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per giulio

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mercoledì 5 aprile 2017

LAGER Minniti

Il decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 – recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” prevede l’apertura dei Cie (ex Cpt), rinominati in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), in tutte le regioni.
CIE, i lager italiani del XXI secolo
Istituiti con l’articolo 12 della legge n.40/1998 e divenuti Cie con il decreto legge n.92/2008 (“Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”), i Centri sono stati da sempre sotto osservazione, contestazione e vigilanza militante per violenze e abusi, fino a essere considerati dei veri e propri lager come il “Regina Pacis” di Lecce, luoghi dove si violano sistematicamente i diritti umani, dove si alimenta il racket degli appalti.
Dopo l’inizio della guerra in Libia (decreto Maroni del 2011), c’era stato un superamento dei Cie con la costituzione dei Cas, e successivamente degli hotspot (centri di identificazione in cui la polizia italiana sarà coadiuvata da funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo). Strutture contro cui si sono levate denunce per violazioni dei diritti umani, violenze e abusi. A Bologna è prevista la riapertura del Centro di Via Mattei, un luogo da orrori quotidiani, dove le persone vittime della Legge Bossi-Fini venivano private della libertà e della dignità, punite anche con violenze e abusi polizieschi per un reato che non hanno commesso.
La condizione di reclusione senza colpa degli immigrati subisce, nel decreto Minniti, un’ulteriore peggioramento impedendo ai richiedenti asilo di ricorrere in appello – ma solo direttamente in Cassazione – e saranno istituite sezioni specializzate nei tribunali. Una scelta indubbiamente discriminatoria sul piano delle garanzie.
Comportati bene se no ti butto fuori dalla città
Ma, insieme al decreto numero 13 del 17 febbraio 2017 è in discussione in Parlamento anche un secondo decreto, il numero 14 del 20 febbraio 2017, su “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Esso stabilisce, tra le altre norme, che possano essere allontanate per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” persone la cui “colpa” potrebbe essere il non avere una fissa dimora, introducendo una sorta di mini-Daspo urbano, rinforzando i poteri dei sindaci in tema di ordine pubblico. Un provvedimento, che prima ancora di essere convertito in legge, viene già applicato in termini repressivi come nel caso dei fogli di via comminati a decine di manifestanti di Eurostop dopo la manifestazione del 25 marzo, oppure quasi anticipato dal sindaco di Roma, che ha annunciato un nuovo regolamento comunale con divieti e multe per chi rovista nei cassonetti.
La fusione tra i due decreti crea un mix che andrà a colpire poveri e persone ai margini della società, operando una vera e propria criminalizzazione degli ultimi e di chi ne difende i diritti.
E’ necessaria la mobilitazione delle tante associazioni che operano in questo campo, delle organizzazioni sindacali e di tutta l’opposizione sociale e politica a leggi discriminatorie e repressive come queste per arginare una pericolosa sottrazione di diritti insieme ad una repressione per via amministrativa finalizzata alla distruzione delle libertà e delle garanzie ancora vigenti.
Alternativa Libertaria/fdca
6 aprile 2017

domenica 19 marzo 2017

L'Europa del capitale, 60 anni di distruzione di diritti e democrazia (Roma 1957 – Roma 2017)

 

































Compie 60 anni il processo di costruzione dell'Unione Europea, iniziato nel 1957 e passato attraverso varie fasi che hanno fatto scempio delle buone intenzioni dei vari movimenti federalisti europei e che oggi alimentano -a destra come in certa sinistra- spinte nazionalitarie e sovraniste che non spostano di un millimetro la questione fondamentale fin dalle origini: il parto tutto capitalistico dello spazio europeo.

Il secondo dopoguerra e gli anni del boom economico
Dopo la 2GM, l'Europa era un territorio desolato, con un bilancio di milioni di morti, città distrutte, miseria generalizzata, forte contestazione sociale, Stati in collasso...
La ricostruzione, finanziata ad est dall'URSS e ad ovest dal Piano Marshall statunitense, comporta però una sorta di riduzione degli Stati europei a protettorati delle due superpotenze.
Gli eventi della fine degli anni '40: inizio della Guerra Fredda nel 1948, la creazione a scopi militari dell'Unione Europea Occidentale sempre nel 1948, la creazione della NATO nel 1949 (e risposta sovietica con il Patto di Varsavia nel 1951) costringono gli Stati europei occidentali in una situazione di debolezza e dipendenza, acuita dalla progressiva perdita dei possedimenti coloniali in Africa ed in Asia e dalla limitatezza dei mercati nazionali di fronte alla concorrenza crescente degli USA, peraltro legittimata dalla nascita dell'OCSE.
Dopo 500 anni l'Europa occidentale non era più il centro del mondo.
Iniziano le pressioni delle élite economiche e finanziarie dell'Europa occidentale sugli Stati di riferimento per affrontare uno scenario di enorme incertezza; Stati che intanto erano diventati (sotto la spinta delle condizioni sociali e delle condizioni geopolitiche) garanti di un nuovo patto tra capitale e lavoro, per gestire il capitalismo keynesiano postbellico.
E' in queste circostanze che nasce il “progetto europeo”, prima con la costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, praticamente la messa in comune di tutta l'industria estrattiva e di base) nel 1951 e poi nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, quando sei paesi continentali si dotano di un'Unione Doganale e creano la Comunità Economica Europea (CEE).
Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo danno inizio alla creazione di un mercato superstatale con l'obiettivo di potenziare le imprese nazionali, in modo da poter competere nelle migliori condizioni su scala europea e mondiale.
Nel corso degli anni '60 la CEE diventa volano di un'elevata crescita economica con forte base industriale, di un'intensa urbanizzazione con incremento della motorizzazione ed una parallela disarticolazione del mondo rurale tradizionale. Lo sfruttamento della nuova classe operaia permette processi di accumulazione che accrescono le capacità competitive delle imprese della CEE.
Gli anni '70: la crisi del “dominio dolce”
La crisi del sistema monetario disegnato a Bretton Woods (1944), vale a dire la fine della garanzia aurea per il dollaro (1971) acuisce uno scenario di rivalità tra USA e Stati della CEE. Il tentativo di questi ultimi di dotarsi di una moneta unica per la fine degli anni '70 crea una forte crisi con gli USA, risolta con la rinuncia della Francia di Pompidou alla moneta europea in cambio dell'eliminazione del sistema di cambi fissi risalente al 1945 (previsto dagli accordi di Bretton Woods).
Dal 1973, il dollaro entra così a far parte delle altre valute mondiali come il marco e lo yen, ma da una posizione di egemonia.
Le due crisi energetiche del 1973 e 1979 acuiscono la recessione e la paralisi economica interna agli Stati CEE, comprendenti dal 1973 anche UK, Irlanda e Danimarca.
L'elezione di Reagan alla presidenza USA e della Thatcher a primo ministro dell'UK aprono la strada ad un capitalismo sempre più globalizzato, basato sul crescente predominio dei loro mercati finanziari e su una profonda ridefinizione del ruolo dello Stato e del rapporto capitale/lavoro che prenderà il nome di neoliberismo.
Inizia lo smantellamento delle conquiste sociali.
Gli anni '80: la svolta neoliberista
Le imprese europee transnazionali reagiscono.
Riunitesi nella lobby di pressione ERT (European Round Table of Industrialists) ed appoggiate dalle élite finanziarie, spingono Bruxelles affinchè dia inizio ad una svolta liberista anche nella CEE, puntando ad un mercato unico e successivamente ad una moneta unica, quale unico modo per conservarsi e prosperare nel nuovo mondo della globalizzazione produttiva e finanziaria imposta da USA e UK.
La Commissione Europea promuove una profonda svolta nel progetto europeo originario, quello detto del “dominio dolce”.
Il Consiglio Europeo, infatti, approva nel 1985 l'Atto Unico che istituisce un mercato unico per le merci, i servizi, i capitali e le persone (Schengen, inizio della costruzione della “fortezza Europa”) entro il 1993. Lo spazio sociale europeo promesso all'indomani dell'Atto Unico per alleviare i danni del neoliberismo è rimasto uno slogan opportunistico, mentre si instaura la pratica del “dialogo sociale” (poi ripresa da ogni singolo Stato membro al suo interno) con le organizzazioni sindacali della CES per risolvere i conflitti nel mondo del lavoro, senza ricorrere a fastidiosi scioperi e mobilitazioni.
Intanto la CEE si era ampliata con l'adesione della Grecia (1981), della Spagna e Portogallo (1986).
Cade il Muro di Berlino nel novembre 1989 mentre nei paesi dell'Europa dell'Est avvengono le cosidette Rivoluzioni di Velluto.
Gli anni '90: l'illusione della superpotenza Europa
Nel 1990 viene realizzata l'unificazione della Germania e l'URSS collassa nel 1991.
La svolta neoliberista del “progetto europeo” si rafforza con il Trattato di Maastricht (1991-1993) che prevede la creazione dell'Unione Economica e Monetaria, cioè l'instaurazione di una moneta unica per la fine degli anni '90 (l'euro entrerà in circolazione nel 2002), con tutti i suoi “parametri di convergenza”, vale a dire dei veri e propri vincoli su rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%, rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati), tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
In più viene introdotto il principio di sussidiarietà che tanto ha contribuito alle privatizzazioni dei servizi pubblici e sociali. In Italia, anche con l'uso capitalistico di molte cooperative che hanno assorbito parte del welfare. 
Dopo Maastricht viene assunta la denominazione di Unione Europea (UE).
Il Trattato di Maastricht è la risposta dell'UE alla fine del bipolarismo mondiale, alla globalizzazione che diventava veramente mondiale, sotto il controllo della sola superpotenza USA.
Il tentativo di costruire organismi intergovernativi per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e per la Politica Interna di Giustizia Comune al fine di dare protezione politico-militare alla nuova moneta si rivelarono ben presto impraticabili.
Aderiscono nel 1995 Svezia, Finlandia e Austria, ma già dal 1993 si era deciso per una gigantesca espansione ad Est, verso gli ex-paesi membri del Patto di Varsavia.
L'obiettivo era portare nel mercato della UE quasi 100 milioni di nuovi consumatori, sfruttare forza-lavoro qualificata e molto a buon mercato (in vista delle future delocalizzazioni), acquisire imprese e risorse locali e disinnescare il potenziale militare dell'ex-Patto di Varsavia, sottraendo questi paesi all'influenza della Russia.
Operazione complessa ed arrischiata, visti i rapporti di sostegno militare stabiliti tra questi paesi e gli USA che vogliono un ampliamento della NATO verso l'est europeo.
Si consolida l'intento di creare una dimensione imperialistica europea.
Gli anni 2000: il “dominio forte”
Si apre un periodo segnato dalla cosiddetta Strategia di Lisbona che deve permettere una crescita economica. Questa genererà crescenti disuguaglianze sociali e territoriali, attivando una vera esplosione della urbanizzazione, con una ristrutturazione-terziarizzazione metropolitana causa di crescente dispersione in parallelo al deflagrare della mobilità motorizzata.
E' il periodo in cui si afferma il dominio dell'agrobusiness sul mondo rurale.
L'attentato di New York del 2001 apre una nuova fase militare nella politica internazionale in cui la UE non sarà capace di trovare una posizione autonoma rispetto all'aggressività degli USA.
Il Trattato di Nizza del 2000 e la nuova Costituzione europea (2004) blindano e consolidano l'Europa neoliberista che non ragiona più in termini di “noi”, ma di “dentro”o “fuori” le regole.
Il processo iniziato alla metà degli anni '80 porta Bruxelles ad imporre agli Stati membri lo smantellamento dello “stato sociale”, la cessione crescente di competenze, l'instaurazione della disoccupazione cronica e della precarietà.
La pronta risposta giunta già dalla metà degli anni '90 dal movimento antiglobalizzazione e dai movimenti contro le privatizzazioni di sanità, formazione e sistema pensionistico, contro la dicoccupazione, la precarietà e l'esclusione, portano ad una vera crisi prima e rifiuto poi della “cittadinanza” dentro un'Europa che esclude, precarizza e crea disoccupazione.
Il fronte aperto dal movimento anti-globalizzazione non era contro la moneta unica, ma contro il “dominio forte” del capitalismo liberista europeo ed il “dominio armato” dei singoli Stati membri della UE, coalizzando la classica opposizione di classe con nuove sensibilità sociali ed ambientali che raccoglieranno centinaia di migliaia di attivist* in tutto il mondo, con un forte protagonismo del movimento anarchico.
Purtroppo il portato anticapitalista e socialmente alternativo del movimento antiglobalizzazione non ha avuto il tempo di sedimentarsi livello popolare: la durissima repressione (Genova 2001) e la crisi globale del 2007 lo hanno indebolito, consentendo che maturassero sentimenti “euroscettici” poi evolutisi in formazioni politiche sovraniste e nazionalitarie che da uno scioglimento della UE pensano di riscattarsi dal debito, di tornare a stampare moneta e di murare i confini, ri-alimentando lo statalismo di sempre.
Imperturbabili, le istituzioni europee -sostenute dagli Stati membri- hanno fatto sì che non esista un “immaginario” comune europeo, se non quello fondato sulla paura per “l'altro” sia all'interno che all'esterno dei labili confini della UE.
Nel 2012 viene approvato il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo salva-stati a condizioni di prestito durissime, applicato ai famigerati paesi marchiati dallo spregevole acronimo di PIGS.
I PIGS all'interno dell'Unione sono come i migranti che cercano di forzare la “fortezza Europa”: vanno puniti e rinchiusi nel penitenziario del debito se non si possono buttare fuori dall'Europa, salvo pensarne una a due velocità: tema ricorrente invano per tutti gli anni 2000.
La crisi dell'imperialismo europeo appare evidente: per fronteggiare efficacemente lo scontro nel mercato mondiale l'Europa dovrebbe essere unita ma non è ancora capace di esserlo.
Lo stesso UK, dopo la Brexit del 2016, non avrà vita facile nelle trattative per l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.
Tutto sommato i sovranisti -a destra come in certa sinistra- fanno il gioco delle istituzioni europee, che non sono altro rispetto agli Stati che le compongono con loro delegati.
Commissione Europea, Consiglio Europero, Eurogruppo sono semplicemente la proiezione politico-economica degli Stati membri a livello della UE.
Per sciogliere la UE, i sovranisti dovrebbero prima prendere il potere nei loro singoli Stati (sono 27) e poi decidere di uscire, se i costi economici, politici e militari lo permetteranno.
Eppure né Syriza in Grecia, né Podemos in Spagna sembrano sognarsi una cosa simile. Forse hanno fatto una botta di conti.
Il 25 marzo 2017 a Roma
E' presumibile attendersi che Roma sarà attraversata da manifestazioni federaliste pro-Europa (magari chiedendo modifiche alle politiche attuali) e da manifestazioni della sinistra sovranista no-global  insieme a manifestazioni della destra sovranista no-global.
Tuttavia la posta in gioco non è la permanenza o meno nell'euro e/o nella UE e nemmeno il no-global di moda oggi, che non mette in discussione il capitalismo, basta che investa in patria.
Lottare contro le politiche della UE, espressione degli Stati che la compongono, significa riaprire una nuova stagione di lotte anticapitaliste.
Tutto ciò comporta una capacità del movimento libertario di offrire un programma complessivo di obiettivi da raggiungere nei maggiori movimenti sociali ed un ammodernamento delle sue proposte rivoluzionarie.
Dobbiamo dimostrarci capaci di raggiungere la più vasta unità d'azione nella creazione di una mediazione strategica che proponga ed effettivamente inizi a garantire un processo di riunificazione del proletariato, che il capitalismo sta lacerando tramite la disoccupazione, la precarietà e l'esclusione.
Questo processo deve evidentemente prevedere una mediazione tra le politiche rivoluzionarie ed il ciclo di lotte attuali. Comporta la creazione di un'area di opposizione -ben al di là del solo mondo del lavoro, comprendente tutti gli aspetti di antagonismo contro il controllo sociale capitalistico e patriarcale- in cui il proletariato ed i movimenti sociali possano realizzare una crescente quantità di auto-organizzazione e di azione diretta ed in cui il ciclo di lotte possa essere patrimonio socializzabile, tramite un'appropriata relazione tra le esperienze proletarie e le proposte rivoluzionarie.
Non è possibile alcuna strategia che coinvolga le richieste ed i bisogni dei settori sociali oppressi senza assumere la parzialità, senza un farsi altro dal corpo sociale, costruendo alterità organizzativa, autonomia, piattaforme unificanti.
Costruire fronti di lotta sociali (sindacale, ambientale, antirazzisti e per la libera circolazione delle persone, anti-patriarcato, per la costruzione di esperienze alternative dal basso nella produzione e negli scambi) attraverso i confini della UE; costruire fronti di lotta politici specifici dei libertari per sostenere le lotte sociali, sono i compiti da darsi per uscire dai confini della dimensione capitalistica dell'Unione Europea.
Alternativa Libertaria/fdca
25 marzo 2017

giovedì 12 gennaio 2017

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.
Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.
In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.
Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.
Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l'inasprimento delle espulsioni massa.
La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum
Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.
I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.
Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.
Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.
Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.
Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.
I numeri contro la realtà delle cose
Secondo l'ultimo rapporto dell'ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.
Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.
Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.
Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali
Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:
  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all'organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all'interno di un progetto sociale alternativo.













Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall'opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall'opposizione alla aziendalizzazione dell'istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall'accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.
In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.
E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.
Per l'alternativa libertaria.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA
Fano, 7 gennaio 2017

domenica 11 dicembre 2016

Referendum costituzionale: sconfitta l’arroganza del potere.



























Sulla Carta non cambierà nulla.
Le modifiche alla Costituzione, presentate dal governo Renzi e sostenute da variegate espressioni del capitalismo italiano, sono state respinte dal voto con un NO senza attenuanti.
Ne esce sconfitta l’arroganza di un governo che voleva semplicemente mettere nero su bianco quanto già succedeva da anni (e probabilmente continuerà a succedere) nei rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo e tra potere centrale dello Stato ed autonomie regionali: il prevalere delle decisioni del governo in ogni caso, il comando di una minoranza che si impone col premio con un bonus maggioritario.
Ma se un leader politico ed il suo governo soccombono, al tempo stesso non ne esce sconfitta la classe capitalista di cui i governi succedutisi in questi anni di crisi sono stati espressione.
Le centrali e le agenzie del capitalismo euro-italiano, che hanno sostenuto le ragioni del SI, sono saldamente al comando del paese, pronte a riorganizzare la loro espressione politica al governo con un governo di transizione o con prossime elezioni.
Del resto, non manca loro qualche consolazione dalla vittoria del NO, considerata la cospicua presenza di forze tutt’altro che anticapitalistiche che se ne facevano bandiera.
La sconfitta di un leader politico arrogante e pericoloso, talmente tronfio da organizzare persino il tempo ed il luogo della sua debacle, questa sconfitta, registra con particolare evidenza tre aspetti:
- ha vinto un NO per negare la personificazione del potere e della sua arroganza ed a cui contrapporre una resistenza sul piano dei valori della Costituzione;
- ha vinto un NO che è protesta, disagio, rabbia e insopportabilità delle condizioni di vita espresso da generazioni, ceti e realtà sociali di classe lavoratrice abbandonati nei vortici della crisi economica, e che sempre con più difficoltà riescono a darsi rappresentanza sociale e politica, rischiando spesso di essere strumentalizzati da opportunisti di tutte le risme;
- ha vinto un NO che è speculazione politica, pronto a farsi arrogante e servo delle compatibilità capitalistiche se solo gli fosse consentito di farsi potere.
Il potere in carica ha costruito con arroganza la sua stessa sconfitta, è stato travolto da una valanga di NO, ma -ancora una volta, purtroppo- non deve temere alcuna opposizione sociale e politica organizzata che abbia la forza di invertire le politiche sociali ed economiche di questi 8 anni di crisi.
Una volta assegnate quote di NO alla destra estrema, a partiti come Forza Italia, M5S, Lega e frange del PD, resta però la parte espressa da forze sociali, sindacali e politiche di quella sinistra ampia che ha contestato e respinto la riforma costituzionale e che in questi anni ha cercato di opporsi al Jobs Act ed alla legge 107 sulla scuola, alle grandi opere inutili ed allo sfruttamento dei beni comuni.
Sulle rotte di questo arcipelago diversificato di forze sociali e sindacali, politiche e culturali, occorre far viaggiare un progetto di coalizione, di costruzione di un fronte che trasformi il NO in azione sociale costante, con la creazione di un’opposizione sociale immediatamente riconoscibile come alternativa a tutte le declinazioni del renzismo, al capitalismo, al razzismo e al tempo stesso portatrice di un nuovo mondo, più libertario più giusto.
Prima chance: l’abrogazione del Jobs Act in primavera.
ALternativa Libertaria/fdca

mercoledì 27 luglio 2016

80 anni fa la rivoluzione comunista libertaria in Spagna

 19 luglio 1936. Ottant’anni da quella data.
Ottant’anni che non hanno offuscato nel mondo il ricordo e la commozione per la vittoria dei lavoratori spagnoli nel 1936, nella maggior parte del paese, sul golpe dei militari e dei fascisti, e per il contemporaneo inizio della più grande rivoluzione sociale di massa dell’Europa occidentale.
Di straordinario vi fu – determinato dalla propaganda e dall’esempio di alcune generazioni di rivoluzionari comunisti anarchici radicatisi tra le masse lavoratrici spagnole fin dalla fine dell’800- uno sforzo corale per costruire un mondo nuovo, una libera società senza Stato che abolisse lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo dato dal lavoro salariato, che organizzasse la società dal basso, mediante un’effettiva democrazia diretta, e socializzasse tanto la produzione quanto i consumi, attraverso le collettività.
Nel segno del comunismo libertario
La rivoluzione spagnola fu di segno comunista anarchico perché ad opera del popolo spagnolo e delle sue radicate organizzazioni di massa, e non già calata dall’alto.
Ad animare quell’esplosione di energia popolare fu il sogno di arrivare a costruire una realtà incentrata sul rispetto dell’individuo, dei suoi diritti e delle sue esigenze come valore massimo. Questo sogno i lavoratori e lavoratrici spagnoli lo hanno costruito autogestendo e collettivizzando trasporti, fabbriche, milizie, fattorie, scuole, che hanno funzionato, unica esperienza finora nella storia, al servizio del popolo e non a sue spese.
Straordinaria, in quei momenti difficili, fu la liberazione delle coscienze e dell’intelligenza popolare, che si espresse contro tutti i pregiudizi e le catene autoritarie inculcate da preti, nobili e padroni. E questo sogno lo hanno difeso fino allo stremo i tanti compagni e tante compagne che, da tutto il mondo, accorsero generosamente e donarono la loro giovinezza e la loro vita lottando contro quanto di più retrogrado e liberticida costituiva la España negra e ne fondava l’oppressione politica, sociale ed economica, non riuscendo a vincere questo cancro che già si stava espandendo in tutta Europa e avrebbe contagiato il mondo.
Il progetto comunista libertario propugnato dall’anarchismo spagnolo si inverò soprattutto nello sforzo corale dei proletari spagnoli ed internazionali che realizzarono la più grande rivoluzione sociale e libertaria, del XX secolo.
Le ragioni della sconfitta
E se alcune delle cause della sconfitta sono fisiologicamente presenti in qualsiasi rivoluzione sociale, e quindi vanno date per scontate in anticipo, come per esempio l’intervento controrivoluzionario di forze straniere (l’Italia fascista e la Germania nazista), o il crearsi, all’interno di un composito fronte antifascista, di alleanze controrivoluzionarie, al fine di ottenere con la fine della guerra civile il ristabilimento dello “status quo” precedente, occorre anche ricordare come le organizzazioni rivoluzionarie si siano poste nei confronti di questi fattori.
Nella CNT (la Confederación Nacional del Trabajo) e nella FAI (Federación Anarquista Iberica) emerse drammaticamente una difficoltà: la carenza di una strategia e tattica e della consapevolezza del compito politico dei libertari in una situazione – obiettivamente proficua – di collasso totale delle strutture statali e di ampia mobilitazione proletaria, seppur in un contesto internazionale di dolorose sconfitte del movimento operaio. Nel momento cruciale i dirigenti di CNT e FAI si ritrovarono ad essere titubanti sulle decisioni da prendere per l’avvento del comunismo libertario, compiendo scelte che andavano in una direzione non coerente con la sperimentazione rivoluzionaria popolare in atto.
Ma è anche doveroso ricordare la Agrupación Los Amigos di Durruti che cercarono di opporsi all’insipienza di FAI e CNT e di contrastare quella violenza stalinista che preferì combattere gli anarchici, i marxisti del POUM  e la rivoluzione popolare prima ancora che combattere i fascisti e la borghesia.
Occorre ricordare le donne militanti e combattenti di Mujeres Libres che stavano facendo nascere, con le loro intelligenze e i loro corpi, la nuova Spagna che non arrivò a vedere la luce che molto dopo, dimostrando che la libertà si costruisce giorno per giorno, tutte e tutti insieme.
Gli insegnamenti
E da quella grande rivoluzione tanto c’è da imparare: per esempio la necessità che nelle organizzazioni vi siano militanti che (come avvenne in Spagna) acquisiscano un’adeguata preparazione economica (soprattutto in rapporto a un contesto globalizzato) e studino i meccanismi di funzionamento della produzione e distribuzione capitalista al duplice scopo sia di saper fornire le opportune risposte ai problemi che esse creano, sia di mettere a disposizione, in un auspicabile domani, le conoscenze per far sì che il passaggio dalla gestione capitalista dell’economia a quella rivoluzionaria avvenga senza interruzioni eccessive.
E nel frattempo misurarsi con gli orizzonti e le pratiche della proprietà collettiva, della sperimentazione di reti autogestite e solidali in agricoltura, artigianato, servizi, piccola industria, con le collettivizzazioni spagnole nel cuore.
La rivoluzione non è affatto dietro l’angolo, ma non per questo si deve ragionare come se non venisse mai più.
Perché ogni rivoluzione cresce sugli errori e le conquiste della precedente. Anche la prossima.
 
Alternativa Libertaria/fdca
19 luglio 2016

 

martedì 28 giugno 2016

E Brexit fu.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il mito della sovranità nazionale
Una propaganda intrisa di destra e di razzismo, fino all’attentato mortale di stampo fascista contro la deputata laburista Jo Cox, ha influenzato, strumentalizzato e vinto la campagna referendaria per l’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea.
Ci hanno messo del loro anche le forze della sinistra (cosiddetta lexit) che vedevano nell’uscita del Regno Unito dalla UE la riconquista della sovranità nazionale rispetto ai poteri degli organismi europei, rispetto alle politiche di austerity di Bruxelles,
Exit da cosa?
Non era in voto l’uscita dall’euro, dato che il Regno Unito ha la sua sterlina stampata dalla sua Bank Of England, nonché forte moneta di scambio sui mercati finanziari.
Non era in gioco il sottrarsi alle politiche di austerity della Troika, dal momento che nel Regno Unito tanto il welfare state che il sistema sanitario nazionale erano già stati smantellati dai governi nazionali ben prima dell’azione della Troika che inizia nel 2010.
Non era in voto l’uscita del Regno Unito dai trattati internazionali, economici e militari, dal momento che esso vi resterà, costretto a ridefinire la sua adesione.
Non era un referendum sul sistema economico capitalistico, dal momento che scrollatisi di dosso i gli eurocrati ed i capitalisti padroni della UE, restano saldamente sovrani al potere i padroni nazionali.
Si è invece votato sullo slogan “riprendiamoci il paese” e su controlli dei confini ancora più stringenti di quelli previsti dalla UE.
Questo vuol dire oggi sovranità nazionale: porre dei limiti alla libertà di circolazione delle persone.
Secessione?
Le tappe dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avranno tempi molto lunghi.
L’attivazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona potrebbe durare anni.
Nel breve periodo non sono da escludere turbolenze sui mercati finanziari ed una probabile fuga di capitali dal Regno Unito.
C’è da aspettarsi un accordo punitivo, con l’attivazione per il Regno Unito delle stesse regole che valgono per la Norvegia e la Svizzera, vale a dire l’obbligo a implementare comunque regole europee e contribuire al bilancio comunitario se si vuole restare all’interno dei vantaggi e delle tutele del mercato comune europeo.
Cioè proprio ciò da cui si voleva uscire con la brexit.
E’ da definire lo status dei cittadini britannici in suolo europeo e quello dei lavoratori europei su suolo britannico.
Fine della libertà di circolazione. Quote e visto per tutti?
Il sistema di istruzione superiore britannico potrebbe essere messo in ginocchio dal venir meno dei flussi di giovani europei.
Sul lungo periodo, vanno valutati l’uscita dall’unione doganale, quale ricaduta sul 50% di export britannico che va sui mercati della UE; l’esclusione dei beni prodotti nel Regno Unito dai 53 accordi globali che la UE ha sottoscritto nel mondo.
Fine dell’Unione Europea?
Più probabile la fine del secolare Regno Unito.
Scozia ed Irlanda nel Nord potrebbero attivare procedure di sganciamento dal Regno Unito per poter restare all’interno dell’Unione Europea.
Con la vittoria della brexit, i leader delle formazioni politiche euroscettiche all’interno della UE hanno paradossalmente perso il paese di riferimento.
Tuttavia nei paesi della UE potrebbero esserci ripercussioni sul versante della crescita e del debito, con ulteriori conseguenze per le condizioni di vita delle classi popolari.
Per la solidarietà internazionale e per l’Europa delle classi lavoratrici
L’Unione Europea è una forma dello Stato moderno.
Piuttosto che considerarla un’entità estranea e separata dagli Stati nazionali, essa va considerata esattamente come lo Stato di ogni singola nazione e dentro ogni singolo Stato.
La lotta contro la UE è dunque lotta contro lo Stato, contro le sue istituzioni autoritarie, contro i suoi tribunali, contro la repressione.
Nessun referendum di exit a livello di singolo Stato produrrà un solo passo avanti nella lotta verso una società liberata dall’oppressione statale.
L’Europa che vogliamo non è quella della UE, nemmeno quella delle singole nazioni su basi nazionalistiche, ma quella della solidarietà continentale tra le classi lavoratrici indipendentemente dalla loro nazionalità, quella della solidarietà internazionale delle classi lavoratrici europee con le masse di profughi e rifugiati reclusi in quel carcere a cielo aperto che è la periferia dell’Europa.
Alternativa Libertaria/fdca
giugno 2016

sabato 25 giugno 2016

Fermare il caporalato, costruire l’alternativa libertaria nelle campagne!

 
A sei anni della rivolta di Rosarno e con l’arrivo di una nuova stagione delle grandi raccolte possiamo costatare che la situazione dei braccianti agricoli in Italia non è cambiata. Sottoposti al ricatto ed allo sfruttamento da parte di caporali, vivendo in “alloggi” fatiscenti, oppure costretti a dormire nelle serre, lavorando da 8 a 12 ore al giorno per una paga tra 2,50 – 3,00 all’ora: questa è la triste realtà della maggior parte dei lavoratori migranti nelle nostre campagne. Una realtà disumana che ad agosto dell’anno scorso, ancora una volta, ha visto accendere le luci dei riflettori dei mass media con il caso dei 4 braccianti morti sul lavoro che a causa delle temperature altissime sono caduti nei campi.
Lavoratori e lavoratrice invisibili per la legge e per la società, ma che si sono resi visibili attraverso uno sciopero generale nazionale di 8 ore, occupando le vie di Bari, lo scorso 25 giugno. Una manifestazione indetta da Flai Cgil, Fai Cisl e Uila con il seguenti tema: “Stop Caporalato: Legalità e contratti.”
Eravamo a un corteo che ha riunito 15 mila persone, in gran parte migranti provenienti da India e Africa sub-saariana, insieme in piazza, lavoratori e lavoratrici agricoli/e che denunciavano le condizioni disumane in cui vivono e chiedevano la tutela e il riconoscimento dei loro diritti come lavoratori. Un corteo che non poteva che dimostrarsi di fatto anche antirazzista e antifascista, anche se non sbandierava esplicitamente queste bandiere.
Nel 2015, tra le 8862 aziende ispezionate nel settore agricolo, solo il 43% ha presentato piena regolarità, il restante si divide tra parziale irregolarità e completa irregolarità. In Italia sono il 28% le aziende nel settore agricolo a usare lavoro totalmente in nero, lavoro totalmente sfruttato con nessun diritto!
Sono stati registrati (quindi ci possono essere ancora di piu) 713 casi di utilizzo del caporalato. Ma che cos’è il caporalato?
Per caporalato s’intende quel lavoro che si svolge attraverso forme illegali di reclutamento e organizzazione della mano d’opera senza nessun rispetto alle tariffe contrattuali sui salari e a qualsiasi altro diritto sul lavoro. Una maniera di sfruttare al meglio grazie alla condiscendenza dello Stato. Inoltre, la precarietà costante di questi lavoratori, che aumenta quando non sono della zona il che è moltissimo frequente (quasi la regola), li obbliga a spendere continuamente per il trasporto, beni di prima necessità, e quindi contraggono debiti o spendono quasi tutto nella sopravvivenza (molte volte i lavoratori sono costretti a rimanere dentro le aree cui lavorano, al cui segue una sottrazione dei documenti). Potremmo dire, come i movimenti contadini brasiliani, che il caporalato non è altro che una altra forma di lavoro schiavo, e infatti “caporale” molti secoli fa era quello che nelle piantagioni dei latifondi a mano d’opera schiavile delle Americhe faceva da coordinatore dei lavori e da poliziotto.
Queste assurde condizioni di lavoro si impongono ai braccianti grazie alla violenza e alle minacce, ma la paura non sempre riesce a fermare la volontà di lottare, e in questi anni lo abbiamo visto tante volte.
Di recentissimo possiamo citare quando ad aprile nel Lazio, nella zona dell’agropontino, con lo sciopero che ha coinvolto 2 mila braccianti che sono andati a protestare a Latina su convocazione della Federazione Lavoratori dell’Agro-Industria (FLAI-CGIL).
E non possiamo dimenticare come praticamente sempre questi braccianti cosi tanto sfruttati siano migranti (India, Pakistan, Africa sub-Saariana) e neri, il che ci riporta al razzismo, che si è tristemente manifestato ancora una volta all’inizio di questo mese con l’omicidio di un ragazzo di 27 anni in una tendopoli a Rosarno da parte delle cosi sempre democratiche e accoglienti forze dell’ordine.
Il caporalato, lo sfruttamento, il razzismo, le frontiere, la polizia. Finiranno, non per un colpo di mano o per un meteorite improvviso che distruggerà la Terra, ma per la costruzione di legami di lotta e solidarietà sociale, la costruzione di una società che si intende diversamente da questa in cui viviamo, e per questo alternativa, una società che invece di basarsi sullo sfruttamento e la violenza si dovrà basare sul mutuo soccorso e l’autogestione, e per questo libertaria.
La lotta non si riassume a una manifestazione e riteniamo importante nella nostra strategia sostenere tutte le forme di autorganizzazione e di solidarietà con questi lavoratori ed è importante sottolineare come anche in questo campo esperienze diverse prendono la luce e cominciano a costruire realtà di lotta.
Ecco il compito che ci siamo dati, incidere nella realtà e trasformarla non solo con il programma rivoluzionario anarchico, ma con l’intervento sociale, per migliorare le condizioni di vita e allenarci nella lotta, costruendo mattone dopo mattone questo programma, che con modestia e coscienza chiamiamo l’alternativa libertaria.
 
 
 
Lottare, creare, potere popolare!
Alternativa Libertaria –Sezione  (Roma)

mercoledì 1 giugno 2016

Elezioni amministrative 2016. Per cosa si vota? Per chi votare?

NON OCCORRONO SINDACI PER UNA GESTIONE DIRETTA

Elezioni amministrative 2016. Per cosa si vota? Per chi votare?


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Si vota per un sindaco ed una giunta che applichino la Legge di Stabilità

2016.

Si vota per un sindaco ed una giunta che siano in grado di gestire le città

ed i paesi in maniera tale che il bilancio del loro Comune sia a saldo non

negativo, a costo di vendere il patrimonio pubblico, a costo di far costruire

ovunque, a costo di sfratti e sgomberi.

Questo è il programma elettorale di tutti i candidati sindaci d'Italia.

Questa è la libertà di voto concessa dai vincoli di bilancio nazionali ed

europei.

Noi, invece, abbiamo un altro programma e vogliamo un'altra libertà.


Costruire l'alternativa libertaria nelle città, quartiere per quartiere, facendo

della solidarietà la forza per risolvere i bisogni quotidiani, restituendo

rappresentanza e potere alle istanze dal basso, rivendicando il diritto a

vivere la città con la garanzia di servizi e di assistenza, di abitazioni e di



accoglienza, per riappropriarci della città e del territorio, di spazi e

ambienti, sottratti alla speculazione capitalistica e restituiti alla socialità

popolare.

Per tutto questo, non occorrono sindaci di sorta.

Alternativa Libertaria - 5 giugno 2016

 
 
 
 
 
 
 
 
La nuova Legge di Stabilità: Comuni a pareggio di bilancio... non negativo


A ridosso delle elezioni amministrative, il governo vara la Legge di Stabilità che sembra

introdurre un alleggerimento del ventennale Patto di Stabilità e rinviare l'applicazione del Fiscal

Compact, ma solo per quest'anno.

Il pareggio di bilancio viene sostituito con il saldo... non negativo tra entrate finali e spese

finali! Dice che così i Comuni potranno utilizzare le risorse vincolate.

In realtà, le amministrazioni comunali non potranno assolutamente avere la possibilità di
svincolare le proprie risorse se non entro i limiti stringenti di quello che rimane un pareggio di

bilancio. Infatti viene consentito, per il solo anno 2016, di poter utilizzare le risorse già accantonate


(per esempio un avanzo di bilancio) messe a finanziamento di spese programmate.

A fine anno 2016 sarà obbligo per i Comuni, anche con meno di 1000 abitanti (prima esclusi

dal Patto), certificare il pareggio di bilancio (come per il Patto) ma a saldo negativo (quindi le

entrate finali devono essere pari o superiori alle spese finali).

Chi non rispetterà l'obiettivo sarà sanzionato.
Nonostante le roboanti dichiarazioni del Governo e dell'ANCI sulla fine del Patto di Stabilità,

siamo invece di fronte alla solita logica di limitare le possibilità di spesa degli enti locali, anche

se questi ultimi dispongono di avanzo di amministrazione e di liquidità di cassa.
Il saccheggio del territorio


Dove trovare i soldi per i Comuni, una volta privati dell'autorità impositiva?

La Legge di Stabilità autorizza l'uso del 100% delle entrate da oneri di urbanizzazione per

finanziare alcune spese correnti.

Ma gli oneri di urbanizzazione sono entrate aleatorie, per loro natura straordinarie e molto

variabili, su cui non si può contare per dare continuità alle spese correnti.

E soprattutto, favorire il ricorso agli oneri di urbanizzazione significa, di fatto, incentivare il

consumo del territorio, il suo saccheggio, la sua riduzione a produttore di entrate, alimentando quei

processi di espropriazione e riconversione dei centrali quartieri operai, in abitazioni per la classe

media (gentrificazione) che per riqualificazione intendono solo valorizzazione capitalistica e

certezza di profitti.

In questa direzione va anche la vendita di immobili di proprietà comunale, spesso già

occupati da centri sociali, associazioni culturali e comitati di inquilini che hanno occupato e

rivitalizzato edifici fatiscenti, su cui si abbatte la scure della repressione, degli sgomberi e della
distruzione di reti di solidarietà incompatibili con la legge del profitto.


tutto iniziò col Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact
Dal 1999 è in vigore il Patto di Stabilità interno ai Comuni: una vera e propria mannaia che


incombe sui bilanci locali, obbligando a vincolare fondi che invece potrebbero essere utilizzati per

garantire servizi essenziali sui territori (opere pubbliche, strade, miglioramento dei trasporti,
dellilluminazione pubblica, gestione rifiuti, servizi per le scuole e sociali, ...).


Tra il 2011ed il 2012 -prima con il governo Monti e poi con il governo Letta, su esplicita

richiesta del Consiglio Europeo di Bruxelles- viene istituito il Fiscal Compact (in Italia è la Legge

43/2012), che limita per i Comuni la possibilità di indebitarsi ulteriormente, imponendo il pareggio

di bilancio.

Un colpo durissimo per i Comuni in grave sofferenza economica.

Sono stati anni di drammatico peggioramento delle condizioni di vita per le classe popolari delle

città, costrette a sottostare alle leggi dell'austerity imposte dai governi italiani e dalla Unione

Europea.

I provvedimenti che obbligano alla riduzione della spesa per il personale, che bloccano il

rinnovo dei contratti di lavoro negli enti locali, che alimentano le esternalizzazioni e le

privatizzazioni dei servizi sono infatti figli del Patto di Stabilità.

mercoledì 27 aprile 2016

70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali


25 aprile 2016, 1 Maggio 2016

70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali

 

Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l'insurrezione in tutti i territori italiani ancora occupati dai nazifascisti.

Nel giro di 6 giorni, quasi tutta l'Italia settentrionale era stata liberata dai partigiani.

Così il Primo Maggio si festeggiarono contemporaneamente la liberazione e la giornata internazionale dei lavoratori, soppressa dal fascismo da 24 anni.

Nella storia italiana, le due date sono dunque intrinsecamente unite dai tumultuosi eventi di quella primavera del 1945: la libertà riconquistata si inverava nel 1Maggio, nella giornata della memoria dei martiri di Chicago del 1886 e della riaffermazione del movimento dei lavoratori come protagonista della lotta anticapitalista ed antifascista.

Le due giornate furono poi proclamate feste nazionali nel 1946.

70 anni di lotte per la libertà e l'uguaglianza

Da allora le due giornate simbolo della resistenza antifascista e della resistenza operaia sono state prima osteggiate con la violenza padronale-statale-mafiosa (si pensi alla strage del 1 Maggio di Portella della Ginestra nel 1947), poi lentamente ricondotte alla ritualità del nuovo Stato sorto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, allo scopo di sottrarre ogni spazio di autonomia alla vigilanza popolare antifascista ed alle organizzazioni operaie.

Sono stati decenni in cui quel fascismo, sconfitto militarmente, è riuscito a inserirsi ed a riprodursi all'interno dello Stato e della criminalità organizzata, fino a compiere stragi di popolo per spargere il terrore necessario ad arrestare le lotte operaie e studentesche.

Sono stati decenni in cui il capitalismo italiano ha potuto riprendere l'accumulazione di profitti, imponendo al paese dure condizioni salariali e normative.

Ma l'operazione di riduzione a memorialistica e di depotenziamento del 25 aprile e del 1 Maggio, portata avanti dalle istituzioni statali e da organizzazioni sindacali collaborative e rinunciatarie, non è riuscita a distruggere l'antifascismo ed a falsificarne la memoria, non è riuscita a piegare le lotte dei lavoratori e la loro capacità organizzativa.

Sono stati 70 anni di lotte per la libertà e l'uguaglianza.

Il 25 aprile per contrastare il fascismo oggi

Oggi che il fascismo si esprime sempre più concretamente con le politiche securitarie di Stato e con i partiti politici a vocazione razzista, con la violenza di strada contro immigrati ed attivisti e con il controllo mafioso dell'economia, il 25 aprile assume significati politici inediti.

Nelle manifestazioni locali unitarie, occorre dunque portare i temi antirazzisti della cittadinanza per tutti e delle politiche di accoglienza; occorre portare la rivendicazione della indisponibilità di spazi pubblici e di sedi pubbliche per tutte le formazioni che si richiamano al nazifascismo; occorre vigilare per denunciare le collusioni delle istituzioni con i racket fascio-mafiosi.

Occorre rendere tutto questo parte di una consapevolezza diffusa e popolare, creando reti antirazziste nei quartieri e nelle città, in uno sforzo di unità delle forze antifasciste, degno della migliore tradizione anarchica, come tra il 1919 ed il 1922.

Questo il miglior omaggio che oggi si possa fare alla memoria dei proletari che tentarono di fermare   i fascisti ed alla memoria dei partigiani poi, che hanno combattuto e perso la vita per la libertà e per l'uguaglianza.

Il Primo Maggio per contrastare il capitalismo oggi

Anche il Primo Maggio, lungo la traiettoria storica che dalle origini di 130 anni fa conduce all'oggi, torna a riproporre il tema del riscatto del lavoro dallo sfruttamento e dal fascismo aziendale.

La soppressione di diritti, tutele e libertà sindacali, che caratterizza questa fase neoliberista del capitalismo internazionale, riguarda tutti i paesi.

La solidarietà di classe sembra   scomparsa, riemergono i nazionalismi, si fa strada il razzismo, crescono le guerre di religione, aumenta nel pianeta lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo....

   In questa situazione milioni di donne e uomini lottano contro ogni avversità, per i propri bisogni,   nella ricerca della propria dignità.

 Ed ovunque la prima risposta è quella di rivendicare il diritto di coalizione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, il diritto di sciopero, il diritto alla sicurezza, mettere in discussione i profitti, respingere i licenziamenti ed applicare i contratti collettivi a tutti i lavoratori.

In ogni paese c'è un Jobs Act che cerca disperatamente di spezzare la capacità di lotta dei movimento dei lavoratori.

In tanti paesi le manifestazioni per il Primo Maggio vengono vietate e represse; in Italia usiamo il Primo Maggio per rilanciare organizzazione dal basso e speranza, conflittualità sindacale e fiducia.

Alternativa Libertaria/fdca

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)