ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio
Visualizzazione post con etichetta José Antonio Gutiérrez D. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta José Antonio Gutiérrez D. Mostra tutti i post

sabato 7 gennaio 2017

Santos, Nobel per la pace: uno schiaffo in faccia alle vittime dei falsi positivi

Alla fine Santos ha ottenuto ciò che desiderava: il premio Nobel per la pace. Naturalmente, la firma dell'accordo di Cartagena del 26 settembre era stato premeditatamente fissato in concomitanza, guarda caso, con la candidatura al Nobel. È che Santos non punta mai su nulla senza avere un scopo, e ancora una volta, come per la sua rielezione a presidente, le FARC-EP lo hanno aiutato a realizzare un sogno. Non il sogno di pace in Colombia, ma il suo sogno personale, al quale sono state finalizzate tutte le sue azioni -anche cose minime, come la scelta delle date per i momenti chiave del processo di pace. Sfortunatamente per le FARC, Santos neanche le ha riconosciute se non di sfuggita ed in modo implicito nel corso della cerimonia per il cessate-il-fuoco. Perché? Se questo premio Nobel dimostra ancora una volta che la pace che si sta costruendo è quella di Santos e che gli insorgenti sono i cattivi del film, allora il rospo può anche essere inghiottito, ma senza concedergli nessun tipo di riconoscimento.



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Coloro che ancora sostengono che si tratta di una pace senza vincitori o vinti, di una pace tra due parti uguali, equivalenti, dove regna il  bilateralismo, ecc, non si sono accorti di nulla o non capiscono niente. La comunità internazionale è parte di questa narrazione che si sta forgiando per il post-conflitto: Santos viene considerato con quella stessa ammirazione con cui i bambini nel circo guardano il domatore di leoni. Santos così diventa metà domatore e metà pacificatore. Nelle sue fasi più benevoli, gli piace presentarsi come il padre del figliol prodigo, quello che accetta il ritorno del figlio ribelle nel quadro della società borghese. La dichiarazione del comitato per il Nobel dà l'impressione che Santos sia riuscito come un incantatore di fiere a portare  le FARC-EP a parlare di pace. Così il premio è tutto per lui solo, e per  nessun altro.

La sua vanità ed il suo ego devono essere alle stelle e si starà godendo quel sogno che segue all'aver realizzato tutti gli obiettivi della sua vita. Cioè entrare nel pantheon degli eroi nazionali, al fianco di Bolivar, Santander, Nunez Reyes, come il Presidente della pace in Colombia. Uno di quegli eroi polivalenti che si collocano al di sopra del bene e del male, della destra e della sinistra, come riferimento per l'intera nazione. La sua impopolarità in Colombia, però, gli impedisce al momento di ergersi ad eroe. Per il momento, può condividere il pantheon di personaggi famosi per la comunità internazionale (che, senza dubbio, lo tiene in considerazione più dei colombiani). E diventa così il secondo colombiano a vincere un Nobel dopo Garcia Marquez, quest'ultimo sì ben meritato. Si unisce ad altri personaggi onorati dall'Accademia del Nobel per i loro presunti servizi per la pace nel mondo. Tra cui presidenti degli Stati Uniti come Theodore Roosevelt (sì, lo stesso che ha strappato  Panama alla Colombia e che inaugurò la "diplomazia delle cannoniere"), come Barack Obama (colui che ha rafforzato i programmi nucleari, che è stato attivamente dietro la guerra in Siria e Libia, che ha aumentato la forza delle truppe in Afghanistan e che, essendo il primo presidente nero, ha presieduto l'amministrazione che ha registrato più violenza che mai contro i neri negli ultimi decenni). Da non dimenticare l'eminente diplomatico Henry Kissinger, uno degli ideologi della politica di sterminio in Vietnam. Così, Santos si aggiunge a questi Nobel per la pace le cui mani sono alquanto macchiate di sangue.

Una cosa è riconoscere che Santos - dal suo punto di vista egoistico e dal punto di vista degli interessi comuni del settore oligarchico che egli rappresenta, interessato ad ulteriori investimenti nei territori- ha aperto il tavolo delle trattative con le FARC-EP. Un'altra cosa è dimenticarsi che Santos era ministro stellato della difesa del presidente Uribe nel pieno dello scandalo delle intercettazioni e della parapolítica. Oppure dimenticarsi che è stato lui che ha guidato il bombardamento del territorio ecuadoriano nel 2008, che nella sua campagna si vantava di essere orgoglioso del fatto che la Colombia è visto come l'Israele dell'America Latina e che, come presidente, ha pianto di gioia quando uccise a tradimento al tavolo per l'apertura dei  negoziati, l'indifeso comandante delle FARC-EP Alfonso Cano. Un crimine efferato, che aveva messo a repentaglio la possibilità di far avanzare il processo di pace.


Ma il peggior crimine di cui è stato direttamente responsabile fu la vile e perversa uccisione di migliaia di giovani colombiani nello scandalo dei cosiddetti "falsi positivi" [assassinio di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento, ndt]. Fu lui che, tramite il macabro conteggio dei morti imposto alla soldataglia quale prova del "successo" [in cambio di benefici,ndt], risultò essere direttamente responsabile per il rapimento e l'uccisione di questi giovani, dando luogo alla catena di menzogne usate per giustificarne la morte, ostacolando la giustizia in migliaia di casi. Non credo che questo Nobel, celebrato dal mondo politico colombiano, sia oggetto di altrettanta celebrazione da parte delle madri di Soacha e delle migliaia di persone che piangono la morte di una persona cara in questo scandalo, che Santos ha sistematicamente ignorato.

Mentre i media hanno sottolineato il discorso di Timoshenko [comandante in capo delle FARC, ndt] a Cartagena solo quando si è scusato, Santos non sente il bisogno di chiedere scusa a nessuno, nemmeno alle vittime di questo crimine contro l'umanità di cui è stato direttamente responsabile. Qui non esiste bilateralismo e tutte le istituzioni stanno cercando di rafforzare l'immagine che l'insurrezione è stata sconfitta militarmente (la paura dei caccia aerei Kfir e le roboanti dichiarazioni dei generali), politicamente (si interpreta esclusivamente ed erroneamente il successo del NO al referendum come un voto di rifiuto verso le FARC-EP) e moralmente (sono loro che devono chiedere scusa, nessun altro). Il premio Nobel per la pace ha appena finito la quadratura del cerchio, come si suol dire. Questo è il trionfo di Santos, della pace di Santos, che è riuscito a pacificare una delle "guerriglie più sanguinarie del mondo", come scrive la rivista Semana [1].

Santos ha detto che questo premio è per tutte le vittime, delle quali  parla in modo neutrale, come se non avesse niente a che fare con esse. Sarebbe meglio che Santos compia un atto di umiltà nella sua vita, che vada a  Soacha a visitare quelle madri che lui ha rifiutato di incontrare e che hanno buttato fuori le sue guardie del corpo con le loro azioni, e chieda perdono tramite loro, a tutte le vittime dei falsi positivi. Che vada a trovare  donne come Alfamir Castillo, il cui figlio è stato ucciso in un falso positivo e che è stata deportata ed esiliata non una ma più volte, solo perchè chiedeva giustizia. E approfittando del momento,  che sta spingendo perchè le FARC-EP dichiarino i loro beni per risarcire le vittime, è il caso di fare in modo che gli 850.000 euro appena consegnati insieme al premio, siano dati a risarcimento delle vittime dei falsi positivi. Perchè loro ne han bisosgno, e non Santos che appartiene ad una delle famiglie aristocratiche più opulente. E 'che l'oligarchia colombiana è avara anche in questo: il denaro per le vittime viene preso dai contribuenti. Cioè, dagli stessi poveri.

Che insulto è questo Nobel per le vittime in Colombia, in particolare per i falsi positivi, così come per migliaia di persone che hanno rischiato la loro vita per chiedere una soluzione negoziata del conflitto, quando Santos andava ripetendo i mantra della sicurezza democratica. Anche in questo caso è chiaro che la popolarità di Santos è inversamente proporzionale tra l'estero e la Colombia. Più è applaudito all'estero, più è impopolare nel suo paese.

José Antonio Gutiérrez D.
7 ottobre 2016


(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)


[1] http://www.semana.com/nacion/articulo/firma-de-la-paz-e...95636

lunedì 15 febbraio 2016

La NATO contro i Curdi: la battaglia per A’zaz

Più si chiude l'accerchiamento contro la reazione fondamentalista armata in Siria, più il regime di Ankara, che l'ha generosamente sponsorizzata per cinque anni di carneficina, inizia a innervosirsi. La Turchia vede vanificarsi i suoi sforzi dopo l'irruzione sulla scena dei guerriglieri curdi delle YPG contro lo Stato islamico, dopo l'intervento russo e dopo il forte coinvolgimento delle milizie Hezbollah nella lotta contro questa alleanza eterogenea di opportunisti e fondamentalisti in armi che non cercano altro che di rovesciare Assad e porre fine alle milizie curde. Ecco dunque che la Turchia ha provveduto a intensificare i suoi bombardamenti contro i Curdi che operano nel nord, mentre appaiono sempre più evidenti da parte turca i segni di tentare un intervento diretto nel conflitto siriano, per allungare la durata di una avventura militare criminale che non ha fatto altro che portare dolore e morte.
E' a questo punto che cadono le maschere. La NATO, rappresentata dallo stato turco, da due giorni sta bombardando senza pietà le unità di difesa popolare curde YPG che stanno avanzando a nord di Aleppo nelle città di A'zaz e Tal Rifaat [1]. I bombardamenti, che hanno ucciso almeno 23 civili [2] si sono concentrati sulla base aerea di Menagh, conquistata nel 2013 da una coalizione di "ribelli", tra cui Al Qaeda (il Fronte Al-Nusra) ed altri che poi sono confluiti nello Stato islamico. Menagh è un obiettivo strategico per i rifornimenti alla "ribellione" al servizio delle petrol-teocrazie e degli interessi di USA e UE. Ahmet Davutoglu ha detto che di questi bombardamenti è stato informato il vicepresidente USA Joe Biden, che anche se non approva pubblicamente l'intervento militare, non lo ha condannato né ha provveduto a frenare lo Stato turco, che non agirebbe mai senza l'assoluta certezza del sostegno USA. Ricordiamo che la NATO aveva detto, nel bel mezzo della crisi con la Russia, che avrebbe difeso a spada tratta la "integrità territoriale" dello Stato turco, argomento che il regime di Ankara usa per attaccare i Curdi, dicendo che sono una minaccia per il loro concetto monolitico di unità nazionale. Questo potrebbe essere solo il preludio ad un intervento diretto da parte delle truppe di terra turche, eventualità che Erdoğan aveva già minacciato la scorsa settimana. La facciata della presunta unità contro lo Stato islamico è una farsa: lo Stato turco, e con esso la NATO, puntano alla destabilizzazione e all'estensione del bagno di sangue siriano, e contemporaneamente alla lotta contro il movimento libertario curdo.

Scommettendo sulla strategia dell'incudine e martello, mentre colpisce i Curdi in territorio siriano e rifornisce i gruppi reazionari armati per distruggere le milizie YPG, lo Stato turco colpisce anche i Curdi nel proprio territorio, cercando di schiacciare il loro spirito ribelle. Sono mesi che è stato imposto lo stato di emergenza nei territori curdi dentro lo stato turco, che si susseguono  operazioni militari di carattere repressivo, che si bombardano le città. Mentre i media occidentali sono rimasti scioccati dalla distruzione del patrimonio culturale, storico e archeologico messa in atto dallo Stato Islamico in luoghi come Palmyra (Siria) e l'hanno denunciato ai quattro venti, sono rimasti muti davanti alla distruzione sistematica del patrimonio mondiale che lo Stato turco sta compiendo nella regione curda ai suoi confini: in base alle informazioni del Comune di Diyarbakir (02/10/16) il quartiere Sur della città è stato bombardato e le sue mura storiche, patrimonio dell'UNESCO, sono state gravemente danneggiate. E' stato colpito il 70% degli edifici di questa parte della città antica, mentre 50.000 persone che abitavano nel Sur sono state sfollate dalle loro case dalla violenza e dal terrore di stato.
L'Occidente credeva di poter utilizzare i Curdi per opporsi ai settori fondamentalisti "incontrollabili", ma non ha fatto i conti con il loro ritorno di fiamma. I Curdi sono un attore politico maturo, con molta esperienza di lotta per poter essere tenuti a rimorchio ed essere considerati come semplici marionette al servizio delle grandi potenze. Quando gli Stati Uniti hanno dato inizio alla loro strategia di ridefinizione del Medio Oriente, immaginando che sarebbero sorti ovunque regimi fantoccio, associati alle teocrazie del Golfo e disposti a dare via il loro petrolio per nulla, non avevano fatto i conti con i Curdi, nè col loro progetto socialista libertario di democrazia radicale; né hanno tenuto conto delle enormi forze popolari che si sarebbero scatenate in seguito alla loro strategia interventista. È vero, non è ancora finita la fioritura di un  Medio Oriente libertario annunciato dal potere popolare che proviene dal Kurdistan e che si irradia a tutta la regione; ma è anche vero che gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporsi, la loro egemonia nella regione è stata erosa ed ora i loro alleati sono nudi: non c'è stato un momento negli ultimi decenni in cui gli sceicchi sono stati più nervosi di quanto lo siano ora. Da qui nasce la violenza dell'improvvisato califfo di Ankara contro i Curdi.
Così come la battaglia per Kobanê è stata la chiave per invertire l'avanzata dello Stato Islamico, oggi, la battaglia per  A'zaz  è la chiave per sradicare il fondamentalismo armato e per difendere l'espansione, il consolidamento e il diritto di esistere del progetto di autonomia curdo, libertario e confederale.

José Antonio Gutiérrez D.
15 febbraio  2016

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 8 febbraio 2016

Siria: quale destino per i Curdi nei negoziati di Ginevra?

La settimana scorsa si doveva tenere a Ginevra una riunione nel quadro dei colloqui indiretti tra il governo siriano e le varie fazioni dell'esercito di "opposizione" raggruppate sotto il nome di Alto Comitato per i negoziati. Non c'era bisogno di essere chiaroveggenti per capire che questi negoziati sarebbero falliti, ma in questo caso, non sono nemmeno iniziati. L'inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Staffan de Mistura, ha deciso di rinviare l'incontro al 25 febbraio. Questo rimarchevole assortimento di gruppi finanziati a colpi di petrodollari dai fondamentalisti sauditi e dagli sponsor occidentali (tra i quali, il più dichiaratamente islamista Jeich Al Islam, non si preoccupa neppure di darsi un veste democratica) si sta rendendo conto che la loro avventura militare -applaudita dall'Occidente fino a che i  rifugiati non sono diventati un problema- è irrimediabilmente crollata, lasciando dietro di sé una scia di moltitudine di morti, di mutilati e di sfollati. La famelica "opposizione" siriana tratta per guadagnare tempo in quanto è sull'orlo del collasso, ed è chiaro che non è in grado di esigere la partenza immediata di Assad. Il problema è che l'unica decisione accettabile per l'Occidente come pure per le teocrazie e per la Turchia, è che Assad  lasci, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento - cosa ha in occidente quel sostegno che non sembra avere in Siria. L'unica cosa che si è pronti a discutere è la data di partenza di Assad e le sue condizioni. Questa è la sostanza di ciò che sarà discusso il 25 febbraio.
Curiosamente, il partito curdo PYD, che è, tra l'altro, un attore politico chiave nel futuro della Siria e l'unica forza che ha combattuto lo Stato islamico sul terreno, è stato escluso dalla riunione. È paradossale che esso venga boicottato come membro della riunione, mentre i media occidentali spesso presentato i kurdi come "amici" dell'Occidente, facendo attenzione a non parlare degli obiettivi politici di questo movimento ed a limitare la loro simpatia ad immagini semi-erotizzate di giovani donne armati di fucili. Questa visione è tipica del modo di Hollywood di percepire la realtà dei media, ideologicamente ed economicamente dominata dagli Stati Uniti, in cui si guarda al mondo come se fosse un film in cui si devono distinguere facilmente i buoni dai malvagi. Così come si può dire che l'imperialismo non ha amici o nemici, ma che persegue solo i suoi interessi, anche i Curdi hanno la loro agenda, il loro progetto politico, e lavorano perchè si realizzi. Lo fanno da soli, tra la profonda simpatia da parte dei settori popolari in tutto il mondo, anche con uno sguardo di simpatia da parte dei poteri che in realtà cercano solo di strumentalizzarli. E' in questo senso che ha preso forma, ad un certo punto, una convergenza fugace tra Stati Uniti, Europa e Curdi quando si trattava di combattere lo Stato Islamico; tuttavia, i Curdi saranno la prima vittima dei cambiamenti di umore della politica imperialista degli Stati Uniti quando cercheranno  una soluzione alla crisi siriana, che serva ai loro interessi strategici.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, i Curdi sono necessari come truppe d'assalto per affrontare lo Stato Islamico, ma non sono considerati come autonoma e legittima forza politica nella ricerca di una soluzione politica alla crudele guerra civile. Ma perchè? Perché gli USA hanno bisogno di mantenere buone relazioni geostrategiche con la Turchia, un membro chiave della NATO. Il governo islamico turco insiste per rovesciare Assad a causa dell'orientamento laico-nazionalista  di quest'ultimo e della sua alleanza con Hezbollah in Libano e con l'Iran, che ha portato alla costituzione di un blocco di contrasto alle ambizioni egemoniche delle dittature teocratiche del Golfo, a loro volta alleate naturali del regime di Ankara. Ma oltre alla sua ambizione di consolidare la propria posizione di leader nella regione, il piano turco ha come obiettivo strategico quello di eliminare il movimento kurdo su entrambi i lati del confine. Erdogan si basa sulla laicità dello Stato autoritario fondato da Kemal Atatürk, mentre sogna il ritorno alla grandezza del califfato ottomano. In una certa misura, Erdogan è diventato il personaggio che è riuscito a colmare il divario tra laicismo e Islam politico, tra lo stato moderno e il califfato, accontentando tutte le fazioni della classe dominante turca.

Sia dal punto di vista del suo progetto egemonico che di quello di mantenere lo stato autoritario basato sulla premessa modernista di "un popolo, una lingua, una bandiera" - in nome della quale vengono giustificati sia il genocidio armeno del 1915 che l'attuale pulizia etnica in corso in alcune regioni della Turchia- per Erdogan i Curdi sono un problema di difficile soluzione. Il progetto curdo basato su una democrazia partecipativa, laica e socialista, su una visione confederalista, sulla difesa del loro diritto di esistere, è ormai una vera e propria spina nel fianco per Erdogan e  per i suoi alleati nelle teocrazie del Golfo. Al centro del conflitto, il movimento curdo in Siria è alla ricerca di un più alto livello di democrazia e di autonomia ed ha dichiarato che la sua priorità non è la partenza di Assad, ma stabilire nuovi rapporti tra la società civile e lo Stato siriano. Consentire  l'esperienza democratica nella Rojava, territorio prevalentemente curdo nel nord della Siria, è dal punto di vista di Erdogan, un pericoloso precedente per i Curdi del Bakur, territorio a maggioranza curda occupato dallo stato turco, per i quali la Rojava è una enorme fonte di incoraggiamento e ispirazione.

Ma rappresenta un'enorme ispirazione anche per il popolo turco, che soffre di una evidente mancanza di democrazia nel paese e che, nel 2013, si era ribellato in una ondata di indignazione che aveva travolto il paese dopo Gezi Park. Erdogan si è praticamente mantenuto  al potere attraverso l'uso del terrore e della violenza estrema nelle recenti elezioni. Questo è il motivo per cui ha chiuso gli occhi per l'evidente collusione tra lo Stato Islamico (un'organizzazione che mantiene legami organici con le teocrazie del Golfo e l'Arabia Saudita),  l'apparato repressivo e l'esercito turco, perché gli torna utile nello scontro con i Curdi e le loro milizie (YPG) in Siria; questo è il motivo per cui alcuni settori dell'establishment turco mantengono legami economici con lo Stato Islamico, principalmente attraverso l'acquisto di petrolio; perché Erdogan dimostra una incapacità sconcertante nell'attaccare lo Stato Islamico, accanendosi con  una determinazione senza pari nella sua lotta contro i guerriglieri curdi sui territori siriani, iracheni e turchi; questo è il motivo per cui Erdogan ha anche adottato un atteggiamento di sfida nei confronti della Russia, il cui intervento fa pendere la bilancia decisamente contro lo Stato Islamico. Non è un caso che la Russia è il paese che insiste sul fatto che, in primo luogo, il destino di Assad rimane nelle mani del popolo siriano e non di un piccolo gruppo composto da milizie finanziate dall'estero, ma anche che i kurdi devono partecipare come attore legittimo di qualsiasi negoziato per trovare una soluzione alla crisi.

Gli Stati Uniti e l'Occidente si trovano in una situazione ambigua. Vogliono neutralizzare lo Stato islamico e, allo stesso tempo, soddisfare i loro soci geostrategici. Ecco perché lo fanno in modo apparentemente contraddittorio. Odiano l'instabilità nella regione causata dalla presenza dello Stato islamico, ma non sono in grado di affrontare la questione in modo determinato in quanto ciò potrebbe ostacolare i loro alleati nella regione: le teocrazie del petrolio e la Turchia, membro della NATO. Questo è il motivo per cui hanno bisogno dei kurdi come truppe d'assalto per affrontare lo stato islamico, ma niente di più. Ecco perché, da veri e propri schizofrenici, considerano i combattenti curdi in territorio turco (PKK) come terroristi, ma quando sono in territorio siriano (YPG), diventano magicamente combattenti per la libertà - anche se condividono la stessa ideologia, lo stesso progetto politico, gli stessi metodi, le stesse armi, gli stessi combattenti e gli stessi leader. Tuttavia, anche se non li considerano come terroristi (per ora), non possono considerarli come attori politici, e guardano dall'altra parte quando l'esercito turco intensifica gli attacchi contro i Curdi sull'altro lato del confine e quando  emergono gravi indizi che la Turchia potrebbe invadere la Rojava con tutta la sua potenza militare, innescando una  carneficina contro i Curdi. Il tutto con l'accordo della "comunità internazionale" guidata da Washington e Bruxelles.

Da questo punto di vista, non è un caso che la "comunità internazionale", Stati Uniti in testa, ora gira le spalle ai suoi "amici" curdi, dando legittimità politica ad una coalizione eterogenea di islamisti e opportunisti dell'ultima ora -la cosiddetta opposizione democratica siriana, che non esisterebbe senza i petrodollari e le armi forniti dagli sceicchi autocratici del Golfo e dal piccolo califfato di  Ankara. Nel momento in cui si dovranno prendere decisioni di merito, il futuro della Siria si giocherà in un oscuro ufficio a Ginevra, fuori dalla portata della volontà del popolo kurdo e del popolo siriano. I Curdi hanno bisogno di capire quale sia il loro posto nello scacchiere del Medio Oriente: servire da carne da cannone in guerra e sottomettersi quando sarà l'ora di decidere il destino della regione? In tutta questa faccenda, l'ONU ha dimostrato, ancora una volta, la sua incapacità di risolvere alcunchè, cedendo alla volontà di chi grida più forte e lasciando persistere la crisi, piuttosto che contribuire  a superarla. Cosa ci si potrà aspettare dai negoziati di Ginevra, quando riprenderanno? Niente, come al solito.

José Antonio Gutiérrez D.
04/02/16

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)