„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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mercoledì 23 settembre 2020
Sul Referendum del 20-21 Settembre
Immancabile, come sempre si apre lo scenario parlamentare e referendario.
Il referendum costituzionale del 20-21 settembre, nella stessa giornata si terranno anche elezioni amministrative e regionali, sta mettendo in luce per l’ennesima volta il reale stato della politica parlamentare in Italia.
Un referendum confermativo, senza quorum da raggiungere, che sarà probabilmente oscurato dai risultati delle regionali e delle amministrative.
Nella riforma approvata dal parlamento in ottobre 2019 sia il M5S che ne è stato il promotore, quanto quasi tutti i parlamentari degli altri partiti si sono detti favorevoli al taglio dei parlamentari sia per il Senato che per la Camera dei deputati, salvo poi dissociarsi e riposizionarsi al referendum su fronti contrapposti e nebulosi. E’ l’esempio della Lega di Salvini e del partito di Giorgia Meloni, che si sono espressi per tagliare il numero dei rappresentanti, ma ad oggi non si sono impegnati a sostenere il Si al referendum. Oppure del PD, partito che sempre più coincide con la propria classe dirigente, oltre a qualche vassallo qua e la per l’Italia, che si sta schierando a malincuore per il SI sacrificando ciò che rimane della sua base elettorale, propensa a difendere la Costituzione così com’è, per quel che vale.
Se il quadro politico è tanto desolante, la rappresentanza parlamentare oggi è rappresentanza diretta del potere economico e industriale, raramente come oggi nessun parlamentare rappresenta e persegue gli interessi reali delle classi subalterne: il centro della società d’altronde è l’impresa, cioè il mercato e il capitale, ed è in questo senso che viene ripensata la composizione parlamentare.
Riuscire a vedere (e vendere) come se fosse una questione di risparmio il taglio di un terzo del numero dei parlamentari, e una rivincita verso una classe politica corrotta e incapace, è operazione evidentemente meno che di facciata, simile all’abolizione delle provincie di alcuni anni fa. Riforma in cui ovviamente le provincie non vennero abolite, e oggi vengono amministrate da partiti e uomini della politica, senza elezioni, semplicemente per nomina diretta della classe politica ed economica.
La democrazia parlamentare è sempre più svuotata e, con i rapporti di forza tra le classi da tempo favorevoli al capitale, procede lo smantellamento con gli interessi di tutte le conquiste che le lavoratrici e i lavoratori avevano ottenuto con lotte durissime. Così nello scontro imperialistico per il controllo dei mercati le istituzioni democratiche borghesi sono di fatto esautorate, e contano sempre meno, e sono inevitabilmente adeguate ai tempi e ai modi dell’economia capitalistica. Considerando che le classi subalterne sono state sconfitte anche con l’ausilio delle ambiziosissime e fallimentari strategie del riformismo politico e sindacale che non hanno regolato e controllato il capitalismo, ma lo hanno rafforzato.
Non sarà quindi, come sempre, l’esito di questo referendum a modificare gli assetti di questo paese: entrambi gli schieramenti, tra demagogia e nostalgia costituzionale eludono, perché avversano o sottovalutano, la considerazione secondo la quale la democrazia è il prodotto del rapporto tra le classi sociali e non viceversa.
Serve invece fare la propria parte in questo mondo, giorno per giorno, contro la dittatura delle oligarchie finanziarie e industriali, contro il razzismo e la classe politica fascista che lo propaganda, contro il militarismo e la società patriarcale e sessista, per una battaglia ecologista ed anticapitalista, costruendo reti di opposizione sociale nelle piazze e non battagliando sui social.
Proprio perché siamo in una fase internazionale che svelerà presto le proprie risultanti dei rapporti di forza tra le classi e gli obiettivi del capitale, che sono quelli di riprendere il controllo della società, e sarà in quella mischia che dovremo batterci per la libertà e per la giustizia sociale, nel modificare i rapporti sociali imposti dallo Stato e dal capitalismo, a favore della nostra classe.
Alternativa Libertaria, settembre 2020
martedì 23 giugno 2020
Il coronavirus rafforza i regimi autoritari - dibattito coronaviruse populismo
Sperando di fare cosa gradita invio in allegato il mio
articolo “Il coronavirus rafforza i
regimi autoritari”, pubblicato in «A rivista anarchica» n. 444, giugno 2020.
L’articolo si inserisce nel dibattito sul populismo in corso
da tempo, e in particolare si ricollega all’opuscolo da me curato su
“Democrazia, Fascismo, Populismo”, I Quaderni della Bussola, n. 1 (supplemento a «Cenerentola» n. 233, maggio
2020).
Segnalo che l’opuscolo stesso, in formato pdf, è
consultabile e scaricabile nel sito «La Bussola» (insieme ad aggiornamenti,
testi collegati, primi interventi di un dibattito sui temi trattati): https://sito.libero.it/ labussola/
Cordiali saluti.
Gianpiero Landi
U.S.A. La rivolta afro-americana, e non solo, scuote i lavoratori sindacalizzati
il pungolo rosso traduce due interessanti contibuti di Jacobin e labor notes
Pubblichiamo tre materiali tratti da Labor Notes e Jacobin,
che danno utili informazioni sulle forme di solidarietà con il grande movimento
di protesta afro-americano e multicolore nato dopo l’uccisione di George Floyd,
che si sono date nelle scorse settimane negli Stati Uniti da parte di
lavoratrici e lavoratori iscritti ai sindacati.
1. E’ venuto il momento (gia’ da molto tempo) di redistribuire i finanziamenti osceni per la polizia a favore di scuole, ospedali e autobus, di Samantha Winslow e Alexandra Bradbury, Labor Notes, 4 giugno 2020
2. Le lotte dei lavoratori per George Floyd nelle Citta’ gemelle [Minneapolis e St Louis], di Cherrene Horazuk, Labor Notes, 3 giugno 2020
3. Per spezzare il potere della polizia, dobbiamo mobilitare il potere del lavoro, di Paul Heideman, Jacobin, 3 giugno 2020
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mercoledì 3 giugno 2020
CAMPIONE DI RESISTENZA
Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 53 aprile 2020
TESTO IN PDF QUI !
l'apparente paradosso del capitalismo che si rigenera attraverso la distruzione di beni mobili ed immobili, compreso la morte delle persone, tutti considerati alla stessa stregua di merci.
Questa crisi sanitaria dovuta alla pandemia del Corona virus-19 si somma alla grande crisi economica e finanziaria del 2008, dalla quale il capitalismo mondiale non ne era ancora uscito, e che aveva favorito oltremodo quel rimodellamento dei processi produttivi internazionali che aveva visto la nascita della "fabbrica del mondo" nella Cina ed nelle altre aree geografiche ad essa limitrofa del sud est asiatico quali Vietnam e Cambogia.
NOTE :
(1) La Toscana dopo il coronavirus - di Maurizio Brotini "Sinistra Sindacale" Lavoro Società Sinistra Sindacale Confederale – n 5 del 16 Marzo 2020
TESTO IN PDF QUI !
l'apparente paradosso del capitalismo che si rigenera attraverso la distruzione di beni mobili ed immobili, compreso la morte delle persone, tutti considerati alla stessa stregua di merci.
Questa crisi sanitaria dovuta alla pandemia del Corona virus-19 si somma alla grande crisi economica e finanziaria del 2008, dalla quale il capitalismo mondiale non ne era ancora uscito, e che aveva favorito oltremodo quel rimodellamento dei processi produttivi internazionali che aveva visto la nascita della "fabbrica del mondo" nella Cina ed nelle altre aree geografiche ad essa limitrofa del sud est asiatico quali Vietnam e Cambogia.
Contemporaneammente alcune economie nazionali
nel vecchio continente, quali la nostra, hanno visto, dal 2008 e fino
alla attuale crisi del coronavirus, uno sviluppo delle esportazioni
che hanno garantito il non collasso del nostro sistema produttivo pur
in presenza di migliaia di piccole e medie aziende (PMI) che
chiudevano, scalzate e sostituite dalle lavorazioni a basso valore
aggiunto cinesi, ma sostituite da aziende medie e grandi che si sono
collocate nell'ambito dell'esportazioni.
Prima della crisi da corana virus, un terzo
dei nostri prodotti venivano esportati. I nostri mercati principali
erano e sono ad Ovest ovvero Francia, Germania ed Usa.
Non esportiamo molto in Cina (circa il 3%) ma
vendiamo ai tedeschi componenti che vanno a formare le vetture vendute
a Pechino e Shangai; tutto il settore dell'automotive, presente nel
nostro
Nord Est in particolare già in forte calo ed in crisi dal 2017 /2018 oggi è sostanzialmente fermo.
Stefano Manzocchi del Centro Studi
Confindustria, nell'ultimo rapporto presentato il 31 marzo 2020 a
proposito di questa ennesima frenata produttiva dovuta alla pandemia
affferma: "Si rischiano di perdere oltre 50 miliardi del nostro export"
La tesi prevalente del padronato, a cui in
questi giorni ha dato voce e volto Romano Prodi, ex presidente del
Consiglio ed ex Presidente della Commisssione Europea, è quella che
questa ennessima crisi allenterà e ridurrà le cosidette catene globali
di valore (CGV) quelle che in questi anni hanno e sviluppato e favorito
la nascita dei famosi corridoi della logistica e dovrà essere
maggiormente favorito un commercio internazionale per singole aree
economiche, cioè ASIA , Europa, ed USA.
La previsione ma soprattutto l'auspicio è
quella che queste diverse aree economiche dovrebbero cercare una sorta
di autossufficienza non delegando più ai Paesi asiatici la produzione
ad esempio dei principi attivi farmaceutici o della famigerate
mascherine e nemmeno delegare ai soli USA la produzione di ventilatori
per la respirazione nelle terapie intensive.
Uno scenario di questa natura presuppone una
politica industriale coordinata, un "reshoring" (un rientro delle
produzioni delocalizzate) diretto verso zone dell'Europa con salari e
stipendi ragionevoli e la possibilità di generare, almeno nel campo
delle infrastrutture della sanità e del digitale, una domanda europea.
A fronte di questi auspici, Fedele De Novellis "economista partner" di Ref Ricerche, centro studi bocconiano, molto più prosaicamente afferma : "Bisognerà
vedere con quale tempo i divesi Paesi e le diverse aree usciranno da
questa crisi. Per il settore farmaceutico e l'alimentare è molto
probabile che si vada ad una regionalizzazione degli scambi nelle areee
Asiatica, Usa e Europa, ma per la grande fame di domanda che ci sarà
nessuno vorrà allontanarsi dalle grandi catene del valore " per paura di perdere posizioni.
Come si vede la preoccupazione maggiore del
Padronato, anche in questi tempi di crisi ed emergenza sanitaria è
l'economia, la loro economia, come conferma l'appello lanciato qualche
giorno fa dalle organizzazioni Confindustriali del Nord, che
rappresentando il 45% del Pil italiano, tende a condizionare fortemente
l'esecutivo ad allargare i cordoni delle attività economiche sospese,
affermando che "se le quattro principali regioni del Nord non
riusciranno a ripartire nel breve periodo il Paese rischia di spegnere
definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta
un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia".
a fronte la crisi sanitaria ed economica limiti del riformismo nei confronti delle necessità reali delle masse lavoratici
Similmente al padronato ed ai molti "tink
tank" che indirizzano e coadiuano la classe dominante anche le
organizzazioni e le strutture di resistenza del movimento operaio,
ancora esistenti e maggiormente radicate,sviluppano indicazioni e
strategie che a partire dall'emergenza cercano di disegnare una nuova
fase economica e politica successiva alla pandemia.
Dalla convinta adesione del Partito
Democratico alla logica liberista trasformando nel più accanito
sponsor e sostenitore delle privatizzazioni e della deregolamentazione
dei servizi e dello stesso "Welfare State" diventato puro contenitore
di lobby locali, spesso in lotta fra loro, la CGIL è forse una delle
ultime strutture di massa che nella propria elaborazione mantiene
ancora un riferimento ed un afflato riformista.
Proprio per questa mantenuta capacità di
elaborazione e sopratutto per la presenza tuttora radicata nel mondo
del lavoro, la CGIL può condizionare e condiziona anche settori che,
come vedremo, si pongono al suo interno su un terreno di classe e in
opposizione alla maggioranza.
Il documento dal titolo "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL"
rappresenta la summa delle posizioni, potremmo dire, progressiste di
sinistra nel nostro paese ed per questo motivo che lo prendiamo a
riferimento.
L'analisi centrale del doccumento parte dalla
convinzione che un nuovo ciclo economico e sociale internazionale si
stia determinando, che le categorie del liberalismo, con la loro
esaltazione dello Stato minimo e la riduzione dei diritti universali
sia finito; che occorra pertanto una nuova e significativa presenza
dello Stato nell'economia che salvaguardi le condizioni di vita dei
lavortori attraveso un opera di programmazione e di costante
sussidiarità all'iniziativa economica privata.
E' questa la vecchia e logora logica del patto dei
produttori di staliniana memoria ed ancor prima di socialdemocratica
memoria la quale diversamente declinata rimane sempre comunque
l'orizzonte di riferimento anche di settori della sinistra sindacale.
Esponenti di tale area, senza alcun imbarazzo
e senza alcun autocritica rispetto ad obiettivi e strategie già
percorse nei cicli economici precedenti dove seppur la presenza
pubblica fosse stata ampia e larga, (si pensi alle cosidette
partecipazioni statali e al suo Ministero di riferimento soppresso solo
nel 1993 o tutta l'elaborazione sulle riforme di struttuura del PCI e
del movimento sindacale a cavallo degli anni '60/'70 del secolo scorso)
non ha impedito lo sviluppo di situazioni di crisi economica e
sociale gravissima, affermano che:
"E’ necessario reimpiantare un settore
industriale e manifatturiero autoctono, che non sia il pulviscolo delle
microaziende. Piccolo (piccolissimo) non è bello. C’è bisogno dello
Stato imprenditore. Ma anche Regione e sistema delle autonomie locali
debbono svolgere un ruolo decisivo. Bisogna allargare il perimetro
pubblico..... La sfida di una nuova Iri, per una Regione come la
Toscana che non si è mai veramente ripresa dalla svendita del sistema
industriale a partecipazione statale, è una sfida decisiva....Occorre
dotarsi di una Agenzia regionale per lo sviluppo che, non solo
attraverso un sostegno di tipo finanziario ma raggruppando le
partecipazioni ancora detenute da Regione e Comuni in vari settori -
non ultimo nelle infrastrutture e nella logistica – agisca come vero e
proprio soggetto imprenditoriale. .." (1)
A questa vecchia logica per altro
dimostratasi sciagurata e perdente si associa l'ulteriore fallace
convincimento che occorra, come classe dei lavoratori, farsi carico non
solo degli interessi della sua parte, ma dell'intero Paese per una
presunta incapacità storica di porsi come classe dirigente da parte
della classe imprenditoriale nazionale. (2) Entrando nel merito del
documento della CGIL leggiamo:
"Siamo ad un bivio della storia del nostro
paese. .... Infatti, proprio l’emergenza sanitaria, la transizione
ecologica e digitale pongono concretamente l’esigenza di un superamento
dell’attuale modello di sviluppo fondato solo sull’espansione
quantitativa delle merci, sulla produzione e sul consumo di beni
prevalentemente individuali, sulla convinzione che la natura sia una
risorsa pressoché inesauribile.........Per fare ciò serve un nuovo
protagonismo di uno Stato che, non solo in questa fase straordinaria,
non può svolgere semplicemente il ruolo di regolatore del «traffico» economico.
Deve ergersi ad attore primario, dotarsi di strumenti come l’Agenzia
per lo Sviluppo, una nuova IRI, che consentano di ricostruire le
filiere produttive indicando le priorità e determinando le necessarie
sinergie con il sistema della ricerca e il sistema produttivo.
Questo rinnovato ruolo pubblico non deve riguardare solo le politiche nazionali ma anche quelle europee. È l’ultima chiamata per l’Unione Europea. O ci sono risposte all’altezza della situazione
o non c’è Europa.Non è consentito alzare la bandiera dell’austerità, non sono consentiti
balbettii, ambiguità o vecchie ricette.
Questo rinnovato ruolo pubblico non deve riguardare solo le politiche nazionali ma anche quelle europee. È l’ultima chiamata per l’Unione Europea. O ci sono risposte all’altezza della situazione
o non c’è Europa.Non è consentito alzare la bandiera dell’austerità, non sono consentiti
balbettii, ambiguità o vecchie ricette.
È necessario affrontare con estrema forza e
rapidità la situazione economica e sociale: occorrono strumenti
finanziari come gli eurobond, quale condivisione dei rischi;
mutualizzazione del debito, investimenti e nessuna condizionalità e
cancellazione del Fiscal Compact.
Occorre essere tutti sulla stessa linea
di partenza: regole omogenee sul versante fiscale, rafforzamento del
bilancio europeo con imposizione propria, investimenti in welfare e
politiche industriali comuni." (3)
E' fin troppo evidente in queste poche righe
riportate dal più ampio documento la funzione e la natura duale del
sindacato riformista, che da una parte difende gli interessi delle
lavoratrici e dei lavoratori ed è, contemporaneamente, agevolatore
degli interessi del capitale nazionale risolvendosi in strumento
politico di sostegno agli interessi imperialistici della borghesia
nazionale.
Tutto il chiacchiericccio sul rafforzamento
dell'Eurropa con una propria imposizione fiscale e sulla
mutualizzazione del debito è solo un chiacchericcio buono per i comizi
televisivi o domenicali in quanto è la lotta di concorrenza quella che
spinge le diverse borghesie nazionali a "non allontanarsi dalle catene di valore"
come ci ricordava il nosro economista bocconiano e sempre per
l'accanita concorrenza fra le diverse borghesie nazionali che le
strutture padronali non solo del nord ma tutta la struttura nazionale
Confindustria sta facendo una grande presssione per riaprie più
arttività possibile rispetto all'accordo raggiunto nel marzo scorso con
le organizzazioni sindacali ed il governo.(4)
Di estrema attualità ritorna l’indicazione di Franz Mehring: “
Il modo di produzione capitalistico, che è in se stesso
contraddittorio, genera gli Stati moderni e insieme li distrugge.
Accentua al massimo i contrasti nazionali, ma trasforma anche tutte le
nazioni secondo la propria immagine. Sul suo terreno questo contrasto è
insolubile e per causa sua sempre ha fatto fallimento la fratellanza
dei popoli tanto proclamata e decantata dalla rivoluzione borghese.
Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto” (5)
Mentre predicava libertà e pace fra le nazioni, la grande industria faceva di questo mondo un campo di battaglia quale nessun periodo precedente della storia aveva mai visto” (5)
rilanciare la prassi dell'azione
diretta come strumento di lotta collettiva e strumento propeudetico ad
un nuovo modello di sviluppo
Tale chiarezza di analisi oggi purtroppo è
venuta meno, e come abbiamo visto anche nel dibattito e nelle posizioni
di compagni e compagne sensibili e vicine alle sorti delle classi
lavoratrici e alla sua prospettiva di affrancamento, verifichiamo che
c'è chi invoca la necessità di aumenti di competitività e di
produttività, poiché il "piccolo non sarebbe bello" e di un
rilancio del ruolo programmatore e di indirizzo degli Stati, producendo
merci con più valore aggiunto e prospettando, all’interno della
competizione globale, una nuova accumulazione fondata sempre più su una
’”economia verde” se non addirittura chi
privilegia un ritorno ad economie più piccole, locali, autocentrate,
non energeticamente onnivore, rispettose degli equilibri ecologici.
A questi compagni e compagne vogliamo
ricordare che le economie locali per potere essere una reale
prospettiva di alternativa globale e non rimanere economie di nicchia, o
splendide avventure personali per chi le pratica, devono rispondere ai
bisogni reali non solo delle comunità, ma porsi immediatamente come
modello universale di sviluppo.
Reclamare la “filiera corta”per gli
ortaggi può essere cosa giusta e praticabile, ma altra cosa è
garantire un livello standard e universale sui servizi, come
l’istruzione, la previdenza, la sanità, la stessa mobilità, che
rappresentando appunto diritti universali hanno necessità di essere
coniugati globalmente, a meno di non ricadere in una versione
edulcorata di sinistra della visione xenofoba e razzista leghista dell’“ognuno è padrone a casa sua”.
Inoltre senza affrontare la questione di quale struttura economica e sociale possa contenere la cosiddetta “filiera corta” o quella cosi detta a “Km.0 “,
senza pensare cioè di incidere sul meccanismo di accumulazione del
profitto, anzi prospettando, come abbiamo visto possibili alleanze con
presunti ceti imprenditoriali illuminati, (il vecchio e logoro patto
fra produttori) si possono anche produrre merci ecologiche e meno
invasive dal punto di vista energetico ed ecologico, ma la
contraddizione tipica della sovrapproduzione di merci, e dello sviluppo
diseguale si ripresenterebbe in egual misura.
Ci sarà sempre un paese, una realtà
territoriale che ha meno capacità produttive di altre; una classe
operaia e masse lavoratici con più o meno diritti garantiti.
Il caos della produzione capitalistica, la
ineluttabilità del meccanismo economico e del profitto aziendale,
riprodurrebbe inevita- bilmente lotta di concorrenza, impoverimento di
settori proletari, sovrapproduzione di merci, crisi economica e
sociale.
merci con più valore aggiunto o un maggior conflitto di classe ?
Non a caso agli albori della nascita del
movimento operaio organizzato l’Internazionalismo fu individuato come
condizione necessaria per una battaglia di affrancamento dal giogo
capitalista.
Se il padronato, così come il Governo ha a sua disposizione una massa di lavoratori che accetta di lavorare a ritmi maggiori, di lavorare più a lungo, aumentando gli orari giornalieri, una classe operaia frantumata e ricattata che accetta di lavorare il sabato o le notti aumentando in questo modo la produttività ed il valore aggiunto delle merci, perché innovare ed investire?
Se il padronato, così come il Governo ha a sua disposizione una massa di lavoratori che accetta di lavorare a ritmi maggiori, di lavorare più a lungo, aumentando gli orari giornalieri, una classe operaia frantumata e ricattata che accetta di lavorare il sabato o le notti aumentando in questo modo la produttività ed il valore aggiunto delle merci, perché innovare ed investire?
Se una nuova generazione di giovani ha oramai
acquisito l’ineluttabilità di una prospettiva lavorativa precaria e
sempre più incerta, per quale motivo si dovrebbe spendere quantità
enormi di soldi per la formazione, per la ricerca di base o per la
razionalizzazione dei processi produttivi?
Il determinismo economico della guerra commerciale e del mercato, non giustifi- cherebbe nessun investimento.
Il determinismo economico della guerra commerciale e del mercato, non giustifi- cherebbe nessun investimento.
Dove si hanno lavoratori deboli ci sono merci con minore valore aggiunto.
Può sembrare un paradosso, ma è il livello della lotta di classe che impone e obbliga a scelte più impegnative dal punto di vista degli investimenti e della razionalizzazione dei processi produttivi.
Può sembrare un paradosso, ma è il livello della lotta di classe che impone e obbliga a scelte più impegnative dal punto di vista degli investimenti e della razionalizzazione dei processi produttivi.
Aumentare la produttività o il valore
aggiunto, come anche una certa sinistra politica e sindacale afferma, è
impensabile se al contempo non si tengono fermi i diritti, le
condizioni normative e salariali dei lavoratori. Se la borghesia ha a
disposizione una massa lavoratrice debole e ricattata, nessun
investimento è necessario e possibile. Solo se la lotta di classe ed il
conflitto obbligheranno i padroni ad investire ed a razionalizzazione i
processi produttivi, l’aumento del valore aggiunto potrà non
significare peggiori condizioni occupazionali, normative e salariali.
Maggiore è il conflitto di classe, e maggiori
dovranno essere gli investimenti affinché le merci possano avere più
valore aggiunto. Ciò significa mantenere fermi i diritti acquisiti,
rivendicare sempre più una quota di quel valore aggiunto a favore dei
produttori e delle nuove generazioni, distogliere quote di denaro dalle
rendite verso i servizi .
Significa avere una politica di parte. Significa svolgere quella funzione "istituzionale"
delle strutture sindacali e politiche che si rifanno al movimento
operaio e che dovrebbe essere quella di garantire e sostenere sempre
migliori condizioni lavorative e salariali dei lavoratori.
Nessuna politica di alleanza interclassista, di solidarietà o responsabilità nazionale può essere un buon viatico per le sorti e le condizione delle classi meno abbienti.
Nessuna politica di alleanza interclassista, di solidarietà o responsabilità nazionale può essere un buon viatico per le sorti e le condizione delle classi meno abbienti.
In coclusione prima di un presunto“che fare” diventa
prioritario chiedersi quale blocco sociale vogliamo rappresentare.
Quali interessi e diritti vogliamo tutelare. Se vogliamo rappresentare e
tutelare gli interessi di una nazione, di un continente (l’Unione Europea piuttosto che gli USA o la Cina) con
tutta la sua articolazione finanziaria economica e sociale, di gruppi
industriali più o meno nazionali, o se ci interessa tutelare realmente
gli interessi dei lavoratori, di tutti i lavoratori.
Occorre in sostanza avere rapporti di forza
favorevoli alle masse lavoratrici. Occorre avere una classe operaia ed
una massa di salariati non frustrati e ricattati dalle condizioni
economiche e sociali di miseria in cui vivono.
riprendere la battaglia salariale per la riduzione d'orario a parità di paga
Per far questo occorre che la lotta economica sia vincente.
Per vincere occorre avere una capacità non
locale ma nazionale, persino continentale di mettere al centro
questioni di redistribuzione del reddito e di stornare quote crescenti
di denaro dalla rendita e dal profitto verso i salari.
Occorre cercare di interrompere il
determinismo economico dell’attuale sistema economico e sociale.
Ripensare ad una stagione centralizzata di lotte e di azione diretta
che ridia speranza e dignità alle classi lavoratrici e speranza nel
futuro alle nuove generazioni.
Individuare terreni su cui tutta la capacità
organizzativa del movimento operaio può autonomamente svilupparsi e
vincere, dimostrando non solo una concreta possibilità di cambiamento,
ma una completa alterità di modello economico e sociale.
L’organizzazione operaia, ed intendiamo con
tale espressione tutte le strutture sindacali e politiche che si
richiamano al movimento operaio, con tutti i suoi naturali alleati,
giovani, donne, compreso parte delle classi intermedie, oggi sempre più
in fase di pauperizzazione, in questo periodi infausto per i meno
abbienti e per i lavoratori, organizzi, per esempio, a livello
nazionale (basterebbe in tre o quattro grandi centri metropolitani) spacci alimentari, ambulatori
medici gratuiti, da collocare nei territori, usando le Case del
Popolo, le sedi sindacali, sedi politiche in cui si dispensino cure di
base gratuite.
Imponga, con la costituzione di organismi di
quartiere nei centri cittadini, il recupero degli alloggi sfitti contro
gli sfratti ed impedisca, con la controinformazione, presidi ed
occupazioni non violente e costanti dei terreni, la nuova costruzione
di periferie degradate o vere e proprie speculazioni edilizie che
rimangono vuote per anni, fino a che non venga ripristinato e
bonificato tutto ciò che è già costruito.
Mobiliti forza umana e intelligenza con
brigate volontarie per la ricostruzione di quei territori degradati o
per esempio alluvionati, adottando e ripristinando piazze e strade.
Crei e sviluppi nei servizi, negli enti
locali, organismi di controllo e di vigilanza dei lavoratori contro gli
sprechi ed il male affare.
Organizzi nel mondo del lavoro tutto, senza
aspettare una legge di rappresentanza, la propria rappresentanza in
modo capillare; organizzi autonomamente i referendum consultivi sulle
piattaforme contrattuali.
Solo in questo modo sarà possibile
determinare rapporti di forza favorevoli e conseguentemente sarà forse
anche possibile anche una legge sulla rappresentanza sindacale che non
sia escludente delle organizzazioni sindacali e dei compagni e compagne
più radicali e che come tutte le leggi cristallizza fenomeni già in
atto.
Con una prassi di questo genere sarebbe
possibile affrontare anche le più circoscritte e complicate crisi
aziendali o i presunti fallimenti e/o delocalizzazioni di attività
produttive che all'indomani di questa ennesima crisi sanitaria ed
economica si ripresenteranno.
Sarebbe infatti possibile ipotizzare
occupazioni ed autogestioni di intere filiere produttive,
riposizionando e ristrutturando le stesse capacità produttive di questi
siti industriali ai fini di una tale attività pubblica.
Ma una tale strategia seppure necessaria non
sarebbe sufficiente a modificare i rapporti di forza fra lavoratori e
padronato, unico fattore concreto per una possibile ripresa e
miglioramento delle proprie condizioni materiali di vita.
Occorre una robusta e decisa ripresa della
battaglia salariale rivendicando al contempo un'altrettanta robusta
riduzione d'orario a parità di paga.
Nel documento che abbiamo preso come
riferimento a questa nostra discussione un tale obiettivo è
fortunatamente indicato così come la riduzione a parità di paga è stata
ribadita anche nelle ultime scelte congressuali.
Ma dalla pur dichiarazione cartacea non si
imposta mai, proprio per quella contraddittorietà di ruolo indicata
negli organismi sindacali, una concreta battaglia a livello nazionale
perdendo, oltre che i diritti acquisiti e peggiorando le condizioni
sociali dei lavoratori, il possibile e necessario aggancio con le nuove
generazioni costrette invece a lavori precari, saltuari se non andare
all'estero in una sorta di nuova silenziosa emigrazione rendendo fra
le altre impossibile e vano il necessario ricambio generazionale anche
nelle strutture politiche sindacali.
Nei settori produttivi tutti, sarebbe
necessario riprendere la discussione timidamente avviata a seguito
dell'ipotesi del salario minimo garantito, sulla riduzione di quei 800 e
più contratti registrati al CNEL, la maggior parte "contratti pirata"
che possono avere voci salariali inferiori anche del 20% con un
differenziale retributivo annuo che può variare dalle 2000 euro alle
3500 euro; una variazione salariale di due o tre mensilità. (6)
Una neccessità quindi di limitare le
differenze salariali quanto meno nelle filiere produttive omogenee
ricorrendo anche a robuste rinternalizzazioni di lavoratori oggi
precari e sottopagati come il settore delle cooperative nei servizi
all'industria o bloccando le finte cessioni di ramo d'azienda, utili
esclusivamente a dividere e diversificare le condizioni normative e
salariali dei lavoratori.
Infine se questa pandemia ha esplicitato un
dato è la necessità di avere una sanità pubblica ed efficiente alla
quale non è più pensabile ridurre le risorse a favore di strutture
private convenzionate.
Prima che tutta la retorica sugli "angeli"
del nostro personale sanitario, dei nostri infermieri e dei nostri
medici, che pure hanno subito avvenimenti pesanti e luttuosi con
centinaia di morti, si spenga occorre una riflessione autocritica da
parte della CGIL sul welfare aziendale e sul suo ampio sviluppo nella
contrattazione non solo territoriale ma di intere categorie come, per
esempio, quella dei meccanici.
Non è più pensabile dopo il corona virus
pensare di dare soldi, per altro defiscalizzate da parte dei padroni,
alle strutture privater attraverso il welfar aziendale.
Occorre che tutte questi soldi e queste cifre
fatte di benefit anche non esclusivamente sanitari, come i buoni
benzina per passare alle cure termali, siano rinserite nelle paghe
base in modo tale da pesare e contribuire alla future pensioni, così
come nel settore specifico sanitario occorre una forte battaglia
politica e sindacale per nuove assunzioni, nuove aperture di presidi
sanitari territoriali, nuovi medici eliminando il numero chiuso alle
facolta universitarie.
(1) La Toscana dopo il coronavirus - di Maurizio Brotini "Sinistra Sindacale" Lavoro Società Sinistra Sindacale Confederale – n 5 del 16 Marzo 2020
(2) Tale prospettiva ben rappresentata negli ultimi anni del Partito Comunista Italiano dalla corrente cosidetta dei "miglioristi"
che rappresentavano la destra del partito. Essi erano gli eredi delle
posizioni di Giorgio Amendola il quale era orientato verso una forma
di socialismo democratico e riformista. Non condividevano la politica
sovietica, contrastavano i movimenti di estrema sinistra, e anche le
correnti più movimentiste del partito.I miglioristi erano radicati
nell'apparato del partito e nella gestione delle cooperative rosse.
Furono gli interlocutori privilegiati del Psi di Craxi e del PSDI. Tra
gli esponenti di spicco, risultano l'ex Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, Nilde Lotti, Napoleone Colajanni ed altri nomi
illustri che hanno fatto la storia del partito.
(3) "Dall'emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della CGIL" Aprile 2020
(4) per una ulteriore riflesssione sul polo
imperialistico europeo cfr. La voce del Padrone "Socialismo o barbarie"
. Foglio aperiodico sez Livorno Lucca di
AlternativaLivertaria/FdCA - Marzo 2020
(5) “Vita di Marx. Una biografia rivoluzionaria" Franz Mehring Shake edizioni
(6) Cfr Rivista An° 437 Ottobre 2019 Salario minimo orario e lotta di classe. Cristiano Valente.
mercoledì 27 maggio 2020
#8 #andavatuttomale, riflessioni sulla socialità ai tempi del Covid
Questa
epidemia ha origine naturale, non è stata la prima della storia e
probabilmente non sarà nemmeno l’ultima, ciò che la rende straordinaria è
che si è manifestata nel pieno della globalizzazione neoliberista, nel
quale l’essere umano ritiene “giusto” lo sfruttamento ambientale e tra
le persone, aspettando dalla scienza soluzioni immediate e salvifiche di
fronte a qualsiasi problematica, senza una partecipazione autogestita.
Da
anni le organizzazioni mondiali che si occupano di sanità avevano
avvertito sul pericolo di possibili contagi epidemici, gli esempi di
Sars e Ebola alcuni dei più noti, ma i governi interessati ad una
temporalità connessa alle elezioni e alla logica effimera e
disumanizzante della produttività, non avevano programmato alcun piano
emergenziale, ben consci di quanta oppressione autoritaria e
speculatrice si può mettere in atto in tali momenti.
Siamo
altresì consapevoli che a causa del nostro modello economico l’essere
umano stia perdendo la sua connotazione di animale sociale, per divenire
meramente egoistico ma in questo periodo ha dovuto riscoprire ne* altr*
la sua unica possibilità di salvezza, ipocritamente questa solidarietà
che spesso i media ci propinano è stata innescata dalla paura ansiogena e
dall’incertezza al limite del paranoico.
Interessante
è analizzare la tipologia e i contenuti che la comunicazione
istituzionale ha manifestato, fin da subito (probabilmente
consapevolmente), ha ritardato nel dare risposte il più possibili
veritiere e coerenti, poco attenta dunque a non diffondere un’“infezione
psichica” allarmistica visto che sappiamo bene quanto una massa presa
dal panico sia più facilmente manovrabile.
Il
destinatario dei messaggi, degli slogan, delle restrizioni liberticide e
degli aiuti economici si riferisce pericolosamente ad un impersonale
“cittadino medio”, specificatamente più al suo corpo che alla sua mente
in una dimensione di biopotere, con lo scopo di azzerare le diversità,
far accrescere o creare disuguaglianze in tutte le sue dimensioni senza
considerare alcuna giustizia sociale, non permettere alcuna
partecipazione attiva.
Il
linguaggio dei mass media ha cercato di interpretare
propagandisticamente la situazione, facendo abuso di riferimenti al
mondo bellico, riuscendo come nessun altro a creare suggestioni emotive
di odio, morte e a far vedere l’“altro” come nemico; in questo caso
l’untore dapprima decodificato in colui che aveva tratti fisiognomici
asiatici poi in quanti non solo si azzardavano ad uscire di casa, ma lo
facevano senza indossare la tanto agognata mascherina, con tutta la sua
caratura simbolica che ormai possiede; così facendo però ha fatto
accrescere nella popolazione un profondo senso di smarrimento e paura,
soprattutto per coloro che stanno passando un periodo di debolezza sia
psichica che materiale.
I
primi riferimenti valoriali messi in luce nella comunicazione
propagandistica stanno riguardando la trilogia tipicamente fascista di
dio, patria e famiglia, mutandoli ovviamente in una chiave post
modernista e digitale, dimostrata dalle dirette via streaming delle
messe e dei discorsi di Papa Francesco, dal patriottismo più becero del
tricolore sui balconi, che fa perdere il senso globale dell’evento e per
concludere dal rassicurante e ossessivo invito a “restare in casa”.
Facilmente
riscontrabili poi altri orientamenti narrativi declinati in tutte le
manifestazioni televisive o digitali: nella dicotomica percezione di
senso di colpa e ammirazione eroica nei confronti di quant* perdono la
vita operando all’interno delle strutture sanitarie; nell’ipocrisia
della perdita di intere generazioni di “nonni”, prima troppo spesso
dimenticati nelle case di riposo, o comunque attanagliati dalla
solitudine; nell'immancabile miopia nel vedere nemica assoluta l’Europa e
non il sistema neoliberista che ci domina; nella ritualità quotidiana
sull’aggiornamento statistico dei contagi, e su quante denunce sono
state redatte; nella diffusione di migliaia di raccolte fondi per
l’acquisto di supporti sanitari, al fine di rendere le persone
protagoniste senza criticare il sistema sanitario aziendalistico e
privatizzato; nell’instillare collettivamente e ciecamente il mantra
della riapertura delle aziende, permettendo alle persone di ritornare
all’unica dimensione esistenziale del sistema a cui è interessata, cioè
quella produttiva; nell’ottimistico giudizio dello strumento de
l’e-learning che in realtà accresce disparità materiali e di
apprendimento negli studenti.
Questa
breve e approssimativa analisi non ha lo scopo di far emergere nuove
considerazioni socio politiche, ma forse più di confermare quanto già
sapevamo, ma che troppe volte abbiamo accettato con rassegnazione.
E’
arrivato il momento di una profonda rivoluzione culturale, che riesca a
cambiare il nostro immaginario riguardo il futuro, accogliendo nuove
alternative possibili; in un’ottica in cui la persona è posta nelle
condizioni di sviluppare la propria individualità e di vivere una
socialità vera, orizzontale e mutualistica; all’interno di una
dimensione ecologica come parte della natura, dove il nostro unico
possibile vaccino deve essere una dimensione anticapitalistica.
Iniziativa Libertaria - Pordenone
iniziativa libertaria Pordenonemartedì 26 maggio 2020
Federalismo decentramento e noi
Federalismo decentramento e noi È vero, abbiamo criticato il modo con
cui molte regioni hanno condotto la stagione del covid19. È vero,
abbiamo sempre avversato l’infausto pateracchio della riforma del Titolo
V della Costituzione del 2001 e tutta la confusione che da essa è stata
generata, ricordiamo che quella revisione costituzionale fu voluta
sullo scorcio della legislatura da un centrosinistra in confusione (una
vera novità!) e da un improbabile candidato alla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, Rutelli, nella vana speranza di sottrarre voti
alla Lega Nord.
Ciò vuol dire che i comunisti anarchici sono diventati centralisti, o, come dicono
le correnti individualistiche ed antiorganizzatrici dell’anarchismo, statolatri? Chiariamo
meglio.
Potremmo dire che ci rifiutiamo di sostituire la statolatria con la “regionilatria”, ma sarebbe un semplice escamotage, anche se non lontano dal vero. È, infatti, un dato che il decentramento inserito in quel frangente nella Costituzione non avvicina, come sostiene la vulgata, le istituzioni ai cittadini. Non solo la devoluzione di parte dei poteri alle regioni non ha reso i promulgatori di leggi più prossimi ai sudditi o da essi meglio controllabili, ma ha moltiplicato per venti volte un ceto politico parassitario, con l’aggravante che spesso esso è anche meno preparato e più esposto alle pressioni dei poteri forti che hanno gioco più facile nel condizionare le forze politiche che gestiscono il territorio. Non vogliamo certo sostenere che l’attuale classe politica nazionale sia di elevata caratura; non lo è neppure, salvo rare eccezioni, quella degli altri Stati, ma solo che al peggio non c’è mai fine, come è facile constatare.
Quindi, quello a cui assistiamo non è decentramento con connesso sviluppo della democrazia e della partecipazione, ma solo una moltiplicazione di centri decisionali, sovente in contrasto tra di loro, che alimenta la babele delle norme. Per usare una formula cara agli anarchici tutti, le decisioni non salgano dal basso verso l’alto per formare una volontà comune e condivisa, ma piovono come grandine sui cittadini che spesso ne ignorano provenienza e ragione.
Non è certo un caso che questa miriade di centri decisionali tendano ad allargare le proprie competenze e diano adito alla continua richiesta di maggiore autonomia (fino all’obbrobrio dell’“autonomia differenziata”) la cui molla non è la ricerca del bene collettivo, ma la più gretta autoreferenzialità; quello che si produce non è un federalismo di comunità autogestite che si sostengono vicendevolmente con spirito solidaristico, ma il trionfo dei più ricchi e del loro egoismo. È un federalismo divergente invece che convergente, che allontana gli uni dagli altri invece che tendere alla cooperazione, che divide invece di unire.
Queste tendenze all’isolamento sono miopi, ma soprattutto fanno leva sugli istinti più deteriori delle persone, attingendo la propria linfa dagli strati più abbienti o da quelli meno critici della propria popolazione, impedendone la crescita della coscienza politica. La pratica del federalismo solidale si basa sulla più ampia diffusione della consapevolezza delle persone di fare parte necessariamente di una comunità senza la quale non ci sarebbero possibilità di sopravvivenza e di sviluppo collettivo. Il federalismo così caro alla destra (stranamente, sembra, contrastante con
l’originaria difesa del più autocratico centralismo) non è che una manovra volta a sviluppare gli egoismi, quegli egoismi che le permetterebbero una gestione forte del potere una volta che lo avessero conquistato. La diffusione degli slogan “Prima gli ….” solleticano proprio il desiderio di godersi dei privilegi presunti ed aprono in realtà le porte alle dittature palesi o camuffate; gli esempi (Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, ecc.) non mancano. Tornando a noi, quello che è il nostro scopo non “decentrare” il potere a cascata, ma quello di costruire una società di individui coscienti, responsabili, capaci di autogestirsi, solidali, quindi la centralizzazione delle decisioni che convergendo si formano a partire dalle volontà delle comunità che si federano. Decentrare è un movimento discendente, “centralizzare”, cioè la faticosa costruzione di un indirizzo comune, è un movimento ascendente. Le comunità locali, sindacali, agricole, di mestiere, non sono monadi che non comunicano tra di loro, ma sono interconnesse per il semplice motivo che necessitano le une dalle altre e solo cooperando possono svilupparsi, garantendo il massimo benessere possibile ai propri aderenti. Nulla a che vedere con il guazzabuglio che l’Italia con l’autonomia regionale o gli USA con l’indipendenza dei singoli Stati, stanno oggi impietosamente mostrando. In questi casi le singole decisioni rispondono solo a giochi di potere politico ed alle esigenze elettorali dei governanti ai vari livelli e non certo alla salvaguardia degli
interessi collettivi.
Per concludere, non è il luccichio di un’autorità centrale che ci attrae, fosse anche quella dei tecnici e degli scienziati del cui sapere abbisogniamo, ma che vanno controllati per la loro incompetenza relazionale e per l’offuscamento che il loro sapere procura ad essi. Quello che ci interessa è non confondere i piccoli ma tenaci poteri dei
boiardi disseminati nella penisola con le vera chiamata dei cittadini alla consapevolezza dei propri diritti, in modo che venga loro conferita la piena potestà delle scelte e della direzione da imprimere alla propria vita collettiva.
La Redazione
SITO ORIGINALE
Ciò vuol dire che i comunisti anarchici sono diventati centralisti, o, come dicono
le correnti individualistiche ed antiorganizzatrici dell’anarchismo, statolatri? Chiariamo
meglio.
Potremmo dire che ci rifiutiamo di sostituire la statolatria con la “regionilatria”, ma sarebbe un semplice escamotage, anche se non lontano dal vero. È, infatti, un dato che il decentramento inserito in quel frangente nella Costituzione non avvicina, come sostiene la vulgata, le istituzioni ai cittadini. Non solo la devoluzione di parte dei poteri alle regioni non ha reso i promulgatori di leggi più prossimi ai sudditi o da essi meglio controllabili, ma ha moltiplicato per venti volte un ceto politico parassitario, con l’aggravante che spesso esso è anche meno preparato e più esposto alle pressioni dei poteri forti che hanno gioco più facile nel condizionare le forze politiche che gestiscono il territorio. Non vogliamo certo sostenere che l’attuale classe politica nazionale sia di elevata caratura; non lo è neppure, salvo rare eccezioni, quella degli altri Stati, ma solo che al peggio non c’è mai fine, come è facile constatare.
Quindi, quello a cui assistiamo non è decentramento con connesso sviluppo della democrazia e della partecipazione, ma solo una moltiplicazione di centri decisionali, sovente in contrasto tra di loro, che alimenta la babele delle norme. Per usare una formula cara agli anarchici tutti, le decisioni non salgano dal basso verso l’alto per formare una volontà comune e condivisa, ma piovono come grandine sui cittadini che spesso ne ignorano provenienza e ragione.
Non è certo un caso che questa miriade di centri decisionali tendano ad allargare le proprie competenze e diano adito alla continua richiesta di maggiore autonomia (fino all’obbrobrio dell’“autonomia differenziata”) la cui molla non è la ricerca del bene collettivo, ma la più gretta autoreferenzialità; quello che si produce non è un federalismo di comunità autogestite che si sostengono vicendevolmente con spirito solidaristico, ma il trionfo dei più ricchi e del loro egoismo. È un federalismo divergente invece che convergente, che allontana gli uni dagli altri invece che tendere alla cooperazione, che divide invece di unire.
Queste tendenze all’isolamento sono miopi, ma soprattutto fanno leva sugli istinti più deteriori delle persone, attingendo la propria linfa dagli strati più abbienti o da quelli meno critici della propria popolazione, impedendone la crescita della coscienza politica. La pratica del federalismo solidale si basa sulla più ampia diffusione della consapevolezza delle persone di fare parte necessariamente di una comunità senza la quale non ci sarebbero possibilità di sopravvivenza e di sviluppo collettivo. Il federalismo così caro alla destra (stranamente, sembra, contrastante con
l’originaria difesa del più autocratico centralismo) non è che una manovra volta a sviluppare gli egoismi, quegli egoismi che le permetterebbero una gestione forte del potere una volta che lo avessero conquistato. La diffusione degli slogan “Prima gli ….” solleticano proprio il desiderio di godersi dei privilegi presunti ed aprono in realtà le porte alle dittature palesi o camuffate; gli esempi (Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, ecc.) non mancano. Tornando a noi, quello che è il nostro scopo non “decentrare” il potere a cascata, ma quello di costruire una società di individui coscienti, responsabili, capaci di autogestirsi, solidali, quindi la centralizzazione delle decisioni che convergendo si formano a partire dalle volontà delle comunità che si federano. Decentrare è un movimento discendente, “centralizzare”, cioè la faticosa costruzione di un indirizzo comune, è un movimento ascendente. Le comunità locali, sindacali, agricole, di mestiere, non sono monadi che non comunicano tra di loro, ma sono interconnesse per il semplice motivo che necessitano le une dalle altre e solo cooperando possono svilupparsi, garantendo il massimo benessere possibile ai propri aderenti. Nulla a che vedere con il guazzabuglio che l’Italia con l’autonomia regionale o gli USA con l’indipendenza dei singoli Stati, stanno oggi impietosamente mostrando. In questi casi le singole decisioni rispondono solo a giochi di potere politico ed alle esigenze elettorali dei governanti ai vari livelli e non certo alla salvaguardia degli
interessi collettivi.
Per concludere, non è il luccichio di un’autorità centrale che ci attrae, fosse anche quella dei tecnici e degli scienziati del cui sapere abbisogniamo, ma che vanno controllati per la loro incompetenza relazionale e per l’offuscamento che il loro sapere procura ad essi. Quello che ci interessa è non confondere i piccoli ma tenaci poteri dei
boiardi disseminati nella penisola con le vera chiamata dei cittadini alla consapevolezza dei propri diritti, in modo che venga loro conferita la piena potestà delle scelte e della direzione da imprimere alla propria vita collettiva.
La Redazione
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covid19,
federalismo,
regionalismo,
Uione dei Comunisti Anarchici D'Italia
venerdì 1 maggio 2020
Ogni tempo è di lotta
“Il primo maggio dovrebbe essere un
simbolo di solidarietà internazionale, di solidarietà non limitata ai
quadri dello Stato nazionale che corrisponde sempre agli interessi delle
minoranze privilegiate del Paese. Tra i milioni di lavoratori che
sopportano il giogo della schiavitù, c’è un’unità di interesse,
indipendentemente dalla lingua che parlano e dalla condizione sotto la
quale sono nati. Ma tra gli sfruttatori e gli sfruttati dello stesso
Paese c’è una guerra ininterrotta che non può essere risolta da nessun
principio di autorità e si radica negli interessi contraddittori delle
varie classi. Tutto il nazionalismo è un travestimento ideologico di
fatti veri: può in un dato momento trascinare le grandi masse di persone
dietro suoi rappresentanti menzogneri, ma non è mai riuscito ad abolire
la brutale realtà delle cose in questo mondo”( Rudolf Rocker, 1936 )
Nel periodo precedente la crisi sanitaria, i grandi movimenti popolari in alcune aree del mondo si stavano affermando contro il sistema e mettevano in discussione la gestione politica dei blocchi di classe dominanti in ogni formazione sociale insieme alle loro strategie operative. La crisi sanitaria ha colpito molto duramente il sistema di dominio. Questo, essendo un fattore esterno al funzionamento del sistema globale, rivela le prevedibili debolezze e carenze strutturali, strategiche e funzionali del capitalismo globalizzato e accelera il degrado della governance dei popoli.
Per questo motivo, diversi paesi hanno visto i governi, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ritrattare il loro piano iniziale: consentire la diffusione dell’infezione e delle morti di massa, al fine di raggiungere l’immunità di gruppo nella popolazione. Questa strategia, insieme al degrado dei sistemi sanitari pubblici e ai colpi più duri inferti ai settori più svantaggiati, avrebbe potuto diventare un vero e proprio genocidio sociale. Rinunciando a questo, si può considerare che le borghesie britanniche e statunitensi hanno fatto politicamente un passo indietro di fronte a ciò che avrebbe potuto provocare un certo grado di disordine sociale.
La crisi sanitaria agisce quindi come un fattore che espone e accresce le debolezze, gli squilibri e i fattori di collasso del sistema e allo stesso tempo costituisce una possibile innovazione sistemica, un nuovo fattore centrale di disfunzione e di blocco. Insomma, la pandemia approfondisce un ciclo di crisi economiche e sociali che stavano già per scoppiare, con una sequenza differenziata nella gestione e nell’uscita dalla crisi sanitaria.
La capacità dei vari blocchi geostrategici di affrontare la situazione e superare questo momento – che può portare alla paralisi dell’economia mondiale – sembra essere diversa. Infatti, l’accelerazione del confronto tra Cina e Stati Uniti e la configurazione del rapporto di forze all’interno del nuovo ciclo potrà portare un attacco senza precedenti, in tutto il pianeta, contro le condizioni di vita delle classi popolari, contro i loro diritti sociali e politici, contro tutti gli elementi di emancipazione che sono stati conquistati e rafforzati, o almeno conservati e mantenuti, durante l’ultimo periodo storico.
Gli interventi per sbloccare e rilanciare l’economia mondiale comportano un’enorme mobilitazione di risorse finanziarie che genererà debito, politiche di austerità, nuove offensive contro il servizio pubblico e un tentativo strategico di aumentare lo sfruttamento, il controllo e il dominio contro le classi popolari.
Va notato come il mercato globale sia chiaramente influenzato da questa crisi economica (sia sul piano materiale che ideologico) e non dobbiamo sorprenderci della regionalizzazione economica di vari Stati e potenze. Nonostante ciò, è necessario considerare che la globalizzazione continuerà ad essere un fattore importante nell’economia mondiale e che la radicalizzazione dello sfruttamento sarà un elemento decisivo della sua configurazione nel prossimo ciclo.
Per quanto riguarda il continente europeo, se si intravede da parte dell’Eurogruppo un tentativo pur parziale di allentare le rigidità di bilancio questo avviene all’interno della cornice consueta, tramite l’aumento del debito e la socializzazione dei costi (scoporando le spese sanitarie e quelle più direttamente legate all’emergenza COVID 19) per mitigare gli effetti della crisi economica provocata da quella sanitaria con interventi a sostegno delle economie nazionali. Un intervento tutto all’interno del quadro capitalistico.
Bisognerà contrastare il prevedibile attacco alle condizioni di vita, ai salari e al reddito delle classi popolari, con l’attuazione di modelli politici di controllo, inquadramento e restrizione degli spazi e modelli di azione degli apparati statali e degli apparati di comando capitalistici. Occorrerà anche contrastare derive autoritarie e di controllo sociale che stanno pericolosamente avanzando sull’onda dell’emergenza sanitaria e che riducono gli spazi agli interventi sociali e rivendicativi.
Come in altre parti del mondo, così in Turchia lo scoppio del coronavirus, contestualmente al funzionamento del sistema capitalista e alle errate politiche dello Stato, sta diventando una grave crisi. In questo periodo, in cui tutti i settori della vita sociale sono colpiti, lo Stato ignora coloro che sono a rischio e oppressi a causa dell’epidemia, mentre la sua “lotta” contro l’epidemia consta principalmente di misure indirizzate ai settori più privilegiati della società
A seguito della chiusura di aziende in quarantena e della cessazione delle attività economiche, centinaia di migliaia, milioni di persone vengono licenziate o collocate in ferie non pagate, come risultato della chiusura del commercio nell’ambito delle misure di lockdown e della discontinuità delle attività economiche.
La maggior parte dei lavoratori del mercato che continuano a lavorare durante l’epidemia e gli operatori sanitari, che hanno un notevole carico di lavoro in questo periodo e devono affrontare la malattia in prima linea, non dispongono di sufficienti dispositivi medici di protezione.
Ancora una volta, ai poteri politici ed economici non importa se le sezioni impoverite sono in grado di soddisfare anche i loro bisogni più elementari. Le campagne lanciate dallo Stato per far sembrare che si preoccupi dei poveri sono finanziate dalle tasse pagate per anni da questi settori sociali. Naturalmente, il lavoro di “carità” non soddisfa i bisogni reali: serve per riprodurre e mantenere le relazioni di dipendenza piuttosto che per eliminare le ingiustizie economiche.
In tali condizioni, affrontando uno Stato ingombrante e ignorante, l’autorganizzazione popolare dal basso, dalle comunità locali, entra in gioco per soddisfare i bisogni vitali durante la crisi pandemica e combattere contro le politiche del governo.
Su scala globale, il livello di indebitamento è più del doppio della produzione mondiale. Questa crisi potrebbe anche servire a liquefare o a rinviare i debiti, o a ridisegnare il grande casinò finanziario internazionale.
L’America Latina sta attraversando una situazione particolare. Paesi con precedenti crisi economiche (come nel caso dell’Argentina), o con rivolte sociali come il Cile, e altri in cui si sono recentemente insediati nuovi governi di destra, come l’Uruguay, hanno tutti caratteristiche comuni. Esempi: l’aumento della precarietà, licenziamenti, domande di assicurazione contro la disoccupazione e la fame che affligge una parte significativa della popolazione. Il Cile e l’Argentina sono in totale quarantena e militarizzazione della vita sociale, così come il Perù e il Paraguay dove si applica il coprifuoco. In Uruguay si applica l’isolamento sociale, anche se non esiste una quarantena obbligatoria e a poco a poco si prevede di riprendere l’attività economica.
In Brasile la situazione si complica ogni giorno di più. Ci troviamo in uno scenario in cui, da un lato, le condizioni di vita diventano sempre più precarie, con la disoccupazione in aumento, il costo della vita in aumento e migliaia di lavoratori informali e autonomi che non possono garantire il loro sostentamento quotidiano e, dall’altro, un governo che si è attivato per rendere più flessibili le misure di isolamento sociale e mettere a rischio la vita di migliaia di lavoratori. Il motivo è che l’economia non può fermarsi, come in diversi paesi della regione.
La formula è semplice. Senza una politica di reddito minimo che garantisca veramente il sostentamento dei disoccupati, dei lavoratori informali e dei lavoratori autonomi in modo che tutti possano rimanere in isolamento sociale, Bolsonaro garantisce alle persone le condizioni per poter scegliere tra rischiare la propria salute o soffrire la fame. Così, è esente da ogni responsabilità, attacca i governatori che difendono la quarantena come misura per evitare il collasso del Sistema Sanitario Unico e crea lo scenario perfetto per continuare con il suo progetto conservatore ultra-liberale. Nella lotta di potere tra i vertici, Bolsonaro promuove il caos e la crisi come tecnica di governo. Per lui la salute e i diritti garantiti non contano neanche un po’, così come non conta il crollo del sistema sanitario pubblico. Non agisce per evitare una crisi sanitaria, sociale o economica, la promuove per governare in modo più efficace e imporre un progetto ultraliberale, conservatore e razzista.
In termini generali, questa crisi ha lasciato il posto a diverse misure populiste da parte di diversi governi, ma quasi tutti applicano una forte politica di destra di repressione e di controllo sociale. In generale, gli utili delle imprese non vengono toccati e inoltre vengono proposte misure che permettono alla borghesia di “riattivare” l’economia nella logica neoliberale. Il debito estero dei Paesi dell’America Latina è destinato ad aumentare, a cui si aggiunge il calo del prezzo internazionale del petrolio che sta colpendo diversi Paesi della regione, tra cui Venezuela, Ecuador, Colombia, Messico, Brasile, ecc. Alcuni di questi paesi hanno già fatto smantellare seriamente il loro settore petrolifero o stanno attraversando vari tipi di difficoltà. Ma in generale i prezzi delle materie prime scenderanno sul mercato mondiale e questo avrà un impatto negativo sulle economie latinoamericane e la crisi ricadrà sulle classi popolari.
D’altra parte, gli Stati Uniti, che con questa crisi hanno gravi problemi interni, non vogliono perdere il controllo del loro “cortile” e cercano di generare e mantenere una certa instabilità politica, economica e sociale nella regione per mantenere la coesione e il controllo sociale. Naturalmente, questo serve anche a diversi governi locali, per lo più allineati con gli Stati Uniti.
È importante osservare quanto sta accadendo in Asia, soprattutto nel caso della Cina e della Corea del Sud, dove vengono applicati meccanismi di controllo sociale estremo, basati sulla tecnologia. Queste società sono diventate immensi panottici, ma dove la sorveglianza è efficace e costante e dove la disciplina sociale è ricercata su larga scala. Questo modello di controllo sociale sembra essere “esportato” nel mondo sotto il titolo “sappiamo come contenere la pandemia”. In realtà, è una ricetta per contenere le popolazioni.
Questa offensiva diffusa è già in corso. Se si confermano elementi di socializzazione delle perdite, essa non potrebbe essere contenuta e regolata, ma più brutale e densa. Tuttavia, l’offensiva sarà dispiegata e con essa la lotta sociale sarà una delle possibili figure che determineranno la situazione. Molte cose dipendono da come il nucleo egemonico delle classi dirigenti valuta il rischio sistemico e le possibilità di esplosione sociale che esso può comportare.
2.-Le sinistre
All’interno di questo quadro prospettico, dobbiamo contemplare la complessità del momento per la sinistra e le possibilità di una certa regressione, sia riformista, sia di intenzione rivoluzionaria, o almeno di conseguenza radicale. Ma senza dubbio si possono aprire possibilità per lo sviluppo di una pratica combattiva militante con un tono liberatorio a livello sociale e una critica radicale del sistema.
Senza caricatura, le forze dominanti nell’ancora cosiddetto spettro della sinistra sono social-liberali / “progressiste”. Ciò non significa che siano semplicemente forze dirette di inquadramento e di intervento al servizio del capitale. Hanno un margine di manovra tattico (o di breve durata) combinato con un ruolo subordinato, con una sottomissione strategica ai movimenti delle classi dirigenti.
Queste forze sanno che se considerano di mantenere permanentemente l’integrazione all’interno dell’apparato statale, all’interno dei centri di potere, compresa la presenza del governo anche se subordinato al diritto, possono scomparire o diventare emarginati all’interno dello spettro politico. Questo è il dilemma della socialdemocrazia europea e dei progressisti latinoamericani, per esempio. Per questo motivo sono in costante accomodamento tra la loro subordinazione strategica e una breve ma obbligatoria sensibilità ai movimenti sociali e all’azione delle diverse forze che superano il social-liberalismo e il progressismo, comprese quelle che rappresentano un progetto di tipo più riformista, dato che intendono mantenere il loro elettorato.
Un’altra caratteristica centrale dell’equilibrio di potere in Europa è l’evoluzione generale della sinistra riformista, che era già in crisi o almeno in squilibrio, prima della comparsa del coronavirus. Queste forze, che vanno da Jeremy Corbyn del partito laburista nel Regno Unito a Pablo Iglesias del partito Podemos in Spagna, sono caratterizzate da un taglio culturale, politico e strategico di tipo statale e governativo. Hanno una concezione politica che vede i mezzi concentrati nell’apparato statale e le possibilità di azione elettorale pubblica come elemento centrale del contropotere contro i blocchi dominanti.
Già prima dell’emergenza COVID appare evidente la tendenza alla loro neutralizzazione, assorbimento e disintegrazione da parte dei nuclei del social-liberismo.
Queste sinistre hanno tra l’altro dimostrato di non essere in grado, né sostanzialmente interessate, a contrastare le varie formazioni di estrema destra e il loro sventurato avanzare nei consensi sociali, neanche da un punto di vista culturale. Non è una novità se si comprende che il fascismo è stato storicamente uno strumento del capitalismo per la sua perpetuazione in tempi di crisi. Per non parlare di proposte di opposizione al neo-liberismo, per non dire rivoluzionarie, completamente dimenticate dal campo di gioco, se non in rare occasioni. È nostro compito ricostruire questo spazio, sia a livello politico che sociale.al.
3.- Elementi di resistenza
Nella situazione attuale, c’è un campo di resistenza, che è complesso, ha forti contraddizioni interne e radici sociali, culturali e politiche diverse. Questo campo integra una diffusa resistenza popolare che sfugge all’apparato politico, sindacale o associativo, che a volte si stabilizza in nuove organizzazioni popolari, in processi di rivitalizzazione di organizzazioni di tradizioni precedenti. Il campo della resistenza comprende correnti e forze provenienti da orizzonti molto diversi da quella che potremmo definire una dinamica libertaria, basata sulla preminenza dell’azione politica popolare.
Il campo di resistenza che confina con la sinistra riformista – con tutte le ambiguità che questo comporta – comprende correnti e organizzazioni di matrice statalista il cui orientamento combattivo (a volte con una base autogestita, autoemancipativa, democratica) è tattico, fragile, e suscettibile di muoversi verso l’autoritarismo.
Siamo una forza di lotta nell’arcipelago delle resistenze e siamo, allo stesso tempo, un patrimonio significativo della proposta di potere popolare, di autogestione e di democrazia diretta, cioè del processo politico di avanzamento permanente verso il comunismo/socialismo libertario. In questa situazione, in cui convergiamo con altre forze in lotta, cerchiamo la costruzione e la dinamizzazione di processi di lavoro politico sempre a partire dalle basi sociali popolari nelle loro pratiche, nelle loro richieste e nelle loro aspirazioni.
Dalle organizzazioni popolari, in base alla nostra capacità di orientare la lotta, promuovendo tutto ciò che accumula l’indipendenza e l’autonomia di classe, costruiamo il potere emancipatorio e promuoviamo il potere popolare che sfugge agli apparati e alle strategie di tipo governativo e capitalistico.
4.- Assi di risposta
-Promuovere e rafforzare gli spazi di solidarietà e di sostegno reciproco delle classi popolari dal livello di vicinato agli spazi internazionali, per rompere la logica che lo Stato ci proteggerà e per generare organizzazione popolare.
-Ristabilire e rafforzare le alleanze strategiche e le lotte con altre organizzazioni politiche e anche a livello sociale. Soprattutto a quest’ultimo livello, con anarco-sindacalismo e sindacalismo alternativo e movimenti per la casa, per i servizi pubblici (salute, istruzione, servizi sociali), antirazzista, femminista, diritti dei migranti, ecologista.
-Preparare, con queste organizzazioni, piani di conflitto a favore delle classi popolari e piani per la lotta di classe dopo la quarantena (lockdown). Nel frattempo, promuovere azioni che vanno dalle “caceroladas” agli scioperi degli affittuari e altri. Difendere gli spazi di agibilità politica e di autorganizzazione contro le derive autoritarie e liberticide portate avanti sull’onda dell’emergenza sanitaria
-Richiedere le massime condizioni di protezione sul lavoro, in particolare nei settori della salute, dell’alimentazione, dei trasporti e dei servizi pubblici, ecc. Procedere con la denuncia o la paralisi dell’attività.
-Contrastare i discorsi del potere criticando le loro decisioni sbagliate o contrarie alle libertà, ai diritti sociali e alla vita, e i tagli ai servizi pubblici (soprattutto alla salute) che ci rendono più vulnerabili al virus e ne aumentano la mortalità.
-Contrastare il discorso dell’odio delle forze dell’estrema destra, che cercano di dividere le classi popolari attraverso meccanismi di manipolazione di massa.
-Mettere in discussione lo sviluppo produttivista, la devastazione ecologica, il maltrattamento degli animali e l’agricoltura estensiva e industriale In breve, il sistema capitalista.
-Generalizzare il diritto all’astensione dal lavori in caso di pericolo (oggi) sanitario, utilizzo del diritto di sciopero quando necessario
-Socializzazione dell’industria farmaceutica e del sistema sanitario e di tutti i servizi essenziali
-Riportare nell’orizzonte politico la riorganizzazione della produzione sotto il controllo dei lavoratori
-Rafforzare il coordinamento, il dibattito e il lavoro comune dell’anarchismo organizzato a livello politico, e attraverso il nostro inserimento sociale, promuovere il sindacalismo di classe e altri progetti rivoluzionari a livello internazionale.
PER LE CLASSI LAVORATRICI, TUTTI I TEMPI SONO TEMPI DI LOTTA!
CONTRO L’AUSTERITÀ, COSTRUIAMO POTERE POPOLARE!
PER IL COMUNISMO ANARCHICO, LA VITA E LA LIBERTÀ!
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