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lunedì 13 aprile 2020

Per la proclamazione dello sciopero generale nazionale

















A fronte del divieto di mobilità esteso oramai su tutto il territorio nazionale, ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate tutte le fabbriche e gli altri posti di lavoro non essenziali e non sono state organizzate ancora oggi al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus.
Lo stesso decreto del Presidente del Consiglio del 22/03/2020 che dispone la chiusura delle fabbriche e delle lavorazioni non essenziali è largamente insufficiente a garantire la salute e la incolumità dei lavoratori.
L’elenco delle attività economiche allegato al decreto (codici ATECO), dove si prevede e garantisce la continuità delle lavorazioni, ha subito sotto la pressione di Confindustria un ampliamento fino ad arrivare a settori niente affatto indispensabili e necessari.
Siamo arrivati all’ emanazione di questo ennesimo decreto anche per effetto della spinta dei lavoratori e delle lavoratrici che che in diverse realtà produttive, hanno incrociato le braccia scavalando gli stessi sindacati e lo stesso „protocollo di sicurezza per i lavoratori“, siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali, solo 9 giorni fa, il 14 marzo scorso, il quale non rappresentava e non rappresenta una soluzione effettiva.
Di fronte alla tracotanza padronale, che non tollera che le proprie esigenze di profitto possano essere messe momentaneamente in secondo piano, (neppure nei confronti di una emergenza sanitaria così aggressiva come in Covid-19 che al momento che scriviamo ha causato già ben oltre i 5mila morti) e rispetto alla scelta complice del governo Conte, CGIL CISL e UIL hanno risposto con toni formalmente “vibranti” non escludendo la possibilità di scioperi, ma nella sostanza si è ripetuto lo stesso clichè ed atteggiamento pilatesco avuto a seguito del protocollo di intesa.
Nel nostro comunicato nazionale del 15 marzo denunciavamo: ” Si demanda alle strutture aziendali, la possibilità di indire scioperi non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o laddove queste realtà spesso lavorano dentro la filiera dell’aziende industriali più grandi e se non si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.”
Ciò che oggi occorre è rivedere prontamente la lista ATECO ma soprattutto formalizzare uno sciopero generale nazionale, che ci aspettiamo fortemente unitario tra tutte le realtà sindacali, in tutti quei settori realmente non necessari ed indispensabili rispetto alla emergenza sanitaria e sociale che stiamo vivendo. Rivendicando e esigendo non solo la pronta attivazione di tutte le forme di ammortizzazione sociale già previste ma anche forme di sostegno al reddito per tutti le lavoratrici e i lavoratori precari, atipici e tutti coloro attualmente esclusi dalle coperture contrattuali. Per rilanciare, in prospettiva, le lotte per rivedere la relazione tra lavoro e salute, dei lavoratori e di tutti.
23 marzo 2020
Commisssione Mondo del Lavoro Alternativa Libertaria/FdCA

martedì 11 novembre 2014

14 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE , SCIOPERO SOCIALE !!!!

14 NOVEMBRE 2014 SCIOPERARE E MANIFESTARE NEI POSTI DI LAVORO E NEI TERRITORI PER CONTRASTARE LA DISTRUZIONE DEI NOSTRI DIRITTI PER RICOSTRUIRE L'OPPOSIZIONE SOCIALE PER RIPRENDERCI LA LIBERTA' DI IMMAGINARE E DI SPERIMENTARE L'ALTERNATIVA LIBERTARIA ALLA BARBARIE CHE AVANZA Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che il mondo del lavoro sindacalizzato intreccia la sua lotta con le realtà sociali di base che nei territori, da anni, fanno da argine e da rete solidale di conflitto contro la devastazione capitalistica dei luoghi di vita e dell'ambiente. Ma questo 14 novembre cade nel sesto anno di una crisi che non è più solo finanziaria,solo economica ed occupazionale. Siamo nel sesto anno di una crisi che punta direttamente a minare alla fondamenta la libertà dei lavoratori di organizzarsi e coalizzarsi nei luoghi di lavoro, di scendere in piazza per manifestare la loro opposizione alla distruzione di posti di lavoro e di reddito. Si tratta di un attacco non contingente, ma che punta a definirsi come sistema: un sistema in cui non è prevista alterità rispetto agli interessi del capitalismo, non è prevista organizzazione sindacale che rappresenti interessi autonomi dei lavoratori rispetto alle aziende. Non è prevista la speranza di una società più giusta e più solidale. Nemmeno la mera dignità del lavoratore, condannato invece ad uno stato di precarietà infinita. Nel lavoro e nella vita. Al tempo stesso nei territori, questa crisi punta alla ghettizzazione delle forme di opposizione sociale, alla loro criminalizzazione ogni volta che si osi mettersi di traverso rispetto alle grandi opere inutili, o rivendicare reddito sociale, diritto alla casa ed alle risorse, o costruire democrazia dal basso contro la decomposizione della democrazia rappresentativa. E nella crisi che impone la sua autorità come sistema e normalità, diventa banale e normale la repressione, legittima la violenza di Stato, impunibile ogni arbitrio in divisa. Jobs Act, legge di stabilità, Buona Scuola, non si possono contrastare pensando di contare solo sulla capacità coalizzatrice della FIOM o sulla forza di volontà dell'arcipelago sindacale di base, convergenti per caso o per necessità, nel porsi come argine e come opposizione. Per fermare la trasformazione dei lavoratori da soggetti di dignità in casuali ed anonimi prestatori d'opera, per evitare che il TFR venga scippato per la seconda volta, che cada il gelo perpetuo sui contratti del Pubblico Impiego, che i pensionati subiscano l'oltraggio dell'impoverimento per legge, per tarpare le ali alla Buona Scuola governativa che renderebbe la scuola italiana la peggiore mai vista negli ultimi 60 anni, occorre che il mondo del lavoro organizzato nelle fabbriche, nei capannoni e negli uffici ed il mondo della precarietà e della conflittualità sociale organizzata nelle città, nei quartieri, nei territori, trovino proprio qui -nel territorio- reciprocamente, le forme di cooperazione e di solidarietà necessarie. Necessarie forme di convergenza e resistenza, per ricostruire unità di lotta e di sperimentazione anticapitalista, investendo nella capacità di organizzazione dal basso, nella diffusione e sedimentazione della coscienza di essere classe con interessi autonomi e divergenti da quelli del capitalismo e dello Stato. Per riprenderci il territorio e le sue risorse, per prenderci le fabbriche e le terre, occorre un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalit dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, che si proponga come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese. Alternativa Libertaria/Fdca novembre 2014 www.fdca.it

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)