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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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mercoledì 27 gennaio 2016

Fermiamo le guerre in corso e in preparazione - dibattito pubblico - 30 gennaio, h. 15.30

 
Dibattito pubblico a Mestre
 
 
- Comitati No Trident (Napoli)
 
 
 
- Donne in rete per la pace
 
 
- Donne No Dal Molin (Vicenza)
- Collettivo Pax Christi (Marghera)
- Comitati No Muos (Sicilia)
- Il cuneo rosso (rivista)
 
 
 
Sabato 30 gennaio ore 15.30
Centro Candiani - 1° piano
 
Organizza:
Comitato permanente contro le guerre e il razzismo
 
 
Piazzale Radaelli 3 - Marghera comitato.permanente@gmail.com
 
 
 
 
Nessuno pensa alla guerra, alle bombe lanciate sulle
case e sui luoghi di lavoro, alle carneficine di uomini,
donne e bambini che avvengono ogni giorno in Medio

Oriente. E in questi anni ben pochi hanno pensato alle

decennali guerre scatenate dall’Occidente nei quattro

angoli del globo quando hanno visto arrivare nelle loro

città centinaia e migliaia di profughi. Alla guerra, qui

in Italia e in Europa, non si riesce a pensare neanche

quando si sentono rombare i motori dei caccia,

carichi di morte, partiti dalle basi militari dietro

casa. Alla guerra si è pensato solo quando a Parigi,

il 13 novembre, un gruppo di jihadisti ha sparato nel

mucchio. Solo allora i ‘nostri’ governanti hanno urlato

scandalizzati: “Siamo in guerra”.

Hollande sostiene che la Francia è in guerra, ed è così.

Ma lo è da prima degli attentati di Parigi, almeno dal

27 settembre, quando sono partiti i primi attacchi aerei

contro la Siria.

Anzi: lo è già dal secolo scorso, quando per decenni

ha devastato l’Algeria, e poi ha bombardato l’Iraq,

la Jugoslavia, la Costa d’Avorio e... l’elenco sarebbe

troppo lungo. E non è solo una questione francese.

Tutto l’Occidente è impegnato in questa nobile azione.

Certo: gli Stati Uniti hanno il primato indiscusso, ma

dall’Italia al Canada, dalla Spagna alla Germania,

nessuno manca al suo ‘dovere’, di seminare morte e

distruzione. L’Italia, ad esempio, partecipa attualmente

a 40 operazioni belliche nel mondo, dal Mediterraneo,

al Medio Oriente, all’Africa, all’Asia, con circa

10.000 militari, senza contare i ‘contractors’ delle

imprese private...

Perché avviene tutto ciò? Perché da più di venti anni si tagliano i fondi per la scuola, le pensioni, la sanità, l’assistenza
ai disabili, mentre i fondi per la guerra si trovano sempre? Chi beneficia delle spese militari e di questa produzione di
morte? I comuni cittadini, i lavoratori, i giovani?
Quali effetti stanno producendo queste guerre a catena, questa “guerra infinita” condotta dai ‘nostri’ stati e dai ‘nostri’
governi contro altri popoli, soprattutto contro i popoli arabi e islamici? E c’è un legame tra queste guerre e la crisi?

tra queste guerre e il generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro qui, la disoccupazione e la precarietà

che crescono? Non è forse in atto anche qui una guerra sociale strisciante dei poteri forti capitalistici contro chi vive

del proprio lavoro e non ha santi in paradiso? Chi poteva immaginare che anche in Europa i tassi di disoccupazione

giovanile sarebbero saliti alle stelle, o che in paesi come la Grecia sarebbe ricomparsa la mortalità e la malnutrizione

infantile?

Davanti ad avvenimenti come questi non possiamo restare indifferenti, e neppure neutrali, perché è in gioco

la nostra esistenza, al presente e nel futuro. Questa corsa verso la guerra, verso nuove e sempre più devastanti guerre,
verso una nuova, terribile, guerra mondiale, che secondo alcuni è già iniziata, si può e si deve fermare! Con quali forze?


con quali mezzi? Che cosa ha cominciato a muoversi in questa direzione?

Troviamoci per discuterne insieme con chi ha già preso negli anni e nei mesi scorsi, a Vicenza, a Napoli, a Marghera, in

Sicilia, delle iniziative di lotta in questo senso.

sabato 24 ottobre 2015

LA NATO MOSTRA I MUSCOLI


Italia, Spagna e Portogallo ospiteranno una delle più grandi esercitazioni della NATO della storia: dal 3 ottobre fino al 6 novembre, 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi testeranno armi e strategie di intervento rapido per dimostrare la potenza militare di quello che è diventato il braccio armato dell’ONU e delle potenze imperialiste occidentali. Si chiama “Trident Juncture 2015” (TJ15) questa esercitazione che offrirà all’industria bellica l’opportunità di fare grandi profitti vendendo alla NATO armi sempre più sofisticate: la spesa a scopi militari nel mondo muove $4,9 mld al giorno!
Queste esercitazioni si collocano nel solco della strategia di allargamento della NATO che dal Summit di Lisbona del 2010 punta ad estendersi in ogni paese dello spazio strategico chiamato “Europa”: in primis i paesi dell’ex-blocco sovietico che hanno accolto i valori del libero mercato e di conseguenza anche i “valori comuni” della NATO.
I primi ad entrare furono Repubblica Ceca, Polonia ed Ungheria, poi l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, più recentemente Slovania, Slovacchia, Bulgaria, Romania ed infine Albania e  Croazia.
L’apertura dell’accesso alle risorse strategiche dell’Artico a causa dello scongelamento dei ghiacci porterà ben presto anche Svezia e Finlandia dentro l’Alleanza in chiave anti-Russia.
I vertici della NATO hanno più volte ribadito “non negoziabile” la strategia di allargamento, anche a costo di portare l’Ucraina in guerra contro la Russia.
Ma la NATO non finisce con i suoi membri atlantici ed europei.
Quale strumento che lega l’Europa agli interessi economici e strategici degli USA nel garantire al capitalismo occidentale il dominio sul mondo intero (si pensi al trattato del pacifico ed a quello in gestazione transatlantico), la NATO ha istituito accomodamenti speciali con paesi come quelli del meccanismo noto come Dialogo Mediterraneo, che coinvolge Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia.
Oppure con paesi come quelli del collegamento militare noto come Iniziativa di Istanbul, che comprende Bahrein, Qatar, Kuwait e gli Emirati.
Ed infine c’è la Partnership for Peace che coinvolge paesi dell’intero globo come il Giappone e la Corea del Sud.
Trident è allora la dimostrazione della capacità di dispiegare e mantenere sul campo robuste forze militari pronte alla guerra, preparate alle spedizioni, addestrate a entrare in azione in ogni momento, in Europa o a distanza.
Trident è l’esibizione di quella che viene chiamata “Forza di risposta NATO”, composta da unità combattenti con sostegno marino e aereo appunto, a cui contribuiscono a rotazione gli Stati membri, con una capacità di dispiegamento in 5 giorni in qualsiasi parte del mondo.
Non dimentichiamo infine la capacità nucleare della NATO: 348 testate in Francia, 160 nel Regno Unito, 10.500 negli USA, più le centinaia di armi tattiche ospitate in 5 paesi europei.
Le guerre provocate in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, la creazione del terrorismo jihadista, il conseguente flusso di immigrati, il sostegno alla Turchia nel massacro dei Curdi, stanno lì ad autogiustificare la nuova strategia militare della NATO che guarda al Medio Oriente, all’Africa del Nord, all’Africa sub-sahariana ed ad est dell’Europa come scenari in cui imporre gli interessi delle potenze occidentali.
E questo richiede enormi risorse finanziarie che gli Stati dovranno stanziare per le spese militari.
L’Italia spende $30 mld per armamenti, strutture e missioni militari.
Il militarismo, anche se gioca alla guerra, produce sempre macerie e distruzioni:  quelle sociali nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nelle pensioni, nella tutela del lavoro, nello smantellamento del welfare e nel taglio della spesa pubblica.
No alla NATO. Antimilitaristi sempre.

Alternativa Libertaria / FdCA 24 ottobre 2015

sabato 8 agosto 2015

Sognando l'atomo

i Sono passati settant'anni. L’atomica non finisce mai di incombere su di noi. Per questo ricordare la prima volta in cui è stata usata su obiettivi civili, a Hiroshima, e poi la seconda, a Nagasaki, non è un dovere di memoria e di pietà puro e semplice ancorché necessario: è una meditazione obbligatoria sul presente e su un sempre possibile futuro prossimo, sull’infinita capacità di male delle società e dei singoli. Doppiozero ricorda le due tragedie con le riflessioni di Yosuke Taki oggi e di Giuseppe Previtali domani. A Nuclear Story In questi giorni ho avuto modo di collaborare alla traduzione di un film su Fukushima (Fukushima: A Nuclear Story) di e con Pio D’Emilia, il noto giornalista italiano che vive in Giappone da più di trent’anni. È un film bellissimo che avrebbe dovuto fare un giapponese, ma soprattutto è stata un’occasione per rendermi conto di quanto un’intera generazione di giapponesi, dopo gli anni Cinquanta, sia stata allevata sotto un’ingannevole pioggia di messaggi subliminali, nemmeno tanto celati, per indurci a credere che l’energia nucleare fosse una cosa buona e pacifica, e che tutto ciò sia avvenuto sotto un’enorme pressione americana. Questo non è il soggetto principale del film di Pio, che indaga invece sull’incidente della Centrale di Fukushima, ma di riflesso la visione di quel lungometraggio mi ha permesso di ripercorrere la nostra “storia nucleare”, subdolamente manipolata dalle informazioni (giornali, tv, mostre) e dalle immagini (film, cartoni animati, ecc.), in un quadro di globalizzazione che abbraccia un arco di quasi settant’anni. Hiroshima, agosto 1945 Mio padre attraversò a piedi la città di Hiroshima pochi giorni dopo l’esplosione atomica del 6 agosto 1945. All’epoca, adolescente, studiava come tutti i ragazzi brillanti della sua generazione presso una famosa Accademia militare nipponica che si trovava a Edajima, un’isola nella baia di Hiroshima a soli 15 km dal punto zero dell’esplosione. Mio padre ricordava che la mattina presto di quel fatidico giorno gli allievi stavano già studiando da soli in aula, ma poco dopo le 8.00, all’improvviso, videro entrare una forte luce violacea dalle finestre. Pochi secondi più tardi seguirono fortissime vibrazioni di tutte le finestre. Usciti subito fuori dagli edifici, gli allievi si trovarono di fronte il “fungo” che s’innalzava, in direzione del centro città. Chissà cosa pensò mio padre in quel momento. So quanto era stata grande, entrando in Accademia, la sua delusione di fronte ai comportamenti assurdi e irrazionali di molti militari, tanto da arrivare a odiare tutto ciò che riguardava la guerra e l’esercito, ma chissà cosa gli passò nella mente in quell’istante. Non ne abbiamo mai parlato. Mio padre raccontava che in seguito, pochi giorni dopo, l’Accademia fu sciolta in modo confuso, senza nemmeno un rito ufficiale degno della sua fama, mandando semplicemente tutti a casa. I suoi genitori abitavano a Kobe, a circa 300 km a est, quindi anche lui, come tanti suoi compagni, dovette raggiungere a piedi la stazione di Hiroshima e in quell’occasione attraversò la città appena devastata. Per decenni non parlò con nessuno di quel giorno. Mi accennò più volte solo di una memoria particolare, quella olfattiva, che gli rimase sempre molto vivida anche dopo decenni: diceva di ricordare un odore simile a quello della salsa di soia bruciata, che in realtà era l’odore degli innumerevoli cadaveri bruciati che riempiva le strade di Hiroshima. Per lui, quello era l’odore della bomba atomica. Oggi come oggi nessuno entrerebbe in una città appena devastata da una bomba atomica, (per fortuna mio padre non rimase contaminato), ma all’epoca quasi nessuno sapeva di che si trattasse, tanto meno si conoscevano gli effetti della radioattività. La gente diceva semplicemente “una nuova bomba”, o più comunemente “pika-don”. “Pika!” è l’onomatopea che indica un’improvvisa e fortissima emissione di luce, mentre “Don!” è un boato fragoroso. Questa dicitura racconta molto bene come la bomba atomica, almeno inizialmente, fosse vissuta fortemente a livello fisico-percettivo, senza che una vera informazione raggiungesse subito la popolazione. Atoms for Dream Anche dopo la guerra abbiamo continuato ad assistere a una non-informazione sul nucleare, o peggio, a una perversa operazione di deformazione di ricordi e sentimenti negativi fatta passare come speranza di progresso. Le memorie vere sono state mandate in esilio non solo dal “non voler ricordare” di molte persone per motivi anche comprensibili, ma sono state spesso manipolate e trasformate in qualcos’altro sotto la campagna pro-nucleare del dopo guerra per favorire lo sviluppo dell’industria nucleare in Giappone, sostenuta fortemente dagli americani. Il sociologo giapponese Shunya Yoshimi ha pubblicato nel 2012, a un anno di distanza dall’incidente di Fukushima, Atoms for Dream, un libro che analizza le varie strategie attuate in quella campagna pro-nucleare che portò il Giappone a divenire paradossalmente una delle nazioni sostenitrici più convinte sulla questione nucleare. Riassumendo il suo libro, provo a ripercorrerne qui le tappe più significative. Atoms for Dream (2012) Com’è facile comprendere, all’inizio per i sostenitori del nucleare la strada fu piuttosto avversa. Le devastazioni apportate dalle due bombe nucleari americane alle città di Hiroshima e Nagasaki erano ancora sotto gli occhi di tutti. A queste si aggiunse, nei primi anni del dopoguerra, un altro episodio che in Giappone ebbe vasta eco. Il 1° marzo del 1954, nel corso del cosiddetto “test Bravo”, gli Stati Uniti sperimentarono una nuova bomba atomica all’idrogeno sull’Atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel Sud Pacifico. Gli scienziati americani calcolarono male la potenza dell’ordigno: invece dei previsti 4.8 Mt la nuova bomba si dimostrò in realtà tre volte più potente (15 Mt), vale a dire 1000 volte più potente della bomba all’uranio caduta su Hiroshima. Circa 20.000 abitanti della zona, insieme a centinaia di pescatori che si trovavano in tratti di mare classificati come “sicuri”, rimasero contaminati. Anche il peschereccio giapponese Daigo Fukuryu-maru si trovava in una zona definita “sicura”, a circa 150 km di distanza dal punto zero, ma tutti i 23 membri dell’equipaggio rimasero contaminati e il marconista Aikichi Kuboyama morì pochi mesi dopo. Gli Stati Uniti non ammisero mai la propria colpa, anzi dichiararono che la malattia di Kuboyama era dovuta a elementi chimici presenti nel corallo della zona. Fu l’inizio di un fortissimo movimento anti-nucleare in Giappone, guidato dalle casalinghe di un distretto di Tokyo, che raccolse addirittura 32 milioni firme, circa un terzo della popolazione nazionale di allora! Il sentimento anti nucleare, mischiato al sentimento anti americano, stava crescendo in modo allarmante. All’epoca, il Giappone aveva un’importanza strategica vitale per gli USA nel quadro della guerra fredda appena iniziata e gli americani non potevano permettere un movimento anti nucleare e un sentimento anti americano così forti in territorio giapponese. Temevano che il Giappone potesse cadere nella sfera dei Sovietici e sentirono il bisogno assoluto di riconquistare l’opinione pubblica nipponica affinché tornasse un “sentimento positivo” nei loro confronti. Proprio in quel periodo partiva il programma Atoms for peace del Presidente Eisenhower, che mirava da una parte all’installazione strategica delle loro armi nucleari e dall’altra alla promozione dell’uso pacifico dell’energia nucleare. La strategia bellica mondiale connessa con il business di grandi aziende multinazionali (GE ecc.) segna l’inizio della vera e propria globalizzazione. Il governo giapponese di destra, a sua volta, non voleva perdere l’appoggio americano per la ricostruzione del paese. Si dimostrò quindi molto favorevole a questa iniziativa americana e collaborò attivamente con gli americani per dissipare le memorie di Hiroshima e Nagasaki. È a questo punto che entra in scena un personaggio straordinario. Matsutaro Shoriki era un grande tycoon di media, proprietario di giornali e tv, nonché signore e padrone della squadra di baseball più vincente della storia giapponese. Insomma, una sorta di Berlusconi giapponese del dopo guerra. In questo progetto nippo-americano ebbe un ruolo importante. Shoriki era un ex criminale di guerra, riabilitato grazie alla sua collaborazione con la CIA. Profondamente convinto che la prosperità del Giappone fosse garantita solo attraverso l’amicizia con gli USA, ma anche per sua ambizione politica personale (più tardi divenne il primo presidente del Comitato sull’Energia Nucleare e anche Ministro della Scienza e della Tecnologia), si dedicò a lanciare una grande campagna pro-nucleare sul suo quotidiano e sul suo canale tv e a organizzare esposizioni e convegni dedicati al tema dell’uso pacifico dell’energia dell’atomo. Matsutaro Shoriki Nel 1955 allestì una grande mostra itinerante intitolata “Fiera sull’uso pacifico dell’energia nucleare” che seminò nella mente dei giapponesi l’idea positiva del nucleare capace di creare un futuro luminoso. La mostra ebbe luogo in diverse città principali del Giappone come Tokyo, Kyoto, Osaka, Sapporo, ecc., ottenendo un enorme successo (2.600.000 visitatori in due anni). Durante l’esposizione, l’opinione di coloro che visitarono la mostra si spostò decisamente verso il sì all’energia nucleare (92%). Nel 1956, la stessa esposizione arrivò addirittura al “ground zero” di Hiroshima e nel 1958, sempre a Hiroshima, ebbe luogo la “Grande Fiera sulla Ricostruzione di Hiroshima” che accolse ben 900.000 visitatori. Da sinistra: Fiera sull’uso pacifico dell’energia nucleare (Sendai, 1956); Grande Fiera sulla Ricostruzione di Hiroshima (1958) Perché Hiroshima? Perché senza mutare il simbolo non c’era futuro per il nucleare in Giappone, e i suoi sostenitori lo sapevano. Lisa Yoneyama, storica americana esperta di storia contemporanea giapponese, spiega così la manipolazione politica dell’immagine della città di Hiroshima: “La città commemorativa di Hiroshima fu, per così dire, disegnata appositamente per dimostrare l’intercambiabilità tra ‘bomba atomica’ e ‘pace’”. Attraverso una complessa operazione politico-sociale-urbanistica, la “città che ha subìto la bomba atomica” si è trasformata in una “città di pace” nell’immaginario delle persone. Tra le due nozioni, legate da una terza (ricostruzione), sembra nascere una consequenzialità logica, naturale: bomba atomica – ricostruzione –pace. Questa consequenzialità, così logica, venne scambiata addirittura per intercambiabilità. Fu così che la parola “pace” riuscì a soverchiare la parola “bomba atomica”, facendo indebolire le radici di memorie scomode. Ora che il simbolo Hiroshima era stato neutralizzato, le parole “atomica” e “nucleare” si fecero molto più libere, leggere, senza più la zavorra della bomba atomica. Fu un’operazione straordinariamente cinica e perversa. Infanzia nucleare Per quanti erano bambini (e non) tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta in Giappone – me compreso – i due “eroi” che più di ogni altro conquistarono il nostro immaginario furono Godzilla, un mostruoso gigantesco rettile, e Atom, il protagonista di un manga e poi dell’omonimo cartone animato giapponese Atom, braccio di ferro, che sembra la storia di un Pinocchio del futuro tra un robot bambino atomico e un anziano scienziato. Entrambi i personaggi avevano a che fare con l’energia nucleare, ed entrambi inizialmente portavano con sé un senso molto critico nei confronti di essa. Eppure, in seguito, divennero le operazioni mediatiche pro-nucleare più efficaci di ogni altra promozione. Questi due “eroi” riuscirono a “contaminare” profondamente il nostro immaginario con l’idea positiva del nucleare. E la massa non se ne accorse. Infatti, da piccoli, la parola “atomo” era per noi inevitabilmente legata a questo simpatico robot bambino o al mostro buono, che non suscitavano in noi alcun senso di timore. “Atomo” significava potenza, progresso e giustizia. Se oggi l’industria robotica giapponese è all’avanguardia, è proprio perché molti ingegneri robotici sono cresciuti guardando Atom in televisione. Forse qualcuno non lo sa, ma il Godzilla originale non è un prodotto hollywoodiano, è una creazione giapponese del 1954: la parola “Godzilla” nasce infatti dalla fusione tra “gorilla” e “kuzira”, che significa “balena” in giapponese. Il film originale Godzilla raccontava la storia di un terribile mostro nato (o risvegliato) nel Sud Pacifico a causa della sperimentazione della bomba all’idrogeno, una creatura demoniaca che nella sua avanzata inarrestabile arriva a distruggere il Giappone. Il mostro era chiaramente una metafora legata al terrore delle armi nucleari e alle ombre incombenti dell’America minacciosa. L’impatto sul pubblico fu enorme (9.610.000 spettatori), e nei decenni che seguirono ci furono ben 27 sequels. Ma a partire dal quinto film del 1964, il carattere del mostro cambiò radicalmente. Diventò buono. Un grande mostro buono, amico dei bambini, che combatte contro mostri cattivi per proteggerci. La metafora fu completamente capovolta. La popolarità di Godzilla in seguito cominciò a calare, ma parallelamente aumentò la diffusione delle centrali nucleari in ogni angolo del Giappone. Godzilla marginalizzato, il nucleare concretizzato. Astro Boy (Atom dal braccio di ferro), di Osamu Tezuka, dal 1952 Atom fu invece la creazione del leggendario maestro di manga Osamu Tezuka, che iniziò a pubblicarlo come manga dal 1951. Il manga originale non mancava mai di fare un accenno alla problematicità della convivenza tra la tecnologia e l’uomo, e di certo non era un omaggio all’energia nucleare. Si sentiva la presenza di una chiara consapevolezza del pericolo rappresentato dalla potenza dell’atomo. Eppure, quando fu lanciato come primo cartone animato giapponese della storia della televisione (dal 1963, un successo fenomenale con uno share che raggiunse addirittura il 30%!), questo senso critico si ritirò sullo sfondo e il personaggio di Atom fu separato definitivamente dall’immagine della bomba atomica, proprio come se l’energia nucleare non avesse niente a che fare con la bomba atomica. Infatti noi bambini pronunciavamo tranquillamente il nome del personaggio, Atom, o addirittura lo imitavamo, senza minimamente pensare alla terribile potenza catastrofica della bomba atomica. Anche perché non venne utilizzato il termine giapponese ghenshi (atomo), ma rimase la parola inglese atom in traslitterazione giapponese (アトム), per allontanare ulteriormente il nome del personaggio dal suo vero significato. Nessuno fece questa associazione, tanto meno noi bambini. Malgrado la volontà originale dell’autore, il cartone animato Atom fu uno strumento perfetto per cancellare nell’immaginario popolare (soprattutto infantile) il legame tra l’atomo e la bomba. Vi sembrerà uno stupido scherzo, una orribile beffa, ma la sua efficacia fu davvero “atomica”. Riuscì a contaminare la mente di 100 milioni di giapponesi dell’epoca. Quando cresci per anni con il Godzilla buono e Atom in versione cartone animato, il tuo immaginario infantile finisce inevitabilmente saturo di accezioni positive dell’atomo e del nucleare. L’energia nucleare diventa amica ed è qualcosa di forte, coraggioso, e ti sembra giustissima, proprio come il personaggio Atom. Quindi di notte, quando chiudi gli occhi, anche se sogni l’atomo non ti fa più paur

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)