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mercoledì 8 giugno 2016

La modernità è il progresso sociale, non è la ‘loi travail’!” traduzione de CONTROLACRISI







Vi proponiamo la traduzione di un articolo che tutti i giornali francesi si son rifiutati di pubblicare. L’autore è il compagno Philippe Martinez, segretario generale della CGT, il principale sindacato francese. E’ stato pubblicato giovedì 26 maggio solo sul quotidiano del partito comunista francese L’Humanité. Gli altri giornali quel giorno non sono usciti in edicola a causa dello sciopero seguito al rifiuto di pubblicare proprio questo articolo. La CGT aveva chiesto a tutta la stampa nazionale di pubblicarlo gratuitamente per spiegare le ragioni di chi da mesi lotta contro il Jobs act di Hollande e Valls. Tutti i giornali hanno rifiutato tranne naturalmente … L’Humanitè. Il sindacato francese ha posto in maniera clamorosa il tema dell’orientamento filo-padronale e neoliberista dell’informazione. (M.A.)
Dopo l’annuncio del progetto della cosiddetta ‘loi travail’, il governo ha rifiutato ogni forma di concertazione con l’insieme delle organizzazioni sindacali e in particolare con la CGT. Una riunione su questioni molto ampie e poi… più niente!
Comunque, la prima versione di questo testo non è stata riportata prima alle organizzazioni sindacali, ma alla stampa.
La CGT denuncia un governo che impone degli arretramenti sociali successivi a causa della legge per le garanzie dell’occupazione o legge Macron.
La CGT denuncia un governo che si radicalizza calpestando dapprima la democrazia sociale, poi la democrazia politica con l’utilizzazione del 49-3 all’Assemblea nazionale.
La CGT denuncia un governo che si radicalizza dal momento che il 74 % dell’opinione pubblica si dice contraria al progetto della legge sul lavoro.
La CGT denuncia un governo che si radicalizza dal momento che un movimento sociale condotto da quattro organizzazioni sindacali di lavoratori e tre organizzazioni giovanili dura da più di due mesi. Senza considerare il fatto che un quinto sindacato di lavoratori contesta numerosi articoli del progetto di legge, di cui l’inversione della gerarchia delle norme.
Diversi ministri, tra i quali il primo ministro, rifiutano il dialogo e il dibattito di fondo e hanno fatto la scelta deliberata dell’invettiva e dell’autoritarismo prendendo di mira il primo sindacato della Francia, la CGT, e aprendo anche la strada al rilancio e agli insulti della destra e dell’estrema destra.
Il presidente della Repubblica, il primo ministro e il ministro dell’economia stanno dando la prova di essere ben impegnati in una lotta, ma una lotta lontana dalle realtà sociali del paese e dalle preoccupazioni dei cittadini, quella della candidatura alle elezioni presidenziali nel 2017.
Se la CGT saluta l’annuncio di misure specifiche per i giovani fatte da Matignon e ottenute grazie alle prime mobilitazioni unitarie, quando il governo fustigava e denigrava la gioventù accusata di non comprendere niente, non può che constatare che queste non hanno niente a che vedere con il progetto della legge del lavoro. La CGT sarà per tanto vigile per assicurarsi della corretta applicazione di queste misure.
Se la CGT saluta i progressi dentro un accordo firmato all’unanimità dai sindacati e dal patronato dei professionisti dello spettacolo sull’indennità di disoccupazione, anche lì ottenuti in seguito alle mobilitazioni, non può che condannare l’opposizione del Medef e il silenzio inquietante del governo.
La CGT denuncia un testo guida al ribasso del «costo» del lavoro che darà meno protezioni ai salariati e diminuirà la remunerazione. Così, bisognerebbe precarizzare e licenziare di più per assumere di più ?
La CGT non può accettare che, con questo testo, ogni datore di lavoro, come vorrà, potrà “fare la sua legge” nell’impresa. Il principio della deroga al diritto collettivo diventerà una regola.
È per queste ragioni che la CGT chiede il ritiro della legge del lavoro e l’apertura di reali negoziazioni per un nuovo codice del lavoro uguale per tutti, basato su:
La creazione di un nuovo statuto del lavoro salariato e della Sicurezza sociale professionale per rispondere alle sfide del mondo del lavoro di oggi e di domani. Cioè dei diritti (lavoro, carriera, riconoscimento delle qualifiche, formazione professionale, protezione sociale…) collegati alla persona, evolutivi e progressivi che impediscano un arretramento e trasferibili e opponibili ai datori di lavoro.
Nello stesso tempo, la CGT rivendica di lavorare meno, lavorare meglio e lavorare tutti al fine di conciliare creazione di lavoro e progresso sociale.
Perché sì, la modernità, è il progresso sociale, è più diritti e più garanzie per l’insieme dei lavoratori e dei cittadini. Non un ritorno al XIX secolo.
È per questa ragione che la CGT chiede il ritiro della ‘loi travail’ e chiede l’apertura di reali negoziati per un nuovo Codice del lavoro uguale per tutti.

*segretario generale della CGT

articolo originale: Philippe Martinez: «La modernité, c’est le progrès social, pas la loi travail!»
http://www.humanite.fr/philippe-martinez-la-modernite-cest-le-progres-social-pas-la-loi-travail-608065

traduzione di Laura Nanni
per aderire alla “brigata traduttori” mandare mail a traduttori@rifondazione.it

IL 2 X MILLE A RADIO ONDA D’URTO: UNA SCELTA…DI CAMPO.

IL 2 X MILLE A RADIO ONDA D’URTO: UNA SCELTA…DI CAMPO.

 Il tuo 2 x 1000…dallo a Radio Onda d’Urto!
Da quest’anno (2016) c’è la possibilità di devolvere, senza spese ulteriori e all’interno della dichiarazione dei redditi (modello 730 – UNICO- CU) il 2 x 1000 alle associazioni culturali.
Quando fai la dichiarazione dei redditi, devolvi il 2 x 1000 a Radio Onda d’Urto, indicando il seguente codice fiscale nell’apposita casella:

02084620174


Come devolvere il 2 x 1000 a RADIO ONDA D’URTO
COME FARE:
1.compila il modulo 730, il CU oppure il Modello Unico
2.firma nel riquadro “Associazione Culturale” (è l’ultima)
3.indica il codice fiscale di Radio Onda d’Urto: 02084620174.
IMPORTANTE! Anche chi non compila la dichiarazione dei redditi può donare il 2 x 1000!
Puoi utilizzare il modulo in coda alla CU oppure se non ce l’hai scaricare il modulo  che trovi qui.
Firma la parte relativa a: 2 x 1000 ASSOCIAZIONE CULTURALE e indicare il codice fiscale di Radio Onda d’Urto: 02084620174
Inseriscilo in una busta chiusa con la dicitura “Scelta per la destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’IRPEF”, con il proprio cognome, nome e codice fiscale. La busta deve inoltre essere sigillata e firmata sul retro.
Infine dovrai consegnare la busta a uno sportello delle Poste, senza alcun costo.
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mercoledì 26 novembre 2014

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA …PARCHEGGI (Appello/Pensiero/Azione)

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA …PARCHEGGI (Appello/Pensiero/Azione) Chiediamo: •Che venga annullata la dedica a FT del parcheggio di via Vallona •Che vengano rimosse le immagini e i testi che riguardano FT dal parcheggio •Che la figura e l’opera di FT non siano usate in modo strumentale da politici e operatori culturali •In omaggio alle “trovate” di Federico che ha voluto istituire un premio di poesia a suo nome finché era vivo, chiediamo che il parcheggio di via Vallona sia intitolato più coerentemente ad un vivo che ha fatto tanto per rendere invivibile la città! •Chiediamo a tutti quelli che sono rimasti increduli di fronte a questa vergogna, che hanno aspettato mesi nella speranza che qualche testa pensante o politico o bambino avanzasse qualche proposta riparatoria, di sottoscrivere questo appello al seguente indirizzo: http://zapatapn.wordpress.com/ GLI “AMICI DI TAVAN” Nonostante il pensiero di Federico, i solerti “amici” più o meno i soliti, ammaliati da un’idea “geniale”, iniziano il percorso di santificazione/assimilazione dell’eretico: musici, poeti, fumettisti, fotografi, cooperatori sociali, politici, politici pentiti prestati alla letteratura, tutti insieme appassionatamente in un grande “salotto” targato GSM (l’azienda che gestisce i parcheggi anche a Pordenone) a cui in cambio di pochi spicci vendono il nome e l’immagine del Poeta. Ebbene si: un parcheggio Federico Tavan! La celebrazione del “genio maledetto”, il Campana friulano, del poeta e della sua poesia “trascritta sia in dialetto andreano che in lingua italiana” come leggiamo dalla presentazione dell’iniziativa (sigh!) ovvero uno squallido tentativo di santificazione della “nostra preziosa eresia” per usare l’abusatissima citazione della Vellerugo. Decidetevi…Santo o Eretico? E’ il rogo che fa la differenza ! In queste premesse possiamo già indovinare retrospettivamente la parabola di solitudine e sofferenza, intellettuale prima che esistenziale, che lo avrebbe portato alla sua “morte” poetica/politica prima, reale dopo. Noi ci vediamo anche la totale mancanza di rispetto verso il suo pensiero, scritto e dichiarato, che caratterizzerà costantemente i rapporti con i vari salotti (come lui li chiamava) con cui si incrocerà e si scontrerà. “In un mondo di arroganti, impostori, geni soltanto perché loro stessi dicono d’essere dei geni. Facilmente smontabili, ma non puoi. Se li smonti, crollerebbe lo stato democratico” Federico Tavan

lunedì 30 settembre 2013

Svendita Italia a loro insaputa

Primo piano di Giorgio Cremaschi - 26 settembre 2013 Ora governanti e manager dicono che non lo sapevano, preferiscono fare la figura dei cretini piuttosto che quella dei complici. Ma la svendita di Telecom è solo un altro atto di un percorso annunciato e realizzato da decenni, da parte di una classe politica e imprenditoriale che ha cercato di salvare se stessa e i suoi fallimenti con la vendita all'incanto dei beni del paese. E cha ha usato il liberismo, l'Euro e il fiscal compact. La Merkel come scusa e protezione del proprio potere. Ora dopo la svendita di Telecom alla principale concorrente, la Telefonica spagnola, assisteremo a qualche giorno di lacrime di coccodrillo e di compunte dissertazioni sulle politiche industriali e le riforme. Poi tutto continuerà come prima perché tutta l'Italia è in svendita. La Grecia dopo qualche anno di politiche di austerità europea ha conservato di suo il debito pubblico e la polizia che bastona chi protesta. Tutto il resto è venduto, appaltato, posto sotto controllo estero. Noi, più lentamente ma altrettanto inesorabilmente, stiamo percorrendo la stessa strada. Perché abbiamo la stessa classe dirigente. Il governo, se durerà, ha pronto un piano di privatizzazioni che non può che riguardare ciò che resta del patrimonio produttivo. Ansaldo Energia è già in vendita, seguiranno Enel, ENI, Finmeccanica, Fincantieri e Trenitalia, che opportunamente è già stata separata dalla rete delle ferrovie locali e pendolari in disarmo, per le quali non si spende nulla. E per chi non è d'accordo ci sono le truppe di Alfano e i teoremi di Caselli. Alitalia è già francese nonostante il paravento berlusconiano degli imprenditori patriottici, tra cui Riva, sì proprio lui, e Colaninno grande affondatore della Telecom, che aveva scalato con la benedizione di Massimo D'Alema. Le banche privatizzate sono state oggetto e soggetto sia delle svendite sia dei disastri industriali, dalla Fiat alla Pirelli a tutto il Made in Italy. Ed è bene ricordare che tutta la politica delle privatizzazioni dissennate degli anni 90 ha come autori principali Ciampi e Prodi, che Putin ha definito l'altro suo amico italiano assieme a Berlusconi. Anche nel disastro industriale del paese trionfano le larghe intese e non da oggi. La vera differenza tra PDl e PD è che il primo è il partito di un solo padrone, mentre il secondo vuole rappresentarli tutti. E tutti assieme controllano la formazione del senso comune , in modo che anche i cittadini vivano, senza colpa, a loro insaputa. Sono due mesi che la casta politica,manageriale e finanziaria ci spiega che c'è la luce in fondo al tunnel. È una balla, ma come si fa a non crederci visto che il Presidente della Repubblica invoca e impone stabilità proprio sulla base di essa. Intanto i dati sul reddito di una delle province più ricche d'Italia, Brescia, parlano di tutta un'altra storia. Nel 2011, quando il peggio della crisi doveva ancora venire, il reddito medio della provincia lombarda è calato dell'11% rispetto all'anno precedente, meno 2500 euro su poco più di 20000. E sappiamo che questa è una media del pollo perché nella crisi i più ricchi si arricchiscono. Eppure secondo l'Istat la gente vede rosa e questo ottimismo può essere speso in Borsa e soprattutto per salvare il governo delle larghe intese. Ottimismo diceva Tonino Guerra in una pubblicità, chi non è ottimista è un disfattista. Andrà avanti, anzi indietro, così fino a che ci sarà una rottura con le politiche economiche italiane ed europee di questi ultimi trenta anni. E fino a che la classe politica e imprenditoriale responsabile, anche a sua insaputa, di esse non verrà mandata a casa. Uno ai domiciliari, a casa gli altri responsabili del disastro, a partire dal loro massimo rappresentante Giorgio Napolitano. www.rete28aprile.it -- Newsletter di del sito Rete28aprile.it web: http://www.rete28aprile.it Iscrizioni: retenews-subscribe@liste.rete28aprile.it Cancella: retenews-unsubscribe@liste.rete28aprile.it

Grecia / Siria

da http://www.anarkismo.net/article/26261 apprendiamo che due mesi fa sul quotidiano greco di estrema destra "Democratia" è apparsa un'intervista ad un esponente del gruppo nazional-socialista Mavros Krinos. Si tratta di un gruppo che ricorre all'uso delle armi, all'azione diretta ed ha una struttura di base non gerarchica, orizzontale e democratica, pur perseguendo obiettivi tutt'altro che democratici. Il 15 giugno scorso hanno rivendicato sul loro blog l'aggressione a Parigi al ministro greco Evangelos Venizelos con una lattina di una bevanda frizzante che gli hanno tirato addosso. Si definiscono un esercito dei cittadini della classe operaia, altamente politicizzati, che combattono le corrotte politiche partitiche e sono ben consapevoli dei piani delle potenze internazionali e degli squali globali. Questo gruppo è presente in armi in Siria a fianco delle truppe governative. In Siria, dove combattenti greci sarebbero presenti da 2 anni, si sono distinti a fianco di Hezbollah nella battaglia di Al-Quasar. La Siria, secondo loro Magna Graecia (come l'Italia meridionale del VIII-IV secolo a.c), è etnicamente composta di abitanti di origine greca.

venerdì 6 settembre 2013

Venti di guerra? Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari - di Dino erba

Venti di guerra?
Quando gli antimperialisti confondono le carte in tavola, trascurando i proletari

N
on appena soffian venti di guerra, gli antimperialisti si destano, animando campagne tanto roboanti quanto fuorvianti. Nella società capitalistica, la guerra è un’eventualità permanente che non si ferma certo con le chiacchiere. Lo sappiamo. Da un quarto di secolo, viviamo in un clima di «guerra infinita», che non è stato scosso dalle pur vivaci manifestazioni pacifiste, anzi, molti pacifisti si son poi messi la divisa, passando armi e bagagli al fronte interventista (Do you remember Bertinotti & Co.?).
Questi frutti marci non turbano gli antimperialisti che proseguono imperterriti per la loro strada, ripetendo le solite litanie. E lungo la loro strada perdono ogni riferimento a una visione proletaria della guerra e dei conflitti sociali che, pur soffocati, l’accompagnano. Riducendo l’internazionalismo ai rapporti tra nazionalismi, inter-nazionalisti, appunto.
Uno dei cavalli di battaglia degli antimperialisti è la denuncia delle balle di Washington ... come se esistessero guerre giuste ... E se Obama avesse ragione? Sarebbe un buon motivo per bombardare Damasco? Lasciamo perdere. Gli argomenti degli interventisti sono così pretestuosi che se ne è accorto anche Sergio Romano sul «Corriere della Sera» (Armi democratiche, 1 settembre 2013).
Percorrendo il vicolo cieco pacifista, alcuni antimperialisti giustificano regimi sanguinari come quello di Assad e, implicitamente, denigrano i «ribelli». Denigrazione che fa di ogni erba un fascio, mettendo nello stesso calderone i movimenti popolari contro Assad, cui il crash economico ha dato slancio, e le bande prezzolate che cavalcano il malcontento al soldo di racket locali e stranieri, con grandi e piccoli interessi in gioco. A uno sguardo superficiale, i movimenti popolari arabi e musulmani hanno una parvenza plebea che sommerge la componente operaia e proletaria. Che però c’è. E se qualcuno si ostina a non vederla, è un problema suo, ma non è una buona ragione per ignorarla, portando acqua al nazionalismo.
Venti di rivolta
Tra fanatismi religiosi e affarismi di bassa lega, lo scenario sociale che si delinea � assai intricato, come ha ben dimostrato Michele Basso nel suo Interrogativi sulle guerre in corso, dell’11 agosto, e in parte anch’io nel mio Egitto è il mondo del 15 agosto. La situazione è contraddistinta dalla disgregazione nazionale e sociale, che si sta diffondendo a macchia d’olio dall’Afghanistan al Pakistan dal Medio Oriente al Magreb.
E soprattutto è una situazione che apre nuovi scenari politici, che non possono essere liquidati con frasette di rito, utili solo a nascondere l’insipienza di chi le diffonde. Peggio. In realtà gli antimperialisti che sventolano lo spauracchio delle Potenze imperialiste (Usa in primis) sottovalutano (se non ignorano) la questione principale: la crisi dell’imperialismo. E, di conseguenza, non fanno altro che difendere un impossibile status quo, ormai a pezzi sotto i colpi della persistente crisi economica. Non per nulla, dopo la doccia fredda di Cameron, Obama ha preferito rimandare la decisione dell’intervento al Congresso, per avere la benedizione democratica. Lasciando Hollande in braghe di tela. Nelle guerre si sa come si entra ma non si sa come si esce. E se soffiano venti di guerra, soffiano anche i venti della rivolta proletaria.
Volenti o nolenti, gli antimperialisti privilegiano una visione in cui i proletari sono subalterni alle classi dominanti. E visto che al peggio non c’è fine, essi finiscono per legare il proletariato dei Paesi occidentali al carro delle varie borghesie. Un bel favore! Con l’aria che tira, i padroni preferiscono veder marce pacifiste piuttosto che proteste operaie, come è evidente in Germania e in Italia, con la Bonino che paventa la Terza guerra mondiale, come se già  non ci fossimo dentro! Non solo. I padroni prendono due piccioni con una fava: la pace sociale, oggi, premessa per un eventuale intervento, domani. Non ci sono santi, solo le lotte proletarie possono impedire e ostacolare le guerre, tenendo sulla corda i padroni e i loro governi. Il resto sono chiacchiere inutili e dannose. Lasciamole a Bergoglio.
Gratta gratta, ci accorgiamo infine che certi antimperialisti, con l’implicita difesa dei regimi «statalisti» (ormai presunti tali), come quello di Assad o di Mubarak, lasciano serpeggiare, e non tanto sotto traccia, il rimpianto per il capitalismo di Stato, alla cui ombra sono cresciuti molti figli della piccola borghesia antimperialista italiana.
Al banco di prova della solidarietà
Alla visione politica conservatrice (se non reazionaria) prevalente nei movimenti antimperialisti di matrice pacifista, non basta contrapporre l’equidistanza proletaria (come per esempio fanno il Centro di iniziativa comunista internazionalista e altre formazione di tradizione comunista rivoluzionaria). È una posizione apprezzabile che però scantona il problema reale: la natura sociale dei tumulti e delle sommosse in corso nei Paesi arabi e musulmani. Ci troviamo di fronte a una situazione nuova, in rapida evoluzione, che non si può affrontare con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Tenendo vivo il problema, ci sono cose che già ci toccano molto da vicino. Un cruciale fronte di lotta proletaria e internazionalista è aperto dai flussi migratori, destinati a crescere sull’ondata dei conflitti e della disgregazione sociale dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. I profughi siriani sono già oltre due milioni (su una popolazione di 23 milioni).
Quelli che cercano scampo in Italia, sono destinati a cadere nel pozzo senza fondo del lavoro nero, grazie al quale si ingrassano padroni e padroncini, con tutto il codazzo di faccendieri, dai caporali ai funzionari statali conniventi, con il beneplacito di politicanti e pennivendoli. Contro questo vero e proprio regime schiavistico, le lotte dei facchini della logistica stanno dando una prima e importante risposta. Ma le radici del ricatto e del lavoro nero risiedono nelle leggi razziste sull’emigrazione (la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini), fondate sulla normativa capestro dei permessi di soggiorno, sui controlli polizieschi e sulla detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Ma anche sui Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (Cara), veri e propri lager, in fase d’espansione.
Oggi, queste leggi e queste galere non sono più in grado di controllare nuovi e maggiori flussi migratori. In agguato ci sono progetti coercitivi che attendono solo l’occasione per entrare in funzione, magari con il pretesto dell’emergenza umanitaria e il placet di Cécile Kyenge. Affrontare questa imminente eventualità, è l’attuale banco di prova per l’internazionalismo e la solidarietà proletaria. Ed è un primo, concreto passo contro i venti di guerra. Il resto sono chiacchiere, inutili e dannose.
Dino Erba, Milano, 3 settembre 2013.

Gruppo Libertario Remo Tartari di Ferrara e Usi - Ait nazionale : Manifesto contro l'intervento militare in Siria

 manifesto Usi - Ait contro l'intervento armato in Siria , ripreso dal gruppo libertaio Remo Tartari di Ferrara

























http://gruppolibertarioremotartari.blogspot.it/2013/09/contro-la-guerra.html

mercoledì 12 giugno 2013

Verizon . Intervista a Giannuli sui servizi segreti italiani ...

Giannuli: "I servizi segreti non solo ci spiano ma manipolano anche il mondo dell’informazione"

di Michael Pontrelli
Lo scandalo Verizon ha fatto emergere che da anni milioni di americani vengono spiati al telefono e sul web. La notizia ha fatto insorgere le associazioni per la difesa dei diritti civili e ha riportato alla ribalta il ruolo e l’importanza dei servizi segreti di cui spesso ci si dimentica facilmente. In Italia uno dei massimi esperti in materia è Aldo Giannuli, storico contemporaneo dell’Università degli Studi di Milano e autore di diversi libri sull’argomento: Come funzionano i servizi segreti (2009 Ponte alle Grazie) e Come i servizi segreti usano i media (Ponte alle Grazie nel 2012) sono i più recenti.

Professore iniziamo dallo scandalo Verizon. Cosa pensa di questa vicenda?
“Penso che sia la scoperta dell’acqua calda. Una dei compiti fondamentali dei servizi segreti è la raccolta dell’informazione e figuriamoci se non intercettano tutto quello che possono intercettare con una legge come il Patriot Act (legge federale statunitense, concepita dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici, ndr). Tutti si meravigliano di Obama ma vorrei ricordare che l’attuale presidente degli Stati Uniti non ha mai abrogato o modificato questa legislazione”.

Lei ormai studia i servizi segreti da anni. Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalle sue ricerche è che non si limitano ad ascoltare e a spiare ma che svolgono anche un ruolo attivo nella manipolazione dell’informazione. Quanto sono credibili le notizie che leggiamo o ascoltiamo?
“Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il problema principale non è la diffusione di notizie false o al contrario la mancata pubblicazione di informazioni su alcuni argomenti. Questo comportamento esiste ma solo in casi eccezionali. Il problema vero è il montaggio delle stesse ovvero le modalità di presentazione. I servizi influenzano il come le notizie devono uscire e il quando”.

Ci può fare degli esempi concreti?
“Per esempio si possono tacere dei particolati e sottolinearne degli altri. Si possono applicare tecniche di manipolazione linguistica come iniziare un servizio con il condizionale e nel corso dello svolgimento scivolare sull’indicativo, oppure creare delle relazioni inesistenti associando notizie tra di loro in modo da favorire un certo tipo di lettura. Con questo tipo di meccanismi i lettori o i telespettatori vengono condizionati e quindi manipolati".

Per i cittadini è possibile difendersi ed eventualmente come?
“Tutto sommato dal confronto fra le varie fonti di informazione (televisione, web, radio) seppur con qualche fatica si riesce ad estrarre delle indicazioni. Per fare questo tipo di lavoro ci vuole impegno e intelligenza. Però bisogna sempre tener presente che una informazione totalmente obiettiva, veritiera e imparziale non esiste”.

Quali sono gli obiettivi dei servizi segreti, in quali ambiti tendono a condizionare l’informazione?
“Ogni ambito può essere di loro interesse, non esistono aree escluse. E' ovvio che le tematiche di natura finanziaria o di politica internazionale sono più sensibili ma anche i campionati di calcio possono rappresentare un interesse politico ed economico. Per esempio, durante la guerra fredda i servizi segreti avevano interesse a condizionare il mondo dello spettacolo e il successo di alcune canzoni rispetto ad altre perché anche questo faceva parte dello scontro fra Est e Ovest".

Quale è il punto di contatto tra servizi segreti e mondo dell'informazione?
“Il primo anello delicato sono le agenzie di stampa in quanto da esse si irradia l’informazione. Però a tutti i livelli ci sono dei contatti in quanto il mondo dei media vive di scambi. In alcune circostanze i giornalisti sanno che i loro interlocutori fanno parte dei servizi segreti in altre invece no e pensano semplicemente di avere a che fare con uomini di partito o di altre organizzazioni di qualsiasi tipo”.
07 giugno 2013
 

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)