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martedì 20 marzo 2018

punk 4 Afrin a Pordenone

Concerto in solidarietà con il popolo curdo oppresso. 
I gruppi cominceranno a suonare puntuali alle 17:00!

SELF TITLED (Punk\HC dalla Serbia come il Buran) https://selftitledbeocin.bandcamp.com/releases
DALTONIC OUT CRY (Old skool HC da Pordenone) 
https://daltonicoutcry.bandcamp.com/

Fermiamo l'aggressione dello Stato Turco contro il cantone di Afrin!!

Dal 20 gennaio 2018, l'esercito turco e i suoi alleati jihadisti (militanti dell’esercito libero siriano (FSA) armati e addestrati dalla Turchia), con la complicità degli Stati Uniti e della Russia e il silenzio dell'Europa, stanno attaccando il cantone di Afrin nel nord della Siria (Rojava). La Turchia, paese Nato, continua a colpire le Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG e YPJ che hanno sconfitto l'Isis e con l'avvio dell'operazione “Ramoscello d'ulivo” sta compiendo attacchi sistematici e brutali sui civili (ad oggi, sono 60 i civili ad essere stati uccisi e 153 feriti durante gli attacchi), sulle infrastrutture e sul patrimonio artistico (è stato colpito il complesso di templi di Ain Dara Hittite) mettendo in atto una vera e propria pulizia etnica.
Nonostante l’embargo e i blocchi delle forniture, Afrin è riuscita ad accogliere centinaia di migliaia di rifugiati e profughi interni che sono fuggiti dal terrorismo del Fronte Al Nusra e dello Stato Islamico, condividendo con loro il pane e la terra. Un largo numero di civili uccisi dagli attacchi turchi negli ultimi giorni erano proprio rifugiati. Specialmente il campo rifugiati di Rubar (dove trovano rifugio oltre 20.000 profughi provenienti da diverse parti della Siria) è stato preso di mira dagli attacchi.
La Turchia che a lungo è stata la maggiore sostenitrice dei gruppi di opposizione islamisti, in particolare del Fronte Al Nusra e di Isis, non si è risparmia alcuno sforzo per sopprimere i curdi. Dopo il suo fallimento a Kobane, l’esercito turco, che agisce su ordine del Partito per la Giustizia e lo sviluppo (AKP) e del suo leader Erdogan, ha iniziato a diffondere il suo odio a Afrin nel tentativo di liberarsi dei curdi.
Da alcuni anni in Rojava si sta portando avanti un progetto di autodeterminazione del popolo curdo e dei popoli presenti nel nord della Siria che va sotto il nome di “Confederalismo democratico”. Un progetto pluralista di democrazia diretta, che supera l'idea di Stato-nazionale per mettere in pratica l'autogoverno delle assemblee popolari e nuove forme di strutturazione sociale basate sulla pari rappresentanza e sulla cooperazione fra tutti i popoli della Siria e del Medio Oriente.
Questo esperimento sociale rappresenta una vera e propria minaccia per chi sta usando il Medio Oriente al fine di portare avanti le proprie mire di dominio imperialista e nazionalista.
La guerra, gestita dalle potenze occidentali e dai suoi alleati attraverso la “guerra per procura”, ha tra i suoi obiettivi il controllo delle materie prime (in primis il petrolio) e la distruzione di un esperimento politico e sociale che potrebbe essere preso come esempio da altri popoli del Medio Oriente per liberarsi definitivamente dal dominio degli Stati.

Fermiamo l’aggressione della Turchia contro il cantone di Afrin che è un atto criminale, un massacro contro il popolo curdo a cui il resto del mondo assiste in silenzio e complicità.
Sosteniamo il “Confederalismo democratico” e la lotta per l'autodeterminazione del popolo curdo.

Iniziativa Libertaria - Pordenone

giovedì 1 giugno 2017

Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA

Questo articolo si occupa dell'attuale situazione militare in Rojava. Mentre il PYD e le Forze Democratiche Siriane si avvicinano sempre di più agli USA, sembra che tra gli anarchici ed i comunisti-anarchici c'è chi se ne dimostra felice. Questo articolo cerca di spiegare a questi anarchici che tale alleanza è solo negli interessi degli USA e dei loro alleati in Europa e nella regione. Alla fine, il Rojava potrebbe perdere ciò che ha conquistato finora.
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Noi, sostenitori del Rojava, dovremmo essere preoccupati per l'alleanza con gli USA.
By: Zaher Baher
17 maggio 2017
Gli equilibri politici e militari in Siria sono in continuo mutamento. Le relazioni tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), co-fondate dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), ed anche quelle con Russia ed USA fluttuano costantemente. Le dinamiche dietro questi cambiamenti hanno poco a che fare con l'ISIS. Infatti, tutto dipende dai rispettivi interessi generali delle grandi potenze e dai  loro scontri per stabilire una predominanza di potere nell'area.
L'anno scorso c'è stata una costante erosione della posizione degli Stati Uniti in Siria nei confronti della Russia, che da allora è in una posizione di vantaggio. Il pesante coinvolgimento della Russia in Siria e l'essere diventata un alleato importante della Turchia ha cambiato molte cose. La relativa inattività  degli Stati Uniti ha dato l'opportunità alla Russia, alla Turchia e all'Iran di svolgere un ruolo significativo nel prendere le decisioni.
Sotto la nuova amministrazione di Trump questo è cambiato in qualche modo. Probabilmente Trump ha un approccio diverso sulla Siria. Nonostante gli Usa siano ancora una delle maggiori potenze del mondo, non riescono a muoversi nella regione, specialmente in Siria.
Dopo una lunga pausa, Trump ha deciso di allearsi con le SDF contro l'ISIS per sconfiggerlo a Raqqa, indipendentemente dalla posizione e dalla reazione della Turchia. Trump ha ora approvato un accordo per fornire direttamente armi pesanti alle SDF, vedendole come la forza più efficace e affidabile soprattutto dopo che le SDF hanno strappato la città di Tabqa City all'ISIS. L'amministrazione statunitense è attualmente più che mai determinata nella ri-conquista di Raqqa, capitale di fatto dell'ISIS. Ora è chiaro che l'amministrazione statunitense, le SDF e il Partito Democratico Popolare (PYD) si stanno avvicinando l'un l'altro fino al punto che le SDF puntano a raggiungere ciò che gli Stati Uniti vogliono raggiungere, anche se ciò potrebbe  avvenire a spese di ciò che è stato raggiunto finora in Rojava.
Noi sostenitori del Rojava dovrebbero essere molto preoccupati per l'attuale sviluppo in relazione a ciò che potrebbe accadere alla democratica auto-amministrazione del Rojava ed al Movimento della Società Democratica (Tev-Dem,  coalizione di governo del Confederalismo Democratico, ndt ). Dobbiamo preoccuparci delle seguenti conseguenze:
Primo: è una questione di influenza per gli Stati Uniti, mentre assistono al fatto che la Russia quasi controlla la situazione ed è riuscita a portare la Turchia dalla sua parte. Gli Stati Uniti vogliono dimostrarsi ancora molto attivi prima di perdere il loro potere nell'area. Vogliono giocare il ruolo principale e raggiungere il proprio obiettivo, ma questo può essere fatto solo attraverso le SDF ed il PYD. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano più preoccupati per i propri interessi piuttosto che per gli interessi curdi in Rojava.
Secondo: per controllare le SDF ed il PYD, occorreva farne uno strumento da usare per gli interessi statunitensi. Il che è il miglior modo per far perdere credibilità al PYD ed alle SDF in Siria, nella regione, in Europa, ovunque.
Terzo: l'attuale atteggiamento degli USA verso il Rojava e l'armamento delle SDF potrebbero essere diretti ad allontanarle dal PKK per indebolire l'influenza di quest'ultimo sugli sviluppi in Rojava.
Quarto: non c'è dubbio alcuno che qualsiasi cosa accada renderà la Turchia sempre più aggressiva contro le YPG ed il PKK. Questo potrebbe indurre la Turchia ad alzare la posta. Potrebbe ripetere le operazioni militari del mese scorso contro le YPG o persino estendere queste operazioni sul territorio del Rojava nonchè contro le YPG & PKK a Shangal, nel Kurdistan iracheno.
Quinto: Con l'ostilità della Russia contro le SDF e il PYD, Assad potrebbe essere spinto a cambiare l'atteggiamento della Siria verso di loro in futuro, se non adesso. Se il Rojava avesse scelto la Russia anziché gli USA, sarebbe stato  molto meglio perché la Russia è più affidabile come alleato rispetto agli Stati Uniti. Sembra che Assad resterà al potere dopo la sconfitta dell'ISIS. Assad normalmente ascolta la Russia con molta diligenza. In questo caso, sotto pressione della Russia ci sarebbero state maggiori possibilità affinchè Assad  permettesse al Rojava di perseguire un futuro migliore di quello che gli Stati Uniti e i paesi occidentali potrebbero decidere per il Rojava.
Sesto: l'intensificarsi ed il  prolungarsi della guerra in atto ha portato il Rojava a confrontarsi con la  grande questione della dislocazione. La continuazione della guerra costa alle SDF tante vite e le rende sempre più deboli. Più è forte e più è grande il peso delle SDF in Rojava, più deve necessariamente dipendere da una delle maggiori potenze, ma nel frattempo il Rojava si sarà indebolito. Quanto più le SDF avanzano militarmente, tanto più arretrano socialmente ed economicamente  in Rojava. Più diventano forti le SDF ed il PYD, minore è la forza che l'auto-amministrazione locale ed il Tev-Dem avranno. Il numero di combattenti delle SDF  è stimato in 50.000. Immaginate che solo 10.000 di essi, invece di stare al fronte, lavorino nei campi e nelle  cooperative a costruire scuole, ospedali, case e parchi. Il Rojava sarebbe oggi tutta un'altra cosa.
Settimo: spesso ho scritto nei miei articoli che un successo del Rojava - quel successo che ha avuto nel modo in cui speravamo - sarebbe dipeso in futuro da un paio di fattori, o come minimo uno, per poter preservare la sperimentazione. Uno era l'ampliamento del movimento del Rojava ad almeno  un paio di altri paesi della regione. L'altro fattore era la solidarietà internazionale. Ma, non si è verificato nessuno dei due. Se c'è qualcosa che può ora preservare il Rojava, sono l'ISIS e le forze dell'opposizione in Siria che si oppongono contro tutte le probabilità. In breve, solo una prolungata campagna militare anti-ISIS può preservare il Rojava.
A mio parere, dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane, le YPG avrebbero dovuto sospendere le operazioni militari tranne che per l'autodifesa dei confini stabiliti. Dopo aver sconfitto l'ISIS nella regione di Kobane e dopo il maggiore intervento degli Stati Uniti e della Russia, le YPG ed il  PYD avrebbero dovuto ritirarsi dalla guerra. Il PYD avrebbe dovuto affrontare meglio la situazione e ritirarsi dal potere nel Tev-Dem e lasciare che il resto della popolazione prendesse le proprie decisioni sulla pace e sulla guerra. Chiaramente la natura attuale, la direzione e il potenziale corso della guerra in atto sono completamente cambiati nel Rojava. È una guerra delle grandi potenze, dei governi europei e dei governi regionali per proteggere i propri interessi e dividersi il dominio.
La situazione al momento sembra molto grama. Sembra che una volta che l'ISIS sia stato sconfitto a Mosul e Raqqa, avrà inizio probabilmente una guerra che coinvolgerà il Rojava ed il PKK in Iraq sui monti di Qandil e nella città di Shangal. Questi sono i calcoli che stanno facendo Barzani, capo del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (KRG), la Turchia e forse anche l'Iran e l'Iraq con la benedizione degli Stati Uniti, della Russia e della Germania. Una tale guerra potrebbe iniziare entro la fine di agosto o settembre dopo la sconfitta militare dell'ISIS a Mosul e Raqqa.

Zaherbaher.com (Zaher Baher è scrittore ed attivista del Kurdistan Anarchists Forum)
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

domenica 11 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE


STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
di Pier Francesco Zarcone



L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.
In Transgiordania le cose non andarono male per i britannici: Abd Allah ibn Husayn ne diventò emiro sotto il protettorato di Londra e il suo staterello rimase il più stabile nella costruzione postbellica del Vicino Oriente. Lo stesso non può dirsi né per il Libano né per la Siria né per il nuovo Stato dell'Iraq. Quest'ultimo fu costituito mediante l'accorpamento delle tre provincie ottomane (vilayetler) di Baghdad, Basra (Bassora) e Mosul poste sotto la corona data a Faysal ibn Husayn. Sembrava la mossa giusta: il nuovo Re, principe arabo e alla testa della rivolta antiottomana, apparteneva alla stessa famiglia del Profeta ed era figlio dello Sharif custode dei Luoghi Santi. E invece no. Infatti Faysal era sunnita e per la maggioranza sciita della popolazione del suo regno la sua discendenza dal Profeta era un insufficiente formalismo, giacché per lo Sciismo essere "della famiglia del Profeta" (ahl al-bayt) significa "discendere da Fatima e Ali", cioè dalla figlia di Muhammad e dal primo Imam degli Sciiti. In conclusione, per la maggioranza dei nuovi sudditi Faysal mancava di legittimità (innanzitutto religiosa).
Proprio il problema della legittimità sarà (è) centrale in paesi come Iraq, Siria e Libano.
Quanto dianzi detto non vuol negare che a un certo punto anche nel Vicino Oriente si sia diffuso il virus nazionalistico; più semplicemente vuole introdurre due elementi specifici che non sono stati affatto privi di conseguenze: innanzitutto il "nazionalismo arabo" non ha mai raggiunto una definizione (o direzione) univoca, frammentandosi cioè tra sostenitori del panarabismo o del nazionalismo locale, per poi influire altrettanto confusamente su quelle confuse costruzioni a cui si dà il nome di "socialismo arabo". In ogni caso, tuttavia, funse da momentanea formula politica contro l'imperialismo occidentale.
Il secondo aspetto consiste nel non aver mai realmente attecchito tra le masse popolari sì da diminuirne l'influsso della religione. D'altro canto non ne aveva la forza intrinseca.

L'IMPOSSIBILE NASCITA DI NAZIONI SENZA BASI

A parte la particolare situazione storica e culturale dell'Egitto, è assai arduo individuare gli elementi "classici" della Nazione in entità come Siria, Libano e Iraq, i cui territori per una moltitudine di secoli e secoli sono stati inquadrati - e al loro interno suddivisi - come circoscrizioni amministrative di più vasti imperi multietnici e multireligiosi (da ultimi, l'Impero mamelucco e quello ottomano).
Tanto per non andare molto indietro nel tempo, ci limitiamo a questi ultimi due Imperi, per rilevare che si limitarono a imporre l'obbedienza al Sultano di turno, il cui potere semplicemente si sovrapponeva alle preesistenti - e ben più "naturali" - lealtà identitarie locali (religiose, etniche, tribali e famigliari), lealtà rimaste quindi con tutta la loro forza accumulata nel tempo.
Per nessuno dei tre casi in questione può parlarsi di "Stato nazionale", per cui era consequenziale che, trattandosi di entità elevate a Stato ma senza basi effettive, all'atto pratico per governarle non bastassero poteri centrali semplicemente definibili "forti": ci volevano governi dispotici, perché la democrazia avrebbe mandato a rotoli tutta la costruzione, dimostrando - come nella favola di Andersen - che "il re era nudo", non foss'altro per il semplice motivo della mancanza del "cittadino" ostile alla sudditanza.
In Siria, Iraq e Libano il cosiddetto cittadino da un lato è suddito dello Stato, e dall'altro è parte (suddito) di reti locali di lealtà che non si riferiscono né allo Stato né al partito dominante né ai vari partiti esistenti (come in Libano). Ne consegue che la sudditanza allo Stato non realizza una forza identitaria comparabile con quella delle altre appartenenze.
In più, i nuovi Stati - volendo (ma anche dovendo) agire da Stati moderni - sono apparsi come portatori di modernizzazioni forzate, il più delle volte dalla portata ridotta, che tuttavia nei rispettivi contesti multietnici, multireligiosi e (come in Iraq) multilinguistici, hanno pericolosamente insidiato le tradizionali influenze, autorità e strutture, portando da un lato a sviluppare dei "nazionalismi locali" e/o di gruppo, e dall'altro a mettere a disposizione dello Stato reti di influenza tradizionali, col risultato di controbilanciare gli iniziali sforzi del potere centrale per il loro contenimento, creando situazioni ancora irrisolte.
In merito ai partiti politici del Vicino Oriente, è ormai fenomeno diffuso la perdita delle caratterizzazioni ideologiche originarie (quando ci sono state), che hanno rapidamente perso d'importanza dopo la presa del potere, tutto diventando funzionale agli interessi dei gruppi dominanti all'interno di ciascun partito e delle sue clientele. Ovviamente il solo "progetto politico" rimasto è quello del mantenimento del potere. A maggior ragione nei partiti "personali". Si aggiunga che questi partiti non hanno mai costituito centri di dibattito politico, bensì di mera obbedienza alle decisioni prese dai vertici. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i partiti etnici e religiosi, soprattutto se conquistano il potere. La situazione peggiore, al riguardo, si ha in Libano, dove la Francia ha lasciato un avvelenato assetto istituzionale basato su una lottizzazione religiosa, oltretutto per lungo tempo ancorata ai dati di un censimento fatto all'epoca del Mandato.
In Siria e Iraq il potere statale ha avuto modo di affermarsi con maggior forza, ma a fronte di questo la società civile si è dovuta lasciar annichilire dallo Stato senza poter fornirgli effettivi apporti politici, almeno fino a che lo Stato non è incorso in sconfitta bellica o grave crisi interna.
Nei tre paesi sopra menzionati un ulteriore ostacolo a che lo Stato diventasse forza unificante è costituito dalla presenza di forti diversità religiose ed etniche da secoli divise da odi e spargimenti di sangue. In genere i media accennano alle conflittualità tra Cristiani e Musulmani, o fra Sunniti e Sciiti, rimanendo però ignote quelle tra le diverse Chiese cristiane, la cui virulenza non è sempre di minor grado.
Finché quei territori erano strutturati in ripartizioni amministrative di entità superiori, la situazione nel complesso teneva: a volte bene, a volte male. Tutto è cambiato con le formazioni statali volute da Gran Bretagna e Francia; Stati assimilabili a contenitori non già di mosaici (che implicano un'armonia di insieme), bensì di insiemi non amalgamati di tessere; e mancando le condizioni per assetti democratici era ovvio che le rispettive popolazioni (eterogenee) finissero governate da minoranze, non tanto politiche quanto religiose e/o etniche, per giunta insensibili ai "diritti umani". Si tratta di situazioni che o non durano o durano ma a prezzo di sanguinose crisi seriali (come in Libano).
Ad aggravare le cose intervennero in certi casi operazioni di ingegneria istituzionale della potenza mandataria e necessità di contrappesi religiosi da parte del governo insediato dagli imperialisti. Il primo caso riguarda il Libano, dove le autorità mandatarie francesi estesero le zone attribuite ai Cattolici maroniti (loro tradizionali alleati) a scapito dei Musulmani; il secondo attiene all'Iraq, dove il primo sovrano, Faysal, ottenne a nord le zone dell'attuale Kurdistan iracheno, in prevalenza abitato da Sunniti (i Curdi sciiti non sono molti), per rafforzare questa componente a fronte della maggioranza sciita, che anche con questa mossa superò il 60%. L'iniziativa di Faysal creò il problema dell'inserimento nella compagine irachena di una consistente popolazione non araba, bensì indoeuropea (più affine agli Iraniani), ponendo basi per l'irrisolto problema curdo in Iraq. Infatti, fin dall'avvento della monarchia hashimita l'élite al potere - sunnita - pur discriminando e opprimendo la maggioranza sciita, cercò comunque di sviluppare qualcosa che desse agli abitanti un minimo di identificazione unitaria, ma il guaio fu che lo fece privilegiando l'arabicità, cioè a dire discriminando - e pesantemente - i Curdi e i Turcomanni del nord, non facendoli mai sentire realmente parte dell'Iraq, pur esigendosi da Baghdad il sentimento dell'inclusione.
Come già accennato, in tutto il Vicino Oriente esiste un problema di legittimità per chi governa, a motivo della tendenza degli esclusi dal potere - si tratti di maggioranze o di minoranze - che si sentono (e sono) oppresse e discriminate. In tali contesti, a seminare il caos ci vuole poco, e caos vuol dire massacri e creazione di nuovi rancori che si sedimentano con i vecchi.

LE DIFFICOLTÀ PRATICHE A SOLUZIONI "MORBIDE"

Purtroppo le soluzioni - ammettendo che ce ne siano - dipendono dagli interessi imperialistici sull'area. Gli Stati Uniti da tempo progettano - soprattutto per Iraq e Siria - la fine degli attuali Stati "unitari". Sdegno e opposizione da parte del variegato e residuale fronte antimperialistico, ma anche di grandi potenze interessate all'area come Russia e Cina, alle quali sembra essersi aggregata (per il momento) anche la Turchia. I motivi di tali opposizioni sono facilmente intuibili. Ad ogni modo - in ragione dell'esistenza di convivenze che solo eufemisticamente possono essere definite "difficilissime" in Siria, Iraq e Libano - anche i progetti di spartizione non sono affatto carenti di logica, anzi sembrerebbero la soluzione più facile, pur mettendo nel conto il "danno collaterale" inerente gli inevitabili scambi di popolazione.
Sembra che nell'autunno di quest'anno nel Kurdistan iracheno si terrà un referendum consultivo sull'indipendenza: fuor di dubbio che un esito indipendentista non sarebbe preso affatto bene a Baghdad, a motivo del petrolio nel Nord del paese, ai cui proventi né i Curdi né il governo dell'Iraq possono rinunciare per ragioni di sopravvivenza economica.
Ma c'è di più. La nuova Costituzione irachena prevede la possibilità che oltre al Kurdistan si formino ulteriori federazioni all'interno della Repubblica. A seconda dell'evoluzione degli avvenimenti politici e militari in corso non si può aprioristicamente escludere che di tale possibilità si avvalgano gli Sciiti del Centro-sud: se così fosse, automaticamente si aprirebbe la lotta con i Sunniti arabi per il controllo di Baghdad; e se questo dovesse avvenire dopo l'auspicata sconfitta dell'Isis, è praticamente certo che si avrebbe una reviviscenza del radicalismo islamista sunnita.
D'altro canto, oltre agli interessi dei soggetti interni (difficili da conciliare, poiché perduranti da molti secoli) ci sono in gioco troppe interferenze e troppi interessi di grandi potenze e di potenze regionali perché si possa arrivare alla diffusione di una convinta identità irachena che travalichi i particolarismi religiosi, etnici e linguistici. E inoltre la situazione irachena appare così incancrenita da rendere utopico solo pensare a sistemazioni indolori alla maniera ex cecoslovacca.
Il Libano è una realtà politico-istituzionale che stancamente sopravvive a se stessa, tipica creazione di un imperialismo presbite e miope, quello francese, che, pensando scioccamente di durare per chissà quanto tempo, ha usato il divide et impera senza criteri utili nemmeno per se stesso, e pensando che il mito della grandeur gallica potesse davvero assicurare alla Francia margini di influenza in un Levante che da tempo si capiva sarebbe diventato scenario di conflitti tra potenze diverse, perché ben più grandi di quella francese. Probabilmente continuerà a sopravvivere, malamente.
Circa la Siria anche fare ipotesi è del tutto prematuro.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 1 marzo 2016

LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone


LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA
di Pier Francesco Zarcone




Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti.


Le premesse tattico-strategiche
In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.
All'inizio della guerra l'Esercito Arabo Siriano (Eas) disponeva di circa 300.000 uomini (tre Corpi d'armata e un raggruppamento direttamente dipendente dallo Stato maggiore, per tredici divisioni: sei corazzate, quattro meccanizzate, due di Parà/Forze speciali, una meccanizzata di Guardie repubblicane, due brigate di fanteria indipendenti e sei reggimenti di Commandos indipendenti). Struttura portante per ogni comando di divisione, la brigata. La maggiore presenza di truppe (divisioni) all'inizio della guerra si trovava nella parte sudovest della Siria, l'11ª divisione era nella zona di Homs, la 18ª in quella di Aleppo, mentre la 17ª era nella parte est, zona di Deir Ezzour.
Non casualmente gli invasori takfiri avevano concentrato gli attacchi sulle città lontane dai centri con maggiore presenza di truppe governative (Hama, Homs e anche Aleppo), al fine di far concentrare su di esse il più consistente sforzo bellico, lasciando così sguarniti centri vitali; tenuto conto dei continui e abbondanti flussi di militanti jihadisti, questo avrebbe significato esporsi a una vasta manovra di accerchiamento non solo in caso di rovescio militare su quel fronte, ma anche qualora il massiccio concentramento governativo su esso venisse - per così dire - "agganciato" dal nemico, in modo da non poter effettuare manovre di ripiegamento senza incorrere in forti perdite. Tanto più che inizialmente l'Eas non era preparato a condurre una guerra non puramente convenzionale.
La prima fase del conflitto, quindi, fu di sostanziale ripiegamento difensivo e poco impegnata sul piano militare, mentre su quello politico il governo riscosse i suoi successi nel referendum costituzionale del febbraio 2012 e nelle elezioni di primavera: entrambi ignorati dai media e dai governi occidentali, in quanto suscettibili di far argomentare (non foss'altro per l'entità della partecipazione popolare) che tutto sommato l'elettorato siriano preferiva lo statu quo alle scelte auspicate da Washington e dall'Ue. Si trattò di successi politici del tutto ininfluenti sul piano militare, e infatti la stessa Damasco fu direttamente minacciata dai jihadisti, con l'attentato al ministero della Difesa (in cui morirono il ministro, generale Dawoud Rajiha, e furono seriamente feriti vari ufficiali d'alto rango) e combattimenti nella capitale. Poi i jihadisti vennero respinti, fu messo in sicurezza l'Aeroporto internazionale e le residue sacche nel Rif Dimanshq non furono più un reale pericolo.
Prima dell'intervento russo si è rivelata fondamentale, nel gennaio 2013, la decisione governativa di formare i Comitati popolari di difesa (detti anche "Milizia Ndf"), nelle cui fila entrarono veterani, giovani non ancora in età di leva, miliziani di gruppi già formatisi in via spontanea, militari rimasti separati dalle unità di appartenenza o anche disertori pentiti. Non solo furono dotati di armi automatiche, ma anche di lanciarazzi, mortai leggeri e medi, e di artiglierie di piccolo e medio calibro, in modo da far svolgere a questi miliziani gli indispensabili compiti di appoggio all'Eas, o presidiando e pattugliando territori già liberati o effettuando operazioni su scala ridotta. Il fatto di operare essenzialmente nelle zone di origine ha reso queste formazioni maggiormente motivate. Né va trascurata al riguardo l'importanza dell'apporto addestrativo da parte di elementi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Poi sono intervenuti i Battaglioni del Partito Baath, unità di profughi palestinesi filosiriani e anche milizie religiose sciite e cristiano-assire. Questi volontari sono "coperti" dal mantenimento dei precedenti posti di lavoro, le loro famiglie ricevono dal governo aiuti alimentari e sovvenzioni, e spetta loro metà della paga dei soldati.
Nell'immediato le cose non sono state tanto semplici, giacché le forze armate di Damasco hanno dovuto subire duri colpi da parte jiahdista, come a Idlib, a Jisr al-Shoughour e a Tadmur-Palmira. Tuttavia il collasso militare non c'è stato. Da notare che l'"informazione" occidentale nulla dice circa la tenace resistenza, da anni, dei centri sciiti di Fouaa e Kafraya, oppure dei villaggi della zona di Aleppo come Nubbul e Zahraa; oppure del lungo assedio sostenuto dai militari nella prigione principale di Aleppo, solo alcuni mesi fa liberati dalla stretta jihadista, o anche dei due anni di assedio alla base di Kuweires o della strenua resistenza dei governativi a Deir Ezzour e Hasakah (difesa, oltre che da soldati dell'Eas e miliziani dell'Ndf, dalle Brigate del Baath e da cristiani assiri e curdi).

L'intervento russo e la situazione attuale
Ovviamente l'intervento russo ha fatto sì che le forze armate governative potessero passare a una fase più apertamente offensiva su veri settori, e da qui la riconquista di Homs e Hama, e una sostanziale rimonta ad Aleppo. In questa città i combattimenti continuano, ma ai jihadisti resta solo la parte est con 300.000 abitanti, mentre la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo delle forze di Damasco. Innegabilmente senza l'intervento russo - a fronte del non ancora esaurito "serbatoio" di rinforzi umani per i jihadisti - il governo damasceno non avrebbe potuto passare all'attuale fase offensiva. Viene infatti valutata a circa il 70% la perdita del potenziale bellico dei jihadisti a seguito dei bombardamenti russi sui loro magazzini e fabbriche di armi, munizioni, esplosivi e sui depositi di carburante, oltre che sui centri di comando. Anche la loro capacità di manovra e di coordinamento rientra nella predetta percentuale.
Da ciò derivano estreme difficoltà per i jihadisti, dovendosi essi orientare sulla difesa delle posizioni ancora tenute. Proseguire nelle operazioni offensive implicherebbe infatti manovre e concentramenti di uomini e mezzi di una certa entità; cioè qualcosa di non occultabile alla sorveglianza aerea (oggi russo-siriana). E sempre di qui la maggiore capacità di manovra dell'Eas, tanto più che il ritiro dei jihadisti da vari centri abitati rende più agevole l'utilizzazione delle forze corazzate sostenute da un'aviazione che martella le postazioni nemiche prima dell'assalto finale. Superfluo dire che da sempre i conflitti locali servono pure a "testare" i nuovi armamenti, come sta accadendo per i blindati russi 8×8 Bumerang e il nuovo carro T-15.
L'intervento aereo russo conta su vari punti di partenza: la base di Mozdok nell'Ossezia del Nord, con 12 bombardieri pesanti Tu-22M3, in grado di operare in Siria dopo 2 ore e 44 minuti, protetti da una batteria di missili antiaerei S-400 stanziata nella base di Humaymim, Lataqia (è una delle quattro inviate in Siria), e dalla batteria della base di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo; circa 64 aerei saranno presto operativi a Humaymim (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Infine, una volta terminato il processo di modernizzazione dell'aeronautica militare siriana, entreranno in funzione dai 66 ai 130 aerei siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98), in aggiunta ai 112 non modernizzati ma riparati dai russi (MiG-21, Su-22M4 e L-39). Sarebbe folle ritenere che tutto questo costoso materiale riguardi solo un intervento a favore di un alleato sul punto di crollare.
La presenza dell'Isis in Siria è innegabilmente pericolosa, ma non va valutata semplicemente guardando la carta geografica, oppure omologandola a quella in Iraq. Mentre in quest'ultimo paese l'Isis è insediato nella ricca e fertile zona di Ninive, in Siria in realtà controlla solo una piccola parte di "territorio utile", alcune vie di comunicazione e alcuni punti di rilievo strategico, tra cui la città di Raqqa. Le cartine pubblicate dai media in cui si evidenziano i territori siriani in mano all'Isis comprendono enormi estensioni desertiche o rocciose praticamente spopolate, talché non hanno torto quanti le considerano fonte di oggettiva disinformazione, facendo cioè dell'Isis in Siria qualcosa di più incombente e massiccio di quanto non sia.
Il 2 ottobre e il 1° dicembre dello scorso anno, Obama dichiarò che la Russia incontrava in Siria difficoltà di rilievo e che i pochi successi non compensavano gli elevati costi sostenuti e futuri, tanto da parlare di sprofondamento russo in un nuovo Afghanistan. Ma il 28 dicembre la certo non filorussa Reuters ha pubblicato una valutazione fondata su interviste ad analisti del Pentagono, con conclusioni opposte: ottimi risultati già nei primi tre mesi di intervento, scarsi costi operativi (circa 1-2 miliardi di dollari l'anno), e quindi senza sostanziali problemi di bilancio per Mosca. In concreto i predetti analisti avrebbero valutato l'intervento russo come assai flessibile e soft in quanto a materiali e forze, ma rivelando una proficua capacità di coordinamento con le forze di terra. Particolare valenza è stata attribuita a un aspetto sopra accennato: la sperimentazione russa di nuovi armamenti in condizioni di combattimento e della loro capacità operativa immediata. A parte ciò, sembra che dagli analisti del Pentagono pervengano conclusioni non in linea con la tesi ufficiale circa la Siria teatro di guerra civile in cui i russi si sarebbero infilati, trattandosi in realtà di una guerra ibrida e asimmetrica alimentata da aggressori esterni e da competizione fra potenze straniere. Valutazioni del genere inducono a riflessioni critiche circa l'operato statunitense nei recenti teatri del suo intervento bellico. Vale a dire, si profila un dubbio: finora le imprese statunitensi hanno messo in campo mezzi, uomini e risorse economiche infinitamente maggiori, ma dai non esaltanti risultati, del resto sotto gli occhi di tutti. La performance russa in Siria dal canto suo attesterebbe una sorprendente situazione di recupero militare rispetto agli anni '90, con l'ulteriore interrogativo - in prospettiva - circa l'eccesso di congruità del potenziale militare russo rispetto agli odierni conflitti locali.

Gli Usa
Poiché film e serie televisive made in Usa ci hanno abituati a divaricazioni e conflitti operativi fra Cia, Fbi, Dea e varie altre agenzie di intelligence, quanto segue non sembrerà molto strano o del tutto anomalo. Secondo un articolo di Seymour Hersh, pubblicato alla fine dello scorso anno sulla London Review of Books, vertici del Pentagono avrebbero dato vita a una svolta contraria alla linea finora tenuta da Washington e dalla Cia. La premessa sta nell'inclusione della Turchia nel programma della Cia per armare i "ribelli moderati" in Siria, e nel fatto che il governo turco decise di effettuare un "riorientamento" di questi aiuti statunitensi in favore dei jihadisti, tra cui Jabhat an-Nusra e l'Isis. Al Pentagono, invece, si sarebbero "accorti" della sostanziale inesistenza di questi ribelli moderati, e quindi nell'autunno del 2013 i Joint Chiefs of Staff (Jcs) del generale Martin Dempsey avrebbero deciso di inviare informazioni di intelligence a Germania, Russia e Israele affinché le trasmettessero al governo di Assad. Certo non gratuitamente, ma con la richiesta a Damasco di cercare di mettere un po' di freno a Hezbollāh verso Israele, di tenere aperti i negoziati sulle alture del Golan e di indire le elezioni dopo la fine della guerra. Secondo questa ricostruzione, nell'estate del 2013, in barba alla Cia sarebbero state inviate ai ribelli siriani armi obsolete, quale attestazione di buona fede ad Assad. Il ritiro di Dempsey a settembre avrebbe posto fine al tentativo di intesa.
Nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Nella provincia di Aleppo i governativi hanno già tagliato le maggiori vie di rifornimento dalla Turchia ed è finito il quadriennale assedio di Nubul e al-Zahra, con la liberazione di più di 70.000 abitanti, e la stessa grande città del nord non è lungi dall'essere ripulita dalla presenza takfira, e non c'è da stupirsi se a breve tutto il confine turco sarà di nuovo sotto il controllo di Damasco. Anche la provincia di Lataqia è praticamente ripulita.
Importante, anche in prospettiva, il fatto che nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Si ha notizia che dal 10 febbraio sono in corso scontri e bombardamenti a nordovest della base aerea di Kuweyres contro militanti dell'Isis che cercano sia di arginarne l'avanzata governativa verso la parte orientale del sobborgo industriale aleppino di Sheikh Najjar (il che preluderebbe alla chiusura di una vasta sacca tra l'aeroporto di Aleppo e Kuweyres), sia di prevenire la riconquista di Al-Sin e Jubb al-Kalb. Il giorno 9 si è avuta notizia dell'arrivo a Damasco e Aleppo di ben 6.000 ufficiali e soldati iraniani: questo dopo un'opera di disinformazione di Teheran per far credere a un suo ritiro militare dalla Siria.

Torna il problema curdo
Ci sono due fatti importanti da ricordare. Il 7 febbraio truppe siriane (appoggiate da miliziani di Hezbollāh e da paramilitari iracheni di Nujaba, Kataeb Hezbollah, Badr) hanno occupato la località di Kiffin, prossima a Ziyarah (sotto controllo di milizie curde) e creato nella zona un centro di coordinamento siriano-curdo, sia in funzione operativa sul campo, sia per non lasciare ai soli occidentali la "carta curda". A ciò si aggiunga che truppe siriane e iraniane hanno l'ordine di non ostacolare l'azione delle milizie curde, ed è chiaro l'intento russo di far valere nei "colloqui di pace" (a prescindere dall'esito che daranno) il peso dell'avanzata delle forze curde verso il confine turco.
E proprio la questione curda potrebbe trovarsi dietro al fatto che, nel quadro della persistente e non ridotta tensione fra Russia e Turchia, si sia parlato da parte russa di un possibile intervento turco in Siria – seguìto dal minaccioso avvertimento che ogni eventuale incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia. Che Erdoğan possa compiere qualche colpo di testa non è impossibile: semmai c'è da chiedersi fino a che punto la Nato sarebbe così folle da andargli dietro. E c'è pure da domandarsi se esista un collegamento tra una tale previsione e la messa in allerta - ai primi di febbraio - delle forze aviotrasportate del Distretto militare meridionale russo.
Il fatto è che il coordinamento tra i governativi siriani e le milizie curde potrebbe accelerare la completa e forse definitiva chiusura del confine turco ai rifornimenti per i jihadisti. Su Ankara incombe sempre il pericolo di saldature fra i curdi della Siria e quelli della Turchia, cosa suscettibile di complicare le relazioni anche con gli Usa. In precedenza Erdoğan aveva minacciato di bombardare i curdi siriani se avessero superato la linea dell'Eufrate, e quando in estate si prospettò un'operazione curda per prendere Jarabulus e quindi interrompere i rifornimenti all'Isis, la Turchia minacciò l'intervento militare: questione tamponata dagli Stati Uniti annullando quell'operazione. Sta di fatto che a nord di Aleppo i curdi hanno operato sotto la copertura degli aerei russi e si sono comunque avvicinati al confine. In questo pasticcio le possibilità di manovra russe ci sono eccome, facilitate dalla contraddittorietà (ovvero incompatibilità) delle alleanze di Washington. Non è chiaro fino a che punto Bashar al-Assad sia del tutto felice per la prospettiva di un'alleanza con i curdi, ma è certo che - a prescindere dal non potersi opporre alle manovre moscovite in questo senso e dall'utilità militare dell'apporto curdo - nel dopoguerra la questione dovrà essere affronta da Damasco realisticamente, e non certo lasciandola irrisolta alla maniera turca. Vedremo come andrà a finire, ma se davvero Putin riuscisse a sfilare i curdi (Iraq a parte) dall'intesa con gli Stati Uniti farebbe un bel colpaccio.

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lunedì 15 febbraio 2016

La NATO contro i Curdi: la battaglia per A’zaz

Più si chiude l'accerchiamento contro la reazione fondamentalista armata in Siria, più il regime di Ankara, che l'ha generosamente sponsorizzata per cinque anni di carneficina, inizia a innervosirsi. La Turchia vede vanificarsi i suoi sforzi dopo l'irruzione sulla scena dei guerriglieri curdi delle YPG contro lo Stato islamico, dopo l'intervento russo e dopo il forte coinvolgimento delle milizie Hezbollah nella lotta contro questa alleanza eterogenea di opportunisti e fondamentalisti in armi che non cercano altro che di rovesciare Assad e porre fine alle milizie curde. Ecco dunque che la Turchia ha provveduto a intensificare i suoi bombardamenti contro i Curdi che operano nel nord, mentre appaiono sempre più evidenti da parte turca i segni di tentare un intervento diretto nel conflitto siriano, per allungare la durata di una avventura militare criminale che non ha fatto altro che portare dolore e morte.
E' a questo punto che cadono le maschere. La NATO, rappresentata dallo stato turco, da due giorni sta bombardando senza pietà le unità di difesa popolare curde YPG che stanno avanzando a nord di Aleppo nelle città di A'zaz e Tal Rifaat [1]. I bombardamenti, che hanno ucciso almeno 23 civili [2] si sono concentrati sulla base aerea di Menagh, conquistata nel 2013 da una coalizione di "ribelli", tra cui Al Qaeda (il Fronte Al-Nusra) ed altri che poi sono confluiti nello Stato islamico. Menagh è un obiettivo strategico per i rifornimenti alla "ribellione" al servizio delle petrol-teocrazie e degli interessi di USA e UE. Ahmet Davutoglu ha detto che di questi bombardamenti è stato informato il vicepresidente USA Joe Biden, che anche se non approva pubblicamente l'intervento militare, non lo ha condannato né ha provveduto a frenare lo Stato turco, che non agirebbe mai senza l'assoluta certezza del sostegno USA. Ricordiamo che la NATO aveva detto, nel bel mezzo della crisi con la Russia, che avrebbe difeso a spada tratta la "integrità territoriale" dello Stato turco, argomento che il regime di Ankara usa per attaccare i Curdi, dicendo che sono una minaccia per il loro concetto monolitico di unità nazionale. Questo potrebbe essere solo il preludio ad un intervento diretto da parte delle truppe di terra turche, eventualità che Erdoğan aveva già minacciato la scorsa settimana. La facciata della presunta unità contro lo Stato islamico è una farsa: lo Stato turco, e con esso la NATO, puntano alla destabilizzazione e all'estensione del bagno di sangue siriano, e contemporaneamente alla lotta contro il movimento libertario curdo.

Scommettendo sulla strategia dell'incudine e martello, mentre colpisce i Curdi in territorio siriano e rifornisce i gruppi reazionari armati per distruggere le milizie YPG, lo Stato turco colpisce anche i Curdi nel proprio territorio, cercando di schiacciare il loro spirito ribelle. Sono mesi che è stato imposto lo stato di emergenza nei territori curdi dentro lo stato turco, che si susseguono  operazioni militari di carattere repressivo, che si bombardano le città. Mentre i media occidentali sono rimasti scioccati dalla distruzione del patrimonio culturale, storico e archeologico messa in atto dallo Stato Islamico in luoghi come Palmyra (Siria) e l'hanno denunciato ai quattro venti, sono rimasti muti davanti alla distruzione sistematica del patrimonio mondiale che lo Stato turco sta compiendo nella regione curda ai suoi confini: in base alle informazioni del Comune di Diyarbakir (02/10/16) il quartiere Sur della città è stato bombardato e le sue mura storiche, patrimonio dell'UNESCO, sono state gravemente danneggiate. E' stato colpito il 70% degli edifici di questa parte della città antica, mentre 50.000 persone che abitavano nel Sur sono state sfollate dalle loro case dalla violenza e dal terrore di stato.
L'Occidente credeva di poter utilizzare i Curdi per opporsi ai settori fondamentalisti "incontrollabili", ma non ha fatto i conti con il loro ritorno di fiamma. I Curdi sono un attore politico maturo, con molta esperienza di lotta per poter essere tenuti a rimorchio ed essere considerati come semplici marionette al servizio delle grandi potenze. Quando gli Stati Uniti hanno dato inizio alla loro strategia di ridefinizione del Medio Oriente, immaginando che sarebbero sorti ovunque regimi fantoccio, associati alle teocrazie del Golfo e disposti a dare via il loro petrolio per nulla, non avevano fatto i conti con i Curdi, nè col loro progetto socialista libertario di democrazia radicale; né hanno tenuto conto delle enormi forze popolari che si sarebbero scatenate in seguito alla loro strategia interventista. È vero, non è ancora finita la fioritura di un  Medio Oriente libertario annunciato dal potere popolare che proviene dal Kurdistan e che si irradia a tutta la regione; ma è anche vero che gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporsi, la loro egemonia nella regione è stata erosa ed ora i loro alleati sono nudi: non c'è stato un momento negli ultimi decenni in cui gli sceicchi sono stati più nervosi di quanto lo siano ora. Da qui nasce la violenza dell'improvvisato califfo di Ankara contro i Curdi.
Così come la battaglia per Kobanê è stata la chiave per invertire l'avanzata dello Stato Islamico, oggi, la battaglia per  A'zaz  è la chiave per sradicare il fondamentalismo armato e per difendere l'espansione, il consolidamento e il diritto di esistere del progetto di autonomia curdo, libertario e confederale.

José Antonio Gutiérrez D.
15 febbraio  2016

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 8 febbraio 2016

Siria: quale destino per i Curdi nei negoziati di Ginevra?

La settimana scorsa si doveva tenere a Ginevra una riunione nel quadro dei colloqui indiretti tra il governo siriano e le varie fazioni dell'esercito di "opposizione" raggruppate sotto il nome di Alto Comitato per i negoziati. Non c'era bisogno di essere chiaroveggenti per capire che questi negoziati sarebbero falliti, ma in questo caso, non sono nemmeno iniziati. L'inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Staffan de Mistura, ha deciso di rinviare l'incontro al 25 febbraio. Questo rimarchevole assortimento di gruppi finanziati a colpi di petrodollari dai fondamentalisti sauditi e dagli sponsor occidentali (tra i quali, il più dichiaratamente islamista Jeich Al Islam, non si preoccupa neppure di darsi un veste democratica) si sta rendendo conto che la loro avventura militare -applaudita dall'Occidente fino a che i  rifugiati non sono diventati un problema- è irrimediabilmente crollata, lasciando dietro di sé una scia di moltitudine di morti, di mutilati e di sfollati. La famelica "opposizione" siriana tratta per guadagnare tempo in quanto è sull'orlo del collasso, ed è chiaro che non è in grado di esigere la partenza immediata di Assad. Il problema è che l'unica decisione accettabile per l'Occidente come pure per le teocrazie e per la Turchia, è che Assad  lasci, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento - cosa ha in occidente quel sostegno che non sembra avere in Siria. L'unica cosa che si è pronti a discutere è la data di partenza di Assad e le sue condizioni. Questa è la sostanza di ciò che sarà discusso il 25 febbraio.
Curiosamente, il partito curdo PYD, che è, tra l'altro, un attore politico chiave nel futuro della Siria e l'unica forza che ha combattuto lo Stato islamico sul terreno, è stato escluso dalla riunione. È paradossale che esso venga boicottato come membro della riunione, mentre i media occidentali spesso presentato i kurdi come "amici" dell'Occidente, facendo attenzione a non parlare degli obiettivi politici di questo movimento ed a limitare la loro simpatia ad immagini semi-erotizzate di giovani donne armati di fucili. Questa visione è tipica del modo di Hollywood di percepire la realtà dei media, ideologicamente ed economicamente dominata dagli Stati Uniti, in cui si guarda al mondo come se fosse un film in cui si devono distinguere facilmente i buoni dai malvagi. Così come si può dire che l'imperialismo non ha amici o nemici, ma che persegue solo i suoi interessi, anche i Curdi hanno la loro agenda, il loro progetto politico, e lavorano perchè si realizzi. Lo fanno da soli, tra la profonda simpatia da parte dei settori popolari in tutto il mondo, anche con uno sguardo di simpatia da parte dei poteri che in realtà cercano solo di strumentalizzarli. E' in questo senso che ha preso forma, ad un certo punto, una convergenza fugace tra Stati Uniti, Europa e Curdi quando si trattava di combattere lo Stato Islamico; tuttavia, i Curdi saranno la prima vittima dei cambiamenti di umore della politica imperialista degli Stati Uniti quando cercheranno  una soluzione alla crisi siriana, che serva ai loro interessi strategici.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, i Curdi sono necessari come truppe d'assalto per affrontare lo Stato Islamico, ma non sono considerati come autonoma e legittima forza politica nella ricerca di una soluzione politica alla crudele guerra civile. Ma perchè? Perché gli USA hanno bisogno di mantenere buone relazioni geostrategiche con la Turchia, un membro chiave della NATO. Il governo islamico turco insiste per rovesciare Assad a causa dell'orientamento laico-nazionalista  di quest'ultimo e della sua alleanza con Hezbollah in Libano e con l'Iran, che ha portato alla costituzione di un blocco di contrasto alle ambizioni egemoniche delle dittature teocratiche del Golfo, a loro volta alleate naturali del regime di Ankara. Ma oltre alla sua ambizione di consolidare la propria posizione di leader nella regione, il piano turco ha come obiettivo strategico quello di eliminare il movimento kurdo su entrambi i lati del confine. Erdogan si basa sulla laicità dello Stato autoritario fondato da Kemal Atatürk, mentre sogna il ritorno alla grandezza del califfato ottomano. In una certa misura, Erdogan è diventato il personaggio che è riuscito a colmare il divario tra laicismo e Islam politico, tra lo stato moderno e il califfato, accontentando tutte le fazioni della classe dominante turca.

Sia dal punto di vista del suo progetto egemonico che di quello di mantenere lo stato autoritario basato sulla premessa modernista di "un popolo, una lingua, una bandiera" - in nome della quale vengono giustificati sia il genocidio armeno del 1915 che l'attuale pulizia etnica in corso in alcune regioni della Turchia- per Erdogan i Curdi sono un problema di difficile soluzione. Il progetto curdo basato su una democrazia partecipativa, laica e socialista, su una visione confederalista, sulla difesa del loro diritto di esistere, è ormai una vera e propria spina nel fianco per Erdogan e  per i suoi alleati nelle teocrazie del Golfo. Al centro del conflitto, il movimento curdo in Siria è alla ricerca di un più alto livello di democrazia e di autonomia ed ha dichiarato che la sua priorità non è la partenza di Assad, ma stabilire nuovi rapporti tra la società civile e lo Stato siriano. Consentire  l'esperienza democratica nella Rojava, territorio prevalentemente curdo nel nord della Siria, è dal punto di vista di Erdogan, un pericoloso precedente per i Curdi del Bakur, territorio a maggioranza curda occupato dallo stato turco, per i quali la Rojava è una enorme fonte di incoraggiamento e ispirazione.

Ma rappresenta un'enorme ispirazione anche per il popolo turco, che soffre di una evidente mancanza di democrazia nel paese e che, nel 2013, si era ribellato in una ondata di indignazione che aveva travolto il paese dopo Gezi Park. Erdogan si è praticamente mantenuto  al potere attraverso l'uso del terrore e della violenza estrema nelle recenti elezioni. Questo è il motivo per cui ha chiuso gli occhi per l'evidente collusione tra lo Stato Islamico (un'organizzazione che mantiene legami organici con le teocrazie del Golfo e l'Arabia Saudita),  l'apparato repressivo e l'esercito turco, perché gli torna utile nello scontro con i Curdi e le loro milizie (YPG) in Siria; questo è il motivo per cui alcuni settori dell'establishment turco mantengono legami economici con lo Stato Islamico, principalmente attraverso l'acquisto di petrolio; perché Erdogan dimostra una incapacità sconcertante nell'attaccare lo Stato Islamico, accanendosi con  una determinazione senza pari nella sua lotta contro i guerriglieri curdi sui territori siriani, iracheni e turchi; questo è il motivo per cui Erdogan ha anche adottato un atteggiamento di sfida nei confronti della Russia, il cui intervento fa pendere la bilancia decisamente contro lo Stato Islamico. Non è un caso che la Russia è il paese che insiste sul fatto che, in primo luogo, il destino di Assad rimane nelle mani del popolo siriano e non di un piccolo gruppo composto da milizie finanziate dall'estero, ma anche che i kurdi devono partecipare come attore legittimo di qualsiasi negoziato per trovare una soluzione alla crisi.

Gli Stati Uniti e l'Occidente si trovano in una situazione ambigua. Vogliono neutralizzare lo Stato islamico e, allo stesso tempo, soddisfare i loro soci geostrategici. Ecco perché lo fanno in modo apparentemente contraddittorio. Odiano l'instabilità nella regione causata dalla presenza dello Stato islamico, ma non sono in grado di affrontare la questione in modo determinato in quanto ciò potrebbe ostacolare i loro alleati nella regione: le teocrazie del petrolio e la Turchia, membro della NATO. Questo è il motivo per cui hanno bisogno dei kurdi come truppe d'assalto per affrontare lo stato islamico, ma niente di più. Ecco perché, da veri e propri schizofrenici, considerano i combattenti curdi in territorio turco (PKK) come terroristi, ma quando sono in territorio siriano (YPG), diventano magicamente combattenti per la libertà - anche se condividono la stessa ideologia, lo stesso progetto politico, gli stessi metodi, le stesse armi, gli stessi combattenti e gli stessi leader. Tuttavia, anche se non li considerano come terroristi (per ora), non possono considerarli come attori politici, e guardano dall'altra parte quando l'esercito turco intensifica gli attacchi contro i Curdi sull'altro lato del confine e quando  emergono gravi indizi che la Turchia potrebbe invadere la Rojava con tutta la sua potenza militare, innescando una  carneficina contro i Curdi. Il tutto con l'accordo della "comunità internazionale" guidata da Washington e Bruxelles.

Da questo punto di vista, non è un caso che la "comunità internazionale", Stati Uniti in testa, ora gira le spalle ai suoi "amici" curdi, dando legittimità politica ad una coalizione eterogenea di islamisti e opportunisti dell'ultima ora -la cosiddetta opposizione democratica siriana, che non esisterebbe senza i petrodollari e le armi forniti dagli sceicchi autocratici del Golfo e dal piccolo califfato di  Ankara. Nel momento in cui si dovranno prendere decisioni di merito, il futuro della Siria si giocherà in un oscuro ufficio a Ginevra, fuori dalla portata della volontà del popolo kurdo e del popolo siriano. I Curdi hanno bisogno di capire quale sia il loro posto nello scacchiere del Medio Oriente: servire da carne da cannone in guerra e sottomettersi quando sarà l'ora di decidere il destino della regione? In tutta questa faccenda, l'ONU ha dimostrato, ancora una volta, la sua incapacità di risolvere alcunchè, cedendo alla volontà di chi grida più forte e lasciando persistere la crisi, piuttosto che contribuire  a superarla. Cosa ci si potrà aspettare dai negoziati di Ginevra, quando riprenderanno? Niente, come al solito.

José Antonio Gutiérrez D.
04/02/16

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

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