QUI IL NUMERO DE "IL CANTIERE" DI MARZO 2021
L’era di Draghi
Mario Draghi è certamente una figura“autorevole e utilissima”:
proprio come lo è stato Mario Monti e come lo fu Aurelio Ciampi del
quale, per altro, può essere considerato l’allievo. Oltre al teatrino
della politica parlamentare dove, tra l’altro, i numerosi e accesi “anti
renziani”di oggi sono proprio quelli che lo sostennero ieri, il fatto è
che il Governo Conte non forniva sufficienti garanzie al capitale
multinazionale per la gestione unilaterale dei Recovery Fund e quindi
doveva essere superato da un esecutivo varato “sull’unità nazionale per
la salvezza del paese” cucinato in salsa presidenziale, corporativa,
patriottica esoprattutto unanime, dato che solo la componente più
reazionaria e sovranista dello schieramento parlamentare, vale a dire
“Fratelli d’Italia”, si è tirata fuori sia pure con lacerazioni interne.
La linea “governatorale” propria dei partiti che compongono l’attuale
maggioranza, si basa sia sulla necessità del ceto politico parassitario
di occupare poltrone, sia sull’assunto qualunquistico di non lasciare
alla sola destra la gestione delle politiche di governo: una posizione
questa che potremmo definire “menopeggista”, che ha sempre prodotto non
tanto il meno peggio ma soprattutto “il peggio senza il meno”. Così è
stato che le storiche e reiterate esternazioni antieuropee, anti euro,
sovraniste e apertamente razziste della Lega, sono comicamente evaporate
in un “espace du matin”, cedendo il posto a quell’uniformarsi
all’imperialismo europeo, a suo tempo già intrapreso dai 5S e accelerato
dallapandemia Covid 19 e dal miraggio della gestione del Recovery Fund
per un totale di 209 miliardi di euro dei quali Draghi è il garante che
poi, alla fine, sono un prestito che dovrà essere restituito: ed è
legittimo supporre che questa restituzione dovrà gravare sulle classi
subalterne. Anche le timide esternazioni riguardo a una patrimoniale
(vedi il dettagliato articolo “Abbatterei pilastri dell’ideologia
dominante” nel presente numero de “Il Cantiere”), sono state rapidamente
accantonate, ed è significativo che a questo coro unanime di consensi
si allinei anche Confindustria,che poi è la vera regista nazionale
dell’operazione Draghi, perché da sempre “il potere è dietro al trono”:
ma che unità nazionale sarebbe senza il sostegno attivo del Sindacalismo
confederale?
La posizione del sindacalismo confederale
Infatti, senza perdere troppo tempo, CISL e UIL non hanno esitato a
aprire il credito a MarioDraghi, e il 2 febbraio scorso anche il
Segretario Generale della CGIL Maurizio Landini si è chiaramente ed
eloquentemente espresso circa il ruolo di Mario Draghi in un’intervista a
La7 affermando: “E’autorevole, può essere una persona utile”.
Affermazioni queste deliberatamente acritiche e del tutto fuori contesto
circa il ruolo obiettivo di Mario Draghi; oltre alla fretta di essere
parte integrante della nuova partita molto eventualmente concertativa,
un gruppo dirigente sindacale che veramente intenda difendere gli
interessi delle classi subalterne che rappresenta ha il dovere di porsi
una domanda circa l’utilità di Mario Draghi: “ma per chi e per quale
classe?”. Oggi, come ieri d’altronde, i gruppi dirigenti confederali
continuano consapevolmente a omettere l’unica risposta possibile: queste
sono certamente figure autorevoli e utilissime, ma per il teatrino
della politica, i cui interpreti sperano di rigenerarsi in un nuovo
ruolo accresciuto dal miraggio del RecoveryFund; lo sono concretamente
per la confindustria; per il capitale finanziario multinazionale anche
italiano; per le banche, per l’imperialismo europeo che ancora non
riesce a esprimere la maturità e l’unità necessarie per affrontare la
pandemia e la competizione sui mercati internazionali; sono figure
autorevoli e utilissime per continuare la politica delle
privatizzazioni, già perseguite con efficienza proprio da Draghi fin dal
1992, non a danno del “patrimonio nazionale” che non esiste, ma a danno
irreversibile delle condizioni materiali della nostra classe. A questo
serve Draghi, non ad altro. Le dichiarazioni dei gruppi dirigenti
confederali non dovrebbero stupire perché sono laconseguenza inevitabile
di una deriva concertativa che ha radici antiche e che ha sedimentato
nei gruppi dirigenti una cultura corporativa che si manifesta in una
tendenza alla semplificazione che contribuisce a far perdere il senso
della realtà, della rappresentanza e, talvolta, anche quello della
misura.
“Non è difficile calcolare l’entità della redistribuzione delle
risorse dai salari ai profittioperata dal 1993 a oggi… il contributo
offerto dallaquota del lavoro ai profitti nel quadro del protocollodel
1993… è stato davvero ingente… e ammonta aben 1069 miliardi di euro.”(Leonello
Tronti in “Rassegna Sindacale” n.38/2013). “Rassegna Sindacale”
(storica testata della CGIL nata nel 1955, oggi la testata
multimediale“Collettiva” ha raccolto la sua eredità) con lanaturalezza
derivante dall’omissione continuata evita di considerare che: “Il
protocollo del 1993” altro non era che il“ PROTOCOLLO 23 LUGLIO 1993
TRAGOVERNO E PARTI SOCIALI – POLITICA DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE,
ASSETTI CONTRATTUALI, POLITICHE DEL LAVORO E SOSTEGNO AL SISTEMA
PRODUTTIVO”; il primo ministro del governo era Aurelio Ciampi (suo
collaboratore dell’epoca Mario Draghi); che anche in quell’occasione i
gruppi dirigenti di CGIL-CISL-UIL, sostenendo alacremente l’accordo, si
ridussero a svolgere il ruolo di pilastro del governo in carica
confidando nel fatto che, superatala crisi con il determinante aiuto
delle forze sindacali, queste avrebbero acquisito il ruolo di “salvatori
del paese” avviando tramite la concertazione gentilmente concessa, una
serie diriforme che, naturalmente non si verificarononemmeno in quella
occasione. Anche in quell’occasione i gruppi dirigenti confederali
andarono forsennatamente replicando quel “siamo tutti sulla medesima
barca”, già declinato nel 1978 e ripreso con solennità dall’allora
segretario generale della CGIL Luciano Lama all’epoca “della svolta
dell’EUR”, e che intese moderare le richieste sindacali specialmentei n
materia salariale per consentire la ripresa dell’economia italiana. Il
che significava, per dirla con un concetto appropriato e non omissivo,
un aiuto al debole imperialismo italiano a reggere la competizione sui
mercati internazionali con le altre potenze economiche contro gli
interessi immediati e storici della nostra classe, dal momento che solo
quest’ultima avrebbe pagato i costi di questo gigantesco spostamento di
risorse dai salari ai profitti e alle rendite, così come è d’altronde
avvenuto ed è il caso di ricordare che, anche in quell’occasione,
riforme e investimenti proprio non sarebbero arrivati. Ecco perché il
sindacalismo confederale non può certo dirsi estraneo alle premesse che,
in oltre quaranta anni, hanno agevolato il crescere e l’affermarsi
dell’attuale aggressione alle condizioni di vita delle classi
subalterne.
Crisi economica e pandemia nel contesto dell’imperialismo europeo
Il ceto politico e i gruppi dirigenti del sindacalismo confederale,
consapevolmente omettendo ogni ombra di autocritica replicano oggi il
medesimo schema di analisi del 1978 e del 1993. Ne consegue
un’inevitabile subalternità al quadro economico politico e istituzionale
nazionale e il medesimo sostegno all’imperialismo europeo: in un simile
contesto le conseguenze di questa strategia tesa a scoraggiare l’unità
di classe e a smobilitare le lotte potranno essere anche molto peggiori
di quanto lo siano state in passato. La forza dell’attuale governo,
oltre il teatrino della politica parlamentare delle sue comparse e
caricature, risiede proprio nella figura di Mario Draghi che è e sarà il
garante di quel processo di ristrutturazione globale che si dispiegherà
in Italia nei prossimi anni secondo le linee impartite
dall’imperialismo europeo, con proiezioni certe sulla nostra classe, già
pesantemente aggredita e indebolita da una devastante crisi economica
ultra decennale alla quale si sono aggiunti gli effetti della pandemia
definendo uno scenario allarmante. I primi effetti di questa prospettiva
già si riconoscono nell’assoluta indisponibilità da parte dell’Unione
Europea nel far fronte alle necessità circa le dosi del vaccino abolendo
il brevetto posseduto da poche multinazionali al fine di ottenere
maggiori quantità di prodotto a prezzi inferiori con immediati benefici
per le classi subalterne in Europa, anche in considerazione che la
ricerca delle imprese private multinazionali ha usufruito di ingenti
finanziamenti pubblici. La fase è evidentemente caratterizzata da un
rapporto di forza sfavorevole alla nostra classe, rafforzato com’è dalla
necessità di avviare una ristrutturazione su modello dell’Unione
Europea anche in Italia: una ragione in più per non uniformarsi alle
tendenze corporative del parlamentarismo e rilanciare l’opposizione
unitaria internazionalista.