tutti eguali togliendo quei diritti a tutti.
La soppressione dell'articolo 18 non è certo una novità. Da sempre in Italia è rivendicata dalle organizzazioni delle imprese quando non sanno che dire e fu tentata dal governo Berlusconi nel 2002. La CGIL di allora però riuscì a impedirla.
In Spagna i governi hanno da tempo liberalizzato i licenziamenti, e quel paese oggi è l'unico grande stato europeo con un tasso di disoccupazione superiore al nostro. In Francia ci provò il presidente Sarkozy a introdurre una misura simile a quella che piace oggi a Renzi. Fu fermato da una gigantesca protesta giovanile e popolare.
La seconda iniziativa del neoeletto leader è stata quella di mettersi di traverso rispetto a quella che è stata chiamata la Google tax. Cioè un tenuissimo provvedimento di tassazione sugli affari delle grandi multinazionali che operano nella rete e che hanno sede legale in paradisi fiscali. Queste società guadagnano miliardi da noi e non pagano un centesimo, come ha ricordato quel comunista di Carlo De Benedetti. E come soprattutto ricorda la Corte dei Conti, che da tempo afferma che la quota più rilevante dei tanti miliardi che mancano al fisco viene dalla elusione fiscale delle grandi società che giocano con le sedi legali all'estero.
Il progressista Renzi ha subito detto a Letta che questa tassa non s'ha da fare, e così è stato.
Viene da chiedersi, ma dove sta il nuovo in tutto questo? Sviluppare l'economia con la flessibilità del lavoro e la detassazione dei ricchi e delle multinazionali, è il principio guida delle politiche liberiste che hanno dominato negli ultime trenta anni. Siamo ancora qui, sono queste le "riforme"?
Se è così, il progetto di Matteo Renzi più che essere il nuovo che avanza, è l'avanzo di quel nuovo che ci ha portato al disastro attuale.
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giovedì 5 dicembre 2013
ILVA E VIRGOLA di Sergio Bellavita
Nell'agosto del 2012 davanti alla pesante contestazione da parte di centinaia di lavoratori dell'Ilva di taranto del comizio di Cgil Cisl Uil, mi permisi di invitare ad una riflessione profonda il sindacato e a non sottovalutare quel segnale. Quell' invito venne liquidato da Landini, dalla segreteria di Taranto e dalla maggioranza del gruppo dirigente Fiom come un regalo a teppisti da stadio e delinquenti comuni e divenne parte del processo che di li a pochi mesi opero' la mia destituzione da segretario nazionale con la rottura della maggioranza congressuale che aveva retto la Fiom dal 2002. Si e' incaricato il voto degli operai Ilva della scorsa settimana di mostrare quale fosse la reale portata di quel segnale.
Oggi gran parte del gruppo dirigente che ha gestito negli ultimi tre anni l'acciaieria di Taranto, a partire dal segretario Landini, ammette la sconfitta e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia per la fiom il risultato delle elezioni rsu all'Ilva di taranto non e' solo una semplice, per quanto dura, sconfitta in un rinnovo della rappresentanza sindacale di fabbrica. Non e' un infortunio, un evento che può essere circoscritto a un territorio o a un settore.
Se per l'Usb e il sindacalismo di base il risultato dell'Ilva e' una vittoria senza precedenti nel settore metalmeccanico privato, per la Fiom e' il primo vero pesante crollo di consenso tra gli operai negli ultimi vent'anni e come tale ha un valore generale. Ciò accade a tre anni di distanza dal referendum di Mirafiori, da quel no della Fiom a Marchionne che, su Pomigliano e quella resistenza operaia, aveva costruito la straordinaria manifestazione del 16 ottobre 2010 conquistando un consenso tra i lavoratori che andava ben al di la' dei metalmeccanici. E' quindi in questi tre anni di storia sindacale e politica che vanno ricercate le ragioni di una debacle di tali dimensioni.
La Fiom non e' sconfitta in quanto incompresa e persino contrastata da un sottoproletariato, anch'esso parte del sistema clientelare costruito dai Riva a suon di milioni di euro, che non ha riconosciuto la radicalità la e determinazione del sindacato, ipotesi a cui qualche dirigente allude. Un'idea alquanto bizzarra che auto assolve i gruppi dirigenti e che prevede come unica soluzione la sostituzione degli operai... La Fiom e' sconfitta perchè vissuta dai lavoratori come parte del palazzo,parte di un teatrino della politica ormai logoro e privo di ogni credibilità, specie quando il teatrino e' condito dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che palesano il consociativismo della sinistra politica e sociale cortigiana. Si paga il prezzo dell'accettazione della Fiom dei tanti provvedimenti dei governi a difesa degli interessi dei Riva contro i magistrati che, per l'acciaio e non solo, hanno derogato al diritto alla salute dei lavoratori e della popolazione consentendo di continuare a produrre,inquinare e uccidere.
Dialoganti con i governi e i potentati ma durissimi nella gestione della vita interna all'organizzazione, sino al punto da cancellare, destituire parte di delegati e iscritti Fiom all'Ilva. In una vicenda certamente complessa, delicata e tutt'altro che trasparente che, ho gia' avuto modo di richiedere nelle sedi formali, andrebbe indagata con una commissione interna, allo scopo di rendere evidente, una volta per tutte, al comitato centrale della Fiom quanto accaduto a Taranto. Quello che sappiamo con certezza e' che c'e' stato un grande consenso dei lavoratori ai delegati cacciati dalla Fiom e oggi raccolti sotto le bandiere dell'Usb, un'organizzazione che nell'ultimo anno a Taranto ha sostenuto scioperi anche a oltranza,proteste e manifestazioni per il diritto alla salute, alla sicurezza,al lavoro, rivendicando l'esproprio ai Riva dell'Ilva senza demonizzare la questione del reddito.
Quello che sappiamo con certezza e' che la parte cacciata e' stata considerata per anni il riferimento di fabbrica della Fiom, il volto barricadero all'Ilva che ha subito licenziamenti, provvedimenti disciplinari e mobbing da parte dell'azienda.
Se questo e' il quadro, non e' difficile capire le ragioni del tracollo di consensi tra gli operai e il travaso di voti dalla Fiom all'Usb.
Quando un'organizzazione si mostra cosi slegata dalla citta', cosi incapace di misurarsi con la inevitabile complessita' e contradditorieta' di quel rapporto citta' fabbrica, quando i proclami di un nuovo modello di sviluppo si infrangono sulle polveri di un'acciaieria il risultato e' certo. Proprio per questte ragioni il voto Ilva assume un carattere generale. In un quella che poteva essere una vertenza esemplare su salute,ambiente,diritto al lavoro e al reddito, contrasto alle politiche del Governo, nuovo intervento pubblico in economia, denuncia del malaffare padronale e del suo vasto sistema di corruzione la Fiom e' mancata clamorosamente o peggio e' apparsa complice.
La sostanza e' che siamo di fronte al primo esplosivo segnale del mesto rientro della maggioranza del gruppo dirigente Fiom in quella normalità "confederale" che e' esattamente la negazione di 15 anni di battaglie dentro e fuori la Cgil.
Anche chi non e' addentro ai tecnicismi sindacali comprende senza difficoltà che le parole e le azioni della Fiom di Genova 2001, dei 21 giorni di Melfi,delle lotte per il contratto nazionale, della battaglia contro il protocollo del welfare nel 2007, dell'alterita' alla deriva Cgil consacrata in due congressi su posizioni alternative e cementata da una pratica contrattuale coerente sono ben altra cosa di quelle che accompagnano l'abbraccio all'accordo del 28 giugno che accoglie le deroghe e di quello all'accordo del 31 maggio che cancella le libertà sindacali.
I nodi prima o poi vengono al pettine. Il ripetuto utilizzo dell'orgoglio operaio del no a Pomigliano e Mirafiori di tre anni fa non paga più per la semplice ragione che parla di un ricordo appunto, non dell'attualità, non di una pratica che ancora tenta di rispondere alla condizione dei lavoratori in una fase difficilissima. Il ricordo di una radicalità e di una determinazione oggi sacrificata al pragmatismo, alla responsabilità ed al realismo rassegnato dei gruppi dirigenti. Con il voto Ilva e il rientro nella maggioranza Cgil al congresso si certifica la chiusura della lunga stagione Fiom che, dal 1996 al 2011, seppur in maniera contraddittoria, ha segnato la storia sindacale di questo paese impedendo la normalizzazione del quadro sindacale e la corporativizzazione del sistema puntando su democrazia,indipendenza e conflitto.
Emendare il documento Camusso e' apporre una qualche virgola a un testo che rivendica la bonta' della propria linea sindacale di questi anni. Guarda caso quella che ha consentito la distruzione del sistema di protezione sociale senza colpo ferire. virgole significative certo, ma pur sempre virgole. Il sindacato e' un'altra cosa.
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mercoledì 4 dicembre 2013
La Cgil alle primarie? No grazie! di Giorgio Cremaschi
La mail di sostegno a Cuperlo che gira nelle sedi dello SPI, il sindacato pensionati che organizza la metà di tutti gli iscritti alla CGIL, non è solo un goffo infortunio, ma un segno chiaro della crisi del primo sindacato italiano. La CGIL, per il bene suo e di chi rappresenta, farebbe bene tagliare il cordone ombelicale che lega i suoi gruppi dirigenti al PD. Come fa un leader della CGIL ad essere credibile nella critica all'austerità, quando ci sono questi legami con il principale partito dei governi dell'austerità? Il collateralismo con i partiti e i governi è sempre stato un male per il sindacato. Non a caso questo termine è stato inventato nella CISL, quella di una volta che sentiva il bisogno di allontanarsi dalla DC, non quella di oggi collaterale a tutto.
Questa mail non è l'errore di qualche funzionario troppo solerte, ma la prova che anche in CGIL il rapporto con la politica oggi è malato e deve cambiare radicalmente. Certo che la CGIL deve fare politica, ma lo deve fare attraverso le sue piattaforme, le sue lotte, il suo punto di vista. Il sindacato fa politica partendo dai bisogni di chi rappresenta, ma i suoi dirigenti non fanno i politici.
Cinquanta anni fa il dirigente sindacale che diventava improvvisamente assessore o parlamentare poteva anche rappresentare un successo dei lavoratori, oggi non è così. E a maggior ragione, oggi come ieri, il dirigente sindacale che diventa manager d'impresa fa pensare che questo nuovo incarico sia stato costruito mentre si esercitava il vecchio.
L'indipendenza dei sindacalisti è oggi fondamentale e sono necessarie regole di trasparenza sul possibile conflitto di interessi tra dirigenti sindacali, partiti, imprese.
Si potrebbe cominciare con una piccola semplice regola: i dirigenti della CGIL, dalla fine dell'incarico, non possono passare a direzioni aziendali pubbliche o private per cinque anni e non possono entrare nelle istituzioni politiche per almeno un anno. Altrimenti pagano forti penali al sindacato che danneggiano.
Perché deve essere chiaro che il primo danneggiato dalla scarsa autonomia dei dirigenti sindacali è il sindacato stesso.
Questa misura non impedirebbe certo che i dirigenti della CGIL tornino in un posto di lavoro o facciano militanza nei partiti, semplicemente eviterebbe che si usi il sindacato per altre carriere.
Questo però non basta perché tutti questi episodi di collateralismo e di conflitto di interessi non possono essere affrontati solo con l'appello alla autoriforma sindacale. Si sa come vanno le cose quando si chiede alle burocrazie di cambiarsi da sole. Per questo è urgente una legge che affronti il tema della rappresentanza e della democrazia sindacale.
Così come va cancellato il finanziamento pubblico dei partiti, così i sindacati devono vivere solo con le tessere volontarie e rinnovabili degli iscritti. E basta. I lavoratori in libere elezioni debbono poter scegliere chi li rappresenta senza privilegi per nessuno e gli accordi vanno approvato per referendum dagli interessati. Tre semplici regole che a parole nessuno osteggia, ma che nella pratica non si sono mai realizzate.
Mai come in questo momenti di crisi il mondo del lavoro ha bisogno di un sindacalismo forte e indipendente dai conflitti di interesse.
PS: Queste semplici proposte sono contenute nel documento di minoranza che abbiamo presentato al congresso CGIL., che significativamente si intitola " Il sindacato è un'altra cosa". Il documento di maggioranza, sostenuto da tutto il gruppo dirigente, da Susanna Camusso a Maurizio Landini, ignora completamente il tema.
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martedì 3 dicembre 2013
Il sindacato è un’altra cosa – INTERVENTO AL DIRETTIVO DI GIORGIO CREMASCHI
Il sindacato è un’altra cosa – INTERVENTO AL DIRETTIVO DI GIORGIO CREMASCHI
Non voglio qui illustrarvi come da copione il documento alternativo. Credo sia molto chiaro, ha un bel titolo che riassume bene il nostro giudizio sullo stato della CGIL e devo dire che la giornata di oggi l'ha confermato e rafforzato.
Mi interessa invece sottolineare due questioni.
La prima riguarda le modalità del congresso. Ho visto che tra gli emendamenti accettati c'è ne è uno che propone la trasparenza nei congressi e la pari dignità tra le diverse mozioni. È singolare che in questo congresso si chieda che quello prossimo sia pienamente democratico. Perché non cominciare ora?
In particolare cerchiamo di fare un congresso verità, senza quei verbali chiaramente falsi nei quali vige la regola del 100%. Tutti presenti, tutti votanti, tutti per una mozione. E dico subito che quei verbali restano falsi anche se, come qualche battuta di corridoio sussurrava, questa volta si assegna un piccola percentuale alla minoranza.
Non nascondiamo la crisi di partecipazione che è evidente, facciamo un congresso che sia una fotografia reale della organizzazione. Se su mille iscritti partecipano in cento è bene che si sappia, del resto è una realtà che emerge in tanti altri momenti. Non diamo obiettivi di partecipazione che gli apparati interpretano come risultati obbligati da far venire fuori. È un danno e vi dico subito che noi lo impediremo.
La seconda considerazione riguarda il dato politico del congresso. Il documento che voi avete chiamato unitario e che vede contraria solo la nostra qui piccola minoranza, è lo specchio della crisi della CGIL.
La giornata di trattative sugli emendamenti, perché fossero accettati, ma al tempo stesso restassero a segnare una distinzione, ha mostrato a cosa servono. Servono, come fanno i gatti, a segnare il territorio, ogni gruppo dirigente fa vedere che c'è.
In questo documento di unitaria c'è solo la decisione di andare avanti così.
Perché gruppi dirigenti che nel passato si son divisi pubblicamente improvvisamente condividono le stesse idee di fondo? Non è spiegato. Susanna Camusso ha detto che la sua proposta di partire dalla constatazione della sconfitta non è stata accettata. In effetti la consapevolezza della sconfitta giustificherebbe un documento comune di diversi. Ma di sconfitta non si parla; anzi la premessa politica del documento di maggioranza, che non ha emendamenti, dopo le solite frasi di circostanza sui limiti etc, approva tutto.
Quindi, il conflitto tra gruppi dirigenti che avevano rappresentato anche nei sentimenti delle e dei militanti della CGIL e anche nell'opinione pubblica modelli sindacali diversi, le denunce pubbliche sulla crisi drammatica dell'organizzazione, i diversi giudizi, le diverse campagne, via, PUF, tutto sparito senza una spiegazione c'è il documento unitario. E non è un nuovo segno di crisi questo?
Nel Partito Democratico, a cui la CGIL è malauguratamente troppo vicina e per noi anche questo danno deve affrontare il congresso, è stata denunciata la stessa crisi. Per anni i gruppi dirigenti hanno rifiutato di discutere sui temi di fondo, su cui si mostravano tutti d'accordo, salvo poi scontrarsi duramente sulle questioni di potere.
È quello che si verifica ora in CGIL . Cancellato il confronto sulle grandi differenze restano lo scontro di potere tra sottocorrenti, cordate, gruppi di potere, la personalizzazione senza contenuti.
Per questo son francamente contento di aver potuto presentare una alternativa a tutto questo. Perché il sindacato è un'altra cosa.
(www.rete28aprile.it)
venerdì 29 novembre 2013
25.11.2013 - "Il sindacato è un'altra cosa. E la Cgil ha fatto un'altra scelta". Intervista a Giorgio Cremaschi
tratto da: www.controlacrisi.org
“Il sindacato è un’altra cosa”. Si chiama così il documento alternativo con il quale la Rete 28 aprile andrà al congresso della Cgil. Un titolo che racconta abbastanza bene l’elemento di rottura che Giorgio Cremaschi vuole introdurre. Cremaschi è il leader di quella che per forza di cose deve essere considerata un’area programmatica a tutti gli effetti, visto che “La Cgil che vogliamo”, che prima la racchiudeva, ha deciso di aderire al documento della maggioranza. Quindi, con il suo 3% al direttivo, il piccolo drappello di sindacalisti dissidenti, tra cui, oltre a Cremaschi, figurano Maurizio Scarpa, Franca Peroni, Fabrizio Burattini, Francesco De Simone, Eva Mamini, cercherà di dare battaglia. Oggi si terrà a Roma l'assemblea nazionale della Rete 28 aprile. Controlacrisi ha intervistato Giorgio Cremaschi. (...)
Sarà un compito arduo coprire una reale battaglia congressuale nelle assemblee dei posti di lavoro.
Sì certo, ma lanceremo un messaggio preciso ai lavoratori, ovvero che questo sindacato non serve a niente, per questo abbiamo chiamato il documento “il sindacato è un’altra cosa”. Insomma, organizzeremo la mobilitazione dei delegati nei congressi della Cgil per palesare la contraddizione reale della Cgil che ormai possiamo considerare una appendice dei palazzi, da una parte, e di Cisl e Uil dall’altra. Così è un sindacato che non serve a niente. Non serve ai lavoratori se non rompe con la politica e con Confindustria. Lo abbiamo visto con lo sciopero in questi giorni. I lavoratori hanno detto no a uno sciopero finto, mentre quando lo sciopero è vero come a Genova, l’adesione è stata fortissima.
Il problema, però, sembra essere più profondo. Il congresso poteva essere l’occasione per discutere.
C’è ben poco da discutere se il documento di maggioranza è in realtà un documento delle larghe intese. Appunto, questo è un danno per la Cgil perché trasforma un congresso di una fase di crisi del sindacato in qualcosa in cui compare una unità di facciata e poi nei corridoi i gruppi dirigenti si scannano.
Oltre a questa critica feroce, nel vostro documento ci sono anche proposte?
Ce ne sono tante di proposte, a cominciare da quella di autoriforma interna per impedire, se non dopo una pausa di almeno cinque anni, che un sindacalista che lascia il sindacato finsica subito in qualche consiglio di amministrazione. Per la politica il termine è di un solo anno. Poi proponiamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che è cosa ben diversa dal contratto di solidarietà, e il salario minimo orario a dieci euro perché bisogna dire basta alla povertà dei lavoratori. C’è in questo un giudizio negativo esplicito sulla contrattazione che di fatto ha ridotto i lavoratori sul lastrico. Sarebbe meglio che il sindacato non firmasse più niente. E poi diciamo di rompere con l'Europa e di reintrodurre i due traguardi di sessanta e quarantanni per la previdenza.
Parlavi dell’autoriforma…
Serve una riforma radicale e democratica del sindacato, nel senso che ci deve essere una piena democrazia sindacale. I due accordi del 28 giugno e del 31 maggio non vanno bene e va ritira tata la firma. Vanno poi aboliti gli enti bilaterali.
Questa sinistra sindacale che si forma quando Camusso prende in mano la Cgil e poi si divide in quello che sarà il congresso di conferma…
Sono esterefatto dall’atteggiamento di Landini. Prima fa il radicale nell’intervista su Repubblica e poi il giorno dopo fa l’accordo con Susanna Camusso. Ripeto, il documento delle larghe intese è un danno per la Cgil.
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