„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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sabato 21 marzo 2015
Precarietà e lavoro al tempo di Expo - Pordenone
I recentissimi decreti applicativi del Jobs Act emanati dal governo italiano si aggiungono ad altre legislazioni anti-operaie approvate all'interno dell'Unione Europea (UE). I contratti individuali a tutele crescenti, la ridefinizione del lavoro subordinato, la flessibilità svincolata dalla contrattazione, la monetizzazione dei licenziamenti e dell'espulsione dal ciclo produttivo hanno lo scopo immediato di portare all'irrilevanza il diritto di coalizione dei lavoratori ed il ruolo dell'organizzazione sindacale dentro i luoghi di lavoro.
Sabato 21 marzo 2015 ore 18:00
al Prefabbrikato / Villanova / Pordenone
via Pirandello, 22 (dietro centro sociale "Gloria Lanza")
Dibattito pubblico:
"Precarietà e lavoro al tempo di Expo"
introduce:
Annibale Viappiani
della commissione sindacale AL/FDCA
e interverranno i rappresentanti dei sindacati di base USI/AIT e USB
ore 20.30 cena sociale gradita la prenotazione
Organizza: PnRebel e Collettivo Riff Raff
martedì 11 novembre 2014
14 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE , SCIOPERO SOCIALE !!!!
14 NOVEMBRE 2014
SCIOPERARE E MANIFESTARE
NEI POSTI DI LAVORO E NEI TERRITORI
PER CONTRASTARE LA DISTRUZIONE DEI NOSTRI DIRITTI
PER RICOSTRUIRE L'OPPOSIZIONE SOCIALE
PER RIPRENDERCI LA LIBERTA'
DI IMMAGINARE E DI SPERIMENTARE
L'ALTERNATIVA LIBERTARIA ALLA BARBARIE CHE AVANZA
Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che il mondo del lavoro sindacalizzato intreccia la sua lotta con le realtà sociali di base che nei territori, da anni, fanno da argine e da rete solidale di conflitto contro la devastazione capitalistica dei luoghi di vita e dell'ambiente.
Ma questo 14 novembre cade nel sesto anno di una crisi che non è più solo finanziaria,solo economica ed occupazionale. Siamo nel sesto anno di una crisi che punta direttamente a minare alla fondamenta la libertà dei lavoratori di organizzarsi e coalizzarsi nei luoghi di lavoro, di scendere in piazza per manifestare la loro opposizione alla distruzione di posti di lavoro e di reddito. Si tratta di un attacco non contingente, ma che punta a definirsi come sistema: un sistema in cui non è prevista alterità rispetto agli interessi del capitalismo, non è prevista organizzazione sindacale che rappresenti interessi autonomi dei lavoratori rispetto alle aziende. Non è prevista la speranza di una società più giusta e più solidale. Nemmeno la mera dignità del lavoratore, condannato invece ad uno stato di precarietà infinita. Nel lavoro e nella vita.
Al tempo stesso nei territori, questa crisi punta alla ghettizzazione delle forme di opposizione sociale, alla loro criminalizzazione ogni volta che si osi mettersi di traverso rispetto alle grandi opere inutili, o rivendicare reddito sociale, diritto alla casa ed alle risorse, o costruire democrazia dal basso contro la decomposizione della democrazia rappresentativa.
E nella crisi che impone la sua autorità come sistema e normalità, diventa banale e normale la repressione, legittima la violenza di Stato, impunibile ogni arbitrio in divisa.
Jobs Act, legge di stabilità, Buona Scuola, non si possono contrastare pensando di contare solo sulla capacità coalizzatrice della FIOM o sulla forza di volontà dell'arcipelago sindacale di base, convergenti per caso o per necessità, nel porsi come argine e come opposizione.
Per fermare la trasformazione dei lavoratori da soggetti di dignità in casuali ed anonimi prestatori d'opera, per evitare che il TFR venga scippato per la seconda volta, che cada il gelo perpetuo sui contratti del Pubblico Impiego, che i pensionati subiscano l'oltraggio dell'impoverimento per legge, per tarpare le ali alla Buona Scuola governativa che renderebbe la scuola italiana la peggiore mai vista negli ultimi 60 anni, occorre che il mondo del lavoro organizzato nelle fabbriche, nei capannoni e negli uffici ed il mondo della precarietà e della conflittualità sociale organizzata nelle città, nei quartieri, nei territori, trovino proprio qui -nel territorio- reciprocamente, le forme di cooperazione e di solidarietà necessarie.
Necessarie forme di convergenza e resistenza, per ricostruire unità di lotta e di sperimentazione anticapitalista, investendo nella capacità di organizzazione dal basso, nella diffusione e sedimentazione della coscienza di essere classe con interessi autonomi e divergenti da quelli del capitalismo e dello Stato.
Per riprenderci il territorio e le sue risorse, per prenderci le fabbriche e le terre, occorre un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalit dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, che si proponga come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese.
Alternativa Libertaria/Fdca
novembre 2014
www.fdca.it
lunedì 24 marzo 2014
Sul XVII Congresso CGIL
Fano, 16 marzo 2014
presso il Centro di Documentazione Franco Salomone
Il 17° congresso CGIL ha subito - con la firma dell'accordo del 10 gennaio 2014, a congresso avviato - una radicale modifica.
La firma posta dalla segreteria a quell'accordo, la sua ratifica da parte del CDN del 17 gennaio si possono definire un colpo di mano (ovvio che come tutti i colpi di mano c'è un elemento di fondo: la slealtà politica) che scombina e supera le pur diverse posizioni congressuali di partenza.
La CGIL entra così a pieno titolo nella dimensione sindacale che accompagna la ristrutturazione in atto del capitale assieme alle altre confederazioni che già anche in modo formale avevano tagliato questo traguardo. La trasformazione quindi da sindacato confederale-generale a sindacato aziendalista-corporativo di mercato.
Il metodo utilizzato mette in evidenza e fa entrare nel congresso 3 punti:
la democrazia nel rapporto con i lavoratori
la democrazia di organizzazione e ruolo dei lavoratori nell'organizzazione
la confederalità.
La lotta politica che si concentra sui contenuti dell'accordo e sulla democrazia, assume livelli di scontro elevati tra chi (FIOM e alcuni territori nonché delegati di altre categorie) resiste a questo passaggio - tra l'altro mai discusso a nessun livello - e la segreteria confederale.
Ne risulta la fine del ruolo della rappresentanza nei luoghi di lavoro come espressione diretta dei lavoratori e quindi il loro diritto ad averla come espressione di autonomia/coalizione.
Per costruire un sindacato aziendalista il referente-controllore degli accordi deve essere esterno: si costruisce quindi una forma organizzata elitaria.
Questo rimanda o meglio ha punti di contatto con la modifica in atto della democrazia liberale.
Tutto questo riporta alla confederalità. La struttura organizzativa della CGIL è sì una piramide, ma molto allargata alla base: infatti combina assieme il livello territoriale, le camere del lavoro, il livello regionale e nazionale. Ne discendono 2 riferimenti: i centri decisionali sono estesi anche a livello territoriale, Comitati Direttivi delle categorie e i Comitati Direttivi delle camere del lavoro, questi ultimi come momento di sintesi e di discussione e quindi di generalizzazione dei contenuti approvati a livello territoriale. In tutte e tre le istanze è presente una alta percentuale di delegati. Senza quindi una partecipazione diretta della rappresentanza dai luoghi di lavoro, il tutto implode, o meglio, viene sostituito da qualcos'altro che cambia la natura dell'organizzazione CGIL.
Lo schema si ripete a livello categoriali, regionale e nazionale.
Il ruolo nazionale del CDN confederale risulta: di sintesi, di generalizzazione dei contenuti e di unificazione/estensione delle lotte. Ovviamente il livello nazionale ha già assunto un ruolo sempre più decisionista e accentratore negli ultimi anni, in netto contrasto con la sua funzione: per questo si parla di crisi della confederalità, sempre negata dalle varie segreterie nazionali che si sono avvicendate negli ultimi 12 anni.
Questo ha trascinato con sé il resto, riducendo il ruolo e la funzione delle categorie stesse: nel caso FIOM tutti i tentativi di normalizzazione hanno questo scopo.
A differenza di confederazioni di sindacati anche esteri, oltre alla CISL, ad esempio AFL-CIO, DGB, TU, ecc., la CGIL risulta una confederazione con varie istanze che non esistono se non hanno la partecipazione a livello territoriale dei lavoratori. L'operazione in atto taglia questo punto, verticalizza e chiude, mentre -data la scomposizione della classe- occorrerebbe il contrario: aprirsi sul territorio e diventare punto di riferimento avviando un processo di riunificazione della classe.
Due elementi emergono: la necessità di assumere anche come sfida l'analisi sulla composizione di classe: l'azione del capitale "riplasma" il corpo di classe. Ci troviamo di fronte ad una complessa articolazione difficile da ridurre a soggetto unitario, né esistono scorciatoie per farlo, siano esse le moltitudini, ideologismi identitari, gerarchie di spezzoni di classe, ecc.
E' per non cadere in questo che parliamo di ricostruzione di una "rappresentanza sociale" che ci permetta di cogliere in contesti sempre variabili le lotte o meglio le pratiche delle lotte.
Il congresso CGIL in corso delinea una risposta del gruppo dirigente alla crisi/declino del sindacato che rinuncia all'autonomia dei lavoratori nel conflitto capitale lavoro. Non crediamo vi siano soluzioni sostitutive: i congressi CGIL sono complessi, per la composizione, l'estensione e i numeri (iscritti) dell'organizzazione. Rimaniamo convinti che una parte della riflessione e della pratica sul futuro del sindacato esca anche da "pezzi" di CGIL, dove siamo presenti.
Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici
16 marzo 2014
mercoledì 29 gennaio 2014
ANCORA NOTE SUL TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA
L'accordo è finalmente il punto di arrivo del percorso intrapreso dai padroni, che ha subito un'accellerazione dal 2009, si è servito come testa di sfondamento dell’accordo separato in FIAT con le successive fasi, fino al sostegno legislativo dello stesso accordo attraverso l’art.8 sulle deroghe ai contratti e alle leggi in sede aziendale, attualmente in vigore.
Qui il primo punto di non ritorno della CGIL con la rinuncia del suo ruolo di organizzazione sindacale: aver considerato lo scontro sul contratto FIAT un punto settoriale una questione dei metalmeccanici e non -come invece è stato- un attacco alla contrattazione, attacco vincente per i padroni che ha modificato e modifica le relazioni sindacali e sociali a favore di lor signori.
Se Cisl e Uil fin dall’inizio (dal 2001 in poi) hanno accompagnato la ristrutturazione complessiva dei padroni, le tappe della confederazione sono raggruppabili in 3 punti che risultano così declinati:
A) Quello che scaturisce dal congresso del 2010 sul punto della contrattazione, poi ripetuto fino a sostenere contratti di categoria firmati, che restituiscono tutto su orari, salari e prestazione lavorativa, disarmando i lavoratori di fronte al processo di riorganizzazione del capitale, ivi compreso il blocco contrattuale nel pubblico impiego.
B) La modifica statutaria che crea lo spazio per il decisionismo del gruppo dirigente ristretto. In sintesi: le decisioni confederali non possono essere discusse e messe in discussione a livello di federazioni di categoria .
C) L’abbandono di fatto, la non assunzione se non formale, di qualsiasi processo democratico nel rapporto con i lavoratori e del loro ruolo decisionale sui contratti e sugli accordi, ma anche dentro l’organizzazione sindacale CGIL; quest’ultimo punto, speso sull’altare dell’unità sindacale presunta con Cisl e Uil e quindi già taroccato in partenza.
Questi sono i punti portanti che costituiscono la linea della confederazione e che la portano dentro l’attuale condizione fallimentare e di declino. I padroni scelgono non di delegittimare i contratti nazionali dal punto della esigibilità , ma di svuotarli attraverso le deroghe in sede aziendale e imponendone i contenuti, cioè togliendo l’autonomia contrattuale dei lavoratori sul terreno dei contenuti stessi.
Lo sbocco aziendalista -con quel che ne deriva di negativo sul piano della rappresentanza dentro i luoghi di lavoro, della solidarietà fra lavoratori e del conflitto- sociale dimostra che la scelta dei padroni è funzionale alla fase economica: riduce il corpo intermedio sindacato ad una sorta di garante subordinato e agisce direttamente sulla formazione della coscienza di classe e sulla sua possibilità di essere trasmessa; non a caso si agisce anche cancellando la memoria stessa.
Aziendalismo uguale cancellazione della rappresentanza intesa come espressione dell’autonomia della classe: le sanzioni in capo ai lavoratori agiscono su questo nodo fondamentale. Chi si azzarderà a fare il delegato, se non come espressione in primo luogo del sindacato esterno e garante, come ruolo, per i padroni degli accordi stipulati? Viene quindi negato nei luoghi di lavoro il diritto di coalizione dei lavoratori, sancito anche dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale sulla Fiat .
Il problema non è tanto l’agibilità delle sigle sindacali, ma l’agibilità dei lavoratori: la loro libertà/diritto di associarsi/coalizzarsi.
La blindatura fatta a favore delle organizzazioni firmatarie nega ,e questo è il punto maggiormente negativo, in prospettiva la possibilità per la classe di seguire una prassi di costruzione di altre forme organizzate se non a seguito di una rottura, prodotta dalla stessa classe, del quadro costituito.
La delega al partito di riferimento PD, o meglio ad una sua componente, ha tentato illusoriamente di spostare la difesa della classe sul piano parlamentare. Anziché sostenere una propria posizione facendola assumere, la delega al partito politico di tutto (art.18, pensioni, mercato del lavoro, aumento della tassazione sui salari) ha portato alla sconfitta su tutti i fronti, lasciando la classe senza difese e quindi sotto tutti i ricatti. Il processo di deindustrializzazione lo dimostra: la scomposizione della classe risulta l’altro elemento che sembra chiudere il cerchio.
Questo elemento, non solo italiano, è riscontrabile nello stato di crisi del sindacalismo del mondo occidentale, in particolare in EU e USA : il sindacato tedesco (DGB) ha perso oltre 2 milioni di iscritti. La riorganizzazione capitalista incide in modo pesante in tutte le realtà e disarma la classe, modificandola in funzione dei rapporti di forza fra le classi stesse.
Si può certamente continuare a ragionare in termini di tradimento/incapacità dei dirigenti della CGIL che pure c’è, o dell'incapacità del sindacalismo di base, però risulta riduttivo e non porta lontano come possibilità di intervento. Bisogna pensare ad una fase di ricostruzione, perché il movimento operaio al quale abbiamo fatto riferimento e partecipato, quel movimento è oggi sconfitto e in fase di progressiva sostituzione.
Si può pontificare sull’ adattamento del sindacato in ultima istanza ai processi del capitale. Sappiamo tutti che questa forma organizzata è per sua funzione e forma di tipo trade-unionista, per cui è inutile sovraccaricarla di contenuti. Ma rimane per la classe la necessità di organizzarsi sul terreno della propria rappresentanza di massa, ed è per questo che non da oggi parliamo di ricostruzione del sindacato a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, dai luoghi di lavoro e dai territori.
gennaio 2014
Commissione Sindacale della Federazione dei Comunisti Anarchici
martedì 26 novembre 2013
Da Genova a Bologna - 22/23 novembre 2013
22/23 novembre 2013
I tranvieri di Genova hanno segnato un passaggio importante e guadagnato una posizione fondamentale: hanno bloccato la privatizzazione e non hanno accettato peggioramenti alla loro prestazione lavorativa e questo serve come riferimento al resto del paese.
Se non sono i lavoratori dei servizi che si oppongono al disegno del capitale in merito allo stato sociale, non si va da nessuna parte.
Resta il punto su come reperiranno le istituzioni i miliardi che occorrono, le linee che verranno appaltate, come evitare una privatizzazione mascherata. Non è finita, da qui fino alla fine del 2014 la partita è aperta, ma tutto questo non spetta ai soli tranvieri, non li si può lasciare soli.
E almeno due sono i punti fondamentali: il primo è la ridefinizione della rappresentanza sindacale o la sua ricostruzione non su basi di sigle, ma su basi più aderenti alle necessità; il secondo è una rappresentanza sociale in città che esprima contenuti politici di mantenimento dello stato sociale contro le privatizzazioni, rappresentanza sociale dove i lavoratori siano presenti e determinanti.
A Bologna per la dignità per i diritti. Sono state queste le semplici parole d'ordine stampate sul manifesto di convocazione della manifestazione dei facchini della logistica.
La manifestazione riuscita di Bologna sta a indicare che la repressione dentro i luoghi di lavoro del settore della logistica fatta di ricatti, servilismi, licenziamenti di delegati e di attivisti sindacali, con l'aggiunta di denunce per i blocchi degli interporti che si esplicita in un attacco diretto alle lotte, non passa, non ha distrutto quello che in questo anno e mezzo di iniziative è stato costruito.
La logistica è un settore fondamentale dello scontro/conflitto fra capitale e lavoro che possiamo definire strategico ed importante seguire, capire, per partecipare allo sviluppo delle lotte, delle forme organizzative di costruzione e ricostruzione che la classe mette in campo per rompere il dominio del capitale sulla prestazione lavorativa e la condizione di vita dei lavoratori.
La strada sin qui seguita con la costruzione della rappresentanza nelle lotte che pone come punto iniziale la conquista del lavoro contrattato, che rompe la logica del mercato delle braccia e non solo gestito dai padroni, indica un percorso di classe che ci riporta ai fondamentali della organizzazione di resistenza che la stessa ha costruito o meglio costruisce.
Pur non credendo ai facili entusiasmi, siamo impegnati e agiamo nella difficile e complessa azione politica di ricostruzione dei rapporti di forza, oggi distrutti.
I segnali, quello che la classe ha messo in campo a Genova e Bologna nella settimana trascorsa, vanno con tutto il loro carico di difficoltà e incertezze in questa direzione.
Commissione Sindacale
Federazione dei Comunisti Anarchici
24 novembre 2013
Genova: lotte nei trasporti
Siglato l’accordo
Spetterà ai lavoratori dell’azienda trasporti trarre le conclusioni da un accordo con luci e ombre.
Per quel che ci riguarda abbiamo sostenuto la loro battaglia, ci interessa qui fare una riflessione e fissare alcuni punti.
La lotta è stata contro i licenziamenti, contro il peggioramento delle condizioni di lavoro, contro la riduzione del salario attraverso l’eliminazione dei contratti sia aziendali che nazionali, contro la perdita delle parti normative,delle tutele e dei diritti.
Questo significa per la classe l’azione del capitale di privatizzare, esternalizzare le aziende in capo al “pubblico”, poi le ovvie ricadute sul servizio e i cittadini.
Una lotta difensiva sottolineiamo, ma su questo punto occorre chiarire: non esiste una separazione per cui le lotte si dividono in difensive e d’attacco. Oggi occorrerebbero queste ultime, ma il legame risulta connesso in quanto non esiste lo spartiacque; battaglie e lotte di natura differente si intersecano.
Per primo i lavoratori hanno preteso che l’azienda rimanga pubblica; secondo che debba essere ricapitalizzata con soldi pubblici che si devono trovare, l’esatto contrario di quello che il capitale sta imponendo. L'esatto contrario di quanto sindaci, governatori, ministri e compagnia cantante vanno a garantire con gli accordi di svendita e distruzione del pubblico a favore dei profitti privati.
Non a caso la lotta ha impedito al consiglio comunale di funzionare. Il comportamento del sindaco e compagnia è solo cronaca e non ci interessa.
Non è certo la scala locale, un sindaco più o meno amico, che con il patto di stabilità può spostare l'ago della bilancia.
Ma perché Genova?
Perché la realtà genovese, sul terreno sociale generale e nello specifico di quei lavoratori, è comune alla quasi totalità dell’area economica di riferimento.
Genova è una di quelle realtà - ormai sono pochissime nel centro-nord - dove la rappresentanza dei lavoratori non è stata distrutta; sconta, sì, diverse riduzioni e problemi, ma nonostante questo ha comunque una continuità.
Quando “partono” lotte con questi contenuti e questa intensità occorre aver chiaro che esiste una rappresentanza che in barba a dirigenti locali e nazionali “farlocchi” si impone: la limitazione del diritto di sciopero nei servizi scompare e si regge per giorni creando attorno alla lotta una forte rete di solidarietà che non è mancata.
Un momento di lotta di classe capace di dialogare e costruire movimento, nella speranza che questo passaggio si sedimenti sul terreno della rappresentanza sindacale e sociale. Genova dimostra che si può contrastare l’indirizzo e l’azione del capitale dal basso. Con i lavoratori di Genova oggi possiamo dire che siamo meno deboli sul terreno dello scontro capitale-lavoro.
Commissione Sindacale
Federazione dei Comunisti Anarchici
23 novembre 2013
I sacrifici dei lavoratori non bastano mai
Sciopero ad oltranza dei lavoratori ATM Genova
Questo, in sintesi, il risultato dell'accordo tra AMT e sindacati del 7 maggio scorso:
"Un accordo che serve a tappare il buco di bilancio solo per un anno.
Toglie ai lavoratori 5 giorni di ferie, integrativi per almeno 1.500 euro ed introduce i contratti di solidarietà.
Conferma 230 esuberi fra il personale AMT.
Non assicura nulla per il personale degli appalti creando altri esuberi in questo settore.
Aumento delle proprietà immobiliari di AMT con conferimento di proprietà da parte del Comune.
Il tutto finalizzato alla seconda privatizzazione di AMT." (fonte CUB Trasporti)
Per capire la preoccupazione e la rabbia dei lavoratori dell'AMT - in sciopero ormai da 3 giorni - e le dure forme di lotta che hanno scelto, bisogna mettersi nei loro panni.
I lavoratori dell'AMT di Genova sono stati traditi. Non sono bastati i sacrifici che hanno sostenuto per salvare l'azienda dal fallimento. Di nuovo, com'era prevedibile, si parla di privatizzazione.
Non è una novità. In questo Paese, alla riduzione dei flussi di investimenti dal "centro" alle "periferie" per i servizi pubblici e sociali si risponde tradizionalmente con tagli, esternalizzazioni e privatizzazioni. Alle crisi delle aziende pubbliche si fa fronte solo con i sacrifici imposti ai lavoratori. Si arriva addirittura ad abbandonare a se stessi malati e disabili.
Ma ora, a Genova, i lavoratori hanno detto basta.
Sfidando le precettazioni, stanno facendo l'unica cosa che abbia senso fare in questa situazione: SCIOPERO AD OLTRANZA.
I lavoratori AMT - a cui si sono aggiunti quelli delle altre compartecipate ASTER ed AMIU - vanno sostenuti dalla collettività, che pure sta pagando un prezzo molto alto in questa vertenza. La lotta dei lavoratori di AMT contro la privatizzazione dell'azienda di trasporto urbano deve essere la lotta di tutti.
Dovrebbe essere anche la lotta di un sindaco e di una giunta comunale che avevano basato la loro campagna elettorale proprio contro le politiche di privatizzazione. Dovrebbero essere i primi ad alzare la voce contro il Patto di Stabilità, recarsi in Regione ed a Roma per ottenere finanziamenti urgenti ed anche dimettersi, se del caso. Invece, ancora una volta, preferiscono prendere in giro i lavoratori ed i loro elettori, adeguandosi alla ragion di Stato e rimanendo incollati ai loro posti.
Noi sosteniamo incondizionatamente la lotta dei lavoratori AMT di Genova. Siamo stati e saremo sempre al loro fianco in piazza per la difesa dei loro salari, dei loro diritti e per la salvaguardia ed il rilancio della mobilità pubblica.
AZZERARE CDA ED ENTI BILATERALI INUTILI, ABBATTERE I COSTI DELLA POLITICA E LE SPESE MILITARI, RINUNCIARE ALLE GRANDI OPERE NOCIVE PER L'AMBIENTE.
REINVESTIRE NEI SERVIZI PUBBLICI E SOCIALI E NELLA TUTELA DEL TERRITORIO.
Sezione N. Malara - Genova
Federazione dei Comunisti Anarchici
21 novembre 2013
mercoledì 13 novembre 2013
La montagna e il topolino - comunicato della Commissione Sindacale della FdCA
Sullo sciopero CGIL-CISL-UIL del 14 novembre
Semplice liquidare l'indizione di quattro ore di sciopero, in una
situazione come quella attuale, con poche righe di commento comprensivo
della dovuta dose di ironia e di roboanti accuse al perpetuarsi del
tradimento sindacale e in particolare di marca CGIL.
Semplice e corretto da un punto di vista di analisi ma servirebbe a ben
poco e non sposterebbe alcunchè.
Lo sciopero ben inteso non serve a nulla, è sbagliato nei tempi, nella
sua organizzazione ma soprattutto nei suoi contenuti, non è inserito in
un qualsivoglia progetto sindacale e quindi non avrà alcuna continuità
logica come, data la situazione, qualsiasi azione sindacale a maggior
ragione se di carattere generale
dovrebbe avere. Per di più, con la scusa di rincorrere, o nascondersi
dietro, una parvenza di unità sindacale ormai inesistente non solo pare
riguardare solo la legge di stabilità a fronte del dramma che vive un
numero sempre maggiore di proletari, ma azzoppa di fatto (basta pensare
alla mancata estensione all'intero turno per i dipendenti pubblici)
qualunque reale possibilità di partecipazione non solo simbolica di
delegati e funzionari.
Uno sciopero simbolico, quindi, nella più generosa delle
interpretazioni, contro una legge di stabilità che come al solito
insiste nel taglieggiare i soliti noti, i lavoratori dipendenti, nella
speranza che l'unico interlocutore di riferimento, il parlamento , si
impietosisca e ascolti i sindacati. La stessa squallida logica che ha
portato alla capitolazione nel capitolo precedente, dove abbiamo perso
senza battere ciglio le battaglie e sulle pensioni, sul mercato del
lavoro, art.18.
Eppure sappiamo che nonostante il disagio dei lavoratori e dei delegati
a questo sciopero e alle manifestazioni, parteciperanno decine di
migliaia di lavoratori e pensionati, disposti ad accontentarsi almeno di
questo, con cui avere a che fare per sostenere e costruire iniziative
che partano dai territori e si estendano a livello generale, che abbiano
come punti immediati il blocco dei licenziamenti, il finanziamento degli
ammortizzatori sociali estendendoli a tutti i lavoratori in difficoltà,
la battaglia contro la precarietà, la
riduzione del prelievo fiscale a carico dei lavoratori, i diritti
fondamentali (casa, salute, trasporti), i punti essenziali per impostare
immediatamente una battaglia condivisa e credibile.
Commissione Sindacale FdCA - 12/12/2013
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lunedì 23 settembre 2013
ILVA : LA NAZIONALIZZAZIONE COME SOLUZIONE?
Di fronte all'evolversi della tragedia ILVA, da più parti si invoca la nazionalizzazione come risposta alla strafottenza e all'arroganza della famiglia RIVA, una risposta radicale e di classe che tramite esproprio salverebbe capre e cavoli, letteralmente produzione e ambiente. Come quando a suo tempo si parlava di nazionalizzazione delle banche. Peccato che non sia così.
Chi invoca lo Stato a garante della collettiità fa finta di non vedere che sulla questione ILVA (e non solo su questa) il ruolo dello Stato come garante è già stato esercitato in pieno, sia durante la passata nazionalizzazione in passato, dove sono state gettate le basi per il disastro di oggi, sia nei processi di inquinamento che nei ladrocini e in tutte le schifezze che conosciamo, sia nella fase di proprietà di RiVA, a maggior ragione oggi. E da che parte è schierato lo Stato lo sappiamo ben, lo Stato ha sempre continuato a svolgere il suo ruolo fondamentale di garante della finanza mondiale e dei suoi “contratti”e di custode della proprietà del capitale con quel che ne consegue, abbandonando da tempo ogni finzione di terzietà e di forme di inclusione dei lavoratori.
Ma la questione è più generale e vale la pena approfondirla.
Chi conosce la storia del movimento operaio che sulle collettivizzazioni si è innestato lo scontro tra l’organizzazione politica (partito) e organizzazione di resistenza (sindacato), sopratutto nei momenti più alti dello scontro di classe (salvo scomparire del tutto nelle società post- rivoluzionarie dove il sindacato esiste solo formalmente , il partito si fa stato e le istanze dei lavoratori scompaiono).
Ma anche allora la scelta si è sempre posta tra controllo dei lavoratori sui processi di produzione, quindi sul modo di produzione capitalista sino ad attuarne una sua radicale trasformazione, oppure la statalizzazione che in nome degli stessi controlla le fabbriche e più in generale i luoghi di lavoro.
Da un lato il protagonismo dei lavoratori dall’altro lo Stato per il quale i lavoratori sono soggetti da “educare”ben che vada.
Quando nel 1910 in Inghilterra il partito laburista (unico esempio della storia di partito politico direttamente creato dal sindacato, e che rimane di fatto nelle mani del sindacato) propone la nazionalizzazione delle miniere di carbone i minatori del Galles del sud e la UNION che li organizza rispondono con uno sciopero durissimo, dove i lavoratori rispondono politicamente mettendo in circolazione un opuscolo contro la nazionalizzazione e le posizioni di politica sindacali definite ortodosse:
”lo stato è un nemico quanto i padroni i lavoratori devono essere in grado di assumere il controllo della loro industria e di dirigerla con un sistema completo di controllo operaio”.
Ora la situazione è ben diversa, decenni di manovre per estromettere i lavoratori da tutti i processi decisionali, bloccandone qualsiasi intervento diretto, utilizzando tutto, compresa la divisione e l’impotenza delle organizzazioni di rappresentanza sindacale , i ricatti, approfondendo all'esasperazione la contraddizione fra ambiente e lavoro che si è determinata, spingendo i lavoratori del nord colpiti dalla serrata contro quelli del sud, mentre pezzi dello Stato si danno battaglia sopra di loro.
Ma l'unico modo che hanno i lavoratori per uscire da tutto questo non può che passare per la ripresa di protagonismo da parte dei lavoratori: nessuna richiesta di tutela a uno Stato complice del disastro, nessuno sconto e nessuna sudditanza a Riva e ai suoi sgherri nelle fabbriche, ma occupare i 7 stabilimenti chiusi, autorganizzandosi per riprendere le produzioni, denunciando al contempo le insufficienze e le colpevoli omissioni sulla sicurezza ambientale e sul lavoro, costruire e “muovere”da una posizione di forza e di unità dei lavoratori, dal Piemente alla Puglia.
E, intorno, chiedere e ottenere una rete di solidarietà attiva di protezione e di condivisione nei territori, da parte di tutti quei soggetti impegnati da tempo nel costruire forme di costruzione di alternativa economica e sociale. Solidarietà che non mancherà e non può mancare.
CS FdCA, 22 settembre 2013
martedì 17 settembre 2013
ILVA UN ANNO DOPO
1500 lavoratori degli stabilimenti della Riva- acciai, e non sappiamo quanti sono i lavoratori dell’indotto, sono stati secondo la dicitura cara alla FIAT “messsi in libertà”.
In sostanza gli stabilimenti della riva-acciai situati nel nord italia sono stati chiusi: la più classica delle SERRATE.
Una serrata, termine ottocentesco, effettuata da padroni che risultano imputati di disastro ambientale, sottrazione di capitali, corruzione ecc. e che dopo un anno agiscono impunemente, con la copertura mai spezzata del malaffare statale, giocando sulla pelle dei lavoratori e cercando di mettere i lavoratori di questi stabilimenti del nord contro i lavoratori di Taranto.
Dopo un anno siamo in piena palude e chi gestisce la partita sono ancora i RIVA con la complicità dello Stato.
Ancora oggi in una nota Federacciai (l’associazione che raggruppa i padroni del settore) invocava la libertà d’impresa calpestata dall’azione della magistratura, e Bentivogli responsabile sindacale FIM-CISL invitava a non inasprire i rapporti con l’azienda: “occorre tener aperto il dialogo”.
Bisogna aver chiaro che se la classe lavoratrice non esce da questi ricatti, da questo clima di sottomissione e di paura e non riprende il suo ruolo e il suo protagonismo non si esce dal mortifero letargo che il capitale impone.
E' inutile proclamare 8 ore di sciopero per lunedì e la manifestazione al ministero: la cassa integrazione non sarà negata, è funzionale al gioco, per l'ennesima volta si esternalizzano i costi ambientali ed economici di una gestione criminale: lo Stato si fa parte in causa e addirittura paga il rilancio dei Riva contro il sequestro dei beni che permetterebbero di pagare la messa in sicurezza di uno stabilimento che continua a fare morti. Sono stabilimenti produttivi e con mercato in ripresa, altro che sciopero: bisogna muovere, occuparli. Non nazionalizzarli, e porli sotto controllo di uno Stato complice dell'attacco e della svendita dei lavoratori e dei loro diritti, ma occuparli e tenerli sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, gli unici a poterli gestire e ad avere interesse alla produzione materiale di beni in questo paese, al mantenimento di un tessuto produttivo di massa e non solo di nicchia, gli unici come sempre su cui grava la possibilità di ripartire.
E questo vale in tutte le realtà a rischio di ridimensionamento o chiusura dove i lavoratori sono ricattati rispetto al posto di lavoro, interi settori come gli elettrodomestici per fare solo un esempio.
Una parte consistente della lotta di classe e della sua ripresa oggi si gioca su questo scontro: mantenimento dell’occupazione e ripresa della contrattazione con contenuti autonomi dei lavoratori.
Provando ad innestare su questi processi un percorso di ricostruzione del sindacato da parte dei lavoratori, che li metta in grado di difendersi dai ricatti e dalle pressioni, fino al licenziamento, come sa chi si oppone, in fabbrica, allo strapotere dei padroni anche riguardo alle misure di sicurezza oltre che ambientali. Cronaca di questi giorni, come l'attivista sindacale dell'USB a cui a la nostra solidarietà.
Le prime vittime dell'ILVA, infatti, e non solo nel subire gli effetti devastanti dell’inquinamento, occorre ricordarlo,sono i lavoratori stessi e le loro famiglie, e solo dalla partecipazione dei lavoratori alla messa in sicurezza e alla bonifica dell'ILVA si potrà pensare a un mantenimento della produzione di acciaio nel nostro paese, necessario per il mantenimento di un livello manifatturiero, sia pure ridimensionato, che non compensi i risparmi sull'ambiente con i costi in tumori e in mazzette.
Nello scontro in atto a livello mondiale sulla produzione dell’acciaio, l'Italia è il secondo produttore dopo la Germania e all’undicesimo posto a livello mondiale, accanto a paesi come la Cina, India, Brasile, i principali produttori di acciaio.
Inutile sottolineare che tanto dipende dagli spazi che i colossi mondiali dell’acciaio lasciano liberi o sono disposti a negoziare nel medio/lungo periodo, considerando che anche realtà come Turchia e Russia aumentano le produzioni mentre si affacciano paesi africani che subiscono processi di industrializzazione. Non è continuando a giocare al ribasso sulle tutele ambientali e di sicurezza che ci si può illudere di competere con questi paesi.
Commissione Sindacale FdCA, 14 settembre 2013
martedì 25 giugno 2013
Il Protocollo del 31 maggio blinda le relazioni sindacali - Il sindacato deve tornare in mano ai lavoratori!
Attivo sindacale FdCA
Reggio Emilia,
9 giugno 2013
In ambito sindacale, tale situazione era già divenuta drammaticamente chiara con la firma degli accordi del 28 giugno 2011 e con le catastrofiche conseguenze da essi prodotte. Il Protocollo del 31 maggio si presenta come il passo successivo nella direzione della blindatura delle relazioni sindacali sul tema della rappresentanza. È allo stesso tempo l'ennesimo schiaffo ai lavoratori e ai loro diritti (negati) e un bagno di realismo per tutte quelle organizzazioni sindacali che si erano sviluppate in un contesto legislativo meno vincolante. Questo accordo sancisce infatti la fine dell'anomalia italiana nel panorama sindacale mondiale. La parziale applicazione dell'art. 39 della Costituzione aveva prodotto negli anni un sistema contrattuale aperto, aspetto che ha favorito la nascita di correnti sindacali autonome e critiche che, in Italia più che in altri paesi, ha caratterizzato il panorama sindacale in quanto a vivacità e lotte. Il Protocollo del 31 maggio mette fine a questa tradizione ed avvicina il sindacalismo italiano al rigido schematismo dei sindacati nordeuropei, dove divieti ed esigibilità dei contratti sono normati da leggi dello Stato ormai da molti decenni.
Gli aspetti positivi di questo accordo, reali o potenziali che siano, rispetto a quello del 28 giugno 2011, comunque non bastano a rendere meno fosco il futuro della classe lavoratrice in Italia. Il fatto stesso che venga sancita l'obbligatorietà del sottoporre a consultazione delle ipotesi di CCNL rappresenta l'affermazione - per ora formale - di un fondamentale contenuto democratico. Allo stesso modo, il principio secondo cui la validazione di una piattaforma categoriale debba passare attraverso la sua sottoscrizione da parte del 50% + 1 dei soggetti deputati a trattare può rappresentare un'importante inversione di tendenza, rispetto a quanto stabilito ormai due anni fa, nella direzione della fine degli accordi separati. Da ultimo, la scelta del meccanismo proporzionale per l'elezione delle RSU cala il sipario - si spera definitivamente - sull'attuale riserva di 1/3 a favore dei sottoscrittori dell'accordo.
Sull'altro piatto della bilancia si colloca però un drastico irrigidimento dei meccanismi di funzionamento della democrazia sindacale e la totale delegittimazione di chi resta fuori dall'accordo. A pesare, in questo senso, non è tanto il tetto del 5% di media semplice fra iscritti (dato peraltro falsato dal fatto che la certificazione dell'INPS esclude tutte le organizzazioni sindacali non firmatarie di CCNL applicati in azienda) e voti espressi, che pone tutti i soggetti in causa di fronte ad una inevitabile riflessione sul proprio grado di rappresentatività della classe lavoratrice, ma piuttosto l'argine preventivo che questo accordo pone rispetto a qualsiasi forma di auto-organizzazione dei lavoratori e il ricatto del "firma o scompari" insito nell'aut-aut imposto dal patto fra Confindustria e le Segreterie Nazionali di CGIL, CISL e UIL. La definizione nei vari accordi di categoria delle procedure di raffreddamento e di certificazione dei contratti, la sostituzione d'ufficio della RSU che cambi sigla sindacale aumenta la frammentazione dei lavoratori e potenzia ulteriormente il ruolo delle burocrazie sindacali. Tutto l'impianto dell'accordo affossa definitivamente l'idea stessa di autonomia sindacale sancendo la subordinazione sindacale al consorzio dei produttori.
A danzare sulle note di questa marcia funebre per la classe lavoratrice sono per l'ennesima volta i padroni, oggi sotto la nuova guida Squinzi, che con questa mossa forse potranno riuscire a riguadagnare FIAT al campo confindustriale. I gruppi dirigenti dei sindacati confederali si ritagliano orgogliosamente un posticino nell'orchestra che assicura la continuità delle danze. Nell'allegra combriccola un posto viene lasciato anche alla Segreteria CGIL, che non può rimanere seduta in un angolo quando alla guida del Governo c'è un politico del PD. La "mutazione genetica" che la linea camussiana ha imposto in Corso D'Italia, quella secondo cui la funzione del sindacato coincide con la mediazione fra imprese e forza-lavoro, trova così il suo compimento. Un sindacato del genere, al quale ormai risulta aliena ogni preoccupazione per la tutela degli interessi dei lavoratori, non può cercare legittimazione altra se non quella della controparte, il padronato, e del suo garante, lo Stato. E visto che possono essere molti i soggetti che ambiscono ad esercitare questa funzione - soprattutto perché la torta da spartire, come nel caso degli enti bilaterali, è ghiotta - la priorità è oggi quella di recintare lo spazio di agibilità per altri soggetti, di giocarsela "a numero chiuso", o almeno di rendere difficile la vita ad ogni ipotesi alternativa.
Il pericolo principale, in questa situazione, è che l'ingessatura provocata da accordi come quello del 31 maggio abbia l'effetto di deprimere le forze che fino ad oggi si sono coraggiosamente opposte all'ordine sancito a colpi di diktat padronali. Occorre compattare il fronte del dissenso, ricostruire forme di democrazia e di organizzazione nei posti di lavoro affinché la validazione dei CCNL non diventi pura e semplice ratificazione della volontà padronale entro l'artificioso orizzonte del "patto fra produttori". Ma occorre anche comprendere che non sono le norme a sancire il conflitto, ma i rapporti di forza messi in campo. Solo l'affermarsi di condizioni storiche oggettive, sulle quali si innesti la ripresa di una forte soggettività politica della classe lavoratrice, può permettere ad essa di rivendicare la titolarità del sindacato e creare le condizioni per il conseguente sviluppo del conflitto sociale.
Il sindacato deve tornare in mano ai
lavoratori!
Commissione Sindacale
Federazione dei Comunisti Anarchici
9 giugno 2013
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