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per giulio

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martedì 11 maggio 2021

La grande abbuffata

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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 Durante il consiglio dei ministri di venerdì 23 aprile 2021 Mario Draghi ha presentato il recovery plan che introietterà qualcosa come 248 miliardi di Euro nel sistema Italia, con la speranza di far ripartire il quadro economico compromesso dalla crisi pandemica. Di questa pioggia di soldi, 191 miliardi sono quelli stanziati dall’Europa, mentre i 30,6 miliardi verranno finanziati con il deficit,

Il recovery plan è stato da più parti descritto come una sorta di piano Marshall europeo per modernizzare le pubbliche amministrazioni e dare un impulso deciso verso l’economia verde. Il ruolo di Mario Draghi sarà quello di gestire e distribuire le risorse, che andranno prevalentemente al settore privato.

 

Il governo da lui presieduto viene sostenuto dalla stragrande maggioranza delle forze parlamentari, proprio perchè quasi nessuno vuole rimanere escluso quando si tratterà di mettere mano ai soldi. Lo stesso Matteo Salvini, in quella che si ricorda come la sua “svolta europeista” quando ha garantito la fiducia all’esecutivo Draghi, ha dichiarato che con una tale mole di denaro in arrivo è meglio stare dalla parte di chi deciderà l’utilizzo dei fondi.

 

Venendo al piano, il grosso della fetta del recovery (più o meno il 30%) andrà al green, il 22% alla digitalizzazione e all’innovazione tecnologica, il 17% all’istruzione e alla ricerca, il 13% alla mobilità sostenibile e l’8% alla sanità; le percentuali escludono i 30 miliardi aggiuntivi. In totale si contano 36 azioni da suddividere nelle varie fasce.

Andando oltre quelle che sono le cifre, peraltro passibili di modifiche strada facendo, non si può non vedere che la parte del leone la fanno la digitalizzazione del sistema Italia e le economie sostenibili.

 

Se a prima vista l’innovazione tecnologica e l’implemento delle tecnologie smart nelle pubbliche amministrazione, nelle scuole e nelle strutture pubbliche in generale può sembrare un ottimo incentivo per rendere più snelle molte procedure sclerotizzate, non risolve i problemi strutturali di una pubblica amministrazione che avrebbe piuttosto bisogno di una sempre invocata semplificazione e razionalizzazione normativa, e pone problemi di controllo sicuritario e di uguaglianza sostanziale tutto da affrontare. Totalmente taciuti invece i costi ecologici ed energetici  delle nuove tecnologie, costi in continuo aumento, già enormi, a partire da quelli primari di estrazione dei minerali, con il loro carico di ipersfruttamento nei paesi più poveri.

 

Alle guerre per il petrolio si stanno già aggiungendo le guerre per le materie prime di costruzione degli hardware e dei dispositivi elettronici. Inoltre il consumo di elettricità necessario per alimentare calcolatori sempre più complessi sta gravando sul riscaldamento globale più di quanto si fosse immaginato.

 

Detto quindi di una digitalizzazione che cozza con lo spirito green insito nel Pnrr, non possiamo fare a meno di notare che una fetta imponente dei miliardi dell’UE andranno a finanziare le nuove economie circolari, le energie alternative( riaprendo la possibilità dell’uso dell’energia nucleare come fonte energetica green) , la mobilità sostenibile, che tradotto significa che pioveranno miliardi principalmente su aziende già ricchissime che, nel migliore dei casi, utilizzeranno fondi destinati alla socialità per implementare e differenziare la loro presenza sui mercati, facilitando loro la transizione dalle energie fossili a quelle rinnovabili ad esempio, oppure sbloccando dei grandi cantieri ferroviari e portuali fermi da anni anche per l’opposizione delle popolazioni interessate dai lavoro, come nel caso del TAV in val di Susa.

 

Una parte verrebbe anche destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d’arma a disposizione dello strumento militare, come denuncia la Rete Italiana Pace e Disarmo; risorse e ricerca che verrebbero spostate al settore militare, senza dichiararlo esplicitamente, e che andrebbero  ad aggiungersi ai 27 miliardi di euro con i quai già  viene ampiamente finanziato dal governo.

 

Naturalmente non ci si aspettava né da Mario Draghi né da Giuseppe Conte – i cui piani per la gestione dei fondi europei differiscono in maniera minima – una qualche prospettiva differente che anche solo ripensi il sistema capitalista; rimane il fatto che questa green economy si dimostrerà un potente cavallo di Troia affinchè il grande capitale passi come salvatore della patria, mentre è vero il contrario, ovverosia che dalla rivoluzione industriale in avanti questo sistema produttivo ha creato benessere per pochi, ciclicamente elargisce qualche prebenda per dimostrare che il sistema funziona, ma di norma sfrutta lavoro e ambiente, producendo povertà sociale ed ecologica. Per questo motivo, per dirla con lo storico dell’ambiente Jason W. Moore, preferiamo parlare di “Capitalocene” invece che di un generico “Antropocene” che incolpa ogni essere umano dei disastri ambientali, dimenticando che la divisione in classi della società capitalista e quindi lo sfruttamento dell’uomo e delle risorse, è il motore che spinge il mondo verso la rovina.

Proprio per evitare questa rovina si stanno provando le cosiddette soluzioni green, che altro non sono se non tentativi con il quale i padroni del vapore stanno cercando di rimanere in sella e di continuare a mettere a profitto le risorse naturali del pianeta al solo scopo di arricchirsi ulteriormente.

Naturalmente è chiaro che una vettura elettrica è preferibile ad un vecchio diesel euro zero, oppure che il recupero dei rifiuti per essere avviati a rigenerazione sia meglio che bruciarli e sotterrarli, ma questo ragionamento fatto da praticamente tutte le forze politiche (perlomeno quelle di area parlamentare) e da moltissimi analisti non considera mai l’opzione a monte di tutto: per rielaborare un rifiuto e reimmetterlo sul mercato come nuovo prodotto occorre spendere un’enorme quantità di energia, senza contare che la seconda legge della termodinamica ci insegna che ad ogni trasferimento o trasformazione di energia, la sua qualità diminuisce e bisogna quindi utilizzarne di più per mantenere una qualità accettabile.

 

Presentare il rilancio dei consumi come opzione ecologicamente sostenibile, è  paradossale, che non significa tornare all’età della pietra e della caccia per sopravvivere, ma semplicemente porre un freno all’accelerazione esponenziale della produzione di merci  che drogano il mercato e infettano l’ambiente.

 

Alla fine la sintesi perfetta del Pnrr l’ha data l’edizione de Il Foglio del 24 aprile, che in prima pagina titola “Il recovery è un capolavoro neoliberista”. Un capolavoro che ancora una volta lascia la sanità con il cerino in mano, il che è sconcertante dato che questi fondi sono stati elargiti per favorire una ripresa economica dovuta ad una pandemia globale dalla quale ancora non si vede una via d’uscita certa. Così come è sconcertante che si faccia passare in carrozza l’ennesimo attacco alle lavoratrici ed ai lavoratori, con la soppressione della quota 100 e l’inevitabile innalzamento della soglia dell’età pensionabile, provvedimento sociale nascosto in mezzo ai molti provvedimenti economici. Così come è sconcertante il fatto che, non contento della mole di investimenti in infrastrutture, il governo Draghi abbia contestualmente varato  un piano straordinario che prevede 83 miliardi di investimenti per sbloccare le grandi opere.

Nel suo “Reincantare il mondo” (Ombre corte), l’attivista femminista Silvia Federici scriveva: “Non possiamo cambiare la nostra vita quotidiana senza cambiare le istituzioni e il sistema politico ed economico in base al quale sono strutturate”. Prendendo a prestito la citazione, continuiamo a credere che le riforme, anche quelle strutturali, siano utilizzate dal capitale per perpetuare il proprio potere soprattutto in tempo di crisi e che, sebbene possano portare qualche minimo beneficio, alla lunga verranno pagate con gli interessi dalla classe lavoratrice. Rimaniamo quindi convinti che l’unico vero atto che possa cambiare le sorti delle classi oppresse rimanga il superamento del sistema capitalista, sistema che la green economy invece non solo difende a spada tratta ma rafforza dandogli una mano di verde che fa chiudere gli occhi sullo sfruttamento intensivo che, oggi come ieri, sta dietro ad ogni pratica di estrazione del plusvalore.

 

109° Consiglio dei delegati Alternativa Libertaria/FdCA – maggio 2021

venerdì 20 gennaio 2017

IL GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO


IL GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO 
 
Il 7 dicembre 2016 la Corte di Cassazione stabilisce in una sentenza: “si può licenziare per fare più profitti”; il padrone, per aumentare efficienza e produttività, per meglio organizzare la produzione, può   procedere   ai licenziamenti monetizzando. Ovviamente versando al lavoratore il meno possibile.
Non si tratta quindi di una esigenza, come sottolineano sempre,   legata alla crisi dell’azienda, alla sua sopravvivenza, ma al semplice” il lavoratore non mi serve più”, viene sostituto con un robot,   con fornitori esterni più economici, la sua mansione entra in un’altra “organizzazione”.
Si tratta dell’applicazione della prima frase dell’ART. 41 della costituzione più bella del mondo – libertà di iniziativa economica- il resto è frutto della legge fornero e del jobs act ovvero la flessibilità in uscita.
Il diritto del lavoro è diventato inservibile: “nessuno”, nessuna dottrina giuridica, può” entrare” sostituendosi alle scelte organizzative dell’azienda.
Il mercato della forza lavoro compone l’altro tassello che mancava al sogno padronale: dopo aver imposto la massima flessibilità in entrata, la precarizzazione funziona da 20 anni, e l’uso del lavoro accessorio, i voucher.
La   falsa discussione in atto sui voucher, che punta a mantenerli, sul loro dilagare in tutti i settori, compresa la copertura all’altra parte -il lavoro in nero- e si potrebbe continuare, non fa emergere il punto fondamentale: sono lo strumento per la decontratualizzazione del lavoro e dell’affermazione del rapporto individuale lavoratore- padrone. L’uscita dallo schema classico del lavoro entra direttamente nella cultura sociale e nei comportamenti collettivi e dei singolo lavoratori.
Sempre più ampia la forbice tra lavoratori che pure senza diritti e tutele adeguate sono remunerati e svolgono lavoro di qualità e una larga fetta di classe che vive a stretto contatto con questa ma svolge lavoro precario e non pagato.
La Ferrari Auto distribuisce un premio a tutti i suoi dipendenti di 5000 € per aver lavorato forte e bene raggiungendo gli obiettivi stabiliti dall’azienda, la comunicazione è stata   fatta direttamente da Marchionne in assemblea. Ma il dipendente Ferrari inoltre ha la previdenza integrativa con contributi maggiorati,la sanità integrativa anche per i famigliari e altro welfare.
Il 30 dicembre 2016 la multi utility   IREN ha disdettato i 200   contratti aziendali delle varie sedi: nulla di nuovo, iniziò la FIAT nel 2009 e tanti altri.
I lavoratori di 2 false cooperative di facchinaggio, di Montese MO, sono stati licenziati con la solita consolidata procedura: i lavoratori hanno picchettato, il committente, la ditta Levoni, che smonta la carne per i supermercati, ha chiesto agibilità : cariche della polizia e lacrimogeni.
Possiamo continuare con Barilla che per ” favorire” 200 impiegate sposta il lavoro a domicilio: gli elogi si sprecano ma in particolare le lavoratrici si sentono più libere.
Oggi la classe viene scomposta, individualizzata, in competizione, si accetta di lavorare gratis perchè fa curriculum e ci si sente partecipi di qualcosa.
L’ultimo snodo: il lavoro sembra perdere il suo carattere di subordinazione creando una situazione dove segmenti di classe sembrano aderire ad una cultura sempre più egemonica: sostanzialmente individualista fatta di competitività e antisolidaristica; anche se inserito in strutture definite vivi il tuo lavoro in modo individuale come se fossi in una condizione di competitività costante.
E quest’ultima   parte dell’analisi critica dei rapporti di produzione, non più esterna ma tutta interna,  va indagata come parte del rapporto e costruzione del soggetto e della forma che definiamo di dominio sui lavoratori.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA

giovedì 12 gennaio 2017

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.
Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.
In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.
Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.
Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l'inasprimento delle espulsioni massa.
La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum
Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.
I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.
Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.
Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.
Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.
Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.
I numeri contro la realtà delle cose
Secondo l'ultimo rapporto dell'ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.
Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.
Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.
Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali
Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:
  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all'organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all'interno di un progetto sociale alternativo.













Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall'opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall'opposizione alla aziendalizzazione dell'istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall'accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.
In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.
E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.
Per l'alternativa libertaria.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA
Fano, 7 gennaio 2017

venerdì 21 ottobre 2016

La Libia è Misurata

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Misurata si trova sulla strada tra la Cirenaica e  Tripoli.
Cioè tra l’avanzata militare del generale Khalifa Haftar che governa a Tobruk ed il governo di Tripoli di Al-Sarraj che ha l’appoggio  italiano.
Dopo più di 100 anni l’Italia ritorna a Misurata e vi si precipita in armi, droni e dottori, rispondendo all’appello umanitario di Al-Sarraj, ma  proprio all’indomani dell’avanzata delle truppe di Haftar verso Sirte con la conquista di pozzi petroliferi della cosiddetta “Mezzaluna Petrolifera”, capace di 700mila barili al giorno di greggio, mentre la produzione attuale di petrolio in Libia è di 200mila barili al giorno, un decimo rispetto al 2011.
Dal 2011, infatti, dopo l’attacco francese, britannico ed americano che portò alla fine di Gheddafi, la Libia è percorsa da una guerra fatta di conflitti fra le tribù, fra le milizie ed interno all’Islam, ma che ha sempre mantenuto i caratteri di una guerra per interessi geopolitici ed economici.
Un regolamento di conti, una spartizione della torta fra potenze esterne e le due entità libiche di Tripoli e Tobruk, entrambe concorrenti per l’esportazione di petrolio.
In Libia giace il 38% delle riserve africane. Un greggio di qualità che, atttualmente, insieme a gas, è in grado di estrarre solo l’ENI in Tripolitania, ma con scarsa protezione del governo di Al-Sarraj. Dunque, da proteggere con un intervento diretto.
Quanto vale la Libia? Le ricchezze del sottosuolo più i petrodollari del fondo sovrano libico depositati a Londra dicono che la Libia vale 130 miliardi di dollari oggi ed almeno tre volte tanto se dovesse tornare ad esportare petrolio come prima del 2011, magari con un governo a capo di un paese diviso in zone d’influenza.
La Cirenaica alla Gran Bretagna che lì ha asset della BP e della Shell, oltre ai petrodollari libici da difendere. Ma anche proteggere i consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi.
Alla Francia la guardia del Sahel nel Fezzan dove curare i suoi interessi energetici e geopolitici verso le ex-colonie.
All’Italia la Tripolitania ed il controllo del gasdotto Greenstream che porta gas sulle coste siciliane.
Quello che conta dunque è rimettere sul mercato le ricchezze libiche e crearci intorno un sistema militare di sicurezza regionale che protegga il tutto. Sotto la supervisione strategica degli Stati Uniti.
Tutto questo non piace alle fratricide forze libiche che vorrebbero tenersi le ricchezze per sé.
L’avanzata delle truppe di Haftar verso Sirte, gli aprirebbe le porte della Tripolitania e cambierebbe gli equilibri, una volta cacciato l’ISIS da Sirte. Non a caso Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito  hanno condannato l’offensiva di Haftar chiedendo l’immediato ritiro delle sue truppe.
Gli sponsor arabi delle varie fazioni libiche, come l’Egitto che appoggia il generale Khalifa Haftar a Tobruk, il Qatar che invia dollari agli islamisti radicali di Tripoli, gli Emirati che appoggiano Tobruk o la Turchia che ha spostato  jihadisti libici dalla Siria alla Sirte, non stanno certo a guardare.
Anche se dalle basi italiane non si fosse alzato neanche un aereo, l’Italia in guerra c’era già, in un’alleanza fatta di rivali e concorrenti, dentro quella NATO che spinge scelleratamente l’Europa a portare la sua azione militare sempre più lontano. 
Ora il governo italiano ha rotto gli indugi e si colloca militarmente di traverso sul cammino di Haftar verso Tripoli, perchè in Libia, i nemici –reali o finti,  ISIS o altri- sono coloro che vogliono mettere le mani sullo sfruttamento del petrolio e del gas libici. 
Un’altra sporca guerra per le risorse. Una pericolosa avventura in nome del profitto.
Antimilitarismo e lotta di classe: chiusura delle basi militari in Italia, smantellamento del MUOS.
Alternativa Libertaria/fdca
95° Consiglio dei Delegati
Fano, 1 ottobre 2016

venerdì 29 maggio 2015

90° Consiglio dei Delegati della federazione Alternativa Libertaria / FdCA

ALTERNATIVA LIBERTARIA/Fdca 90° Consiglio dei Delegati Correggio, 17 maggio 2015 Casa Spartaco Contrastare le tendenze alla concentrazione del potere economico e del potere politico I processi di concentrazione del potere economico e del potere politico si sono dispiegati a livello europeo ed ora italiano con un'incidenza sempre più ampia ed acuta sulle condizioni sociali di milioni di lavoratori salariati e di lavoratori interinali, sottopagati e desindacalizzati. Ben presto (giugno), alle autocratiche istituzioni europee garanti della crisi di ristrutturazione capitalistica in atto verrà messo a disposizione un programma di controllo dell'economia noto come Capital Market Union. Si tratta della costruzione di un mercato unico dei flussi finanziari, in cui non sono più previste barriere che blocchino gli investimenti transnazionali all’interno dell’eurozona. Si avvia a compimento il passaggio da un capitalismo a base prevalentemente nazionale a un capitalismo mondializzato o transnazionale, fortemente integrato soprattutto a livello europeo e euro-statunitense. I processi di integrazione europea sono del tutto funzionali a questa trasformazione che è in atto ormai da quasi 40 anni con la progressiva centralizzazione dei capitali, palesemente vincente sulla difesa delle prerogative dello stato nazionale, a ratifica di quanto sta già avvenendo a livello produttivo. Anche la struttura economica italiana è in fase avanzata di trasformazione, sollecitata dalla forte internazionalizzazione, dall’affermazione dei mercati finanziari e delle borse e dalla crisi. La ricerca e l'approvvigionamento di capitali da parte delle imprese avverrà sempre di più mediante la borsa e quindi attraverso i mercati finanziari internazionali. Il governo Renzi si appresta dunque ad emanare una serie di riforme normative, che permettano al sistema finanziario italiano di operare nelle stesse condizioni degli altri Paesi, ad esempio incrementando l’investimento dei fondi pensione e del risparmio degli italiani in borsa. In questo modo, il governo Renzi agisce in coerenza con le politiche europee di riduzione del debito pubblico (la ragione per la quale tutti i proletari sono chiamati a sostenere duri sacrifici generazionali) e dei tassi d’interesse sui titoli di stato che hanno drenato risparmio dal settore pubblico a quello privato, aumentando la capitalizzazione della borsa. Il governo prevede interventi per liberare le banche dai titoli spazzatura -a spese della collettività- e per spingere imprese non quotate in borsa ad agganciare la gigantesca razionalizzazione delle imprese in atto a livello europeo caratterizzata da fusioni e acquisizioni, tipica di una fase di crisi molto profonda. Da questi fenomeni di concentrazione e centralizzazione, favoriti dallo sviluppo dei mercati finanziari, non scaturirà alcun impulso per la produzione né per la ripresa dell’economia reale, bensì solo migliori condizioni di profitto per i grandi gruppi transnazionali. Le economie e gli stati nazionali saranno ancora più dipendenti dai movimenti dei mercati finanziari. Con effetti di ulteriore peggioramento sulle condizioni dei lavoratori. La concentrazione del potere economico si associa inevitabilmente ad una maggiore concentrazione del potere politico: Jobs Act, Italicum e Buona Scuola ne sono esempi diretti. La pressione di questi processi è tale che si è intensificata la capacità di dissenso da parte di un composito movimento sociale che va dalle lotte nella logistica al mondo della scuola, dalla campagna No Expo, alla denuncia dei trattati del TTIP, dalle reti di autoproduzione ai comitati che si oppongono allo scempio dei territori, per la difesa dei beni comuni e dei servizi essenziali. Di fronte all'opera di distruzione operata dai processi di concentrazione economica e politica, occorre dare il massimo risalto alla capacità di costruzione e ricostruzione di diritti, di relazioni sociali, di solidarietà, di una possibile alternativa che si rinviene all'interno di questi fronti di lotta, contribuendovi da parte degli anarchici con una inclusione caratteristica per la prassi libertaria alla base e per obiettivi praticabili ad ampio livello di partecipazione. 90° Consiglio dei Delegati di Alternativa Libertaria/Fdca

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)