ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA

ADERISCI AD ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
O SCEGLI NOI O SCEGLI LORO

campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

per giulio
Visualizzazione post con etichetta Visconte Grisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Visconte Grisi. Mostra tutti i post

mercoledì 20 gennaio 2021

LO SPILLOVER DEL PROFITTO CAPITALISMO, GUERRE ED EPIDEMIE



 

 

                                                                                                                                                                              A cura di Calusca City Lights, Edizioni Colibrì

Nell’articolo che apre il libro Philippe Bourrinet comincia col sottolineare che, nel passato, le grandi pandemie hanno
sempre segnato i grandi passaggi epocali o, diremmo noi, i cambiamenti del modo di produzione. Così è stato per la
“peste di Giustiniano” che devastò le coste del mar Mediterraneo dal 541 al 767, segnando la fine dell’impero romano.
Ancor di più la peste del 1300, che fece circa 30 milioni di morti, cioè un quarto, se non un terzo della popolazione di
allora, segnò il passaggio dal Medioevo all’epoca moderna, cioè dal feudalesimo al decollo del capitale commerciale. E
infatti le grandi epidemie sono state sempre molto legate agli scambi economici e commerciali. La peste del 1300 venne
portata dai Mongoli che posero sotto assedio la città di Caffa, una colonia genovese in Crimea. I genovesi, seguendo le
loro rotte commerciali portarono il terribile bacillo in Europa e verso il nord, fino in Scandinavia. Ma “se allora furono
necessari tre anni perché la peste passasse dalla Crimea alla Norvegia, oggi, all’epoca della globalizzazione del capitale (e
del coronavirus...), si deve ragionare in termini di settimane”.(1) Quindi la domanda che viene posta implicitamente, ma

anche esplicitamente, nel libro è la seguente: la pandemia di Covid 19 può segnare l’inizio della fine del modo di produ-
zione capitalistico? Naturalmente non stiamo parlando del prossimo futuro, stiamo parlando dei tempi lunghi della storia,

come diceva Braudel, ma quello che conta alla fine è la prospettiva in cui ci si pone.

La diffusione delle pandemie, oltre che al commercio, è anche legata strettamente alla guerra. E’ tipico il caso dell’in-
fluenza “spagnola” che si diffuse in tre ondate nel 1918 e 1919, colpì tra un terzo e la metà della popolazione mondiale e

fece almeno 40 milioni di morti. Il virus della “spagnola” era del tipo H1N1, cioè una combinazione di un ceppo influenzale
umano e di un ceppo influenzale aviario, vale a dire un progenitore delle influenze aviarie apparse dall’inizio degli anni
2000. Contrariamente a quanto dice il suo nome la “spagnola” non partì dalla Spagna; il nome con cui è passata alla storia
è dovuto al fatto che la Spagna non partecipò alla prima guerra mondiale, per cui sulla stampa spagnola di allora si possono

trovare notizie dell’epidemia, mentre sulla stampa delle altre nazioni in guerra la censura militare aveva imposto un asso-
luto silenzio. La “spagnola” sembra invece essersi diffusa negli Stati Uniti, a partire da una remota contea del Kansas, la

contea di Haskell, un posto assolutamente rurale e isolato, salvo che, a poche decine di chilometri dalla contea si trovava
un campo militare molto affollato, dove venivano addestrati i soldati in partenza per l’Europa. Le Autorità erano state
avvisate dell’insorgenza di questo focolaio epidemico, inizialmente modesto, ma in quel momento l’Amministrazione
Wilson aveva altre priorità, la guerra appunto. I soldati contagiati vennero spediti in Europa, dove diffusero l’epidemia, in
maniera estremamente rapida, nelle trincee e nei quartieri più poveri e sovraffollati.
D’altra parte alle origini delle attuali pandemie degli anni 2000 possiamo trovare un altro tipo di guerra, e cioè la guerra
permanente del capitale contro la natura. All’inizio dell’era industriale Jean-Baptiste Say, imprenditore cotoniere ed
esponente dell’economia classica considerava le ricchezze naturali come inesauribili e gratuite per il capitale, e non c’è
motivo per ritenere che gli odierni capitalisti la pensino diversamente. Non la pensava così Engels che nel 1882 scrisse:
“Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria... Ad ogni
passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la
dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo come carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo ...”(2)
Ma è negli ultimi 40 anni, a partire dalla grande crisi capitalistica degli anni 70, che la ricerca spasmodica di profitti in
ogni angolo della terra ha portato alla attuale devastazione ambientale che è alla base, tra l’altro della attuale epidemia
Covid 19.
Di questa devastazione parlano i redattori di “Chuang” in Contagio sociale. Guerra di classe microbiologica in Cina,

quando parlano dell’attacco ai “substrati microbiologici della vita sulla Terra”.(3) Di questo attacco fanno parte gli sven-
tramenti di territori per la ricerca frenetica dei metalli rari (gli ingredienti essenziali del cosiddetto Green New Deal), la

distruzione della foresta pluviale amazzonica per produrre la soia e i cereali transgenici necessari a nutrire gli animali
rinchiusi in enormi allevamenti intensivi, il fenomeno conosciuto come land grabbing, cioè l’accaparramento di enormi
quantità di terreni da parte delle multinazionali del cibo destinati alla coltivazione intensiva con uso di pesticidi cancerogeni

come il glifosato di Bayer/Monsanto. Poi aggiungiamo il riscaldamento globale, l’inquinamento ambientale, il cibo avve-
lenato in vendita nei supermercati, il sovraffollamento urbano nelle grandi metropoli e la diffusa malnutrizione. Inoltre

dobbiamo considerare l’espansione capitalistica nella “natura selvaggia” e la devastazione nelle aree periferiche dove virus

fino ad allora sconosciuti contaminano una fauna selvatica e poi si diffondono lungo i traffici del capitale globale. Attra-
verso questo meccanismo sembra essersi realizzato il passaggio del virus SarsCov2 dal pipistrello al pangolino fino allo

spillover, cioè al salto del virus verso la specie umana.

2

Ma l’aspetto più sconvolgente della pandemia di Covid 19 è il linguaggio da tempo di guerra che è diventato subito
virale nei mass media di regime. Non si tratta qui di mettere in discussione alcune misure necessarie messe in campo,
quanto l’inserimento di queste misure entro una cornice che richiama la simulazione di una situazione di guerra. Sul
piano economico si sono verificati alcuni fenomeni che possono far ritornare alla mente situazioni tipiche di una “economia
di guerra”. Per esempio la riconversione industriale in alcune fabbriche per la produzione di merci non più reperibili sul
mercato nazionale, come le mascherine o i respiratori o i disinfettanti per le mani. Inoltre è comparso un altro fenomeno
come la speculazione sui generi di prima necessità con relativo aumento dei prezzi. Abbiamo avuto poi una limitazione,
certo notevole anche se limitata nel tempo, dei consumi interni, fatta eccezione per il settore alimentare e farmaceutico.
Tutto ciò comporta naturalmente un aumento del risparmio privato, che diviene perciò obiettivo privilegiato sia dei
fondi di investimento sia delle emissioni dei titoli di Stato, anche se siamo tuttora lontani da situazioni di autarchia o di
“debiti di guerra”.
Il tutto si tradurrà comunque in una crescita esponenziale dell’indebitamento, sia pubblico che privato. Ma i debiti
alla fine vanno comunque ripagati, come dimostra la crisi dei mutui subprime del 2008 o l’attuale diatriba sul MES, e
naturalmente a ripagarli dovrebbero essere i lavoratori, mediante riduzione dei salari, nuove tasse e tagli alla spesa pubblica.
In previsione di tutto questo l’emergenza coronavirus è stata molto utile per accelerare l’utilizzo dell’esercito “in funzione
di ordine pubblico”, segnando una ulteriore militarizzazione del territorio. A tal proposito dobbiamo ricordare il rapporto
Urban Operations in the Year 2020 (UO 2020) pubblicato dalla NATO nell’aprile 2003 che, con largo anticipo, prevedeva
proprio per il 2020 l’insorgere di crescenti tensioni economico-sociali o di rivolte all’interno delle grandi metropoli, alle
quali si potrà far fronte – sempre secondo il rapporto – solo con una presenza militare massiccia, spesso su periodi di tempo
prolungati.
Tuttavia, nonostante quanto detto finora, dobbiamo prendere in considerazione, l’opinione espressa da Michael Roberts
in un suo recente scritto.(4) Il blocco o il rallentamento della produzione a livello mondiale, durante lo stato di emergenza,
ha provocato immediatamente il crollo della domanda di petrolio e del conseguente prezzo del greggio al barile, mentre
in una economia di guerra la domanda di petrolio dovrebbe crescere, e molto, per sostenere lo sforzo produttivo bellico e

le esigenze logistiche degli eserciti. Dopo aver preso in considerazione quest’ultimo importante elemento dobbiamo con-
cludere che, nonostante i fenomeni prima descritti, la situazione attuale non è quella di un’economia di guerra. Per lo meno

non ancora. L’evoluzione verso una economia di guerra è una delle possibilità, anche se è lecito nutrire qualche dubbio su
una certa progressione automatica, come si dirà in seguito. Per il momento la reazione capitalistica alla crisi consiste ancora

nel mettere in campo eccezionali stimoli monetari nella speranza di far ripartire l’economia reale: costo del denaro pros-
simo allo zero, quantitative easing, ogni sorta di garanzie sui prestiti, incentivi fiscali alle imprese. Tutte misure già prese

dopo la crisi del 2008 e che hanno prodotto un indefinito prolungamento della recessione e che anche in questa emer-
genza avranno lo stesso effetto, anzi con un ulteriore aggravamento.

Inoltre sembra, come sostiene Paul Mattick in un suo articolo del 1940, che anche la guerra abbia perso la sua capacità
di risoluzione della crisi capitalistica. Mattick afferma:

«Oggigiorno, si tratta solo di vedere se, nella misura in cui la depressione non sembra più poter ricostituire le basi di una nuova prospe-
rità, la guerra stessa non abbia perduto la sua funzione classica di distruzione-ricostruzione indispensabile per innescare un processo di

rapida accumulazione capitalistica e di pacifica prosperità postbellica .... Ma cosa succede se la depressione economica diviene perma-
nente? Anche la guerra seguirà lo stesso andamento e quindi la guerra permanente è figlia della depressione economica permanente».(5)

Ora la guerra permanente si è svolta finora in aree capitalistiche semiperiferiche, come il Medio Oriente, l’Africa o l’Af-
ghanistan, per cui sorge il sospetto che la pandemia da coronavirus possa costituire un surrogato della guerra permanente

che coinvolge invece i paesi capitalisticamente sviluppati. Un surrogato che è contemporaneamente troppo e troppo poco:
troppo per i sacrifici sociali che comporta e troppo poco per risolvere la crisi capitalistica. Alla fine di questa storia non ci
sarà una ripresa economica, ma neanche un crollo del capitalismo ma, probabilmente una accelerazione dei processi di
crisi già in corso.(6)
Jacques Attali, ex consigliere socialista di Mitterand, citato da Philippe Bourrinet nel libro di cui si parla, preoccupato
delle conseguenze economiche e politiche, davvero planetarie, della pandemia arriva a preconizzare:
«Si dovrà per questo, predisporre una polizia mondiale, una condivisione mondiale e di conseguenza una fiscalità mondiale. Si arriverà

allora, molto più in fretta di quel che avrebbe permesso la sola ragione economica, a gettare le basi di un vero e proprio governo mon-
diale”.(7)

Dobbiamo però smentire il politico francese citando ancora una volta Paul Mattick. Nell’ultima parte dell’articolo Mat-
tick affronta un tema di grande attualità: la contraddizione fra mercato mondiale e stati nazionali. Nella sua visione la

3

«riorganizzazione internazionale delle sfere di sfruttamento supera i confini nazionali...Ma le classi dirigenti degli stati nazionali si sono
storicamente sviluppate in una maniera che esclude la possibilità di una spartizione pacifica dello sfruttamento mondiale... Eppure la
vittoria dei monopoli non potrà mai essere completa e la questione nazionale non scomparirà mai... Proprio questo processo, anzi, non
fa altro che illustrare una volta di più la completa incapacità del capitalismo di portare a compimento un riassetto davvero razionale
dell’economia mondiale... Il capitalismo, dopo aver creato il mercato mondiale, è incapace di garantire per sé stesso una spartizione
pacifica dello sfruttamento mondiale e di controllare i reali bisogni della produzione mondiale, rappresentando quindi un vincolo per
l’ulteriore sviluppo delle forze produttive umane...I giorni dell’economia capitalistica di mercato sono inesorabilmente contati, così
come quelli del nazionalismo capitalistico, a meno che non venga creato un organo socio-economico per la regolamentazione cosciente
dell’economia mondiale”.
Però, sostiene Mattick, questa opera può essere portata a termine soltanto dal proletariato mondiale, essendo questa
l’unica classe sociale i cui interessi non sono antagonistici nei confronti di una reale e cosciente collaborazione mondiale.
Per concludere ci affidiamo a una citazione di un articolo contenuto nel libro:
«Il fatto è che questa epidemia è il prodotto di una crisi generale del capitalismo già in corso da tempo e, nello stesso tempo, un fattore
di accelerazione di questa crisi (...). Ma come andranno le cose quando tutto questo sarà finito? Come già detto ci sarà una accelerazione
della crisi già in corso. Qualcuno già parla di “grande recessione” e di ritorno agli anni Trenta del Novecento. Fra giochi di borsa e
politiche monetarie espansive i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro ricchezza. Le grandi multinazionali
si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti. La concentrazione capitalistica provocherà il fallimento di tante piccole e
medie imprese con il conseguente aumento esponenziale della disoccupazione. Il debito pubblico e privato aumenterà ulteriormente e

verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP. Riprenderanno fiato le tendenze “sovra-
niste” che invocheranno la chiusura dei confini con le relative coreografie patriottarde, anche se è ormai difficile rimettere in discussione

la divisione internazionale del lavoro che si è affermata negli ultimi decenni (in Italia non produciamo più neanche le mascherine!). Si
imporranno forme di governo autoritarie e decisioniste fino ad invocare la militarizzazione della società. Insomma, per parafrasare uno
slogan di moda: non andrà tutto bene! Da parte nostra dobbiamo prepararci a dare risposte a una prevedibile radicalizzazione dello
scontro sociale e a prospettare una fuoriuscita da un modo di produzione capitalistico sempre più distruttivo e mortifero».(8)
NOTE
1) PHILIPPE BOURRINET, Capitalismo, guerre ed epidemie in Lo spillover del profitto, cit.
2) FRIEDRICH ENGELS, Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 192-193.
3) Chuang, Social Contagion. Guerra di classe microbiologica in Cina. Covid 19: origini e conseguenze, Edizioni All’Insegna del
Gatto Rosso, Milano, marzo 2020.
4) Vedi anche, per una visione più generale, MICHAEL ROBERTS, Un’economia di guerra?, Asterios, Trieste, coll. “Volantini militanti”,
n. 21, 20 aprile 2020. www.volantiniasterios.it/catalogo/uneconomia-di-guerra
5) PAUL MATTICK, La guerra è permanente, http://www.leftcom.org/it/articles/1940-01-01/la-guerra-è-permanente. Vedi anche un mio
articolo con lo stesso titolo in «Umanità Nova», n. 29, 28/10/2018.
6) Per una critica della teoria del crollo vedi PAOLO GIUSSANI: Lo schema numerico del crollo del capitalismo di Henryk Grossmann,
1998, https://vdocuments.mx/lo-schema-numerico-del-crollodel-capitalismo-di-henryk-grossmann.html.
7) La citazione è tratta da un articolo scritto da Attali sul settimanale “L’Express”, già durante l’epidemia del 2009. Questo articolo di

Attali è stato segnalato da Gianfranco Sanguinetti, Il dispotismo occidentale, in http://effimera.org/il-dispotismo-occidentale-di-
gianfranco-sanguinetti/ aprile 2020.

8) Le citazioni sono tratte dall’articolo di Visconte Grisi: L’economia di guerra al tempo del coronavirus in Lo spillover del profitto,
op. cit., p. 92-94 passim.

Visconte Grisi, «Umanità Nova», n.31, 25/10/2020.

mercoledì 22 aprile 2020

L’ECONOMIA DI GUERRA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS.

articolo di Visconte Grisi, pubblicato su «Umanità Nova» n. 12/2020 (12/4/2020)






                                     
                                            
qui l'articolo su Umanità Nova 

L’ECONOMIA DI GUERRA AL TEMPO DEL 
CORONAVIRUS.

“Corsi e ricorsi storici”, così titolava un articolo de “Il Giorno” del 4 marzo 2020, ricordando l’epidemia
influenzale che colpì Milano e l’Italia nel dicembre 1969 (1). Penso che pochi di noi ricordino quel lontano
episodio forse perché occupati in tutt’altre vicende, come l’autunno caldo, la bomba di Piazza Fontana,
l’assassinio di Pinelli. Eppure quel virus influenzale chiamato A2 e ribattezzato anche “Hong Kong 68”, perché
proveniente dalla Cina, o “Spaziale” in omaggio ai viaggi lunari, aveva colpito 13 milioni di persone in Italia e
causato 5mila morti. Il vaccino per questo virus esisteva, ma non era stato distribuito in Italia, e non risulta
che allora vennero prese misure preventive paragonabili a quelle prese nell’occasione odierna. Come si
spiega questa differenza? Ritorneremo su questo punto.
La comparsa e la successione in epoca recente di epidemie e pandemie dovute a mutazioni virali, dal virus
HIV/AIDS degli anni 80/90 alla SARS del 2003, dall’influenza aviaria del 2013 all’attuale coronavirus Covid 19,
ha fatto avanzare diverse ipotesi scientifiche sull’origine di queste mutazioni, tutte comunque riconducibili
al tipo di sviluppo distorto generato da un capitalismo selvaggio in fase di declino storico. Alcuni autori hanno
chiamato in causa, come fattore favorevole allo sviluppo dei virus e alle loro mutazioni, il sovraffollamento
presente nelle grandi megalopoli moderne con decine di milioni di abitanti, altri hanno parlato di un rapporto
cambiato fra specie umana e specie animali, a causa degli allevamenti intensivi e della presenza nelle grandi
città di volatili che non c’erano prima, dai pipistrelli ai gabbiani. Tutte conseguenze queste di un rapporto
alterato fra genere umano e mondo naturale in un’era che gli esperti definiscono come “antropocene”, o,
per meglio dire, “capitalocene”. Per non parlare poi dell’inquinamento atmosferico, o, meglio, della presenza
nell’aria delle polveri sottili che costituiscono un ottimo veicolo per la diffusione del virus nell’ambiente. Una
circostanza questa che potrebbe spiegare la più rapida diffusione del virus in pianura padana rispetto alle
regioni del Sud. Tutte ipotesi queste che meriterebbero da parte nostra una maggiore attenzione e
approfondimenti ulteriori.
Ad ogni modo, qualunque sia l’origine del Covid 19, l’aspetto più sconvolgente è il linguaggio da tempo di
guerra che è diventato subito virale nei mass media di regime. Espressioni da caserma come “siamo in prima
linea sul fronte” o “omaggio agli eroi di guerra” sono state ripetute all’infinito, insieme al ritorno di una
retorica patriottarda fuori tempo e agli inni nazionali sui balconi, anche questi durati poco, di fronte al
precipitare della situazione sanitaria. Le strade deserte hanno reso l’idea di una situazione di coprifuoco che,
fino ad un certo punto, ha finito per oscurare i termini scientifici dell’evoluzione della pandemia e delle
possibili soluzioni di prevenzione e terapia. Non si tratta qui di mettere in discussione alcune misure
necessarie messe in campo, come l’uso di mascherine, la quarantena, il distanziamento fra le persone, la
chiusura dei locali pubblici e la limitazione delle relazioni sociali quanto l’inserimento di queste misure entro
una cornice che richiama la simulazione di una situazione di guerra.
Anche se poi, alla fine, i dati reali sulla pandemia, sul suo andamento ciclico costituito da una fase ascendente,
un plateau e una fase discendente per una durata complessiva di circa tre mesi, sulle misure di prevenzione
mediante un uso generalizzato dei tamponi, sulle possibili terapie, sul vaccino specifico, sul potenziamento
della medicina del territorio (2), sulla necessità di finanziare adeguatamente gli ospedali pubblici e la ricerca
in campo sanitario hanno finito per prendere il sopravvento.
Per arrivare ora agli aspetti economici della vicenda coronavirus, alcuni fenomeni possono far ritornare alla
mente situazioni tipiche di una economia di guerra. Per esempio la riconversione industriale in alcune
fabbriche per la produzione di merci non più reperibili sul mercato nazionale, come le mascherine o i
respiratori, ma si tratta, in questo caso, di fenomeni molto limitati, mentre la produzione di armi (quelle vere)

2

è tranquillamente continuata, anche nell’emergenza, come per gli F35 alla Leonardo di Cameri. Niente di
paragonabile con l’autarchia dei tempi di guerra naturalmente, caso mai si tratta oggi della interruzione di
filiere produttive multinazionali, risultato della divisione internazionale del lavoro capitalistica affermatasi
negli ultimi decenni, impropriamente definita “globalizzazione”, e da cui è difficile, o improbabile ritornare a
una economia nazionale auto centrata.
Un altro fenomeno che può richiamare una economia di guerra è la limitazione, certo notevole anche se
limitata nel tempo, dei consumi interni, fatta eccezione per il settore alimentare e farmaceutico. Tutto ciò
comporta naturalmente un aumento del risparmio privato, che diviene perciò obiettivo privilegiato sia dei
fondi di investimento che delle emissioni dei titoli di stato. Certo non siamo ancora ai crediti di guerra
obbligatori o alla raccolta di oro per la patria, anche perché il mercato finanziario è diventato così automatico,
veloce e ramificato da rendere estremamente difficile una sua regolamentazione da parte di una qualsiasi
autorità nazionale. Qualche probabilità in più avrebbero gli eurobond, ammesso che questa entità sfuggente
chiamata Unione Europea, o, per meglio dire, la sua Banca Centrale riuscisse a trovare una mediazione
ragionevole fra i vari appetiti nazionali. Il tutto si tradurrà comunque in una crescita esponenziale
dell’indebitamento, sia pubblico che privato. Ma i debiti alla fine vanno comunque ripagati.
Nella vicenda dell’emergenza da Covid 19 hanno riacquistato visibilità alcune variegate tendenze
autodefinitesi “di sinistra” che riprendono le teorie keynesiane per l’uscita dalla crisi capitalistica: un
neokeynesismo di ritorno. Le politiche keynesiane furono applicate negli Stati Uniti durante la grande
depressione degli anni 30, con le riforme introdotte da Roosevelt, e in altri stati capitalistici europei con altre
forme e modi. Esse consistono sostanzialmente in un intervento massiccio dello stato nell’economia al fine
di creare una domanda aggiuntiva, attraverso imponenti opere pubbliche, e riassorbire così anche la
dilagante disoccupazione. Naturalmente queste misure operano un tamponamento sociale degli effetti della
crisi, nella prospettiva di una ripresa dei profitti capitalistici che può avvenire attraverso la concentrazione
dei capitali e la riduzione dei salari operai. L’efficacia di queste politiche non è comunque sicura, tanto è vero
che dopo un breve periodo di parziale ripresa esse sfociarono in un “keynesismo di guerra”, quando, durante
la seconda guerra mondiale, quasi tutta la produzione era comprata dallo stato, dai carri armati ai bottoni
delle divise.
Nel secondo dopoguerra, durante la trentennale golden age capitalistica, in cui comunque il debito pubblico
era sceso ai minimi storici, le politiche keynesiane si identificarono in alcuni paesi dell’Europa occidentale,
fra cui l’Italia, in un sistema di “economia mista”, stato/privato, e nel welfare state, ovverosia nella gestione
da parte dello stato di una parte consistente del salario operaio, indiretto o sociale, a fronte del versamento
nelle casse statali di ingenti contributi sociali da parte dei lavoratori dipendenti o, per loro conto, dai datori
di lavoro. Questo sistema è stato comunque ridotto al minimo, o quasi smantellato, sotto i colpi della crisi
iniziata negli anni 70, a forza di privatizzazioni e di delocalizzazioni industriali in paesi a basso costo del lavoro.
Dunque le tendenze neokeynesiane, che presentano però una pericolosa convergenza con le tendenze
“sovraniste di destra”, condividono con queste ultime un alto tasso di improbabilità, vista la predominanza
assunta negli ultimi decenni dalle grandi multinazionali “senza patria” e dal capitalismo finanziario
internazionale sugli stati nazionali.
Inoltre sembra, come sostiene Paul Mattick in un suo articolo del 1940, che anche la guerra abbia perso la
sua capacità di risoluzione della crisi capitalistica. Dice Mattick: “Nell’andamento ciclico del modo di produzione
capitalistico una rapida accumulazione di capitale porta di conseguenza alla depressione e alla crisi, mentre il
meccanismo stesso di risoluzione della crisi porta a una nuova fase di accumulazione e sviluppo. In maniera
direttamente conseguente un periodo di pace capitalistica porta alla guerra, e la guerra riapre a un nuovo periodo di
pace. Ma cosa succede se la depressione economica diviene permanente? Anche la guerra seguirà lo stesso

3

andamento e quindi la guerra permanente è figlia della depressione economica permanente.” Mattick porta poi alle
estreme conseguenze la sua analisi quando afferma: “Oggigiorno, si tratta solo di vedere se, nella misura in cui la
depressione non sembra più poter ricostituire le basi di una nuova prosperità, la guerra stessa non abbia perduto la
sua funzione classica di distruzione-ricostruzione indispensabile per innescare un processo di rapida accumulazione
capitalistica e di pacifica prosperità postbellica”(3). Ora la guerra permanente si è svolta finora in aree
capitalistiche semiperiferiche, come il Medio Oriente, l’Africa o l’Afghanistan, per cui sorge il sospetto che la
pandemia da coronavirus possa costituire un surrogato della guerra permanente che coinvolge invece i paesi
capitalisticamente sviluppati. Un surrogato che è contemporaneamente troppo e troppo poco: troppo per i
sacrifici sociali che comporta e troppo poco per risolvere la crisi capitalistica. Alla fine di questa storia non ci
sarà una ripresa economica, ma neanche un crollo del capitalismo ma, probabilmente una accelerazione dei
processi di crisi già in corso.(4)
Ma torniamo alla domanda iniziale: come si spiega la differenza nel comportamento dei vari governi in
occasione delle altre recenti epidemie e nella attuale epidemia da Covid 19. Il fatto è che questa epidemia è
il prodotto di una crisi generale del capitalismo già in corso da tempo e, nello stesso tempo, un fattore di
accelerazione di questa crisi. Anche rimanendo nella sola Europa la differenza fra le misure prese dai diversi
governi è stata notevole a partire dal caso estremo della Gran Bretagna post Brexit che ha rimandato al
massimo le decisioni, forse pensando a una soluzione improntata al “darwinismo sociale” ovvero alla
selezione naturale operata dal virus nei confronti dei soggetti più deboli, anziani, soggetti già affetti da altre
patologie ecc. Anche le differenze nelle misure adottate dai governi tedesco e italiano nell’emergenza si
possono spiegare se consideriamo la loro rispettiva struttura economica. La Germania è un capitalismo forte
e concentrato con una potente struttura industriale votata all’esportazione. Mettere in pericolo la
produzione di questa grande industria è impossibile e fuori discussione. L’Italia invece è un capitalismo più
debole, in cui la grande industria è stata praticamente smantellata e dove esiste una pletora di “classe
media”, ristoratori, albergatori, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi ecc. Saranno proprio questi a subire
gli effetti più devastanti della crisi, molti saranno costretti a chiudere, dando il via a un imponente processo
di concentrazione capitalistica, i cui effetti sono, al momento, imprevedibili.
In una fase successiva dell’emergenza ha acquistato maggiore credibilità il metodo adottato in Corea del Sud,
in contrapposizione al metodo cinese/italiano basato su una quarantena generalizzata obbligatoria. Il
metodo sudcoreano è basato essenzialmente su uno screening a tappeto mediante tampone,
sull’individuazione dei contagiati i cui movimenti vengono tracciati attraverso sofisticate tecnologie
informatiche per individuare i contatti e, quindi, i possibili focolai di infezione. Sembra che questo metodo
abbia avuto buoni risultati senza imporre quarantene generalizzate, ma è stato accusato di violazione della
privacy e di inaugurare una forma di invasivo controllo sociale(5). Nelle “democrazie occidentali” invece, lungi
dal favorire forme di centralizzazione del comando, l’emergenza ha dato adito al proliferare di diversi centri
di potere, fra il governo centrale (federale negli USA), governatori statali o regionali alla ricerca di visibilità
politica, moltiplicazione di sindaci sceriffi, improbabili esperti di virologia ecc.
In Italia la situazione è stata resa più pesante dagli ingenti tagli alla sanità operati da tutti i governi negli ultimi
decenni e dai finanziamenti accordati alla sanità privata a scapito di quella pubblica, a partire proprio dalle
privatizzazioni favorite dalla Regione Lombardia da Formigoni in poi. Mentre, al contrario, nella situazione di
emergenza la classe operaia ha riacquistato visibilità, concretezza e forza nel conflitto: gli scioperi che si sono
succeduti in diversi stabilimenti hanno chiarito che “gli operai non ci stanno a morire per il profitto”,
costringendo il governo a emanare una serie di misure, insufficienti comunque e peraltro non applicate nella
maggioranza delle fabbriche.

4

Ma come andranno le cose quando tutto questo sarà finito? Come già detto ci sarà una accelerazione della
crisi già in corso. Qualcuno già parla di “grande recessione” e di ritorno agli anni 30 del 900. Fra giochi di
borsa e politiche monetarie espansive i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro
ricchezza. Le grandi multinazionali si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti. La
concentrazione capitalistica provocherà il fallimento di tante piccole e medie imprese con il conseguente
aumento esponenziale della disoccupazione. Il debito pubblico e privato aumenterà ulteriormente e
verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP. Riprenderanno
fiato le tendenze “sovraniste” che invocheranno la chiusura dei confini con le relative coreografie
patriottarde, anche se è ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si è
affermata negli ultimi decenni (in Italia non produciamo più neanche le mascherine!). Si imporranno forme
di governo autoritarie e decisioniste fino ad invocare la militarizzazione della società. Insomma, per
parafrasare uno slogan di moda: NON ANDRA’ TUTTO BENE. Da parte nostra dobbiamo prepararci a dare
risposte a una prevedibile radicalizzazione dello scontro sociale e a prospettare una fuoriuscita da un modo
di produzione capitalistico sempre più distruttivo e mortifero.

Visconte Grisi

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)