Murray Bookchin— Anarchismo senza classe
lavoratrice
L'Anarchismo ha bisogno della
rivoluzione della classe lavoratrice
Murray Bookchin è stato un
prolifico autore ed un influente teorico anarchico. Recentemente
il suo lavoro è tornato alla ribalta. Se da un lato si possono
apprezzare i suoi significativi contributi, dall'altro egli
commise un grave errore nel rifiutare il ruolo della classe
lavoratrice quale importante componente all'interno della
rivoluzione anarchica. In questo articolo si mette a fuoco il
percorso teorico di Bookchin al riguardo e -di converso- si
dimostra come la classe lavoratrice debba essere considerata
quale forza decisiva perchè la rivoluzione anarchica abbia
successo.

Murray Bookchin nel 1989
L'Anarchismo ha bisogno della rivoluzione della classe
lavoratrice
Sebbene sia morto nel 2006, di Murray Bookchin se ne parla ancora
oggi. Compassati giornali borghesi scrivono, con apparente
sorpresa, che parte del movimento rivoluzionario nazionale curdo è
stato influenzato dalle idee di Murray Bookchin, un anarchico
statunitense (Enzinna 2015). Ad ogni modo, non è di questi sviluppi
che intendo parlare. Quanto segue non si occupa di come la filosofia
politica di Bookchin si possa essere applicare ai Curdi della Rojava
(cosa per altro importante), bensì di come si potrebbe applicare
agli USA e ad altri paesi industrializzati o in via di
industrializzazione.
Non è mio scopo nemmeno ripercorrere l'intero percorso della vita e
dell'opera di Bookchin (vedi White 2008). Bookchin ha dato un
enorme contributo all'anarchismo, specialmente -ma non solo- per
aver correlato l'ecologia all'anarchismo. Al tempo stesso, secondo
me, la sua opera risente fortemente della sua scelta di negare alla
classe lavoratrice il ruolo di soggetto principale nella transizione
dal capitalismo al socialismo anti-autoritario. Al pare di altri
rivoluzionari del secondo dopo-guerra, egli rimase colpito dalle
sconfitte subite dalla classe lavoratrice mondiale tra gli anni '30
e '40, mentre guardava impressionato alla prosperità ed alla
stabilità del mondo occidentale all'indomani della Seconda Guerra
Mondiale. Dopo essere stato comunista e poi trotskyista, abbracciò
infine una versione dell'anarchismo che non prevedeva una
rivoluzione ad opera della classe lavoratrice.
Il che era invece la visione storicamente dominante
nell'anarchismo. Bakunin, Kropotkin, Malatesta, Makhno, la Goldman,
Durruti, gli anarcosindacalisti ed i comunisti-anarchici ritenevano
che “
l'anarchismo è una forma di socialismo libertario,
rivoluzionario, internazionalista basato sulla lotta di classe...
Il sindacalismo rivoluzionario era una sorta di anarchismo
di massa…e venne fatto proprio dalla grande maggioranza degli
anarchici.” (cfr. Schmidt & van der Walt 2009; pag.170)
Per loro la “
più ampia tradizione anarchica” era “‘anarchismo
fondato sulla 'lotta di classe', a volta definito come comunismo
anarchico rivoluzionario...” (19)
Tuttavia, nel suo lavoro del 1969, “
Listen, Marxist!”
(ripubblicato in Bookchin 1986; 195—242), Bookchin denunciava “il
mito del proletariato.” Così scriveva: "
Abbiamo visto la classe
lavoratrice neutralizzata quale "agente del mutamento
rivoluzionario', benchè lottasse ancora all'interno del sistema
borghese per aumenti salariali [e]
riduzioni dell'orario
di lavoro ….La lotta di classe... è [stata]
…co-optata
all'interno del capitalismo…. " (202). Nell'ultima raccolta
di suoi scritti egli torna a ripetere la sua convinzione “
…La
Seconda Guerra Mondiale…ha portato alla fine di tutta l'era del
socialismo rivoluzionario e proletario…che aveva fatto la sua
comparsa nel giugno del 1848” (Bookchin 2015; 127). Rispetto
all' “
era del socialismo rivoluzionario proletario” egli non
menziona che c'erano state rivoluzioni vinte dai lavoratori, ma solo
che c'erano stati movimenti di massa di lavoratori (socialisti,
comunisti ed anarchici), ed un certo numero di tentativi
rivoluzionari.
Scriveva Bookchin: “
…L'operaio [è]
dominato dalla
gerarchia di fabbrica, dalla routine industriale, e dall'etica del
lavoro….In ogni giornata lavorativa, la produzione capitalista
rinnova non solo le relazioni sociali del capitalismo...ma anche
la psiche, i valori e l'ideologia del capitalismo” (Bookchin
1986; 203 & 206). (Sul perchè questi stessi effetti mortali
della produzione industriale capitalista non abbiano impedito
l'esistenza di un movimento per "il socialismo rivoluzionario
proletario" per "tutta un'era" dal 1848 alla Seconda Guerra
Mondiale, Bookchin non dava alcuna spiegazione).
Bookchin non negava che c'erano ancora lotte per miglioramenti
salariali e riduzione dell'orario di lavoro, ma non vedeva più in
questo conflitto di bassa intensità un potenziale significativo per
una rivoluzione operaia. Non negava nemmeno che i lavoratori
potessero diventare rivoluzionari, ma solo a condizione -sosteneva-
che essi smettessero di pensarsi come lavoratori, concentrati solo
su questioni relative al loro lavoro quotidiano, per considerarsi
invece "cittadini" e non più classe.
Comunalismo versus Anarchismo & Marxismo
Prima di addentrarci nelle ragioni per cui Bookchin non prendeva in
considerazione una rivoluzione ad opera della classe lavoratrice —e
nelle ragioni per le quali io credo che egli avesse torto- è
opportuno dare menzione di un un altro sviluppo della sua teoria.
Dopo essersi definito per 40 anni come anarchico, Bookchin decise di
accantonare questa definizione. Infatti ridefinì il suo programma
come “comunalismo” (pur continuando a mantenere le definizioni
correlate di "municipalismo libertario" e di "ecologia sociale").
Nella sua ultima opera (Bookchin 2015), compaiono suoi saggi
(scritti nel 2002) che spiegano il suo pensiero.
Trovo questa sua scelta alquanto strana, dal momento che egli
continuò ad opporsi allo Stato (quale organizzazione
burocratico-militare al di sopra del resto della società),
respingendo l'idea marxista di Stato "di transizione" o di Stato
"operaio". Continuava ad opporsi al capitalismo ed al mercato. Ed a
tutte le altre forme di dominazione, di oppressione e di gerarchia
(sessismo, razzismo, omofobia, imperialismo e così via).
Francamente, l'opporsi allo Stato, al capitalismo ed a tutti gli
altri aspetti di oppressione è proprio ciò che caratterizza la mia
definizione di anarchico.
Col “comunalismo” Bookchin intendeva una “confederazione” (una
federazione decentralizzata) di quartieri e territori ecologicamente
bilanciati. In cui sia l'economia che l'ordinamento politico
(“governo” senza Stato) sarebbero gestiti dalle assemblee dei
cittadini a democrazia diretta, dal popolo auto-organizzato. In
qualunque modo si voglia definire questa impostazione (Bookchin non
prevedeva assemblee di lavoratori nei luoghi di lavoro, nemmeno
sotto la direzione generale da parte dell'assemblea comunale), si
tratta di una possibilità prevista dall'anarchismo. (Per una
esaustiva esposizione del suo programma politico ed economico, cfr.
Biehl 1998.)
Bookchin si lasciava così alle spalle sia l'anarchismo che il
marxismo, sostenendo che il comunalismo incorporava il meglio di
entrambi ma andava ben oltre. In realtà, nel compiere questo passo,
egli tendeva a dividere l'anarchismo in due categorie: l'anarchismo
propriamente detto ed il sindacalismo rivoluzionario. Questa seconda
accezione comprendeva apparentemente tutte le possibilità di
anarchismo basato sulla lotta di classe e non solo
l'anarcosindacalismo. Ma se togliamo tutti gli aspetti di classe
dall'anarchismo (cancellando la grande tradizione anarchica), tutto
quello che ci rimane è un "anarchismo" di tipo individualista,
personalista, estremista ma senza essere rivoluzionario, un
anarchismo anti-organizzatore, "come stile di vita" ed
irresponsabile. Cioè proprio le cose che lo stesso Bookchin aveva
sempre criticato come sbagliate nell'anarchismo! Bookchin ha sempre
denunciato nell'anarchismo queste correnti riformiste,
alternativo-istituzionali, cosiddette "da stile di vita", salvo
avere in comune con esse il rifiuto per la rivoluzione ad opera
della classe lavoratrice.
La stessa cosa vale per il marxismo. Se togliamo la classe
lavoratrice dal marxismo di Marx -se abbandoniamo "L'emancipazione
della classe lavoratrice sarà opera della classe lavoratrice
stessa"- allora del marxismo non rimangono che il centralismo, il
determinismo, lo scientismo e lo statalismo. Cioè restano solo le
basi per il totalitarismo stalinista.
Il concetto principale che Bookchin trasse dal marxismo fu l'analisi
del capitalismo come sistema di produzione di merci che deve
espandersi se non vuole morire. Sotto la pressione della
competizione, ogni fabbrica, tutte le fabbriche, devono produrre
sempre di più, vendere di più, fare più profitti, crescere sempre di
più, accumulare ed accumulare. Bookchin vedeva come la tendenza
fondamentale assunta dal capitalismo avrebbe inevitabilmente
minacciato la necessità di un equilibrio dei limiti ecologici
mondiali. (Egli ne scrisse ben prima che l'attuale generazione di
studiosi marxisti ecologisti iniziasse a pubblicare le loro teorie)
Purtroppo, egli non capì che parlare della tendenza del capitalismo
ad accumulare significa parlare della sua necessità di sfruttare i
lavoratori. Nella sua essenza il capitalismo non è altro che la
relazione capitale/lavoro, mentre esso considera la natura come
priva di valore. L'accumulazione di merci e di denaro proviene dal
lavoro umano e dal fatto che i lavoratori ricevono un salario
inferiore al valore di ciò che producono. Nell'economia delle merci
del capitalismo, anche la capacità di lavoro dei lavoratori (la loro
"forza-lavoro") è una merce, che deve essere acquistata dai
capitalisti ad un prezzo inferiore di quello che possono produrre.
Questo non comporta necessariamente che i lavoratori diventino più
poveri (vedi la supposta teoria dell' "immiserimento"). Dal momento
che i beni vengono prodotti sempre più a buon mercato, risultano più
accessibili ai lavoratori, che però continuano ad avere meno del
totale che essi producono. E' questo plusvalore (il profitto), che i
lavoratori producono ma non ricevono, che viene accumulato. Il
plusvalore consente il ciclo infinito della crescita. Comunque la
pensi Bookchin, la classe lavoratrice rimane essenziale e centrale
per il capitalismo. E dunque essa deve essere essenziale e centrale
in ogni rovesciamento del capitalismo.
Quando il plusvalore decresce (a causa dei monopoli, della
sovraproduzione, della caduta tendenziale del saggio di profitto,
dell'aumento dei costi per l'accesso alle risorse naturali, ecc.),
allora le imprese cercano di fare maggiori profitti. Così attaccano
i lavoratori per cercare di ridurre la loro quota nella produzione.
Così è andata quando -verso il 1970- vennero meno le condizioni che
avevano permesso i 30 anni di prosperità nel secondo dopoguerra.
Bookchin (e con lui la maggior parte dei teorici di sinistra degli
anni '50 e '60) non si aspettavano la fine della prosperità
post-bellica, così come facevano i teorici liberali e conservatori.
Bookchin scrisse anche: “
…Il capitalismo mondiale uscito dalla
Seconda Guerra Mondiale non è mai stato così forte in tutta la sua
storia….[C'era]
un'assenza di ‘crisi generale' del
capitalismo….” (2015; 128).
Bookchin respingeva l'approccio sia della Luxemburg che di Lenin
(nonchè della "ultra-sinistra" marxista-libertaria che era
politicamente vicina all'anarchismo) i quali sulla 1 Guerrra
Mondiale dicevano che iI “
…capitalismo era passato da una fase
progressista ad una in gran parte reazionaria….” (Bookchin
2015; 124) Invece secondo Bookchin: “
Gli ultimi 50 anni ci hanno
dimostrato che quell'unico periodo di rivoluzioni tra il 1917 ed
il 1939 non era la prova di un capitalismo molle ed in declino,
come Lenin [e altri!—nda]
sostenevano. Piuttosto quello fu
un periodo di transizione sociale, [con l']
…emergere di
nuove questioni che si spingevano ben al di là delle analisi in
chiave operaista care alla sinistra classica” (149). Negando
che il capitalismo avesse attraversato una fase di reazione e di
declino, Bookchin era certo che la prosperità post-bellica fosse non
temporanea, che la prosperità e la forza del capitalismo mondiale
non sarebbero finite, che non ci sarebbe stata la ricomparsa di una
fase di crisi generale del capitalismo. Egli non si aspettava un
nuovo attacco capitalista contro i lavoratori, non credeva ad una
nuova guerra di classe portata dall'alto verso il basso. (Questi
temi sono stati affrontati da Price nel 2013).
Perchè Bookchin non credeva più nel ruolo della classe
lavoratrice
“Contrariamente alle aspettative di Marx, la classe
operaia industriale è numericamente in calo e sta
inesorabilmente perdendo la sua tradizionale identità in quanto
classe….La cultura odierna [ed]…i modi di
produzione…hanno fatto del proletariato in gran parte uno strato
della piccola borghesia...Il proletario …sarà completamente
sostituito da mezzi di produzione automatizzati e persino
miniaturizzati….Le categorie di classe sono ora mescolate a
categorie gerarchiche basate sulla razza, sul genere, sulle
preferenze sessuali e certamente sulle differenze nazionali o
regionali.” (Bookchin 2015; 5)
Queste affermazioni di Bookchin dimostrano diverse incomprensioni
della prospettiva della classe lavoratrice. Nè il marxismo e
certamente nemmeno l'anarco-sindacalismo hanno definito il
"proletariato" entro i limiti della "classe operaia industriale".
Coloro i quali vendono la loro forza-lavoro ai padroni, in cambio di
paghe o salari, partecipando alla produzione di merci e soprattutto
alla produzione del plus-valore, sono i lavoratori del capitalismo.
(La “classe lavoratrice” è una categoria più ampia rispetto a quella
dei lavoratori dipendenti. La classe include anche coloro che
dipendono dal lavoro salariato —i loro figli e le casalinghe—come
pure i lavoratori in pensione, quelli attualmente senza lavoro, la
maggior parte degli studenti universitari in quanto lavoratori
futuri e così via).
“La grande maggioranza degli Americani fa parte
della classe lavoratrice. Sono lavoratori qualificati e non
qualificati, nell'industria manifatturiera e nei servizi, uomini
e donne di tutte le razze.… Sono camionisti, sono operatori
davanti ad un computer, utilizzano macchinari, fanno i
camerieri, ordinano e consegnano la posta, lavorano sulle linee
di assemblaggio, stanno tutto il giorno in piedi dietro gli
sportelli bancari, fanno migliaia di lavori in ogni settore
dell'economia. Per quanto diversificato sia il lavoro, chi fa
parte della classe lavoratrice ha con tutti gli altri un ruolo
in comune all'interno della produzione, quello di avere ben poco
controllo relativo sul ritmo e sul contenuto del loro lavoro e
quello di non essere i padroni di nessun altro. Sono loro che
producono la ricchezza delle nazioni, ma di questa ricchezza
ricevono solo quella parte che possono acquistare col [loro]
salario….Quando li mettiamo tutti insieme, essi rappresentano
oltre il 60% della forza lavoro [degli Stati Uniti]” (Zweig
2000; 3).
Una delle ragioni del declino del nucleo della classe lavoratrice
industriale negli USA è stata l'espandersi della delocalizzazione
della produzione da parte delle imprese statunitensi. Per quanto ciò
possa aver avuto effetti sugli USA, ha causato d'altra parte un
rilevante aumento numerico della classe lavoratrice internazionale,
in Asia ed in altre regoni più povere (“il Terzo Mondo”). Il che non
si può certo dire sia una prova contro una prospettiva di classe!
Bookchin ha usato anche gli esempi della rivoluzione russa e della
rivoluzione spagnola degli anni '30. Da queste esperienze ha
ricavato la convinzione che le classi lavoratrici più rivoluzionarie
siano quelle composte da molti nuovi lavoratori, giunti dalle
campagne. “
Generalmente il ‘proletariato’ si è dimostrato più
rivoluzionario nei periodi di transizione, quando.... i lavoratori
venivano sradicati da un ambiente contadino….” (Bookchin 1986;
211). Presumibilmente questa deve essere stata un'altra ragione per
ritenere i lavoratori statunitensi quali conservatori. Ma, per
quanto questo possa essere vero, implica al tempo stesso che ci si
può aspettare che le nuove classi lavoratrici in espansione nelle
nazioni oppresse siano militanti e radicali. (In Bookchin 2015, c'è
un capitolo sul nazionalismo e sull'internazionalismo, in cui nulla
si dice sulla classe lavoratrice internazionale o sulla sua attuale
espansione.)
L'argomento principale a sostegno della visione anti-proletaria di
Bookchin sta nel fatto empirico che i lavoratori statunitensi sono
un insieme che al presente non si riconosce nell'anarchismo, nemmeno
nel socialismo, nel comunismo o nella rivoluzione e che non si
identifica neanche con la classe più ampia di cui fanno parte (“
stanno
inesorabilmente perdendo la loro tradizionale identità in quanto
classe”). Nè vi è attualmente una pur significativa minoranza
che possa ritenersi in qualche modo radicale. Infatti, molti
lavoratori bianchi sono abbastanza conservatori.
Tuttavia, un orientamento di classe non pone come fatto inevitabile
che i lavoratori—o spezzoni di essi—svilupperanno una coscienza di
classe per diventare socialisti (anarchici, comunisti)
rivoluzionari. Ci sono forze che spingono i lavoratori verso la
radicalizzazione: la concentrazione di lavoratori nelle fabbriche e
nei posti di lavoro (e, sì, nelle città), laddove sperimentano cos'è
lo sfruttamento, l'alienazione, la povertà, la repressione, la
disoccupazione, come pure i mali apparentemente "non-di classe" del
capitalismo, quali le guerre e la distruzione dell'ambiente. Ma ci
sono anche forze che li allontanano dalla radicalizzazione: il
razzismo, il sessismo, il patriottismo, la maggior parte delle
religioni, l'ignoranza, ecc. I lavoratori meglio pagati (la presunta
"aristocrazia operaia”) stanno bene e non vogliono mettere a
repentaglio le conquiste ottenute. I lavoratori peggio pagati si
sentono demoralizzati e sopraffatti. Alcune delle questioni che
Bookchin ha sollevato, quali i possibili effetti conservatori
derivanti dal lavorare in condizioni di autoritarismo come in una
fabbrica, potrebbero anche essere prese in considerazione in quanto
parte delle forze che portano alla de-radicalizzazione.
Ci si augura che nel corso del tempo le forze che fanno crescere la
coscienza di classe ce la faranno, ma questo non è un esito
assicurato - non necessariamente in tempo per impedire una crisi
economica, una guerra mondiale e/o una catastrofe ambientale. Non
siamo davanti ad un processo meccanico ma di fronte ad una questione
di scelte che coinvolge un grande numero di persone. "
Definire il
proletariato come classe rivoluzionaria è un condensato di più
significati: quello del proletariato come classe che ha il
potenziale storico di fare la rivoluzione, quello di etichetta per
un orientamento sociale, ma non quello della descrizione degli
eventi in corso". (Draper 1978; 51).
Come lo stesso Bookchin ammette, c'è stata
“tutta un'era di
socialismo proletario rivoluzionario.” Decine di
milioni di operai (e contadini ed altri) hanno partecipato ai
movimenti di massa che si sono richiamati ad un un qualche tipo di
socialismo. Persino gli USA hanno avuto in passato grandi lotte
operaie, in genere influenzate da una minoranza rivoluzionaria.
Dubito che ci sia stato un tale cambiamento nella tecnologia senza
che un nuovo periodo di crisi capitalista provocasse un nuovo
effetto di radicalizzazione.
“…La classe operaia, in quanto strato più basso nel
sistema di classe, non può muoversi senza dotarsi oggettivamente
di un programma, anche quando coscientemente ne farebbe a meno:
si tratta della assunzione di responsabilità sociale da parte di
un popolo democraticamente organizzato…un programma che, in
concreto, preveda l'abolizione del capitalismo...La questione
non è come il proletariato, al pari di ogni altra classe, possa
essere ingannato, tradito, sedotto, corrotto, deviato o
manipolato dalle forze dominanti della società. Il punto
fondamentale sta nel fatto che è il proletariato che è decisivo
per ingannare, sedurre e via dicendo.” (Draper 1978; 47-48)
Tali correnti trasversali nella coscienza dei lavoratori ed altri mi
inducono a concordare con Bookchin sulla necessità di “
…un corpo
organizzato di rivoluzionari….” (2015; 54). Le rivoluzioni
sono fallite a causa della mancanza di “
un affidabile,
revocabile, gruppo di militanti confederati che esplicitamente
sfidasse tutte le organizzazioni stataliste in quanto tali”
(Bookchin 1996; 10). A differenza di Bookchin, io vorrei
un'organizzazione con una programma di classe anarchico globale.
Un'organizzazione di rivoluzionari anarchici che non sarebbero un
partito in quanto non cercherebbero di "prendere il potere" per se
stessi impadronendosi dello Stato (sia di quello esistente che di
uno Stato nuovo e rivoluzionario). Tale organizzazione esisterebbe
solo per mettere insieme la minoranza dei rivoluziori socialisti
libertari, al fine di incoraggiare la formazione popolare di
assemblee radicalmente democratiche e di lottare contro i partiti
autoritari dei leninisti, dei liberali, dei social-democratici e
persino del fascisti. Questa organizzazione non dovrebbe essere
separata dall'autorganizzazione della classe lavoratrice ma essere
parte integrante nel processo rivoluzionario.
Bookchin ha ragione quando sostiene che "le categorie
di classe sono ora mescolate con categorie gerarchiche basate
sulla razza, sul sesso, sull'orientamento sessuale ...."
In realtà la classe è sempre stata mescolata con questi aspetti
"non-di-classe", non solo "ora", ma anche durante "l'era del socialismo proletario". Ci sono state alcune
"vulgate marxiste" e alcuni
sindacalisti testoni che a torto hanno considerato la classe
come l'unico aspetto. Ma non c'è nulla di inerente ad un
orientamento di classe globale che richieda di ignorare queste
questioni vitali. La classe interagisce
con, e si sovrappone a razza, sesso, orientamento sessuale,
oppressione nazionale, ecologia, imperialismo, e così via. (Come già detto, per esempio, la crisi
ecologica può sembrare un problema trasversale di classe, dal
momento che riguarda tutti. Ma essa è causata dalla tendenza del
capitalismo ad accumulare, cosa che affonda le sue radici nello
sfruttamento da parte del capitalismo della classe operaia).
Schmidt & van der
Walt (2009) esplorano la storia degli anarchici che si sono
occupati di sesso, razza, oppressione nazionale e altri
problemi, attraverso l'organizzazione sul territorio,
costituendo scuole, e in generale integrando la liberazione
della classe operaia con tutte le altre lotte di liberazione.
In nessuno
dei suoi lavori Bookchin trova una ragione decisiva
per guardare alla classe operaia (vale a dire, alle persone in quanto
lavoratori). E'
una scelta strategica. Come
lavoratori, le persone
hanno un enorme potere potenziale.
Oltre ad avere i numeri (essendo
la maggior parte della popolazione
nazionale), i lavoratori
hanno nelle loro mani i mezzi di
produzione, di trasporto,
di comunicazione, dei
servizi sociali e delle transazioni
commerciali. La classe lavoratrice potrebbe
fermare tutto per ricominciare in un modo nuovo,
se solo scegliesse di farlo.
L'unico potere paragonabile di cui
dispongono i capitalisti è il controllo
statale della polizia e dei militari
(ma nelle fila dei militari
ci sono per lo più i figli e le figlie
della classe lavoratrice a cui fare appello
in caso di una ribellione della classe
operaia). Come
"cittadini", invece, le persone
non hanno tale potere potenziale.
Uno dei contributi di
Bookchin sono i suoi studi storici sulle rivoluzioni (vedi
Bookchin 1996). Leggiamone un passo: "Dalle guerre di gran parte dei
contadini medievali durante la Riforma del XVI secolo fino
alle rivolte moderne di operai e contadini, i popoli oppressi
hanno creato le proprie forme popolari di associazione sul
territorio-potenzialmente l'infrastruttura popolare di una
nuova società ... .Durante il corso delle
rivoluzioni, queste associazioni hanno preso la forma
istituzionale di assemblee locali ... o consigli
rappresentativi dei delegati con mandato revocabile "(1996,
4). Questa è la base del programma
rivoluzionario anarchico. L'attenzione di Bookchin andava alle assemblee
ed ai consigli di città e dei quartieri popolari. Eppure,
nelle società industrializzate, a partire dall'inizio del 20°
secolo, la forma dominante di tali assemblee e consigli è stata
quella dei comitati di fabbrica e sul posto di lavoro. Ripetutamente, gli operai hanno preso il controllo
dei loro posti di lavoro ed hanno creato assemblee democratiche
con capacità di gestione, associate in senso orizzontale. Dopo la rivoluzione russa
d'ottobre, i bolscevichi riuscirono a consolidare il loro potere
quando sconfissero i consigli di fabbrica scontrandosi con
l'opposizione di anarchici e comunisti di sinistra (vedi Brinton
2004). Tuttavia, Bookchin ha dichiarato
soltanto che non era contrario a consigli di fabbrica
temporanei, a condizione che "i consigli [operai] fossero
alla fine assimilati in un'assemblea popolare ...." (1986,
168).
La strategia di Murray Bookchin
Nel fare a meno della classe lavoratrice, Bookchin deve guardare ad
altre forze sociali in grado di produrre un mutamento — un altro
soggetto rivoluzionario. Nel 1970 (nella sua prima “Introduzione” a
Bookchin 1986), egli guardava
“al mondo della controcultura e
della rivolta giovanile” (32), agli “
hippie[s]”
(27), ed al “
tribalismo” (25). “
Lo stile di vita è
indispensabile nel preservare l'integrità dei rivoluzionari….”
(18). Ma in occasione della sua seconda (1985) “Introduzione”, egli
si dimostrava disilluso rispetto al mondo della “
controcultura”.
E si stava muovendo in una direzione che lo portò a denunciare lo
"stile-di-vita", per guardare ai "
fenomeni trasversali alle classi
- al riemergere del 'Popolo’….” (1986; 41)
Nei suoi
ultimi scritti, Bookchin
ha rielaborato il suo punto di vista
per cui le persone non dovrebbero
organizzarsi sulla base dei loro propri interessi
materiali o bisogni, ma come
"cittadini" senza -classe,
sulla base di appelli morali.
"... I lavoratori
di diversi settori
avrebbe posto nelle
assemblee popolari non
come lavoratori - siano essi tipografi,
idraulici, operai
di fonderia e simili
... -bensì come
cittadini, la cui preoccupazione
principale sarebbe l'interesse
generale della società in cui
vivono. I cittadini
devono essere liberati
della loro identità particolaristica
... .e dei loro
interessi particolari"(Bookchin
2015; 20). Questa
è la "trasformazione dei
lavoratori da meri esseri di
classe in semplici
cittadini" (21).
Naturalmente, questa
trasformazione "transclassista"
non si limita ai lavoratori, ma
comprende anche i manager,
i capitalisti, politici e
generali. Presumibilmente,
anche loro sarebbero da trasformare
da "esseri di classe
in semplici cittadini",
in questo Fronte Popolare
comunalista.
Negli anni '80, Ellen Meiksins Wood scrisse una brillante critica
rivolta ai dirigenti marxisti britannici e francesi che si
accingevano ad abbandonare la classe lavoratrice per ragioni molto
simili a quelle di Bookchin (anche loro erano stati influenzati
dalla lunga prosperità e stabilità seguita alla 2GM). Leggiamone un
passo:
"[Queste teorie] comportano che le condizioni
di sfruttamento capitalistico non sono più consequenziali
nel determinare la situazione di vita e l'esperienza dei
lavoratori rispetto a tutte le altre condizioni ed
imprevisti che possono toccare le loro vite ...
.L'implicazione è che i lavoratori non sono sfruttati dal capitalismo più di quanto lo
siano tutti gli altri esseri umani che non sono essi stessi
oggetto diretto di sfruttamento. Ciò implica
anche che i capitalisti non trarrebbero alcun vantaggio
fondamentale dallo sfruttamento dei lavoratori, che i
lavoratori non subirebbero alcun svantaggio fondamentale dal
loro sfruttamento da parte del capitale, che i lavoratori
non trarrebbero alcun vantaggio fondamentale dal cessare di
essere sfruttati, che la condizione di essere sfruttati non
comporterebbe un 'interesse' alla
cessazione dello sfruttamento di classe, che le relazioni
tra capitale e lavoro non hanno conseguenze fondamentali per
l'intera struttura di potere sociale e politico, e che gli
interessi in conflitto tra capitale e lavoro sono tutti
negli occhi degli spettatori. (Non
importa che tutto ciò renda assurda ... l'intera storia
delle lotte operaie contro il capitale) "(Wood 1998;
61).
Gli
anarchici hanno a lungo criticato il marxismo per la sua
mancanza di un aspetto morale. Marx stesso era certamente motivato da passioni
morali, ma non entravano nel suo sistema. Come
sistema, il marxismo sembrava dire che i lavoratori avrebbero
combattuto per il socialismo, in virtù del divenire del processo
storico. Da nessuna parte Marx ha scritto che i lavoratori e
altri avrebbero dovuto essere a favore del socialismo, in quanto
moralmente giusto. Tuttavia la critica anarchica al determinismo marxista
ed al suo non-moralismo non significa che non dobbiamo guardare
verso l'auto-interesse dei lavoratori. E' nel loro
interesse fermare lo sfruttamento e creare una società libera
e senza classi, che sono tutti obiettivi morali. I cittadini di Bookchin, come parte del Popolo, non hanno
motivo di opporsi al capitalismo se non che è moralmente giusto
farlo. Né hanno alcun
potere strategico per fermare il capitalismo, come fanno i
lavoratori in sciopero. Non vi è
apparentemente alcun motivo in più per una lavoratrice
afro-americana di essere a favore delle assemblee dei cittadini
di Bookchin di quanti ne abbia un top manager di una grande
società o di un agente di polizia. Fanno tutti parte dei "fenomeni transclassisti" del "popolo".
Bookchin aveva elaborato una strategia per raggiungere
l'obiettivo del comunalismo (Biehl 1998). Strategia basata sulla sua
analisi che il conflitto fondamentale nella società capitalista
non è tra la classe operaia e il capitale, ma tra la comunità
locale e l'opprimente Stato centralizzato. Egli non ha mai sostenuto quelle
rivolte che vomitano assemblee rivoluzionarie, come nell'esempio
da egli citato spesso della rivoluzione francese. Invece, ha proposto che i
cittadini creassero pacificamente e legalmente assemblee di
massa a livello di villaggi, di piccole città e di quartieri
delle città. Con
l'obiettivo di rendere queste assemblee ufficiali, gli epigoni
di Bookchin si sarebbero candidati alle elezioni locali. Nel tentativo di prendere in carico Comuni e organismi
analoghi. Essi
avrebbero cercato di cambiare gli statuti di città e comuni, al
fine di sostituire i governi delle città, dei paesi, dei
villaggi e dei quartieri con assemblee popolari. Per
quanto possibile, avrebbero cercato di prendere in consegna le
imprese locali e le industrie, per "municipalizzare" l'economia.
Ciò presumibilmente per
porre le basi di un comunismo libertario (con la "c" minuscola).
Mano a mano
che ogni località si trasforma in assemblee
comunali, si dovrebbero presumibilmente associare tra
loro, cominciando a formare
una confederazione generale.
(Tuttavia, tali organismi non avrebbero
cercato di prendersi lo Stato o il governo
nazionale tramite le elezioni; Bookchin
ha respinto tale possibilità come riformismo
statalista.) Questi
diffusione di entità comunali
dovrebbero minare lo stato e
il capitalismo. Ad un certo punto,
lo Stato e la classe dei capitalisti
avrebbero cercato di fermare il processo.
Ci sarebbe stato uno scontro,
non violento o violento,
a seconda delle circostanze. Se
la confederazione comunale
fosse risultata vincitrice, sarebbe
stata una rivoluzione!
Con tutto il
rispetto per le idee e
gli insegnamenti di Murray Bookchin,
considero tutto questo come una
bizzarra fantasia. L'idea di
costruire assemblee e associazioni
locali è una possibilità di organizzazione
della comunità, a cui gli anarchici
sono favorevoli. Ma il governo
municipale è parte
dello Stato; il farsi
eleggere ad un tale governo municipale pone
gli stessi problemi che gli
anarchici hanno sempre sollevato
rispetto agli sforzi di marxisti
ed altri a farsi eleggere a
qualsiasi livello di governo.
Per dirla con Kropotkin, "...
Gli anarchici si
rifiutano di essere parte delle
esistenti organizzazioni
statali ...
.Essi non cercano di
costituire, ed
invitano gli operai
a non costituire,
partiti politici nei
parlamenti ... Gli anarchici hanno
cercato di promuovere
direttamente le loro idee
tra le organizzazioni
sindacali e di
indurre i sindacati
a una lotta diretta
contro il capitale,
senza porre alcuna fiducia nella
legislazione parlamentare "(Kropotkin
2002; 287).
Anche se può
essere più facile per i rivoluzionari assumere il controllo dei
governi locali, questi hanno
anche la minor quantità di potere
rispetto ai governi statali e
nazionali. Se una città
adotta un programma anticapitalista,
il mondo d'affari sia locale che
nazionale se ne tirerà fuori,
sabotando l'economia locale.
Nel frattempo le città ed i
paesi sono legalmente regolamentati
dal governo dello stato e sono
ufficialmente creature di quel
governo. Se il governo locale
diventa troppo radicale, il
governo dello Stato prenderà
il sopravvento. Nella mia esperienza,
ho visto il bilancio di New York
essere rilevato da una speciale agenzia
di Stato presumibilmente a causa di
problemi finanziari. In
questo momento, i sistemi scolastici
e le amministrazioni cittadine sono
sotto sequestro di tribunali e governi
statali. L'idea che la
gente possa votare in condizioni di
municipalismo libertario a
livello locale è una scelta riformista
come l'idea impraticabile che si possa votare
per il socialismo a livello nazionale.
(prendere in considerazione l'esempio
attuale di Syriza in Grecia).
I tentativi di Bookchin e dei suoi epigoni nel mettere in pratica
questa strategia sono falliti (i Curdi nel
Rojava sembrano
usare una strategia differente; di nuovo, nulla in questo saggio ha
a che fare con la situazione in
Rojava). Neanche il mondo
anarchico, con tutti i i suoi problemi, ha fatto proprio il
municipalismo libertario. Può essere questa la ragione per cui alla
fine Bookchin ha dichiarato di non essere più anarchico. Per essere
onesti, va anche detto che nemmeno l'anarchismo di classe può
vantare dei successi recenti. Tuttavia l'anarchismo di classe ha una
grande storia alle sue spalle e sembra essere in ripresa a livello
internazionale.
Conclusioni
Murray
Bookchin è stato un teorico prolifico ed con una
certa influenza. Ha
compiuto un'importante integrazione
tra anarchismo e pensiero
ecologista, oltre che con
gli aspetti del marxismo.
Egli ha dimostrato che la crisi ecologica
è radicata nella tendenza del
capitalismo alla accumulazione. Ha
sviluppato un modello di una
società post-capitalista che dovrebbe
essere studiato e pensato, non
come una cianografia o una
nuova ortodossia, ma come
raccolta di idee su come il
socialismo libertario potrebbe
funzionare. Ci ha dato altri
contributi, come ad esempio gli studi
storici sulle rivoluzioni.
In questo saggio, ho appena
toccato il vasto corpo del
suo lavoro. Ma non sono
d'accordo con l'affermazione del
Partito dei Lavoratori del Kurdistan che
Bookchin "è stato il più
grande scienziato sociale del
20° secolo" (Enzinna
2015; 46).
Bookchin
ha commesso un errore fondamentale nel
rinunciare alla classe lavoraatrice come
almeno una delle principali forze nel
fare una rivoluzione. Non
ha capito la centralità dei
lavoratori nel capitalismo, e
quindi il loro interesse a porvi
fine, il loro potere potenziale
per farlo, in alleanza
con tutti i popoli oppressi. Oltre
a questo, ha travisato
la natura del periodo. Ha
visto il boom del dopoguerra
come una nuova fase dello
sviluppo capitalistico, piuttosto
che come una stabilizzazione temporanea
di un sistema profondamente
in crisi. La sua analisi della
crisi ecologica avrebbe dovuto dimostrare
proprio questo. Rinunciando alla
classe operaia, ha cercato la
non-classe, la classe
trasversale, le forze
di immaginari ed astratti,
"cittadini", motivati solo
da preoccupazioni immaginarie,
astratte, morali. Con
questa strategia, avrebbero cambiato il
capitalismo facendosi eleggere nei governi
locali. Una tale prospettiva non
può creare un movimento e tanto meno
una rivoluzione.
Wayne Price
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio
Relazioni Internazionali)
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