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venerdì 25 settembre 2020

Ancora da Portland – donne di colore e donne bianche, le contraddizioni e le lezioni del movimento

Articolo apparlo su Pungolo Rosso

Riceviamo e volentieri riprendiamo dalla pagina facebook Noi non abbiamo patria questo scritto che contiene notizie e considerazioni su diversi aspetti della situazione a Portland (diventata un caso nazionale anche per gli attacchi di Trump) e sugli sviluppi del movimento nato dall’uccisione di George Floyd. Le notizie riguardano anzitutto la repressione statale e para-statale del movimento di lotta, e la sua accanita resistenza, che ha costretto la polizia federale ad un passo indietro; è molto interessante anche la ricostruzione della politica razziale e della legislazione razzista dello stato dell’Oregon e, prima ancora, dei Territori dell’Oregon già dal 1844 – appunto: razzismo di stato che più razzismo di stato non si può.

Ma per noi l’aspetto più rimarchevole di questo scritto è l’analisi del rapporto difficile tra le donne bianche scese in campo a difendere i loro figli dalla polizia e le donne nere, iniziatrici e anima del movimento, e la descrizione della sua evoluzione in positivo nel corso della lotta, e grazie alla lotta. Da anni sia negli Stati Uniti che fuori dagli Stati Uniti il protagonismo delle donne è crescente. Ma c’è tuttora in Italia un punto su cui marxisti (incompleti), anti-marxisti, ‘cani sciolti’, etc. sono pienamente solidali, ed è un sovrano disinteresse alla partecipazione delle donne alla lotta di classe. Ben venga, quindi, un focus su donne nere e donne bianche nel movimento anti-razzista statunitense.

Per quel che riguarda, invece, il movimento femminista statunitense, di cui qui si richiama giustamente il razzismo degli inizi del novecento nei confronti delle donne nere di chiara matrice borghese, anch’esso in questo secolo ha dovuto e saputo fare passi avanti significativi sia sul piano teorico-ideologico (proprio sui temi razzismo, colonialismo, condizione delle donne del Sud del mondo, ecc. – in parte riflessi nel testo di C. Arruzza, T. Bhattacharia, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto), che sul piano della mobilitazione – solo per limitarci agli ultimi vent’anni, ricordiamo la massiccia partecipazione alla marcia mondiale delle donne nell’anno 2000, l’immediata scesa in campo contro le politiche trumpiane, l’International Women’s Strike del 2017 e 2018, lo sciopero internazionale dei dipendenti Google contro le molestie sessuali del 1° novembre 2018…

Dalla sera del 31 luglio la polizia federale del Dipartimento Nazionale di Sicurezza (i temutissimi U.S. Marshals addestrati nella repressione violenta degli immigrati ispanici e latinoamericani al confine tra Stati Uniti e
Messico) ha dovuto fare un passo indietro, costretta dalla determinazione e dal coraggio del movimento di lotta di Portland. Sicuramente questo è un successo strappato con la lotta le cui reali dinamiche non devono essere offuscate dalle rappresentazioni che i media hanno dato alle battaglie di Portland.

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Nelle ultime settimane la violenza della polizia federale è stata descritta dai media democratici come uno “scandalo nazionale”, avvenimenti che costituiscono gravi violazioni costituzionali. Il sindaco di Portland Ted
Wheeler e il governatore dell’Oregon Kate Brown, entrambi democratici, hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di ritirare le forze federali ordinate da Trump. La governatrice ha definito che “questi agenti federali hanno agito come delle truppe di occupazione…”. Il sindaco Wheeler ha sottolineato “questi agenti federali non sono addestrati nelle moderne politiche comunitarie, nel controllo della folla o nelle strategie di de-escalation…, quindi non sono i benvenuti”.

Vorremmo, per inciso, replicare al sindaco democratico che certamente i cittadini di Portland sono americani e per lo più bianchi, e non sono di certo quegli immigrati che al confine tra Messico e Stati Uniti gli stessi U.S. Patrols terrorizzano e disperdono con l’uso massiccio di gas, proiettili di gomma, cariche a cavallo o su SUV senza alcuna distinzione nei confronti di uomini, donne e bambini dalla pelle colorata. Sarebbe a dire che queste tecniche di repressione violenta finché sono nei confronti degli immigrati sono ammissibili, viceversa non lo sono quando a soffrirne sono i civili cittadini dell’Oregon?

Così come vorremmo chiarire le bugie che questi piagnistei democratici nascondono. La violenza della polizia contro i neri e contro le manifestazioni del movimento inizia molto prima dell’arrivo dei federali. Nonostante l’uso dei moderni gas lacrimogeni sia stato messo al bando dalle diverse corti di giustizia del paese, e come ribadito dal governatore Brown attraverso una disposizione governativa del 30 giugno che ne vieta l’uso, le
disposizioni di legge chiariscono che certamente l’uso dei lacrimogeni e delle pallottole di gomma è vietato, ma solo fintanto che le manifestazioni non costituiscono un “pericolo”, non prefigurino un “riot”. Tant’è che nelle
giornate di maggio, giugno e luglio, la locale polizia di Portland ha usato queste armi (definite riot control agent) in più di cento occasioni contro le manifestazioni del movimento per il “black lives matter”. E’ sempre bastato
per il Dipartimento di Polizia di Portland far precedere l’uso della violenza con la dichiarazione di allarme per “riot”.

In queste occasioni il sindaco Ted Wheeler, il cui dipartimento della polizia di Portland è sotto il suo comando, si è rifiutato di bandirne l’uso, difendendo l’uso legittimo e circostanziato della violenza, guadagnandosi così dalla piazza il soprannome di “Tear Gas Teddy” (1).

Allora perché c’è stato questo accanimento dell’amministrazione Trump ad inviare la polizia federale e le truppe del DHS e U.S. Marshals a Portland (approntandone l’invio anche in altre città, Seattle, Chicago, New York, ecc.), se il movimento veniva represso duramente anche prima dal democratico Oregon?

La violenza e la repressione poliziesca in questi due mesi contro l’insieme del movimento che si è dato a scala nazionale è stata altissima, ed ha fatto uso delle forze di polizia locali, della Guardia Nazionale, del coprifuoco,
delle migliaia di arresti da parte degli agenti del FBI, della dichiarazione di Antifa come organizzazione terrorista, e dello squadrismo bianco. Ma questo movimento nazionale non si è mai piegato, ha risposto colpo
su colpo, grazie alla unità di intenti non solo dei neri sfruttati ed oppressi dal razzismo, ma anche con gli sfruttati ispanici e gli immigrati, con i nativi americani e con quella grossa fetta di gioventù proletaria e precaria
bianca scesa incondizionatamente al fianco delle ragioni del black lives matter. Questa inedita unità di lotta ha creato dei profondi scricchiolii nella sovrastruttura dello stato federale e nei rapporti con le singole
amministrazioni governative statali dell’unione, già scossi dagli effetti della pandemia. I Dipartimenti di Polizia, la Guardia Federale non sempre hanno risposto al comando secondo come richiesto, qua e là defezioni tra le
truppe sono state evidenti.

Il motivo della difficoltà di soffocare la lotta attraverso la repressione è ben spiegato in quest’articolo pubblicato il 19 luglio che descrive i caratteri inediti e straordinari di questo movimento che sta scuotendo la società americana dal profondo come uno sciame sismico che la rende difficilmente governabile con le politiche di ieri.

C’è un secondo elemento che spiega la determinazione sia del movimento a Portland, che la contro reazione repressiva statale, cui si aggiunge quella extra statale del neo-squadrismo bianco.

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L’Oregon (che è diventato stato dell’Unione nel 1859) è lo stato della federazione dove il suprematismo bianco e il razzismo contro i neri americani e le popolazioni native si è sviluppato in maniera differente dal resto degli Stati Uniti D’America, caratterizzando sin da subito la discriminazione razziale, economica e politica non tanto nel modo segregazionista e schiavista, ma essenzialmente attraverso un lungo e profondo processo di vera pulizia etnica.

I Territori dell’Oregon, ancor prima della costituzione dello Stato dell’Oregon e della sua appartenenza all’Unione, già nel 1844 dichiararono fuorilegge la schiavitù, non per segregarli ma per scacciare dalla regione gli
schiavi infine liberati. Peter Burnett, capo della assemblea legislativa dell’Oregon, spiegò la legge del 1844 in questo modo:

Lo scopo è quello di tenersi discosti da quella classe più problematica della popolazione. Siamo in un mondo nuovo, nelle circostanze più favorevoli e vogliamo evitare la maggior parte di quei mali che hanno afflitto così
tanto negli Stati Uniti e in altri paesi
.”

In sostanza l’obiettivo della liberazione dei neri era la loro espulsione, l’uso della frusta la costrizione per cacciarli dai Territori dell’Oregon. Un’altra legge, approvata nel 1849, vietò poi l’immigrazione nera nel territorio stesso. La legge venne abrogata nel 1854. Ma la sua clausola di esclusione fu nuovamente incorporata nella costituzione dell’Oregon del 1857, che nonostante vari tentativi di annullamento successivi è rimasta in vigore fino al 1926, impedendo di fatto per legge la residenza ai neri americani nello stato dell’Oregon. Un’altra legge adottata dallo Stato nel 1862 richiedeva a tutte le minoranze etniche ancora residenti di pagare una tassa annuale di 5 dollari, mentre i matrimoni interrazziali sono rimasti vietati per legge per tutti gli anni che vanno dal 1861 al 1951 (quasi cent’anni).

Anche se le leggi di esclusione vennero applicate raramente, gli obiettivi prefissati furono raggiunti: nel 1860 solo 128 afroamericani vivevano in Oregon su una popolazione totale di 52465 abitanti. I censimenti statali del
2013 registrano che solo il 2% della popolazione dell’Oregon è nera mentre quella di Portland raggiunge solo il 5%. In sostanza la storia dell’Oregon è caratterizzata da un “sionismo” bianco e cristiano e a stelle e strisce ante
litteram, che ha cancellato il problema razziale dando una mano di bianco, dove la violenza contro i neri e il pregiudizio razziale nella società e nelle istituzioni è talmente profondo che è diventato un elemento naturale
della società, le cui relazioni sociali tra le classi secondo le linee ed i pregiudizi razziali hanno anche infine condizionato la comune psicologia degli stessi neri americani.

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Un fatto naturale della società che ai nostri giorni, quelli del Coronavirus, determina che alcune Contee dell’Oregon, per esempio la Contea di Lincoln, sul finire di giugno hanno emanato un provvedimento che esonera gli afroamericani dall’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi e negli esercizi pubblici.

Sembrerebbe una iniziativa liberale a favore degli afroamericani, ma Ranika Moore attivista di colore della Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) ci spiega invece che l’uso della mascherina da parte di un uomo di colore è come “suggerire alla gente di sembrare una persona pericolosa, a causa degli stereotipi razziali che si sono diffusi”. In sostanza lo Stato prende atto che nella società l’uomo di colore è già un “sospetto” di “natura”, figuriamoci quando circola “a volto coperto”. Dunque, l’uomo nero, già abbondantemente terrorizzato dalla violenza indiscriminata dei bianchi, ottiene dallo Stato democratico questa gentile concessione.
La storia di questo territorio quindi rende l’Oregon lo Stato della Unione per eccellenza bianco, che ha visto a iosa proliferare l’assassinio di uomini neri disarmati da parte della polizia e le manifestazioni degli estremisti di
destra e dei Boogaloo Boys degli ultimi anni.

Il movimento inedito contro il razzismo sistemico che ha spinto tra le sue fila ampi settori sociali di sfruttati ispanici e di giovani proletari bianchi senza riserve, oggi scuote l’insieme di queste relazioni sociali originate dai
caratteri peculiari del colonialismo e del razzismo interno dell’Oregon. Il movimento di così vasta ampiezza e lo sciame sismico sociale che sta producendo, a Portland non può non far scricchiolare l’idillio di questa società bianca apparentemente “priva del problema razziale”, che è già scossa dall’economia in caduta libera e dalla pandemia.

Qui dove l’oppressione razziale veste maggiormente la facciata ipocrita della democrazia liberale (il primo territorio statuale non appartenente all’Unione ad “abolire” lo schiavismo), il movimento dei neri non dà
tregua ad un modello di società che non solo li vuole segregati, ma che ha provato a cancellarne l’esistenza. La contro reazione delle forze sociali razziste e quella delle sue istituzioni centralizzate sono chiamate a difendere con i denti questo raffinato modello di società razziale nordamericana, di cui Portland rappresenta proprio una delle punte più avanzate della supremazia bianca. Già negli anni ’60 e ’70 la repressione del Black Panther Party di Portland fu roba da fare impallidire perfino i Cops della West Coast.

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Quindi, a giusta ragione, Donald Trump sente puzza di bruciato, e minaccia prima e poi pianifica l’invio delle truppe federali a Portland, verificando che la polizia dello Stato non era più in grado di “ripulire la città da
questo alveare di terroristi”. L’operazione “Diligent Valor” avviata dalla Casa Bianca nei primi giorni del mese di luglio, si è tradotta nella violenza senza freni degli U.S. Marshals e dei Border Patrols del Dipartimento di
Sicurezza nelle strade di Portland, fatta di cacce all’uomo, di raid eseguiti secondo le tattiche di guerriglia di strada, tentando di realizzare quanto la polizia non era riuscita a fare. La cattura dei giovani di colore e bianchi
di Portland durante le manifestazioni ad opera degli U.S. Marshals, senza formale e legale arresto e dal sapore da “notte delle matite spezzate”, è stato il conseguente corollario nei confronti di una gioventù che si vuole
terrorizzare affinché non osi mai più scendere in piazza.

Ma dove la repressione della polizia e delle istituzioni governative locali hanno fallito, anche la repressione dello Stato federale ha fallito. Un nuovo elemento dell’insieme delle relazioni sociali idilliache dell’Oregon
bianco già scosse dalla crisi, è emerso come contraddizione sociale dalle viscere della crosta terrestre in sommovimento, suonando un campanello di allarme a Mr. Trump, Mr Biden e a tutta l’intellighentsia democratica e liberale.

Un inaspettato settore sociale del mondo dei lavoratori e degli sfruttati improvvisamente scende in campo, dando forza e ulteriore coraggio alle battaglie di Portland, facendo emergere un elemento importante della
generale alienazione sociale del capitalismo e delle relazioni sociali che esso determina: quello dell’oppressione di genere e della sottomissione patriarcale delle donne, che la scesa in campo del “muro delle mamme” (Wall of Moms) rappresenta.

Una scesa in lotta che non solo segna una tendenza in avanti nella riaggregazione di un fronte proletario e di sfruttati anche secondo linee generazionali, ma che lega insieme potenzialità, contraddizioni e difficoltà da cui questo movimento riparte, diviso secondo linee razziali, generazionali e di genere, come conseguenza della generale oppressione capitalistica.

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Le mamme bianche ed ispaniche lavoratrici che fin qui erano relegate a ricoprire il ruolo assegnatogli dall’oppressione patriarcale del moderno capitalismo, quello di candide custodi dei loro sacri figli, quelle delle
donne “dell’apple pie” e moderatrici per il bene della famiglia, quelle stesse donne che comunque vivono nel privilegio di essere parte della società dei bianchi, hanno preso gli stereotipi e li hanno rivolti contro l’autoritarismo di Trump realizzando uno scudo umano di mamme a difesa dei propri figli contro la violenza della polizia federale. Queste mamme, irrompono nella lotta spontaneamente, ma non immediatamente e direttamente per scendere in campo contro il razzismo e la violenza della polizia. Però, ra pidamente sonocostrette a riannodare la difesa dei propri figli con gli obiettivi della lotta per cui loro sono in piazza: il sostegno alla causa del black lives matter, farla finita con il razzismo. Nel fare questo, queste donne devono affrontare una serie di contraddizioni e pregiudizi che permeano l’intero proletariato bianco, che vive del risicato privilegio di appartenere alla società dei bianchi.

La partecipazione alla lotta costringe queste donne immediatamente a realizzare un collegamento stretto con le mamme e le donne nere, non privo di difficoltà, che già erano impegnate nella protesta. Già nella organizzazione della lotta e con le prime presenze in piazza hanno dovuto affrontare e verificare gli stereotipi tipici dell’oppressione femminile (per certi aspetti ritenuti elementi utili per fermare la repressione): chi
attaccherebbe mai una brava mamma bianca? Bruciata l’illusione, perché le truppe di polizia non hanno fatto nessuno, queste donne hanno dovuto cominciare a mettere in discussione l’immagine di sé, della loro condizione di emarginazione sociale e verificare che questa è anche condotta secondo le medesime linee razziali che caratterizzano la generale oppressione e alienazione capitalistica.

Sono i giorni in cui il “muro delle mamme” cattura tutta l’attenzione giornalistica, che mette in secondo piano le ragioni ultime del movimento contro il razzismo, e che punta gli obiettivi delle telecamere esclusivamente
nella rappresentazione delle sole mamme bianche. Una attenzione mediatica che tace che dietro questa scesa in campo di mamme lavoratrici c’è il prezioso sostegno e l’incoraggiamento delle organizzazioni femminile delle donne nere da anni impegnate contro la violenza della polizia nei confronti dei loro figli quali Mothers of Movement, Moms Against Senseless Killing, Moms Demands Actions e le donne di colore di Don’t Shoot
Portland (che tra l’altro si occupa della violenza domestica nei confronti delle donne di colore) (2) .

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Quello che questa attenzione mediatica esprime è appunto il riflesso imposto dello stereotipo della donna come figura di valore morale in virtù della sua maternità, per cui quella bianca è la sola a meritare l’attenzione. Ma se è una mamma di colore a preoccuparsi per la salute dei suoi figli, come spiega l’attivista nera Teressa Raiford di Don’t Shoot Portland, accade che il pubblico si chiede “e noi stesse ci chiediamo: siamo noi mamme nere delle brave mamme? Abbiamo abbastanza soldi? Siamo sposate?”.

In una intervista televisiva a Bev Barnum (ispanica ed una delle promotrici del Wall of Moms) le viene chiesto come mai tutta questa attenzione sul muro delle mamme? Lei quasi in lacrime risponde: “perché molte delle
mie mamme sono bianche, e per qualche motivo ispiriamo compassione nella gente bianca”.

Nella lotta contra la repressione donne nere e donne bianche sono costrette a confrontarsi entrambe con questi stereotipi provocati dall’oppressione di razza e di genere che fin qui le hanno sperate, allontanate le une dalle altre e anche contrapposte. Le mamme bianche che hanno vissuto nel loro sempre più risicato privilegio di essere appunto bianche, sono chiamate in un colpo solo a dover fare i conti con l’oppressione di genere ed i loro stessi pregiudizi e privilegi razziali. Scesa in campo che avviene, e deve essere rilevato, non priva di conflitti e contraddizioni interne tra le donne stesse contrapponendo le donne tra bianche e nere. Questa frattura accade innanzitutto proprio in virtù del fatto che la condizione femminile di doppia oppressione espone le donne ad una maggior forza di penetrazione da parte del razzismo sociale e di tutti i pregiudizi razziali che ne conseguono. Tanto più la donna è emarginata ed alienata, tanto più essa si lega al suo privilegio di essere bianca, tanto più si rifugia sotto l’ala del patriarcato capitalista.

Le donne nere provano in quei giorni una rapida crescita del loro senso di frustrazione per la sovraesposizione giornalistica ricevuta dalle sole mamme bianche. Allertano queste ultime di non lasciarsi ingannare dai
riflettori, dall’attenzione perniciosa dei media, alla loro rappresentazione stereotipata. Viceversa, accade che le bianche uscite finalmente al di fuori della cappa patriarcale della famiglia ne subiscono in parte la fascinazione. Elementi che mettono in difficoltà l’unità delle mamme e delle donne, la cui mobilitazione appare a quelle di colore come troppo sbilanciata contro l’autoritarismo di Trump, e poco attenta al fatto che il razzismo sistemico in Oregon dominava la società ancor prima del trumpismo. Temono che le donne bianche possano perdere di vista i motivi originari della battaglia di Portland contro il razzismo sistemico e della polizia, per cui gli stessi giovani ragazzi e ragazze bianche sono in piazza da giorni.

Si arriva infine a vere ed aperte critiche di atteggiamenti anti-blackness da parte di alcune bianche più in vista nel movimento, quando queste registrano il “Wall of Moms” come associazione “no-profit” presso le camere di commercio dell’Oregon.

La frustrazione delle nere americane è figlia del timore di veder ripetere le amare esperienze del passato: “ci risiamo! Le solite organizzazioni di “alleati bianchi” che prendono la ribalta per altri obiettivi politici sulla pelle, sulla vita e sulla lotta dei neri” (3). Lo scontro politico tra le donne del movimento, mugugnato in piazza, esplode poi sui loro gruppi nei social media. La dura polemica viene immediatamente catturata dalla stampa USA e da vari commentatori sciovinisti, che ne strumentalizzano gli avvenimenti per muovere una critica frontale contro il “muro delle mamme”, soprattutto contro le mamme nere, e per ridicolizzare e screditare l’intero movimento di questi mesi contro il razzismo.

Sono un giorno e una notte drammatica in seno al fronte di lotta a dimostrazione che la ricomposizione del fronte degli sfruttati non è un fatto automatico. Una comunità di lotta condizionata dalle divisioni che il
razzismo e il suprematismo bianco per centinaia di anni hanno scavato nel profondo della società e tra gli sfruttati stessi. Polemiche che confermano che la scesa in campo delle donne lavoratrici bianche non può avvenire senza dover fare i conti con il proprio specifico pregiudizio interno.

La necessità di continuare la lotta ha però prodotto come risultato che dallo shock emergesse la premessa per un superamento in avanti delle divisioni, per la ricerca di un terreno più solido di unità. Le donne si sono date da fare per creare un nuovo gruppo sui social media come elemento di raccolta e per l’organizzazione della lotta, denominato United Moms for Black Lives, mettendo da parte il vecchio gruppo per evitare le strumentalizzazioni giornalistiche. Tantissime madri lavoratrici bianche, ispaniche e nere hanno aderito sui social media al nuovo gruppo continuando a partecipare attivamente alle lotte dei giorni seguenti.

Ma la contraddizione e la polemica non è stata indolore. Le donne lavoratrici, nere, bianche ed ispaniche l’hanno vissuta con un profondo sentimento di dolore acuto. Il dolore di chi riconosce i limiti e talvolta i
fallimenti nel realizzare una genuina unità di intenti e una solida comunità di lotta. Ancora oggi nei siti internet delle organizzazioni delle donne nere di Portland si leggono commenti di tripudio per la scesa in campo del
“Wall of Moms” delle lavoratrici e mamme bianche (4) che, nonostante l’accesa polemica, non è stato cancellato.

Dopo un comprensibile sbandamento le donne di tutti i colori hanno provato a reagire cercando di ricomporre la frattura. Tante donne bianche, accompagnate dalle sorelle nere e sulla base dell’esperienza della lotta che le ha viste impegnate insieme, hanno gettato i semi per una profonda consapevolezza generale di quale sia l’origine dello sfruttamento e della loro divisione e contrapposizione. Ce lo descrive questa mamma bianca
rivolgendosi a tutte le donne del movimento di Portland:

White Moms of Black Lives Matter. Certo, ero impazzita per quello che è successo, ma non è che non siamo mai state ingannate facilmente prima.
Non appena comprendiamo veramente la profondità e l’ampiezza della nostra complicità e della partecipazione attiva al razzismo brutale e sistemico, andiamo fuori di testa. Comprensibilmente!

Pensavo di essere una brava persona. Una alleata. Ma stavo guardando i neri americani assassinati dalla polizia e pensavo che se lo meritassero. Per decenni non ho fatto altro che inventare scuse per estendere il mio
privilegio. Questa è una grande verità da assorbire.

Vediamo un modo semplice per alleviare la nostra colpa e coglierla per disperazione di sollievo. Poi lentamente ci rendiamo conto di aver investito ciecamente nello stesso bianco patriarcato capitalista ancora una volta.
Dobbiamo mettere insieme la nostra merda e iniziare veramente a centrare le vite dei neri nei nostri cuori. Il sollievo dal dolore della coscienza sarà disponibile solo dopo aver sradicato il razzismo in America.

Perché le mamme bianche non sono né protettrici, né protette! I nostri corpi non sono vasi sacri per i bambini bianchi. Ognuno di voi l’ha visto di fronte al Justice Center. Quei mercenari federali non si sono mai preoccupati delle
madri nere, ma abbiamo pensato che si prendessero cura delle loro madri bianche.

I razzisti e fascisti che servono il signore capitalista bianco non si preoccupano del periodo della vita umana.

Stalin ce lo ha mostrato. Anche Hitler. E anche I padri fondatori d’America. Quindi spero che possiamo tenere gli ultimi due giorni come promemoria di ciò che accade quando non mettiamo al centro la leadership nera.

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Quando seguiamo un sussurro in mezzo alla folla perché è molto più sicuro scappare che stare in piedi. Quando ricorriamo a lacrime di complicità e sottomissione piuttosto che onorare la nostra forza.

Possiamo farlo. Insieme. Non ci giudichiamo mentre impariamo. No guerra interna. Metti davvero Black Lives Matter nelle nostre teste / cuori / anime, così al centro della narrazione. Facciamolo bene”.

Siamo al 70 giorno consecutivo di lotta contro il razzismo sistemico a Portland, che prosegue contro la polizia locale, il sindaco democratico, ora che le truppe federali hanno dovuto fare un passo indietro. Prosegue anche
in mezzo ad una crescita di sparatorie ed omicidi sospetti di persone di colore in diversi quartieri della città.

Sebbene registriamo al momento che le manifestazioni notturne di Portland vedono una relativa minor partecipazione di massa, la momentanea ritirata della delle forze federali è un successo della lotta e del
movimento. Di cui la partecipazione inaspettata ed improvvisa delle donne e mamme lavoratrici di tutti i colori ha giocato un ruolo decisivo e centrale. Scesa in campo cui le lusinghe del sindaco e del governatore democratici per un generico riorientamento del movimento contro l’autoritarismo trumpista e secondo le loro traiettorie elettoralistiche hanno trovato pane per i loro denti.

E vorrei anche poter dire direttamente a queste eroiche donne lavoratrici nere, che il seme è stato gettato incrinando il muro del pregiudizio che divide le lavoratrici bianche da voi. Mentre vorrei invitare le bianche a considerare la lettera anonima di sopra come incoraggiamento a continuare questo percorso. Se ora le donne nere si sentono nuovamente sole nella battaglia contro la violenza sistemica e della polizia sulle vite dei neri,
guardate alle esperienze di questi due mesi di lotta nazionale e delle giornate di Portland.

Guardate alle origini del movimento femminista degli Stati Uniti D’America di inizio XX secolo, quando il movimento essenzialmente bianco delle “suffragette” nelle marce di New York e Washington D.C. relegò con disprezzo razzista le donne nere in coda al corteo. Questa consapevolezza e questa coscienza espressa durante la lotta dalle donne lavoratrici e dalle mamme dell’Oregon nere, indigene, di ogni colore e bianche è un risultato inaspettato, anche esso un successo della lotta sprigionata nei giorni delle battaglie di Portland, un altro tassello inedito di questo straordinario movimento che si è dato nel nome di George Floyd.

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***

1 Per una ricostruzione del piagnisteo ipocrita democratico rimandiamo all’articolo del 3 agosto del The appeal circa il fatto che “la violenza della polizia era un problema a Portland ancora prima che arrivassero i federali”: https://theappeal.org/portlandprotests-federal-agents-local-police-violence/

2 Vedi l’intervista a Bev Barnum, una delle WoM, fatta da Left Voice il 23 luglio: https://www.leftvoice.org/author/bevbarnum

3 Dal New York Post del 30 luglio 2020: https://nypost.com/2020/07/30/portlands-wall-of-moms-group-accused-of-antiblackness/
E dall’Oregon Live del 29 luglio 2020: https://www.oregonlive.com/news/2020/07/portlands-wall-of-moms-crumblesamid-
online-allegations-by-former-partner-dont-shoot-pdx.html

4 Sulla home page di “Don’t Shoot” di Portland ancora si legge: “Questa settimana avrai visto il muro delle mamme diventare virale e siamo entusiasti di avere la loro leadership che ci ha raggiunto per coordinare e per portare avanti la mobilitazione. Le organizzatrici di questo gruppo hanno rilasciato una dichiarazione pubblica sulla loro missione qui.
Sostienile affinché sempre più città comincino ad organizzare il WOM.
Visto che queste immagini finiscono in giro per il mondo, ricorda che non è il momento per metterti in mostra vestita di giallo. Questo è il tuo momento per presentarti in prima linea e amplificare le voci delle donne nere che hanno sofferto per troppo tempo la perdita dei loro figli a causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Questa non è un’opportunità per cooptare (cavalcare n.d.r.) un movimento. La vita nera è importante. Ecco perché siamo qui. Tienilo a mente quando inizi a organizzare #WallofMoms nella tua città. Impara dai tuoi leader locali e dalle organizzazioni di base: scopri dove puoi sostenere e portare i loro nomi. Non c’è mai un momento sbagliato per entrare a far parte del movimento e siamo grati della tua solidarietà”.

Roma, 6 agosto 2020
Noi non abbiamo patria

 

domenica 12 luglio 2020

Donne in isolamento in tutto il mondo, siamo in prima linea contro il capitalismo

























La violenza sessista è aumentata con il mondo in isolamento. Lontane dalle nostre famiglie e dai nostri amici, noi donne obbligate a convivere con un aggressore, spesso il nostro partner, siamo state intrappolate in una situazione infernale. Le iniziative imposte da più governi in tutto il mondo per fermare la violenza domestica sono state inefficaci, e il problema, lungi dal diminuire, è aumentato! L’isolamento impedisce alle donne vittime di abusi domestici di abbandonare le loro case e di ottenere aiuto dall’esterno, soprattutto perché non possono fare chiamate condividendo lo stesso spazio dei loro aggressori. L’aumento dei femminicidi è stato una realtà sia in America Latina che altrove. Le molestie in strada, invece, non sono state messe sotto chiave! Anche se le strade sono vuote, il confinamento obbligatorio non ha limitato o posto fine alle aggressioni sessuali e sessiste in luoghi pubblici e aperti, al contrario. Con o senza maschera protettiva addosso, fare la spesa, visitare il medico o andare al lavoro, sono diventate attività ideali per i predatori sessuali al fine di avvicinare, infastidire e molestare le donne.
Il lavoro domestico non retribuito svolto quotidianamente da noi donne è aumentato anche durante l’isolamento obbligatorio. Oltre ad assicurarci che i nostri figli siano ben nutriti e facciano i compiti, abbiamo dovuto lavorare da casa, aumentando il lavoro emotivo che dovremmo svolgere. Nei Paesi in cui sono state adottate misure sociali per permettere alle persone di rimanere in casa, sono le donne che guadagnano meno degli uomini che lavorano da casa. Pertanto, poiché gli uomini diventano quasi gli unici a guadagnare, la distribuzione delle responsabilità domestiche è completamente venuta meno.
Alcune donne sono più colpite di altre a causa della crisi in corso. La situazione attuale delle donne rifugiate (che sono stipate nei loro alloggi o centri per rifugiati), donne di colore e dei quartieri popolari, che sono le più esposte al virus, è preoccupante. Avendo un lavoro per lo più informale, non possono rimanere confinate e mantenere un reddito stabile. Allo stesso modo, non possono avere un reddito se si assumono tutte le responsabilità domestiche. Oltre a questo, la militarizzazione della vita quotidiana ha esposto sia i nostri figli che noi alla brutalità della polizia.
Il patriarcato e il capitalismo approfittano del lavoro non retribuito o sottopagato delle donne sotto la bandiera dell’unità nazionale. Siamo particolarmente vulnerabili a questa crisi perché abbiamo più posti di lavoro precari degli uomini e lavoriamo nel settore “essenziale” dell’economia. Quindi molte di noi lavoratrici, che lavorano nei negozi di alimentari, come infermiere, o come insegnanti, sono in prima linea, affrontando direttamente l’epidemia. Questi settori economici, in cui siamo la maggioranza dei lavoratori, hanno tipicamente lavori sottopagati. Tuttavia, le donne che lavorano in questi settori hanno storicamente lottato per avere salari più alti, contro i licenziamenti e la precarietà. Siamo state anche noi, donne, a mettere in pratica la solidarietà e l’aiuto reciproco attraverso le organizzazioni di base. Le istituzioni statali non hanno risposto adeguatamente alla crisi, così le organizzazioni di base, composte principalmente da donne, hanno creato diverse strategie per far fronte alla crisi. Tra queste strategie, vi è la creazione di reti di approvvigionamento, l’apertura di mense per i poveri e la fabbricazione di maschere protettive, tra le altre.
Allo Stato, ai nostri capi, alla polizia, alla violenza sessista, ai razzisti, a coloro che odiano la comunità LGBT diciamo: non ci arrenderemo e lotteremo sempre per rendere visibili le nostre parole e la nostra lotta, contro ogni forma di oppressione.  
Noi siamo in prima linea contro il capitalismo!
☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU (Uruguay)
☆ Federación Anarquista de Rosario – FAR (Argentina)
☆ Grupo Libertario Vía Libre (Colombia)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement – AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
☆ Anarchist Unión of Afghanistan and Iran – AUAI
☆ Die Plattform – Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
☆ Alternativa Libertaria – AL/fdca (Italia)
☆ Melbourne Anarchist Communist Group – MACG (Australia)
☆ Workers Solidarity Movement – WSM (Irlanda)
☆ Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)

 ARTICOLO ORIGINALEqui

mercoledì 7 giugno 2017

LA FOTOGRAFIA RIBELLE

È USCITO «LA FOTOGRAFIA RIBELLE»,
IL NUOVO LIBRO di Pino Bertelli
 

venerdì 27 gennaio 2017

Primo incontro femminista di Solidaridad – Federación Comunista Libertaria

Dal 14 al 15 gennaio 2017, a Valparaíso, si è tenuto l'Incontro femminista nazionale di Solidaridad – Federación Comunista Libertaria.
In queste giornate si sono tenuti ateliers di dibattito sulla relazione tra patriarcato e capitalismo, su cosa intendiamo per femminismo libertario, e delle strategie di lotta femminista, nelle quali ravvisare i concetti di sorellanza, autodifesa e separatismo. Inoltre si è costruita collettivamente una proposta di protocollo contro la violenza patriarcale all'interno  della nostra organizzazione, ben sapendo che come organizzazione mista non ne siamo esenti, e valorizzando la necessità di azioni chiare nel mentre lavoriamo collettivamente e, con una prospettiva autocritica, l'etica e la prassi femminista che deve attraversare tutti gli spazi in cui  viviamo, nel privato come nel pubblico.

Senza dubbio, le approfondite e intense discussioni che siamo riuscite a fare ci consegnano una grande sfida da affrontare, perché ci rendiamo conto che  come forma organizzata, collettiva, ma anche coerente con il femminismo che ci pervade e ci sfida, dobbiamo chiederci come possiamo essere di contributo al superamento del patriarcato, del capitalismo e del colonialismo. Come possiamo comprendere e mettere in pratica l'autodifesa femminista? Come possiamo assumere il separatismo come strategia politica necessaria? Quali sono le sfide che assumiamo da queste riflessioni a livello politico e organizzativo?


A partire da questo incontro, abbiamo rafforzato la nostra convinzione politica della necessità di portare il femminismo in una prospettiva trasversale a tutte le lotte, ponendoci nel nostro territorio e contesto storico, con una prassi coerente che sradichi le forme maschiliste e violente che hanno storicamente avuto il sopravvento  nel processo decisionale. Ci assumiamo questa sfida con coraggio, certi che con la stessa sorellanza, autocritica e l'amore che ha caratterizzato questo primo incontro, siamo in grado di prendere misure ferme per sradicare il patriarcato, dai nostri corpi, dalle nostre file e dalla nostra stessa vita.


Contro la violenza machista, sorellanza ed autodifesa femminista!


giovedì 22 dicembre 2016

Salute e patriarcato

Salute e patriarcato

author by Melissa Sepúlveda - Solidaridad, Federación Comunista Libertaria 

Ultimamente mi ha piacevolmente sorpreso, dopo diversi anni di sciocchezze femministe, l'esistenza di un'intenzione all'interno del movimento popolare di incorporare nell'analisi e nella prassi una prospettiva femminista.
L'uso di un linguaggio inclusivo durante le assemblee e le riunioni è già una pratica consolidata, tanto che quasi sembra creare imbarazzo la parola di chi non lo utilizza. Tuttavia, nel momento di plasmare questa intenzione nei programmi di lotta dei diversi movimenti sociali che si stanno sviluppando nel territorio cileno e a Wallmapu, la mancanza di strumenti per un'analisi femminista della realtà è evidente.

L'obiettivo di questo articolo è portare allo sviluppo di una costruzione femminista nell'ambito della salute e in particolare al rafforzamento del processo di costruzione programmatica che si sta svolgendo all'interno del movimento "MSpT-Salud para Todas y Todos" (Salute per tutti e per tutte). Per questo è di fondamentale importanza identificare le forme attraverso le quali agisce e si riproduce il patriarcato all'interno delle pratiche di salute, che siano amministrate dai servizi sanitari statali o provenienti da altri attori sociali che accudiscono principalmente donne e bambini/e.
A mio giudizio, un primo punto centrale è riconoscere il patriarcato come un sistema di dominio, differente e anteriore al capitalismo, del quale quest'ultimo si nutre per esercitare lo sfruttamento delle donne e delle bambine in tutto il mondo.
Il modello di salute è direttamente collegato ai sistemi di dominazione imperanti, che articolano la visione del mondo e le relazioni sociali determinando l'economia, la politica e la cultura delle società. Il sistema sanitario, da parte sua, è la materializzazione di questo modello e si esprime attraverso una serie di conoscenze, saperi e pratiche esercitate dentro e fuori dell'istituzione dello Stato per il controllo sanitario della popolazione.
Questo scenario, specialmente nelle società capitaliste, è stato concepito con l'obiettivo di garantire una massa "sana" di lavoratori e di lavoratrici che potesse soddisfare le necessità di produzione e, nel caso delle donne, assicurare la riproduzione della classe lavoratrice. Di conseguenza, il sistema biomedico, centrato sulle patologie dell'individuo, e che ignora quindi le determinati sociali della salute, edifica il sistema sanitario che esiste in Cile, che continua a rimanere lo stesso nonostante i tentativi accademici abbiamo dimostrato la sua insufficienza per ottenere una popolazione più sana, che possa appunto portare a realizzazione i suoi obiettivi produttivi e riproduttivi.
D'altra parte è necessario riconoscere che l'egemonia di questo modello di salute è direttamente collegata alla colonizzazione e al genocidio occidentale, reggendosi sulla lotta contro forme diverse e anteriori di esercitare la pratica medica: ostetriche e guaritrici sono state escluse dal sapere tecnico medico, mentre ogni forma di conoscenza non riconosciuta dagli standard istituzionali di evidenza scientifica è stata rimossa. Pertanto il primo compito è quello di riconoscere, dentro all'analisi del modello di salute in cui viviamo, che questo corrisponde ad un modello patriarcale, capitalista e colonialista.
Propongo di identificare almeno quattro livelli su cui agisce il patriarcato nel modello e nel sistema sanitario egemonico. Questi si relazionano tra loro e si esprimono quotidianamente nella pratica sanitaria.
1) Androcentrismo. Storicamente, il modello biomedico ha un carattere androcentrico, ovvero esso identifica l'uomo come centro della realtà e a partire da lui costruisce l'ambiente, il sistema e la visione del mondo. Il soggetto che usufruisce del servizio sanitario è maschile e in base ad esso si stabilisce l'universalità, essendo incapace di osservare e riconoscere il genere come determinante per le condizioni di salute e di malattia delle persone. Per esempio si ritiene che le donne corrano un rischio maggiore di incorrere in patologie mentali, senza però considerare le condizioni sociali che implicano la prevalenza di patologie psicoaffettive nelle donne. D'altra parte l'approccio del sistema sanitario nei confronti della specificità delle donne è legato soprattutto alla loro funzione riproduttiva, relegandole socialmente al ruolo di madri e di mogli, tanto che la salute, nella medicina occidentale, è orientata principalmente alla riproduzione, ovvero alla gestazione, alla contraccezione, alla pianificazione familiare, e recentemente, alla menopausa.
2) Vincolo patriarcale del sistema sanitario. Affermiamo inconfutabilmente che nella nostra società esiste un rapporto clientelare con il sistema sanitario, proprio del modello del mercato. Ciò che occorre considerare è che questo vincolo è possibile grazie alla relazioni patriarcali, che nascondono molto più che la compravendita della salute, e che esso è si è radicato molto presto nel nostro primo spazio di socializzazione: la famiglia.
Nella struttura familiare chi condensa tutti i poteri è il "padre", incluso il potere di vita e di morte sui figli, sulla/e moglie/i e gli schiavi. La stabilità di questo modello che conosciamo molto bene si basa sulla dipendenza. La condizione di vulnerabilità in cui si trova un corpo malato, fa sì che esso cerchi protezione, e se questo rapporto si riflette chiaramente sugli uomini e sulle donne, queste ultime sono particolarmente dipendenti dal sistema sanitario, poiché sono coloro che lo consultano maggiormente, sia come pazienti che come "accuditrici".
3) Violenza medica contro le donne o altre identità non maschili. Ogni giorno assistiamo alla violazione dei diritti basici nelle pratiche sanitarie, i pregiudizi e la mancanza di una prospettiva di genere dei/delle professionisti/e della salute si traduce in violenza, dove la mancanza di conoscenza dei nostri corpi si trasforma in un terreno fertile per l'autoritarismo medico. Il maltrattamento di donne e transessuali con patologie mentali, necessità speciali o obesità, così come la violenza ostetrica e ginecologica, sono alcuni esempi che svelano l'incapacità di riconoscere le donne e altre identità dentro al sistema sanitario costruito su un modello androcentrico di salute.

4) Soggettività femminile nei processi di salute-malattia. Direttamente collegato al vincolo patriarcale del sistema sanitario è il fatto che noi donne non ci percepiamo e non veniamo identificate socialmente come soggetti con capacità di autodeterminazione, per questo la realizzazione di cambiamenti favorevoli per la nostra salute viene costantemente boicottata. Così per esempio, possiamo affermare che esiste un processo di femminilizzazione dell'obesità nelle società occidentali, particolarmente tra le donne povere, legata ad una bassa autostima e ad una bassa percezione di efficacia nei confronti di cambiamenti nelle abitudini alimentari.
Dobbiamo costruire un nuovo modello e un nuovo sistema di salute, che sia dignitoso per il nostro popolo, che abbandoni la centralità del capitale nei processi di produzione e di riproduzione, rafforzando una prospettiva mirata alla conservazione della salute più che all'amministrazione delle patologie, e che contribuisca attivamente a smantellare le relazioni patriarcali. Questo sarà un lungo cammino di riflessione, autocritica, produzione di saperi nuovi e recupero di saperi ancestrali. Fortunatamente abbiamo fatto i primi passi. L'invito a fare parte di questo processo è stato lanciato.

(traduzione a cura di AL/fdca-Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 21 dicembre 2016

Come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre.

Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista.
L’antifascismo non è soltanto un coro da urlare in “curva” o una toppa da cucire sul bomber.
Essere antifascista è pensare e agire antifascista.
Chiunque stupra è un fascista e noi lo combattiamo in quanto fascista e stupratore.
Chiunque respira, si muove e parla dalla nostra parte della barricata, che si permette di avere atteggiamenti fascisti verrà combattuto in quanto fascista e stupido vacuo pezzo di merda.
Il comunicato di Romantik Punk segue su Anarkismo. Riguarda Parma, ma non solo Parma.
 http://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/blog/2016/12/20/da-anarkismo-by-romantic-punx/
Qui il volantone in pdf
E grazie ad Abbatto i muri

mercoledì 30 novembre 2016

Il femminismo è una questione di vita o di morte

 category bolivia / peru / ecuador / chile | género | portada author Sunday October 30, 2016 18:03author by Melissa Sepúlveda - El Ciudadano


In queste ultime settimane, le reti sociali si sono riempite di rabbia e di frustrazione davanti all'evidenza, ancora una volta, di ciò che accade da moltissimo tempo: tortura, stupri e omicidi di donne, per il solo fatto di essere donne. 
Vanno e vengono commenti di tutti i tipi. La risposta da parte di donne da tutto il mondo è stata l'organizzazione di marce di solidarietà, incontri e attività sotto lo slogan "Ni una menos". E dall'altra parte si sono manifestate reazioni viscerali da parte di uomini che, volendo giocare all'empatia, avanzano lo slogan assurdo di "nadie menos” (nessuno di meno), evidenziando così che non è tanto facile, nemmeno quando si parla di donne uccise, che gli uomini abbandonino i loro privilegi di dominazione. Oggi è sempre più chiaro che questa guerra silenziosa è una questione di vita o di morte, e la riflessione è il primo strumento che abbiamo per combattere questa lunga storia di dominazione patriarcale.

Analizzare ciò che si nasconde dietro questi eventi non è per niente facile, poiché dobbiamo mettere in discussione il senso comune che è profondamente radicato nella società. Vorrei iniziare con una domanda chiave: a chi appartiene il corpo delle donne? Sembra che tutti vogliano possederne almeno una parte: lo Stato obbliga alla maternità attraverso il divieto dell'aborto. Il marito maltratta e trattiene la donna attraverso la dipendenza economica ed emozionale. Il padre decide delle sue figlie attraverso la sua doppia autorità, e lo sconosciuto si sente in diritto di guardare e toccare il corpo della donna quando vuole. D'altra parte, l'idea che siamo soggetti che necessitano protezione e cura, ovvero l'associazione apparentemente ovvia tra femminilità e debolezza, stabilisce un'alleanza tra il ruolo sociale e l'autopercezione della donna, cosa che permette il consolidamento di un vincolo che, visto da vicino, assomiglia ad una schiavitù, ma che fino ad oggi non scandalizza nessuno, se non le femministe più convinte. A questo proposito è significativa la frase di Simone de Beauvoir: "L'oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse".

È come se dovessimo necessariamente appartenere a qualcuno, che sia il padre, il fidanzato, il marito o lo Stato, ad un grado tale di brutalità che la proprietà sul nostro corpo legittima anche il diritto di porre fine alle nostre vite. Questa è la massima autorità del "pater". D'altra parte, bisogna chiedersi: cos'è che succede alla soggettività maschile che è capace di commettere le atrocità di cui siamo testimoni? Alcuni si appellano all'infermità mentale, ma gli stupratori sono effettivamente tutti uomini psicotici senza coscienza e volontà, o per lo meno, tanto malati da essere giudicati in base alla loro capacità di intendere e di volere? Il numero elevato dei casi di violenza fisica e psicologica contro le donne nel mondo sono tipici di una società profondamente malata. Le giustificazioni individuali di questi fatti che si ripetono sistematicamente non fanno che spostare il punto d'interesse dell'analisi, cosa che si esprime in maniera esemplare nella stampa quando descrive i femminicidi più cruenti come "pazzie d'amore" o "crimini passionali", dove naturalmente abbondano gli argomenti e i commenti sul vestito indossato dalla donna, sull'eventuale consumo di droghe o sulla sua presunta infedeltà, come giustificazioni perfette per far valere il massimo grado del potere maschile. La difesa della proprietà privata grida: "L'ho uccisa perché era mia", questione che è presente anche dall'altro lato della medaglia: "Poteva essere mia sorella, mia madre o mia moglie". Mia. L'invisibilità delle molestie per strada agli occhi degli uomini potrebbe spiegarsi con il fatto che, stranamente, basta un solo uomo in un gruppo di donne perché il codice patriarcale riconosca che l'uomo è il proprietario di quelle donne. Così, praticamente in tutta la storia della civiltà occidentale il corpo della donna è stato utilizzato come merce o come simbolo di sovranità, essendo lo stupro di donne e bambine nei territori conquistati in guerra un ripetuto e doloroso esempio nella nostra memoria.

Quali sono le soluzioni? E qui viene il problema più grande. Molti compagni sostengono che sia necessaria una pena esemplare: ergastolo, o pena di morte. Senza dubbio la questione cruciale è che gli uomini non sono capaci di riconoscere i loro privilegi nei confronti delle donne. Sono sempre "altri uomini" che abusano, uccidono o violentano, e sembra non esserci una relazione tra i casi di femminicidio e altre forme più sottili - ma ugualmente violente - proprie della "cultura dello stupro". 
Per esempio, nella marcia di domenica scorsa contro la AFP(1), durante un intervento artistico che proponeva un viaggio attraverso i luoghi comuni che vivono quotidianamente i cileni, come l'umiliazione di fronte al capo e l'insofferenza di fronte all'esclusione, si affermava: "Siamo persone, entriamo in un bar con le nostre gambe, guardiamo e tocchiamo tette e culi caldi". Quanto è ormai interiorizzato il fatto che l'uomo possa comprare il corpo della donna, sia che passi attraverso la pubblicità che accompagna un prodotto o attraverso un magnaccia in un bordello. Però non bisogna dimenticare che il patriarcato non è solo capitalismo. L'accesso al corpo della donna non è solo mediato dal mercato, e per capirlo possiamo osservare uno spazio dove la relazione commerciale non è presente: la famiglia.

Di fronte all'inevitabile mobilitazione sociale delle donne le autorità del governo traboccano d'ipocrisia. Le politiche contro la violenza intrafamiliare sono state inefficaci dalla creazione del Sernam(2) e la legge sul femminicidio in Cile si limita agli omicidi commessi contro la donna che è o è stata coniuge o convivente dell'autore del crimine. La legge sull'aborto dorme in parlamento e il recente Ministero della donna investe in opuscoli sull'uso di un linguaggio inclusivo senza nessuna interpellanza o sanzione ai mezzi di comunicazione che quotidianamente sono complici di una cultura misogina. Le domande le rivolgiamo ora a noi stesse e a noi stessi: perché permettiamo che quotidianamente il sostentamento culturale dei femminicidi venga trattano con ironia? Perché non reagiamo di fronte alla violenza simbolica nello stesso modo in cui reagiamo alle donne assassinate? Perché permettiamo che "Morandé con compañía"(3) riempia gli spazi del tempo libero del popolo lavoratore?

A seguito dei casi di femminicidio che oggi commuovono l'America Latina e il mondo è necessario riflettere profondamente sulle forme in cui riproduciamo il patriarcato e come questi cinquemila anni di dominazione siano profondamente radicati nel nostro senso comune. Non possiamo sottovalutare la possibilità che ci offre il femminismo di osservare e trasformare quello che succede quando il dirigente sindacale, politico o sociale torna a casa; o ciò che succede nelle relazioni sociali delle nostre città. Sfortunatamente è in questa intimità, con la complicità della famiglia, che avvengono gli orrori più grandi. E' difficile vedere quanto il nemico sia vicino, però i compagni devono assumere e riconoscere i privilegi che ostentano in questa società patriarcale - e abbandonarli, se realmente vogliono lottare per l'emancipazione dell'umanità.

Alle mie sorelle, lamngen(4), e donne di tutto il mondo voglio dire che abbiamo una battaglia da vincere, che è probabilmente la madre di tutte le battaglie: costruire un mondo nuovo, proteggere il territorio, che è il nostro corpo e la nostra terra. Questo è un appello femminista alla costruzione di reti di autodifesa: proteggiamoci, diffondiamo solidarietà tra di noi, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e nelle nostre organizzazioni. Non tolleriamo più questa violenza sistematica. Unite vinceremo!


(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


note:
1) AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones) sono istituzioni finanziarie private incaricate di amministrare i fondi pensione.
2) Il Sernam (Servicio Nacional de la Mujer) è un organismo che promuove l'uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne fondato nel 1990.
3) Programma televisivo cileno con evidenti contenuti sessisti, oggetto di diverse polemiche.
4) “Sorelle” in lingua mapuche.

mercoledì 23 novembre 2016

Donne Contro a Pordenone il 1 dicembre e Staranzano (GO) il 2 dicembre

Giovedì 1 Dicembre ore 20.45
Al Prefabbrikato via Pirandello 22
quartiere Villanova Pordenone

Presentazione del libro:
Donne Contro
Interviste a dieci donne anarchiche, marxiste e femministe incontrate tra la Catalonia, la Francia e l' Italia
del marzo 1977 al febbraio 2013
Con la presenza dell' autrice: Isabella Lorusso

Incontro organizzato dal Circolo Libertario E. Zapata

ENTRATA LIBERA

Contatti:
Pagina fb: https://www.facebook.com/amicizapatisti/
Blog :www.zapatapn.org
E-mail: info@zapatapn.org

giovedì 28 maggio 2015

Il grande passo indietro delle donne dell’Est - Le monde diplomatique 14 maggio 2015

14 maggio 2015 Le monde diplomatique Il grande passo indietro delle donne dell’Est A 25 anni di distanza, la vita quotidiana delle donne tedesche continua a essere caratterizzata dalle diverse concezioni del loro ruolo da una parte e dall’altra del Muro. di Sabine Kergel ( Sociologa, ricercatrice all’Università libera di Berlino). La maggior parte dei sociologi aveva pronosticato che la vita delle donne all’Est e all’Ovest si sarebbe armonizzata nel breve e nel medio termine, grazie al processo di unificazione; troppo ottimisti? Per esempio, nel 2007 solo il 16% delle madri di bambini fra i 3 e i 5 anni lavorava a tempo pieno nell’Ovest del paese, contro il 52% all’Est. E, anche se il tasso di natalità dell’ex Repubblica democratica tedesca (Rdt), è ormai basso come quello dell’Ovest, rimangono forti disparità. Anche quanto a percentuale di bambini nati fuori dal matrimonio: nel 2009, il 61% nella parte orientale, contro il 26% nella parte occidentale. La popolazione femminile dei nuovi Länder è stata particolarmente colpita dagli sconvolgimenti sociali e politici provocati dall’unificazione. Nella Rdt le madri, al contrario di quelle della Repubblica federale di Germania (Rft), conciliavano senza problemi vita familiare e vita professionale. L’assorbimento dell’Est da parte dell’Ovest ha provocato un vertiginoso aumento del loro tasso di disoccupazione e ha stravolto modi di vivere, progetti, fiducia in se stesse. In tutta la Germania, come altrove in Europa, il tasso di attività delle donne era notevolmente cresciuto dopo gli anni 1950, ma l’evoluzione nella Rdt era stata senza paragoni con quella dell’Ovest. Alla fine degli anni 1980, il 92% delle tedesche dell’Est occupava un lavoro, contro il 60% delle loro vicine occidentali. E l’uguaglianza era evidente, un caso quasi unico al mondo. Mentre a Ovest le donne orientavano i loro progetti di vita secondo schemi ancora molto impregnati dell’immaginario familiare e patriarcale tradizionale, all’Est la loro indipendenza economica nei confronti del marito era praticamente naturale. La caduta spettacolare della natalità verificatasi nella Rdt nel corso degli anni 1970 indusse il regime a introdurre diverse misure per incitare le donne attive a procreare, con uno sforzo particolare a favore di madri sole o divorziate. Talvolta messa in ridicolo per la sua giustificazione ideologica (aumentare i membri di una «società socialista»), questa politica permetteva di armonizzare progetti professionali e compiti genitoriali. Invece, dall’altra parte del Muro la condizione di madre portava spesso con sé privazioni, addirittura un pericoloso avvicinamento alla povertà, soprattutto in caso di divorzio o di abbandono da parte del coniuge. Niente di strano, dunque, che le donne della ex Rdt abbiano spesso percepito la riunificazione come una minaccia alle loro condizioni di vita. Attraverso l’inedita esperienza della disoccupazione, è crollato un sistema di valori fino ad allora ritenuto ovvio. «All’agenzia dell’impiego, quando dici “sola con due bambini”, non sanno di cosa stai parlando. L’addetta seduta di fronte a me non mi ha neanche rivolto uno sguardo, niente, racconta Ilona, madre single ed ex commessa a Berlino Est. Riempie il modulo, in fretta, e poi fuori e avanti il prossimo.» Nella Rdt le donne vivevano sotto la protezione di uno Stato onnipotente che manteneva il padre e la famiglia in una funzione sociale subalterna. La socializzazione dei bambini, sotto l’egida delle istituzioni, avveniva in gran parte fuori dalla cellula familiare. Questo attaccamento all’autonomia non è scomparso con il Muro. Una protezione sociale affidabile, condizione essenziale per l’uguaglianza dei diritti Uno studio condotto presso berlinesi disoccupate agli inizi degli anni 2000 rivelava modalità di rapporto molto diverse con il lavoro e i bambini. Tutte le donne consideravano questi ultimi come un elemento centrale della loro esistenza, ma quelle che venivano dall’Ovest davano loro più importanza che al lavoro. Benché coscienti delle difficoltà in agguato, tendevano a vedere la mancanza di occupazione come un’occasione per giocare appieno il proprio ruolo di madri. Al contrario, le berlinesi dell’Est mettevano in primo piano l’istruzione e la realizzazione dei propri progetti professionali, ritenendo che se avessero ritrovato un lavoro, i bambini sarebbero cresciuti in condizioni migliori. Essendo «più a proprio agio» nella condizione di lavoratrici, avrebbero assolto meglio anche il ruolo materno. Esse consideravano l’autonomia un elemento positivo per sé e per tutta la famiglia. Le madri di Berlino Ovest ritenevano in generale che nessuno più di loro fosse in grado di prendersi cura dei loro figli. Pur riconoscendo l’utilità di nidi e asili d’infanzia, tendevano ad avere problemi con gli orari troppo stringenti. Al contrario, per le madri di Berlino Est, abituate agli orari più flessibili della Rda, l’accesso ai nidi d’infanzia era un fattore cruciale, tanto più che i datori di lavoro ne tenevano conto nella loro politica di assunzioni. Nel 2000, Anna, commessa disoccupata di 28 anni, non nasconde la sua collera davanti ai rifiuti a ripetizione che incassava per la sola ragione di essere una madre sola. «Ti ripetono di continuo: “Che cosa? Ha due bambini? Ah ma allora non è possibile.” Quando gli spiego che ho trovato il modo di sistemarli, fanno comunque orecchio da mercante.» E poi l’eterno sospetto che potrebbe fare altri figli: «Eppure non ci sono molte possibilità che io rimanga di nuovo incinta. L’ho detto a un tipo, di recente: non farò un altro figlio, ne ho già due, stia tranquillo». Ai tempi della Rdt una dichiarazione simile all’ufficio di collocamento sarebbe stata inconcepibile. Tutte le madri dell’Est in cerca di lavoro hanno dovuto dunque abbozzare, convincere che accettavano le nuove regole del gioco, sopportare l’umiliazione di vedersi infliggere questo trattamento. Per le berlinesi dell’Ovest, al contrario, sono soprattutto le crescenti esigenze del mercato del lavoro a essere un problema. Paula, 36enne madre single disoccupata, aveva fatto domanda per un lavoro a due passi da casa. «Era perfetto. Avrei dovuto scrivere al computer, rispondere al telefono, occuparmi dei clienti, ecc. Ma poi la direttrice mi ha detto: “È possibile che talvolta le chiederemo di lavorare quaranta ore o di venire nel week-end.” Ho risposto che per me sarebbe stato molto difficile, che volevo lavorare trenta ore, come nelle mie precedenti occupazioni. Non l’avessi mai detto! Si è messa a urlare, era fuori di sé. Con tutta la disoccupazione che c’è in giro, mi diceva, avrei dovuto ritenermi fortunata. E mi ha chiesto che effetto faceva essere un’assistita, una parassita che viveva a spese della società.» Paula si chiede: «Io non chiedo di meglio che lavorare, ma che cos’è una società nella quale bisogna affidare a qualcun altro i bambini dall’alba al tramonto?». Per le madri di Berlino Ovest la disoccupazione è un’opportunità Secondo le sociologhe Jutta Gysi e Dagmar Meyer, «il risultato più positivo della politica familiare nella Rdt era l’indipendenza economica ottenuta dalle donne. È qualcosa di inimmaginabile oggi. Avevano certo un salario del 30% inferiore a quello degli uomini, perché erano sovente destinate a incarichi meno qualificati, e in questo senso la loro condizione non brillava, cosa che a volte si tende a dimenticare. Ma non conoscevano la paura di perdere l’alloggio o di non trovare posto al nido, perché potevano contare su una protezione sociale solida e affidabile. È una condizione importante per l’eguaglianza dei diritti, forse la condizione essenziale» (3). Con un simile retaggio, Edeltraud, cuoca di 28 anni, sposata e madre di due bambini, vive molto male le leggi sociali attuali e la dipendenza dal marito. «Si diventa dipendenti dal proprio partner, dipendenti dal denaro che decide di darci, dipendenti da come lo Stato valuta tutto ciò. Se decide di cancellare gli assegni, è così, punto e basta. Ci si ritroverà con l’emicrania, perché i soldi, questi maledetti soldi, è un discorso che ritorna sempre e non ci si può fare nulla.» Il modello tedesco-orientale di uguaglianza fra uomini e donne è scomparso con il Muro, ma dopo 25 anni, continua a plasmare la considerazione che le madri della ex Rdt hanno di sé e del proprio ruolo sociale. Sabine Kergel (1) Si legga Michel Verrier, «Una crisi demografica che viene da lontano », Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005. (2) Joshua Goldstein, Michaela Kreyenfeld, Johannes Huinink, Dierk Konietzka, Heike Trappe, «Familie und Partnerschaft in Ost-und Westdeutschland», Istituto di ricerche demografiche Max-Planck, Rostock, 2010. (3) Jutta Gysi, Dagmar Meyer, «Leitbild: berufstätige Mütter – DDR-Frauen in Familie, Partnerschaft und Ehe», in Gisela Helwig, Hildegard Maria Nickel, Frauen in Deutschland 1945-1992, Akademie Verlag, Berlino, 1993. (Traduzione di Marinella Correggia) Dallo Stato sociale al lavoro forzato Il 14 marzo 2003, poco dopo l’inizio del suo secondo mandato (2002-2005), il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder presenta al Parlamento l’Agenda 2010: un insieme di riforme che riguarda in particolare le pensioni (aumento dei contributi da versare e dell’età pensionabile, che passa da 63 a 65 e poi a 67 anni) e il mercato del lavoro. Quest’ultimo ambito, affidato a Peter Hartz, direttore del personale per Volkswagen, mira a smantellare il sistema di protezione sociale e a sviluppare la precarietà per «attivare» i disoccupati. Hartz I – gennaio 2003 Creazione di agenzie di lavoro interinale private o pubblicoprivate per i servizi; liberalizzazione del lavoro interinale; restrizione del diritto da parte dei disoccupati di rifiutare un’offerta di lavoro. Hartz II – gennaio 2003 Promozione dello sviluppo di lavori complementari a basso reddito, i «mini-jobs» – pagati meno di 400 euro al mese (450 en 2013) – e i «midi-jobs» – pagati da 400 a 850 euro-, che beneficiano di esoneri dai contributi sociali e sono destinati in primo luogo ai disoccupati poco qualificati. Sostegno all’autoimprenditoria. Hartz III – gennaio 2004 Ristrutturazione dell’Ufficio federale del lavoro, che adotta una gestione per obiettivi con la valutazione delle performance di ogni agenzia locale. Hartz IV – gennaio 2005 Riduzione della durata dell’indennità di disoccupazione da 32 a 12 mesi; rafforzamento dei controlli. Dopo un anno, il disoccupato dipende dall’aiuto sociale (che si somma con l’indennità di disoccupazione di lungo periodo). Il suo ammontare, in proporzione alle risorse, parte da un plafond inferiore ai 350 euro mensili. I «beneficiari» hanno l’obbligo di accettare i «mini-jobs» e i «lavori a 1 euro» (Ein-Euro Jobs, pagati da 1 a 1,25 euro all’ora per 15-30 ore settimanali). A dieci anni dalla legge Hartz IV, il 1° gennaio 2015, il governo ha introdotto un salario minimo orario di 8,5 euro lordi. Gli imprenditori aggirano la norma in massa.

martedì 14 aprile 2015

Kurdistan: teoria e gineologia

Kurdistan: teoria e gineologia Il movimento femminile curdo vuole ovviamente distruggere il patriarcato e riferirsi alle esperienze del movimento femminista, ma si sforza anche di costruire una teoria originale adatta al contesto del Kurdistan. La teoria curda di liberazione delle donne ha un nome: teoria della rottura. I suoi principi essenziali sono: agire indipendentemente dagli uomini, contare sulle proprie forze, sviluppare la propria coscienza di genere, creare organizzazioni delle donne. La liberazione femminile è considerata il fondamento della lotta per la democrazia, la condizione si ne qua non per l'uscita del capitalismo. L'armarsi delle donne è giustificato in primo luogo dalla legittima difesa contro il sistema di dominio maschile. In effetti la teoria della rottura comprende anche un progetto d'azione delle donne per la trasformazione dell'uomo. Questo significa lottare contro il maschilismo nelle organizzazioni miste e non lasciare agli uomini altra scelta che il cambiamento. Jin vuol dire donna in kurdo, e la ginealogia è la scienza delle donne . Vuole innalzare la coscienza di genere nelle donne mettendo al centro le loro esperienze, senza sovvenzioni dallo Stato e appoggiandosi unicamente alle proprie forze. La ginealogia vuole far convergere l'esperienza delle donne del mondo piuttosto che accettare la teoria femminile occidentalmente centrata e subire le ricerche androcentriche statali e universitarie. L'egemonia maschile in campo scientifico ha troppo spesso condotto a trovare degli alibi pseudo scientifici che giustifichino la posizione di secondo sesso accordata alle donne. Ai nostri giorni l'università è uno dei principali rappresentanti del patriarcato. Bisogna rimettere in gioco le verità stabilite e privilegiare le ricerche e la scrittura della storia fatta dalle donne per loro stesse. In questo campo esiste un autentico bisogno di autodifesa. È per questo motivo che sono state istituite le Accademie delle Donne che portano avanti le loro ricerche in tutte le direzioni compresa la critica alle nozioni estetiche e di bellezza costruite a spese della donne. Arin Mirkam ( pseudonimo collettivo Facebook gallery ed attrici di questo articolo militanti del collettivo solidarietà donne di kobane. Si tratta di un omaggio a Arin Miriam, combattente JPG uccisa a Kobane il 5 ottobre ) tratto dal numero di marzo 2015 di "Alternative Libertaire" (traduzione a cura di Alternativa Libertaria/Fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

martedì 10 marzo 2015

Flora Tristan: precorritrice del femminismo e dell'emancipazione proletaria

Flora Tristan: precorritrice del femminismo e dell'emancipazione proletaria "I fatti e l'esperienza dimostrano abbondantemente come nessun governo potrà e vorrà occuparsi del miglioramento della nostra condizione. Dipende solo da noi, se lo volessimo fortemente, uscire da questo labirinto di miseria, dolore e sottomissione in cui siamo costretti a languire". Flora Tristan, 1843 Flora Célestine Thérèse Henriette Tristán y Moscoso Lesnais (1803-1844) era una scrittrice francese di origini peruviane. Poco nota nella storiografia ufficiale e probabilmente intenzionalmente dimenticata in ragione della spinta alla ribellione e del desiderio di libertà che animavano i suoi scritti. Tra i quali ricordiamo Peregrinazioni di un Paria (1839), Promenade a Londra (1840) e l'opuscolo L'unione dei lavoratori (1843). Dopo l'improvvisa morte del padre, un esule colonnello peruviano, Flora rimase con sua madre vivendo in una povertà estrema, sperimentando gli stenti quotidiani della classe lavoratrice. Questa esperienza la portò ad impegnarsi sempre di più per il progresso sociale di coloro che la modernità capitalista aveva abbandonato al loro destino. Ai suoi tempi, sebbene ci fosse già una tradizione teorica che rivendicava l'uguaglianza per le donne, grazie alla filosofia dell'Illuminismo ed ai movimenti sviluppatisi durante la Rivoluzione Francese, non c'era ancora nessuna adeguata sistematizzazione delle idee che avrebbero in seguito dato corpo al pensiero femminista. Tuttavia, già nel corso della prima metà del XIX secolo, aveva fatto la sua apparizione la domanda di uguaglianza per le donne mentre la nozione di patriarcato iniziava ad essere sfidata con forza maggiore, con ciò contribuendo alla formulazione della teoria femminista che all'epoca si trovava ancora in uno stato embrionale non avendo chiarito e definito i suoi ambiti di riflessione. Flora Tristan fu un'anticipatrice che si inserì in questa corrente, rifiutando veementemente il falso principio dell'inferiorità della natura femminile, criticando l'istituto del matrimonio nonchè la mancanza di diritti civili, economici ed all'istruzione per tutte le donne. Una costante nella vita di Flora Tristan è stata la ricerca di ponti tra la preoccupazione per la crescente disuguaglianza sociale e la stuazione di oppressione che le donne vivevano a causa del patriarcato. Fu la prima donna che cercò di fondere in una sintesi critica il proto-femminismo col discorso sociale, aprendo la strada alla forma futura del femminismo come caratteristica della classe proletaria, per cui è inconcepibile che possano esserci donne oppresse capaci di opprimere altre donne. Durante gli anni dell'attività di Flora Tristan, ci furono in Europa cambiamenti radicali causati dall'implementazione del ciclo capitalistico di produzione, con la modernizzazione e l'industrializzazione della società insieme alla diffusione del pensiero ugualitario-democratico dell'Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Tuttavia, le aspettative di benessere entrarono ben presto in collisione con la realtà dei fatti. Non ci fu quell'imminente progresso materiale che avrebbe portato a tutti la fine dell'indigenza e della povertà, così come sostenuto dalla modernità, anzi si andavano creando maggiori disuguaglianze e sfruttamento per masse sempre più grandi di persone. Le donne erano escluse dalla maggior parte dei diritti fondamentali ed il proletariato, sempre più numeroso, era escluso dalla ricchezza prodotta nelle fabbriche e nelle officine. In questo contesto, diversi riformatori sociali iniziarono a creare dei sistemi ideali per correggere i mali della società; Cabet, Owen, Saint Simon e Fourier furono tra i primi teorici ad auto-definirsi "socialisti". Marx vi avrebbe più tardi aggiunto l'aggettivo "utopistici", a causa della loro fiducia cieca nel potere rigenerativo dell'istruzione, o del loro pacifismo estremista fino alla loro ingenua fiducia in un redenzione della borghesia. Flora Tristan, in quanto figlia del suo tempo, venne fortemente influenzata da questa corrente di pensiero. Eppure, ella riuscì ad andare oltre poichè fu la prima a dire che il proletariato doveva unirsi in quanto classe per liberare se stesso, cioè contando sulle proprie forze. Era l'idea che poi Marx avrebbe incorporato nel famoso slogan della Prima Internazionale: "l'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi" e che il movimento anarchico internazionale ripropone tutt'oggi. Senza dubbio, Flora Tristan costituisce un collegamento vitale con l'attuale lotta contro la dominazione del patriarcato e del capitalismo. Ecco perchè vogliamo ricordarla. Il suo pensiero è alle origini del femminismo rivoluzionario che emerse con forza in modo organizzato tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo. Oggi, nel XXI secolo, le donne lottano ancora per il diritto all'autonomia ed alla riproduzione e, insieme ad altre forze sociali, continuano a perseguire il titanico compito di costruire una nuova società. Nahuel Valenzuela Articolo pubblicato da Periódico Solidaridad, Marzo-Aprile 2015, No. 27. Solidaridad è un giornale comunista libertario che si pubblica in Cile. Traduzione in italiano a cura di Alternativa Libertaria/FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali. Link esterno: http://www.periodico-solidaridad.cl/

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)