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campagna contro la contenzione meccanica

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giovedì 12 gennaio 2017

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.
Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.
In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.
Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.
Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l'inasprimento delle espulsioni massa.
La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum
Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.
I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.
Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.
Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.
Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.
Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.
I numeri contro la realtà delle cose
Secondo l'ultimo rapporto dell'ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.
Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.
Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.
Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali
Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:
  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all'organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all'interno di un progetto sociale alternativo.













Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall'opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall'opposizione alla aziendalizzazione dell'istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall'accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.
In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.
E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.
Per l'alternativa libertaria.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA
Fano, 7 gennaio 2017

venerdì 28 agosto 2015

Ministero buffo e i dati veri del Jobs Act

Editoriale de "Il Manifesto" - quotidiano comunista del 26.8.2015 Ministero buffo e i dati veri del Jobs Act Jobs Act. Il problema di fondo non è solo algebrico, ma anche politico. In Italia si persevera nell’idea che le informazioni statistiche siano un giocattolo ad uso e consumo dei governi e non invece il mezzo di sintesi che per eccellenza ci restituisce nitidamente i fatti Il Mini­stero del Lavoro si era sba­gliato, facendo lie­vi­tare di 1.195.681 il numero di con­tratti avviati al netto delle ces­sa­zioni tra gen­naio e luglio di quest’anno. Un errore cla­mo­roso, che non può essere giu­sti­fi­cato come svi­sta nei cal­coli data la sua entità e che lo staff di Poletti cor­regge solo nel pome­rig­gio di ieri, eli­mi­nando dal sito le infor­ma­zioni con­te­nenti gli errori, così come se nulla fosse. Nella mat­ti­nata invece rila­scia­vano una dichia­ra­zione su Repub­blica in cui l’errore di com­pren­sione e ela­bo­ra­zione dei dati era a carico degli stessi gior­na­li­sti che chie­de­vano chia­ri­mento. Insomma un modo inso­lito di rico­no­scere il merito in chi fa dav­vero il pro­prio lavoro. Il pro­blema di fondo non è solo alge­brico, ma anche poli­tico. In Ita­lia si per­se­vera nell’idea che le infor­ma­zioni sta­ti­sti­che siano un gio­cat­tolo ad uso e con­sumo dei governi e non invece il mezzo di sin­tesi che per eccel­lenza ci resti­tui­sce niti­da­mente i fatti. Per­ché come già Paolo Sylos Labini nel suo sag­gio sulle classi sociali negli anni 80 “Un’analisi della strut­tura sociale che non fac­cia rife­ri­mento alle quan­tità si risolve in una pura fabu­la­zione” ed è quindi mano­vra­bile. Ma i dati non bastano serve anche l’onestà intel­let­tuale nella nar­ra­zione che segue l’analisi delle infor­ma­zioni sta­ti­sti­che, la stessa che dovrebbe gui­dare i governi e i pro­pri entou­rage, tec­nici o meno, pur sem­pre politici. Dalle pagine di que­sto gior­nale ci si inter­ro­gava ieri sulla discre­panza dei dati pub­bli­cati nella tabella rie­pi­lo­ga­tiva del Mini­stero e quelli che era pos­si­bile rico­struire attra­verso le note men­sili, notando come già solo per i rap­porti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato, al netto delle ces­sa­zioni, si riscon­trava una dif­fe­renza di circa 303 mila contratti. A guar­dare la nuova tabella pub­bli­cata ieri si evince che al netto di alcune revi­sioni, ave­vamo for­nito una stima cor­retta dell’errore e quindi un cal­colo della situa­zione con­si­stente con la realtà. I con­tratti netti a tempo inde­ter­mi­nato tra gen­naio e luglio di quest’anno sono 117498 (non oltre i 420 mila come pub­bli­cato ieri). Guar­dando il totale rela­tivo a tutte le tipo­lo­gie con­trat­tuali si nota che i nuovi rap­porti netti di lavoro sono 1.136.172 e non 2.331.853. L’errore stava dun­que nei cal­coli, non nelle ope­ra­zioni di revi­sione (che sepa­rano lie­ve­mente le stime for­nite ieri su Il Mani­fe­sto ieri dai dati effet­tivi). Secondo la com­po­si­zione per tipo­lo­gia si nota che solo il 10% dei con­tratti sono a tempo inde­ter­mi­nato, l’87.3% a ter­mine, l’apprendistato e i con­tratti clas­si­fi­cati come “altro” rap­pre­sen­tano rispet­ti­va­mente il 3.4% e il 2.2% dei con­tratti. Il giu­di­zio sulle riforme del governo rimane stabile. La noti­zia quindi sta nell’errore con­si­de­re­vole com­messo dallo staff del Mini­stero del Lavoro pub­bli­cando una tabella com­ple­ta­mente errata. Distra­zioni ed errori di cal­colo sono pos­si­bili, ma è inam­mis­si­bile che un uffi­cio sta­ti­stico non con­trolli prima di dare noti­zie in pasto alla stampa. L’entità dell’errore avrebbe dovuto far sob­bal­zare chiun­que in que­sti mesi abbia seguito le dina­mi­che del mer­cato del lavoro, tec­nici del mini­stero o gior­na­li­sti che siano. Nel frat­tempo, se è vero che l’ufficio stampa del Mini­stero ha inviato nel pome­rig­gio di ieri un’agenzia alle reda­zioni alle­gando la tabella cor­retta, è altret­tanto vero che ini­zial­mente la giu­sti­fi­ca­zione a tali discre­panze, for­nita sulle pagine di Repub­blica in un arti­colo a firma di Valen­tina Conte, è stata del tutto ina­de­guata. Ini­zial­mente il dato non è stato smen­tito ma giu­sti­fi­cato in base al fatto che le infor­ma­zioni con­te­nute nel sistema ven­gono costan­te­mente aggiornate. Ma le revi­sioni non pos­sono certo stra­vol­gere i dati sep­pure prov­vi­sori for­niti a venti e qua­ranta giorni dalla chiu­sura del mese di rife­ri­mento, altri­menti signi­fi­che­rebbe che le imprese pos­sono comu­ni­care avvia­menti e ces­sa­zioni di rap­porti di lavoro con dila­zioni tem­po­rali che non per­met­tono nes­suna valu­ta­zione dell’andamento del mer­cato di breve periodo e quindi delle riforme, ren­dendo il sistema sta­ti­stico sem­pli­ce­mente inutile. Nella stessa dichia­ra­zione non emerge mai il bene­fi­cio del dub­bio: «Fa così anche l’Istat, ma nes­suno obietta mai», la dif­fi­coltà a capire i dati da parte dei cit­ta­dini è “il prezzo da pagare, spiega ancora il mini­stero, «per aver voluto dif­fon­dere gli aggior­na­menti una volta al mese, anzi­ché ogni tri­me­stre»”. Falso! L’Istat pub­blica ogni mese i dati e si pre­mura di for­nire il mese suc­ces­sivo le even­tuali revi­sioni. Il mini­stero del Lavoro potrebbe pren­dere esem­pio dal metodo Istat, senza lamen­tarsi della fre­quente pub­bli­ca­zione dei dati, che ser­vono ai cit­ta­dini pro­prio per dira­mare, oltre gli errori ingiu­sti­fi­ca­bili di cal­colo, la neb­bia pro­vo­cata da mesi di propaganda.

mercoledì 8 aprile 2015

LAVORO GRATUITO PER EXPO: L’INIZIATIVA LEGALE PER FERMARLO

LAVORO GRATUITO PER EXPO: L’INIZIATIVA LEGALE PER FERMARLO MILANO 9 APRILE - ORE 12.00 Presso il Palacom, via Melchiorre Gioia 45 Il Forum Diritti/Lavoro, associazione di sindacalisti, giuristi e militanti dei movimenti sociali, già promotrice della manifestazione dello scorso 28 febbraio a Milano contro il jobs act ed il lavoro gratuito per Expo, convoca a Milano una conferenza stampa, che si terrà il prossimo 9 aprile alle ore 12.00 presso il Palacom, in via Melchiorre Gioia 45. Nella conferenza stampa verrà illustrata l’iniziativa legale del Forum di contrasto al lavoro gratuito previsto per gli addetti ai servizi Expo. Parteciperanno: dirigenti sindacali dell’USB, dell’opposizione CGIL, dell’ADL e giuristi e militanti del Forum Diritti/Lavoro. Sono invitati i NOEXPO e tutti i movimenti di opposizione sociali milanesi. Il fatto che il lavoro senza retribuzione sia stato definito con un accordo sottoscritto dalle principali organizzazioni confederali non ne inficia, secondo il Forum, l'illegittimità di fondo. Nella conferenza stampa verranno pertanto illustrate le motivazioni di legge alla base di questo giudizio e le prime iniziative che il Forum, assieme a forze sindacali e sociali, intende mettere in atto per contrastare questo pericolosissimo precedente, che rischia di estendere in vasti settori del mondo del lavoro il principio incostituzionale della prestazione lavorativa senza compenso. Sperando nella presenza inviamo i più cordiali saluti, Per il coordinamento del FDL Giorgio Cremaschi Carlo Guglielmi Milano, 3 aprile 2014 Info: Sandro Sartorio: 3472266890

lunedì 30 marzo 2015

JOBS ACT : TUTELE ASSENTI LOTTE CRESCENTI

TUTELE ASSENTI LOTTE CRESCENTI Oggi, nella sala consigliare della Provincia di Pordenone, è in programma il consiglio generale della Cisl dal titolo "Jobs Act e contrattazione, strade per il rilancio territoriale", al quale parteciperanno la Presidente della Regione Debora Serracchiani, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, il numero due della Confindustria Stefano Dolcetta e il segretario confederale Cisl Gianluigi Petteni. Una delle tante occasioni in cui si incontrano alcuni dei responsabili dell'attacco generalizzato ai salari e ai diritti dei lavoratori che, nell'ultimo ventennio, ha preso forma attraverso dispositivi legislativi (pacchetto Treu, legge sulla rappresentanza, Jobs act, ecc.) e che hanno fatto della precarietà e dell'ideologia neoliberista il paradigma delle nuove forme dello sfruttamento. Un attacco che si è intensificato con l'affermarsi della crisi, prodotta dalle leggi dell'accumulazione capitalista, e con la complicità di una casta di burocrati sindacali complici di aver svenduto le conquiste sociali costate anni di lotte al movimento dei lavoratori. La ricetta è sempre la stessa: profitti per pochi, sacrifici per i proletari e dispotismo aziendale con la possibilità di eliminare chi si oppone al potere padronale. La strada del licenziamento e del demansionamento è la "cura" imposta dal governo Renzi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato le nuove regole contrattuali a "tutele crescenti" del cosiddetto Jobs act che sono operative dal 1 marzo 2015. In realtà di tutele non c'è ne traccia, anzi vengono liberalizzati licenziamenti, individuali e collettivi, senza possibilità di reintegro, l'unica cosa di "crescente" sono le misere monetizzazioni legate all'anzianità di servizio. Si da facoltà alle aziende di imporre mansioni dequalificanti senza più alcun rispetto dei livelli categoriali acquisiti. Si aumenta il periodo massimo dei contratti a tempo determinato da 24 a 36 mensilità. I contratti di apprendistato non avranno più vincoli di assunzione. Si compie così anche in Italia una parte di quella ristrutturazione del diritto del lavoro che, dietro la facciata delle politiche di austerity inculcate dall'economia del debito, si inserisce nei processi di ristrutturazione dell'industria, già realizzati e in atto in UE. Nel frattempo, in regione aumentano i disoccupati (dal 2008 al 2013 sono stati persi 22.000 posti di lavoro) e le persone a rischio povertà hanno raggiunto la quota delle 100 mila unità, pari al 10 % della popolazione regionale. Anche la situazione familiare è in peggioramento. Nel 2012 il 9,2 % del fvg versava in condizioni di severa deprivazione, il 13,6 % non poteva permettersi di riscaldare l’abitazione, il 44,5 % - poco meno della metà - non era nelle condizioni di concedersi una vacanza, il 35 % di sostenere spese impreviste. Condizioni patite più di tutti dalle fasce anziane della popolazione e dalle donne, non di rado sole e con figli (dati Cisl Fvg). Intanto, gli amministratori regionali cosa fanno? Si limitano a mettere in campo magre risorse di sostegno al reddito (10 milioni); continuano ad indebolire lo stato sociale, depauperando la sanità e la scuola; lasciano l'orientamento e l'inserimento al lavoro in mano ad enti privati ed agenzie interinali. Continuano a parlare di "sostegno al reddito" ma scartano ogni ipotesi di un reddito sociale garantito, universale e incondizionato. Solo l'autorganizzazione autonoma dei lavoratori e di tutti gli sfruttati, fuori da logiche burocratiche e concertative, può rilanciare una lotta generalizzata in grado di capovolgere gli equilibri a favore di un movimento sociale che rivendichi l'emancipazione di tutti. Collettivo Riff Raff riffraff@autistici.org

venerdì 3 ottobre 2014

TUTELE CRESCENTI O CRESCENTI PERDITE DEI DIRITTI?

E’ un curioso modo di ragionare quello del sig. Renzusconi il cui governo sta varando una legge in parlamento per togliere ai nuovi assunti a tempi indeterminato la tutela dell’art.18 (o meglio quella che rimane dopo la legge Fornero), sostituendola con un sistema di cosiddette “tutele crescenti” per cui in caso di licenziamento ingiustificato il lavoratore/trice verrà risarcito con un contributo in denaro crescente, legato all’anzianità nell’azienda, anziché con il reintegro. E tutto questo viene presentato dalla bella faccia tosta del premier Renzi come fosse un grosso favore nei confronti dei lavoratori e lavoratrici, anziché un regalo verso l’ ingordigia famelica dei padroni d’impresa e delle loro associazioni. Ha mai sentito parlare il sig. Renzusconi del significato della parola ricatto, condizione in cui vive un dipendente quando può essere licenziato senza motivazione in qualsiasi momento, soprattutto se si azzarda a rivendicare i propri diritti e la dignità nel suo posto di lavoro? Sicuramente le condizioni in cui Renzusconi opera e governa di garanzie ne ha più che in abbondanza. Siamo sicuramente di fronte ad un atto di estremo autoritarismo, per non dire molto peggio, dal momento che la approvazione di questa legge significa un colpo di spugna che modificherà, in modo gravemente peggiorativo, tutti i contratti di lavoro fin’ora in vigore, frutto di anni di lotte e di mediazioni fra le parti, azzerando tutte quelle parti che limitano il periodo di prova, prima della dell’assunzione, a poche settimane o al massimo pochi mesi a secondo dei livelli categoriali. Solo adesso si è risvegliata la Camusso, la “bella addormentata nel bosco” (in buona compagni con Angeletti e Bonanni), accusando il “premier” di logica thatcheriana. Anche la cosiddetta “punta avanzata” del sindacalismo confederale, il segretario della Fiom Landini, osa nei confronti di Renzi, con il quale si è trovato spesso a colloquiare, definire la sua una “presa per il culo”. Ma Cgil, Cisl, Uil se la sono ampiamente meritata questa presa per i fondelli: nel mentre Renzusconi dichiarava apertamente, e continua a farlo, che del giudizio nel sindacato se ne frega senza alcuna risposta dignitosa e adeguata; nel mentre procedeva incontrastato nell’approvazione del Jobs Act (riduzioni di diritti) e preannunciava già da mesi di introdurre la “contro-riforma” delle cosiddette “tutele crescenti”, senza che da parte confederale ci fosse una adeguata e reale risposta. Che poi Renzusconi si permetta il lusso di tirare in ballo le responsabilità dei confederale nella divisione dei lavoratori/trici tra maggiormente tutelati e quelli senza tutela se lo meritano pure per la loro ignavia accondiscendenza. Ma non si può certo dimenticare che proprio i suoi attuali alleati di governo, e il suo stesso partito, hanno promosso proprio quelle leggi, e continuano tutt’ora, che hanno prodotto quel disastro di precarietà senza tutele che si è così rapidamente diffuso. Cosa può recriminare Renzusconi quando ci propone un modello per appianare le differenze togliendo diritti a chi ce l’ha, invece di darli a chi non li ha ancora. Ma Renzi nel suo giochetto delle tre carte sa benissimo come stanno le cose: la vittima sacrificale sarà ancora una volta la classe lavoratrice, perché è quanto richiesto dai padroni e dalle loro associazioni ed è il diktat imposto dalle politiche dalla U.E. Ancora una volta Cgil, Cisl e Uil staranno a guardare, concedendosi qualche aziona dimostrativa come prevede il copione della finta opposizione. Ancora una volta la domanda che ci si pone, rivolta al sindacato conflittuale e all’intera area dell’opposizione sociale: se non ora quando?. Enrico Moroni

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)