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per giulio

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Visualizzazione post con etichetta dopo manifestazione di Cremona 24/01/15. Mostra tutti i post
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martedì 3 marzo 2015

L’antifascismo non “Si Vende”

Volevano farci credere che la sede di Casapound di Cremona fosse chiusa per sempre, per raffreddare la rabbia degli antifascisti, ma il nostro impegno non si arresta con un semplice cartello “vendesi”. Il clima di tensione, creato dalla presenza di questa sede e dalle aggressioni subite dai compagni – come quella di Emilio, tuttora ricoverato in gravi condizioni, non sono bastate a smuovere le coscienze dei benpensanti. Sono ancora in molti a credere che sia solo uno scontro tra bande. La riapertura dell’attività del gruppo neofascista di Casapound, con la presenza di blindati della polizia a protezione, è una provocazione verso tutti coloro che hanno subito le aggressioni di questi mesi e alla coscienza antifascista di questa città. A coloro che anteponevano le vetrine rotte di alcune banche alla testa rotta di Emilio, e per questo chiedono la chiusura dei centri sociali e non la chiusura del covo fascista di Casapound, vada tutto il nostro disprezzo mentre sulle autorità cittadine ricada la responsabilità di un nuovo ed eventuale innalzamento del clima di tensione. Nel corso degli anni Casapound si è macchiata di delitti e di aggressioni continue, generando odio xenofobo e intolleranza verso i diversi ovunque essi siano presenti. A coloro che si sono attivati in solidarietà al compagno Emilio dopo l’aggressione subita, anche se con modalità diverse e non sempre convergenti, chiediamo l’impegno a mobilitarsi affinché l’antifascismo e l’antirazzismo diventino sempre più coscienza collettiva. Obiettivo comune di tutti coloro a cui sta a cuore la difesa dei valori antifascisti deve essere la chiusura di Casapound a Cremona, senza se e senza ma. Alternativa Libertaria /Fdca Fed. cremonese

mercoledì 28 gennaio 2015

ORA E’ TEMPO DI UNIRSI INTORNO AL COMPAGNO EMILIO ED AI SUOI CARI

Chi pensava di liquidare la manifestazione di sabato 24 gennaio come una prova di forza di pochi residuati antagonisti, non ha colto la portata di questo evento. Una manifestazione antifascista che ha richiamato migliaia di compagni, cosa mai vista prima a Cremona, per portare solidarietà al compagno Emilio e per ribadire con forza che le sedi fasciste vanno chiuse. Da tempo ormai denunciamo nei nostri comunicati le grosse responsabilità delle autorità cittadine che con troppa disinvoltura concedono spazi a organizzazioni dichiaratamente fasciste, una questura accondiscendente che si lascia sfuggire gli aggressori per denunciare poi gli aggrediti. L’aumento di gravi atti di aggressione e intimidazione a danno di militanti di sinistra oltre ad una aumentata presenza fascista in Italia e in Europa, merita una risposta politica adeguata, creando alleanze e i giusti rapporti di forza per chiudere l’agibilità politica a questi delinquenti. La tradizione anarchica è per l’unità antinazifascista di massa ( non dimentichiamoci il Fronte Unico Antifascista proposto a suo tempo da Errico Malatesta, di tutte le forze antifasciste), coinvolgendo quante più ampie realtà politiche e sociali. Se l’antifascismo dovesse arretrare a scontro tra blocchi minoritari contrapposti, non usciremmo dalla logica delle trappole e degli agguati e continueremmo a piangere compagni abbattuti per mano fascista. Guai se il movimento antifascista dovesse perdere quella connotazione popolare che ha sempre avuto in Italia, e che sembra confermata anche oggi dalla manifestazione di Cremona, perderebbe la sua centralità e la sua irriducibilità antiautoritaria e libertaria per essere insultato ancora una volta quale scontro tra “opposti estremismi” secondo la peggiore vulgata di Stato che ci ammorba da quarantanni. Ora è tempo di unirsi intorno al compagno in fin di vita ed ai suoi cari, basta frignare sui vetri rotti delle banche, qualche lavoratore avrà da fare e l’economia gira. Forse sabato 24 a Cremona abbiamo perso un’occasione, qualcuno però dovrebbe rispolverare il suo antifascismo, vergognose sono infatti le prese di posizione da parte di alcune forze politiche cittadine che non hanno mai chiesto la chiusura della sede dei fascisti di Casapound per chiedere oggi la chiusura dei centri sociali. Ridicoli. Noi siamo e saremo vicino ai compagni del Csa Dordoni per la difesa di uno spazio di aggregazione delle lotte sociali, vedi quelle della casa. Altre sono le sedi da chiudere, quelle degli intolleranti, razzisti e xenofobi, di chi aggredisce a sprangate i compagni e con qualche complicità ne esce sempre fuori. L’antifascismo deve tornare ad essere un valore condiviso nella quotidianità e nelle relazioni sociali altrimenti perderemo tutti. ALTERNATIVA LIBERTARIA / FdCA Fed. Cremonese -- Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!

martedì 27 gennaio 2015

(DIBATTITO POST MANIFESTAZIONE ANTINAZIFASCISTA DI CREMONA DEL 24 GENNAIO 2015 )Ci giriamo attorno, come condor. - tratto dal profilo FB del CSOA Scurìa

Ci giriamo attorno, come condor. Più che la fame, poté l’imbarazzo. Di essere i primi a parlare. Ad affondare il becco aguzzo nella carne appetibile della carcassa. Perché quel che andiamo ad afferrare, è carne di noi stessi. E ci fa specie. Cremona è stata un fallimento. Oltre le fiamme rosso vivo dell’incendio in cui vorremmo perennemente bruciare le nostre esistenze, oltre la prova di forza che trasuda impotenza, Cremona è stata un fallimento. Ci immedesimiamo. Lo facciamo sempre. Perché oltre l’immedesimazione, c’è il grigio a perdita d’occhio della burocrazia, del calcolo, dell’opportunismo. E le cose, per capirle o capirle un po’ meglio, dobbiamo sentirle. Sulla nostra pelle. Come un taglio profondo. Perché ogni compagno aggredito è nervi dei nostri nervi. Fuor di retorica. Se fossimo stati aggrediti noi, in sessanta contro otto, avremmo valutato due opzioni. E due soltanto. Avremmo deciso. Se allargare alla città, addirittura alla nazione, il compito di offrire i propri corpi, il tempo, a difesa del nostro progetto. O rispondere occhio per occhio, perpetrando quella guerra fra bande che è nel nostro dna, a perenne monito del trasformismo tattico. Nel primo caso, avremmo coinvolto. Raccolto i frutti del seminato. Allargato, per forza di cose, a gente diversa, differente da noi. SEL, Rifondazione, l’Anpi, l’Arci, la Cgil, pezzi del Partito Democratico. Le anime belle, la brava gente sentimentale. Ci saremmo basati sul numero, sulla quantità di antifascisti disposti a metterci la faccia. Sui vecchietti al balcone. Avremmo attraversato il centro, rassicurando gli esercenti e i bottegai, garantendo – a casa nostra – sui compagni e le compagne. Sul loro operato. Alla fine avremmo ringraziato tutti, dal palco. E basta. Nel secondo, avremmo lasciato che la clessidra vuotasse il suo carico di tempo. Un compagno in fin di vita, la rabbia che preme sul sottile strato di pelle che ci divide dall’etere. Non avremmo chiamato nessuno. O, meglio, avremmo chiamato chi di dovere. E, alla scordata, avremmo fatto in modo che i nostri nemici capissero, una volta per tutte, che nessuna offesa – men che meno un tentato omicidio – passa inosservata. La dicotomia tra fascismo e antifascismo – abbiamo già avuto modo di dirlo – è fenomeno residuale. Sganciato com’è dalle dinamiche concrete della vita di tutti i giorni, evaporato in una bolla di teoria che – per quanto valida e vitale per noi – nulla ha a che fare coi bisogni reali, è affare di minoranza. Minoranze. La nostra, da questa parte, e la loro, da quella. Pretendere, ad orologeria, dopo un attacco subito, di travalicare la linea di demarcazione della questione, è già di per sé una scommessa. Cremona è stata un ibrido. A Cremona ci è venuta gente che non si vede in piazza da anni. Gente che – dinanzi alle scadenze di movimento – ha scelto di esaltare il territorio. Gente che affronta l’antifascismo con lo stesso spirito di quei turisti che vanno in Inghilterra a fare gli hooligans, a scadenze bisettimanali. Gente che ritrova il coraggio del riot non appena si allontana di casa, che a casa propria bisogna implorarli per averli sulla barricata. Compagni, per carità. Non siamo certo noi a dover rilasciare patentini di legittimità. E ognuno si muove come meglio ritiene, in questo deserto che più lo si affronta e più si estende. Per noi, per la nostra scelta di antifascismo, decidere di coinvolgere quanta più gente possibile e poi agire da banda è una contraddizione insanabile. Un errore, ai nostri occhi, che avremmo fatto di tutto per evitare. Gli sbirri, le banche, le assicurazioni. Quelli sono nemici sempre. Ma attendere un appuntamento così significativo per dispiegare la nostra forza è un atto che scopre il fianco all’impotenza e alla frustrazione, soprattutto laddove ritiene di dipingersi come possente. I fasci non c’erano. La celere difendeva una saracinesca. La celere non ci ha caricati. Nel fumo dei lacrimogeni è saltato il patto che legava la Cremona antagonista alla città solidale, che aveva risposto all’appello. Perché – e questo dev’essere chiaro – nessuno può permettersi di fare politica prescindendo dal consenso. E nessuno ottiene consenso regalando un pomeriggio di ordinaria guerriglia ad una sonnolente cittadina padana. Pare brutto dirlo, ma è così. Poi, come sempre, è questione di scelte. E se la scelta è stata coscientemente quella di perpetrare lo scontro frontale con gli agenti in divisa in luogo della fascisteria non pervenuta, ben venga. Purché chi organizza sappia a cosa si va incontro. E oggi – ripartiti tutti – il Dordoni è solo. Con mezza Italia – reale e virtuale – che straparla della bellezza delle fiamme, della risposta adeguata, del “giustizia è fatta”. Solo. Con una città delusa e amareggiata. Che non si farà scrupolo a voltargli le spalle, quando sarà il momento. Questione di scelte. Capiamoci: il rivoltoso che vive in ognuno di noi camperebbe sulle barricate. L’adrenalina che scorre a fiotti ed anestetizza, i gas che sballano come tossine in circolo, il peso del casco, il fazzoletto intriso di Maalox, il rischio che esalta, l’epica che guida un passo dietro l’altro, nella direzione sbagliata. Nessun giudizio morale. Va bene così, se l’obiettivo era una notte di fuochi. Ma da militanti politici abbiamo il dovere di guardare oltre. E bloccare il battimani. Perché una cosa è il 15 ottobre, la rabbia degli esclusi che diventa faro per altri esclusi, attira con l’esempio alla linea del fronte dello scontro di classe; altra cosa è l’antifascismo, per tanti semplice argine morale, quando non vessillo costituzionale. In ogni caso, immeritevole di cotanta caciara. E mo so cazzi. Lasciati sul vassoio ai compagni cremonesi, mentre noialtri siamo in giro a raccontarci l’epopea e a postare video, già reduci del 24 gennaio. Questo non certo per dire che dobbiamo piacere a tutti. Ma per ribadire che il fuoco piace a tutti. Ci piace da morire. E che da morire non ci piace spurgare le fogne. Che la logica del giorno di gloria ci sta facendo più male che bene, mentre le città di ognuno di noi – quelle plebee e quelle intoccabili e santificate – hanno tubature a corto di ossigeno. Che necessitano di tecnici e di volenterosi. Un giorno – speriamo non lontano – ci piacerebbe conoscere Emilio. Averlo tra noi, a tavola o al bar. O al mare. Parlare coi suoi e nostri compagni come non siamo riusciti a fare ieri. E raccontare cosa ci ha insegnato Cremona. Che senza costruire, non vale neppure la pena distruggere. tratto dal profilo FB del CSOA Scurìa

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)