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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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mercoledì 23 settembre 2020

Sul Referendum del 20-21 Settembre


Immancabile, come sempre si apre lo scenario parlamentare e referendario.
Il referendum costituzionale del 20-21 settembre, nella stessa giornata si terranno anche elezioni amministrative e regionali, sta mettendo in luce per l’ennesima volta il reale stato della politica parlamentare in Italia.
Un referendum confermativo, senza quorum da raggiungere, che sarà probabilmente oscurato dai risultati delle regionali e delle amministrative.
Nella riforma approvata dal parlamento in ottobre 2019 sia il M5S che ne è stato il promotore, quanto quasi tutti i parlamentari degli altri partiti si sono detti favorevoli al taglio dei parlamentari sia per il Senato che per la Camera dei deputati, salvo poi dissociarsi e riposizionarsi al referendum su fronti contrapposti e nebulosi. E’ l’esempio della Lega di Salvini e del partito di Giorgia Meloni, che si sono espressi per tagliare il numero dei rappresentanti, ma ad oggi non si sono impegnati a sostenere il Si al referendum. Oppure del PD, partito che sempre più coincide con la propria classe dirigente, oltre a qualche vassallo qua e la per l’Italia, che si sta schierando a malincuore per il SI sacrificando ciò che rimane della sua base elettorale, propensa a difendere la Costituzione così com’è, per quel che vale.
Se il quadro politico è tanto desolante, la rappresentanza parlamentare oggi è rappresentanza diretta del potere economico e industriale, raramente come oggi nessun parlamentare rappresenta e persegue gli interessi reali delle classi subalterne: il centro della società d’altronde è l’impresa, cioè il mercato e il capitale, ed è in questo senso che viene ripensata la composizione parlamentare.
Riuscire a vedere (e vendere) come se fosse una questione di risparmio il taglio di un terzo del numero dei parlamentari, e una rivincita verso una classe politica corrotta e incapace, è operazione evidentemente meno che di facciata, simile all’abolizione delle provincie di alcuni anni fa. Riforma in cui ovviamente le provincie non vennero abolite, e oggi vengono amministrate da partiti e uomini della politica, senza elezioni, semplicemente per nomina diretta della classe politica ed economica.
La democrazia parlamentare è sempre più svuotata e, con i rapporti di forza tra le classi da tempo favorevoli al capitale, procede lo smantellamento con gli interessi di tutte le conquiste che le lavoratrici e i lavoratori avevano ottenuto con lotte durissime. Così nello scontro imperialistico per il controllo dei mercati le istituzioni democratiche borghesi sono di fatto esautorate, e contano sempre meno, e sono inevitabilmente adeguate ai tempi e ai modi dell’economia capitalistica. Considerando che le classi subalterne sono state sconfitte anche con l’ausilio delle ambiziosissime e fallimentari strategie del riformismo politico e sindacale che non hanno regolato e controllato il capitalismo, ma lo hanno rafforzato.
Non sarà quindi, come sempre, l’esito di questo referendum a modificare gli assetti di questo paese: entrambi gli schieramenti, tra demagogia e nostalgia costituzionale eludono, perché avversano o sottovalutano, la considerazione secondo la quale la democrazia è il prodotto del rapporto tra le classi sociali e non viceversa.
Serve invece fare la propria parte in questo mondo, giorno per giorno, contro la dittatura delle oligarchie finanziarie e industriali, contro il razzismo e la classe politica fascista che lo propaganda, contro il militarismo e la società patriarcale e sessista, per una battaglia ecologista ed anticapitalista, costruendo reti di opposizione sociale nelle piazze e non battagliando sui social.
Proprio perché siamo in una fase internazionale che svelerà presto le proprie risultanti dei rapporti di forza tra le classi e gli obiettivi del capitale, che sono quelli di riprendere il controllo della società, e sarà in quella mischia che dovremo batterci per la libertà e per la giustizia sociale, nel modificare i rapporti sociali imposti dallo Stato e dal capitalismo, a favore della nostra classe.
Alternativa Libertaria, settembre 2020

martedì 2 dicembre 2014

Dalla rottura di vertice alla rottura nelle pratiche - VERSO LO SCIOPERO GENERALE !!!!

Qualche anno addietro il tema ricorrente sui media e nei dibattiti politici era quello del crollo di salari e pensioni. Si parlava della fatica di arrivare alla quarta settimana per quella fetta della popolazione che doveva fare i conti con l'impossibilità di far quadrare i conti del bilancio familiare da uno stipendio all'altro. Poi il tema è scomparso, superato nei fatti dalla forza del processo inarrestabile di impoverimento generalizzato attenuato solo in parte da una contestuale riduzione media dei prezzi delle merci, frutto e concausa della crisi imperante. Secondo un sondaggio della Confesercenti una famiglia su quattro non percepirà la tredicesima mensilità quest'anno. (...) Tra loro ci sono le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione e mobilità, ci sono coloro che pur lavorando da mesi aspettano il pagamento degli stipendi e infine c'è il mondo sempre più vasto e davvero sempre meno atipico della precarietà che difficilmente conosce una busta paga. Un dato clamoroso che deve far riflettere tutti e tutte coloro che parlano spesso di conflitto senza porsi il problema di come rispondere concretamente al bisogno di salario, reddito, e di potersi costruire una vita dignitosa. Una riflessione necessaria in quanto allo scontro durissimo tra Renzi e la Cgil sul merito delle politiche economiche e sociali del governo, non corrisponde nel paese alcuna battaglia generale a difesa dei salari, dei diritti, delle fabbriche dismesse, contro i licenziamenti. Da una parte si critica giustamente Renzi e il suo criminale Jobs Act dall'altra nei luoghi di lavoro si pratica la contrattazione di restituzione, di impoverimento. E' stato così al teatro dell'opera di Roma, all'Alitalia, alla Jabil di Caserta dove si è rinunciato alla 14ma mensilità in cambio della riduzione del numero dei licenziamenti e finirà inevitabilmente cosi anche alla AST di Terni. L'elenco è lunghissimo sino al punto da rendere evidente che il sindacato sta ormai praticando la via della riduzione salariale come risposta alla crisi. La responsabilità non è dei lavoratori e delle lavoratrici che anzi proprio in quelle vertenze hanno più volte dimostrato tenacia, determinazione e grande disponibilità a lottare. La responsabilità sta nella paura del sindacato di costruire una vertenza generale e unificante per rafforzare e ordinare le tante vertenze che si aprono nel paese anziché lasciarle sole per essere inevitabilmente sconfitte. Domani 3 dicembre manifesteremo sotto il Senato tutta la nostra rabbia e indignazione nei confronti di un Renzi che considera eroi gli imprenditori mentre regala loro con il Jobs Act la libera e impunita violenza sulla vita di milioni di uomini e di donne. Renzi è in crisi, la sua politica di annunci e propaganda mostra la corda stretta tra i risultati pessimi , la condizione del paese che precipita e le mobilitazioni di massa contro i suoi provvedimenti. Per la prima volta persino il quotidiano la Repubblica è costretto a riportare il consistente calo di consenso di Renzi nel paese. Il primo vero risultato delle mobilitazioni di questi mesi, della ricostruzione di un'opposizione sociale al governo. Sconfiggere Renzi quindi si può e con esso la Confindustria, ma solo se dopo lo sciopero del 12 dicembre si rivoluziona la linea e la pratica sindacale della Cgil emancipandosi dalle troppe dannose illusioni sul ritorno alla concertazione, ad una legittimazione istituzionale, solo uscendo da ogni accordo che ingabbia la libera iniziativa sindacale puoi pensare di arrestare l'aggressione e riconquistare tutto quello che si è perso in questi anni. C'è bisogno di radicalità, coerenza, determinazione e onestà intellettuale. Sono inutili e dannose le rotture di vertice se si persiste nelle malepratiche di provincia. I lavoratori e le lavoratrici misurano il sindacato su questo, su quanto pesa nella loro vita. Lo sciopero generale del 12 dicembre giunge in colpevole ritardo rispetto al contrasto al Jobs Act e rischia di essere interpretato dal gruppo dirigente della Cgil come l'ultimo atto del conflitto, il punto più alto oltre il quale non si va. L'opposto di quello che chiedono i milioni di lavoratori e lavoratrici, di giovani, di precari che si sono mobilitati in questi mesi, l'opposto di quello che chiedono tutti coloro che hanno dato vita alla straordinaria giornata di lotta dello sciopero sociale : Che sia solo l'inizio!

venerdì 28 novembre 2014

Droni da guerra per monitorare l'ordine pubblico

I Predator a supporto delle operazioni di Polizia e Carabinieri di Antonio Mazzeo Dalle guerre in Afghanistan e Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity del governo italiano. I “Predator” dell’Aeronautica militare, dopo essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di Polizia e dei Carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio. Nei giorni scorsi è stato firmato a Roma un accordo che prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività istituzionali della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa, mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica gen. Pasquale Preziosa, dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Comandante Generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli. L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappresenta l’ennesimo salto di qualità nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più recenti elaborazioni strategiche in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono l’intervento in future operazioni urbane anti-sommossa di reparti super-specializzati e super-armati di professionisti formatisi nelle operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione di Polizia e Carabinieri saranno gli RQ-1A e RQ-9B in possesso del 32° Stormo con sede ad Amendola (Foggia). La versione più vecchia del “Predator” è lunga 8,2 metri, ha una larghezza alare di 14,8 m e può raggiungere una velocità di crociera di 135 km/h e un’altitudine di 7.800 metri. L’RQ-9B, noto anche come “Reaper”, è una versione più aggiornata e sofisticata del drone prodotto dall’holding statunitense “General Atomics”: ha una lunghezza di 11 metri, un’apertura alare di 20 e può volare a 440 Km/h e a 15.000 metri dal suolo. I “Predator” hanno la capacità di rimanere in volo per lungo tempo (oltre 20 ore) nell’area di operazione, con possibilità di essere dirottati in qualsiasi momento verso nuovi obiettivi. I velivoli senza pilota vengono impiegati normalmente in missioni d’intelligence, sorveglianza e acquisizione dei target, grazie all’impiego di avanzati sistemi di scoperta elettro-ottici ed infrarosso, diurno e notturno, e di potenti radar per l’individuazione di obiettivi di superficie. In via secondaria i “Predator” sono impiegati dalle forze armate nell’ambito di operazioni di pattugliamento aeronavale, ricerca e soccorso. “Questi velivoli a pilotaggio remoto sono in grado di assolvere un’ampia gamma di compiti dimostrando elevate doti di flessibilità, versatilità ed efficacia”, spiega il Comando generale dell’Aeronautica militare. “È possibile, ad esempio, rilevare la presenza di minacce quali ordigni esplosivi improvvisati che rappresentano il pericolo più insidioso e diffuso nei teatri operativi odierni. Possono inoltre essere effettuate missioni in ambienti operativi ostili, in presenza di contaminazione nucleare, biologica, chimica o radiologica, oppure acquisire dati ed informazioni relativi ad obiettivi di piccole e grandi dimensioni in zone potenzialmente oggetto di operazioni. Le caratteristiche di autonomia, velocità, persistenza e raggio d’azione, unite ai bassi costi di esercizio, rendono il Sistema uno degli strumenti migliori per il controllo dei confini, l’attività diretta all’antiterrorismo, il monitoraggio ambientale, il supporto alle forze di polizia, l’intervento in caso di calamità naturali e la sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Nei mesi passati i “Preadator” del 32° Stormo di Amendola sono stati impiegati per il pattugliamento del Mediterraneo centrale nell’ambito dell’operazione aeronavale “Mare Nostrum” condotta dalle forze armate per contenere il transito delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo in fuga dal Nord Africa e il Medio oriente. Anche dopo il recente passaggio di consegne all’operazione Triton a guida Frontex, l’agenzia europea di contrasto all’immigrazione, i droni dell’Aeronautica continuano a volare nei cieli mediterranei con sortite fino ai confini meridionali della Libia con Ciad e Sudan. Anche in passato, i droni dell’Aeronautica militare erano stati impiegati in operazioni di “sicurezza interna” e controllo dell’ordine pubblico a favore della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri: ad esempio, durante il vertice intergovernativo Russia–Italia, tenutosi a Bari nel marzo 2007 o il G8 dell’Aquila del 2009. Con l’accordo dei giorni scorsi, l’Aeronautica militare entra a pieno diritto nella “prevenzione anti-crimine” in territorio italiano: i suoi droni grandi fratelli, potranno spiare liberamente comunità e singoli cittadini, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno. La prima batteria di “Predator” fu utilizzata dal 32° Stormo di Amendola dalla base di Tallil, in Iraq nel gennaio 2005, in supporto del contingente terrestre della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i droni furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan (RC-West), dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino ad oggi. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto hanno avuto un ruolo guida per consentire i bombardamenti dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale anti-Gheddafi. Lo scorso mese d’agosto, due “Predator” sono stati schierati a Gibuti, in Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta” e a supporto delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. A fine ottobre, altri due velivoli senza pilota dell’Aeronautica militare sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Adesso è l’ora della guerra sul fonte interno. Cortei e stadi, la polizia userà i droni: gli stessi utilizzati coni terroristi in Afghanistan ROMA - Ora sono nel Corno d'Africa. Prima hanno scortato le missioni italiane in Afghanistan, l'operazione di soccorso ai migranti Mare Nostrum e le manifestazioni internazionali più importanti, come la visita del presidente americano Barack Obama a Roma. Da questo momento in avanti, però, i droni dell'Aeronautica militare potranno essere utilizzati anche a supporto di Polizia e Carabinieri nelle operazioni di ordine pubblico. Con compiti specifici e non adatti a tutte le manifestazioni pubbliche, precisano dall'Aeronautica militare: «I droni forniscono dati complessi. Accanto al pilota che comanda il velivolo ovviamente da terra, lavorerà costantemente un analista capace di decrittare e analizzare i filmati realizzati». La differenza - o meglio, una delle tante - è che le immagini realizzate saranno precise al dettaglio e che la sorveglianza dall'alto sarà praticamente invisibile, visto che questo genere di velivoli vola ad altezze da aereo di linea ed è silenziosissimo. I RISPARMI L'accordo per l'utilizzo dei velivoli senza pilota da parte delle forze di polizia è stato siglato ieri a Roma dal capo di Stato maggiore dell'Aeronautica Pasquale Preziosa e dai capi di Polizia e Carabinieri Alessandro Pansa e Leonardo Gallitelli. Un'intesa, ha detto Preziosa, «già in atto», che consentirà di «aumentare il livello di sicurezza dei nostri cittadini»: «L'esperienza maturata in anni di utilizzo nei vari teatri operativi all'estero, ci ha consentito di acquisire un know how che ora torna utile anche per altri scopi. La tecnologia esce dagli hangar e si mette al servizio delle forze di polizia». Nelle intenzioni dei firmatari, l'intesa farà inoltre risparmiare parecchi soldi allo Stato, in quanto i costi effettivi saranno soltanto quelli relativi al volo dei Predator. L'impegno della Polizia sarà alleggerito anche dal fatto che la presenza dei velivoli potrebbe portare ad una riduzione dell'utilizzo degli elicotteri per gli stessi compiti. «Con questo accordo abbiamo acquistato a prezzo zero il meglio che c'è sul mercato, strumenti complessi e costosi che saranno a nostra disposizione» ha sintetizzato Pansa. 20 ORE DI VOLO I Predator possono volare per oltre 20 ore consecutive senza necessità di atterrare o fare rifornimento. E sono in grado di trasmettere immagini in diretta, di giorno e di notte, di individuare obiettivi sul terreno, di dare indicazioni precise a chi si muove a terra su quanto si troverà davanti, di sorvegliare una determinata zona senza esser visti. Per questo il Predator potrà essere utilizzato per sorvegliare manifestazioni, cortei e proteste di piazza ma tornerà utile anche in occasioni di incontri di calcio o operazioni di polizia sul territorio, per il controllo di strade e autostrade o per la sorveglianza di determinati luoghi e di intere aree. Pansa non è sceso nei dettagli, ma ha confermato che i velivoli serviranno «per la sorveglianza elettronica in tutte quelle situazioni in cui è necessario avere a disposizione uno strumento che consenta di raccogliere immagini e informazioni altrimenti non possibili». Li useremo, ha aggiunto Gallitelli «solo a ragion veduta, sul piano della prevenzione e della repressione».

venerdì 3 ottobre 2014

figlio di TROIKA ! di Toni Iero (da Cenerentola n°171)

In un articolo pubblicato su Repubblica il 3 agosto, Eugenio Scalfari ha affermato “Dirò un’amara verità che però corrisponde a mio parere ad una realtà che è sotto gli occhi di tutti: forse l’Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della troika internazionale formata dalla Commissione di Bruxelles, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale. Un tempo (e lo dimostrò soprattutto in Grecia) quella troika era orientata ad un insopportabile restrizionismo. Ora è esattamente il contrario: la troika deve combattere la deflazione che ci minaccia e quindi punta su una politica al tempo stesso di aumento del Pil, di riforme sulla produttività e la competitività, di sostegno della liquidità e del credito delle banche alle imprese”. A queste affermazioni, peraltro ribadite dallo stesso fondatore di Repubblica il 10 agosto, hanno fatto seguito la notizia del calo del prodotto interno lordo italiano nel secondo trimestre, il riaffiorare di tensioni sui mercati finanziari con un limitato peggioramento del differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi e, infine, le dichiarazioni di Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, secondo cui è tempo che gli Stati cedano ulteriore sovranità all’Europa, anche nel campo della politica economica. Sono cominciate le grandi manovre in vista della finanziaria d’autunno. Cosa sta succedendo? Il calo del Pil registrato nel secondo trimestre del 2014 ci segnala certamente che, nonostante le bugie raccontateci, il nostro Paese non è mai uscito dalla spirale recessiva in cui è caduto alla fine del 2011. Ma, oltre a ciò, esso testimonia il precoce fallimento della surreale politica economica dell’attuale governo italiano. Con la massa invereconda di dichiarazioni menzognere destinate a fomentare ottimismo, con la campagna mediatica attraverso cui giornali e televisioni di regime hanno cercato di costruire l’immagine di un premier giovane e dinamico e con gli ormai famosi 80 euro, i partiti di governo (e i poteri che vi sono dietro) pensavano di imprimere una svolta al quadro economico italiano. Sarebbe bastata una crescita economica, anche modestissima, affinché la propaganda governativa potesse sostenere che si stava ormai entrando in una nuova era. Invece niente. Non solo il Pil decresce, ma anche la variazione dei prezzi (appena +0,1% a luglio, su base annua) indica come il pericolo della deflazione sia sempre più vicino. I circa dieci miliardi di spesa pubblica impiegati per offrire gli 80 euro mensili si sono tradotti solo in minima parte in un aumento dei consumi. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti come il vero obiettivo di tale manovra fosse “comprare” il voto europeo di quella parte degli italiani propensi a farsi illudere dalla propaganda di regime. Dal punto di vista della collettività, sono stati soldi gettati al vento. Non che sia sbagliato aumentare i redditi dei lavoratori (in questo caso di quelli dipendenti a basso reddito), ma il punto centrale oggi consiste nel creare nuovi posti di lavoro per chi l’ha perso e per i giovani che non l’hanno mai avuto. Con questa elargizione di clientelismo elettorale non si va da nessuna parte. La classe dirigente attuale, la stessa che ha portato l’Italia al disastro, ha confermato di agire con improvvisazione, pressapochismo e abbietta visione etica. Il disegno neoautoritario del Pd renziano si sta rivelando incapace di scuotere il pessimo quadro economico, conseguenza della ventennale gestione della cosa pubblica condivisa da questo partito con gli amici berlusconiani. Da qui anche la “sgridata” di Draghi che, in sostanza, ha detto: della riforma del Senato non ce ne frega nulla, il governo italiano deve attuare riforme che rilancino la crescita economica. La chiara allusione è alla riforma del mercato del lavoro che, in soldoni, si dovrebbe imperniare su un’ ulteriore riduzione delle garanzie (e del salario) per i lavoratori. Infatti, subito dopo la reprimenda del presidente della Bce, l’arguto Alfano, ridestatosi da un riposino agostano, ha immediatamente proposto l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, da attuarsi entro agosto. Sono seguiti gli echi di Sacconi e l’intervento di Renzi: non aboliremo l’articolo 18, rivedremo tutta la legislazione del lavoro. Più una minaccia che una precisazione. Discesa del Pil e inflazione nulla (o, addirittura, a rischio di essere negativa) hanno una conseguenza immediata: l’insostenibilità dei conti pubblici italiani nell’attuale contesto. Il tanto sbandierato limite del 3% nel rapporto tra deficit pubblico e Pil nel 2014 sarà rispettato solo grazie al’aumento del prodotto ottenuto includendovi anche una stima del valore delle attività illegali come droga, prostituzione e contrabbando (European System of National and Regional Accounts, ESA 2010). Inoltre, il prossimo anno ci attendono l’onere del raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio (di cui il governo sta elemosinando a Bruxelles, con scarso successo, il rinvio) e l’inizio del processo di riduzione del peso del debito pubblico sul Pil, prescritto dal Fiscal Compact. Il rispetto di questi due vincoli comporterebbe una stangata fiscale di grandi proporzioni (per adesso si parla di una ventina di miliardi). Anche per questo c’è agitazione sui mercati finanziari. Qualcuno comincia a chiedersi: cosa accadrebbe se l’Italia si trovasse ancora in una tempesta del debito, con tassi di interesse in salita, prezzi in calo e una base fiscale (il Pil) in contrazione? Infatti, il punto non è solo il fatto che l’aumento delle tasse e il taglio delle spese pubbliche (indovinate quali?) siano sgradevoli. La questione è che l’esangue sistema produttivo del nostro Paese non è in grado di reggere un’altra restrizione fiscale. Se davvero il governo dovesse imboccare questa strada, l’attuale continuo stillicidio di imprese chiuse e di fallimenti diventerebbe una ondata che travolgerebbe definitivamente la società italiana. Eppure vi sarebbe ancora spazio per dei provvedimenti in grado di rendere gestibile la situazione. Per evitare il baratro, occorrerebbe rinegoziare con i partner europei le assurde condizioni imposteci da trattati disinvoltamente approvati da un Parlamento rappresentativo non dei voti egli elettori, ma della fedeltà ai caporioni di partito. Cosa aspettiamo a sbarazzarci di quell’idiozia economica che passa sotto il nome di Fiscal Compact? Ha senso uccidere economicamente un Paese per difendere una moneta? Se l’alternativa è tra il default dello Stato e il ritorno alla moneta nazionale, non sarebbe meglio perseguire la strada meno traumatica, ossia la seconda? Per evitare che si possa discutere di tali argomenti, si sono già attivati i rappresentanti in Italia degli interessi europei, dal giornale-partito Repubblica fino all’inquilino del Quirinale. Ecco, quindi, la “scomunica” di Renzi da parte di Scalfari, che presuppone un giudizio definitivo di incapacità della classe dirigente italiana nella gestione della materia economica. A questo punto, secondo il giornalista, dovremmo affidarci fiduciosi al commissariamento del nostro Paese da parte di entità estere. A parte la questione di democrazia che si aprirebbe (dovremmo essere governati da organizzazioni che non sono legittimate dal voto dei cittadini? Pochi hanno notato come ormai siamo tornati ai concetti di sovranità antecedenti la Rivoluzione Americana …), quello che i “repubblichisti” non vogliono ammettere è che il fallimento della loro classe dirigente non implica necessariamente che non ve ne sia un’altra, in Italia, in grado di sostituirla. Continuare con gli errori commessi da quel bel soggetto di Monti in poi è da sciocchi: tutti sanno (o sarebbe meglio sapessero) che tentare di risanare i conti pubblici in un quadro recessivo è una cretinata che costerà cara al sistema produttivo (e sociale) italiano. Ma ai sostenitori della Troika l’unica cosa che sembra importare è restituire il denaro agli usurai (ossia al mondo della finanza), anche a costo di uccidere il debitore. Riusciranno gli italiani a svegliarsi dal loro torpore per cacciare questi improvvisati piloti prima che facciano schiantare l’aereo di cui siamo malauguratamente passeggeri?

mercoledì 4 giugno 2014

La grande abbuffata del Mo.SE - InfoAut l'informazione di parte

da www.infoaut.org Trentacinque arresti bipartisan da Pd a Forza Italia e un centinaio di indagati a vario titolo per concussione, corruzione e riciclaggio di denaro: questo è quanto emerge dall’inchiesta sul Mo.SE di Venezia. Correva il 2011 quando è stata annunciata la costruzione del Mo.S.E. (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) per la difesa della laguna veneziana con un fondo di 630 milioni di euro. L’indagine è iniziata nel febbraio 2013 e ha portato all’arresto di Nicolò Buson e Giorgio Baita, ex-manager della Mantovani (gruppo che fa parte della Cav e coinvolto anche nell’Expo2015), oggi, il consiglieri regionale Pd Giampiero Marchese, il sindaco Pd Giorgio Orsoni (ai domiciliari) e l’assessore regionale alle Infrastrutture Forza Italia Renato Chisso sono stati tratti in arresto insieme ad altre 32 persone. Nell’occhio del ciclone è finito anche l’ex governatore, ex ministro e attualmente senatore e presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, Giancarlo Galan, per il quale la Procura ha chiesto alla Camera il via libera per procedere con l’arresto. Le tangenti, cumulate con l’ormai classico meccanismo dei fondi neri che venivano depositati nelle banche estere sui conti dei politici, mettono in evidenza il sistema integrato tra regione e città che, seppur di colore diverso, sono in sinergia e perfettamente unite dalla spartizione dei bottini. Il progetto del Mo.SE aveva come concessionario unico il Consorzio Venezia Nuova (Cav), il quale tramite anche il project financing, pilotava gli appalti per la realizzazione dell’opera tra 70% a Venezia e 30% a Roma. Un ruolo non secondario hanno avuto i servizi segreti e le questure locali che hanno fornito informazioni riservate riguardo alle indagini. Coinvolto anche l’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, il quale, in quanto, commissario governativo inviato, è stato strettamente legato alla cricca romana. L’impasto tra politica e imprese è palese in quanto la magistratura alle acque di Venezia è un ramo del Ministero dei trasporti e il Pd è uno dei partiti maggiormente coinvolto: il progetto del Mo.SE ha visto il maggior contributo nel 2006, proprio quando De Pietro rivestiva la carica di questo ministero. Lo scandalo di oggi esemplifica in maniera chiara come le grandi opere siano un bancomat per i partiti, dalla Valsusa al Mo.SE, passando per l’Expo2015. Se inizialmente, in maniera populista qualcuno riteneva che fosse un atteggiamento tipico della destra, gli indagati del Mo.SE dimostrano che non c’è alcuna differenza tra destra e sinistra, ma si tratta di un unicum territoriale e nazionale che non vede l’ora di spartirsi il bottino delle tangenti. Abbiamo commentato la vicenda con Massimo, un compagno veneziano che da anni segue e combatte le peripezie del Mo.S.E.

martedì 3 giugno 2014

CHI SONO I NON VOTANTI ?

da www.asloperaicontro oc telematico Caro Operai Contro, ho trovato in rete dei dati molto interessanti sull’astensionismo nelle recenti elezioni europei. La rilevazione, fatta dall’agenzia SD-MB, parte dalla constatazione che l’astensionismo è cresciuto dell’8%, portando i non votanti a 23.595.650. Una percentuale del 48% dei non votanti rispetto agli aventi diritto. Dopodiché – e qui sta la novità di questa indagine a campione – la rilevazione individua gli strati sociali dell’astensionismo. A fare la parte del leone sono gli operai, come precisa la stessa agenzia SD-MB, presentando le percentuali di astensionisti per fascia sociale. 51,25% operai e nuclei famigliari operai 12,04% operai disoccupati 16,11% operai in pensione 79,40% totale astensionismo operaio 20,60% fasce di piccola borghesia e suoi nuclei famigliari impoveriti o rovinati dalla crisi: artigiani, padroncini, piccoli contadini e figure intermedie decadute. Queste percentuali a campione, applicate a tutto l’astensionismo dicono quante sono le persone che non hanno votato e gli strati sociali a cui appartengono. 11.992.272 operai e nuclei famigliari operai. 2.843.207 operai disoccupati. 3.978.867 operai in pensione 18.814.346 totale astensione operaia 4.881.304 totale astensione fasce di piccola borghesia e suoi nuclei famigliari. 23.595.650 totale astensionismo complessivo. Politici, tivù e giornali tacciono su questo fondamentale aspetto dell’astensionismo, semplicemente ignorandolo, o liquidandolo come un fenomeno qualunquistico. Ma non è così. Cercano di occultare il fatto che dietro l’astensionismo c’è per il 79,40% la rabbia operaia e per il 20,6% quella di fasce della piccola borghesia impoverita. Per andare oltre il malcontento e la protesta dell’astensionismo, lavoriamo per il Partito Operaio. Saluti da un affezionato lettore _______________________________________________

lunedì 24 marzo 2014

Scuola: con i precari contro il precariato e contro la disoccupazione

Fano, 16 marzo 2014 presso il Centro di Documentazione Franco Salomone Sulle macerie della scuola pubblica provocate nel recente passato dai tagli di €8,5 miliardi e di 150.000 posti voluti dal governo Berlusconi/Gelmini, si aggirano nuovi ministri e improbabili sottosegretari a promettere nuove risorse per un progetto culturale e formativo, le cui concrete politiche scolastiche appaiono chiaramente finalizzate alla accelerazione del processo di riconversione della scuola in una fucina di manodopera addestrata a rispondere ai bisogni di un mercato volatile che impone - grazie alla crisi - più aggressive pretese in quanto a "selezione", meritocrazia e finanziamenti a questa finalizzati. Tale processo che si sta svolgendo con grave pregiudizio per la libertà d'insegnamento, per il livello di preparazione degli studenti e per il confronto democratico, necessita di una gerarchia di poteri senza alcun contrappeso che ha nei Dirigenti e in strutture extra-contrattuali i centri realmente decisionali, in barba agli organismi collegiali, ormai costretti a meri luoghi di ratificazione di decisioni prese altrove, ed in dispregio delle rappresentanze sindacali di scuola, private ormai di reali poteri di contrattazione e di controllo sull'operato della controparte in materia di organico e di gestione dei fondi contrattuali. Il blocco della contrattazione fino al 2014, il definanziamento delle risorse per il reddito (pagamento delle anzianità con il fondo per l'ampliamento dell'offerta formativa), per l'edilizia e per l'assistenza hanno profondamente prostrato i lavoratori del settore, sempre più intimiditi dall'offensiva ministeriale e dalla insufficienza di risposta sindacale. Ora ci sono alcuni segnali di reazione: lo sciopero delle ore aggiuntive indetto nel mese di marzo, ma soprattutto le iniziative di lotta delle/gli insegnanti precari/e previste per il 21 marzo e per l'11 aprile. Come in ogni azienda, i lavoratori e le lavoratrici precari/e garantiscono da anni, a prezzo di immensi sacrifici, la tenuta strutturale del sistema scolastico. Su di loro incombe un futuro pieno di insidie, tra cui annoverare l'ultima cosiddetta "sperimentazione", a Milano e a Napoli, di cicli di scuola superiore della durata di soli 4 anni, preludio a ulteriori tagli. Nella giornata del 21 marzo, i precari chiederanno in massa le ferie (a loro non concesse e non pagate) e organizzeranno, in simultanea, iniziative di protesta a livello locale. Per l'11 aprile, poi, è stato indetto uno sciopero dei precari della Scuola Pubblica, con manifestazione nazionale. E' auspicabile la convergenza sulla data dell'11 aprile dei sindacati del settore e delle associazioni di categoria, per una mobilitazione generale di tutti i lavoratori della scuola, coinvolgendo anche le associazioni dei genitori e degli studenti. Si tratta di riprendere con determinazione una battaglia unitaria per l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della scuola, docenti e ATA, attraverso il rifinanziamento della scuola pubblica ed il ritiro dei tagli Gelmini; attraverso un sistema di reclutamento unitario e lo sblocco del turn-over; rifiutando la chiamata diretta da parte dei dirigenti, foriero di clientelismi e di "normalizzazione" ideologica; il pagamento regolare degli stipendi, delle ferie non godute e degli scatti al personale precario e di ruolo; il ritiro delle confuse direttive sui Bisogni Educativi Speciali, volte a tagliare posti di sostegno, a detrimento del diritto allo studio dei disabili e dell'integrazione degli immigrati; la soppressione dei quiz INVALSI, che calpestano l'autonomia di valutazione dei docenti e costringono a rimodellare la didattica su esigenze esterne agli apprendimenti, pur di accedere a finanziamenti legati alla meritocrazia; il blocco del finanziamento alla scuola privata e "paritaria"; lo stanziamento di fondi per la messa in sicurezza delle scuole. Unità. Consiglio dei Delegati Federazione dei Comunisti Anarchici 16 marzo 2014

giovedì 27 febbraio 2014

I padroni dell’informazione e le pecore Dolly della politica

22.2.2014 Primo piano Quando nel 1994 Silvio Berlusconi vinse le elezioni per la prima volta fu sollevato lo scandalo sul ruolo determinante che nel risultato elettorale aveva giocato il suo controllo su una parte rilevante del sistema della informazione. Questo scandalo non era solo sollevato da sinceri democratici, ma anche da quella parte del mondo dell'informazione controllata da chi era estraneo od ostile agli interessi di Berlusconi. Ora De Benedetti, Berlusconi, Squinzi, Caltagirone, John Elkann, i rappresentanti italiani di Murdoch, cioè tutti coloro che in Italia gestiscono il sistema dell'informazione, e mi scuso con chi ho dimenticato, sono sostenitori, simpatizzanti o disponibili verso Matteo Renzi. Il suo è il primo governo delle larghe intese radio televisive, visto che l'ente pubblico Rai è da sempre il puro registratore dei rapporti di potere e quindi sta con Renzi per vocazione naturale. Renzi è stato mediaticamente costruito ben più del padrone di Mediaset. Finora è stato solo un mediocre sindaco di Firenze, che non ha dato nessun particolare segno di innovazione: ha litigato con i tranvieri , ha lamentato le difficoltà a trovare i soldi per coprire le buche nelle strade, ha tagliato un pò di servizi accusando Roma, insomma ha fatto modestamente quello che fa la normalità dei sindaci, naturalmente godendo dello scenario di una delle città più belle del mondo. Cosa lo ha fatto diventare presidente del consiglio allora? Un gigantesco investimento mediatico sulla sua persona. Se penso a quello che devono fare coloro che perdono il lavoro per farsi ascoltare, salire sulle gru è il minimo, o al fatto che il congresso CGIL, dove sono in discussione questioni rilevantissime per il lavoro ed il paese, è emerso dalle nebbie mediatiche quando Landini è stato minacciato di provvedimenti disciplinari e qualcuno è stato aggredito in una normale assemblea. Se penso a come funziona davvero la selezione e la costruzione delle notizie e delle personalità pubbliche nel mondo di oggi, resto stupito della magnifica costruzione mediatica che ha portato al governo del paese lo sconosciuto Renzi. E ora la costruzione continua, il governo è un format. Tolto il ministro della economia che è il fiduciario delle banche e del Fondo monetario internazionale, lì non si scherza, e qualche figura chiamata per maquillage democratico, il format del governo è: i giovani al potere finalmente. Peccato che questi giovani siano tutti pecore Dolly della politica. Ricordate quell'ovino clonato che i realtà si scoprì essere nato già biologicamente vecchio? Ecco, la gioventù al governo è tutta clonata dai precedenti gruppi dirigenti, lo stesso presidente del consiglio a me ricorda un pò Craxi e un po' Forlani, con una spruzzata di Andreotti per il gusto delle battute ciniche. Essi devono rappresentare il nuovo nella più pura tradizione del Gattopardo: cambiare proprio tutto perché non cambi proprio nulla. Ma perché tutto questo? Perché i governi tecnici nella loro fredda brutalità distruggono consenso e questo è molto pericoloso per un sistema di potere che sa perfettamente che le politiche di austerità non sono una emergenza temporanea, ma il modo di funzionare che si vuole imporre all'economia e alla società per tutti i prossimi anni. Ci vuole più consenso e quindi bisogna inventare una narrazione che appassioni un poco, che illuda che alla fine usciremo dalla crisi. Renzi serve a questo, intanto passa un po' di tempo poi si vedrà. Quando poi il personaggio comincerà a stancare se ne inventerà un altro con gli stessi mezzi, sono sicuro che i talent scout del palazzo sono già al lavoro nella selezione tra nuove sconosciute promesse. Oggi i signori dell'informazione sono al governo del paese, verrebbe da dirgli: governate allora! Ma sono sicuro che quando le cose cominceranno ad andare come al solito la grande informazione si scoprirà di governo e di lotta e contribuirà alla caduta di Renzi, come è accaduto agli inizialmente santificati Monti e Letta Questo almeno fino a che tutte e tutti coloro che son fuori dai palazzi non saranno in grado di organizzarsi e di scontrarsi con i poteri veri, per cambiare le cose sul serio. www.rete28aprile.it -- Newsletter di del sito Rete28aprile.it web: http://www.rete28aprile.it Iscrizioni: retenews-subscribe@liste.rete28aprile.it Cancella: retenews-unsubscribe@liste.rete28aprile.it

giovedì 9 gennaio 2014

Job Act: dichiarazione di Giorgio Cremaschi

Job Act: dichiarazione di Giorgio Cremaschi Giorgio Cremaschi primo firmatario del documento Il sindacato è un'altra cosa: "Non siamo d'accordo con la cautela di Susanna Camusso o con le aperture di Maurizio Landini sulle proposte di Renzi. Dalle anticipazioni si può e si deve dare un giudizio negativo per almeno tre ragioni. Perché tutta l'ideologia del progetto è quella liberista di sempre secondo cui per creare lavoro bisogna togliere vincoli alle imprese ed esaltare la globalizzazione. La crisi economica attuale e la disoccupazione di massa sono figlie di questa ideologia.” “La seconda ragione è che si allude ambiguamente alla estensione della indennità di disoccupazione, senza chiarire se questa si aggiunge a quello che già c'è oggi, e allora bisogna finanziarla , o lo sostituisce e allora sono o lavoratori che la pagano finendo in mezzo ad una strada.” “La terza ragione è il contratto di inserimento con piena libertà di licenziamento per i nuovi assunti che estenderà ancora la precarietà del lavoro e che aprirà la via a licenziamenti di massa. Infatti sarà sempre più conveniente licenziare lavoratori con articolo 18 per sostituirli con nuovi assunti senza diritti.. Si sta già facendo nelle piccole aziende la liberalizzazione di Renzi lo generalizzerà alle grandi.” “Solo per questo la CGIL é già in condizione di dire no al jobacte deve contrastarlo." 9 gennaio 2014

venerdì 20 dicembre 2013

Gli avanzi del nuovo - di G. Cremaschi

Il peggior lascito del ventennio berlusconiano si chiama Matteo Renzi. Nonostante il colpo di fulmine che ha provocato in Maurizio Landini, penso che il segretario del PD rappresenti l'ennesima riverniciatura delle politiche liberiste che ci han portato a questa crisi e che ora la stanno aggravando. Lo dimostrano i primi suoi atti di governo. Il suo staff sta preparando un altro attacco all'articolo 18, quello che nell'Italia garantista solo verso i potenti suscita scandalo perché stabilisce che chi è licenziato ingiustamente, se il giudice gli dà ragione, deve tornare al suo posto di lavoro. Questo principio di civiltà ha già molte limitazioni, non si applica sotto i quindici dipendenti ed è reso nullo dalla marea di contratti precari. Inoltre con un accordo con il governo Monti CGIL CISL UIL hanno accettato di liberalizzare i licenziamenti cosiddetti economici, che in una crisi come questa significa via libera alla cacciata di tante e tanti. Ma nonostante questo ultimo atto di autolesionismo sindacale Renzi vuole di più. Il progetto per il lavoro annunciato dal suo staff prevede la cancellazione dell'articolo 18 per tutti i nuovi assunti. In cambio verrebbero diminuiti i contratti formalmente precari. Questo per la ovvia ragione che essendo possibile il licenziamento a discrezione, il contratto precario perderebbe ragione d'essere. Se posso cacciarti quando voglio perché devo scervellarmi a trovare il contratto capestro più adeguato, semplicissimo no? È ovvio che questo è solo un passaggio intermedio verso l'abolizione totale della tutela contro i licenziamenti ingiusti. Infatti se tutti i nuovi assunti saranno privi di quella tutela per un bel po' di tempo, le aziende saranno interessate a chiudere e licenziare per riassumere senza diritti. E chi li dovesse mantenere sarebbe considerato un privilegiato da combattere. Il renziano Pietro Ichino sostiene anni che nel mondo del lavoro vige l'apartheid come nel Sudafrica prima della vittoria di Mandela. Peccato che così si faccia l'eguaglianza a rovescio. Come se in quel paese, invece che estendere ai neri i diritti dei bianchi, si fosse deciso di rendere tutti eguali togliendo quei diritti a tutti. La soppressione dell'articolo 18 non è certo una novità. Da sempre in Italia è rivendicata dalle organizzazioni delle imprese quando non sanno che dire e fu tentata dal governo Berlusconi nel 2002. La CGIL di allora però riuscì a impedirla. In Spagna i governi hanno da tempo liberalizzato i licenziamenti, e quel paese oggi è l'unico grande stato europeo con un tasso di disoccupazione superiore al nostro. In Francia ci provò il presidente Sarkozy a introdurre una misura simile a quella che piace oggi a Renzi. Fu fermato da una gigantesca protesta giovanile e popolare. La seconda iniziativa del neoeletto leader è stata quella di mettersi di traverso rispetto a quella che è stata chiamata la Google tax. Cioè un tenuissimo provvedimento di tassazione sugli affari delle grandi multinazionali che operano nella rete e che hanno sede legale in paradisi fiscali. Queste società guadagnano miliardi da noi e non pagano un centesimo, come ha ricordato quel comunista di Carlo De Benedetti. E come soprattutto ricorda la Corte dei Conti, che da tempo afferma che la quota più rilevante dei tanti miliardi che mancano al fisco viene dalla elusione fiscale delle grandi società che giocano con le sedi legali all'estero. Il progressista Renzi ha subito detto a Letta che questa tassa non s'ha da fare, e così è stato. Viene da chiedersi, ma dove sta il nuovo in tutto questo? Sviluppare l'economia con la flessibilità del lavoro e la detassazione dei ricchi e delle multinazionali, è il principio guida delle politiche liberiste che hanno dominato negli ultime trenta anni. Siamo ancora qui, sono queste le "riforme"? Se è così, il progetto di Matteo Renzi più che essere il nuovo che avanza, è l'avanzo di quel nuovo che ci ha portato al disastro attuale. [www.rete28aprile.it]

giovedì 12 dicembre 2013

Destra, forconi, forze di stato sulle barricate della reazione

Nulla di strano. Tutto quello che sta accadendo era facilmente prevedibile. La discesa in piazza dei padroncini diseredati e dei ceti medi colpiti dalla crisi e dall’aumento delle tasse sta avendo un successo previsto. L a crisi della rappresentanza politica, o meglio l’impossibilità di organizzare gli interessi di ampi settori sociali falcidiati dalla crisi e dalle ricette neoliberiste sta producendo i suoi effetti. Tentazioni barricadiere cercano incautamente di inserire "i forconi" sociologicamente nella lotta contro lo Stato oppressore, altri adducono che ogni cambiamento epocale, come quello della ristrutturazione capitalistica in atto, genera inevitabilmente turbolenze. Agli analisti di un risico lineare ed improbabile, bisogna ricordare che la rivoluzione sociale comunista e libertaria che abbiamo in mente e nei cuori, è e resta il lato propositivo dello sviluppo rivoluzionario. Eravamo facili profeti quando scrivemmo, alcuni anni fa, che l’abdicazione della CGIL ad assumere un ruolo di difesa degli interessi di classe avrebbe alla lunga prodotto una risultante destroide della protesta. La quale oggi è di destra non solo per la presenza di fascisti nostalgici e di leghisti razzisti, che pure vi sono, quanto per la mancanza totale di ogni prospettiva di cambiamento sociale, e tantomeno in termini solidali ed egualitari. E non è un caso che la destra del paese, a partire dai suoi organi di disinformazione ne tessa le lodi e ne spieghi la sofferenza. Le tasse questi le vogliono ridurre solo per loro, e magari che un bello Stato nazionale gli garantisca pure la pensione e l’accesso alla sanità gratuita, e se proprio bisogna fare dei sacrifici, si possono sempre buttare a mare -in quanto a diritti- tutti gli immigrati e fargli pagare a caro prezzo la loro presenza sull’italico suolo.... Nella storia abbiamo altre volte avuto momenti di scontro di classe con implicazioni e prospettive reazionarie. Spesso non si sono tramutati in Ordine e Disciplina fascisticamente consolidati, nella Vandea in Fancia, dove contadini rissosi ed un po’ bigotti che ancora si erano attardati ad essere plebe reale vennero sterminati dai governanti della repubblica borghese nascente; e nemmeno ai kulaki russi andò meglio, dato che il loro interesse cozzava profondamente con le esigenze del nuovo Stato Sovietico. Ma andò meglio ai bottegai salvati dal fascismo e dal nazismo, che divennero parte importante dei nuovi stati corporativi. I camionisti ed il loro sciopero in Cile vennero caldamente ringraziati da Pinochet. Oggi siamo di fronte ad una ricomposizione della destra sociale, che passa attraverso la destra classica dei cascami berlusconiani, ma anche attraverso l'implosione del PD. Ma la parte da leone la fanno il grillismo diffuso, fatto di attacchi alla casta e al privilegio fini a se stessi, ed il leghismo razzista dispensato per venti anni a piene mani. Sono davvero costoro che possono ricucire in chiave nazionale le anime ed i sentimenti prodotti dalla tragedia di trenta anni di liberismo capitalista, magari con le nazionalizzazioni, con l'uscita dall’euro, con la ripresa del ruolo dello Stato, o come lo chiamiamo? Chi si dice rivoluzionario non dimentichi che concetti come comunità, nazione, lingua,patria, bandiera tricolore, fanno rabbrividire e non appartengono al movimento operaio e socialista, di cui noi storicamente facciamo parte; chi oggi si spiega questi fenomeni in chiave solo sociologica, chi cerca -orfano- di trovare nei forconi germi di una sommossa di classe, tutti costoro dimenticano che non hanno alcuna capacità di agire, ben altri sono quelli che riescono a dare una veste politica al malcontento. Con molta attenzione, occorre rendersi conto che le scorciatoie ed i miti del blocco totale del paese, del barricadismo fine a se stesso, senza costruire coscienza solidale ed ugualitaria in organismi autonomi e libertari, potranno far esplodere tutta la loro carica ribelle, ma solo il tempo deciderà se avranno contribuito alla rivoluzione o a consolidare il potere dello Stato e della reazione. 11 Dicembre 2013 Segreteria Nazionale Federazione dei Comunisti Anarchici

venerdì 29 novembre 2013

Silvio e Giorgio, affinità e “fratellanza”?

La lettura di alcuni brani estratto dal libro “I panni sporchi della sinistra”, di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara (Ed. Chiarelettere, Milano 2013) mi ha riportato alla memoria un opuscoletto pubblicato nel maggio 1939 – a cura dei Gruppi Anarchici della Valle dell’Antracite degli USA – illustrante il modo di agire dei massoni italiani e stranieri, visto da Camillo Berneri e Armando Borghi. Sono paginette illuminanti sul sostegno dato dalla massoneria alla causa interventista prima ed al fascismo dopo che dimostra come la storia – ahimé – si ripeta. Nulla di nuovo sotto al sole … a ben vedere. Tutti “amici degli amici” contro chi suda e lavora per portare a casa un salario che – in moltissimi casi – è insufficiente a vivere dignitosamente: pescecani del mondo politico e finanziario, “capitani coraggiosi” specializzati nell’accaparramento, appaltatori specializzati nello sfruttamento e nella frode, evasori fiscali, banchieri e speculatori finanziari. Tutti pronti a svenderci al primo offerente in omaggio al senso di responsabilità, al buon governo, alla “dottrina europea”: ce lo chiede l’Europa rispondono alle contestazioni. Quello che propongo è uno scritto di Armando Borghi intitolato: “Come gli agenti segreti della massoneria sanno trescare nell’ombra” nel quale troviamo le “gesta” di due massoni tristemente famosi: Maria Rygier (in campo anarchico) e Benito Mussolini (in campo socialista). pasquale piergiovanni Il giornale “La Controcorrente” di Boston (numero del 5 febbraio 1939) ha riesumato uno scritto che la famigerata Rygier pubblicò un decennio addietro a Parigi. Utile riesumazione. Perché anche le porcate istruttive col tempo si smarriscono nel polverio della lontananza. Perché un ricordo tira l’altro e completa e illumina le analogie. Perché, infine, mentre codesto scritto rigeriano viene rimescolando molta della mota di cui è impastata l’animaccia del truce, serve altresì a smoccolare il lucignolo dell’esperienza e permette di intravedere le arruffianate manovre della massoneria, per il suo occulto disfattismo di classe, per la sua missione di gesuitismo statale. Ed è questa la parte che noi glosseremo pesantemente. Ti prego, o compagno lettore, di rileggermi se ti parrò oscuro. Ti prego altresì di aguzzare la mente, perché nel passato potrai forse vedere il riflesso del presente, o viceversa; perché le volpi perdono il pelo ma non il vizio; perche infine, non è necessario di accorgersi sempre a scorno ed a malanno subito, di come ci fregano coi tentati incendi dolosi ai danni del nostro movimento, gli incendiari che dovrebbero riscuotere la polizza di assicurazione. Maria Rygier ci racconta: 1. Che l’ex suo infallibile di Predappio era stato nel 1904 spia di questura in Francia e che, se nel 1914 egli passò all’interventismo francofilo, si fu perché il governo francese poté ricattarlo sul suo infame precedente. 2. La Rygier trae argomento da quanto sopra (ed è qui l’addentellato per noi) per illustrare le manovre francesi nel 1914/15, tendenti a determinare in Italia, col mezzo di interventi finanziari e di agenti corruttori, una falla mortale nel movimento sovversivo antibellico e una corrente interventista rossa, artefatta e comprata. 3. Infine la Rabagas in sottana si esalta in vanteria, spiegando che si dovette a lei in carne ed ossa gran parte del progetto di fondare un quotidiano dalle mentite apparenze di socialista, per i fini guerraioli. E adesso eccovi alla fonte testuale. Turatevi il naso: (…)”Io non fui estranea a questa, subitanea “conversione” di Mussolini, grazie al consiglio che avevo dato a Barrere, ambasciatore francese presso il Quirinale, di fondare a Milano, importante centro industriale e, per conseguenza, proletario, un quotidiano socialista dedicato agli interessi dell’Intesa, rinunziando alla creazione, allora progettata dal governo francese, di un giornale democratico a Roma. Io ritenevo infatti che l’essenziale per la causa dell’interventismo era di portare la discordia e la confusione tra i socialisti, che erano nella grande maggioranza ostili alla guerra”. Seguono schiarimenti dettagliati: la Francia pensava alla fondazione non di un quotidiano socialista, ma di uno democratico e non a Milano. Ma a Roma. Senonché la Rygier temeva (testuale) “che questa intrusione finanziaria della Francia nella nostra stampa democratica avrebbe ferito profondamente la coscienza nazionale”. Fu per evitare questa svolta maldestra del governo francese e fu per viemmeglio lubrificare il congegno della corruzione antiproletaria, che la Rygier credé bene di consigliare alla Francia di cambiar progetto e di congegnare un magnifico cavallo di Troia; quanto dire che il quotidiano doveva dichiararsi socialista e uscire nella Milano proletaria e non nella burocratica Roma. A ciascuno il suo fetente mestiere! Gongolante, la Rygier ora racconta che il di lei progetto (testuale) “fu considerato giusto dalla Francia ed eseguito alla lettera, salvo in ciò che concerneva la futura personalità del direttore del giornale”. Essa infatti non aveva pensato di indicare al Barrere l’integerrimo direttore dell’Avanti! come giornalista comprabile; ma aveva proposto “un noto sindacalista” (osservazione mia: certamente il de Ambris) e quando apprese che la Francia era riuscita ad impegnare Mussolini, essa (testuale): “concepì una vivissima ammirazione per la diplomazia francese, ben sapendo che questa conversione era costata (al suo amico Guesdes allora ministro socialista di guerra) un grosso rotolo di biglietti da mille”. Che abbondanza di dettagli superflui, dopo un quarto di secolo! E che diffamatori, sciocchi, zizzanieri e … venduti alla Germania, quelli che lo videro subito … L’importante è di rilevare come i consigli di questa sadica del rabagasinismo, che tuttavia ancora in quel tempo continuava a proclamarsi “compagna” e accusava noi di tradire .. i maestri; i consigli di questa tecnica dell’incendio doloso, all’ambasciatore francese fossero più destri, più “competenti”, più aderenti alle pratiche praticabili del raggiro, che non i progetti del superficiale Barrere. Non aspettate che vi schizzino l’occhio per vedere il dito. Qui si tocca con mano come i mestatori accuratamente truccati nel dietro scena, per il vantaggio che hanno di camminare al buio, per vie percorse, sono insostituibili nell’arte di dare i “falsi scambi” ai binari sovversivi, nelle ore difficili della storia, al favore delle grandi ondate della “mistica” ufficiale; come sono i veri indicati a tirare i fili di qualche bamboccio preso al laccio della cecità o dell’ingenuità, o dell’incoscienza. Barrere diplomatico – tutto dire in fatto di senza scrupoli – concepisce l’idea di un quotidiano pro-Francia; ma di un quotidiano democratico, senza maschera sovversiva. La Rygier, anarchica, che, se fosse dipeso da lei ancora avrebbe vissuto nell’ambiente nostro come compagna -; la Rygier dice no! Sa di meglio lei! Vede oltre! E’ il ladro che ruba dal di dentro, che fa la guida e la guardia ai ladri di fuori, che egli introduce in casa propria, perché saccheggino all’ora giusta e sapendo dove mettere le mani. La Rygier sa che un giornale borghese che si confessi per quello che è, sia pur democratico, non varrà una cicca come strumento di deviazione tra le masse rosse. Un tale foglio ignorerà le chiavi del cuore di masse che sono fresche della Settimana Rossa; difenderà a controsenso la causa della guerra; finirà col servire la causa opposta. La borghesia ne indispettirebbe; il proletariato gli griderebbe: merda!… Altra, altra è la via. Il nuovo quotidiano perché possa servire a colpire l’antibellicismo dei socialisti e degli altri deve sbraitare di “socialismo”; ma questo per opera di qualcuno che sappia le astuzie del camaleonte, sì da far servire le stesse vecchie parole rosse all’uso opposto, senza che l’escamotaggio si scopra. Giornale piazzaiolo, sassaiolo, scamiciato falsomenatario dei principi, che sappia svoltare e che riesca a deviare per gradi insensibili gli ingenui, i creduloni (che sempre son lì ad imprestare agli impostori la loro porzione di buona fede cogliona, rendendosi loro complici necessari) e che sappia montare e gonfiare qualche nullità che pur di parere persona non aspetta che l’arrivo spettacoloso di Dulcamara. Parentesi: una commedia consimile ce la giocarono, più tardi, i bolscevichi (infamatisi non solo – no no! – dopo l’infortunio toccato a Trotsky o dopo l’assassinio di Berneri e compagni), quando una lunga serie di anni – dopo Kronstadt, dopo Makno, dopo l’assalto internazionale dei funzionari cekisti d’ogni lingua contro l’anarchismo d’ogni paese, trovarono in ogni parte del mondo – e anche in America e più di tutto a New York – dei ferri del loro immondo mestiere, loro accoliti loschi e mascherati, complici necessari delle loro devastazioni nel campo nostro, sotto il segno bifronte dei fronti unici e delle alleanze; sì che sarebbero ben riusciti a colpire questo nostro movimento ricomposto dai superstiti di tante bufere, se non ci fossero stati per le vie del mondo coloro i quali puntarono i piedi, che smascherarono gli impresari delle sognate liquidazioni ideologiche, rinforzati da delusi e avariati di ogni risma, e che mandarono all’aria le imprese di Jago e di Caino coalizzati. La parentesi è chiusa. Dicevamo… Che ne poteva sapere più della Rygier un coglione di diplomatico come il Barrere che non era mai stato un sovversivo? Che ne avrebbero capito più di lui i suoi pennivendoli da salotto, estranei al popolo, alla piazza ed ai capi popolo? Su avanti dunque “le competenze”: avanti de Ambris, in alto un Mussolini, gente che poteva parlare all’orecchio di un Corridoni, di un Masotti, di un Tancredi, di quanti si sapeva che avevano qualche marachella di cui arrossire e sulla quale poteva far leva il ricatto … O con noi o contro di noi … ma allora! Oh! Esperienza, esperienza, che servi mai nella vita, se non a render più fonda la pena di servire la causa, per il contrasto tra la chiaroveggenza acquisita e la miopia dei molti, che spesso non sono colpevoli? Giovani allora, quanti di noi saremmo stati presi al laccio dei ricattatori “revisionisti” se non avessimo – e oggi come allora – potuto guardare nel bianco degli occhi dei mascalzoni che facevano ressa attorno al banditore delle coscienze all’incanto? Urge ora una domanda: come spiegare che la chiassosa anarchica Rygier, fumanti ancora gli incendi della Settimana Rossa, potesse godersi questi tu per tu coll’ambasciatore di Francia pressi il Quirinale? E ciò in condizioni che ci poteva rivelare solo lei stessa dopo tanti anni; ma che nessuno avrebbe potuto allora né vedere né provare, se pur c’era chi poteva, in generale, intuirlo? Misteri delle loggie! Camillo Berneri, scaltrito da alcuni anni di vita militante in Francia, e che aveva esperienza delle imboscate e degli imboscatori politici del mondo francese sulla preda degli esuli (molti dei quali fuori del loro paese, ricordano “Cola” il protagonista dell’Aria del Continente, nel capolavoro del Martoglio); Berneri si era bene accorto, lui, del ruolo della massoneria, anche nei settori più estremi. L’Adunata ha riprodotto il suo lucido articolo: io sforbicio questo brano eloquente: (…)”per fortuna il fenomeno massonico è nel campo dell’anarchismo italiano del tutto trascurabile. Ma vi è una notevole minoranza di anarchici che, allettata dalla speranza dei “grandi mezzi”, si è lasciata attrarre nei giuoco politico di quell’antifascismo equivoco che sboccò nelle legioni garibaldine, poi nei vari movimenti più o meno clandestini e che ora sta ritessendo le sue reti” (…). Berneri non poteva dirci di più. Egli, più giovane, ignorava che (a parte il noto lontano fenomeno revisionista costiano del 1879) il fenomeno della massoneria nel campo italiano, per quanto trascurabile, è tuttavia più vecchio di quel che appaia. E per quanto trascurabile “numericamente”, ha dato sempre e sempre darà dei risultati di devastazione proporzionati alla potenza dei mezzi, delle influenze, delle protezioni, delle connessioni e del sabotaggio occulto, proprii del sistema centralizzato e intrigante della massoneria. Il fenomeno interventista lo sappiamo – e lo documenta Berneri – fu di derivazione massonica. Oggi lo sanno anche i sassi che la Rygier fu uno strumento della massoneri; massone essa stessa. La sua stessa presenza in Francia nel 1925 è noto che era in relazione ad una sua missione presso i fratelli francesi, contro il Commendator Palermi, accusato di indisciplina. Ora la Rygier non divenne massona dopo di essere divenuta interventista. Fu nel 1913 che essa si recò in Francia la prima volta. Vi si recò per estendervi l’agitazione pro Masetti. Io vi ero stato profugo tutto il 1912 ce, con Vezzani, Malato, Pierre Martin ed altri avevamo dato inizio a questo lavoro. Fu in quel tempo e in quella circostanza che l’energumena passò alla massoneria. A suo tempo, ma tardi, ne seppero qualcosa il Vezzani ed altri a Parigi La Rygier quindi lasciò l’Italia anarchica e fece ritorno dalla Francia anarchica-massonica. Essa visse quindi i nostri contatti politici, come compagna di fede, nascondendo che apparteneva alla “Internazionale della borghesia” (Bakunin). Ecco spiegati molti enigmi di un quarto di secolo fa, e tanti altri di tempi meno lontani. E non solo della Rygier si trattò: massoni erano i Tancredi, i Masotti, i Rossi, i Fasella, i Corridoni; – sindacalisti questi ultimi, al seguito del loro gran maestro, il de Ambris, l’inseparabile di quel massone di rango che è il Campolonghi. Dico Campolonghi e de Ambris, quelli che non mancano mai, come chi tiene il mestolo, in tutti gli intrighi popolareschi, coll’indispensabile ingrediente “libertario”. Ciò a partire dalla ricordata politica interventista, all’invio del denaro francese a Mussolini, fino al Ricciottismo, senza garibaldinismo, e al Macismo in terra di Francia del 1925-26. E per ora altro non si può dire; ma molto si vede. Col filo si trova il gomitolo! Armando Borghi – Toronto (Canada) – Maggio 1939 -

venerdì 25 ottobre 2013

25.5.2013 - Austerità costituzionale e presidenzialismo - di Giorgio Cremaschi

Abbiamo corso il rischio di dover essere grati ai falchi berlusconiani. Nella disperata ricerca di rappresaglie contro il destino giudiziario del loro capo, hanno infatti provato a colpire in parlamento il disegno di controriforma costituzionale. Purtroppo han fallito per pochi voti e grazie al soccorso prestato al governo dalla Lega, di cui è ben nota la sensibilità costituzionale. Così la riscrittura in senso autoritario della Carta uscita dalla resistenza antifascista prosegue. Anche questo dobbiamo mettere nel conto delle responsabilità del governo delle larghe intese e della sua guida assoluta, Giorgio Napolitano. All'attuale Presidente della Repubblica sono oggi perdonate posizioni e scelte che non sarebbero mai state accettate da nessun suo predecessore. Tra questi va ricordato Francesco Cossiga, posto in stato d'accusa dal PCI per le sue ripetute prese di posizione a favore del cambiamento della Costituzione. Napolitano il cambiamento non lo propaganda, lo pratica, fino al punto di fare le riunioni dei capigruppo di maggioranza come qualsiasi segretario di partito. Siamo diventati una repubblica presidenziale di fatto e credo abbiano fatto un grave errore i promotori della manifestazione del 12 ottobre a non dirlo con forza dal palco, raccogliendo un sentimento profondo di chi era in quella piazza. Le timidezze e le reticenze sul ruolo negativo del Presidente della Repubblica indeboliscono la lotta in difesa dei principi di fondo della Costituzione. D'altra parte un pesantissimo colpo a quei principi è già stato assestato, ancora una volta principalmente da PD PDL e Lega, con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. La riscrittura dell'articolo 81 è infatti la madre di tutte le controriforme, perché cancella di fatto tutti i principi sociali contenuti nella prima parte. Come può la Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali che si oppongono alla piena eguaglianza dei cittadini, se ogni anno deve tagliare di decine di miliardi le spese sociali, e solo per pagare gli interessi sul debito senza violare l'obbligo costituzionale di pareggio? Non può e così con questa controriforma le politiche di austerità diventano obbligo perenne. Come aveva chiesto il banchiere Morgan, prima di pagare 13 miliardi di dollari allo stato americano per le truffe sui derivati. L' Europa deve capire che le politiche di austerità non sono una parentesi, ma il modo di condurre da qui in avanti un continente che deve accettare pienamente la società di mercato. Questo ha detto il banchiere americano a giugno sul Wall Street Journal e ha poi aggiunto che, per raggiungere questo obiettivo, i popoli europei devono liberarsi delle costituzioni antifasciste e sinistrorse che promettono una eguaglianza che non ci può più essere. Si comincia ad accontentarlo. La controriforma costituzionale non è solo frutto delle classi dirigenti del nostro paese, ma viene prepotentemente richiesta dalla finanza internazionale, come venne formalizzato il 4 agosto 2011 dalla lettera al governo di Draghi e Trichet. Il Fiscal Compact e i patti ad esso connessi hanno fatto il resto: al di sopra dei nuovi costituenti, oltre i saggi incaricati di rivedere la nostra Carta, stanno i mandanti e i controllori. Sopra di loro stanno quelle istituzioni tecnofinanziarie che impongono le politiche di austerità con quei vincoli che per Giorgio Napolitano sarebbe da incoscienti mettere in discussione. Mentre sarebbe la sola scelta saggia da compiere. La difesa della costituzione repubblicana oggi non si fa solo contro la destra berlusconiana, ma anche contro le scelte politiche di Giorgio Napolitano e contro quei vincoli europei che ci hanno imposto la costituzionalizzazione dell'austerità. www.rete28aprile.it

venerdì 11 ottobre 2013

18 ottobre 2013 SCIOPERO GENERALE SOCIALE !

Cub,Cobas , USB , UniCobas ,CIB-UniCobas , Or.S.A. , Slai-Cobas , Anmi-Fenepa , Usi , Usi - Ait ed altre organizzazioni sindacali di base e associazioni migranti hanno proclamato lo sciopero generale di 8 ore per venerdì 18 Ottobre di tutti i lavoratori del privato e del pubblico impiego. Lo sciopero generale è indetto: contro le politiche di austerità del governo Letta; per·l'aumento di salari e pensioni, la riduzione dell'orario di lavoro; per i diritti sociali (reddito, casa, lavoro,·salute, studio); per una legge democratica sulla rappresentanza; per pari diritti per i lavoratori migranti, contro la tassa di soggiorno e il rapporto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. E' bene che lavoratori, disoccupati e pensionati non si lascino ingannare dal clima di consenso intorno al governo Letta e ai provvedimenti che intende adottare. Nelle prossime settimane il governo presenterà la Legge di Stabilità – dopo che verrà vagliata dai tecnocrati dell'Unione Europea. In questo provvedimento ci saranno misure ancora una volta penalizzanti per lavoratori e settori popolari e vantaggiose per le banche e i “prenditori”. 1) Il cuneo fiscale è un vero inganno. Dei miliardi stanziati per ridurre imposte e contributi sul lavoro, la gran parte andranno ai padroni e solo le briciole ai lavoratori. Se va bene si parla di duecento euro l'anno (praticamente 16,6 euro al mese, 55 centesimi al giorno) di riduzione delle tasse sugli stipendi! Mentre l'Istat comunica i dati sull’ulteriore diminuzione del potere d'acquisto di salari e pensioni si regalano soldi alle imprese e si lasciano i salari fermi di fronte all'aumento dei prezzi incattiviti anche dall'aumento dell'Iva. 2) Gli stipendi dei lavoratori pubblici continuano a rimanere bloccati dal 2009 e lo saranno sino al 2017, mentre nel settore privato assistiamo ad un abbassamento reale delle retribuzioni con paghe che in molti casi sono scese a 5 euro l'ora per i giovani e i precari. 3) Il balletto sull'Imu fa prevedere una sua possibile reintroduzione – non solo per le abitazioni di lusso - perché frutta quei miliardi che non vengono sottratti agli evasori, alle spese militari, alle società che gestiscono il gioco d'azzardo e le slot machine. Possiamo scommettere che torneranno alla carica con il pretesto che “ce lo chiede l'Unione Europea”. 4) Da dicembre sarà maggiorata la Tares, imposta sulla gestione rifiuti. Da gennaio dovrebbe poi entrare in vigore la Service Tax, una supertassa comunale che incorporerà Imu e Tares. 5) La disoccupazione giovanile sfiora ormai il 50% e due giovani su dieci hanno rinunciato sia a studiare che lavorare. Non ci sono idee né progetti per ridurre una piaga sociale che rischia di diventare devastante per il futuro del paese. 6) Gli sfratti stanno dilagando, anche nelle città dove non è mai esistita l'emergenza abitativa. In moltissimi casi si tratta di “morosità involontaria” dovuta al licenziamento o alla perdita del lavoro in moltissime famiglie. 7) Stanno svendendo alle multinazionali straniere e per un piatto di lenticchie aziende strategiche come Telecom e Alitalia che dovrebbero essere servizi pubblici e beni collettivi e non società privatizzate in mano a speculatori. C'è qualcuno che ha il coraggio di dire che di fronte a tutto questo occorre rimanere zitti, fermi e buoni? Si! Sono i sindacati amici del governo come Cgil Cisl Uil, la Confindustria, le banche e l'Unione Europea che vogliono avere mano libera per rastrellare soldi da lavoratori e pensionati e destinarli ai grandi gruppi bancari, alle spese militari, alle multinazionali, ai “prenditori”. Ci sono quindi ottimi motivi per scioperare, scendere in piazza e farsi sentire, indicare altre priorità per i lavoratori, i disoccupati e i pensionati nel nostro paese. Venerdì 18 ottobre è SCIOPERO GENERALE. Fermiamoci per fermarli!

lunedì 30 settembre 2013

Svendita Italia a loro insaputa

Primo piano di Giorgio Cremaschi - 26 settembre 2013 Ora governanti e manager dicono che non lo sapevano, preferiscono fare la figura dei cretini piuttosto che quella dei complici. Ma la svendita di Telecom è solo un altro atto di un percorso annunciato e realizzato da decenni, da parte di una classe politica e imprenditoriale che ha cercato di salvare se stessa e i suoi fallimenti con la vendita all'incanto dei beni del paese. E cha ha usato il liberismo, l'Euro e il fiscal compact. La Merkel come scusa e protezione del proprio potere. Ora dopo la svendita di Telecom alla principale concorrente, la Telefonica spagnola, assisteremo a qualche giorno di lacrime di coccodrillo e di compunte dissertazioni sulle politiche industriali e le riforme. Poi tutto continuerà come prima perché tutta l'Italia è in svendita. La Grecia dopo qualche anno di politiche di austerità europea ha conservato di suo il debito pubblico e la polizia che bastona chi protesta. Tutto il resto è venduto, appaltato, posto sotto controllo estero. Noi, più lentamente ma altrettanto inesorabilmente, stiamo percorrendo la stessa strada. Perché abbiamo la stessa classe dirigente. Il governo, se durerà, ha pronto un piano di privatizzazioni che non può che riguardare ciò che resta del patrimonio produttivo. Ansaldo Energia è già in vendita, seguiranno Enel, ENI, Finmeccanica, Fincantieri e Trenitalia, che opportunamente è già stata separata dalla rete delle ferrovie locali e pendolari in disarmo, per le quali non si spende nulla. E per chi non è d'accordo ci sono le truppe di Alfano e i teoremi di Caselli. Alitalia è già francese nonostante il paravento berlusconiano degli imprenditori patriottici, tra cui Riva, sì proprio lui, e Colaninno grande affondatore della Telecom, che aveva scalato con la benedizione di Massimo D'Alema. Le banche privatizzate sono state oggetto e soggetto sia delle svendite sia dei disastri industriali, dalla Fiat alla Pirelli a tutto il Made in Italy. Ed è bene ricordare che tutta la politica delle privatizzazioni dissennate degli anni 90 ha come autori principali Ciampi e Prodi, che Putin ha definito l'altro suo amico italiano assieme a Berlusconi. Anche nel disastro industriale del paese trionfano le larghe intese e non da oggi. La vera differenza tra PDl e PD è che il primo è il partito di un solo padrone, mentre il secondo vuole rappresentarli tutti. E tutti assieme controllano la formazione del senso comune , in modo che anche i cittadini vivano, senza colpa, a loro insaputa. Sono due mesi che la casta politica,manageriale e finanziaria ci spiega che c'è la luce in fondo al tunnel. È una balla, ma come si fa a non crederci visto che il Presidente della Repubblica invoca e impone stabilità proprio sulla base di essa. Intanto i dati sul reddito di una delle province più ricche d'Italia, Brescia, parlano di tutta un'altra storia. Nel 2011, quando il peggio della crisi doveva ancora venire, il reddito medio della provincia lombarda è calato dell'11% rispetto all'anno precedente, meno 2500 euro su poco più di 20000. E sappiamo che questa è una media del pollo perché nella crisi i più ricchi si arricchiscono. Eppure secondo l'Istat la gente vede rosa e questo ottimismo può essere speso in Borsa e soprattutto per salvare il governo delle larghe intese. Ottimismo diceva Tonino Guerra in una pubblicità, chi non è ottimista è un disfattista. Andrà avanti, anzi indietro, così fino a che ci sarà una rottura con le politiche economiche italiane ed europee di questi ultimi trenta anni. E fino a che la classe politica e imprenditoriale responsabile, anche a sua insaputa, di esse non verrà mandata a casa. Uno ai domiciliari, a casa gli altri responsabili del disastro, a partire dal loro massimo rappresentante Giorgio Napolitano. www.rete28aprile.it -- Newsletter di del sito Rete28aprile.it web: http://www.rete28aprile.it Iscrizioni: retenews-subscribe@liste.rete28aprile.it Cancella: retenews-unsubscribe@liste.rete28aprile.it

martedì 23 luglio 2013

Il fallimento non sindacabile di Napolitano - di Giorgio Cremaschi R28A

Il 23 giugno del 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un indirizzo all'assemblea della Confcommercio, poneva come priorità la riduzione del debito pubblico e a tal fine la rigorosa applicazione dei vincoli europei. Allora il debito era pari a circa il 120% del PIL. Dopo due anni di politiche di austerità in applicazione dei vincoli europei, attuate da governi promossi e sostenuti dal Presidente della Repubblica, il debito pubblico è al 130 del PIL, quasi 150 miliardi in più. (...)


Questo dato è accompagnato da un milione e mezzo di disoccupati in più, dal calo brutale dei redditi e dei consumi, da una crisi che non accenna minimamente a finire, contrariamente alle chiacchiere di Visco e Saccomanni. La stessa caduta dello spread e degli interessi perde effetto di fronte alla crescita complessiva del debito. Unico dato positivo la Borsa, dove la speculazione ha fatto plusvalenze del 30 %, nonostante la caduta della economia reale, creando così le premesse per una nuova bolla pronta ad esplodere.

Se Giorgio Napolitano fosse formalmente il capo del governo, un simile clamoroso fallimento rispetto ai suoi stesi propositi lo porterebbe a dover rendere conto. Ma come, imponi duri sacrifici per ridurre il debito, e poi il debito aumenta? Quale capo del governo potrebbe continuare tranquillamente di fronte ad una tale smentita delle sue scelte?

Ma Giorgio Napolitano, non è il capo del governo, è il Presidente della Repubblica che rappresenta l'unità della nazione. Le sue responsabilità non esistono, anche se tutti sappiamo che Monti e Letta hanno governato e governano in virtù del sostegno esplicito e a volte brutale del Quirinale.

Ma non è finita qui, perché tutte le istituzioni politiche italiane a loro volta fanno derivare le loro decisioni economiche dai vicoli europei.

Il 4 agosto del 2011 Draghi, allora governatore della Banca d'Italia, e Trichet, allora presidente della BCE, inviarono al governo Berlusconi una lettera che definiva quasi in dettaglio il programma delle politiche di austerità. Tremonti, Monti e Letta hanno seguito scrupolosamente quel copione. A cui si sono aggiunti gli ulteriori vincoli del FIscal Compact e del pareggio di bilancio costituzionalizzato. Tutti sostenuti con la massima forza dal presidente Napolitano.

Il parlamento e i principali partiti di governo, ma anche quelli comunque legati al carro del centrodestra e del centrosinistra, hanno solo potuto ratificare decisione già prese e imposte in altre sedi.

Così, mentre il teatrino del nulla dei partiti imperversa nel circuito mediatico, le decisioni vere sono assunte e sostenute da sedi formalmente irresponsabili. Non vorremo mica uscire dall'Europa, non vorremo mica infrangere l'unità della nazione!

Il Parlamento, unico responsabile di fronte ai cittadini, diviene in realtà privo di responsabilità, non può decidere neppure sugli F35, ha ricordato recentemente il Quirinale. E il presidente del Senato ha fermamente rimbeccato un senatore 5 stelle che va a accanato al ruolo del Capo dello Stato

La nuova legge di bilancio questo autunno sarà varata da un parlamento privo di potere, perché la Commissione Europea potrà intervenire e cambiare le poste, se queste non corrisponderanno ai vincoli del fiscal compact e di tutti gli altri patti europei per l'austerità.

Così questa politica fallimentare andrà avanti perché i suoi veri titolari, la Troika europea ed i Presidente della Repubblica, sono formalmente insindacabili.

Su questa finzione istituzionale affondano l'economia e la democrazia del nostro paese.

È bene allora che le mobilitazioni che finalmente si annunciano per l'autunno si rivolgano non solo verso il governo e i suoi impresentabili partiti, ma verso chi sopra di loro, in Italia ed in Europa, ha preso le decisioni che ci han portato a questo disastro.



venerdì 5 luglio 2013

Cinguetti di Letta - Corte Costituzionale da ragione alla Fiom - Natuzzi choc : 1726 licenziamenti


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Licenziamenti di Stato

Per conoscenza da contropiano.org

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giovedì 27 giugno 2013

Pacchi e cacciaballe come sempre sul lavoro 27 giugno 2013 - Giorgio Cremaschi gcremaschi.r28@gmail.com

A ben guardare sulla stampa,  le uniche soddisfazioni visibili per i provvedimenti del governo sul lavoro, a parte che da Letta stesso, vengono da Berlusconi e dai gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL.

Berlusconi è andato da Letta e poi dal Capo dello Stato, il quale evidentemente non ha problemi a ricevere frequentemente un pluricondannato per reati gravissimi, e ha espresso pieno sostegno al governo e al suo operato. Se evidentemente così il capo del PDL cerca di far dimenticare i devastanti guai con la giustizia, i gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL mostrano ancora una volta di aver dimenticato cosa deve dire e fare un sindacato in momenti come questi. In Portogallo oggi si sciopera contro l'austerità, qui da noi i leader dei grandi sindacati approvano misure ridicole che stanno alle politiche di austerità come una ciliegina vecchia su una torta andata a male. (...)

Il provvedimento del governo non riduce di una sola unità l'ammontare complessivo della disoccupazione, ma semplicemente la ridistribuisce in piccola quota.

Il ministro Giovannini, che come ex capo dell'ISTAT sa come far ballare i numeri davanti a mass media ottusi e bendisposti, ha detto che questa misura ridurrà del 2% la disoccupazione giovanile sotto i trent'anni e subito il suo annuncio è stato rilanciato come un fatto enorme.

Facciamo un piccolo conto. Il governo ha annunciato che con i suoi provvedimenti ci saranno 200000 assunzioni di giovani. Se questo fosse vero e, come dice Giovannini, corrispondesse ad un calo del 2% dell'ammontare complessivo della disoccupazione giovanile, vorrebbe dire che questa assomma a ben 10 milioni di persone, un numero  forse superiore a tutta la popolazione tra i 18 e i 30 anni.....

Evidentemente non è così e Giovannini ci dice tra le righe, dove i mass media di regime non guardano e non fanno guardare, che la riduzione della disoccupazione giovanile sarà molto inferiore alle assunzioni previste, diciamo a spanne attorno a un decimo.

Quindi la disoccupazione giovanile viene ridotta di 20000 persone. È le altre 180000? Ammesso che si verifichino tutte,  esse saranno chiaramente assunzioni di giovani che non riducono la disoccupazione perché le aziende avevano già programmato di farle.

Tito Boeri su La Repubblica afferma che le attuali assunzioni di giovani sono 120000 al mese. Il programma del governo è scaglionato su 4 anni...

Quindi i soldi pubblici andranno soprattutto a quelle medie e grandi aziende che vanno meglio di altre e che avevano comunque bisogno di assumere. Un puro regalo.

Ma i 20000 di Giovannini? Bè temo che a quelli corrispondano altrettanti licenziamenti per lavoratrici e lavoratori di altre fasce di età.

Non bisogna mai dimenticare infatti che tutti gli indicatori economici dicono che la disoccupazione complessiva aumenterà. Quindi i posti di lavoro che si perdono sono di più di quelli che si creano e se si incentivano le assunzioni per una certa fascia di età, ovviamente altre generazioni  vengono licenziate di più

In concreto avremo aziende che si libereranno delle e dei dipendenti con più di 50 anni per assumere giovani che pagano con un salario molto  basso e sui quali sono sgravate dai contributi. E siccome si va in pensione a 70 anni e ci sono già schiere di esodati, è chiaro che le aziende licenzieranno per assumere.

È la famosa staffetta generazionale, condannata da quella associazione sovversiva che è l'Organizzazione del lavoro delle Nazioni Unite. Perché, afferma l'ILO, in realtà distrugge lavoro buono e reddito.

Quindi la sostanza è che le misure del governo daranno qualche piccolo risultato nella direzione voluta solo se verranno licenziati padri e madri per far posto ai figli.

In una condizione di crisi e recessione ci sono solo due modi per ridurre davvero la disoccupazione. Il primo e fare investimenti che creino lavoro aggiuntivo, il secondo è quello di ridurre l'orario tra gli occupati per redistribuire il lavoro tra più persone.

Il governo rifiuta entrambe queste vie nel nome dell'austerità europea, e dunque può solo tirare la coperta sempre più stretta da un lato o dall'altro, aumentando la precarietà e la disoccupazione complessiva.

Non è un caso che il piano giovani sia accompagnato dalla davvero notevole impresa di essere riusciti a peggiorare la legge Fornero, agevolando ancor di più le assunzioni a termine e senza controllo.

Le ricette sul lavoro del governo Letta sono dunque le solite misure liberiste che si adottano in tutta Europa, con fallimento progressivo. Il paese che da più  anni governa il mercato del lavoro con pacchetti di misure come quelle appena decise è la Spagna: l'unico grande stato europeo con una disoccupazione complessiva e giovanile superiore alla nostra.

Quindi queste misure falliranno e sprecheranno, come tutte le politiche del lavoro degli ultimi venti anni che ora sono ben sintetizzate da un governo che raccoglie il fallimento della destra e quello del centrosinistra.

Del resto questa sintesi fallimentare non si esprime solo sul lavoro. Su tutto il governo delle larghe intese o rinvia, o vende fumo, o fa il gioco delle tre carte.

Si rinvia l'IVA e intanto si aumentano le tasse qua e là. Si vota una pausa di riflessione parlamentare sugli F 35 e la si fa coincidere con una pausa dei lavori prevista dal contratto di acquisto degli aerei, che viene confermato.

Si rinvia, si confezionano pacchi mediatici, si cacciano balle con la faccia seria e rigorosa.

Forse la soddisfazione di Berlusconi è più di fondo: se lui è al  tramonto, la sua eredità culturale e politica si consolida nel regime delle larghe intese.

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martedì 25 giugno 2013

I lavoratori del Colosseo hanno ragione e il Corriere ha torto

Giorgio Cremaschi - gcremaschi.r28@gmail.com  

Lo scandalo mostrato  della grande stampa per la assemblea dei lavoratori del Colosseo, che ovviamente per qualche ora ha fermato i turisti, è davvero scandaloso. I  lavoratori del più celebre sito archeologico e architettonico italiano hanno completamente ragione. Subiscono tutti gli effetti delle politiche di austerità e della spending review e sono costretti, per mandare avanti il servizio, ad operare sotto organico e in condizioni sempre più dure e difficili. Sono encomiabili per quello che fanno sempre. Poi si riuniscono  in  assemblea, perché non ne possono più ed è un loro sacrosanto diritto farlo, e apriti cielo! (...)
Il Corriere della Sera sbatte in prima pagina il mostro che allontana i turisti e danneggia la già così fragile economia. Colpa dei lavoratori, hanno un posto? Si accontentino e basta!

L' Italia ha un patrimonio di beni culturali unico al mondo. Bisognerebbe spendere una marea di soldi pubblici per valorizzarlo non solo per il turismo, ma soprattutto per il bene del paese e delle generazioni che vi abitano e vi abiteranno. Si potrebbero creare così centinaia di migliaia di posti di lavoro, anche di alta qualità. 

E invece i posti si tagliano e si precarizzano, mentre il patrimonio culturale va in malora o viene svenduto.  

Il Maggio Musicale fiorentino chiude, mentre pare che il governo per far soldi voglia affittare ai privati le opere d'arte che non può gestire per mancanza di personale.

In Grecia sono più avanti, abbiamo visto le lacrime dei musicisti della orchestra sinfonica di stato che viene soppressa, lì tutto ciò che è pubblico o viene liquidato o svenduto ai privati.

I lavoratori del Colosseo dovrebbero avere il pubblico elogio per aver fatto emergere solo  un po' di quello che accade e di quello che si prepara se continuerà la politica di austerità. Ma il Corriere e la grande informazione,  giustamente attenti e persino comprensivi verso le rivolte sociali che esplodono dalla Turchia al Brasile, fanno fatica a capire le ragioni di una assemblea sindacale.

Bè dovranno aggiornarsi rapidamente e un bel pò,  perché il rifiuto delle politiche di austerità alla fine arriverà anche da noi nelle strade e nelle piazze, e lo vedranno bene anche i turisti.

 

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IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)