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martedì 5 gennaio 2016

L'invitato di pietra della COP21 - Giorgio Nebbia

L'invitato di pietra della COP21 (apparso sul sito del circolo Gramsci di Vittorio Veneto )      

A proposito della conferenza COP21 di Parigi si sono sentiti tanti commenti, ma, a mio parere, ben poco o niente si è parlato del vero protagonista nascosto: le merci. Sono stati discussi e proposti strumenti fiscali, economici, incentivi e commerci per diminuire le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera dovuta alle emissioni di “gas serra”, come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, composti organici alogenati, eccetera, e ai cambiamenti dei terreni agricoli e delle foreste.
Si parla di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra: una parte viene eliminata dall’atmosfera trascinata dalle piogge nei mari; una parte contribuisce alla fotosintesi; una parte, circa 25 miliardi di tonnellate ogni anno, va ad aggiungersi ai circa 3000 miliardi di tonnellate di gas serra che già sono presenti nei 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas dell’atmosfera. Tenendo conto del peso specifico dei vari gas, il volume dei gas serra nell’atmosfera aumenta ogni anno di circa due volumi ogni milione di volumi di gas totali (ppm in volume).
Tutti parlano di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, tutti guai dovuti principalmente alla domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. L’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.
Molti governanti cominciano ad essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, bombole di metano.
Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis.
Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.
L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci --- e quindi di energia --- anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.
Giorgio Nebbia       17 dicembre 2015

http://www.cgvv.org/index.php?option=com_content&view=article&id=61:l-invitato-di-pietra-della-cop21&catid=11:ambiente&Itemid=168

domenica 22 novembre 2015

DI PARASSITI, DI ALCUNI CRIMINALI E DI ALTRE QUESTIONI A proposito di Xylella

DI PARASSITI, DI ALCUNI CRIMINALI E DI ALTRE QUESTIONI
A proposito di Xylella
Cerchiamo di mettere alcuni punti fermi in questa faccenda del disseccamento degli ulivi del Salento, nella quale a nostro avviso ignoranza e confusione sono state diffuse ‘scientificamente’ dalla quasi totalità dei media e delle istituzioni, e lo facciamo partendo dalla premessa che non c’è per noi peggior nemico di chiunque eserciti una qualche forma di potere su altri individui e che nulla ci appare più odioso dell’ignoranza e della paura di cui il potere ha sempre bisogno per potersi esercitare.
Diciamo subito intanto che noi non crediamo che il batterio (Xylella fastidiosa, subspecie pauca, ceppo CoDiRO) sia davvero il responsabile (o, almeno, il principale responsabile) dei fenomeni di disseccamento degli ulivi del Salento: quello di cui invece siamo convinte è che sia in atto un vero e proprio piano criminale, che vede agire di concerto diverse istituzioni regionali, statali ed europee, e che ha come fine l’eliminazione dei limiti e delle salvaguardie che fino a poco tempo fa impedivano nel Salento la distruzione degli alberi secolari di ulivo. Tutto ciò allo scopo finale di spalancare la strada a diverse speculazioni, che vanno dalle mega strutture turistiche (soprattutto resort e campi da golf) all’impianto degli uliveti cosiddetti “superintensivi”, sicuramente più funzionali agli obiettivi di profitto delle mafie agroindustriali pugliesi.
E’ ormai chiaro che il disegno della classe politica e delle lobby padronali della regione è quello di trasformare profondamente il territorio salentino, squalificandolo al livello di un volgare ‘divertificio’ turistico per tutte le classi, circondato da un’agricoltura intensiva a basso costo e totalmente meccanizzata, diretta alla produzione di alimenti scadenti e non autoctoni e caratterizzata da modalità produttive aggressive sia nei confronti dell’ambiente bio-naturale che del contesto sociale ed economico del territorio. Tutto ciò, naturalmente, al solo scopo dell’arricchimento personale di pochi.
Come questo piano si stia realizzando, da alcuni anni a questa parte, cercheremo di spiegarlo.
Xylella è un patogeno da quarantena inserito nella lista A1 dell’EPPO (European and Mediterranean Plant Protection Organization): si tratta di un batterio che prolifera nei vasi xilematici delle piante (quelli che portano la linfa grezza, ossia l’acqua e i soluti in essa disciolti, dalle radici alle parti periferiche delle piante), causandone l’occlusione e quindi una serie di alterazioni in grado di determinare, in alcuni casi, anche la morte delle piante infette.
Si contano almeno 300 specie vegetali interessate dall’attività del batterio, alcune decine delle quali sono state certamente individuate nel Salento: non solo, quindi, l’olivo, ma anche mandorlo, oleandro, ciliegio, vinca, polygala, mimosa, catharanthus, rosmarino, mirto, ecc., ecc..
La trasmissione del batterio non può avvenire mediante contatto o diffusione aerea, ma esclusivamente ad opera di alcuni insetti vettori che si nutrono succhiando la linfa dai vasi xilematici delle piante infette: con la linfa dei vasi legnosi gli insetti risucchiano anche i batteri che si fissano e si moltiplicano nel tratto iniziale del loro sistema digerente, per essere re-iniettati in altre piante durante le successive alimentazioni. Non tutte queste inoculazioni danno luogo a infezioni di X. fastidiosa: solo nel caso che la pianta ricevente sia suscettibile, il batterio è in grado di moltiplicarsi e diffondersi, formando colonie che possono rimanere latenti nella pianta infetta ovvero indurre una malattia sintomatica.
Allo stato attuale l’unica specie diffusa nelle aree ‘infette’ del Salento, per la quale è stata dimostrata la capacità di trasmettere il batterio, è il Philaenus spumarius L., meglio nota come “Sputacchina media” per la schiuma bianca, simile alla saliva, in cui vivono immerse le forme giovanili dell’insetto. Questo insetto (un rincote omottero di origine europea, ormai cosmopolita) può interessare centinaia di piante ospiti: la sua diffusione nelle regioni del sud, in alcuni periodi dell’anno, è praticamente paragonabile a quella di mosche e zanzare.
In pratica, la tesi sostenuta dal CNR di Bari, dall’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia, dall’Università degli Studi di Bari, dallo IAM (Istituto Agronomico Mediterraneo), dal Corpo Forestale dello Stato, da tutte le organizzazioni professionali (Coldiretti, Confagricoltura, Copagri e CIA) e dalla maggior parte delle organizzazioni dei produttori della provincia di Lecce, quella sulla base della quale è stato costruito l’intero piano straordinario che attribuisce poteri altrettanto straordinari al commissario Silletti, si basa su questo assunto indiscusso: il batterio (contro il quale, ci si dice, non esiste al momento una cura diretta) è giunto nel basso Salento probabilmente attraverso l’importazione di piante ornamentali dal Costa Rica in qualche vivaio della zona ed è stato ‘diffuso’ negli uliveti dalle attività della sputacchina. Di conseguenza, tutta la strategia di lotta al batterio si incentra sull’obiettivo di evitarne l’ulteriore diffusione, attraverso la distruzione delle piante infette (ulivi perlopiù ultracentenari, ma anche gli oleandri dello spartitraffico della superstrada Lecce-Brindisi) e degli insetti che veicolano il contagio.
A complicare ulteriormente la faccenda concorrono altri fattori: in primis il fatto che Xylella fastidiosa ‘colpisce’ praticamente gran parte del paesaggio arboreo del mediterraneo; inoltre, la sputacchina appartiene alla categoria degli insetti cosiddetti ‘autostoppisti’, cioè è solita approfittare del passaggio su indumenti, auto e altri mezzi meccanici in movimento, per spostarsi velocemente da un luogo all’altro.
Tuttavia, il Piano Straordinario della Regione, con l’avallo del governo centrale e delle commissioni europee, continua ad avere come unico obiettivo il contenimento della diffusione del batterio. Attualmente, sono state individuate nel Salento tre zone (cosiddette ‘di infezione’, ‘cuscinetto’ e ‘di sorveglianza’) all’interno delle quali le direttive prevedono, oltre al monitoraggio e all’obbligo di alcune ‘buone pratiche agronomiche’, anche misure drastiche come l’uso obbligatorio di insetticidi contro gli insetti vettori e l’eradicazione delle piante ritenute ‘infette’ e di tutte le specie vegetali comprese in un raggio di cento metri dalle piante ‘incriminate’.
In realtà, già nelle “Linee Guida” diffuse circa un anno fa dalla Regione Puglia, ad uso di studiosi ed agricoltori vari, si parla più correttamente di ‘Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo’ (CoDiRO, appunto, come il ceppo genetico della Xilella da loro stessi individuato) e si descrivono, altrettanto diffusamente, almeno altre due ‘concause’ dei problemi degli ulivi: la prima è l’attività del cosiddetto ‘rodilegno giallo’ (Zeuzera Pyrina), un lepidottero ben conosciuto dagli olivicoltori salentini, le cui larve (che possono raggiungere a maturità i 60 mm di lunghezza) vivono scavando lunghe gallerie nei rami o nelle branche degli ulivi. Questa attività trofica delle larve della Zeuzera determina l’interruzione del trasporto della linfa vegetale, ma consente anche la penetrazione e la diffusione nel legno di diversi funghi lignicoli che, sviluppandosi, ostacolano ulteriormente il flusso linfatico.
L’altro agente patogeno indicato come concausa del disseccamento sono infatti diverse specie di funghi lignicoli (soprattutto appartenenti ai generi Phaeoacremonium e Phaeomoniella spp.) i quali risultano sempre presenti nei casi di disseccamento degli ulivi, a differenza del batterio, che è stato trovato solo su alcune delle piante che manifestano i relativi sintomi: a tutt’oggi, infatti, anche secondo i dati di istituzioni come l’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare), i ritrovamenti di Xylella sugli alberi analizzati in tutta la regione sono relativamente pochi (612 su 26755 campionamenti, poco più del 2%).
Una domanda sorge subito spontanea: di che cosa si sono ammalati tutti gli altri alberi di olivo che manifestano disseccamenti?
La diffusione di diverse specie fungine a danno degli ulivi, tra l’altro, è un fenomeno con il quale l’olivicoltura salentina è costretta già da alcuni anni a fare seriamente i conti: l’aumento delle pluviometrie annue (e, in generale, un significativo innalzamento dei tassi di umidità, legato agli indiscutibili cambiamenti climatici delle ultime stagioni) insieme al ripetersi di inverni caratterizzati da temperature miti, ha sicuramente favorito la continuità dei cicli biologici di alcuni parassiti, prime fra tutti alcune specie fungine. Sarebbe bastato questo semplice ragionamento (confortato, tra l’altro, dalle osservazioni e dalle pratiche quotidiane di diversi/e contadini/e della nostra terra) ad indirizzare le ricerche verso un approccio più virtuoso e curativo rispetto al vero e proprio piano di sterminio elaborato dalle istituzioni.
Ma per questo tipo di ricerca non sono previsti contributi europei, e tutte queste buone pratiche agricole non fanno girare molto denaro…
Si sarebbe potuto anche riflettere sul fatto che, nelle zone del basso Salento in cui i disseccamenti sono più diffusi, la cura e la gestione degli uliveti è di fatto da anni abbandonata, soprattutto per ragioni ‘economiche’, quando non è (ancora peggio!) limitata al solo uso indiscriminato di sostanze chimiche: per il diserbo, per la concimazione, per il contenimento dei parassiti, ecc., ecc..
Non c’è nessun bisogno della Xylella per spiegare quello che sta accadendo: la stragrande maggioranza delle piante pugliesi curate con buonsenso non manifestano sintomi alcuni di malattia, ed è evidente la ripresa degli ulivi in via di disseccamento dopo che gli stessi sono stati ‘trattati’ per alcuni mesi con le tecniche dell’agricoltura naturale o ‘biologica’ (che poi sono le stesse pratiche utilizzate da secoli dai nostri vecchi contadini).
Fin qui la fitopatologia, la botanica, l’agricoltura, l’entomologia.
Poi, però, viene anche la politica e, inevitabilmente, l’economia.
Una serie di fatti:
– Nel settembre del 2010 lo IAM (Istituo Agronomico Mediterraneo) organizza presso la sua sede di Valenzano (BA) un convegno per esperti del settore sulle tecniche di contenimento di alcuni ceppi di Xylella f.. Sulla faccenda c’è da registrare (per chi crede ancora a queste cose) anche una indagine della procura di Lecce in relazione alla provenienza del batterio che si è diffuso nel Salento. Lo IAM oggi si giustifica dicendo che il ceppo di Xylella interessato (col quale sono state fatte prove di inoculo, diffusione e controllo) era di un ceppo diverso da quello che sta distruggendo le piante di olivo salentine, e comunque giura che il batterio è stato distrutto a conclusione dei lavori del workshop. Quest’ultima affermazione, però, non può essere verificata da nessuno, nemmeno a livello istituzionale, dato che il centro di Valenzano dello IAM è un istituto internazionale che ha carattere di extraterritorialità e in quanto tale gode di una totale immunità giudiziaria. Il commissario straordinario per l’emergenza Silletti (comandante del Corpo Forestale dello stato), allo scopo di ribadire la fiducia delle istituzioni nei confronti del centro di ricerca, ha voluto che proprio all’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari fosse formato il personale del Corpo Forestale e della Polizia Provinciale di Lecce destinato all’applicazione sul campo del piano straordinario (comprese le eradicazioni degli ulivi ultracentenari).
– Bayer, Syngenta, Novartis, Dupont sono le multinazionali che producono i principi attivi della maggior parte degli insetticidi chimici il cui utilizzo è reso obbligatorio dal piano straordinario contro gli insetti vettori della Xylella. Si tratta di almeno quattro irrorazioni, da effettuarsi obbligatoriamente sulle piante di ulivo tra maggio e settembre, utilizzando sostanze come Imidacloprid, Etofenprox, Buprofezin, Dimetoato, Deltametrina, Lambda cialotrina, Clorpirifos metile. Alle aziende agricole salentine è fatto obbligo di acquistare con fattura i formulati previsti, al fine di poter permettere alle guardie di controllarne l’effettivo utilizzo.
Questa ordinanza, provvisoriamente sospesa durante il periodo delle elezioni regionali (con la motivazione/scusa dei ricorsi presentati al TAR del Lazio da 27 aziende vivaistiche e agricole salentine a marchio bio contro il piano straordinario Silletti), ha ripreso pienamente la sua validità subito dopo la elezione di Emiliano (PD) al governo della regione (elezioni che hanno praticamente riconfermato la classe dirigente legata all’ex governatore Vendola).
– Secondo uno studio di Arpa Puglia su dati Istat relativi all’anno 2011, con oltre 155mila quintali di prodotti fitosanitari utilizzati, la regione Pulglia è quarta in Italia per l’uso di pesticidi, preceduta solo da Veneto, Emilia Romagna e Sicilia.
– La multinazionale Monsanto, colosso mondiale della produzione di sementi transgeniche, si occupa anche della selezione di specie resistenti al batterio riscontrato in Puglia. Lo fa attraverso “Allelyx”, società partecipata che ha per nome proprio l’anagramma di “Xylella”. Sembra che alcune centinaia di migliaia di giovani piante di olivo resistenti al batterio siano già state ‘prodotte’ in Israele e siano già disponibili per i mercati del Mediterraneo.
– Da più di dieci anni esistono nella provincia di Lecce associazioni di proprietari di grandi estensioni di uliveti secolari (leggi ‘latifondisti’), costituitesi con il preciso scopo di ottenere delle leggi che vadano in deroga alle normative regionali e nazionali che limitavano fino a qualche tempo fa la distruzione di queste piante monumentali. Non contenti dei milioni di euro di fondi pubblici che ricevono in virtù delle politiche agricole comunitarie (nonostante tengano gli uliveti in stato di completo abbandono), questi proprietari puntano alla valorizzazione dei ‘loro’ terreni, con l’intenzione di trasformarli in complessi turistici e campi da golf (sono circondati dal meraviglioso mare del Salento!).
In altri casi, la prospettiva è quella di trasformare questi uliveti secolari in impianti superintensivi, nei quali sia possibile effettuare una certamente più economica raccolta meccanizzata, sulla scia di ciò che è accaduto in Spagna negli ultimi vent’anni e che ha consentito a questo paese di raddoppiare la sua produzione di olio, superando la Puglia e l’Italia nelle classifiche della produzione mondiale.
– Questa trasformazione ‘industrialista’ dell’agricoltura pugliese è perfettamente coerente con le politiche di Confindustria Puglia e corrisponde interamente ai desideri delle dirigenze delle associazioni di categoria pugliesi e delle istituzioni regionali. Tra i suoi più ‘affidabili’ sostenitori ne nominiamo solo due, forse i più importanti: Dario Stefano, senatore SEL, già membro della giunta di Confindustria Puglia, assessore alle Risorse Agroalimentari della Regione nel secondo mandato del ‘governatore’ Vendola, a cui fa sponda a livello europeo Paolo Di Castro, già ministro delle Politiche Agricole e Forestali nel primo e nel secondo governo D’Alema, deputato PD al parlamento di Bruxelles, dove ricopre la carica di presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale. La principale preoccupazione di questi personaggi negli ultimi mesi sembra essere quella di garantire “adeguate misure compensatorie” per gli agricoltori (leggi: “elettori”) colpiti dalla diffusione del batterio, e soprattutto il riconoscimento dopo “l’emergenza Xylella” dello stato di ‘calamità naturale’: in parole povere soldi, tantissimi soldi, da far piovere sulle ceppaie dei nostri ulivi secolari tagliati con le motoseghe.
– In realtà, i risarcimenti diretti previsti fino ad oggi per i proprietari degli ulivi abbattuti sono irrisori: si parla di 11 milioni di euro per un milione di piante (circa 11 euro a pianta). E’ stato deciso inoltre che i soldi li avranno solo i proprietari che abbatteranno volontariamente gli alberi, mentre chi si opporrà ai diktat del piano straordinario non solo non riceverà un soldo, ma dovrà anche pagare l’azione delle guardie del commissario.
Anche le modalità del risarcimento sono a dir poco sospette: ad accedere alle misure saranno solo le aziende agricole che dimostreranno una perdita superiore al 30% della loro produzione lorda vendibile; i giornali parlano da sempre di un “sussidio” previsto anche per il resto dei proprietari che non sono aziende agricole, ma di questa specifica non esiste traccia su nessun documento ufficiale.
– La maggior parte dei soldi che sono già arrivati sono invece finiti nelle tasche di, ripettivamente:
a) quattro enti di ricerca convenzionati con la regione Puglia: lo IAM, già citato, il CNR di Bari, l’Istituto Basile Caramia di Locorotondo, l’Università di Foggia; per qualsiasi altro istituto, di qualsiasi altra parte del mondo, la ricerca sulla Xylella nel Salento è proibita: è considerata illegale, fuorilegge;
b) il Corpo Forestale dello Stato Italiano, da alcuni mesi corpo di polizia a tutti gli effetti, di cui Silletti, il commissario straordinario per “l’emergenza Xylella”, è generale;
c) l’ARIF, Agenzia regionale per le risorse irrigue e forestali, in pratica l’esercito sguinzagliato nel Salento per ingaggiare “la guerra alle cicale” (come l’ha chiamata Vendola il giorno della nomina di Silletti a commissario straordinario): una pletora di oltre mille dipendenti, comandati da Giuseppe Maria Taurino, fondatore della società, ‘imprenditore’ ben conosciuto in Puglia per la sua spregiudicatezza (leggi ‘criminalità’) politica e finanziaria.
Per concludere, la solita domanda: che fare?
Da mesi siamo impegnate in una campagna di controinformazione e di resistenza, che si sta concretizzando in innumerevoli iniziative, riunioni, comizi, partecipazioni ai presidi, corsi di formazione sulla cura e la gestione biologica degli uliveti, interventi alle radio, azioni dirette…
Non vediamo altra strada da percorrere che non sia quella della diffusione di una sempre maggiore consapevolezza e della opposizione concreta, diretta, agli interessati e devastanti piani delle istituzioni. Resistere all’eradicazione degli ulivi e non subire l’imposizione dell’uso obbligatorio dei pesticidi è ormai un passo fondamentale: bisogna mettersi in mezzo in prima persona, impedendo fisicamente che il piano regionale-europeo e commissariale si realizzi.
Inoltre, ma questo lo facciamo da sempre, occorre dare un calcio alla politica della delega e alla sua propaganda, all’economia del profitto e al suo dominio, riprendendosi in mano i saperi, le pratiche e l’organizzazione della nostra esistenza: un’esistenza ridotta a mero calcolo di profitto da chi invece non conosce limiti alla realizzazione del suo tornaconto personale.
l’assemblea delle comunarde di URUPIA

lunedì 9 novembre 2015

No alla strozzatura, No ai contatori

La Regione Friuli-Venezia Giulia si sta dotando del PRTA (Piano Regionale di Tutela delle

Acque), che nell’ex-Art. 50, nella prima bozza del “Progetto di Piano” prevedeva la strozzatura dei pozzi
artesiani per uso domestico a 0,1 litri al secondo di portata media giornaliera, contro l’attuale di circa 1
litro al secondo. In pratica, ciò significa il rischio d’insabbiamento e dismissione dei pozzi.

Inoltre nel verbale n.30 della IV Commissione Permanente regionale, del 15 gennaio 2014 si
calcava ulteriormente la mano contro le fontane a getto continuo:
“La Commissione condivide pertanto le misure proposte all’articolo 50, tendenti alla limitazione delle
portate prelevate dai pozzi, mediante l’apposizione di dispositivi di regolazione del flusso, atti ad


impedire l’esercizio a getto continuo. La Commissione inoltre valuta […] che il limite di utilizzo medio
giornaliero di cui al comma 4 sia ulteriormente ridotto all’effettivo fabbisogno auspicando, comunque,
il coinvolgimento degli Enti locali nella fase di consultazione pubblica. Si propone anche l’installazione
di contatori per monitorare l’effettivo consumo.”
INCONTRO INFORMATIVO
MERCOLEDI 11 NOVEMBRE
S. VITO AL TAGLIAMENTO

presso la sala Concordia (dietro il Duomo) ore 20 e 30


Nell’estate 2014 è quindi partita una Petizione Popolare in difesa dei pozzi artesiani e il 16
dicembre 2014 sono state presentate oltre 11 mila firme, al Presidente del Consiglio Regionale Franco
Iacop, che si era impegnato all’audizione dei Comitati promotori, prima di ogni decisione delle Regione.
Invece il successivo 30 dicembre, la Giunta Serracchiani ha approvato in maniera quasi occulta, il

Progetto di PRTA. Ora all’Art. 48 (che sostituisce l’Art. 50 della prima versione del PRTA) oltre a
ribadire la necessità della riduzione della portata dei pozzi, si demanda ad un Tavolo Tecnico la
definizione dell’entità della strozzatura stessa. I tempi a disposizione del Tavolo Tecnico sarebbero
quantificabili in circa un anno e mezzo al massimo, ma, come riconosciuto dal CATO ed anche da Gestori
del Servizio Idrico Integrato, come il CAFC, in Provincia di Udine, questo risultato è impossibile perché
i tempi tecnici di una sperimentazione attendibile per verificare gli effetti della strozzatura sui pozzi
artesiani, non possono essere inferiori ai tre/cinque anni.
Inoltre l’Art. 48 è addirittura peggiorativo di quello precedente, perché al comma 2 riappare
l’obbligatorietà di allacciamento all’acquedotto in caso di disponibilità di quest’ultimo sul territorio.

Quindi la politica regionale sembra andare nella direzione di un’acquedottizzazione, più o meno forzata,
con la conseguente chiusura dei pozzi domestici. Provvedimenti del genere non hanno alcuna
giustificazione scientifica, né in termini di ricarica delle falde né in termini di prevenzione
dall’inquinamento. Nella destra Tagliamento urgerebbe piuttosto l’eliminazione delle captazioni a scopo
idroelettrico (Cellina, Meduna), e la drastica riduzione di quelle a scopi industriali, ittici ed agricoli.
Riguardo la qualità delle acque, sono innegabili le responsabilità della mais-coltura intensiva nello
spargere ogni anno tonnellate di fertilizzanti chimici (nitrati) e pesticidi (si ricordi solo il caso atrazina)
nell’alta pianura, destinati a contaminare prima le falde freatiche e poi quelle artesiane.
Attualmente la Regione è in fase di elaborazione delle Osservazioni al Piano trasmesse dagli
interessati entro il 4 agosto 2015, ma è stata rinviata la presentazione pubblica da parte della Regione che era prevista per il 13 ottobre. Sono in corso le riunioni del Tavolo Tecnico (in realtà ferme al mese di
agosto); analizzeremo alcuni verbali nell’incontro qui proposto. Contemporaneamente sul territorio si
cerca di disaffezionare la popolazione dall’utilizzo dell’acqua dei pozzi com’è successo a Sterpo di
Bertiolo, dove il Comune ha posto il cartello di “acqua non potabile” a una fontana pubblica mentre le
analisi dimostrano la perfetta potabilità di quella fonte (vedremo nei dettagli questo caso emblematico).
Chiediamo una moratoria di DIECI anni che consentirebbe di:

1. valutare l’andamento della piovosità a fronte degli indiscutibili cambiamenti climatici in atto;

2. attivare una seria e capillare politica di riduzione e prevenzione dell’inquinamento, a carico
soprattutto del comparto agricolo, del suolo e delle acque superficiali e sotterranee.


domenica 8 novembre 2015

Quella fabbrica a Casale Monferrato

Quella fabbrica a Casale Monferrato
                                  Storia e storie di una tragedia ancora in corso

Una leggera nebbia circonda Casale Monferrato.
Si attraversa il lungo ponte sul Pò e ci si trova in un agglomerato medievale.
"La città più importante dopo Torino all'epoca del regno di Savoia" ci precisa l'assessore all'ambiente di Casale con una punta d'orgoglio.
"La capitale del cemento", soggiunge il compagno Nicola Pondrano, alla fine 
del '800.
Ci dirigiamo verso il quartiere dove sorgeva la fabbrica Eternit; ha un volto inquietante,forse perchè fra le sue macerie inneggiano i nomi di migliaia di morti.
Nel  1906 Adolfo Mazza acquista il brevetto di Ludwig Hatschek( miscela di acqua ,cemento e amianto) denominata eternit,dal latino aeternitas(eternità) e realizza lo stabilimento di Casale dove l'anno successivo avvierà la produzione della miscela per la realizzazione di coperture ondulate,lastre e tubi.
Un ruolo di rilevante importanza a Casale ( oltre il fiume e il gran numero di fabbriche di cemento) lo gioca la ferrovia per il trasporto delle materie prime(amianto) proveniente da Africa,Russia,Canada e Brasile tramite il porto di Genova, sia per il trasporto dei prodotti finiti.
L'amianto è un minerale molto resistente al fuoco,all'attrito e agli acidi;esso è
costituito da un insieme di fibre/filamenti di forma longitudinale,all'apparenza innocue  perchè di dimensioni microscopiche( 335000 fibre in un cm) ma  realtà molto pericolose se inalate perchè raggiungono le vie respiratorie in profondità provocando il mesotelioma(tumore maligno che colpisce la pleure,fibrosi polmonari(asbetosi),tumori polmonari. 
La latenza di queste patologie,soprattutto per il mesotelioma,vede trascorrere da circa 15 anni fino a molti decenni dal periodo di esposizione all'insorgenza del tumore.
Tra il 1950 e il 1960  Eternit  divenne lo stabilimento di cemento-amianto più grande d'Europa e al suo interno contava circa 2000 dipendenti.
L'azienda rappresentava un futuro di benessere stabile e duraturo per se e per i propri figli non più costretti a spezzarsi la schiena ,come braccianti nei campi.
La fabbrica a Casale è il progresso e il futuro;tutto quello che offriva Eternit era buono:lo stipendio,i prodotti lavorati usati nelle case e nei luoghi pubblici e dati molte volte ai lavoratori e al comune gratuitamente,l'asilo,la befana  e le borse di studio per i figli dei lavoratori ,un ritrovo per il dopo-lavoro ,etc. Questo era motivo di vanto e di orgoglio per i lavoratori a tal punto che per essere assunti "pagavano" ben 3 mensilità.
Ma qualcosa di strano accadeva ai lavoratori di quella fabbrica:morivano!
Ovviamente tutti dobbiamo morire ,ma i lavoratori dell' Eternit morivano prima di raggiungere la pensione ed tutti soffrivano di una forma di disturbo  respiratorio.
Si sapeva che l'ambiente all'interno della fabbrica era saturo di polvere bianca e per questo  che i lavoratori percepivano un compenso copioso d' indennità polvere .
Nel 1961 ci fu in azienda un agitazione sindacale basata sulla questione ambiente di lavoro ma fu subito repressa dalla polizia con scontri e arresti.
Solo negli anni 70 con la conquista dello statuto dei lavoratori,la costituzione dei consigli di fabbrica e le commissioni ambientali nelle aziende che iniziarono la battaglie contro l'amianto  e si acquisì  la consapevolezza che l'amianto fosse cancerogeno e che provocava un terribile tumore dall'esito infausto:il mesotelioma.
L'allarme arriva da 2 sindacalisti,Bruno Pesce e Nicola Pondrano , da un prete operaio padre Bernardino Zanella  che avviò un indagine conoscitiva interna alla fabbrica ,sulle condizioni di vita dei lavoratori tramite la compilazione di un questionario e dall'operaio Mario Pavesi scomparso nel'82 causa il mesotelioma,stessa fine riservata più avanti alla figlia,alla sorella,al nipote e al cognato di quest'ultimo.
Nicola,eletto nel consiglio di fabbrica nel '75 ,accorgendosi che all'entrata della porta di continuo apparivano annunci funebri di colleghi deceduti decise di passare dalla tendenza di monetizzazione di ogni disagio individuato ,alla richiesta di rimozione di tali situazioni ritenute pericolose. Cominciarono all'interno della fabbrica assemblee nei reparti e scioperi  per la tutela della salute a fronte della constatazione delle malattie polmonari che i lavoratori contraevano,anche se allora si parlava soltanto di polvere nei polmoni.
L'Eternit come risposta minacciò di togliere l'indennità polvere,allora di 24000 Lire,  creò il SIL(servizio di salute ,igiene,lavoro)con lo scopo di fornire informazioni false ai lavoratori,incentivò i lavoratori con latte di olio extra-vergine di oliva,promosse licenziamenti e vessazioni ai delegati sindacali CGIL.
"Quando mi presentai in assemblea con 700-800 persone che vi partecipavano,ho rischiato il linciaggio dai lavoratori" ci dice Nicola.
"L'azienda era riuscita a creare fra i lavoratori pregiudizi anti-sindacali,anti-operai e anti-comunisti .A Casale dalla nostra parte solo qualche medico e compagni ambientalisti" ci dice Bruno .
Bruno Pesce segretario della camera di lavoro del comprensorio di Casale,grazie alla sua autonomia non solo rispetto alle linee nazionali CGIL ma anche a quelle provinciali riuscì a tramutare in azione politica e lotta sindacale ,obbiettivi noti e chiari a chi viveva in contatto con l'eternit.
Pondano viene chiamato da Pesce in distacco sindacale e nominato direttore Inca con l'obbiettivo di rendere più forte l'impegno del sindacato nella battaglia per la tutela dei lavoratori. Ma la vera svolta avviene nel 1981 quando Nicola viene a sapere  che l'Eternit avrebbe licenziato 120 dipendenti con le dimissioni incentivate,bastava l'impegno di questi lavoratori  di rinunciare di presentare all'Inail la domanda di ricoscimento di indennità di chi ha avuto a che fare con la polvere di amianto.
"Non potevano farla franca" ci dice Bruno ,"soprattutto perchè   promuovendo licenziamenti ,con la minaccia occupazionale non avrebbe investito sulla tutela e la sicurezza dei lavoratori.
I due sindacalisti riuscirono a convincere più della metà dei lavoratori licenziati ad avviare contenziosi con l'Inail ;riuscirono ad informare l'opinione pubblica e nel 1982 portando alla luce  le statistiche di centinaia malattie polmonari e i decessi conducibili all'esalazione di amianto.Dati che un paio di anni dopo sarebbero apparsi sui quotidiani nazionali.Quelli che decisero di affiancarli in quella campagna donchisciottesca erano pochi e utilizzavano ogni assemblea pubblica per dire che di amianto si moriva.Nicola e Bruno decisero poi di organizzare un pullman per Roma per portare la loro protesta fin sotto le finestre della direzione dell'Inail con 36 malati di asbetosi e 200 firme di lavoratori con gravi problemi d'insufficienza respiratoria.La direzione dei sindacati confederali corse a Roma per cercar una mediazione fra le parti ,ma i casalesi non vollero sentir ragione.Questa iniziativa destò grande attenzione nell'opinione pubblica a tal punto che venne promossa un indagine dall'istituto di medicina del lavoro dell'università di Pavia dove nonostante i macchinari della fabbrica furono fermati dall'azienda e i reparti furono rimessi a lucido,il rapporto finale confermò che la presenza di fibre d' amianto era ovunque e il livello di pericolosità era tale da costringere il medico a trasmettere gli atti della sua indagine alla procura della repubblica.In più in un altra ricerca si stabilì che le polveri venivano spazzate dai venti e portate a spasso nella città.
QUINDI SI MORIVA DENTRO E FUORI DALLA FABBRICA.
Non c'era caseggiato in cui non vi fosse un malato di mesotelioma.Forte la testimonianza di due malati che con l'Eternit non avevano nessun rapporto,ma vivevano a Casale.
Si stima che a Casale siano morte 2000 persone causa amianto e i mesotelioma ancora in crescita, 50 a Casale ogni anno  e dove si prevede  un picco di decessi per mesotelioma nel 2020 e 1500 in Italia.
Chiusa nel 1986 su istanza fallimentare,l'Eternit si sbarazzò del limone ormai spremuto:350 lavoratori disoccupati e abbandonò lo stabilimento e le aree circostanti un centinaio di tonnellate di amianto sparse ai quattro venti.
Il resto è cronaca giudiziaria conclusa il 23 febbraio 2015 con la prescrizione dei reato do disastro ambientale e la cancellazione dei risarcimenti alle parti civili.
Qualche info riguardo l'ultimo proprietario di Eternit: Stephan Schmidheimy oggi è rappresentante dell'ONU per lo sviluppo sostenibile,azionista di Nestlè è uno degli uomini più ricchi del pianeta.

Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici
Trento

domenica 30 agosto 2015

Per un programma ecosocialista

Pubblichiamo la trascrizione (rivista e ridotta dall'autore) della relazione tenuta da Daniel Tanuro lo scorso 28 luglio al 32° campeggio internazionale anticapitalista, che ha avuto luogo in Belgio. La relazione è stata rivista anche sulla base degli interventi di quell'incontro, che hanno permesso all'autore di ritoccare e precisare il testo in alcuni punti. Daniel Tanuro è uno studioso ecologista belga, tra i membri di “Climate Change”, molto attivo nelle mobilitazioni internazionali contro il riscaldamento climatico. I suoi articoli sono tradotti in tutto il mondo. Di fronte all’urgenza ecologica: progetto di società, programma, strategia In Aprile, due equipe differenti di glaciologi statunitensi specialisti dell’Antartide sono arrivati – con metodi diversi, basati sull’osservazione - alla stessa conclusione: rispetto al riscaldamento climatico globale, una porzione della calotta glaciale ha cominciato a sciogliersi e questo scioglimento è irreversibile. Anche se gli scienziati sono riluttanti a considerare le loro proiezioni certe al 100%, sono stati comunque categorici: “il punto di non ritorno è superato" hanno dichiarato nel corso di una conferenza stampa congiunta. Secondo loro, nulla può impedire un aumento del livello degli oceani di 1,2 metri nei prossimi 3-400 anni. Stimano sia molto probabile che il fenomeno porti alla destabilizzazione accelerata della zona adiacente, ciò che potrebbe causare un aumento supplementare del livello degli oceani di più di 3 metri. >SCARICA LA RELAZIONE COMPLETA DI TANURO pdf da communianet.org

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)