„La parola comunismo fin dai più antichi tempi significanon un metodo di lotta, e ancor meno uno speciale mododi ragionare, ma un sistema di completa e radicaleriorganizzazione sociale sulla base della comunione deibeni, del godimento in comune dei frutti del comunelavoro da parte dei componenti di una società umana,senza che alcuno possa appropriarsi del capitale socialeper suo esclusivo interesse con esclusione o danno dialtri.“ Luigi Fabbri
per giulio
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giovedì 5 febbraio 2015
Realizzare le speranze nate dalle lotte, disfarsi delle illusioni
In pochi giorni l'Unione Europea è stata scossa da due fatti senza precedenti.
Il primo: l'emissione di 1140 mld di euro di Quantitative Easing (QE) da parte della Banca Centrale Europea (BCE).
Il secondo: la vittoria della coalizione di sinistra Syriza nelle elezioni greche.
Nel mirino del “bazooka” di Draghi
La BCE non è un istituto di beneficenza ed è affatto interessata alle sorti delle classi lavoratrici europee.
Infatti, questa imponente emissione di liquidità verso i mercati finanziari, tramite le banche centrali degli Stati, punta a far risalire il tasso d'inflazione verso quella soglia del 2% ritenuta virtuosa per l'eurozona. Riducendo gli oneri per i debiti sovrani, dovrebbero liberarsi risorse a favore della crescita; nella speranza che le banche immettano, in prestiti e mutui a imprese e famiglie, i ricavi dalla vendita dei titoli di stato, dovrebbe beneficiarne la domanda aggregata e quindi le vendite, la produzione, le assunzioni.
Il tutto in un contesto di generalizzata depressione salariale, di contrazione dei diritti dei lavoratori (vedi la Reforma Laboral in Spagna o il Jobs Act in Italia), di indebolimento indotto della capacità di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori nelle politiche nazionali e nei posti di lavoro.
Ma, siccome la BCE non fa regali, il “bazooka” non sembra tanto puntato sui mercati, quanto nei confronti dei paesi con debiti sovrani più esposti, come tutta l'area mediterranea della UE.
Il QE, infatti, fluisce solo verso quegli Stati con “investment grade”, cioè con una valutazione dei loro bond superiore a “titoli spazzatura”, così come stabilito dalle criminogene agenzie di rating internazionali.
Da questo punto di vista, la Grecia non dovrebbe usufruirne per i prossimi 6 mesi e l'Italia è appena sopra la soglia di “bond spazzatura”.
Inoltre, in caso di bancarotta/default di uno Stato, i costi sarebbero ripartiti solo per il 20% tra gli Stati membri dell'UE, mentre il restante 80% darebbe luogo ad un intervento di salvataggio da parte della BCE col programma OMT (Outright Monetary Transactions). Il che spingerebbe indirettamente su politiche di spesa sociale e del lavoro sempre più antiproletarie.
Germania & sodali strepitano, ma non ignorano gli effetti benefici che avrebbe un euro debole ed una ripresa della domanda europea sulle loro esportazioni.
Non è un caso che da Davos, i premier di Finlandia (falco) ed Irlanda (uscita a costo di lacrime&sangue dal programma di aiuti europei) avevano lanciato messaggi di disponibilità su modifiche alle condizioni del famigerato “memorandum” imposto alla Grecia, alla luce dell'intento di Syriza di alleggerire il fardello del debito greco (175% del PIL).
Bella Ciao Syriza!!
La resistenza del proletariato greco ha per ora portato alla vittoria di Syriza nelle elezioni per il parlamento.
Dopo il calo delle mobilitazioni contro la troika nel corso degli ultimi anni, Syriza rappresenta al tempo stesso sia una speranza per la Grecia (e non solo) sia una pericolosa illusione.
Inevitabilmente, l'ottuso perseguimento di una stabilità finanziaria e di bilancio sulla base delle politiche di austerità ha prodotto un fattore di instabilità all'interno del sistema UE, proprio in quel paese che è stato per anni criminalizzato e punito ed infine intimidito dalle istituzioni europee fino a pochi giorni dal voto.
Sarebbe illusorio pensare che la coalizione Syriza possa compiere miracoli anticapitalistici andando allo scontro frontale con l'UE, ma intanto è riuscita a dare rappresentanza a parte della disperazione e della resistenza greca ed a tenere a bada la temibile destra nazista di Alba Dorata, peraltro già sparita dalle strade grazie soprattutto all'azione di vigilanza e di prevenzione della comunità anarchica greca.
Conosciamo bene i limiti e la sterilità delle politiche elettorali e parlamentari nel rappresentare e garantire gli interessi delle classi lavoratrici, tuttavia assumiamo materialisticamente questo passaggio elettorale greco come una seria contraddizione che si apre nel fianco orientale dell'UE nonché un punto di riferimento per aggregazioni della sinistra anticapitalista in altri paesi, non necessariamente solo a scopi elettorali, come nel caso di Podemos in Spagna.
Costruire reti e fronti sociali anticapitalisti e libertari
In Italia, non si sono mai avute in questi 7 anni di ristrutturazione capitalistica né le condizioni per la nascita di movimenti come quello degli indignados spagnoli o di “occupy”, né le condizioni per il costituirsi di coalizioni elettorali paragonabili per nascita e sviluppi a Syriza e Podemos.
E sarebbe meglio evitare imitazioni, dato negli ultimi anni la scelta elettoralista si è dimostrata disastrosa per chi oggi guarda alla Grecia come qualcosa da emulare.
Le realtà sociali e politiche che oggi in Italia lottano per il diritto alla casa, per i diritti dei profughi e degli immigrati, per contrastare le punitive politiche del lavoro previste dal Jobs Act, per contrastare il razzismo ed il neofascismo nei nostri territori, per fermare il sacco del paese attraverso le grandi opere e gli EXPO a lavoro gratuito, sono le uniche in grado di costruire un progetto alternativo a carattere solidale ed anticapitalista.
Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese.
A noi comunisti anarchici e libertari il compito storico e sempre attuale di saper federare queste realtà in reti di mutuo appoggio, in fronti di lotta che perseguono un progetto di sinistra comunista e libertaria.
Alternativa Libertaria/FdCA
89° Consiglio dei Delegati
Fano, 1 febbraio 2015
lunedì 24 marzo 2014
Sul XVII Congresso CGIL
Fano, 16 marzo 2014
presso il Centro di Documentazione Franco Salomone
Il 17° congresso CGIL ha subito - con la firma dell'accordo del 10 gennaio 2014, a congresso avviato - una radicale modifica.
La firma posta dalla segreteria a quell'accordo, la sua ratifica da parte del CDN del 17 gennaio si possono definire un colpo di mano (ovvio che come tutti i colpi di mano c'è un elemento di fondo: la slealtà politica) che scombina e supera le pur diverse posizioni congressuali di partenza.
La CGIL entra così a pieno titolo nella dimensione sindacale che accompagna la ristrutturazione in atto del capitale assieme alle altre confederazioni che già anche in modo formale avevano tagliato questo traguardo. La trasformazione quindi da sindacato confederale-generale a sindacato aziendalista-corporativo di mercato.
Il metodo utilizzato mette in evidenza e fa entrare nel congresso 3 punti:
la democrazia nel rapporto con i lavoratori
la democrazia di organizzazione e ruolo dei lavoratori nell'organizzazione
la confederalità.
La lotta politica che si concentra sui contenuti dell'accordo e sulla democrazia, assume livelli di scontro elevati tra chi (FIOM e alcuni territori nonché delegati di altre categorie) resiste a questo passaggio - tra l'altro mai discusso a nessun livello - e la segreteria confederale.
Ne risulta la fine del ruolo della rappresentanza nei luoghi di lavoro come espressione diretta dei lavoratori e quindi il loro diritto ad averla come espressione di autonomia/coalizione.
Per costruire un sindacato aziendalista il referente-controllore degli accordi deve essere esterno: si costruisce quindi una forma organizzata elitaria.
Questo rimanda o meglio ha punti di contatto con la modifica in atto della democrazia liberale.
Tutto questo riporta alla confederalità. La struttura organizzativa della CGIL è sì una piramide, ma molto allargata alla base: infatti combina assieme il livello territoriale, le camere del lavoro, il livello regionale e nazionale. Ne discendono 2 riferimenti: i centri decisionali sono estesi anche a livello territoriale, Comitati Direttivi delle categorie e i Comitati Direttivi delle camere del lavoro, questi ultimi come momento di sintesi e di discussione e quindi di generalizzazione dei contenuti approvati a livello territoriale. In tutte e tre le istanze è presente una alta percentuale di delegati. Senza quindi una partecipazione diretta della rappresentanza dai luoghi di lavoro, il tutto implode, o meglio, viene sostituito da qualcos'altro che cambia la natura dell'organizzazione CGIL.
Lo schema si ripete a livello categoriali, regionale e nazionale.
Il ruolo nazionale del CDN confederale risulta: di sintesi, di generalizzazione dei contenuti e di unificazione/estensione delle lotte. Ovviamente il livello nazionale ha già assunto un ruolo sempre più decisionista e accentratore negli ultimi anni, in netto contrasto con la sua funzione: per questo si parla di crisi della confederalità, sempre negata dalle varie segreterie nazionali che si sono avvicendate negli ultimi 12 anni.
Questo ha trascinato con sé il resto, riducendo il ruolo e la funzione delle categorie stesse: nel caso FIOM tutti i tentativi di normalizzazione hanno questo scopo.
A differenza di confederazioni di sindacati anche esteri, oltre alla CISL, ad esempio AFL-CIO, DGB, TU, ecc., la CGIL risulta una confederazione con varie istanze che non esistono se non hanno la partecipazione a livello territoriale dei lavoratori. L'operazione in atto taglia questo punto, verticalizza e chiude, mentre -data la scomposizione della classe- occorrerebbe il contrario: aprirsi sul territorio e diventare punto di riferimento avviando un processo di riunificazione della classe.
Due elementi emergono: la necessità di assumere anche come sfida l'analisi sulla composizione di classe: l'azione del capitale "riplasma" il corpo di classe. Ci troviamo di fronte ad una complessa articolazione difficile da ridurre a soggetto unitario, né esistono scorciatoie per farlo, siano esse le moltitudini, ideologismi identitari, gerarchie di spezzoni di classe, ecc.
E' per non cadere in questo che parliamo di ricostruzione di una "rappresentanza sociale" che ci permetta di cogliere in contesti sempre variabili le lotte o meglio le pratiche delle lotte.
Il congresso CGIL in corso delinea una risposta del gruppo dirigente alla crisi/declino del sindacato che rinuncia all'autonomia dei lavoratori nel conflitto capitale lavoro. Non crediamo vi siano soluzioni sostitutive: i congressi CGIL sono complessi, per la composizione, l'estensione e i numeri (iscritti) dell'organizzazione. Rimaniamo convinti che una parte della riflessione e della pratica sul futuro del sindacato esca anche da "pezzi" di CGIL, dove siamo presenti.
Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici
16 marzo 2014
Scuola: con i precari contro il precariato e contro la disoccupazione
Fano, 16 marzo 2014
presso il Centro di Documentazione Franco Salomone
Sulle macerie della scuola pubblica provocate nel recente passato dai tagli di €8,5 miliardi e di 150.000 posti voluti dal governo Berlusconi/Gelmini, si aggirano nuovi ministri e improbabili sottosegretari a promettere nuove risorse per un progetto culturale e formativo, le cui concrete politiche scolastiche appaiono chiaramente finalizzate alla accelerazione del processo di riconversione della scuola in una fucina di manodopera addestrata a rispondere ai bisogni di un mercato volatile che impone - grazie alla crisi - più aggressive pretese in quanto a "selezione", meritocrazia e finanziamenti a questa finalizzati.
Tale processo che si sta svolgendo con grave pregiudizio per la libertà d'insegnamento, per il livello di preparazione degli studenti e per il confronto democratico, necessita di una gerarchia di poteri senza alcun contrappeso che ha nei Dirigenti e in strutture extra-contrattuali i centri realmente decisionali, in barba agli organismi collegiali, ormai costretti a meri luoghi di ratificazione di decisioni prese altrove, ed in dispregio delle rappresentanze sindacali di scuola, private ormai di reali poteri di contrattazione e di controllo sull'operato della controparte in materia di organico e di gestione dei fondi contrattuali.
Il blocco della contrattazione fino al 2014, il definanziamento delle risorse per il reddito (pagamento delle anzianità con il fondo per l'ampliamento dell'offerta formativa), per l'edilizia e per l'assistenza hanno profondamente prostrato i lavoratori del settore, sempre più intimiditi dall'offensiva ministeriale e dalla insufficienza di risposta sindacale.
Ora ci sono alcuni segnali di reazione: lo sciopero delle ore aggiuntive indetto nel mese di marzo, ma soprattutto le iniziative di lotta delle/gli insegnanti precari/e previste per il 21 marzo e per l'11 aprile.
Come in ogni azienda, i lavoratori e le lavoratrici precari/e garantiscono da anni, a prezzo di immensi sacrifici, la tenuta strutturale del sistema scolastico.
Su di loro incombe un futuro pieno di insidie, tra cui annoverare l'ultima cosiddetta "sperimentazione", a Milano e a Napoli, di cicli di scuola superiore della durata di soli 4 anni, preludio a ulteriori tagli. Nella giornata del 21 marzo, i precari chiederanno in massa le ferie (a loro non concesse e non pagate) e organizzeranno, in simultanea, iniziative di protesta a livello locale.
Per l'11 aprile, poi, è stato indetto uno sciopero dei precari della Scuola Pubblica, con manifestazione nazionale.
E' auspicabile la convergenza sulla data dell'11 aprile dei sindacati del settore e delle associazioni di categoria, per una mobilitazione generale di tutti i lavoratori della scuola, coinvolgendo anche le associazioni dei genitori e degli studenti.
Si tratta di riprendere con determinazione una battaglia unitaria per
l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della scuola, docenti e ATA, attraverso il rifinanziamento della scuola pubblica ed il ritiro dei tagli Gelmini; attraverso un sistema di reclutamento unitario e lo sblocco del turn-over; rifiutando la chiamata diretta da parte dei dirigenti, foriero di clientelismi e di "normalizzazione" ideologica;
il pagamento regolare degli stipendi, delle ferie non godute e degli scatti al personale precario e di ruolo;
il ritiro delle confuse direttive sui Bisogni Educativi Speciali, volte a tagliare posti di sostegno, a detrimento del diritto allo studio dei disabili e dell'integrazione degli immigrati;
la soppressione dei quiz INVALSI, che calpestano l'autonomia di valutazione dei docenti e costringono a rimodellare la didattica su esigenze esterne agli apprendimenti, pur di accedere a finanziamenti legati alla meritocrazia;
il blocco del finanziamento alla scuola privata e "paritaria";
lo stanziamento di fondi per la messa in sicurezza delle scuole.
Unità.
Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici
16 marzo 2014
martedì 18 marzo 2014
l miracolo del bookmaker
Il governo Renzi raccoglie le scommesse sul 27 maggio, giorno della distribuzione dei pani e dei pesci.
L'annuncio di un miracolo da 10 mld di euro si colloca in un percorso di continuità di azione governativa: non c’è nessun intervento di spostamento e redistribuzione della ricchezza e questo tranquillizza tanto la BCE quanto gli imprenditori italiani ed i detentori di patrimoni milionari. I 10 mld sono il segnale di mobilità di risorse sul mercato interno che la UE attendeva da tempo.
Se quello che accadrà alla fine di maggio sarà quanto annunciato dal capo del governo, siamo di fronte ad una lucida operazione di dirigismo e di paternalismo che usa risorse accumulate con l'effimero calo dello spread, con la spending review, con i tagli lineari precedenti, col blocco ormai quinquennale dei contratti nel Pubblico Impiego. In gran parte soldi di lavoratori e lavoratrici, estorti dai governi che hanno gestito questi anni di ristrutturazione capitalistica.
Quanto verrebbe messo in più in busta-paga per i redditi fino a 25.000 euro troverebbe la sua fonte soprattutto nei tagli già operati con la spending review: vale a dire tagli ai servizi sociali, privatizzazioni, vendita del patrimonio pubblico, mobilità massiccia nel pubblico impiego con chiusura di uffici e servizi, tagli ai trasporti, all'assistenza, alla tutela dell'ambiente.
Nulla ritornerebbe a categorie come i pensionati, gli incapienti, i disoccupati, tutto il precariato. Anzi, se le aziende riceveranno solo uno sconto del 10% sull'IRAP, potranno altresì giovarsi di assumere manodopera allungando fino a 3 anni il periodo di prova (quindi evitando l'art.18 ed allungando fino a 36 mesi l'uso della a-causalità che consente di non dichiarare perchè si assume a tempo determinato anzichè a tempo indeterminato). Si inasprisce così l'uso di lavoro precario e flessibile, contemporaneamente al tramonto della CIG in deroga ed alla non efficacia della CIG ordinaria e speciale nel caso di cessazione dell'attività.
Quasi irrilevante l'allineamento a livelli europei delle imposte sulle transazioni finanziarie. Altrettanto dicasi per il piano-casa del ministro Lupi a fronte dell'emergenza alloggi in tutto il paese per l'insufficienza di reddito familiare a coprire spese per affitti, mutui e utenze.
L'iniezione di liquidità nei salari di 10 milioni di lavoratori dipendenti, intervenendo sulla sola leva fiscale, sembra sancire una situazione di fatto da un lato e dare un netto segnale per il futuro: non sarà più la contrattazione nazionale di categoria o decentrata nei luoghi di lavoro a produrre incrementi nelle buste-paga, quanto l'azione dirigista e paternalista del governo Renzi, che può ben più della lotta sindacale e della negoziazione. A questa è lasciata ormai la definizione del welfare d'azienda tramite gli enti bilaterali. Al governo l'occuparsi del cuneo fiscale e prendersi immeritati onori per una redistribuzione fittizia del maltolto.
Se è fondata la regola economica che in tempi di bassi salari, ogni risorsa aggiuntiva nel bilancio familiare viene re-immesso nel mercato in consumi anzichè in risparmio gestito, allora si tratta di un bella manovra d'ossigeno per il sostegno alla domanda aggregata, ma senza creazione di nuovi posti di lavoro, come del resto prevede l'ultimo rapporto ILO, pur con ripresa del PIL.
Nessuna strategia di uscita dunque, ma solo una manovra di galleggiamento in un panorama in cui nessuno, neo-keynesiani o post-monetaristi, ha la benchè minima idea di come far ripartire l’economia nei paesi avanzati, come imporre uno sviluppo con occupazione, come regolamentare o intervenire sul corso degli eventi, se e come introdurre degli elementi di svolta nel funzionamento del sistema
Ora è la volta del renzismo, passerà pure l'attivismo a sinistra per liste europee anti-UE, città e regioni avranno nuove amministrazioni magari di centro-sinistra, ma resta l'esigenza e l'urgenza di un movimento che sappia federare e mettere insieme in maniera non episodica tutta la capacità di lotta possibile. E dove se ne vede qualche traccia, i comunisti-anarchici ne sono protagonisti e sostenitori.
Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese.
Cdd FdCA Marzo 2014
venerdì 20 dicembre 2013
SCORCIATOIA NAZIONALISTA O AUTODETERMINAZIONE DI CLASSE? - 85° Consiglio dei delegati FdCA
Aumenta incontrastata la pressione del Capitale europeo nei confronti delle classi subalterne del continente, che in una fase di contrazione produttiva e di conseguente riduzione delle risorse, concentra la sua attenzione famelica su più fronti.
Sul fronte del lavoro assistiamo al continuo restringimento delle conquiste e dei diritti acquisiti in decenni di lotte dai lavoratori e dalle lavoratrici, con lo scopo evidente da una parte di ridurre all’osso i costi produttivi, a favore del profitto, e dall’altra di contrastare la risposta, se pur ancora insufficiente, della classe lavoratrice, con il tentativo di espellere dalle fabbriche qualsiasi forma di reale dissenso, specialmente se esso veste i panni rappresentativi dell’autorganizzazione e dell’autonomia di classe. Tale attacco si traduce in espansione del lavoro non contrattato, aumento degli orari lavorativi con basse tutele e bassissimi salari e conseguente aumento dell’ intensità dello sfruttamento.
Intanto continua e s’intensifica l’assalto alle risorse ed ai beni collettivi. Abbiamo visto che fine hanno fatto i referendum sull’acqua: la vittoria elettorale non supportata da una reale dimostrazione di forza nei territori, non è servita ad arrestare la tendenza alla privatizzazione delle risorse collettive. E così come sempre avviene in un periodo di crisi economica e di ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli, i capitalisti aumentano le loro ricchezze con la svendita delle proprietà pubbliche mobili ed immobili; spesso usando la scusa del ripianamento del debito pubblico, nascondendo ad arte che non è nemmeno con delle entrate una tantum che si possono risarcire gli sprechi del parassitismo borghese. Siamo al piglia adesso più che poi, grande esempio di lungimiranza capitalista! La stessa lungimiranza che non fa mollare l’osso del TAV allo Stato e al Capitalismo italiano, pubblico e privato, allettati dai guadagni facili veloci e devastatori, alimentati dalle risorse pubbliche.
Lo stesso avviene per il welfare, che dopo decenni di lotte sindacali e sociali era considerato uno dei più avanzati dell’occidente, e che subisce oggi un’erosione continua ed inesorabile, mettendo sempre più in discussione concetti che ritenevamo inattaccabili, come quelli di istruzione e assistenza sanitaria accessibili e di qualità per tutti. Per non parlare delle pensioni, che dopo aver subito la speculazione dei cosiddetti “fondi pensione”, sono sempre più ridotte, per i sempre più rari fortunati che ne beneficeranno, a puri simulacri di sopravvivenza. In un momento in cui, a causa della deindustrializzazione, con l’aumento della disoccupazione dovuta alla chiusura di fabbriche ed alle ristrutturazioni, sarebbe necessario un intervento nella modifica degli ammortizzatori nel senso della loro estensione alle decine di migliaia di lavoratori rimasti senza reddito.
Il tutto avviene in un contorno dominato da una profonda crisi delle rappresentanze storico-istituzionali, politiche e sindacali della sinistra, che vuoi per incapacità e/o per complicità, non riescono più a impersonare, nemmeno parzialmentele esigenze delle classi sociali subalterne.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la deindustrializzazione con la progressiva chiusura delle fabbriche; l’aumento dell’esercito dei disoccupati, i suicidi di chi non riesce più a garantire una vita dignitosa a se stessi e ai propri cari; la privatizzazione dei servizi integrati con il conseguente peggioramento della gestione e l’aumento delle bollette; la progressiva distruzione della sanità e della scuola pubbliche; la distruzione del nostro patrimonio naturale; l’inquinamento di interi territori con la scusa della produzione necessaria al mantenimento dell’occupazione. Un generale impoverimento sociale ed economico che colpisce prevalentemente e con più intensità le classi storicamente sfruttate dal Capitale ma che intacca oggi anche la prosperità del cosiddetto “ceto medio”, il cui malcontento, così come storicamente accade, viene pilotato ed orchestrato ad arte dalla destra fascista, protetta e sostenuta dalle forze di Stato. Mentre ben altra sorte tocca a tutte le manifestazioni di dissenso e di opposizione sociale che si rifanno ai valori solidali e di classe della sinistra.
Oltre alla crisi strutturale del capitalismo ciò che determina questo scenario sono anche le politiche imposte dalle grandi borghesie europee, specialmente quelle finanziarie, degnamente supportate dalla BCE, che impone in tutta Europa la sua dittatura finanziaria fatta di autoritarismo padronale e di vincoli di bilancio.
In questo panorama c’è chi propone soluzioni nazionaliste come l’uscita dall’euro ed il ritorno alla moneta nazionale, il tutto condito dagli slogan tipici dell’ultra destra fascista ed identitaria. Soluzioni nazionaliste, che vengono proposte come se fossero la panacea alle macerie prodotte, è importante continuare a ribadirlo, dalle disfunzioni strutturali, fisiologiche e periodiche del sistema economico capitalista.
Non esistono soluzioni nazionaliste buone per le classi subalterne. Esse sono figlie dell’interclassismo populista e social-fascista. Anche se spesso, con le loro sirene nazional-popolari incantano molte correnti stataliste della sinistra marxista. Questo succede specialmente quando il panorama sociale è caratterizzato dalla debolezza dei rapporti di forza delle classi sociali subalterne e c’è chi pensa di risolvere i problemi legati allo sfruttamento economico delegando lo Stato a prendere misure di tipo protezionistico. Ma l’uscita dall’euro, ad esempio, e la conseguente svalutazione monetaria nazionale, provocherebbe soltanto dei benefici momentanei e farebbe precipitare ben presto in una situazione di crisi economica in cui sarebbero sempre le classi economiche più deboli a pagare il prezzo più alto.
Non c’è una scorciatoia quindi: o cambiamo i rapporti di forza in nostro favore con la lotta e l’azione diretta nei territori e nei luoghi di lavoro, o rimarremo sempre preda delle mistificazioni e dell’inquinamento delle ideologie borghesi.
Occorre quindi che l’insofferenza e lo sconforto individuale diventino, nei territori e nei luoghi di lavoro, rabbia collettiva e organizzazione di classe a prassi libertaria, con la capacità sociale di lottare per tutti i diritti primari, da quello dell’abitare, a quello dell’assistenza sanitaria, e la capacità politica di respingere qualsiasi sirena nazionalistica ed avanguardistica. Nuove forme di rappresentanza non possono fondarsi che sulla ricostruzione delle organizzazioni di massa, capaci di difendere gli interessi immediati dei lavoratori su base anticapitalistiche, nei posti di lavoro e nel territorio, e di un movimento politico che attinga dall’anarchismo di classe, organizzato e rivoluzionario, strumenti e contenuti per la difesa degli interessi storici delle classi subalterne, nella prospettiva di un cambiamento sociale comunista e libertario.
Tutto ciò significa seminare, li dove i nostri e le nostre militanti sono presenti, la pratica dell’autogestione e dell’azione diretta, e di propagandare con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, il germe dell’autonomia di classe, cercando e facilitando la nascita di forme di resistenza, di autorganizzazione e autogestione economica e sociale. Come abbiamo già detto in altri nostri comunicati: “La democrazia diretta non si improvvisa ma si coltiva, non passa solo dai forum ma cresce nei posti di lavoro, ha bisogno della solidarietà, dell’autogestione, della memoria, della lotta di classe.”
Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici
Reggio Emilia, 15 Dicembre 2013
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lunedì 11 marzo 2013
Il re è nudo, viva il re - Documento finale 84° Consiglio dei delegati FDCA , Fano 9 marzo 2013
All’indomani delle elezioni apparentemente più inutili della storia
repubblicana, si aprono gli scenari più fantasiosi in un presente drammatico.
Tutti si sono dimenticati del paese reale, quello delle fabbriche che
continuano a chiudere, i bollettini istat che parlano di un paese
ormai alla canna del gas hanno assunto carattere di ritualità, i
suicidi dei disoccupati e le stragi per finanziamenti negati sono in
cronaca. Gli attori sociali tacciono, i media cicalecciano in attesa
di capire quale coniglio uscirà dal cappello istituzionale. O, più
verosimilmente, quale topolino sarà partorito dalla montagna che,
ahimè, neppure stavolta è franata sotto il suo stesso peso. Tra
astensione attiva, sfiducia costruttiva, governi post-tecnici alleanze
impossibili,
la neolingua si adegua ai tempi.
Ma esistono, nonostante tutto, dei punti fermi.
Chi si aspettava necessario un appoggio al centro per dare prova di
continuità ma permettesse di rinegoziare, con qualche apertura alla
crescita, il programma inevitabile di austerity di imposizione BCE si
ritrova a dover fare i conti con un terzo del parlamento anomalo e
digiuno di savoir fare politico, che spaventa l’UE meno del previsto
perché possibile attore della riforma, non solo morale, dei costi
ormai insostenibili della politica italiana. E l'Europa e i mercati
sembrano meno preoccupati del previsto, sembra inutile sperare in una
forzatura europea per rimettere tutto in gioco.
Chi aspettava un governo amico per tarare l’opposizione,
accontentandosi di gestire la crisi, sarà costretto a riprendersi
spazi di agibilità politica e sindacale. La scelta è sempre più tra
ricostruire forme di rappresentanza basate sui rapporti di forza o
sparire.
I poteri forti, convinti di essere riusciti ad arginare, grazie a un
uso tattico regionale del voto di scambio e del tessuto di collusione,
una debacle più temuta che reale si vedono costretti a far ripartire
un’offensiva militare come non si vedeva dai tempi di via dei
Georgofili per mantenere la propria forza di occupazione nei gangli
amministrativi e politici del paese.
Chi sperava che bastasse fare, fuori tempo massimo, un’operazione
fittizzia di restayling per ovviare a politiche inisistenti di
opposizione sembra avere finito la propria parabola discendente, così
come i risultati elettorali segnano l’arenarsi forse definitivo
persino del fantasma della balena bianca.
Dietro al pifferaio magico la folla eterogenea composta da attivisti
in cerca di boccate di aria fresca insieme a probi cittadini in cerca
di soluzioni facili a problemi complessi, inaspettatamente (ma per
chi?) all’ingresso dei palazzi del potere che vorrebbero chiudere,
quanto impiegherà a capire che le istituzioni non si riformano, ma ti
riformano? Eppure è un segno di discontinuità se non altro soggettivo,
e anche di fronte alle contraddizioni e alle evidenti infiltrazioni
occorre incassare il fatto che di fronte al peggioramento delle
condizioni di vita popolari (piccola e media borghesia compresa) e al
ruolo invasivo della UE (da cui le sirene del "fuori dall'Euro e
ritorno alla Lira", "nazionalizzazione delle banche", "non pagare il
debito italiano gli elettori non hanno scelto esplicitamente le sirene
della destra, come avvenuto in grecia. Questo rende sempre più
necessaria una continua e intelligente vigilanza antifascista, nelle
pratiche politiche e di lotta quotidiana che è necessario mettere e
mantenere in piedi per difendere i nostri diritti e le nostre speranze
di sopravvivenza di fronte a una crisi
economico-finanziaria-sociale-valoriale senza precedenti, in cui sono
stati distrutti/trasformati e si continuano a distruggere/trasformare
le condizioni di vita delle classi popolari e lavoratrici in direzione
di maggiore subordinazione e dipendenza, fino al ricatto e
all'indigenza.
Perché, se sembra strumentale un attacco al M5S su
frequentazioni individuali, soprattutto fatto da una classe politica
colpevole di avere sdoganato di fatto la destra estrema in questo
paese, rileggittimandola, è anche vero che il pericolo, attualmente,
non è un ritorno del passato nelle stesse forme e con gli stessi
contenuti. Il pericolo è più sottile. Un "movimento" che si ritiene
estraneo alla lotta di classe e fa credere che sia sufficiente, per
impegnarsi e cambiare le cose, sedersi di fronte al proprio computer è
un "movimento" sicuramente populista. Non è fascismo ma neanche
qualcosa di cui rallegrarsi, a meno di non essere capaci di
rilanciare una reale opposizione allo stato presente, ai tagli
ulteriori e pesantissimi già all’orizzonte (a partire dall’ulteriore
blocco di due anni per i contratti dei dipendenti pubblici, colpo di
coda che prelude a misure ben peggiori, magari in nome del buon
governo della cosa pubblica).
Occorre che il malcontento e la disperazione individuale diventino
rabbia collettiva e capacità di lottare per i diritti alla casa, al
lavoro, alle cure, alla scuola pubblica, all’agibilità sindacale per
tutti i lavoratori al di là delle appartenenze, costruzione di forme
di resistenza, di autorganizzazione e autogestione economica e
sociale.
Che la protesta esca dalle urne e dia gambe ai movimenti, che siano
capaci di costruire forme collettive, orizzontali e federate. E’
ingenuo aspettarsi che chi si è proposto di rappresentare i movimenti
dia il suo contributo in questo. Molto più facile purtroppo la deriva
demagogica, razzista e qualunquista, in un clima avvelenato ed in una
situazione economica e sociale ancora peggiorata. La democrazia
diretta non si improvvisa ma si coltiva, non passa solo dai forum ma
cresce nei posti di lavoro, ha bisogno della solidarietà,
dell’autogestione, della memoria, della lotta di classe. Queste e le
prossime elezioni non la possono costruire.
Di fronte al costituirsi di una rappresentanza moderata ed ostile alle
esigenze delle classi sia nel paese che in tutto l’arco parlamentare,
la Federazione dei Comunisti Anarchici lancia un appello alle forze
della sinistra anticapitalista scevra da illusioni elettoralistiche,
alla sinistra libertaria protagonista di innumerevoli lotte nel
territorio e nel sindacato, al movimento anarchico organizzato
affinché si costruiscano territorio per territorio ed a livello
nazionale istanze di opposizione e di riaggregazione per sfidare le
forze parlamentari restauratrici e per riorganizzare dal basso
l’alternativa libertaria.
Fano, 9/3/2013
repubblicana, si aprono gli scenari più fantasiosi in un presente drammatico.
Tutti si sono dimenticati del paese reale, quello delle fabbriche che
continuano a chiudere, i bollettini istat che parlano di un paese
ormai alla canna del gas hanno assunto carattere di ritualità, i
suicidi dei disoccupati e le stragi per finanziamenti negati sono in
cronaca. Gli attori sociali tacciono, i media cicalecciano in attesa
di capire quale coniglio uscirà dal cappello istituzionale. O, più
verosimilmente, quale topolino sarà partorito dalla montagna che,
ahimè, neppure stavolta è franata sotto il suo stesso peso. Tra
astensione attiva, sfiducia costruttiva, governi post-tecnici alleanze
impossibili,
la neolingua si adegua ai tempi.
Ma esistono, nonostante tutto, dei punti fermi.
Chi si aspettava necessario un appoggio al centro per dare prova di
continuità ma permettesse di rinegoziare, con qualche apertura alla
crescita, il programma inevitabile di austerity di imposizione BCE si
ritrova a dover fare i conti con un terzo del parlamento anomalo e
digiuno di savoir fare politico, che spaventa l’UE meno del previsto
perché possibile attore della riforma, non solo morale, dei costi
ormai insostenibili della politica italiana. E l'Europa e i mercati
sembrano meno preoccupati del previsto, sembra inutile sperare in una
forzatura europea per rimettere tutto in gioco.
Chi aspettava un governo amico per tarare l’opposizione,
accontentandosi di gestire la crisi, sarà costretto a riprendersi
spazi di agibilità politica e sindacale. La scelta è sempre più tra
ricostruire forme di rappresentanza basate sui rapporti di forza o
sparire.
I poteri forti, convinti di essere riusciti ad arginare, grazie a un
uso tattico regionale del voto di scambio e del tessuto di collusione,
una debacle più temuta che reale si vedono costretti a far ripartire
un’offensiva militare come non si vedeva dai tempi di via dei
Georgofili per mantenere la propria forza di occupazione nei gangli
amministrativi e politici del paese.
Chi sperava che bastasse fare, fuori tempo massimo, un’operazione
fittizzia di restayling per ovviare a politiche inisistenti di
opposizione sembra avere finito la propria parabola discendente, così
come i risultati elettorali segnano l’arenarsi forse definitivo
persino del fantasma della balena bianca.
Dietro al pifferaio magico la folla eterogenea composta da attivisti
in cerca di boccate di aria fresca insieme a probi cittadini in cerca
di soluzioni facili a problemi complessi, inaspettatamente (ma per
chi?) all’ingresso dei palazzi del potere che vorrebbero chiudere,
quanto impiegherà a capire che le istituzioni non si riformano, ma ti
riformano? Eppure è un segno di discontinuità se non altro soggettivo,
e anche di fronte alle contraddizioni e alle evidenti infiltrazioni
occorre incassare il fatto che di fronte al peggioramento delle
condizioni di vita popolari (piccola e media borghesia compresa) e al
ruolo invasivo della UE (da cui le sirene del "fuori dall'Euro e
ritorno alla Lira", "nazionalizzazione delle banche", "non pagare il
debito italiano gli elettori non hanno scelto esplicitamente le sirene
della destra, come avvenuto in grecia. Questo rende sempre più
necessaria una continua e intelligente vigilanza antifascista, nelle
pratiche politiche e di lotta quotidiana che è necessario mettere e
mantenere in piedi per difendere i nostri diritti e le nostre speranze
di sopravvivenza di fronte a una crisi
economico-finanziaria-sociale-valoriale senza precedenti, in cui sono
stati distrutti/trasformati e si continuano a distruggere/trasformare
le condizioni di vita delle classi popolari e lavoratrici in direzione
di maggiore subordinazione e dipendenza, fino al ricatto e
all'indigenza.
Perché, se sembra strumentale un attacco al M5S su
frequentazioni individuali, soprattutto fatto da una classe politica
colpevole di avere sdoganato di fatto la destra estrema in questo
paese, rileggittimandola, è anche vero che il pericolo, attualmente,
non è un ritorno del passato nelle stesse forme e con gli stessi
contenuti. Il pericolo è più sottile. Un "movimento" che si ritiene
estraneo alla lotta di classe e fa credere che sia sufficiente, per
impegnarsi e cambiare le cose, sedersi di fronte al proprio computer è
un "movimento" sicuramente populista. Non è fascismo ma neanche
qualcosa di cui rallegrarsi, a meno di non essere capaci di
rilanciare una reale opposizione allo stato presente, ai tagli
ulteriori e pesantissimi già all’orizzonte (a partire dall’ulteriore
blocco di due anni per i contratti dei dipendenti pubblici, colpo di
coda che prelude a misure ben peggiori, magari in nome del buon
governo della cosa pubblica).
Occorre che il malcontento e la disperazione individuale diventino
rabbia collettiva e capacità di lottare per i diritti alla casa, al
lavoro, alle cure, alla scuola pubblica, all’agibilità sindacale per
tutti i lavoratori al di là delle appartenenze, costruzione di forme
di resistenza, di autorganizzazione e autogestione economica e
sociale.
Che la protesta esca dalle urne e dia gambe ai movimenti, che siano
capaci di costruire forme collettive, orizzontali e federate. E’
ingenuo aspettarsi che chi si è proposto di rappresentare i movimenti
dia il suo contributo in questo. Molto più facile purtroppo la deriva
demagogica, razzista e qualunquista, in un clima avvelenato ed in una
situazione economica e sociale ancora peggiorata. La democrazia
diretta non si improvvisa ma si coltiva, non passa solo dai forum ma
cresce nei posti di lavoro, ha bisogno della solidarietà,
dell’autogestione, della memoria, della lotta di classe. Queste e le
prossime elezioni non la possono costruire.
Di fronte al costituirsi di una rappresentanza moderata ed ostile alle
esigenze delle classi sia nel paese che in tutto l’arco parlamentare,
la Federazione dei Comunisti Anarchici lancia un appello alle forze
della sinistra anticapitalista scevra da illusioni elettoralistiche,
alla sinistra libertaria protagonista di innumerevoli lotte nel
territorio e nel sindacato, al movimento anarchico organizzato
affinché si costruiscano territorio per territorio ed a livello
nazionale istanze di opposizione e di riaggregazione per sfidare le
forze parlamentari restauratrici e per riorganizzare dal basso
l’alternativa libertaria.
Fano, 9/3/2013
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