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martedì 20 marzo 2018

punk 4 Afrin a Pordenone

Concerto in solidarietà con il popolo curdo oppresso. 
I gruppi cominceranno a suonare puntuali alle 17:00!

SELF TITLED (Punk\HC dalla Serbia come il Buran) https://selftitledbeocin.bandcamp.com/releases
DALTONIC OUT CRY (Old skool HC da Pordenone) 
https://daltonicoutcry.bandcamp.com/

Fermiamo l'aggressione dello Stato Turco contro il cantone di Afrin!!

Dal 20 gennaio 2018, l'esercito turco e i suoi alleati jihadisti (militanti dell’esercito libero siriano (FSA) armati e addestrati dalla Turchia), con la complicità degli Stati Uniti e della Russia e il silenzio dell'Europa, stanno attaccando il cantone di Afrin nel nord della Siria (Rojava). La Turchia, paese Nato, continua a colpire le Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG e YPJ che hanno sconfitto l'Isis e con l'avvio dell'operazione “Ramoscello d'ulivo” sta compiendo attacchi sistematici e brutali sui civili (ad oggi, sono 60 i civili ad essere stati uccisi e 153 feriti durante gli attacchi), sulle infrastrutture e sul patrimonio artistico (è stato colpito il complesso di templi di Ain Dara Hittite) mettendo in atto una vera e propria pulizia etnica.
Nonostante l’embargo e i blocchi delle forniture, Afrin è riuscita ad accogliere centinaia di migliaia di rifugiati e profughi interni che sono fuggiti dal terrorismo del Fronte Al Nusra e dello Stato Islamico, condividendo con loro il pane e la terra. Un largo numero di civili uccisi dagli attacchi turchi negli ultimi giorni erano proprio rifugiati. Specialmente il campo rifugiati di Rubar (dove trovano rifugio oltre 20.000 profughi provenienti da diverse parti della Siria) è stato preso di mira dagli attacchi.
La Turchia che a lungo è stata la maggiore sostenitrice dei gruppi di opposizione islamisti, in particolare del Fronte Al Nusra e di Isis, non si è risparmia alcuno sforzo per sopprimere i curdi. Dopo il suo fallimento a Kobane, l’esercito turco, che agisce su ordine del Partito per la Giustizia e lo sviluppo (AKP) e del suo leader Erdogan, ha iniziato a diffondere il suo odio a Afrin nel tentativo di liberarsi dei curdi.
Da alcuni anni in Rojava si sta portando avanti un progetto di autodeterminazione del popolo curdo e dei popoli presenti nel nord della Siria che va sotto il nome di “Confederalismo democratico”. Un progetto pluralista di democrazia diretta, che supera l'idea di Stato-nazionale per mettere in pratica l'autogoverno delle assemblee popolari e nuove forme di strutturazione sociale basate sulla pari rappresentanza e sulla cooperazione fra tutti i popoli della Siria e del Medio Oriente.
Questo esperimento sociale rappresenta una vera e propria minaccia per chi sta usando il Medio Oriente al fine di portare avanti le proprie mire di dominio imperialista e nazionalista.
La guerra, gestita dalle potenze occidentali e dai suoi alleati attraverso la “guerra per procura”, ha tra i suoi obiettivi il controllo delle materie prime (in primis il petrolio) e la distruzione di un esperimento politico e sociale che potrebbe essere preso come esempio da altri popoli del Medio Oriente per liberarsi definitivamente dal dominio degli Stati.

Fermiamo l’aggressione della Turchia contro il cantone di Afrin che è un atto criminale, un massacro contro il popolo curdo a cui il resto del mondo assiste in silenzio e complicità.
Sosteniamo il “Confederalismo democratico” e la lotta per l'autodeterminazione del popolo curdo.

Iniziativa Libertaria - Pordenone

giovedì 2 marzo 2017

Kurdistan iraniano

La rivoluzione islamica nasconde una repressione crescente contro le donne e le popolazioni indipendentiste tradite dalla Nuova Repubblica: soprattutto i Curdi.
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L'11 febbraio del 1979, le forze di Khomeini, insieme con settori della sinistra, islamisti e indipendentisti, rovesciavano la monarchia dei Pahlevi. Sempre l'11 febbraio, dopo la morte di centinaia di manifestanti durante le rivolte che si erano diffuse in più di un anno, venne istituito un Consiglio di transizione che ha portato all'attuale Repubblica dell'Iran. Il 1979 fu un momento cruciale per l'Iran e tutto il Medio Oriente, che avrebbe trasformato le condizioni geopolitiche e strategiche del paese nella regione, della regione con il mondo e anche del mondo con l'Iran.

Con la caduta della dinastia Pahlevi, il vuoto di potere è stato riempito dalla teocrazia degli Ayatollah. La rivoluzione islamica nasconde una repressione crescente contro le donne e le popolazioni indipendentiste tradite dalla Nuova Repubblica: soprattutto i Curdi. Sotto la tutela dei giuristi islamici le donne sono state segregate nelle aree pubbliche, sono state costrette a indossare burqa e chador, la coeducazione di maschi e femmine è stata vietata, i divorzi sono unilaterali (ad esempio, se è l'uomo che lo  desidera), per continuare con i delitti d'onore , la morale islamica governa sia la vita privata che pubblica, il tutto sotto pena di morte. Simile destino attende i Curdi e le Curde intrappolati/e  sotto questa Repubblica. Il regime non perdona loro il  tentativo di aver perseguito l'indipendenza con la Repubblica di Mahabad (1941-1946), nè l'insurrezione curda contro la nuova autorità di Khomeini (1979), nè la rivendicazione dell'autodeterminazione del Rojhilat (Kurdistan iraniano).

La guerra santa: uno  strumento unificante

Quando il vuoto di potere è stato riempito dagli ayatollah dopo la caduta della dinastia,  i Curdi si sono rivoltati contro le autorità locali dei Pahlevi del Rojhilat e avevano occupato le loro terre ancestrali. I "rivoluzionari khomeinisti" hanno cercato di placare la rivolta con la morte e la repressione, fallendo nel loro tentativo. Il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDP) ha ricevuto il sostegno incondizionato da parte della popolazione e le autorità del nuovo governo sono state costrette a negoziare. Le promesse di autodeterminazione da parte dei rivoluzionari prima della "presa" del potere verranno disattese, Khomeini negò la possibilità di autonomia per i Curdi e li accusò di  separatismo. Nel frattempo, in vista delle crescenti tensioni, entrambe le parti in conflitto riorganizzavano le forze decimate: Khomeini fece accordi con le forze repressive pro-Pahlevi e riunificò il comando militare, mentre i rivoluzionari del PDKI riorganizzarono le loro forze dopo i massacri subiti dai khomeinisti .

Lo scontro era imminente. Alla vigilia del Newroz (Capodanno curdo) i peshmerga curdi attaccarono il quartier generale della polizia in tutto il Kurdistan iraniano, mentre le forze repressive si ritiravano. Dopo le celebrazioni del Newroz ci fu un cessate-il-fuoco e ripresero i negoziati. Il cessate-il-fuoco durò meno di un mese e in aprile i battaglioni iraniani attaccarono le popolazioni curde, gli scontri furono durissimi e la popolazione fu massacrata. L'artiglieria pesante intervenne contro la popolazione, la cavalleria leggera attaccava le case. Tutto il territorio del Rojhilat venne occupato da forze di invasione e i membri del PDKI lottarono fino alla morte, o furono fatti prigionieri e impiccati o nel migliore dei casi scelsero l'esilio. L'insurrezione venne schiacciata e i colonialisti, incoraggiati, saccheggiarono tutti i beni dei rivoluzionari/e curd/e.

Dopo l'enorme dispiegamento militare, migliaia di basi iraniane vennero stabilite al confine con il Rojhilat. I popoli del Kurdistan iraniano si ritrovarono controllati da nuclei di guardia militare che vigilavano sui movimenti della  popolazione di villaggio in villaggio. Una vasta rete di repressione si diffuse sul territorio curdo e ancora oggi, nel 2017, non è stata ritirata. Venne proibito il culto delle ancestrali religioni curde, venne vietata l'istruzione nella lingua madre e venne imposta l'istruzione in Farsi -la lingua persiana- le manifestazioni vennero vietate insieme al diritto di organizzarle, vietata l'aperta professione di cultura curda, imposto il burqa per le donne, ecc. Lo stato iraniano mostrava il suo regno del terrore, da un lato, mentre dall'altro promuoveva politiche di assimilazione islamica. La maggioranza dei popoli curdi trova ancora il proprio rifugio spirituale tra sunniti e sciiti. Ma venne dichiarata una guerra santa: o stai con Dio o contro di lui (o sei con me o contro di me) e a stabilire i parametri erano i giuristi islamici iraniani.

L'espropriazione culturale: un genocidio moderno

Dopo il trionfo della rivoluzione islamica la rivolta curda venne schiacciata e le aree liberate del Rojhilat rimasero in mani persiane. Migliaia di guerriglieri furono costretti all'esilio, molti di loro trovarono la morte nelle lunghe marce attraverso le montagne al confine tra Iran e Iraq. Da allora le montagne sono il rifugio per le forze rivoluzionarie, per la lotta guerrigliera e  i tentativi di auto-determinazione del popolo curdo continuano.

Nel corso dei decenni successivi, le forze di Khomeini hanno costretto le persone a migrare in modo sistematico. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case, i villaggi e il territorio, per essere trasferite in nuove aree. L'habitat che le ha viste crescere, che ha modellato la loro cultura e la loro vita, è stato occupato al fine di fornire la terra per i proprietari persiani. Tra il 1980 e il 1990 circa 40.000 persone troveranno la morte per mano del regime di Teheran. La guerra Iran-Iraq ha colpito duramente attraverso i confini della popolazione curda, che è stata decimata considerevolmente. All'espropriazione delle loro terre, alla detenzione e all'assassinio, è seguita una rigorosa politica di privazione del diritto di associazione e di espressione delle religioni autoctone.

Tuttavia, nel decennio 1995-2005 c'è stata qualche apertura democratica nei confronti dei Curdi e delle diverse culture etniche all'interno dei confini iraniani. Il governo di Mohammad Khatami (1997 - 2005) ha promosso tavoli di dialogo con i rappresentanti curdi, che sono stati chiamati a sedere in parlamento. La lingua curda è stata permessa ufficiosamente, le espressioni curde legalizzate e alcuni partiti politici sono entrati nel parlamento della Repubblica. Ma queste coraggiose, anche se timide, libertà verranno presto contrastate dal vasto apparato di repressione radicato nello stato. Le forze  militari sono state istruite per schiacciare i Curdi e la macchina statale è per sostenere un'identità unica: l'Iran.

Il 2005 è stato un punto di svolta per i separatisti curdi. L'omicidio di un giovane curdo per mano delle forze repressive iraniane, visto in tutto il mondo, darà inizio ad una serie di rivolte popolari simili a quelle del 1999, quando fu imprigionato Abdullah "Apo" Ocalan dal regime turco. Queste rivolte si sono diffuse non solo in tutto il Rojhilat ma anche a  Teheran e in diverse province in cui le maggioranze etniche si oppongono al regime. Dal 2005 al 2011, dopo il clamore delle rivolte popolari, sono  nate delle organizzazioni radicali: i socialisti libertari, i marxisti-leninisti e gli  indipendentisti. Hanno forgiato nuove strutture di guerriglia non più in esilio, ma all'interno delle città più importanti. Il Partito per la vita libera in Kurdistan (PJAK), un gruppo scissionista del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDP), ha ripreso le tattiche di lotta per l'autonomia contro il regime invasore, per ripristinare l'autodeterminazione e la vita democratica confederata all'interno dell'Iran.

La risposta: rivoluzione permanente fino alla autodeterminazione popolare


La campagna di repressione contro la nazione curda si è intensificata. La repressione politica e culturale peggiora sempre di più mentre vengono vergate queste righe. Il regime iraniano ha aumentato il numero dei prigionieri politici con condanna a morte. Gli argomenti segregazionisti per condannare un curdo al martirio vanno dalla "inimicizia contro Dio" (perchè non professa la stessa religione, o perchè è ateo, o per aver resistito ad una guardia iraniana) all'abbigliamento (soprattutto per le donne che non indossano il burqa) fino ad una manifesta affiliazione curda. Dalla metà del 2014 alla metà del 2016, 12.000 Curdi sono stati condannati al carcere, una cifra che non include le migliaia di sparizioni e uccisioni extragiudiziali. Nel 2016 un certo numero di attivisti curdi sono stati accusati di attività terroristiche e condannati all'impiccagione. Attualmente, a migliaia sono in attesa di esecuzione per le loro attività a favore della causa curda. Questi dati non includono i vari gruppi etnici oppressi del paese.
L'Unione delle donne libere del Kurdistan orientale (Kjar) ha lanciato un appello alla popolazione curda di fronte all'intensificarsi delle esecuzioni, degli arresti e delle torture contro i militanti e contro i civili. Adottando le tesi del Confederalismo democratico avanzate da Abdullah Ocalan, il Kjar ha avvertito il regime iraniano che se non vuole fare i conti con la storia e continua a ignorare le richieste di libertà dei popoli curdo e persiano, tra gli altri, è prevedibile l'avvento di una situazione simile a quella dell'Iraq, della Siria e della Turchia. La lotta rivoluzionaria si è intensificata e con essa il confronto per la creazione di un modello democratico che rispetti singolarità etniche, politiche e religiose, alla ricerca di una nazione democratica, multietnica, multireligiosa in uno stato laico.

Il Partito per la vita libera in Kurdistan ha attualmente 3.000 guerriglieri e guerrigliere in armi. Nonostante il cessate il fuoco del 2011 (a causa dell'inizio della guerra civile in Siria), e data la situazione in Medio Oriente, le speranze di cambiamenti significativi all'interno dell'Iran non sono ancora andati perduti. Una grande alleanza delle forze curde e l'unità nazionale del movimento sta fermentando nei fronti di battaglia. La situazione attuale porta alla preparazione di una risoluzione specifica della questione curda. Nonostante gli scontri spasmodici tra le forze regolari iraniane e i guerriglieri e guerrigliere del PJAK, ancora resta aperta una soluzione pacifica e democratica che contempli la multiculturalità nella regione.

Siamo di fronte ad un processo rivoluzionario in tutto il Kurdistan, le quattro regioni (Rojhilat, Rojava, Bakur e Bashur) devono affrontare varie situazioni di combattimenti di misura maggiore o minore a seconda dello stato occupante (Iran, Siria, Turchia e Iraq). Solo un approccio globale alla questione curda, il rilascio dei prigionieri e dei prigionieri politici, il riconoscimento della parità di diritti tra uomini e donne, la liberazione delle donne, il riconoscimento del multiculturalismo che compone la regione, la secolarizzazione degli stati-nazione, per apprestarsi alla formazione di una nazione democratica, faranno riacquistare la pace nella regione.

***

Nel frattempo, Abdullah Ocalan vive nell'isola-prigione di Imrali. Il leader dei popoli liberi del Kurdistan ha trascorso 18 anni  evocando carezze ed abbracci, di cui può godere solo simbolicamente. I libri gli sono stati amici, dandogli senno e  saggezza. La tortura a cui è costretto dall'isolamento da tutte le forme di vita, fatta eccezione per i microrganismi che crescono tra le pareti destinate a fargli da volta, non è riuscita a piegare il suo spirito. Apo è una poesia scritta mille volte nella lotta del popolo curdo per l'auto-determinazione, è la lotta delle donne e degli uomini di buona volontà per un mondo più giusto, pluralista e democratico. Il socialismo libertario cresce nelle menti delle persone che lottano per dare un senso alla loro vita, nella storia delle società fino alla giornata trionfale in cui il popolo deciderà di farlo proprio.
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 21 ottobre 2016

Nella riconquista di Mosul, le YPG/J e la Guerriglia devono stare molto attente


ocalanI piani e le cospirazioni tra Turchia, Qatar ed il Governo Regionale Curdo (KRG in Iraq) contro la Rojava non hanno mai fine. Documenti messi a disposizione da Wikileaks di recente riguardano incontri ed accordi tra questi tre soggetti ed un incontro segreto tra Abu Bakr al-Baghdadi e Barzani, il capo del KRG, caso mai ci fossero stati dei dubbi. Basta guadare i link in fondo all’articolo.
Quando l’ISIS ha preso  Mosul andò a vantaggio della Turchia, del Qatar e del KRG. Anche la liberazione di Mosul potrebbe andare a loro vantaggio a meno che le YPG/J (le unità di difesa del popolo e delle donne della Rojava) e le forze della Guerrilla ne prendano consapevolezza e cambino la loro tattica.
Turchia, Qatar e KRG hanno completamente fallito nelle loro precedenti politiche che miravano a sconfiggere il movimento sociale nonchè a distruggere i Cantoni in Rojava, nonostante ce l’abbiano messa tutta: dall’invasione di Mosul, all’attacco a Kobane, dagli atti terroristici alla no-fly zone in Rojava fino al fallimento dell’azione combinata tra Turchia ed Arabia Saudita per entrare in Siria ed attaccare le forze curde col pretesto di combattere i gruppi terroristici.
L’attuale piano è quello di “riprendere Mosul”. Questo piano nasconde una cospirazione ed un progetto segreto. Che potrebbe essere pericoloso; se le YPG/J e la Guerriglia non cambiano tattica, potremmo perdere tutto quello che è stato conquistato in Rojava.

Qual è il piano segreto?

L’anno scorso c’erano alcune ragioni per l’esercito turco per attraversare il confine e posizionarsi nei pressi di Mosul. Una è di carattere storico: Mosul era una delle regioni dell’Impero Ottomano dei tempi che furono. Le altre ragioni: dopo la sconfitta subita dalla Turchia e dall’ISIS a Kobane, la Turchia ritiene importante difendere l’ISIS se fosse attaccato a Mosul allo scopo di poter tornare a Raqqa e nel suo territorio in tutta sicurezza. Si tratta anche di proteggere le autobotti piene di petrolio che trasportano greggio a basso prezzo in Turchia ed a Raqqa, di fare pressione sulle YPG/J e sulla Guerriglia che stanno proteggendo la comunità Yazida, ma anche di aiutare i Peshmerga di Barzani se entrano in conflitto con le forze della YPG/J e della Guerriglia. Più importante ancora diventa il “grande piano o il piano segreto”, nel tentativo di riprendere il controllo di Mosul. Se come anticipato l’esito sarà la sconfitta dell’ISIS, la conseguenza potrebbe essere lo spostamento dell’ISIS verso Jazerra. Questo è lo scopo principale ed originario del piano.
Un piano deciso molto tempo fa. C’è da sperare che quando l’ISIS sarà sconfitto, non avendo  nessun posto dove spostarsi non vada verso al-Rabia. Al-Rabia e le aree intorno sono sotto il controllo dei Peshmerga di Barzani. In questa situazione sarebbe facile per loro penetrare in Jazeera. Una volta presa Jazeera il piano previsto è quello di scatenare l’attacco contro le YPG/J ed i suoi abitanti. Ciò che rende questo piano perfetto è l’esistenza del Consiglio Nazionale Curdo—l’organismo ombrello dei partiti curdi siriani creato con Barzani come sponsor. Se questo Consiglio in quanto alleato di Barzani non sostiene direttamente l’ISIS, certamente lo sostiene indirettamente.
Le YPG/J, la Guerriglia e forze Yazide alla riconquista di Mosul dovrebbero eludere la tattica della Turchia e di Barzani. Dovrebbero prendere parte alle operazioni militari in modo poco impegnativo. La tattica migliore sarebbe quella di radunare tutte le loro forze nella regione al di là del fronte per resistere ad un ritorno dell’ISIS verso i confini di Jazeera. E’ estremamente importante impedire loro di entrare in Jazeera. Dovrebbero essere distrutti oppure costretti a spostarsi dentro l’Iraq e nel Bashur (Kurdistan iracheno). Che siano il governo iracheno ed il KRG curdo ad aver a che fare con l’ISIS come hanno fatto fin dall’inizio o meglio non hanno fatto quando l’ISIS prese Mosul, permettendo il genocidio degli Yazidi.
E’ necessario che le YPG/J e la Guerriglia si defilino da questa guerra che ha come obiettivo il cuore della Rojava, Jazeera; occorre che eludano la tattica della Turchia e del KRG allo scopo di proteggere e mantenere tutto ciò che hanno costruito finora.

di Zaher Baher
Agosto 2016


(traduzione a cura di AL/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)
da http://anarkismo.net/article/29516

Links for reference:

ISIS survives largely because Turkey allows it to: the evidence …
https://undercoverinfo.wordpress.com/2015/11/20/isis-su…ence/>*
WikiLeaks Reveals Saudi Arabia, Turkey & Qatar Secret Anti-Sy
https://www.google.co.uk/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&sourc…nRdqQ
Yerevan Saeed one of the Rudaw TV staff that financed by the Prime minster of KRG, Necheravan Barzani passed information on MIT about the PKK movement and its relationship with the Kurdish political parties in Bashur.
https://wikileaks.org/…/1446311_-fwd-re-guidance-questions
In the link below Yerevan Saeed informing MIT about the movement of PJK ( the PKK sisterhood in Iran) on the Iran/ Iraq borders
https://wikileaks.org/…/1824264_re-s3-g3-iraq-turkey-iran-c
In the link below Yerevan Saeed informed MIT that PKK wants to have relationship with Israel.
https://wikileaks.org/…/1147093_re-insight-pkk-and-alledged
zaherbaher.com

venerdì 2 settembre 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
di Pier Francesco Zarcone


L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.
Nel complicarsi della situazione nel nord siriano non colpisce tanto il basso tono della protesta di Damasco - oggettivamente non in grado di fare di più - quanto l'assenza di forti prese di posizione da parte di Russia e Iran. Questo fa pensare a molti osservatori che esista un accordo (per lo meno tacito) fra Ankara, Mosca, Damasco e Teheran; accordo che non sarebbe privo di ragion d'essere in base ai rispettivi interessi. I Curdi di Siria - sentendosi spalleggiati dagli Usa - hanno dato sfogo alle proprie ambizioni forse con eccessiva fretta e troppo scopertamente, talché su di loro incombe ora il rischio di restare abbandonati a sé stessi se per caso dovesse ridursi l'importanza del ruolo militare contro l'Isis fin qui ricoperto. La cosa si chiarirà meglio se e quando ci sarà l'attacco dell'Ypg contro Raqqa.
Essendo arrivati ai ferri corti Damasco e l'Ypg a Qamushly e Hasakah, ed essendo una delle conseguenze dell'iniziativa turca la distrazione di almeno 5.000 ribelli siriani dal fronte di Aleppo a Jarablus, per il momento la mini-invasione turca può anche essere segnata dai governativi nel saldo positivo della "contabilità bellica". Anche per l'Iran - al cui interno esistono minoranze curde e arabo-sunnite, ancora in stato di quiete - meno successo ottengono i Curdi in Siria e Iraq tanto meglio è.
Nel caso degli Stati Uniti la questione è più articolata - ma per nulla indecifrabile - alla luce della massima di Churchill, valida anche per Washington: niente amicizie nelle alleanze, ma solo l'espressione di interessi particolari. Nel corso del conflitto siriano un costante interesse particolare degli Stati Uniti è consistito nella creazione nel territorio della Siria di zone-cuscinetto, ovvero di "santuari" non attaccabili dalle forze di Damasco e utilizzabili dai ribelli per operazioni belliche non solo frontaliere. Nel nord la cosa è sembrata possibile fino al 24 agosto utilizzando i Curdi, tanto più che gli altri ribelli sono in difficoltà ad Aleppo e le truppe regolari siriane avanzano ad occidente dell'Eufrate.
A conti fatti la mossa turca non va contro gli intendimenti degli Usa, giacché ai Curdi sono sostituibili altri ribelli sostenuti dalla Turchia. Per inciso, nel sud siriano sono le forze speciali britanniche a lavorare (senza autorizzazione alcuna) allo stesso scopo ai confini con Giordania e Iraq. Ma se il mutare dei fattori non incide sul risultato nulla avranno da eccepire Washington e Londra, e difatti la mini-invasione turca è avvenuta con la pubblicizzata copertura aerea statunitense.
Gli sviluppi iniziati col 24 agosto portano a considerare del tutto immotivati gli entusiasmi di quei nemici dell'Occidente che hanno dato per scontato il cambio di alleanze della Turchia dopo il fallito golpe. Tutto sommato - tenuto conto della rete di alleanze locali della Russia e il maggior affidamento che Mosca può dare ai propri alleati (anche perché di altri possibili non ce ne sono in zona) - le ambizioni di Erdoğan fuori dagli attuali confini turchi possono trovare realizzazione solo mantenendo una sia pur conflittuale alleanza con gli Usa. Per i suoi fini, le necessità di Erdoğan consistono nella balcanizzazione dell'area. All'inizio della crisi siriana si poteva puntare, come grimaldello, semplicemente sulla caduta del governo di al-Assad e sugli effetti conseguenti. Ora invece, poiché il rovesciamento del governo di Damasco non è più dietro l'angolo, balcanizzare comunque il balcanizzabile è obiettivo primario, anche per guadagnare tempo ai fini della continuazione della guerra. Ed ecco procedere "a braccetto" Ankara e Washington: ai Curdi provveda pure il buon Dio; non sarà né la prima né l'ultima volta che restano soli con una manciata di sterili illusioni.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 17 marzo 2016

La rivolta da fare nel Kurdistan iracheno

Questo articolo tratta della recente storia della costituzione del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e del tradimento perpetrato nei confronti del suo popolo. Il KRG è sprofondato nella corruzione, ha dovuto ingaggiare guerra con l'ISIS, si è visto arrivare un grande numero di profughi siriani e provenienti dall'Iraq centro-meridionale ed ora non è in grado di garantire i salari ai lavoratori. Di conseguenza ci sono state manifestazioni, proteste e boicottaggio del lavoro da parte delle persone. 
In questo articolo si cerca di spiegare perchè è importante organizzarsi indipendemente dai partiti politici.

Prima della Marcia della rivolta del 1991 in Kurdistan, i Peshmerga [le forze armate del PUK (Patriotic Union of Kurdistan ) e del KDP (Kurdistan Democratic Party)] virtualmente non esistevano, se non ai confini con l'Iran ed in aree remote. La guerra tra Iran ed Iraq e la campagna Anfal condotta dal precedente regime  costò la vita di oltre 180mila persone, sgomberate dai loro villaggi completamente distrutti e poi scomparse.  Quando scoppiò la rivolta, le forze governative furono sbaragliate dal movimento di massa e fu allora che il PUK ed il KDP furono reinsediati con l'aiuto degli USA e dei paesi occidentali. In breve tempo, i due partiti assunsero il controllo delle città e dei villaggi che erano stati liberati dal popolo. Nel maggio 1992, formarono e si spartirono una Amministrazione territoriale tramite elezioni farsa. Il 05/10/1992 iniziarono a combattere il PKK, in uno scontro durato circa 3 mesi. Nel 1995, il  PUK ed il KDP ruppero gli accordi, si combatterono l'un l'altro e si spartirono il Kurdistan.
Durante il conflitto, il PUK riportò una vittoria quasi completa nei confronti del KDP ed, a quel punto, il capo del KDP, Masoud Barzani, chiese l'appoggio dell'ex-presidente iracheno Saddam Hussein.
Il 31/08/96, l'esercito del regime precedente giunse a Erbil e salvò il KDP. In seguito, il KDP lanciò degli attacchi contro il PUK riuscendo ad assumere il controllo di molte aree, città e villaggi che prima si trovavano sotto il controllo del PUK. Questi non aveva altra scelta se non chiedere aiuto all'Iran, grazie a cui riuscì a riguadagnare il controllo delle località che aveva perso ed a rimettere in piedi la sua amminstrazione. Dopo questo conflitto, il PUK ed il KDP hanno assunto il controllo delle rispettive aree di influenza del Kurdistan. Il KDP ha posto la sua Amministrazione su Erbil e sulle città circostanti. Il PUK ha preso il controllo di Sulaymaniyah e delle città intorno.
Nel 2003 il precedente regime cadde dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli USA e dei paesi occidentali: si aprì così una straordinaria opportunità per il PUK e per il KDP per la creazione di un Kurdistan Regional Government, che venne costituito con le elezioni del 2005. Le seconde elezioni dopo l'invasione si tennero nel 2009. Dal 2005 al 2014 entrambi i partiti (PUK & KDP) sono state le forze principali nel KRG. Nelle ultime elezioni del 2014, gli equilibri di potere sono un po' cambiati. Il cosiddetto Movement of Change (Goran) formatosi nel 2007, è risultato il secondo partito più votato ed è entrato nel governo insieme a KDP, PUK, organizzazioni islamiche ed altri piccoli partiti. Tuttavia, la corruzione, il terrorismo, la scomparsa di persone, le uccisioni e l'assassinio di attivisti politici, scrittori, giornalisti e donne continuano senza sosta.
In breve, nessuna vera riforma è stata approvata nonostante la presenza del movimento ’Goran’ nel governo con KDP, PUK e gli altri. Infatti, la situazione è peggiorata. Nell'ottobre del 2015, il KDP ha rimosso tutti i parlamentari, i ministri ed i presidenti parlamentari del movimento Goran vietando loro di far ritorno a Erbil. Da allora ogni vera attività parlamentare in Kurdistan è completamente cessata. 
E' il Popolo che è in crisi e non il KRG.
IL popolo del Kurdistan iracheno (Bashur) sotto il controllo del KRG è in una drammatica situazione economica e politica. Dall'ottobre 2015, il KRG non paga gli stipendi ad 1,4 milioni di dipendenti. Da febbraio 2016, gli insegnanti percepiscono solo metà del loro stipendio. Il KRG se la prende con il governo centrale iracheno che non verserebbe il dovuto 17% del bilancio nazionale. Il KRG esportava 550mila barili al giorno di greggio via governo centrale, il quale avrebbe dovuto restituirne i proventi in proporzione. Ora il KRG ha iniziato a vendere greggio evitando l'intermediazione governativa centrale e si tiene i proventi senza documentarne i dettagli riguardanti la quantità venduta ed a quali acquirenti.
Il KRG ha fatto sapere che ci sono altre ragioni che stanno prosciugando le sue risorse, quali il calo del prezzo del petrolio, la guerra all'ISIS ed i costi derivanti dal mantenimento di oltre 1,5 milioni di profughi siriani e delle regioni centro-meridionali dell'Iraq.
Dall'ottobre 2015, il commercio, i mercati, l'edilizia stanno rallentando e tutti i progetti sono fermi a causa della mancanza di fondi. Inoltre, migliaia di curdi, specialmente giovani, hanno lasciato il Kurdistan per andarsene in Europa. E' difficile per il popolo del Kurdistan vivere in condizioni così dure sotto il governo del KRG. Perciò, il popolo non ha alcuna scelta se non quella di protestare e boicottare il lavoro, soprattutto nelle città e nelle località sotto il controllo del PUK (Patriotic Union of Kurdistan).
Dall'inizio di febbraio 2016, ci sono state piccole manifestazioni e proteste a Erbil, la capitale del KRG, controllata dal Kurdistan Democratic Party (KDP). Molti uffici e molte scuole primarie e secondarie sono state chiuse perchè gli insegnanti ed altri impiegati non hanno i soldi per pagarsi il biglietto dei mezzi di trasporto per raggiungere il loro posto di lavoro. I prezzi al dettaglio sono aumentati di conseguenza, molti negozi e molte attività hanno chiuso.
Come da ogni parte, è il popolo che è in crisi e non il sistema, non il governo. Sono le persone che perdono la fiducia in se stesse, dipendenti come sono dai partiti politici. Sono le persone che perdono la fiducia nelle loro capacità e si mettono a cercare un capo che le guidi. E' il popolo che non impara dalle esperienze del passato, che ancora crede nella più famosa e potente bugia della storia che sono le elezioni parlamentari.
Non serve una rivolta qualsiasi.
Ci sono state molte rivolte in passato, in diversi paesi. Nel 1979 in Iran, nel 1991 nel Bashur (Kurdistan Iracheno), negli ultimi 5 anni le "Primavere Arabe". Però, le rivolte in tutti questi paesi sono sfociate in una terribile guerra civile o in un mutamento di regime che nei fatti non si è dimostrato migliore dei precedenti governanti. Le ragioni di ciò sono semplici, sia nel caso delle rivolte guidate da partiti politici sia nel caso di quelle guidate da persone che non avevano nessun piano per il dopo-rivolta e magari domate dagli USA e dai paesi occidentali. Queste rivolte miravano a cambiare il potere e non la società, volevano una rivoluzione politica e non una rivoluzione sociale, volevano portare dei cambiamenti dall'alto della società e non dal basso. Ecco perchè sono facilmente cadute sotto l'influenza degli USA, della politica e dell'economia neoliberista dei paesi occidentali. In conclusione, non solo non sono riuscite a portare alcun cambiamento, ma il dopo-rivolta è servito alle classi dirigenti, alle classi superiori ed agli interessi del sistema attuale molto più della situazione precedente. Questo fallimento ha disilluso le persone portandole in gran parte a non credere più in manifestazioni, proteste e nemmeno nelle rivolte.
Attualmente, tra i Curdi iracheni ci sono -specialmente tra le file dei comunisti, dei socialisti autoritari, delle sinistre e dei liberali- colloqui e prese di posizione per una rivolta. Quello che vogliono fare non porterà a niente di meglio di quello che è successo con le primavere arabe.
Al fine di evitare un'altra sconfitta e di realizzare i veri cambiamenti, abbiamo bisogno di formare gruppi locali radicali, non gerarchici, che siano antiautoritari, antistatalisti e contro il potere. Dobbiamo organizzarci nei quartieri, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, per le strade, nei villaggi. Abbiamo bisogno di formare comuni e cooperative, per insediare assemblee popolari ed il municipalismo libertario in ogni villaggio ed in ogni città. Utilizzando l'azione diretta e la democrazia diretta nel processo decisionale, che dovrebbe essere il modo di far progredire e sviluppare il potere popolare. Abbiamo bisogno di fare tutto questo indipendentemente dai partiti politici.Il nostro obiettivo deve essere quello di cambiare la società dal basso verso l'alto, e questo deve riguardare i cambiamenti politici e di governo,  i cambiamenti economici, educativi, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di lavorare sulla costruzione del potere del popolo  e non della dittatura del proletariato o di qualsiasi altro potere di classe.
Non ci serve una rivolta qualsiasi. Abbiamo bisogno di quel tipo di rivolta che ci permetta di fare cambiamenti reali nella creazione di una società socialista / anarchica. Questo può essere fatto attraverso il Confederalismo Democratico ed il comunismo libertario.

Zaher Baher
febbraio 2016
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 1 marzo 2016

LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone


LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA
di Pier Francesco Zarcone




Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti.


Le premesse tattico-strategiche
In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.
All'inizio della guerra l'Esercito Arabo Siriano (Eas) disponeva di circa 300.000 uomini (tre Corpi d'armata e un raggruppamento direttamente dipendente dallo Stato maggiore, per tredici divisioni: sei corazzate, quattro meccanizzate, due di Parà/Forze speciali, una meccanizzata di Guardie repubblicane, due brigate di fanteria indipendenti e sei reggimenti di Commandos indipendenti). Struttura portante per ogni comando di divisione, la brigata. La maggiore presenza di truppe (divisioni) all'inizio della guerra si trovava nella parte sudovest della Siria, l'11ª divisione era nella zona di Homs, la 18ª in quella di Aleppo, mentre la 17ª era nella parte est, zona di Deir Ezzour.
Non casualmente gli invasori takfiri avevano concentrato gli attacchi sulle città lontane dai centri con maggiore presenza di truppe governative (Hama, Homs e anche Aleppo), al fine di far concentrare su di esse il più consistente sforzo bellico, lasciando così sguarniti centri vitali; tenuto conto dei continui e abbondanti flussi di militanti jihadisti, questo avrebbe significato esporsi a una vasta manovra di accerchiamento non solo in caso di rovescio militare su quel fronte, ma anche qualora il massiccio concentramento governativo su esso venisse - per così dire - "agganciato" dal nemico, in modo da non poter effettuare manovre di ripiegamento senza incorrere in forti perdite. Tanto più che inizialmente l'Eas non era preparato a condurre una guerra non puramente convenzionale.
La prima fase del conflitto, quindi, fu di sostanziale ripiegamento difensivo e poco impegnata sul piano militare, mentre su quello politico il governo riscosse i suoi successi nel referendum costituzionale del febbraio 2012 e nelle elezioni di primavera: entrambi ignorati dai media e dai governi occidentali, in quanto suscettibili di far argomentare (non foss'altro per l'entità della partecipazione popolare) che tutto sommato l'elettorato siriano preferiva lo statu quo alle scelte auspicate da Washington e dall'Ue. Si trattò di successi politici del tutto ininfluenti sul piano militare, e infatti la stessa Damasco fu direttamente minacciata dai jihadisti, con l'attentato al ministero della Difesa (in cui morirono il ministro, generale Dawoud Rajiha, e furono seriamente feriti vari ufficiali d'alto rango) e combattimenti nella capitale. Poi i jihadisti vennero respinti, fu messo in sicurezza l'Aeroporto internazionale e le residue sacche nel Rif Dimanshq non furono più un reale pericolo.
Prima dell'intervento russo si è rivelata fondamentale, nel gennaio 2013, la decisione governativa di formare i Comitati popolari di difesa (detti anche "Milizia Ndf"), nelle cui fila entrarono veterani, giovani non ancora in età di leva, miliziani di gruppi già formatisi in via spontanea, militari rimasti separati dalle unità di appartenenza o anche disertori pentiti. Non solo furono dotati di armi automatiche, ma anche di lanciarazzi, mortai leggeri e medi, e di artiglierie di piccolo e medio calibro, in modo da far svolgere a questi miliziani gli indispensabili compiti di appoggio all'Eas, o presidiando e pattugliando territori già liberati o effettuando operazioni su scala ridotta. Il fatto di operare essenzialmente nelle zone di origine ha reso queste formazioni maggiormente motivate. Né va trascurata al riguardo l'importanza dell'apporto addestrativo da parte di elementi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Poi sono intervenuti i Battaglioni del Partito Baath, unità di profughi palestinesi filosiriani e anche milizie religiose sciite e cristiano-assire. Questi volontari sono "coperti" dal mantenimento dei precedenti posti di lavoro, le loro famiglie ricevono dal governo aiuti alimentari e sovvenzioni, e spetta loro metà della paga dei soldati.
Nell'immediato le cose non sono state tanto semplici, giacché le forze armate di Damasco hanno dovuto subire duri colpi da parte jiahdista, come a Idlib, a Jisr al-Shoughour e a Tadmur-Palmira. Tuttavia il collasso militare non c'è stato. Da notare che l'"informazione" occidentale nulla dice circa la tenace resistenza, da anni, dei centri sciiti di Fouaa e Kafraya, oppure dei villaggi della zona di Aleppo come Nubbul e Zahraa; oppure del lungo assedio sostenuto dai militari nella prigione principale di Aleppo, solo alcuni mesi fa liberati dalla stretta jihadista, o anche dei due anni di assedio alla base di Kuweires o della strenua resistenza dei governativi a Deir Ezzour e Hasakah (difesa, oltre che da soldati dell'Eas e miliziani dell'Ndf, dalle Brigate del Baath e da cristiani assiri e curdi).

L'intervento russo e la situazione attuale
Ovviamente l'intervento russo ha fatto sì che le forze armate governative potessero passare a una fase più apertamente offensiva su veri settori, e da qui la riconquista di Homs e Hama, e una sostanziale rimonta ad Aleppo. In questa città i combattimenti continuano, ma ai jihadisti resta solo la parte est con 300.000 abitanti, mentre la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo delle forze di Damasco. Innegabilmente senza l'intervento russo - a fronte del non ancora esaurito "serbatoio" di rinforzi umani per i jihadisti - il governo damasceno non avrebbe potuto passare all'attuale fase offensiva. Viene infatti valutata a circa il 70% la perdita del potenziale bellico dei jihadisti a seguito dei bombardamenti russi sui loro magazzini e fabbriche di armi, munizioni, esplosivi e sui depositi di carburante, oltre che sui centri di comando. Anche la loro capacità di manovra e di coordinamento rientra nella predetta percentuale.
Da ciò derivano estreme difficoltà per i jihadisti, dovendosi essi orientare sulla difesa delle posizioni ancora tenute. Proseguire nelle operazioni offensive implicherebbe infatti manovre e concentramenti di uomini e mezzi di una certa entità; cioè qualcosa di non occultabile alla sorveglianza aerea (oggi russo-siriana). E sempre di qui la maggiore capacità di manovra dell'Eas, tanto più che il ritiro dei jihadisti da vari centri abitati rende più agevole l'utilizzazione delle forze corazzate sostenute da un'aviazione che martella le postazioni nemiche prima dell'assalto finale. Superfluo dire che da sempre i conflitti locali servono pure a "testare" i nuovi armamenti, come sta accadendo per i blindati russi 8×8 Bumerang e il nuovo carro T-15.
L'intervento aereo russo conta su vari punti di partenza: la base di Mozdok nell'Ossezia del Nord, con 12 bombardieri pesanti Tu-22M3, in grado di operare in Siria dopo 2 ore e 44 minuti, protetti da una batteria di missili antiaerei S-400 stanziata nella base di Humaymim, Lataqia (è una delle quattro inviate in Siria), e dalla batteria della base di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo; circa 64 aerei saranno presto operativi a Humaymim (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Infine, una volta terminato il processo di modernizzazione dell'aeronautica militare siriana, entreranno in funzione dai 66 ai 130 aerei siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98), in aggiunta ai 112 non modernizzati ma riparati dai russi (MiG-21, Su-22M4 e L-39). Sarebbe folle ritenere che tutto questo costoso materiale riguardi solo un intervento a favore di un alleato sul punto di crollare.
La presenza dell'Isis in Siria è innegabilmente pericolosa, ma non va valutata semplicemente guardando la carta geografica, oppure omologandola a quella in Iraq. Mentre in quest'ultimo paese l'Isis è insediato nella ricca e fertile zona di Ninive, in Siria in realtà controlla solo una piccola parte di "territorio utile", alcune vie di comunicazione e alcuni punti di rilievo strategico, tra cui la città di Raqqa. Le cartine pubblicate dai media in cui si evidenziano i territori siriani in mano all'Isis comprendono enormi estensioni desertiche o rocciose praticamente spopolate, talché non hanno torto quanti le considerano fonte di oggettiva disinformazione, facendo cioè dell'Isis in Siria qualcosa di più incombente e massiccio di quanto non sia.
Il 2 ottobre e il 1° dicembre dello scorso anno, Obama dichiarò che la Russia incontrava in Siria difficoltà di rilievo e che i pochi successi non compensavano gli elevati costi sostenuti e futuri, tanto da parlare di sprofondamento russo in un nuovo Afghanistan. Ma il 28 dicembre la certo non filorussa Reuters ha pubblicato una valutazione fondata su interviste ad analisti del Pentagono, con conclusioni opposte: ottimi risultati già nei primi tre mesi di intervento, scarsi costi operativi (circa 1-2 miliardi di dollari l'anno), e quindi senza sostanziali problemi di bilancio per Mosca. In concreto i predetti analisti avrebbero valutato l'intervento russo come assai flessibile e soft in quanto a materiali e forze, ma rivelando una proficua capacità di coordinamento con le forze di terra. Particolare valenza è stata attribuita a un aspetto sopra accennato: la sperimentazione russa di nuovi armamenti in condizioni di combattimento e della loro capacità operativa immediata. A parte ciò, sembra che dagli analisti del Pentagono pervengano conclusioni non in linea con la tesi ufficiale circa la Siria teatro di guerra civile in cui i russi si sarebbero infilati, trattandosi in realtà di una guerra ibrida e asimmetrica alimentata da aggressori esterni e da competizione fra potenze straniere. Valutazioni del genere inducono a riflessioni critiche circa l'operato statunitense nei recenti teatri del suo intervento bellico. Vale a dire, si profila un dubbio: finora le imprese statunitensi hanno messo in campo mezzi, uomini e risorse economiche infinitamente maggiori, ma dai non esaltanti risultati, del resto sotto gli occhi di tutti. La performance russa in Siria dal canto suo attesterebbe una sorprendente situazione di recupero militare rispetto agli anni '90, con l'ulteriore interrogativo - in prospettiva - circa l'eccesso di congruità del potenziale militare russo rispetto agli odierni conflitti locali.

Gli Usa
Poiché film e serie televisive made in Usa ci hanno abituati a divaricazioni e conflitti operativi fra Cia, Fbi, Dea e varie altre agenzie di intelligence, quanto segue non sembrerà molto strano o del tutto anomalo. Secondo un articolo di Seymour Hersh, pubblicato alla fine dello scorso anno sulla London Review of Books, vertici del Pentagono avrebbero dato vita a una svolta contraria alla linea finora tenuta da Washington e dalla Cia. La premessa sta nell'inclusione della Turchia nel programma della Cia per armare i "ribelli moderati" in Siria, e nel fatto che il governo turco decise di effettuare un "riorientamento" di questi aiuti statunitensi in favore dei jihadisti, tra cui Jabhat an-Nusra e l'Isis. Al Pentagono, invece, si sarebbero "accorti" della sostanziale inesistenza di questi ribelli moderati, e quindi nell'autunno del 2013 i Joint Chiefs of Staff (Jcs) del generale Martin Dempsey avrebbero deciso di inviare informazioni di intelligence a Germania, Russia e Israele affinché le trasmettessero al governo di Assad. Certo non gratuitamente, ma con la richiesta a Damasco di cercare di mettere un po' di freno a Hezbollāh verso Israele, di tenere aperti i negoziati sulle alture del Golan e di indire le elezioni dopo la fine della guerra. Secondo questa ricostruzione, nell'estate del 2013, in barba alla Cia sarebbero state inviate ai ribelli siriani armi obsolete, quale attestazione di buona fede ad Assad. Il ritiro di Dempsey a settembre avrebbe posto fine al tentativo di intesa.
Nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Nella provincia di Aleppo i governativi hanno già tagliato le maggiori vie di rifornimento dalla Turchia ed è finito il quadriennale assedio di Nubul e al-Zahra, con la liberazione di più di 70.000 abitanti, e la stessa grande città del nord non è lungi dall'essere ripulita dalla presenza takfira, e non c'è da stupirsi se a breve tutto il confine turco sarà di nuovo sotto il controllo di Damasco. Anche la provincia di Lataqia è praticamente ripulita.
Importante, anche in prospettiva, il fatto che nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Si ha notizia che dal 10 febbraio sono in corso scontri e bombardamenti a nordovest della base aerea di Kuweyres contro militanti dell'Isis che cercano sia di arginarne l'avanzata governativa verso la parte orientale del sobborgo industriale aleppino di Sheikh Najjar (il che preluderebbe alla chiusura di una vasta sacca tra l'aeroporto di Aleppo e Kuweyres), sia di prevenire la riconquista di Al-Sin e Jubb al-Kalb. Il giorno 9 si è avuta notizia dell'arrivo a Damasco e Aleppo di ben 6.000 ufficiali e soldati iraniani: questo dopo un'opera di disinformazione di Teheran per far credere a un suo ritiro militare dalla Siria.

Torna il problema curdo
Ci sono due fatti importanti da ricordare. Il 7 febbraio truppe siriane (appoggiate da miliziani di Hezbollāh e da paramilitari iracheni di Nujaba, Kataeb Hezbollah, Badr) hanno occupato la località di Kiffin, prossima a Ziyarah (sotto controllo di milizie curde) e creato nella zona un centro di coordinamento siriano-curdo, sia in funzione operativa sul campo, sia per non lasciare ai soli occidentali la "carta curda". A ciò si aggiunga che truppe siriane e iraniane hanno l'ordine di non ostacolare l'azione delle milizie curde, ed è chiaro l'intento russo di far valere nei "colloqui di pace" (a prescindere dall'esito che daranno) il peso dell'avanzata delle forze curde verso il confine turco.
E proprio la questione curda potrebbe trovarsi dietro al fatto che, nel quadro della persistente e non ridotta tensione fra Russia e Turchia, si sia parlato da parte russa di un possibile intervento turco in Siria – seguìto dal minaccioso avvertimento che ogni eventuale incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia. Che Erdoğan possa compiere qualche colpo di testa non è impossibile: semmai c'è da chiedersi fino a che punto la Nato sarebbe così folle da andargli dietro. E c'è pure da domandarsi se esista un collegamento tra una tale previsione e la messa in allerta - ai primi di febbraio - delle forze aviotrasportate del Distretto militare meridionale russo.
Il fatto è che il coordinamento tra i governativi siriani e le milizie curde potrebbe accelerare la completa e forse definitiva chiusura del confine turco ai rifornimenti per i jihadisti. Su Ankara incombe sempre il pericolo di saldature fra i curdi della Siria e quelli della Turchia, cosa suscettibile di complicare le relazioni anche con gli Usa. In precedenza Erdoğan aveva minacciato di bombardare i curdi siriani se avessero superato la linea dell'Eufrate, e quando in estate si prospettò un'operazione curda per prendere Jarabulus e quindi interrompere i rifornimenti all'Isis, la Turchia minacciò l'intervento militare: questione tamponata dagli Stati Uniti annullando quell'operazione. Sta di fatto che a nord di Aleppo i curdi hanno operato sotto la copertura degli aerei russi e si sono comunque avvicinati al confine. In questo pasticcio le possibilità di manovra russe ci sono eccome, facilitate dalla contraddittorietà (ovvero incompatibilità) delle alleanze di Washington. Non è chiaro fino a che punto Bashar al-Assad sia del tutto felice per la prospettiva di un'alleanza con i curdi, ma è certo che - a prescindere dal non potersi opporre alle manovre moscovite in questo senso e dall'utilità militare dell'apporto curdo - nel dopoguerra la questione dovrà essere affronta da Damasco realisticamente, e non certo lasciandola irrisolta alla maniera turca. Vedremo come andrà a finire, ma se davvero Putin riuscisse a sfilare i curdi (Iraq a parte) dall'intesa con gli Stati Uniti farebbe un bel colpaccio.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 9 febbraio 2016

CONTINUA IL GENOCIDIO NEL KURDISTAN TURCO


 via Carovana per il Rojava - Torino

 Man mano che passano le ore nuove informazione arrivano dalla città di Cizre dove la Turchia sta compiendo un GENOCIDIO.
Nella mattinata è venuta alla luce la presenza di altre 45 persone circa in un terzo scantinato della città. Questa la situazione:
- Primo scantinato (Bostancı Street - Quartiere Cudi)
31 persone si sono rifugiate in uno scantinato il 23 Gennaio dopo che alcuni carri armati avevano iniziato a sparare contro l'edificio dove si trovavano. 7 persone sono morte dissanguate e senza cure a causa del blocco delle ambulanze attuato dalle autorità Turche. Oltre i 7 corpi senza vita, 15 feriti (9 gravi), ed altre 9 persone bloccate senza cibo, acqua, cure sanitarie. Le ultime notizie risalgono ad 11 giorni fa.
- Secondo scantinato (Narin Street - Quartiere Cudi)
62 persone si sono rifugiate in un edificio attaccato dai carri armati Turchi. Nell'attacco 9 persone sono immediatamente morte bruciate vive, mentre un ragazzo di 16 anni è stato ucciso dai colpi di artiglieria dell'esercito non appena uscito dallo scantinato per provare a scappare. Il 7 Febbraio le forze speciali Turche hanno condotto un operazione (esecuzione) che ha portato di decine di persone. Oggi 12 corpi martoriati sono stati portati all'ospedale di Cizre. Si aggiungono ai 27 recuperati ieri sera. Mancano all'appello 23 persone di cui non si hanno notizie.
- Terzo scantinato (Quartiere di Sur)
45 persone attaccate dall'esercito Turco nello scantinato in cui si erano riparate oggi. Carri armati hanno colpito ripetutamente l'edificio facendolo crollare. Infine i soldati hanno cosparso il tutto di benzina ed hanno appiccato il fuoco. 25 persone sono morte bruciate, mentre altre 20 persone si trovano ferite ed in pericolo di vita. Tra di loro c'è Derya Koç, co-presidente dell'HDP nel distretto di Milas. L'esercito ha inoltre lanciato gas lacrimogeni rendendo impossibile respirare.
Al momento il conto totale delle vittime è di 66 persone, nessuna notizia sulla sorte di altre 73.
Chiamiamolo con il suo nome.
Chiamiamolo GENOCIDIO.

mercoledì 6 gennaio 2016

Basta con gli aiuti e la complicità con ISIS!Basta con la repressione e le uccisioni dei curdi! Appello internazionale

Basta con gli aiuti e la complicità con ISIS!Basta con la repressione e le uccisioni dei curdi! Appello internazionale
Il governo turco sta perseguendo una politica criminale nella regione curda del paese, in Siria e nel Medio Oriente in generale.Nonostante sostenga il contrario, tutte le prove indicano che sta continuando il sostegno la complicità con i signori della guerra omicidi di ISIS consentendo che il petrolio di ISIS venga commercializzato attraverso la Turchia, permettendo che il proprio territorio venga usato per il transito di militanti che da tutto il mondo si uniscono alle file dell’organizzazione e fornendo al bisogno rifugio e cure mediche per i miliziani di ISIS, e fornendo armi a ISIS e a una serie di gruppi takfiri settari. Se è così, tutto questo contribuisce alla complicità con un movimento che minaccia il futuro dei popoli del Medio Oriente e persino del mondo intero.
La Turchia sta conducendo anche una feroce campagna di repressione contro in curdi nel proprio territorio, mentre fino alla primavera del 2015 era impegnata in un processo di negoziati con l’articolato movimento curdo di quel paese. Dalla fine di luglio, molte città curde sono sotto assedio da parte delle forze speciali, della polizia e da ultimo, da parte di decine di migliaia di soldati dell’esercito, che imponendo di volta in volta un coprifuoco totale della durata di una settimana, dieci giorni o anche di durata maggiore, accompagnato da interruzione della corrente elettrica e cessazione di ogni possibilità di comunicazione, attaccano zone intensamente popolate, eseguono operazioni di perquisizione casa per casa e uccidono civili, compresi bambini piccoli e persone anziane e anche alcuni giovani militanti che hanno scavato trincee per difendere queste zone. Rapporti fanno notare che situazione è già tragica, con numeri elevati di vittime che dall’inizio della nuova e più accelerata solo pochi giorni fa. Di questo passo e dato che si parla persino della possibilità che questa azione repressiva possa durare fino a un mese, la prospettiva dei numeri vittime può arrivare a migliaia.

Tutto questo deve finire. Il governo turco sta giocando con il fuoco. Le sue politiche di sostegno e complicità con ISIS e di negazione dei diritti elementari del popolo curdo non solo nel proprio territorio, ma anche nel Rojava, che è nel Kurdistan siriano, sono inaccettabili. Ci sono ampie prove che mostrano l’assistenza turca a ISIS in diverse forme, dalle prove sostenute da immagini satellitari fornite dal Ministero della Difesa della Federazione Russa, ai ripetuti avvertimenti e dichiarazioni di diversi rappresentanti dell’amministrazione US A, nonostante il fatto che la Turchia è uno dei maggiori alleati e componente della NATO.

Chiediamo al governo turco di cessare qualsiasi assistenza alla banda assassina chiamata ISIS e di smettere di reprimere e massacrare i cittadini curdi.

Raccomandiamo che venga costituita una commissione di inchiesta internazionale indipendente composta da noti intellettuali, giuristi e difensori dei diritti democratici per investigare sulle affermazioni relative alle pratiche del governo turco in queste aree.
Nome e Organizzazione

Noam Chomsky
Professor, MIT, Cambrigde, MA, USA

Michael Löwy Professor Emeritus CNRS, Francia

Tariq Ali
Editor, New Left Review, Londra, Regno Unito

Joan Cocks
Mount Holyoke College, USA

Bertell Ollman Professor of Political
Science,  New York University, NYC, US

Robert Brenner History Department,UCLA, Los Angeles, CA.

Nancy Holmstrom Professor Emerita,Università di Rutgers

Greg Albo
York University, Canada

Suzi Weismann Politics Department,St. Mary’s College, Moraga, CA.

Fred Moseley Department of Economics, Mount Holyoke College, MA

Eleni Varikas Professor Emeritus,University Paris VIII, Francia

Guglielmo Carchedi
University of Amsterdam (in pensione)

Raquel Varela Universidade Nova de Lisboa,Lisbona Portogallo

David Laibman
Editor, Science and Society, Brooklyn, NY, USA
 
Inviare le adesioni a  info@retekurdistan.it

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)