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giovedì 5 marzo 2015

IL JOBS ACT FIGLIO DELLE LINEE DI RISTRUTTURAZIONE DELL’INDUSTRIA IN EUROPA

IL JOBS ACT FIGLIO DELLE LINEE DI RISTRUTTURAZIONE DELL’INDUSTRIA IN EUROPA I recentissimi decreti applicativi del Jobs Act emanati dal governo italiano si aggiungono ad altre legislazioni anti-operaie approvate all'interno dell'Unione Europea (UE). I contratti individuali a tutele crescenti, la ridefinizione del lavoro subordinato, la flessibilità svincolata dalla contrattazione, la monetizzazione dei licenziamenti e dell'espulsione dal ciclo produttivo hanno lo scopo immediato di portare all'irrilevanza il diritto di coalizione dei lavoratori ed il ruolo dell'organizzazione sindacale dentro le fabbriche. Ma, al tempo stesso, si compie così anche in Italia una parte di quella ristrutturazione del diritto del lavoro che, dietro la facciata delle politiche di austerity inculcate dall'economia del debito, si inserisce nei processi di ristrutturazione dell'industria, già realizzati e in atto in UE. Tali processi stanno seguendo 4 direttrici. 1. I salariati subiscono questi processi di ristrutturazione Non esiste alcuna regolamentazione UE sui temi del lavoro. Nel frattempo le regolamentazioni nazionali non funzionano più, essendo le imprese sotto il ricatto di trasferimento in un altro paese o sono state smantellate per non interferire nei processi in corso. Questi nuovi sistemi di imprese che si sono formati risultano di fatto dominanti. 2. A iniziare da Maastricht, l’industria europea si è strutturata come industria sovranazionale. 3. Siamo in presenza di sistemi di imprese strutturate attorno ad una azienda leader con reti di imprese e catene di fornitura. 4. Sistemi di imprese distribuiti in molti paesi, ma in modo non omogeneo e fortemente concentrato, o meglio centralizzato e strutturato in modo oligopolistico. Le catene produttive che si sono via via costruite hanno sviluppato un sistema fortemente integrato, sia nei criteri di efficienza sia per i margini di ritorno (profitti); questi ultimi risultano sempre meno riscontrabili a livelli di singola impresa e sempre di più a livello di ogni sistema, tanto nel caso che sia composto a catena di livelli quanto a rete con vincoli meno rigidi. Attraverso tutto questo, si sono consolidati in Europa poteri che sono in grado di operare scelte di investimento in capacità produttiva, di strutturare il mercato, di collocare la finanza dove serve e infine di regolare direttamente il lavoro. Se si entra nel sistema di governo di questi sistemi di impresa, si evidenzia il controllo fisico sui flussi produttivi, quindi su qualità, tempi, flessibilità e rapidità di esecuzione, su rapidità nel cambio del mix dei prodotti da fornire, ma pure sull’efficienza produttiva complessiva -vale a dire produttività, lead time, time to market - ed infine nei margini di ritorno (profitti) di quel singolo sistema di imprese. Tali sistemi sono, dunque, organizzati attorno ad una azienda leader che controlla la parte finale del processo , in una catena di fornitura organizzata a livelli decrescenti di valore aggiunto e a reti di imprese produttive e di servizi, entrambe ad alta specializzazione, che lavorano per diverse imprese leader. Chi domina tutto questo, chi controlla buona parte di queste reti di prodotto è la Germania che ha piegato molta parte dei sistemi industriali nazionali alle sue esigenze, utilizzando persino il pur nostalgico approccio nazional-capitalista. Se si esamina la localizzazione della manifattura in UE, emerge che il nucleo centrale è collocato in Germania, la quale assieme ad Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Lituania, Slovenia e Polonia formano l’area manifatturiera tedesca allargata. L’integrazione si sviluppa ad est dove si assiste ad una accelerazione anche nei processi di diversificazione e di specializzazione. Lo sviluppo verso sud include la seconda manifattura europea: l’Italia. La quale partecipa in modo consistente all’area allargata manifatturiera tedesca anche con catene autonome di sub- fornitura create ad est. Questo fenomeno di germanizzazione si sviluppa nel nord dell'Italia e decresce verso il centro e il sud. Assistiamo ad una realtà spaccata in due: una parte partecipa al sistema integrato mentre l’altra parte partecipa come periferia. Occorre sottolineare che la delocalizzazione italiana ha riguardato catene di sub- fornitura comprendenti l’intero prodotto, a differenza del caso tedesco, dove la componente finale rimane all’azienda leader determinandone alla fine un aumento della capacità produttiva. Se si semplifica: un alto quantitativo di beni intermedi concorrono all’export tedesco. Il che porterebbe alla ridefinizione delle partite correnti di riferimento nell’area europea, non più considerabili solo in termini quantitativi e di (in) squilibrio verso la Germania. Permane nel nord Italia una composizione fatta di PMI, la quale pur di per sé poco rilevante nell’area di riferimento europea, mantiene una sua rete autonoma di export rispetto alla Germania. In questo contesto, riprendono con vigore in Europa le fusioni, le concentrazioni e i passaggi di proprietà di aziende manifatturiere e di servizi. Nei fatti, il concetto di manifattura circoscritto alla sola fabbricazione materiale si amplia fino a comprendere i servizi all'azienda per come viene configurata in questo sistema. Si tratta di servizi quali ricerca e sviluppo, le funzioni di progettazioni, il marketing, i servizi ai processi produttivi, i servizi di sostegno al prodotto, ecc. Va, quindi, considerata un’interdipendenza tra servizi e manifattura; una parte dei servizi è all’interno e viene assorbita dal prodotto, mentre un’altra parte si aggiunge successivamente. In Italia, circa il 25% della manifattura è stata appaltata, determinando una scomposizione della classe. Questo è uno dei punti che hanno determinato e stanno determinando l’estrema difficoltà a riprendere un percorso di contrattazione, oltre alla sussistenza di mancanza di vincoli legislativi sui contratti di appalto. La classe, come abbiamo detto ,subisce questi processi, pur mettendo in campo in tutta l’area economica europea una forte resistenza. Ma, sino ad oggi, questa non si è tradotta in una strategia/progetto di ripresa di rapporti di forza finalizzati ad imporre al capitale vincoli sociali o alternative allo smantellamento dei diritti e delle tutele, né nel prefigurare un'idea di società diversa da quella che i padroni stanno costruendo e delineando. Dalla Germania dipartono gli elementi di fondo anti-operai sinteticamente costruiti attorno alla drammatica riduzione dei salari, alla disoccupazione , alla radicale modifica del mercato della forza lavoro e delle relazioni industriali-sociali, i quali si sono via via estesi , aggravandosi, nei paesi del sud dell’Europa e dell’est-Europa per motivi che vanno, ad esempio, dalla inesistenza alla scarsa copertura dello Stato sociale; dalla posizione di minor profittabilità di partenza del capitale che impone draconiane misure di austerità a carico dei proletari fino ai processi di macelleria sociale attuali che caratterizzano il ruolo dello Stato nella fase capitalistica in corso. In Germania si assiste ad una riduzione dei salari, alla creazione di un mercato della forza-lavoro composto da fasce, dove oltre al lavoro interinale (circa il 30% in meno di un salario di un lavoratore a tempo indeterminato), è stato creato un esercito di 7 milioni di lavoratori a basso salario con conseguenti sacche di povertà. Inoltre, la Germania usufruisce di un altro pezzo del mercato della forza-lavoro derivante dai pesi dell’est ,entrati nell’UE per step successivi ; paesi in cui il salario è di 2-3 euro l’ora, senza diritti e tutele decenti, dove sono state e sono in sviluppo le catene di fornitura per la manifattura e i servizi. IL modello neo-mercantile tedesco si è alimentato non solo con la costruzione di un sistema integrato ampio basato sui bassi salari di altri paesi, ma anche su una segmentazione del mercato della forza lavoro nazionale. Risulta evidente l’adeguamento di tutta l’area europea rispetto al mercato della forza lavoro e sul terreno contrattuale conseguente. Il caso Italia dimostra come si riesca a smantellare un sistema di diritti e protezioni sociali -nonostante una forte presenza sindacale - sostituendolo con una legislazione e un sistema contrattuale di matrice padronale. Le lavoratrici e i lavoratori italiani non hanno più né il contratto nazionale né lo statuto dei diritti dei lavoratori. La circolazione delle merci, quindi il ruolo sempre più importante della logistica e l’introduzione massiccia di tecnologia avanzata nei processi produttivi e nei servizi, sono ulteriori processi che approfondiscono il rapporto di integrazione della manifattura europea col resto del sistema manifatturiero mondiale, fino a spingere tanto Federmeccanica (ottobre2014)che Confindustria (maggio2014) a parlare di quarta rivoluzione industriale. La resistenza e la reazione della classe lavoratrice è oggi, come ieri, sempre più legata alla sua capacità di riorganizzazione su base internazionale e mondiale, sviluppando le forme di rappresentanza sindacale necessarie al superamento delle divisioni categoriali per costruire una ricomposizione di figure operaie e di lotte capace di reagire alla ristrutturazione capitalistica in atto. Alternativa Libertaria/Fdca marzo 2015

mercoledì 19 novembre 2014

NON C'E' PEGGIOR SCUOLA DELLA "BUONA SCUOLA"

In tutte le scuole italiane si è svolta con un certo disagio la consultazione (non vincolante ovviamente) sul piano governativo ormai noto come La Buona Scuola. Non è la prima volta che si fa una consultazione del genere (parodie simili vennero attivate dai ministri Berlinguer, poi la Moratti, poi ancora Fioroni). Allora, sono quasi 20 anni che assistiamo a tentativi governativi di mettere in atto un processo di devoluzione della scuola della repubblica tale da ridurne i costi a standard compatibili con le politiche di bilancio imposte dalla cultura del debito. Il debito, infatti, si appropria non solo del tempo di lavoro attuale dei salariati e della popolazione nel suo insieme, ma esercita una prelazione anche sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso. E non sfugge la scuola. Quella italiana, poi, come monopolio dello Stato, con una presenza ancillare dei privati, tipica dello Stato liberale, non è più utile da tempo alla riproduzione del sistema di valori che si vuole trasmettere né tanto meno alla struttura produttiva e al mercato del lavoro ad essa funzionale. I privati devono poter entrare nel settore della formazione non solo per aprire un altro settore all'investimento privato, e quindi al profitto, ma quali migliori e più coerenti portatori dei "nuovi valori". La formazione diviene insomma un nuovo settore d'investimento suscettibile di produrre profitto sul piano economico per l'investitore (preparazione e formazione funzionale al mercato = disponibilità di spesa per conseguirla) e al tempo stesso laboratorio di sperimentazione dei criteri di differenziazione sociale. Le ragioni per cui il Jobs Act e “La Buona Scuola” si tengono, si ritrovano dunque in alcuni degli aspetti più noti ed evidenti di questi ultimi due decenni: •la precarietà permanente, (nel lavoro, nella vita, nelle relazioni sociali e umane); •la mobilità sul territorio (sradicamento dal contesto socioculturale in relazione ai bisogni produttivi, soppressione dei luoghi aggreganti attraverso la frammentazione delle strutture produttive); •l'individualizzazione del lavoro con assenza di un sistema di sicurezza sociale, diritti attenuati..; •la scomparsa della solidarietà, tra gli individui e le generazioni (soppressione delle garanzie di assistenza sanitaria, di pensione,....). Mentre tutto questo sta(va) accadendo per la notoria perfidia del capitalismo, si avverte a sinistra, con ritardo e qualche imbarazzo, che si è ormai spezzata quell'alleanza tra valore tipicamente illuminista e liberale dell'istruzione laica e statale, dell'educazione tutta borghese alla democrazia e ai valori costituzionali, che poteva rendere possibile un punto d'incontro tra liberalismo e socialismo. I tempi sono dunque maturi per compiere un ulteriore passo avanti nella trasformazione della scuola della repubblica in scuola aperta alle culture particolari, ai gruppi di tendenza; alle appartenenze confessionali, linguistiche, territoriali, a selezione censuaria in nome dell'autonomia delle scuole del e nel...mercato. La Buona Scuola cerca di recuperare il tempo perduto a causa della ormai storica opposizione sociale a tali progetti e imprime un'accelerazione del processo senza neanche tanti infingimenti. I Capitoli 5 e 6 del documento governativo sono al riguardo brutalmente eloquenti. Se la premessa del documento del governo è che il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dalla crisi, ma da una scuola che non forma le persone con le competenze scientifiche richieste dalle aziende, ne discendono prevedibili ricette in salsa aziendalistica. Il famoso sistema duale all'italiana Vale a dire alternanza scuola–lavoro obbligatoria negli ultimi tre anni degli istituti tecnici ed estesa di un anno nei professionali, con monte ore di almeno 200 per anno (facendo 50 giorni da 4 ore sono due mesi, che in un ciclo di studi intero fa..., ma guarda un po'!) con partecipazione di docenti tutor appositamente formati. Dalle e nelle aziende, temiamo. E' prevista la commercializzazione di beni e servizi prodotti dagli studenti e la scuola utilizzerà i ricavi per migliorare l’attività didattica. Come già fanno diversi Istituti Agrari. L'affascinante formula della bottega-scuola, cioè inserire gli studenti in contesti imprenditoriali legati all’artigianato. Infine l'apprendistato negli ultimi due anni della scuola superiore. La didattica laboratoriale (bella definizione, no?, e invece...) Il piano prevede di potenziare i laboratori di tutte le scuole secondarie superiori a partire dal prossimo anno con l’acquisto di nuovi macchinari (stampanti 3D, frese laser, robot,....), ma non si fa cenno di ripristinare né le compresenze con gli insegnanti di laboratorio (eliminate dalla Gelmini), né le molte ore tagliate negli scorsi anni. Ci vorrebbero 100 milioni all'anno. E chi ce li ha? Per cui è necessario coinvolgere le aziende private. Così Impresa e Scuola co-progettano percorsi di formazione, finalizzati alla produzione, cui saranno collegati incentivi economici, possibilmente eliminando i vincoli burocratici (leggi: controlli democratici) che ne rallentano il processo. Ricognizione del lavoro che cambia Prevede la mappatura della domanda di competenze del sistema Paese, orienta i giovani nei settori imprenditoriali del territorio e permette di rivedere ad hoc i curricoli scolastici. Insomma, la scuola appare come funzionale solo alla creazione di lavoratori e non alla formazione dei cittadini. Si prevede un forte intervento, fiscalmente incentivato, di imprese e fondazioni private che diventano protagoniste della “filiera istruzione-orientamento al lavoro”. E' il tentativo neanche tanto celato di sfruttare la forza lavoro gratuita dei giovani riducendo il costo del lavoro per le aziende. Dove sono le risorse? Poiché, come dice il piano del governo, “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” (pag.124), intervengono le risorse private che “possono contribuire a trasformare la scuola in un vero investimento collettivo” (pag.124). Ma, per fare ciò le scuole devono diventare Fondazioni, così in tal modo potranno gestire le risorse provenienti dall’esterno (la ex-sottosegretaria Aprea dei governi di centro-destra potrebbe chiedere il copy-right ma no,....sarà contenta!!). Le aziende che investiranno nella scuola avranno sconti fiscali e manodopera a costo zero grazie alla alternanza scuola–lavoro, alla bottega-scuola per inserire gli studenti nell’artigianato ed all'apprendistato negli ultimi due anni. Sono previsti anche School Bonus fiscali per le imprese e le fondazioni e School Guarantees, sorta di bonus elargiti se l’investimento nella scuola crea occupazione giovanile. Ma non manca la finanza creativa con il Crowdfunding favorendo forme di microcredito da parte di singoli cittadini (ad es. i genitori), attraverso raccolte di fondi e collette (già oggi scaricabili nella dichiarazione dei redditi); oppure con il Matching Fund, un meccanismo per il quale per ogni euro messo dai cittadini, lo Stato ne metterà a disposizione un altro; ed infine i Social Impact Bond, un meccanismo di finanziarizzazione delle risorse per la scuola. Swaps per la scuola dell'autonomia!? Così buonanotte all'obbligo costituzionale al diritto allo studio. Si scaricano i costi sulle famiglie. Si conta sul finanziamento dei privati in cambio di sconti fiscali e lavoro gratuito e su modelli di finanza creativa, tanto pericolosa quanto ancora piena di nulla. Questo accesso dei privati nella formazione richiede però che, eliminando contrappesi e collegialità, sia ri/costruita la gerarchia interna necessaria alla scuola dell'autonomia con potere d'impresa. I capitoli precedenti che riguardano l'organizzazione del lavoro e della retribuzione meriterebbero dunque una trattazione specifica. Ce n'è abbastanza da scatenare una mobilitazione di massa per tentare di sottrarre ancora una volta la scuola della repubblica ad un ridimensionamento più volte tentato ed ogni volta in parte arginato. Tra i movimenti anti-frana, che cercano di salvare dal dissesto scientemente perseguito alcune delle meritevoli -con tutte le contraddizioni- istituzioni del paese, ci manca ora e tanto quello che per mezzo secolo ha costruito, difeso e lottato per un'altra scuola possibile, laica, egualitaria, di eccellenza, che si prende cura di tutt* e di ciascun* secondo le sue possibilità. Donato Romito * Articolo pubblicato sul n°173 del mensile libertario "Cenerentola", Bologna novembre 2014, www.cenerentola.info. Risorse bibliografiche "Micromega", n°6/2014, Roma agosto 2014 "Il programma minimo dei comunisti anarchici", Quaderni di Alternativa Libertaria, Firenze 1998 "Unicobas", giornale della Confederazione di Base Unicobas, n°75, Roma ottobre 2014 Buona Scuola per chi? - a cura de “Il Sindacato è un'altra cosa-Opposizione CGIL in FLC”, Toscana ottobre 2014 labuonascuola.gov.it Link esterno: http://www.fdca.it oppure http://www.anarkismo.net/article/27628

venerdì 3 ottobre 2014

TUTELE CRESCENTI O CRESCENTI PERDITE DEI DIRITTI?

E’ un curioso modo di ragionare quello del sig. Renzusconi il cui governo sta varando una legge in parlamento per togliere ai nuovi assunti a tempi indeterminato la tutela dell’art.18 (o meglio quella che rimane dopo la legge Fornero), sostituendola con un sistema di cosiddette “tutele crescenti” per cui in caso di licenziamento ingiustificato il lavoratore/trice verrà risarcito con un contributo in denaro crescente, legato all’anzianità nell’azienda, anziché con il reintegro. E tutto questo viene presentato dalla bella faccia tosta del premier Renzi come fosse un grosso favore nei confronti dei lavoratori e lavoratrici, anziché un regalo verso l’ ingordigia famelica dei padroni d’impresa e delle loro associazioni. Ha mai sentito parlare il sig. Renzusconi del significato della parola ricatto, condizione in cui vive un dipendente quando può essere licenziato senza motivazione in qualsiasi momento, soprattutto se si azzarda a rivendicare i propri diritti e la dignità nel suo posto di lavoro? Sicuramente le condizioni in cui Renzusconi opera e governa di garanzie ne ha più che in abbondanza. Siamo sicuramente di fronte ad un atto di estremo autoritarismo, per non dire molto peggio, dal momento che la approvazione di questa legge significa un colpo di spugna che modificherà, in modo gravemente peggiorativo, tutti i contratti di lavoro fin’ora in vigore, frutto di anni di lotte e di mediazioni fra le parti, azzerando tutte quelle parti che limitano il periodo di prova, prima della dell’assunzione, a poche settimane o al massimo pochi mesi a secondo dei livelli categoriali. Solo adesso si è risvegliata la Camusso, la “bella addormentata nel bosco” (in buona compagni con Angeletti e Bonanni), accusando il “premier” di logica thatcheriana. Anche la cosiddetta “punta avanzata” del sindacalismo confederale, il segretario della Fiom Landini, osa nei confronti di Renzi, con il quale si è trovato spesso a colloquiare, definire la sua una “presa per il culo”. Ma Cgil, Cisl, Uil se la sono ampiamente meritata questa presa per i fondelli: nel mentre Renzusconi dichiarava apertamente, e continua a farlo, che del giudizio nel sindacato se ne frega senza alcuna risposta dignitosa e adeguata; nel mentre procedeva incontrastato nell’approvazione del Jobs Act (riduzioni di diritti) e preannunciava già da mesi di introdurre la “contro-riforma” delle cosiddette “tutele crescenti”, senza che da parte confederale ci fosse una adeguata e reale risposta. Che poi Renzusconi si permetta il lusso di tirare in ballo le responsabilità dei confederale nella divisione dei lavoratori/trici tra maggiormente tutelati e quelli senza tutela se lo meritano pure per la loro ignavia accondiscendenza. Ma non si può certo dimenticare che proprio i suoi attuali alleati di governo, e il suo stesso partito, hanno promosso proprio quelle leggi, e continuano tutt’ora, che hanno prodotto quel disastro di precarietà senza tutele che si è così rapidamente diffuso. Cosa può recriminare Renzusconi quando ci propone un modello per appianare le differenze togliendo diritti a chi ce l’ha, invece di darli a chi non li ha ancora. Ma Renzi nel suo giochetto delle tre carte sa benissimo come stanno le cose: la vittima sacrificale sarà ancora una volta la classe lavoratrice, perché è quanto richiesto dai padroni e dalle loro associazioni ed è il diktat imposto dalle politiche dalla U.E. Ancora una volta Cgil, Cisl e Uil staranno a guardare, concedendosi qualche aziona dimostrativa come prevede il copione della finta opposizione. Ancora una volta la domanda che ci si pone, rivolta al sindacato conflittuale e all’intera area dell’opposizione sociale: se non ora quando?. Enrico Moroni

martedì 26 agosto 2014

26.08.14 - Renzi: nemico pubblico numero uno. Sergio Bellavita

Il quotidiano “La Repubblica” di oggi pone grande enfasi alle anticipazioni della ministra Stefania Giannini sul merito della tanta sbandierata “rivoluzione” Renziana della scuola. Non è ovviamente un caso che la ministra abbia scelto la platea di CL a Rimini per rivelare la logica di fondo del provvedimento di legge. Abbattere ogni steccato ideologico nel rapporto tra privato e pubblico e nel trattamento degli insegnanti. Non sono ancora noti i dettagli ma queste anticipazioni danno pienamente il senso dell'operazione. (...) Siamo di fronte al tentativo, in totale continuità con le politiche dei governi precedenti, di smantellare la scuola pubblica a favore di quella privata, arrivando anche qui alla riscrittura della Costituzione per detassare le rette versate alle scuole private e all'ingresso degli sponsor privati. A ciò si aggiunge il tentativo di sottrarre il corpo docente alla contrattazione collettiva stabilendo una differenziazione economica legata al presunto merito e capacità del singolo o della singola, sarebbe a questo proposito molto interessante capire chi dovrà valutare, i presidi? Ne più ne meno di quello che le imprese private esercitano attraverso la pratica dei superminimi ad personam, e tutti sanno quanto la fedeltà al padrone e all'impresa sia il requisito principale per ottenerli. Se si considera che i minimi salariali sono bloccati da anni, diviene subito chiaro che si vuole stabilire il principio, tanto caro al padronato nostrano più retrivo e totalmente in linea con il documento di Confindustria di giugno, che è finita la stagione del salario a tutti, elargito collettivamente. Anche quando, come nel caso della scuola, si parla di recupero del potere d'acquisto. Così il buon Renzi, userà le risorse risparmiate sulla pelle dei lavoratori per una politica salariale discriminatoria e antisindacale. Il dato più inquietante, e su cui si misura davvero la furia questa si ideologica del governo, è la cancellazione delle supplenze. Che fine faranno gli oltre 400 mila precari della scuola? Una parte, dice la ministra (bontà sua!!), verrà stabilizzata forse, e gli altri? Non c'è più nessun alibi per coloro che continuano a dare credito a Renzi. Il suo verso è autoritario e profondamente reazionario. La riforma della costituzione con la cancellazione del senato è ,insieme alla nuova legge elettorale, la liquidazione della fragile e democrazia formale su cui si è poggiato il paese dal dopoguerra ad oggi. Il Jobs act, il nuovo attacco a ciò che resta dell'art.18,la riforma della pubblica amministrazione che entra in vigore dal primo di settembre e quella della annunciata scuola sono parte integrante di un disegno di restaurazione che sta riscrivendo l'assetto politico, costituzionale e sociale del paese. Questo disegno va combattuto, questo governo va combattuto. Renzi è il nemico pubblico numero uno. La mobilitazione che dobbiamo costruire quest'autunno su questo punto non può fare sconti. Siamo in totale dissenso con le dichiarazioni di Landini rispetto al governo Renzi. Per due ragioni. La prima è che la strada dell'opposizione sociale è l'unica possibile per impedire che quel disegno si compia. Non c'è operazione di palazzo, del parlamento o tanto meno possiamo affidarci all'austerità espansiva dei banchieri riuniti a Jackson Hole, sulla terra rubata ai Sioux. Il bilancio del governo Renzi è negativo come è clamorosamente emerso quest'estate dagli indicatori economici. Siamo nuovamente in recessione con tutto quello che ciò comporta per la condizione delle classi popolari. C'è quindi un'esigenza straordinaria di ripresa della mobilitazione generale del mondo del lavoro, su salario, occupazione e contro le politiche d'austerità. E per ricostruire l'opposizione non si può certo chiedere di manifestare a sostegno del governo. In secondo luogo Renzi, come è evidente a tutti, considera il sindacato non molto di più di un cimelio del novecento, aiutato parecchio dalla totale assenza e inutilità di questo modo di fare sindacato nella condizione delle persone. I toni sprezzanti con cui il presidente del consiglio ha liquidato le dichiarazioni di dirigenti sindacali della Cgil che minacciavano un autunno caldo, rispetto all'ipotesi di prelievo forzoso sulle pensioni, sono inquietanti e sconcertanti. Non era mai accaduto nella storia della repubblica che un presidente del consiglio arrivasse a tanto. Renzi non vuole liquidare la gerontocrazia sindacale, le burocrazie, le rendite di posizione, vuole liquidare il sindacato punto, Fiom compresa. Non ci può essere alcuna ambiguità nei confronti di Renzi e della sua svolta autoritaria. Quanto basta per lo sciopero generale della Cgil che dobbiamo chiedere con forza. Crediamo che si debba costruire un fronte ampio e plurale che va dal sindacalismo conflittuale ai movimenti sociali per uno sciopero generale questo si “ non convenzionale”, non di testimonianza, ne sporadico ne canonico. Costruito nelle sua rivendicazioni dai luoghi di lavoro e non lavoro, capace di unificare e dare obbiettivi concreti. Questa è la vera sfida che abbiamo davanti a noi. Questo è il terreno su cui vogliamo misurarci. Sergio Bellavita portavoce nazionale Il sindacato è un'altra cosa

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)