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domenica 11 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE


STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE
di Pier Francesco Zarcone



L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.
In Transgiordania le cose non andarono male per i britannici: Abd Allah ibn Husayn ne diventò emiro sotto il protettorato di Londra e il suo staterello rimase il più stabile nella costruzione postbellica del Vicino Oriente. Lo stesso non può dirsi né per il Libano né per la Siria né per il nuovo Stato dell'Iraq. Quest'ultimo fu costituito mediante l'accorpamento delle tre provincie ottomane (vilayetler) di Baghdad, Basra (Bassora) e Mosul poste sotto la corona data a Faysal ibn Husayn. Sembrava la mossa giusta: il nuovo Re, principe arabo e alla testa della rivolta antiottomana, apparteneva alla stessa famiglia del Profeta ed era figlio dello Sharif custode dei Luoghi Santi. E invece no. Infatti Faysal era sunnita e per la maggioranza sciita della popolazione del suo regno la sua discendenza dal Profeta era un insufficiente formalismo, giacché per lo Sciismo essere "della famiglia del Profeta" (ahl al-bayt) significa "discendere da Fatima e Ali", cioè dalla figlia di Muhammad e dal primo Imam degli Sciiti. In conclusione, per la maggioranza dei nuovi sudditi Faysal mancava di legittimità (innanzitutto religiosa).
Proprio il problema della legittimità sarà (è) centrale in paesi come Iraq, Siria e Libano.
Quanto dianzi detto non vuol negare che a un certo punto anche nel Vicino Oriente si sia diffuso il virus nazionalistico; più semplicemente vuole introdurre due elementi specifici che non sono stati affatto privi di conseguenze: innanzitutto il "nazionalismo arabo" non ha mai raggiunto una definizione (o direzione) univoca, frammentandosi cioè tra sostenitori del panarabismo o del nazionalismo locale, per poi influire altrettanto confusamente su quelle confuse costruzioni a cui si dà il nome di "socialismo arabo". In ogni caso, tuttavia, funse da momentanea formula politica contro l'imperialismo occidentale.
Il secondo aspetto consiste nel non aver mai realmente attecchito tra le masse popolari sì da diminuirne l'influsso della religione. D'altro canto non ne aveva la forza intrinseca.

L'IMPOSSIBILE NASCITA DI NAZIONI SENZA BASI

A parte la particolare situazione storica e culturale dell'Egitto, è assai arduo individuare gli elementi "classici" della Nazione in entità come Siria, Libano e Iraq, i cui territori per una moltitudine di secoli e secoli sono stati inquadrati - e al loro interno suddivisi - come circoscrizioni amministrative di più vasti imperi multietnici e multireligiosi (da ultimi, l'Impero mamelucco e quello ottomano).
Tanto per non andare molto indietro nel tempo, ci limitiamo a questi ultimi due Imperi, per rilevare che si limitarono a imporre l'obbedienza al Sultano di turno, il cui potere semplicemente si sovrapponeva alle preesistenti - e ben più "naturali" - lealtà identitarie locali (religiose, etniche, tribali e famigliari), lealtà rimaste quindi con tutta la loro forza accumulata nel tempo.
Per nessuno dei tre casi in questione può parlarsi di "Stato nazionale", per cui era consequenziale che, trattandosi di entità elevate a Stato ma senza basi effettive, all'atto pratico per governarle non bastassero poteri centrali semplicemente definibili "forti": ci volevano governi dispotici, perché la democrazia avrebbe mandato a rotoli tutta la costruzione, dimostrando - come nella favola di Andersen - che "il re era nudo", non foss'altro per il semplice motivo della mancanza del "cittadino" ostile alla sudditanza.
In Siria, Iraq e Libano il cosiddetto cittadino da un lato è suddito dello Stato, e dall'altro è parte (suddito) di reti locali di lealtà che non si riferiscono né allo Stato né al partito dominante né ai vari partiti esistenti (come in Libano). Ne consegue che la sudditanza allo Stato non realizza una forza identitaria comparabile con quella delle altre appartenenze.
In più, i nuovi Stati - volendo (ma anche dovendo) agire da Stati moderni - sono apparsi come portatori di modernizzazioni forzate, il più delle volte dalla portata ridotta, che tuttavia nei rispettivi contesti multietnici, multireligiosi e (come in Iraq) multilinguistici, hanno pericolosamente insidiato le tradizionali influenze, autorità e strutture, portando da un lato a sviluppare dei "nazionalismi locali" e/o di gruppo, e dall'altro a mettere a disposizione dello Stato reti di influenza tradizionali, col risultato di controbilanciare gli iniziali sforzi del potere centrale per il loro contenimento, creando situazioni ancora irrisolte.
In merito ai partiti politici del Vicino Oriente, è ormai fenomeno diffuso la perdita delle caratterizzazioni ideologiche originarie (quando ci sono state), che hanno rapidamente perso d'importanza dopo la presa del potere, tutto diventando funzionale agli interessi dei gruppi dominanti all'interno di ciascun partito e delle sue clientele. Ovviamente il solo "progetto politico" rimasto è quello del mantenimento del potere. A maggior ragione nei partiti "personali". Si aggiunga che questi partiti non hanno mai costituito centri di dibattito politico, bensì di mera obbedienza alle decisioni prese dai vertici. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i partiti etnici e religiosi, soprattutto se conquistano il potere. La situazione peggiore, al riguardo, si ha in Libano, dove la Francia ha lasciato un avvelenato assetto istituzionale basato su una lottizzazione religiosa, oltretutto per lungo tempo ancorata ai dati di un censimento fatto all'epoca del Mandato.
In Siria e Iraq il potere statale ha avuto modo di affermarsi con maggior forza, ma a fronte di questo la società civile si è dovuta lasciar annichilire dallo Stato senza poter fornirgli effettivi apporti politici, almeno fino a che lo Stato non è incorso in sconfitta bellica o grave crisi interna.
Nei tre paesi sopra menzionati un ulteriore ostacolo a che lo Stato diventasse forza unificante è costituito dalla presenza di forti diversità religiose ed etniche da secoli divise da odi e spargimenti di sangue. In genere i media accennano alle conflittualità tra Cristiani e Musulmani, o fra Sunniti e Sciiti, rimanendo però ignote quelle tra le diverse Chiese cristiane, la cui virulenza non è sempre di minor grado.
Finché quei territori erano strutturati in ripartizioni amministrative di entità superiori, la situazione nel complesso teneva: a volte bene, a volte male. Tutto è cambiato con le formazioni statali volute da Gran Bretagna e Francia; Stati assimilabili a contenitori non già di mosaici (che implicano un'armonia di insieme), bensì di insiemi non amalgamati di tessere; e mancando le condizioni per assetti democratici era ovvio che le rispettive popolazioni (eterogenee) finissero governate da minoranze, non tanto politiche quanto religiose e/o etniche, per giunta insensibili ai "diritti umani". Si tratta di situazioni che o non durano o durano ma a prezzo di sanguinose crisi seriali (come in Libano).
Ad aggravare le cose intervennero in certi casi operazioni di ingegneria istituzionale della potenza mandataria e necessità di contrappesi religiosi da parte del governo insediato dagli imperialisti. Il primo caso riguarda il Libano, dove le autorità mandatarie francesi estesero le zone attribuite ai Cattolici maroniti (loro tradizionali alleati) a scapito dei Musulmani; il secondo attiene all'Iraq, dove il primo sovrano, Faysal, ottenne a nord le zone dell'attuale Kurdistan iracheno, in prevalenza abitato da Sunniti (i Curdi sciiti non sono molti), per rafforzare questa componente a fronte della maggioranza sciita, che anche con questa mossa superò il 60%. L'iniziativa di Faysal creò il problema dell'inserimento nella compagine irachena di una consistente popolazione non araba, bensì indoeuropea (più affine agli Iraniani), ponendo basi per l'irrisolto problema curdo in Iraq. Infatti, fin dall'avvento della monarchia hashimita l'élite al potere - sunnita - pur discriminando e opprimendo la maggioranza sciita, cercò comunque di sviluppare qualcosa che desse agli abitanti un minimo di identificazione unitaria, ma il guaio fu che lo fece privilegiando l'arabicità, cioè a dire discriminando - e pesantemente - i Curdi e i Turcomanni del nord, non facendoli mai sentire realmente parte dell'Iraq, pur esigendosi da Baghdad il sentimento dell'inclusione.
Come già accennato, in tutto il Vicino Oriente esiste un problema di legittimità per chi governa, a motivo della tendenza degli esclusi dal potere - si tratti di maggioranze o di minoranze - che si sentono (e sono) oppresse e discriminate. In tali contesti, a seminare il caos ci vuole poco, e caos vuol dire massacri e creazione di nuovi rancori che si sedimentano con i vecchi.

LE DIFFICOLTÀ PRATICHE A SOLUZIONI "MORBIDE"

Purtroppo le soluzioni - ammettendo che ce ne siano - dipendono dagli interessi imperialistici sull'area. Gli Stati Uniti da tempo progettano - soprattutto per Iraq e Siria - la fine degli attuali Stati "unitari". Sdegno e opposizione da parte del variegato e residuale fronte antimperialistico, ma anche di grandi potenze interessate all'area come Russia e Cina, alle quali sembra essersi aggregata (per il momento) anche la Turchia. I motivi di tali opposizioni sono facilmente intuibili. Ad ogni modo - in ragione dell'esistenza di convivenze che solo eufemisticamente possono essere definite "difficilissime" in Siria, Iraq e Libano - anche i progetti di spartizione non sono affatto carenti di logica, anzi sembrerebbero la soluzione più facile, pur mettendo nel conto il "danno collaterale" inerente gli inevitabili scambi di popolazione.
Sembra che nell'autunno di quest'anno nel Kurdistan iracheno si terrà un referendum consultivo sull'indipendenza: fuor di dubbio che un esito indipendentista non sarebbe preso affatto bene a Baghdad, a motivo del petrolio nel Nord del paese, ai cui proventi né i Curdi né il governo dell'Iraq possono rinunciare per ragioni di sopravvivenza economica.
Ma c'è di più. La nuova Costituzione irachena prevede la possibilità che oltre al Kurdistan si formino ulteriori federazioni all'interno della Repubblica. A seconda dell'evoluzione degli avvenimenti politici e militari in corso non si può aprioristicamente escludere che di tale possibilità si avvalgano gli Sciiti del Centro-sud: se così fosse, automaticamente si aprirebbe la lotta con i Sunniti arabi per il controllo di Baghdad; e se questo dovesse avvenire dopo l'auspicata sconfitta dell'Isis, è praticamente certo che si avrebbe una reviviscenza del radicalismo islamista sunnita.
D'altro canto, oltre agli interessi dei soggetti interni (difficili da conciliare, poiché perduranti da molti secoli) ci sono in gioco troppe interferenze e troppi interessi di grandi potenze e di potenze regionali perché si possa arrivare alla diffusione di una convinta identità irachena che travalichi i particolarismi religiosi, etnici e linguistici. E inoltre la situazione irachena appare così incancrenita da rendere utopico solo pensare a sistemazioni indolori alla maniera ex cecoslovacca.
Il Libano è una realtà politico-istituzionale che stancamente sopravvive a se stessa, tipica creazione di un imperialismo presbite e miope, quello francese, che, pensando scioccamente di durare per chissà quanto tempo, ha usato il divide et impera senza criteri utili nemmeno per se stesso, e pensando che il mito della grandeur gallica potesse davvero assicurare alla Francia margini di influenza in un Levante che da tempo si capiva sarebbe diventato scenario di conflitti tra potenze diverse, perché ben più grandi di quella francese. Probabilmente continuerà a sopravvivere, malamente.
Circa la Siria anche fare ipotesi è del tutto prematuro.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 17 marzo 2016

La rivolta da fare nel Kurdistan iracheno

Questo articolo tratta della recente storia della costituzione del Governo Regionale del Kurdistan (KRG) e del tradimento perpetrato nei confronti del suo popolo. Il KRG è sprofondato nella corruzione, ha dovuto ingaggiare guerra con l'ISIS, si è visto arrivare un grande numero di profughi siriani e provenienti dall'Iraq centro-meridionale ed ora non è in grado di garantire i salari ai lavoratori. Di conseguenza ci sono state manifestazioni, proteste e boicottaggio del lavoro da parte delle persone. 
In questo articolo si cerca di spiegare perchè è importante organizzarsi indipendemente dai partiti politici.

Prima della Marcia della rivolta del 1991 in Kurdistan, i Peshmerga [le forze armate del PUK (Patriotic Union of Kurdistan ) e del KDP (Kurdistan Democratic Party)] virtualmente non esistevano, se non ai confini con l'Iran ed in aree remote. La guerra tra Iran ed Iraq e la campagna Anfal condotta dal precedente regime  costò la vita di oltre 180mila persone, sgomberate dai loro villaggi completamente distrutti e poi scomparse.  Quando scoppiò la rivolta, le forze governative furono sbaragliate dal movimento di massa e fu allora che il PUK ed il KDP furono reinsediati con l'aiuto degli USA e dei paesi occidentali. In breve tempo, i due partiti assunsero il controllo delle città e dei villaggi che erano stati liberati dal popolo. Nel maggio 1992, formarono e si spartirono una Amministrazione territoriale tramite elezioni farsa. Il 05/10/1992 iniziarono a combattere il PKK, in uno scontro durato circa 3 mesi. Nel 1995, il  PUK ed il KDP ruppero gli accordi, si combatterono l'un l'altro e si spartirono il Kurdistan.
Durante il conflitto, il PUK riportò una vittoria quasi completa nei confronti del KDP ed, a quel punto, il capo del KDP, Masoud Barzani, chiese l'appoggio dell'ex-presidente iracheno Saddam Hussein.
Il 31/08/96, l'esercito del regime precedente giunse a Erbil e salvò il KDP. In seguito, il KDP lanciò degli attacchi contro il PUK riuscendo ad assumere il controllo di molte aree, città e villaggi che prima si trovavano sotto il controllo del PUK. Questi non aveva altra scelta se non chiedere aiuto all'Iran, grazie a cui riuscì a riguadagnare il controllo delle località che aveva perso ed a rimettere in piedi la sua amminstrazione. Dopo questo conflitto, il PUK ed il KDP hanno assunto il controllo delle rispettive aree di influenza del Kurdistan. Il KDP ha posto la sua Amministrazione su Erbil e sulle città circostanti. Il PUK ha preso il controllo di Sulaymaniyah e delle città intorno.
Nel 2003 il precedente regime cadde dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli USA e dei paesi occidentali: si aprì così una straordinaria opportunità per il PUK e per il KDP per la creazione di un Kurdistan Regional Government, che venne costituito con le elezioni del 2005. Le seconde elezioni dopo l'invasione si tennero nel 2009. Dal 2005 al 2014 entrambi i partiti (PUK & KDP) sono state le forze principali nel KRG. Nelle ultime elezioni del 2014, gli equilibri di potere sono un po' cambiati. Il cosiddetto Movement of Change (Goran) formatosi nel 2007, è risultato il secondo partito più votato ed è entrato nel governo insieme a KDP, PUK, organizzazioni islamiche ed altri piccoli partiti. Tuttavia, la corruzione, il terrorismo, la scomparsa di persone, le uccisioni e l'assassinio di attivisti politici, scrittori, giornalisti e donne continuano senza sosta.
In breve, nessuna vera riforma è stata approvata nonostante la presenza del movimento ’Goran’ nel governo con KDP, PUK e gli altri. Infatti, la situazione è peggiorata. Nell'ottobre del 2015, il KDP ha rimosso tutti i parlamentari, i ministri ed i presidenti parlamentari del movimento Goran vietando loro di far ritorno a Erbil. Da allora ogni vera attività parlamentare in Kurdistan è completamente cessata. 
E' il Popolo che è in crisi e non il KRG.
IL popolo del Kurdistan iracheno (Bashur) sotto il controllo del KRG è in una drammatica situazione economica e politica. Dall'ottobre 2015, il KRG non paga gli stipendi ad 1,4 milioni di dipendenti. Da febbraio 2016, gli insegnanti percepiscono solo metà del loro stipendio. Il KRG se la prende con il governo centrale iracheno che non verserebbe il dovuto 17% del bilancio nazionale. Il KRG esportava 550mila barili al giorno di greggio via governo centrale, il quale avrebbe dovuto restituirne i proventi in proporzione. Ora il KRG ha iniziato a vendere greggio evitando l'intermediazione governativa centrale e si tiene i proventi senza documentarne i dettagli riguardanti la quantità venduta ed a quali acquirenti.
Il KRG ha fatto sapere che ci sono altre ragioni che stanno prosciugando le sue risorse, quali il calo del prezzo del petrolio, la guerra all'ISIS ed i costi derivanti dal mantenimento di oltre 1,5 milioni di profughi siriani e delle regioni centro-meridionali dell'Iraq.
Dall'ottobre 2015, il commercio, i mercati, l'edilizia stanno rallentando e tutti i progetti sono fermi a causa della mancanza di fondi. Inoltre, migliaia di curdi, specialmente giovani, hanno lasciato il Kurdistan per andarsene in Europa. E' difficile per il popolo del Kurdistan vivere in condizioni così dure sotto il governo del KRG. Perciò, il popolo non ha alcuna scelta se non quella di protestare e boicottare il lavoro, soprattutto nelle città e nelle località sotto il controllo del PUK (Patriotic Union of Kurdistan).
Dall'inizio di febbraio 2016, ci sono state piccole manifestazioni e proteste a Erbil, la capitale del KRG, controllata dal Kurdistan Democratic Party (KDP). Molti uffici e molte scuole primarie e secondarie sono state chiuse perchè gli insegnanti ed altri impiegati non hanno i soldi per pagarsi il biglietto dei mezzi di trasporto per raggiungere il loro posto di lavoro. I prezzi al dettaglio sono aumentati di conseguenza, molti negozi e molte attività hanno chiuso.
Come da ogni parte, è il popolo che è in crisi e non il sistema, non il governo. Sono le persone che perdono la fiducia in se stesse, dipendenti come sono dai partiti politici. Sono le persone che perdono la fiducia nelle loro capacità e si mettono a cercare un capo che le guidi. E' il popolo che non impara dalle esperienze del passato, che ancora crede nella più famosa e potente bugia della storia che sono le elezioni parlamentari.
Non serve una rivolta qualsiasi.
Ci sono state molte rivolte in passato, in diversi paesi. Nel 1979 in Iran, nel 1991 nel Bashur (Kurdistan Iracheno), negli ultimi 5 anni le "Primavere Arabe". Però, le rivolte in tutti questi paesi sono sfociate in una terribile guerra civile o in un mutamento di regime che nei fatti non si è dimostrato migliore dei precedenti governanti. Le ragioni di ciò sono semplici, sia nel caso delle rivolte guidate da partiti politici sia nel caso di quelle guidate da persone che non avevano nessun piano per il dopo-rivolta e magari domate dagli USA e dai paesi occidentali. Queste rivolte miravano a cambiare il potere e non la società, volevano una rivoluzione politica e non una rivoluzione sociale, volevano portare dei cambiamenti dall'alto della società e non dal basso. Ecco perchè sono facilmente cadute sotto l'influenza degli USA, della politica e dell'economia neoliberista dei paesi occidentali. In conclusione, non solo non sono riuscite a portare alcun cambiamento, ma il dopo-rivolta è servito alle classi dirigenti, alle classi superiori ed agli interessi del sistema attuale molto più della situazione precedente. Questo fallimento ha disilluso le persone portandole in gran parte a non credere più in manifestazioni, proteste e nemmeno nelle rivolte.
Attualmente, tra i Curdi iracheni ci sono -specialmente tra le file dei comunisti, dei socialisti autoritari, delle sinistre e dei liberali- colloqui e prese di posizione per una rivolta. Quello che vogliono fare non porterà a niente di meglio di quello che è successo con le primavere arabe.
Al fine di evitare un'altra sconfitta e di realizzare i veri cambiamenti, abbiamo bisogno di formare gruppi locali radicali, non gerarchici, che siano antiautoritari, antistatalisti e contro il potere. Dobbiamo organizzarci nei quartieri, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, per le strade, nei villaggi. Abbiamo bisogno di formare comuni e cooperative, per insediare assemblee popolari ed il municipalismo libertario in ogni villaggio ed in ogni città. Utilizzando l'azione diretta e la democrazia diretta nel processo decisionale, che dovrebbe essere il modo di far progredire e sviluppare il potere popolare. Abbiamo bisogno di fare tutto questo indipendentemente dai partiti politici.Il nostro obiettivo deve essere quello di cambiare la società dal basso verso l'alto, e questo deve riguardare i cambiamenti politici e di governo,  i cambiamenti economici, educativi, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di lavorare sulla costruzione del potere del popolo  e non della dittatura del proletariato o di qualsiasi altro potere di classe.
Non ci serve una rivolta qualsiasi. Abbiamo bisogno di quel tipo di rivolta che ci permetta di fare cambiamenti reali nella creazione di una società socialista / anarchica. Questo può essere fatto attraverso il Confederalismo Democratico ed il comunismo libertario.

Zaher Baher
febbraio 2016
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 6 ottobre 2015

Sull'intervento di Putin in Siria

Le classi dirigenti del Medio Oriente sono molto agitate in questi giorni, al pari delle loro controparti occidentali ed "internazionali", di fronte alla decisione di Putin di intervenire direttamente in Siria. Infatti, questo è il modo in cui loro "intendono" e fanno politica: combattere contro i loro contendenti regionali per conquistare l'egemonia regionale, appoggiati da schieramenti internazionali reciprocamente opposti.  E' chiaro che la decisione di Putin comporta un'escalation del conflitto in corso tra gli schieramenti locali ed internazionali in campo, in Medio Oriente ed in particolare in Siria. L'Iran, ed ovviamente Assad, Hezbollah ed il governo iracheno hanno ben accolto l'intervento russo, sostenendo che contribuirà a contenere il “terrorismo”, fino a sconfiggerlo. Dall'altra parte, i rivali del regime iraniano: Erdogan , i re ed i principi degli Stati del Golfo hanno condannato gli attacchi russi; ed hanno auspicato che vengano interrotti. Qualcuno ha minacciato per la Russia una sconfitta simile a quella subita in precedenza in Afghanistan. In Occidente ci sono state diverse reazioni: alcuni si sono infuriati per l'iniziativa russa, altri si sono dimostrati indifferenti. Ben presto i capi religiosi si sono uniti allo show: il portavoce della Chiesa Ortodossa russa ha definito questa guerra come una guerra "santa". Gli ha risposto il portavoce dei Fratelli Musulmani siriani, il quale ha dichiarato la jihad dalla sua residenza a Istanbul chiedendo ai Siriani di combattere gli aggressori con tutti i mezzi possibili. Alcuni accademici Sauditi  gli hanno subito fatto eco. Anche "politici" ed "intellettuali" si sono arruolati volenterosi nel conflitto: sproloquiando di un'altra guerra sulle pagine dei giornali o dei siti web, una guerra che non sparge una sola goccia di sangue, ma che uccide ogni segno di solidarierà umana e di naturale empatia umana tra la gente comune, le vere vittime di tutti questi stupidi conflitti. Ma qui i libertari si trovano di fronte ad un dilemma in una situazione in cui forze autoritarie si combattono l'un l'altra per il solo scopo dell'egemonia sulle masse. Assad o ISIS sono entrambi forze ultra-totalitarie, quasi fasciste nella struttura della loro demagogia e della repressione. Chi li appoggia: sia i mullah iraniani sia i loro rivali in Arabia Saudita, Turchia e Qatar sono governanti dispotici. E allora da che parte stare in questo conflitto? Naturalmente, questo non è mai un problema per gli autoritari: seguiranno chi li possa portare al potere, pretendendo che questo è negli "interessi reali" della nazione o del popolo, oppure della Umma, o della classe, ecc. Essere autoritari è sempre più facile, un lavoro semplice…
Era la stessa situazione ai tempi della guerra fredda, due potenze autoritarie si combattevano per l'egemonia mondiale, ed ognuna diceva di combattere per la "vera libertà".
E quando tu sei il "buono", che combatte contro i "cattivi", allora non puoi che fare solo cose "buone", fosse pure uccidere, distruggere o reprimere.
Così, il sistema repressivo dei gulag, i processi-spettacolo a Mosca, la caccia alle streghe di McCarthy, ecc, potevano essere giustifcati.
Fino ad ora centinaia di migliaia di Siriani, gente comune, sono morti, milioni sono gli sfollati, ed ancora ci tocca ascoltare solo due versioni sulle loro sofferenze: chi da un lato  accusa il nemico di tutte le atrocità e chi nega le atrocità commesse dagli "amici" salvo parlarne come inevitabili effetti collaterali. Gli attacchi aerei degli USA uccidono civili innocenti, al pari di quelli russi. Anche i bombardamenti di Assad o gli attentati suicidi dell'ISIS uccidono indiscriminatamente. Dopo che la rivoluzione siriana è degenerata in guerra civile, dopo che le masse in rivolta o i loro comitati di coordinamento e le loro milizie locali e decentrate inizialmente note come Libero Esercito di Siria sono state sostituite dai gruppi semi-regolari dei signori della guerra, apppoggiati dai despoti della regione, i rivoluzionari siriani si sono ritrovati in una situazione difficilissima: non possono accettare la vittoria del dittatore, al tempo stesso sapevano benissimo che la sconfitta di Assad non significava la liberazione delle masse dalla dittatura ma la sua sostituzione con un altro dittatore.
Ciò che è rimasto del Libero Esercito Siriano e delle milizie locali e decentralizzate che avevano iniziato a combattere la forza militare dell'esercito di Assad spalancando autostrade per il risveglio e l'insorgenza degli jihadisti, è degenerato in bande di delinquenti guidate da signori della guerra che obbediscono agli ordini dei loro finanziatori (i quali sono in genere i ricchi despoti confinanti) i quali perseguono l'egemonia e la ricchezza anche alle spalle degli stessi vicini che dichiarano di voler difendere.
E col peggiorare delle condizioni di vita delle masse siriane, causato dall'intervento di tutte le potenze in gioco, la forza e la volontà di combattere del popolo è rapidamente scemata e quasi scomparsa, dal momento che si lotta per la mera sopravvivenza. Quale allora la situazione per i rivoluzionari ed ovviamente per le masse?
Ebbene, mentre le alte speranze di emancipazione sono sfumate, dobbiamo essere franchi con noi stessi e con il popolo ed iniziare a costruire le lotte del futuro.
Stare con Assad o con l'ISIS o con i signori della guerra non significa lottare per noi stessi.
Nemmeno lo schieramento guidato dall'Iran o quello guidato dai Sauditi meritano che si muoia per loro.
Inoltre, noi non nutriamo nessuna illusione su un possibile accordo "di pace". Che significherebbe un nuovo status quo , una nuova repressione, una nuova dittatura, che scambia la sicurezza con la sottomissione, come tutti fanno con i comuni cittadini siriani.
Invece del confessionalismo, che si è dimostrato essere forte, un'arma decisiva nelle mani del dittatore o delle classi dirigenti che si oppongono a lui, noi perseguiremo un nuovo movimento di liberazione, non multi-confessionale come rottura liberale, ma del tutto anti-confessionale; non semplicemente laico, ma libertariamente laico ed antagonista non solo al fondamentalismo islamista ma anche al laicismo "autoritario" di alcuni ben noti dittatori come Ataturk , Nasser , Assad , etc
Noi non ci schiereremo e chiederemo alle masse di fare lo stesso.
Schierarsi significa solo giustificare omicidi, repressione ed autoritarismo.
Noi vogliamo la libertà, la giustizia, una vita dignitosa, per tutti. Nessuno tra gli schieramenti autoritari può offrire tutto questo alle masse. Ma solo egemonia. E noi ci opponiamo a loro, li condanniamo in blocco, li riteniamo responsabili della critica situazione in cui vivono oggi le masse siriane.
Mazen Kamalmaz
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 22 settembre 2015

LA SPADA, SIMBOLO DELL'ISIS

Il T – 34 e, successivamente, il Mig – 15 potrebbero essere considerati i veri simboli dello Stalinismo; così come i panzer e gli stukas lo erano del Nazismo. Questi simboli erano l'emblema di tutta la razionalità e l'irrazionalità peculiari di quei regimi totalitari, rappresentavano il loro modo di agire: il culto della potenza e della forza, il ruolo centrale del fuhrer o del dio-capo come personificazione di un paese e della sua unità al di là dell'Idea – la nuova religione. Infatti, la nuova religione prevalse, non solo grazie all'inganno ed alla repressione, ma soprattutto grazie alla sottomisssione ed all'accettazione di massa. Quei simboli avevano una duplice funzione: trasmettere il messaggio ideologico del regime e funzionare quali armi per imporsi, per conquistare, per raggiungere lo scopo finale: la conquista dell'intero universo per instaurarvi un impero imperituro, equivalente al teologico "regno di Dio". L'ISIS, insieme all'Islam politico, ha molte somiglianze col Nazismo e con lo Stalinismo. Si tratta di un movimento complesso, al tempo stesso rivoluzionario e reazionario, anticapitalista e ostile alla classe lavoratrice, antimperialista e aspirante imperialista. Al pari del fascismo occupa quello spazio dove le lotte sociali e politiche si arenano, dove le vecchie classi dirigenti non possono più governare, ma anche dove i movimenti popolari di base non riescono a rovesciare il sistema. Oltre alla tradizionale bandiera nera, l'ISIS rivendica l'essere erede del profeta Maometto ed assume la spada come vero simbolo del nuovo potere totalitario. Usano la spada nei loro video holywoodiani per sterminare i loro prigionieri, usano la spada nei canti e negli opuscoli di propaganda, come un simbolo del jihad, della determinazione e del terrore. Nella sua opera “Sorvegliare e punire” , Foucault notava come il capitalismo aveva “razionalizzato” la punizione, riducendola al minimo livello necessario per proteggere la proprietà privata ed i suoi assets. Ciò che l'ISIS sta cercando di fare è esattamente l'opposto, invertire questa tendenza e questo processo. Anche le camere a gas di Hitler ed ovviamente la bomba atomica, le uccisioni tramite i droni, il ricorso all'alta tecnologia per stermini di massa, ma più "umanitari", con minore teatralità e meno rituali spargimenti di sangue, fanno parte di questa tendenza a partire dal XVIII secolo, compresi i paesi arabi e musulmani colonizzati. La spada come simbolo ha una duplice funzione per i jihadisti : essa rappresenta un vecchio-nuovo, indipendente, simbolo di forza e di autorità, che si erge quale negazione della civiltà imperialista "occidentale" (quella capitalista) e dei suoi simboli, e come vecchia-nuova arma di terrore. Contrariamente al Nazismo ed allo Stalinismo, l'utopia jihadista non è futurista ma esiste in un passato che deve essere imitato pienamente in tutti i suoi aspetti, al fine di raggiungere gli stessi obiettivi che furono di Maometto: conquistare tutte le potenze imperialiste del suo tempo per costruirvi al loro posto il suo imperialismo. Per certi versi, questo era anche l'obiettivo dichiarato dei regimi "laici" pan-nazionalisti (vedi Nasser ed il Partito Baath a Damasco e prima ancora a Baghdad). L'ISIS non è che l'ultimo rigurgito del lunghissimo dibattito sulla arretratezza dell'Oriente, della sua debolezza e della sua manipolazione da parte delle potenze imperialiste occidentali. Questo dibattito ha sempre avuto due risvolti: come imitare l'Occidente allo scopo di competere con esso da una parte e, dall'altra, la necessità di starsene "per conto proprio" per lottare contro le potenze coloniali. L'ammirazione e l'odio verso l'Occidente colonialista non erano avvertiti solo dalle masse dell'Oriente colonizzato, ma anche dalle elite intellettuali e sociali locali. Il conflitto fra tradizionalismo ( conservatorismo) ed un modo più aperto di pensare non si è mai risolto. Sono pochissimi coloro che hanno proposto una totale negazione del passato per guardare a soluzioni future totalmente rivoluzionarie. La maggioranza ha preferito un certo compromesso tra passato e presente. Le critiche all'Islam non sono mai state portate fino in fondo. Persino i comunisti ed altri di sinistra -sotto la pressione delle loro società e del grande fratello in Unione Sovietica, la quale cercò di giocare la carta della liberazione nazionale contro i suoi rivali occidentali (la stessa cosa venne fatta dalle potenze occidentali che sostenevano l'ultra-reazionario regime dei Saud ed i jihadisti contro gli emissari locali dell'URSS e contro l'invasione russa dell'Afghanistan)- riuscivano sempre a trovare qualcosa di “progressista” nel Corano e negli insegnamenti degli accademici tradizionali. L'ISIS non nasce dal niente. Ciò che ha fatto è esattamente quello che facevano i suoi simili in Occidente ed in Oriente (Nazismo e Stalinismo), i quali portarono all'estremo l'irrazionalità delle loro società e delle loro classi governanti ed il livello di alienazione delle loro masse popolari. I liberali ricordano oggi la precedente attitudine al compromesso da parte dei comunisti nei confronti dell'Islam reazionario e dogmatico. Oggi, gran parte delle masse popolari sono sotto l'influenza dell'ISIS e dei suoi simili. Pensano che una vittoria dell'ISIS gli porterebbe l'emancipazione sia dall'Occidente coloniale che dalle "laiche" dittature locali. Per alcuni settori degli oppressi, aderire all'ISIS significa fare carriera nella gerarchia sociale. La classe media urbana è la fonte principale dello scetticismo e della resistenza contro l'ISIS. Anche se meglio organizzata e rappresentata, a questa classe mancano il coraggio e la determinazione che hanno invece le classi popolari. La classe media urbana resiste del tutto giustamente contro l'ISIS, ma dalla loro resistenza non ne deriverebbe una vittoria che porti ad una reale emancipazione delle masse, dato che loro vogliono difendere i loro privilegi percepiti ed il loro stile di vita meno rigido; ma non sono capaci di sconfiggere l'ISIS e non gliene importa nulla delle masse ignoranti ed arretrate. La comparsa dell'ISIS somiglia alla venuta di Khomeini. Entrambi rappresentano gli stessi poteri sociali e le stesse speranze popolari (leggi: illusioni) di emancipazione; che finiranno solo in un nuovo regime totalitario di tipo bolscevico. E' giunto il tempo per una critica più radicale dei dogma islamici. Ma le arrendevoli elite intellettuali non ne hanno il coraggio. Una critica radicale non deve colpire solo l'Islam, perchè significherebbe criticare un dogma a beneficio di un altro. Ci vuole più di una rivoluzione copernicana, ci vuole maggiore negazione, qualcosa che distrugga tutti gli idoli una volta per tutte. Una sorta di surrealista e dadaista liberazione della mente, del subconscio e dei desideri del corpo da ogni tabù e da ogni divieto. Non bisogna colpire solo la spada quale simbolo ed arma del terrore e della propaganda, bisogna colpire ogni terrore autoritario ed ogni dogma. Colpire lo stessi principio di autorità. dal blog di Mohamed Mazen - anarchico siriano https://mazenkamalmaz.wordpress.com (traduzione a cura di Alternativa LIbertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 7 luglio 2014

ISIL, wahabismo e petrodollari: la peggiore delle alleanze

Questo articolo è stato scritto nella prima quindicina di giugno, quando ancora ISIL non aveva stato procamato il califfato. Vi si analizza la assurda alleanza, tollerata da Dipartimento di Stato e dal Pentagono, in cui il flusso di risorse alimentato dalla monarchia saudita, giova ai fondi di mantenimento di una frazione ancora più conservatrice e medioevale di Al-Qaeda. Nel Mondo Arabo continua l'inferno in nome della geopolitica. ISIL rappresenta la peggior interpretazione possibile dell'integralismo sunnita; la sua ascesa è direttamente collegata alla presenza degli USA in Iraq Con l'avanzata sul fronte iracheno dello Stato Islamico di Iraq e Levante (ISIL) l'integralismo trova un nuovo protagonista. Fondato da un ex-professore universitario, Abu Bakr al-Baghdadi, ISIL opera su due fronti (Siria e Iraq), e con la fusione con il Fronte Nusra nella guerra civile siriana, ha preso la testa dello jihadismo nella regione. I suoi dirigenti tendono a catalizzare gli jihadisti sunniti, in seguito al non riconoscimento dell'erede formale di Al-Qaeda, Al Zawahiri. Lo slogan di questa organizzazione é: “Sheikh Baghdadi e Sheikh Osama Bin Laden sono simili”. Anche se questa organizzazione non costituisce una novità per gli specialisti ed i sopravissuti del Mondo Arabo, é importante per l'opinione pubblica mondiale sapere che i gruppi armati del wahabismo sono figli bastardi dei petrodollari affluiti attraverso le reti dell'intelligence coordinate dalle monarchie della Arabia Saudita e del Qatar. In questi più di 3 anni di guerra civile siriana, un conflitto in cui l'opposizione di maggioranza sunnita è organizzata in due grandi campi, ISIL rappresenta i capitali sauditi e del Qatar. L'altro campo, costituito dall'Esercito Libero di Siria, nato da una scissione nella struttura dell'esercito nazionale un tempo controllato dal clan Assad, opera con finanziamenti della Repubblica Turca ed é visto con simpatia dalla Casa Branca. Gli strateghi del Pentagono impattano con la volontà politica autonoma o meglio suicida delle elite arabe sunnite, miliardarie e conservatrici. Adepti della transanazionalizzazione delle guerre siriana ed irachena, puntano a trasformare entrambi i campi di battaglia in un conflitto civile e comunitarista (settario) tra sunniti e sciiti. Lo squilibrio nasce dall'autonomia operativa di ISIL e dalla sua motivazione guerriera, con un pò di attitudine selvagge e di relazioni pubbliche via internet. Nella battaglia per la presa di Mosul, 30.000 soldati "iracheni" si sono ritirati davanti ad 800 jihadisti, abbandonando una località strategica. Il governo del primo ministro sciita Nouri al-Maliki sa che se ISIL avanza ancora, quello che resta del suo governo e dello Stato fantoccio andrà incontro ad un collasso. L'appoggio saudita e delle reti wahabite ha portato ISIL ad essere egemone in un terzo dell'Iraq originario ed a garantirsi autononia operativa in un'area equivalente in Siria. Applausi per gli strateghi del Pentagono e delle lobby del petrolio che non rompono con le monarchie arabe e con il loro doppio gioco insieme agli integralisti sunniti. Che paese è diventato l'Iraq dopo le invasioni dei due Bush?! L'opera nefasta dei soci di Bush e Dick Cheney avanza a meno di 100 km da Baghdad. La setta - o la nuova generazione di Al-Qaeda - o Esercito per lo Stato Islamico di Iraq e Levante (Levante é la denominazione storica del Medio Oriente) giá controlla più di un terzo del territorio iracheno e si è impossessata di oltre 425 milioni di dollari USA nella sua avanzata su Mosul, la seconda città del "paese". Risultato: forse gli jihadisti sunniti non vinceranno, ma decreteranno la morte di quella finzione giuridica chiamata Iraq del dopo Sadam Hussein. Bruno Lima Rocha é professore di relazioni internazionali e di scienze politiche Link esterno: http://estrategiaeanalise.com.br/artigos/isil-wahabbism....html (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

giovedì 26 giugno 2014

Sulla crisi in Iraq

La crisi in Iraq risale al regime di Saddam Hussein ed è proseguita con “l'attuale regime democratico" dopo l'invasione del 2003. Non c'era libertà, nè giustizia sociale; nessuna uguaglianza e pochissime opportunità per coloro che erano indipendenti dai partiti al potere. Oltre alle violenze ed alle discriminazioni contro le donne e la gente comune si è creata una forbice enorme tra i ricchi ed i poveri, con i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. La crisi in corso non è molto dissimile da quella pecedente. Infatti non è che il protrarsi della stessa situazione degli ultimi decenni. La sola differenza sta nei nomi e nella forza dei partiti al potere. I politici ed i mass-media amano dire che gli scontri in corso sono la continuazione di antiche lotte e conflitti tra le principali correnti islamiche: gli Sciiti ed i Sunniti e che queste si portano dietro una scia di sangue dagli inizi della religione islamica. Se guardiamo alla storia delle nazioni, dei paesi e dei popoli, troviamo sempre conflitti tra i dominatori ed i dominati, tra gli sfruttatori e gli sfruttati, tra gli occupanti ed i popoli che subiscono l'occupazione, tra gli invasori e chi lotta contro il dominio, contro le autorità e contro gli Stati. Per farla breve una guerra per maggiore accumulazione e maggiori profitti. Ciò che sta avvenendo in Iraq con "lo Stato Islamico di Iraq e Levante (Siria), Isis” non è ciò che viene dipinto dai media. Questi sono i fatti: 1. l'avanzata di Isis è opera di una piccola minoranza aiutata dalle fazioni sunnite deluse dal governo sciita a Baghdad: si tratta dei capi tribali sunniti, di esponenti del partito Ba’ath, di ufficiali del vecchio esercito e di fazioni dell'insurrezione precedente, tutti insieme per vedere come dare scacco al primo ministro iracheno Nouri al-Maliki . Quando Isis si è messo in marcia verso Mosul, conquistando la terza città del paese, non erano che meno di 2000, mentre in città c'erano almeno 60.000 uomini tra poliziotti, soldati delle forze di intelligence e di sicurezza. Una forza molto ben equipaggiata con aerei da combattimento, carri armati e diversi tipi di armi speciali, ma questo esercito è collassato e si è volatilizzato di fronte all'Isis offrendo una scarsa se non nessuna resistenza. 2. quello che sta accadendo è molto probabilmente un piano messo a punto da Turchia, paesi del Golfo e Governo della Regione Curda “K.R.G”, un piano noto anche a Stati Uniti e Regno Unito. 3. E' molto difficile sapere cosa accadrà poi alla fine, dato che nella maggior parte dei casi questo dipende dagli interessi statunitensi e dei paesi occidentali, i quali valutanto ogni insurrezione ed ogni movimento in base ai vantaggi o danni per i loro interessi. Fino ad ora USA&Regno Unito hanno insistito perchè il popolo iracheno fosse unito e vivesse all'interno dello stesso sistema. Ma se dovessero vedere che i loro interessi vengono minacciati non avrebbero nessuno scrupolo a dividere l'Iraq in 3 mezzi-Stati tra Curdi, Sunniti e Sciiti. 4. Questa situazione ha spinto l'Iraq sull'orlo di una guerra settaria, specialmente dopo la fatwa emessa dall'Ayatollah Ali Al-Sistani, uno dei più riveriti esponenti del clero sciita, per l'armamento dei cittadini e l'arruolamento nell'esercito. 5. Per noi uno degli scopi di questa guerra è quella di contenere e strangolare il movimento democratico di massa del popolo curdo che vive nel Kurdistan occidentale (cioè in territorio siriano) e la sua amministrazione locale. Un movimento di massa che ha dimostrato come ci sia un'alternativa allo stato-nazione, al vecchio e nuovo liberismo ed al suo governo. Un movimento che ha dimostrato che non è necessario seguire le "Primavere Arabe" che hanno portato all'insediarsi di governi islamici. Inoltre questo movimento ha dimostrato che un popolo può insorgere senza il sostegno degli USA, della UE e dei loro agenti. Ha dimostrato che la rivoluzione sociale deve iniziare dal basso e non dall'alto e questo può essere raggiunto costruendo realtà locali che prendono le loro decisioni in autonomia. Questo movimento non è evidentemente utile agli interessi dei politici e del neo-liberismo, per cui la prossima mossa sarà l'attacco al Kurdistan occidentale ed al movimento di massa dei Curdi. In base a quanto detto finora il KAF denuncia come questa guerra è stata scatenata ed imposta al popolo iracheno, crediamo che sia necessario organizzarsi al di fuori dei partiti politici, al di fuori dei sostenitori della guerra, delle istituzioni statali e dei governi; è necessario organizzarsi nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e nelle strade per essere uniti e contrastare la guerra, l'ingiustizia, la povertà, la fame, le disuguaglianze e la repressone che viene imposta tramite questo brutale sistema fatto di Stati, imprese capitalistiche, istituzioni finanziarie, mass media neoliberisti e servizi di spionaggio. Kurdistan Anarchist’s Forum 18.06.2014 Link esterno: http://www.anarchistan.tk (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)