„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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venerdì 25 ottobre 2013
25.5.2013 - Austerità costituzionale e presidenzialismo - di Giorgio Cremaschi
Abbiamo corso il rischio di dover essere grati ai falchi berlusconiani. Nella disperata ricerca di rappresaglie contro il destino giudiziario del loro capo, hanno infatti provato a colpire in parlamento il disegno di controriforma costituzionale. Purtroppo han fallito per pochi voti e grazie al soccorso prestato al governo dalla Lega, di cui è ben nota la sensibilità costituzionale. Così la riscrittura in senso autoritario della Carta uscita dalla resistenza antifascista prosegue.
Anche questo dobbiamo mettere nel conto delle responsabilità del governo delle larghe intese e della sua guida assoluta, Giorgio Napolitano.
All'attuale Presidente della Repubblica sono oggi perdonate posizioni e scelte che non sarebbero mai state accettate da nessun suo predecessore. Tra questi va ricordato Francesco Cossiga, posto in stato d'accusa dal PCI per le sue ripetute prese di posizione a favore del cambiamento della Costituzione.
Napolitano il cambiamento non lo propaganda, lo pratica, fino al punto di fare le riunioni dei capigruppo di maggioranza come qualsiasi segretario di partito. Siamo diventati una repubblica presidenziale di fatto e credo abbiano fatto un grave errore i promotori della manifestazione del 12 ottobre a non dirlo con forza dal palco, raccogliendo un sentimento profondo di chi era in quella piazza. Le timidezze e le reticenze sul ruolo negativo del Presidente della Repubblica indeboliscono la lotta in difesa dei principi di fondo della Costituzione.
D'altra parte un pesantissimo colpo a quei principi è già stato assestato, ancora una volta principalmente da PD PDL e Lega, con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. La riscrittura dell'articolo 81 è infatti la madre di tutte le controriforme, perché cancella di fatto tutti i principi sociali contenuti nella prima parte.
Come può la Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali che si oppongono alla piena eguaglianza dei cittadini, se ogni anno deve tagliare di decine di miliardi le spese sociali, e solo per pagare gli interessi sul debito senza violare l'obbligo costituzionale di pareggio?
Non può e così con questa controriforma le politiche di austerità diventano obbligo perenne. Come aveva chiesto il banchiere Morgan, prima di pagare 13 miliardi di dollari allo stato americano per le truffe sui derivati.
L' Europa deve capire che le politiche di austerità non sono una parentesi, ma il modo di condurre da qui in avanti un continente che deve accettare pienamente la società di mercato. Questo ha detto il banchiere americano a giugno sul Wall Street Journal e ha poi aggiunto che, per raggiungere questo obiettivo, i popoli europei devono liberarsi delle costituzioni antifasciste e sinistrorse che promettono una eguaglianza che non ci può più essere. Si comincia ad accontentarlo.
La controriforma costituzionale non è solo frutto delle classi dirigenti del nostro paese, ma viene prepotentemente richiesta dalla finanza internazionale, come venne formalizzato il 4 agosto 2011 dalla lettera al governo di Draghi e Trichet.
Il Fiscal Compact e i patti ad esso connessi hanno fatto il resto: al di sopra dei nuovi costituenti, oltre i saggi incaricati di rivedere la nostra Carta, stanno i mandanti e i controllori. Sopra di loro stanno quelle istituzioni tecnofinanziarie che impongono le politiche di austerità con quei vincoli che per Giorgio Napolitano sarebbe da incoscienti mettere in discussione. Mentre sarebbe la sola scelta saggia da compiere.
La difesa della costituzione repubblicana oggi non si fa solo contro la destra berlusconiana, ma anche contro le scelte politiche di Giorgio Napolitano e contro quei vincoli europei che ci hanno imposto la costituzionalizzazione dell'austerità.
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lunedì 14 ottobre 2013
19 ottobre 2013 tutti a Roma !
In vista del prossimo ottobre, e la settimana dal 12 al 19 dove convergeranno le lotte e iniziative (il 12 ottobre la giornata di lotta per difendere i territori dalle devastazioni ambientali, il 15 la mobilitazione internazionale “è tempo di sciopero sociale”, il 18 lo sciopero generale del sindacalismo conflittuale e il 19 la manifestazione a Roma), Radio Onda d’ Urto vi propone una serie di analisi e commenti delle realtà che promuovono e parteciperanno attivamente alla mobilitazione.
Partendo dall’assemblea generale di Roma dello scorso 28 settembre vogliamo confrontarci, anche attraverso le quotidiane notizie e dati che confermano quanto sia più che mai necessario ribellarsi allo stato di cose presenti, nei contenuti di quella che sarà la giornata di lotta nazionale contro crisi e austerity, per il blocco immediato degli sfratti e la ricomposizione delle lotte.
Ascolta il confronto tra Paolo Di Vetta, dei Blocchi precari metropolitani di Roma, e Michele, del centro sociale Magazzino47 di Brescia
Il confronto tra Luca Fagiano, del coordinamento cittadino di lotta per la casa di Roma, e Gianluca, del centro sociale Askatasuna di Torino.
Mercoledi 9 ottobre a Roma conferenza stampa di presentazione. Paolo di Vetta, blocchi precari metropolitani e del movimento di lotta per la casa. Ascolta
Nello stesso giorno azione di protesta a Bologna nei confronti di ferrovie dello stato. Occupati gli uffici delle Fs nel capoluogo emiliano da parte di un gruppo di compagni e compagne per protestare contro l’atteggiamento di Trenitalia che ha negato la possibilità di raggiungere Roma con un treno speciale,pretendendo che si utilizzino i treni di linea pagando prezzi esorbitanti. Da Bologna Fulvio di Infoaut Bologna. Ascolta
Giovedì 10 ottobre invece abbiamo realizzato un confronto tra Piero Bernocchi, della Confederazione Cobas, e Simone Oggionni, dei Giovani Comunisti. Ascolta o scarica il contributo
Un altro confronto che vi proponiamo è particolare rispetto agli altri proposti: si tratta infatti di un dibattito tra Filippo Miraglia, dell’ARCI che aderisce alla manifestazione del 12 Ottobre “Costituzione la via maestra”, e Luca Fagiano di Abitare nella crisi, rete di realtà che lottano per il diritto alla casa che ha lanciato la data dell’assedio del 19 Ottobre. Ascolta.
TUTTO SU RADIO ONDA D'URTO
http://www.radiondadurto.org/2013/10/05/verso-la-sollevazione-del-19-ottobre-analisi-e-commenti/
venerdì 5 luglio 2013
Licenziamenti di Stato
Per conoscenza da contropiano.org
http://www.contropiano.org/news-politica/item/17678-anche-lo-stato-comincia-a-licenziare-7800-esuberi
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venerdì 5 aprile 2013
RIAPRIAMO LE FABBRICHE, CREIAMO POSTI DI LAVORO! Assemblea Nazionale
RIAPRIAMO LE FABBRICHE, CREIAMO POSTI DI LAVORO!
ESTENDIAMO IL CONFLITTO, COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA!
Assemblea Nazionale
Sabato 6 aprile 2013 ore 17 a Grottaminarda (AV)
Seconda Università degli Studi di Napoli, Via Francesco Flammia
a cento metri dall’uscita di Grottaminarda della Napoli-Bari
Lo stabilimento Irisbus della Valle Ufita in provincia di Avellino è avviato alla chiusura ed allo smantellamento, ma il Comitato di Resistenza Operaia nato dalla determinazione di un gruppo di operai della fabbrica e dai cittadini schierati in loro difesa non vogliono arrendersi. La loro mobilitazione è volta a riprendersi lo stabilimento e riavviare la produzione. Per questa ragione, e da questo luogo simbolo di mille realtà diffuse nel paese, vogliamo ripartire e riprendere la riflessione necessaria ad elaborare soluzioni praticabili qui ed ora, dall’autogestione alla nazionalizzazione degli stabilimenti in dismissione, ad organizzare la lotta coordinata con le altre mobilitazioni in corso, a costruire una campagna nazionale che imponga all’ordine del giorno il lavoro!
Il nostro paese è devastato dagli effetti della crisi generale del sistema capitalista: da un lato smantellamento e distruzione dell’apparato industriale, licenziamenti, cassa integrazione e crescita vertiginosa dei tassi di disoccupazione, dall’altro le politiche messe in campo dagli ultimi governi Prodi-Berlusconi-Monti con il sostegno del Parlamento e la regia di Napolitano in accordo con i Marchionne di turno, gli speculatori finanziari, il Vaticano, la BCE, le Organizzazioni Criminali, la Nato, gli USA e l’UE.
Una molteplicità di provvedimenti che hanno puntato allo smantellamento dello Stato Sociale, all’eliminazione della democrazia sindacale e alla repressione sistematica del conflitto.
Emblematiche le vicende dell’Alcoa, dell’Ilva di Taranto, della Sevel di Termoli, della Ginori fiorentina, della Fiat di Torino, di Cassino, di Melfi o di Pomigliano D’Arco, dell’Irisbus di Avellino o ancora delle “società partecipate” di servizio che vanno verso la chiusura lasciando senza stipendio centinaia di migliaia di famiglie… e ancora lo smantellamento della sanità pubblica come ci raccontano i comitati di lotta del San Raffaele di Milano o del Maresca di Torre del Greco… I soldi per i servizi necessari non ci sono e il lavoro non c’è… continuano a ripetere e a dire che bisogna tagliare perché bisogna ridurre il debito pubblico, ma a fronte di tanta miseria cui ci hanno condotto il debito pubblico continua ad aumentare!!!
I fatti, però, hanno la testa dura e dimostrano che i soldi per fare intrallazzi, per far pagare stipendi d’oro a ad amministratori delegati, notabili, clero, per acquistare F35, per finanziare grandi opere… ci sono e sono tanti, cifre astronomiche!
La realtà ci mostra che per rimettere in piedi il nostro paese, foss’anche solo per bonificarlo dalla devastazione ambientale, di lavoro da fare ce n’è tanto e ce n’è per tutti! Riconoscerlo e mettere in atto misure per realizzarlo, elaborare un Piano del Lavoro per il paese, è solo questione di volontà politica! Senza lavoro, senza un salario non c’è progresso, né democrazia né dignità! E’ possibile far fronte a tutto ciò? E’ possibile riprenderci e conquistare ciò di cui abbiamo bisogno? E’ ormai palese che continuare a rivendicare ad un qualche governo emanazione dei poteri forti i nostri diritti non è sufficiente, da parte loro non c’è nessuna intenzione di soddisfare le nostre rivendicazioni.
E’ necessario costruire un’alternativa politica alla UE del debito, della macelleria sociale, dei padroni e delle banche! E’ necessario qui ed ora connettere le lotte per iniziare a praticare le soluzioni ai nostri problemi, senza più deleghe né attendismi.
A partire dalle fabbriche e dai territori in lotta per la difesa dei diritti della maggioranza, dalla Val Susa alla classe operaia che non si è piegata a Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Taranto, Termoli… dagli operai dell’ALCOA ai lavoratori dell’ospedale S. Raffaele di Milano, dai lavoratori dell’Ikea al Comitato di Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto, dagli operai che occupano le fabbriche minacciate di chiusura al movimento dei beni comuni fino ad arrivare al movimento studentesco, è necessario coordinare le azioni di lotta e confrontarsi per iniziare ad elaborare e sperimentare la messa in campo di possibili misure atte alla ripresa delle produzioni utili alla collettività o alla conversione di quelle dannose, salvaguardando i posti di lavoro, i diritti e le condizioni di vita dei territori, creando nuovi posti di lavoro.
Il 6 Aprile a Grottaminarda vogliamo costruire un’assemblea pubblica delle realtà in lotta, degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, dei cittadini che in questi mesi si sono organizzati per opporre resistenza all’avanzare della crisi nelle sue molteplici forme.
Invitiamo a partecipare tutti coloro tra intellettuali, tecnici specialisti, rappresentanti istituzionali progressisti che a vario titolo possono o dicono di voler dare un contributo alla rinascita del paese.
Promuovono Comitato di Resistenza Operaia e Comitato NO Debito
ESTENDIAMO IL CONFLITTO, COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA!
Assemblea Nazionale
Sabato 6 aprile 2013 ore 17 a Grottaminarda (AV)
Seconda Università degli Studi di Napoli, Via Francesco Flammia
a cento metri dall’uscita di Grottaminarda della Napoli-Bari
Lo stabilimento Irisbus della Valle Ufita in provincia di Avellino è avviato alla chiusura ed allo smantellamento, ma il Comitato di Resistenza Operaia nato dalla determinazione di un gruppo di operai della fabbrica e dai cittadini schierati in loro difesa non vogliono arrendersi. La loro mobilitazione è volta a riprendersi lo stabilimento e riavviare la produzione. Per questa ragione, e da questo luogo simbolo di mille realtà diffuse nel paese, vogliamo ripartire e riprendere la riflessione necessaria ad elaborare soluzioni praticabili qui ed ora, dall’autogestione alla nazionalizzazione degli stabilimenti in dismissione, ad organizzare la lotta coordinata con le altre mobilitazioni in corso, a costruire una campagna nazionale che imponga all’ordine del giorno il lavoro!
Il nostro paese è devastato dagli effetti della crisi generale del sistema capitalista: da un lato smantellamento e distruzione dell’apparato industriale, licenziamenti, cassa integrazione e crescita vertiginosa dei tassi di disoccupazione, dall’altro le politiche messe in campo dagli ultimi governi Prodi-Berlusconi-Monti con il sostegno del Parlamento e la regia di Napolitano in accordo con i Marchionne di turno, gli speculatori finanziari, il Vaticano, la BCE, le Organizzazioni Criminali, la Nato, gli USA e l’UE.
Una molteplicità di provvedimenti che hanno puntato allo smantellamento dello Stato Sociale, all’eliminazione della democrazia sindacale e alla repressione sistematica del conflitto.
Emblematiche le vicende dell’Alcoa, dell’Ilva di Taranto, della Sevel di Termoli, della Ginori fiorentina, della Fiat di Torino, di Cassino, di Melfi o di Pomigliano D’Arco, dell’Irisbus di Avellino o ancora delle “società partecipate” di servizio che vanno verso la chiusura lasciando senza stipendio centinaia di migliaia di famiglie… e ancora lo smantellamento della sanità pubblica come ci raccontano i comitati di lotta del San Raffaele di Milano o del Maresca di Torre del Greco… I soldi per i servizi necessari non ci sono e il lavoro non c’è… continuano a ripetere e a dire che bisogna tagliare perché bisogna ridurre il debito pubblico, ma a fronte di tanta miseria cui ci hanno condotto il debito pubblico continua ad aumentare!!!
I fatti, però, hanno la testa dura e dimostrano che i soldi per fare intrallazzi, per far pagare stipendi d’oro a ad amministratori delegati, notabili, clero, per acquistare F35, per finanziare grandi opere… ci sono e sono tanti, cifre astronomiche!
La realtà ci mostra che per rimettere in piedi il nostro paese, foss’anche solo per bonificarlo dalla devastazione ambientale, di lavoro da fare ce n’è tanto e ce n’è per tutti! Riconoscerlo e mettere in atto misure per realizzarlo, elaborare un Piano del Lavoro per il paese, è solo questione di volontà politica! Senza lavoro, senza un salario non c’è progresso, né democrazia né dignità! E’ possibile far fronte a tutto ciò? E’ possibile riprenderci e conquistare ciò di cui abbiamo bisogno? E’ ormai palese che continuare a rivendicare ad un qualche governo emanazione dei poteri forti i nostri diritti non è sufficiente, da parte loro non c’è nessuna intenzione di soddisfare le nostre rivendicazioni.
E’ necessario costruire un’alternativa politica alla UE del debito, della macelleria sociale, dei padroni e delle banche! E’ necessario qui ed ora connettere le lotte per iniziare a praticare le soluzioni ai nostri problemi, senza più deleghe né attendismi.
A partire dalle fabbriche e dai territori in lotta per la difesa dei diritti della maggioranza, dalla Val Susa alla classe operaia che non si è piegata a Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Taranto, Termoli… dagli operai dell’ALCOA ai lavoratori dell’ospedale S. Raffaele di Milano, dai lavoratori dell’Ikea al Comitato di Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto, dagli operai che occupano le fabbriche minacciate di chiusura al movimento dei beni comuni fino ad arrivare al movimento studentesco, è necessario coordinare le azioni di lotta e confrontarsi per iniziare ad elaborare e sperimentare la messa in campo di possibili misure atte alla ripresa delle produzioni utili alla collettività o alla conversione di quelle dannose, salvaguardando i posti di lavoro, i diritti e le condizioni di vita dei territori, creando nuovi posti di lavoro.
Il 6 Aprile a Grottaminarda vogliamo costruire un’assemblea pubblica delle realtà in lotta, degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, dei cittadini che in questi mesi si sono organizzati per opporre resistenza all’avanzare della crisi nelle sue molteplici forme.
Invitiamo a partecipare tutti coloro tra intellettuali, tecnici specialisti, rappresentanti istituzionali progressisti che a vario titolo possono o dicono di voler dare un contributo alla rinascita del paese.
Promuovono Comitato di Resistenza Operaia e Comitato NO Debito
mercoledì 20 marzo 2013
Ma cosa deve succedere ancora perché decidiate di cambiare? di Giorgio Cremaschi
Ma cosa deve succedere ancora perché decidiate di cambiare?
Giorgio Cremaschi gcremaschi.r28@gmail.fiom
Non ho trovato nella relazione di Susanna Camusso nessun vero segno di volontà di cambiamento, le stesse riflessioni sulla necessità di ascoltare e capire sono acqua fresca se poi tutto resta come sempre.
Lo scossone delle elezioni tocca anche noi, anche perché la grande maggioranza di questo gruppo dirigente aveva speso tutte le sue carte sulla vittoria del centro sinistra e per questo è stata sconfitta.
Ora non possiamo dare la colpa alla gente che non lotta. Non è vero che abbiamo fatto quello che potevamo e che i nostri appelli al conflitto sociale non sono stati ascoltati. Noi non abbiamo fatto il nostro dovere di fronte al massacro sociale che colpisce prima di tutto il mondo del lavoro e per questo la rabbia di massa si è riversata su chi si proponeva di rappresentarla e indirizzarla verso la casta politica.
Se la questione sociale e il rifiuto delle politiche di austerità non si è rivolto alle forze tradizionali della sinistra è prima di tutto colpa di queste forze, visto che il PD ha sostenuto Monti e non ha proposto nulla di nuovo, e rifondazione comunista si è presentata come rivoluzione civile e non sociale.
Se alla fine tutto viene trasferito sul terreno della radicalità democratica, sul quale ovviamente trionfa Grillo, e la questione sociale scompare di chi è la colpa? E il sindacato e la CGIL in particolare non hanno responsabilità? Ma non scherziamo.
Mi chiedo se Grillo non abbia mandato un ringraziamento a CGIL CISL e UIL, visto che siamo il solo paese europeo dove non si è lottato davvero contro l'austerità e questo gli ha permesso di evitare ogni vera scelta economica e sociale.
E invece si va avanti come sempre.
Voglio ricordare a questo direttivo che la linea politica di fondo della CGIL è la stessa dal 1977. La struttura organizzativa è ancora quella decisa nel 1979. Dal 1988, dopo le dimissioni di Antonio Pizzinato, ogni segretario generale ha nominato il suo successore. La cooptazione dall'alto è il sistema di governo di tutta l'organizzazione e voi pensate di andare avanti così?
Così ci sono solo il declino e la marginalità, magari la burocrazia si salva in qualche nicchia, ma la nostra funzione di organizzatori sociali viene meno, proprio quando invece ce ne sarebbe più bisogno. E non sperate di trovare una nuova concertazione che, come nel 1993, assegni alle confederazioni un ruolo centrale. Questo non c è più.
Bisogna cambiare linea politica, gruppo dirigente e modo pratico di funzionare.
Ci vuole una democrazia vera, che vuol dire prima di tutto diritto a dire la propria. Come fate a parlare di partecipazione quando nelle assemblee dei delegati gli interventi sono selezionati preventivamente in modo da impedire un vero confronto, quando due delegati in dissenso vengono espulsi in Veneto, due persone per bene di cui tutta la organizzazione dovrebbe essere orgogliosa?
Come negare che esiste un questione burocratica grande come una casa e che agli occhi di milioni di persone che soffrono, il sindacato appare distante e inconcludente?
Se il gruppo dirigente della CGIL appare parte del palazzo è colpa di Grillo e delle persone in carne ed ossa che lo votano o delle politiche e delle pratiche del gruppo dirigente?
Ci vorrebbe un congresso immediato con al centro il cambiamento radicale della CGIL, mentre si lotta davvero contro il massacro sociale.
Invece andate avanti come sempre sperando che passi la nottata...la CGIL la mettete in crisi voi che la dirigete.
Giorgio Cremaschi gcremaschi.r28@gmail.fiom
Non ho trovato nella relazione di Susanna Camusso nessun vero segno di volontà di cambiamento, le stesse riflessioni sulla necessità di ascoltare e capire sono acqua fresca se poi tutto resta come sempre.
Lo scossone delle elezioni tocca anche noi, anche perché la grande maggioranza di questo gruppo dirigente aveva speso tutte le sue carte sulla vittoria del centro sinistra e per questo è stata sconfitta.
Ora non possiamo dare la colpa alla gente che non lotta. Non è vero che abbiamo fatto quello che potevamo e che i nostri appelli al conflitto sociale non sono stati ascoltati. Noi non abbiamo fatto il nostro dovere di fronte al massacro sociale che colpisce prima di tutto il mondo del lavoro e per questo la rabbia di massa si è riversata su chi si proponeva di rappresentarla e indirizzarla verso la casta politica.
Se la questione sociale e il rifiuto delle politiche di austerità non si è rivolto alle forze tradizionali della sinistra è prima di tutto colpa di queste forze, visto che il PD ha sostenuto Monti e non ha proposto nulla di nuovo, e rifondazione comunista si è presentata come rivoluzione civile e non sociale.
Se alla fine tutto viene trasferito sul terreno della radicalità democratica, sul quale ovviamente trionfa Grillo, e la questione sociale scompare di chi è la colpa? E il sindacato e la CGIL in particolare non hanno responsabilità? Ma non scherziamo.
Mi chiedo se Grillo non abbia mandato un ringraziamento a CGIL CISL e UIL, visto che siamo il solo paese europeo dove non si è lottato davvero contro l'austerità e questo gli ha permesso di evitare ogni vera scelta economica e sociale.
E invece si va avanti come sempre.
Voglio ricordare a questo direttivo che la linea politica di fondo della CGIL è la stessa dal 1977. La struttura organizzativa è ancora quella decisa nel 1979. Dal 1988, dopo le dimissioni di Antonio Pizzinato, ogni segretario generale ha nominato il suo successore. La cooptazione dall'alto è il sistema di governo di tutta l'organizzazione e voi pensate di andare avanti così?
Così ci sono solo il declino e la marginalità, magari la burocrazia si salva in qualche nicchia, ma la nostra funzione di organizzatori sociali viene meno, proprio quando invece ce ne sarebbe più bisogno. E non sperate di trovare una nuova concertazione che, come nel 1993, assegni alle confederazioni un ruolo centrale. Questo non c è più.
Bisogna cambiare linea politica, gruppo dirigente e modo pratico di funzionare.
Ci vuole una democrazia vera, che vuol dire prima di tutto diritto a dire la propria. Come fate a parlare di partecipazione quando nelle assemblee dei delegati gli interventi sono selezionati preventivamente in modo da impedire un vero confronto, quando due delegati in dissenso vengono espulsi in Veneto, due persone per bene di cui tutta la organizzazione dovrebbe essere orgogliosa?
Come negare che esiste un questione burocratica grande come una casa e che agli occhi di milioni di persone che soffrono, il sindacato appare distante e inconcludente?
Se il gruppo dirigente della CGIL appare parte del palazzo è colpa di Grillo e delle persone in carne ed ossa che lo votano o delle politiche e delle pratiche del gruppo dirigente?
Ci vorrebbe un congresso immediato con al centro il cambiamento radicale della CGIL, mentre si lotta davvero contro il massacro sociale.
Invece andate avanti come sempre sperando che passi la nottata...la CGIL la mettete in crisi voi che la dirigete.
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lunedì 18 marzo 2013
Il fallimento dell'euro di Giorgio Cremaschi 18-3-2013
Prima di discutere se e quanto durerà l'euro, su cui si abbattono le alterne vicende delle Borse e dello spread, sarebbe necessario misurarsi con il fallimento sociale e politico della moneta unica.
Diamo pure credito alle buone intenzioni, quelle di cui è lastricata la via che conduce all'inferno. Sicuramente i governi italiani ed europei, soprattutto di centro sinistra, che hanno partecipato alla costruzione dell'euro pensavano così di contribuire alla unificazione democratica del continente.
La moneta unica unificherà paesi che si sono combattuti per secoli e alla fine porterà agli Stati Uniti d'Europa. L' Italia avrà solo da guadagnare ad avere la stessa moneta dei paesi più ricchi ed efficienti del continente, ne riceveranno giovamento i conti pubblici, il sistema produttivo e finanziario, la stessa efficienza della pubblica amministrazione.
Quante volte abbiamo sentito ripetere e argomentare questi concetti, in particolare da Ciampi e Prodi. Ottimi propositi, solo che la realtà è andata da tutt'altra parte e non per una serie di sfortunati eventi.
Fin dall'inizio la costruzione dell'euro è avvenuta attraverso un impianto e economico, istituzionale e culturale liberista.
Dal trattato di Maastricht al fiscal compact, tutti i patti che hanno accompagnato la moneta unica hanno impegnato i governi a vincoli sempre più brutali nel nome di quella politica che oggi chiamiamo di austerità.
Finché l'economia mondiale cresceva, questa politica frenava lo sviluppo, ma non lo bloccava. Ma con la crisi quei trattati hanno costretto i governi a fare l'esatto contrario di ciò che sarebbe stato necessario: le politiche di austerità e rigore sono state rese ancora più dure invece che essere alleggerite. Così la crisi è diventata profonda recessione.
Economie diverse e con diversa forza, unificate sul piano dei mercati dalla moneta, ma senza politiche economiche, fiscali e sociali comuni, non potevano che trasformare l'area dell'euro in una zona di guerra economica fratricida. Siccome non si poteva più svalutare la moneta, si svalutavano il lavoro e le tutele sociali.
L'effetto pratico dell'euro è così stato l'esatto contrario delle intenzioni dei suoi sostenitori. La Germania si è profondamente avvantaggiata da una moneta che sottovalutava il marco e quindi la rendeva più competitiva. I paesi del sud, ma anche la Francia, hanno invece avuto sopravvalutate le loro monete, e hanno perso mercato, in molti casi proprio a favore della Germania.
Le buste paga, che purtroppo non mentono, ci dicono che il valore reale dell'euro da noi è di mille lire, e in Germania di tremila.
La scelta di unificare le economie partendo dalla moneta e dal liberismo ha prodotto l'opposto effetto di aumentare le differenze e le distanze tra le varie aree del continente. Invece che unità ha prodotto rottura e oggi, proprio a causa della moneta unica, i popoli europei sono più frantumati e distanti tra le loro diverse condizioni.
La concreta costruzione dell'euro ha fatto solo danno alla prospettiva di una Europa solidale e democraticamente unita e sarebbe unu atto di onestà intellettuale se Ciampi, Prodi e chi ha condiviso le loro scelte lo ammettessero. L'euro ha portato non alla democrazia, ma all'ottuso potere tecnocratico e autoritario della Troika, che affama la Grecia e il Portogallo, ma al tempo stesso è incapace di affrontare la crisi di una piccola economia come quella di Cipro.
L'Europa dell'euro è politicamente, socialmente e culturalmente fallita, prima se ne prende atto e prima si trova la via per superare il fallimento.
Questo però non significa cancellare la moneta unica come prima misura. Su questo piano Grillo ripete, da posizione opposta, l'errore di Ciampi e Prodi. Non si deve partire dalla moneta, ma dalle politiche economiche e dalle istituzioni che le sorreggono. Quella che va smontata è l'Europa dei trattati e dei vincoli liberisti.
In Italia ed in Europa occorre una banca centrale che stampi moneta e che sia pubblica e non in mano alla finanza internazionale. Il vincolo del debito non può più essere accettato , mentre occorrono grandi investimenti pubblici sull'istruzione e sullo stato sociale. Le nazionalizzazioni devono tornare ad essere un necessario strumento di politica economica, invece che un tabù.
Lo svalutazione competitiva del lavoro per vendere all'estero, anima profonda della moneta unica, deve cessare.
Bisogna rovesciare le politiche di austerità e per questo una consultazione democratica è necessaria. Ma vanno sottoposti a referendum i trattati europei e i vincoli che essi óci impongono sui bilanci pubblici e sulla spesa sociale. È sul fiscal compact, ancora ignorato dalla nostra opinione pubblica e non certo per sua colpa, che i cittadini italiani devono essere chiamati a decidere.
La questione della moneta verrà dopo, quando, le politiche liberiste saranno state rovesciate. A quel punto la soluzione monetaria che si troverà sarà quella più conveniente per far riprendere ad avanzare democrazia ed eguaglianza sociale in Italia ed Europa.
Prima la democrazia e lo stato sociale e poi i mercati e la moneta, questo è il ribaltamento che dobbiamo compiere per affrancatrici da trenta anni di fallimentari politiche liberiste.
www.rete28aprile.it
Diamo pure credito alle buone intenzioni, quelle di cui è lastricata la via che conduce all'inferno. Sicuramente i governi italiani ed europei, soprattutto di centro sinistra, che hanno partecipato alla costruzione dell'euro pensavano così di contribuire alla unificazione democratica del continente.
La moneta unica unificherà paesi che si sono combattuti per secoli e alla fine porterà agli Stati Uniti d'Europa. L' Italia avrà solo da guadagnare ad avere la stessa moneta dei paesi più ricchi ed efficienti del continente, ne riceveranno giovamento i conti pubblici, il sistema produttivo e finanziario, la stessa efficienza della pubblica amministrazione.
Quante volte abbiamo sentito ripetere e argomentare questi concetti, in particolare da Ciampi e Prodi. Ottimi propositi, solo che la realtà è andata da tutt'altra parte e non per una serie di sfortunati eventi.
Fin dall'inizio la costruzione dell'euro è avvenuta attraverso un impianto e economico, istituzionale e culturale liberista.
Dal trattato di Maastricht al fiscal compact, tutti i patti che hanno accompagnato la moneta unica hanno impegnato i governi a vincoli sempre più brutali nel nome di quella politica che oggi chiamiamo di austerità.
Finché l'economia mondiale cresceva, questa politica frenava lo sviluppo, ma non lo bloccava. Ma con la crisi quei trattati hanno costretto i governi a fare l'esatto contrario di ciò che sarebbe stato necessario: le politiche di austerità e rigore sono state rese ancora più dure invece che essere alleggerite. Così la crisi è diventata profonda recessione.
Economie diverse e con diversa forza, unificate sul piano dei mercati dalla moneta, ma senza politiche economiche, fiscali e sociali comuni, non potevano che trasformare l'area dell'euro in una zona di guerra economica fratricida. Siccome non si poteva più svalutare la moneta, si svalutavano il lavoro e le tutele sociali.
L'effetto pratico dell'euro è così stato l'esatto contrario delle intenzioni dei suoi sostenitori. La Germania si è profondamente avvantaggiata da una moneta che sottovalutava il marco e quindi la rendeva più competitiva. I paesi del sud, ma anche la Francia, hanno invece avuto sopravvalutate le loro monete, e hanno perso mercato, in molti casi proprio a favore della Germania.
Le buste paga, che purtroppo non mentono, ci dicono che il valore reale dell'euro da noi è di mille lire, e in Germania di tremila.
La scelta di unificare le economie partendo dalla moneta e dal liberismo ha prodotto l'opposto effetto di aumentare le differenze e le distanze tra le varie aree del continente. Invece che unità ha prodotto rottura e oggi, proprio a causa della moneta unica, i popoli europei sono più frantumati e distanti tra le loro diverse condizioni.
La concreta costruzione dell'euro ha fatto solo danno alla prospettiva di una Europa solidale e democraticamente unita e sarebbe unu atto di onestà intellettuale se Ciampi, Prodi e chi ha condiviso le loro scelte lo ammettessero. L'euro ha portato non alla democrazia, ma all'ottuso potere tecnocratico e autoritario della Troika, che affama la Grecia e il Portogallo, ma al tempo stesso è incapace di affrontare la crisi di una piccola economia come quella di Cipro.
L'Europa dell'euro è politicamente, socialmente e culturalmente fallita, prima se ne prende atto e prima si trova la via per superare il fallimento.
Questo però non significa cancellare la moneta unica come prima misura. Su questo piano Grillo ripete, da posizione opposta, l'errore di Ciampi e Prodi. Non si deve partire dalla moneta, ma dalle politiche economiche e dalle istituzioni che le sorreggono. Quella che va smontata è l'Europa dei trattati e dei vincoli liberisti.
In Italia ed in Europa occorre una banca centrale che stampi moneta e che sia pubblica e non in mano alla finanza internazionale. Il vincolo del debito non può più essere accettato , mentre occorrono grandi investimenti pubblici sull'istruzione e sullo stato sociale. Le nazionalizzazioni devono tornare ad essere un necessario strumento di politica economica, invece che un tabù.
Lo svalutazione competitiva del lavoro per vendere all'estero, anima profonda della moneta unica, deve cessare.
Bisogna rovesciare le politiche di austerità e per questo una consultazione democratica è necessaria. Ma vanno sottoposti a referendum i trattati europei e i vincoli che essi óci impongono sui bilanci pubblici e sulla spesa sociale. È sul fiscal compact, ancora ignorato dalla nostra opinione pubblica e non certo per sua colpa, che i cittadini italiani devono essere chiamati a decidere.
La questione della moneta verrà dopo, quando, le politiche liberiste saranno state rovesciate. A quel punto la soluzione monetaria che si troverà sarà quella più conveniente per far riprendere ad avanzare democrazia ed eguaglianza sociale in Italia ed Europa.
Prima la democrazia e lo stato sociale e poi i mercati e la moneta, questo è il ribaltamento che dobbiamo compiere per affrancatrici da trenta anni di fallimentari politiche liberiste.
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mercoledì 14 novembre 2012
Le nostre colpe nel mondo di X Factor.
di Giorgio Cremaschi
Il simpatico spettacolo televisivo delle primarie del centro sinistra, giustamente ospitato negli studi dove si sfidano i cantanti di X Factor, ci consegna tutta l'insostenibile leggerezza della politica italiana di fronte alla crisi.
Mentre la condizione sociale del paese sprofonda e non uno solo dei fattori economici segna al positivo, non una sola delle scelte di fondo che ci stanno governando viene sottoposta al giudizio degli elettori. E' giusta l'auterità e se no quali sono le alternative? Cosa si fa in Europa, come ci comportiamo con la Grecia, continuiamo ad essere complici dell'infamia sociale e civile verso un intero popolo o rompiamo con chi la sta producendo?
Mi fermo qui perché di fronte allo spettacolino del centro sinistra -invidiato dalla destra che ora dice lo faremo anche noi- di fronte a tutto questo la cosa più sciocca è stupirsi. Nella carta di intenti sottoscritta da tutti i candidati del centro sinistra, in mezzo a tanti fumosi buoni propositi un impegno è chiaro senza equivoci. Il centrosinistra è impegnato a sostenere tutti i patti di austerità europea , tutti i trattati, tutti gli impegni assunti da Monti, a partire dal fiscal compact. La vera agenda Monti è già sottoscritta, il resto è solo spettacolo televisivo.
Allora il punto vero è solo questo: cosa facciamo noi?
Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d'Europa contro l'austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all''ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo?
Ci facciamo ancora rappresentare dalla compagnia di X Factor? E se questa volta vogliamo non farci fregare dalla narrazione del centro sinistra, dopo vent'anni di narrazione berlusconiana, per quale alternativa lavoriamo?
La sola vera forza dell'inconsistenza del centrosinistra sta proprio nella nostra incapacità di costruire l'alternativa.
Portiamo in piazza una marea di persone e il giorno dopo riprendiamo come prima, con tutti i nostri gruppi e organizzazioni, quasi ci fossimo incontrati per caso e con qualche fastidio.
Dall'inizio del secolo in Italia si susseguono grandi movimenti, lotte generose e mobilitazioni , ma la rappresentanza istituzionale è sempre quella, altro che rottamazione. Sì c' è il movimento 5 stelle, ma sappiamo tutti che non rappresenta la nostra lotta, il nostro punto di vista. Noi non riusciamo a consolidare nulla e la compagnia di X Factor, più o meno allargata a seconda delle circostanze, alla fine è sempre l'unica in campo.
Che facciamo allora, ci occupiamo solo dei nostri spazi? Per scelta o per costrizione restiamo extra parlamentari, extraconfederali, extra insomma? Possiamo cominciare a dire che se le cose vanno così male in Italia, ne abbiamo responsabilità anche noi?
I militanti e i dirigenti dei sindacati di base e del dissenso confederale, quelli dei partiti a sinistra del centro sinistra, quelli delle organizzazioni sociali e civili che rifiutano tutto o parti rilevanti di questo sistema, pensano davvero di proseguire così e di sopravvivere, ognuno a casa sua, alla devastazione della crisi e all'assimilazione del potere che la governa?
C'è bisogno oggi di una vera grande rottura, ma o la produrremo assieme o non ci sarà.
Se l'alternativa di cui misuriamo ogni giorno la grande domanda e l'immenso bisogno, se questa alternativa non nasce, non è a questo punto colpa nostra? Vorrei delle risposte.
[www.rete28aprile.it]
Il simpatico spettacolo televisivo delle primarie del centro sinistra, giustamente ospitato negli studi dove si sfidano i cantanti di X Factor, ci consegna tutta l'insostenibile leggerezza della politica italiana di fronte alla crisi.
Mentre la condizione sociale del paese sprofonda e non uno solo dei fattori economici segna al positivo, non una sola delle scelte di fondo che ci stanno governando viene sottoposta al giudizio degli elettori. E' giusta l'auterità e se no quali sono le alternative? Cosa si fa in Europa, come ci comportiamo con la Grecia, continuiamo ad essere complici dell'infamia sociale e civile verso un intero popolo o rompiamo con chi la sta producendo?
Mi fermo qui perché di fronte allo spettacolino del centro sinistra -invidiato dalla destra che ora dice lo faremo anche noi- di fronte a tutto questo la cosa più sciocca è stupirsi. Nella carta di intenti sottoscritta da tutti i candidati del centro sinistra, in mezzo a tanti fumosi buoni propositi un impegno è chiaro senza equivoci. Il centrosinistra è impegnato a sostenere tutti i patti di austerità europea , tutti i trattati, tutti gli impegni assunti da Monti, a partire dal fiscal compact. La vera agenda Monti è già sottoscritta, il resto è solo spettacolo televisivo.
Allora il punto vero è solo questo: cosa facciamo noi?
Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d'Europa contro l'austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all''ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo?
Ci facciamo ancora rappresentare dalla compagnia di X Factor? E se questa volta vogliamo non farci fregare dalla narrazione del centro sinistra, dopo vent'anni di narrazione berlusconiana, per quale alternativa lavoriamo?
La sola vera forza dell'inconsistenza del centrosinistra sta proprio nella nostra incapacità di costruire l'alternativa.
Portiamo in piazza una marea di persone e il giorno dopo riprendiamo come prima, con tutti i nostri gruppi e organizzazioni, quasi ci fossimo incontrati per caso e con qualche fastidio.
Dall'inizio del secolo in Italia si susseguono grandi movimenti, lotte generose e mobilitazioni , ma la rappresentanza istituzionale è sempre quella, altro che rottamazione. Sì c' è il movimento 5 stelle, ma sappiamo tutti che non rappresenta la nostra lotta, il nostro punto di vista. Noi non riusciamo a consolidare nulla e la compagnia di X Factor, più o meno allargata a seconda delle circostanze, alla fine è sempre l'unica in campo.
Che facciamo allora, ci occupiamo solo dei nostri spazi? Per scelta o per costrizione restiamo extra parlamentari, extraconfederali, extra insomma? Possiamo cominciare a dire che se le cose vanno così male in Italia, ne abbiamo responsabilità anche noi?
I militanti e i dirigenti dei sindacati di base e del dissenso confederale, quelli dei partiti a sinistra del centro sinistra, quelli delle organizzazioni sociali e civili che rifiutano tutto o parti rilevanti di questo sistema, pensano davvero di proseguire così e di sopravvivere, ognuno a casa sua, alla devastazione della crisi e all'assimilazione del potere che la governa?
C'è bisogno oggi di una vera grande rottura, ma o la produrremo assieme o non ci sarà.
Se l'alternativa di cui misuriamo ogni giorno la grande domanda e l'immenso bisogno, se questa alternativa non nasce, non è a questo punto colpa nostra? Vorrei delle risposte.
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