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lunedì 18 maggio 2020

A sostegno delle richieste di Grup Yorum

                                                                           Per 
 
– la  fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
– la cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
– la rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
– la cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
– il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere

Sosteniamo le richieste degli Avvocati del popolo
 che chiedono di poter difendere i loro clienti!
 
PER LA LIBERTÀ DEI PRIGIONIERI POLITICI!
CONTRO LA PERSECUZIONE POLITICA!
PER LA DIFESA DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE!
SOLIDARIETÀ CON GRUP YORUM!

SOLIDARIETÀ CON GLI AVVOCATI DEL POPOLO!
SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI!




Appello 

L’8 maggio, nel pieno della crisi sanitaria mondiale, è diventato martire il nostro compagno Ibrahim Gökçek, bassista e attivista rivoluzionario turco, membro di Grup Yorum, che insieme ad altri compagni musicisti, avvocati e prigionieri politici ha portato avanti una eroica lotta con lo sciopero della fame fino alla morte, denunciando la persecuzione politica e i mezzi repressivi che lo stato turco sta applicando contro il popolo ed in particolare contro l’attività artistica di Grup Yorum.
Durante le onoranze funebri il Governo turco ha spiegato ingenti forze di polizia con mezzi blindati, usando lacrimogeni e sparando contro il popolo che si era radunato per omaggiarlo. Non sono mancati arresti, ancora tra i membri di Grup Yorum e gli avvocati del popolo, nonché tra i sostenitori del gruppo musicale. La salma è stata riconsegnata solo per la tumulazione, ma ancora oggi ci sono minacce da parte dei gruppi fascisti che continuano a sostenere che ruberanno il corpo di Ibrahim Gokçek per poi bruciarlo.
Allo stesso modo sono diventati martiri il 3 aprile scorso, la compagna Helin Bölek, solista di Grup Yorum, dopo 288 giorni di sciopero della fame, e il 24 aprile il prigioniero politico Mustafa Koçak, dopo 297 giorni di sciopero della fame.
Sebbene Helin Bolek e Ibrahim Gokçek siano stati liberati rispettivamente a novembre e a febbraio, comunque le persecuzioni a loro carico sono continuate nei messi successivi e antecedenti la loro morte a causa della loro perseveranza nella lotta.
Oggi, ancora una volta vediamo tangibili le prove di come il regime dello stato turco continua la sua guerra contro il popolo e i rivoluzionari, come parte di una politica di repressione e persecuzione politica che l’imperialismo applica nel mondo.
La responsabilità di queste morti è del governo turco, sostenuto dai complici governi occidentali e di tutte le associazioni che non si sono schierate in modo netto contro lo stato terrorista.
In particolare il nostro appello va alle organizzazioni democratiche e rivoluzionarie, ma anche ai singoli cittadini italiani, che ripudiano la guerra, come scritto nella nostra Costituzione, a pronunciarsi e ad esprimere la loro solidarietà con la lotta del popolo turco.
Scrivendo o telefonando al Ministero degli affari esteri e della Cooperazione Internazionale
Telefono: +39 – 06.36911
Scrivendo o telefonando all’Ambasciatore della Repubblica di Turchia presso la Repubblica italiana Murat Salim Esenli
Telefono: +39 – 06.445941
BASTA ALLEGARE IL SEGUENTE TESTO NELL’EMAIL:
Sosteniamo le richieste di Grup Yorum
La fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
La cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
La rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
La cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
Il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere
Sosteniamo le richieste degli Avvocati del popolo che chiedono di poter difendere i loro clienti!
PER LA LIBERTÀ DEI PRIGIONIERI POLITICI!
CONTRO LA PERSECUZIONE POLITICA!
PER LA DIFESA DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE!
SOLIDARIETÀ CON GRUP YORUM!
SOLIDARIETÀ CON GLI AVVOCATI DEL POPOLO!
SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI!
Continuiamo a raccogliere il vostro consenso anche con le foto o qualsiasi altra espressione di solidarietà. Scrivete e scriveteci!
Comitato Solidale Grup Yorum

giovedì 1 febbraio 2018

Non lasciamo solo il popolo di Afrin













Afrîn appartiene al popolo di Afrîn. La gente che vive nel cantone di Afrîn è nata  in questa terra e vuole morire su di essa. Vivere lì non ha nulla a che fare con nessun piano o programma. Gli abitanti di Afrîn non  vivono nel cantone di Afrîn per motivi strategici. Afrîn, per loro, è l'acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, l'amicizia, la solidarietà, l'amore, la strada, la casa, il vicinato. Ma per lo Stato non è che un pezzo di una strategia. Una strategia che non si preoccupa certo della terra di Afrîn o della sua gente. 

L’aggressione militare contro il cantone di Afrîn è inserito nella strategia della guerra dell'Energia,   che risulta dallo smantellamento della Siria e che  porterà allo smantellamento di altri  Stati della regione. Gli Stati creano l'illusione di fare queste guerre per "i loro cittadini".  Costruiscono una propaganda nazionalista  conservatrice per convincere i loro abitanti di false credenze.  Per gli Stati questo è un bisogno ineludibile sia sul fronte interno che su quello esterno. Sono menzogne necessarie per il fronte elettorale all'interno, e utili per i tavoli dii negoziato sul fronte estero.  I dirigenti che prendono parte ai processi commerciali, in particolare l'estrazione, il trasporto e la commercializzazione delle risorse energetiche  utilizzano ogni possibile risorsa per accrescere i loro profitti.
In queste discussioni, in cui il numero di fucili, di tanks e di aerei da guerra  è importante, il numero dei soldati ha un suo posto fondamentale. Un soldato non è differente da una merce. Ecco dunque che serve l'illusione nazionalista conservatrice. 
Chi si unirebbe a una guerra in cui solo qualcun altro ci guadagna? Chi combattebbe per il petrolio, che è sempre venduto dagli Stati o dalle Compagnie petrolifere, ma  di cui una goccia costa più del pane? Noi, quelli che vivono sulla propria pelle la montata crescente dei prezzi causata dall'aumento del prezzo del petrolio, noi che perdiamo comunque, perchè dovremmo combattere per chi ci guadagna comunque? E infatti, nessuno di noi  combatterebbe per loro. Per questo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.  
E oggi, loro urlano dai giornali e dai canali televisivi lo slogal nell'illusione: "La Nazione, la Nazione, la Nazione". Volontà nazionale, unità nazionale. Non potranno mai dire chiaramente " Vi stiamo derubando" , oppure "Combattete,  così vi venderemo del petrolio , e chissà cos' altro. Noi continueremo a farvi produrre, a farvi consumare, a sfruttarvi". Ecco il piano, il programma, la strategia, la guerra degli Stati. Noi, quelli che stanno in basso, forzatamente  cittadini e cittadine degli Stati, possiamo però cambiare tutto. Oggi, gli abitanti di Afrîn vivono liberamente perchè sono riusciti a cambiare tutto. Così come nel cantone di Kobanê,  nel cantone di Cizere o nel Chiapas Zapatista. Ed è lì la differenza cruciale tra la guerra popolare  e la guerra degli Stati. Nelle loro guerre, gli Stati attaccano e brutalizzano senza rispettare nessuna regola, per accrescere i profitti. Bombardano con tutti i loro tank e i loro aerei. Feriscono, uccidono, assassinano e sarebbero contenti di fare prigioniera ogni forma di vita. Mentre nella guerra popolare c'è la libertà. 
Nel corso degli ultimi giorni, ognuna delle bombe lanciate su Afrîn, ogni proiettile, è stato un attacco alla libertà. Lo stato Turco, a cui piacerebbe aumentare la propria fetta di torta, ha lanciato la sua offensiva sul cantone di Afrîn. E' una strategia fondata sul nazionalismo, sul conservatorismo e basata su menzogne. E' una strategia elettorale. E' una strategia completamente commerciale. La guerra di Stato è una strategia. Ma la guerra popolare è la libertà. E nessuno Stato può sconfiggere chi lotta per la libertà. 
Afrîn vincerà. 

Action Anarchiste Révolutionnaire (DAF) – Turchia

venerdì 20 gennaio 2017

39° giorno di sciopero della fame in carcere per il rivoluzionario anarchico Umut Fırat Süvarioğulları

Compagno Umut Fırat non sei da solo
In un tempo in cui le lacrime non si sono asciugate e  la rabbia non si è ancora placata per le città distrutte dai carri armati e dai bombardamenti, per le centinaia di persone uccise, per le migliaia di vecchi, bambini, donne ed uomini feriti e sfollati, vivono nella nostra memoria le immagini dei colpevoli che si ricoprono di medaglie; in un tempo in cui i carri armati e gli aerei che hanno distrutto città ed ucciso le persone prendono di mira Ankara ed Istanbul lo scorso 15 luglio, gli eroi vengono accusati di tradimento nel giro di una notte. Migliaia di persone vengono stipate nelle carceri, decine di migliaia hanno perso il loro posto di lavoro.
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"La pratica del colpo di stato reciproco che è una manifestazione della lotta di potere ai vertici dello Stato, ne ha rivelato la parte più oscura: quelle relazioni tra gangs, clero, sette che sono organizzati dentro lo Stato con i loro soldati, la polizia, magistrati apparentemente indipendenti della Suprema Corte e delle Cancellerie, procuratori generali e burocrati, ed il governo razzista, nazionalista, fondamendalista e settario che li usa per il suo potere da 15 anni. Il governo ha iniziato ad organizzare il suo contro-golpe per cementare il suo potere nonostante sia responsabile di tutto quello che abbiamo vissuto, ha aperto il processo di assegnazione dei guardiani nelle imprese per cambiarne il capitale, nei giornali e nelle TV per cambiarne le idee, nelle municipalità e nei partiti per cambiarne la politica, ed ha aumentato la sua repressione su tutta l'opposizione sociale. Mentre governa a colpi di decreti, manovra le masse che manipola con corni di guerra, e sta per cambiare tutta questa geografia in un mare di sangue per il suo potere, le sue ambizioni e per la sua follia.

In quanto essere umano, anarchico rivoluzionario, obiettore totale di coscienza, come individuo che ha passato 23 anni in una cella illuminata sotto il buio di una prigione, io vedo tutte le entità della struttura di potere capitalista, statalista, nazionalista, fondamentalista, settaria e patriarcale quali responsabili di tutto quello che sta succedendo. Inizio lo sciopero della fame per portare l'attenzione su tutto questo, sul prima e sul dopo, per dire che occorre organizzare nuove forme di lotta e di opposizione sociale e perchè si rifletta sulle mie scelte politiche, etiche e di coscienza."

Umut Fırat Suvariogullari, il rivoluzionario anarchico in carcere, già redattore del giornale anarchico Meydan, "trasferito per esilio" dal carcere di Izmir Buca  a quello di Izmir Yenisakran T Type  numero 4, è al suo 39° giorno di sciopero della fame.

Considerando cosa succede in un luogo di oppressione e crudeltà quale è la prigione, i cambiamenti e gli eventi durante lo stato d'emergenza non costituiscono una sorpresa. Il rivoluzionario anarchico Umut Fırat è stato denudato durante le procedure di immatricolazione, ha opposto resistenza perchè il suo corpo veniva toccato senza la sua volontà, ha subito come punizione una restrizione nei colloqui per le visite. Inoltre, la sua identità di anarchico rivoluzionario è stata del tutto ignorata, è stato messo con altri 19 detenuti in una cella che ne può contenere 14, costretto a dormire su letti sporchi di sangue, costretto a stare per anni nelle celle di detenzione dei commissariati.

I rivoluzionari in carcere continuano a vivere in condizioni di restrizioni burocratiche e di deprivazione a causa del nuovo stato d'emergenza, che ha creato una prigione nella prigione, in cui le visite sono possibili due volte al mese per  45-50 minuti, in cui le petizioni vengono ignorate, in cui la repressione e la tortura sono continue.

Le condizioni carcerarie in cui si trova oggi il rivoluzionario anarchico Umut Fırat Suvariogullari sono le condizioni imposte a tutti i rivoluzionari incarcerati durante lo stato d'emergenza. Umut Fırat Suvariogullari, che è al suo 39° giorno di sciopero della fame per difendere la sua identità di rivoluzionario anarchico e per ottenere condizioni di vita sostenibili, sta continuando la lotta contro queste condizioni, per tornare ad essere libero con la sua lotta.

Solidali con la sua lotta!
I cuori rivoluzionari distruggeranno le prigioni!
Compagno Umut Fırat non sei da solo!

DAF - Devrimci Anarşist Faaliyet (Azione Rivoluzionaria Anarchica)
Link esterno: http://anarsistfaaliyet.org/english/comrade-umut-firat-...lone/
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

sabato 31 dicembre 2016

Turchia: condannato a pena detentiva l'editore responsabile del giornale anarchico Meydan

L'inchiesta era partita dall'ufficio del procuratore in capo di Istanbul in relazione al contenuto degli articoli  "Lo Stato non fa che diffondere ed usare la paura", "Proibito fino a nuovo ordine" e "Ricreando la vita" all'interno del n°30 del nostro giornale pubblicato nel dicembre 2015 col titolo "Proibire tutto". Alla sentenza si è giunti dopo quasi un anno di indagini e di udienze.

Con giudizio sommario, ieri il tribunale ha condannato l'editore responsabile del nostro giornale Hüseyin Civan a 1 anno e 3 mesi di prigione con l'accusa di "procurata propaganda dei metodi di un'organizzazione terroristica fondati sulla coercizione, sulla violenza e su minacce tramite la legittimazione o l'apologia o l'istigazione all'uso di tali metodi".

Come mettevamo in rilievo negli articoli messi sotto accusa "Lo Stato non riuscirà mai a mettere in gabbia la passione per la libertà ed il convincimento della libertà nelle persone".
Come giornale anarchico sappiamo che la vita libera in cui crediamo si può conquistare solo tramite la lotta, ecco perchè non smetteremo mai di scrivere ciò in cui crediamo e di farne diffusione. Continueremo a resistere, ad agire ed a scrivere contro l'oppressione, contro la repressione, la carcerazione e gli arresti.
(traduzione a cura di AL/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

lunedì 19 settembre 2016

24 settembre a Roma manifestazione "Piazza per il Kurdistan"

CONTRO L’OPPRESSIONE DEL POPOLO CURDO E LE PURGHE DI ERDOGAN CONTRO LE GUERRE ED IL TERRORE IN SIRIA ED IN IRAQ
SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA
AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN ROJAVA
UNICA SPERANZA RIVOLUZIONARIA PER IL MEDIO ORIENTE
PER IL CESSATE IL FUOCO, AIUTI UMANITARI E RICOSTRUZIONE OVUNQUE
Alternativa Libertaria/fdca aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale del 24 settembre a Roma a sostegno del popolo curdo, della rivoluzione democratica in Rojava e per la liberazione di Ocalan.
Il prepotente ingresso della Turchia sui campi di battaglia siriani ha come unico scopo quello di impedire che i cantoni curdi del Rojava  nel nord della Siria si saldino un una unità territoriale autonoma ed auto-organizzata nel confederalismo democratico.
L’obiettivo della Turchia è condiviso da tutti gli attori in campo: dal governo di Damasco ai suoi alleati diretti (Russia ed Iran), dai gruppi jihadisti sostenuti dalle monarchie sunnite agli Stati Uniti ed all’Unione Europea, che sono alleati della Turchia nell’ambito della NATO.
Le capacità militari e politiche dei Curdi del Rojava nel combattere, respingere ed incalzare l’ISIS, nel costruire un’alleanza come quella delle Forze Democratiche Siriane e contemporaneamente nell’edificare il confederalismo democratico, hanno dimostrato che può esistere una fondata speranza ed un’alternativa credibile al centralismo di Assad, al terrorismo dell’ISIS&Co., agli interessi delle potenze imperialiste e locali nel costruire un nuovo futuro per la Siria e per il Medio Oriente.
Questa speranza, questa alternativa deve essere sostenuta, perchè introduce elementi di libertà, di laicità, di uguaglianza e di pluralismo in un Medio Oriente storicamente statocentrico e perchè indica una strada rivoluzionaria e libertaria anche per le composite “democrazie” occidentali, incapaci di accogliere i profughi.
Ora, tutto ciò che in Rojava si è costruito è seriamente minacciato dal rapido convergere di interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrorismo, con la sofferenza del popolo siriano, con i profughi, con la fine del conflitto.
Per questo, il popolo curdo, il confederalismo democratico in Rojava ed uno dei suoi maggiori esponenti come Ocalan hanno bisogno di tutta la solidarietà internazionalista possibile, di tutti gli sforzi possibili per far giungere la voce del popolo curdo in lotta per la sua libertà e di tutto il Medio Oriente in ogni angolo del mondo.
Alternativa Libertaria/fdca ed il movimento anarchico, sostenitori fin dagli inizi del confederalismo democratico curdo, non faranno mancare il loro appoggio.
Roma, 24 settembre 2016
Alternativa Libertaria/fdca

venerdì 2 settembre 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA,
di Pier Francesco Zarcone


L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.
Nel complicarsi della situazione nel nord siriano non colpisce tanto il basso tono della protesta di Damasco - oggettivamente non in grado di fare di più - quanto l'assenza di forti prese di posizione da parte di Russia e Iran. Questo fa pensare a molti osservatori che esista un accordo (per lo meno tacito) fra Ankara, Mosca, Damasco e Teheran; accordo che non sarebbe privo di ragion d'essere in base ai rispettivi interessi. I Curdi di Siria - sentendosi spalleggiati dagli Usa - hanno dato sfogo alle proprie ambizioni forse con eccessiva fretta e troppo scopertamente, talché su di loro incombe ora il rischio di restare abbandonati a sé stessi se per caso dovesse ridursi l'importanza del ruolo militare contro l'Isis fin qui ricoperto. La cosa si chiarirà meglio se e quando ci sarà l'attacco dell'Ypg contro Raqqa.
Essendo arrivati ai ferri corti Damasco e l'Ypg a Qamushly e Hasakah, ed essendo una delle conseguenze dell'iniziativa turca la distrazione di almeno 5.000 ribelli siriani dal fronte di Aleppo a Jarablus, per il momento la mini-invasione turca può anche essere segnata dai governativi nel saldo positivo della "contabilità bellica". Anche per l'Iran - al cui interno esistono minoranze curde e arabo-sunnite, ancora in stato di quiete - meno successo ottengono i Curdi in Siria e Iraq tanto meglio è.
Nel caso degli Stati Uniti la questione è più articolata - ma per nulla indecifrabile - alla luce della massima di Churchill, valida anche per Washington: niente amicizie nelle alleanze, ma solo l'espressione di interessi particolari. Nel corso del conflitto siriano un costante interesse particolare degli Stati Uniti è consistito nella creazione nel territorio della Siria di zone-cuscinetto, ovvero di "santuari" non attaccabili dalle forze di Damasco e utilizzabili dai ribelli per operazioni belliche non solo frontaliere. Nel nord la cosa è sembrata possibile fino al 24 agosto utilizzando i Curdi, tanto più che gli altri ribelli sono in difficoltà ad Aleppo e le truppe regolari siriane avanzano ad occidente dell'Eufrate.
A conti fatti la mossa turca non va contro gli intendimenti degli Usa, giacché ai Curdi sono sostituibili altri ribelli sostenuti dalla Turchia. Per inciso, nel sud siriano sono le forze speciali britanniche a lavorare (senza autorizzazione alcuna) allo stesso scopo ai confini con Giordania e Iraq. Ma se il mutare dei fattori non incide sul risultato nulla avranno da eccepire Washington e Londra, e difatti la mini-invasione turca è avvenuta con la pubblicizzata copertura aerea statunitense.
Gli sviluppi iniziati col 24 agosto portano a considerare del tutto immotivati gli entusiasmi di quei nemici dell'Occidente che hanno dato per scontato il cambio di alleanze della Turchia dopo il fallito golpe. Tutto sommato - tenuto conto della rete di alleanze locali della Russia e il maggior affidamento che Mosca può dare ai propri alleati (anche perché di altri possibili non ce ne sono in zona) - le ambizioni di Erdoğan fuori dagli attuali confini turchi possono trovare realizzazione solo mantenendo una sia pur conflittuale alleanza con gli Usa. Per i suoi fini, le necessità di Erdoğan consistono nella balcanizzazione dell'area. All'inizio della crisi siriana si poteva puntare, come grimaldello, semplicemente sulla caduta del governo di al-Assad e sugli effetti conseguenti. Ora invece, poiché il rovesciamento del governo di Damasco non è più dietro l'angolo, balcanizzare comunque il balcanizzabile è obiettivo primario, anche per guadagnare tempo ai fini della continuazione della guerra. Ed ecco procedere "a braccetto" Ankara e Washington: ai Curdi provveda pure il buon Dio; non sarà né la prima né l'ultima volta che restano soli con una manciata di sterili illusioni.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 6 agosto 2016

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA di Pier Francesco Zarcone



Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.
Per capire l'importanza e la capacità d'influenza dell'insegnamento gülenista, diciamo solo che la sua rete di scuole e università passa dalla Turchia per l'Asia centrale, va dal Marocco all'Indonesia, tocca Parigi e arriva fino alle due Americhe. Questo sistema scolastico raccoglie 2 milioni di studenti, più i frequentatori della vasta rete di corsi preparatori ai test d'ingresso alle università. Da notare che si tratta di un sistema in cui l'insegnamento è rigido, elitista e chiuso, con legami che vanno mantenuti anche dopo la fine degli studi: per esempio i laureati, gli avvocati di nomina recente e quanti escono dalle accademie militari e di polizia devono consegnare alla confraternita gülenista il primo stipendio quale segno di riconoscimento (del resto anche i sostenitori di Gülen danno parte del salario o degli introiti a Hizmet). Non è senza significato che la Russia - stante l'obiettiva funzione culturale filostatunitense della rete di Gülen (i cui contatti con la Cia sono più di un sospetto) - abbia disposto la chiusura di tali scuole e l'espulsione dei loro insegnanti in Baschiria e Tatarstan.
Sotto un certo aspetto l'organizzazione gülenista tende a presentarsi bene agli occhi occidentali: per esempio è favorevole agli Stati Uniti e ad Israele, e pratica il dialogo fra le religioni e con le minoranze non turche del paese quali l'armena e la curda; in definitiva appare come un esempio di quell'Islam "moderato" che tanto piace a media e politici occidentali. In realtà restano forti in essa i connotati del nazionalismo turco più intransigente, che si manifestano nell'ostilità a una maggiore autonomia per i curdi e nel diniego del genocidio armeno.

L'ITINERARIO STORICO DI GÜLEN

Gülen ha alle spalle una lunga storia che lo collega alla "Turchia profonda", sopravvissuta alla forzata modernizzazione occidentalizzante voluta da Atatürk. Questa Turchia aveva momentaneamente chinato la testa e si era in vario modo occultata in attesa di tempi migliori. E questi sono poi arrivati.
Gülen politicamente ed economicamente "nacque" negli anni '80 del secolo scorso dopo la morte dell'imam Mehmet Zahid Kotku, rinnovatore dell'ordine sufico dei Naqshbandi, la cui influenza andava dalla Turchia all'Iraq, fino all'Asia centrale. A questa confraternita Kotku aveva conferito un taglio socio-politico che gli aveva permesso di fare proseliti anche illustri, come il presidente turco Turgut Özal, Necmettin Erbakan, Erdoğan e anche un personaggio che potrebbe essere il punto di collegamento fra lo stesso Erdoğan e l'Isis, con cui ha fatto buoni affari la famiglia Erdoğan: si tratta di Izzat Ibrahim ad-Duri, l'ex vice di Saddam Hussein e artefice dell'alleanza fra ex militari baathisti e Isis. Ma questo è un discorso a parte, suscettibile di aprire scenari interessanti.
L'atmosfera propizia alla decisa ascesa del gruppo di Gülen si ebbe grazie al colpo di Stato del 1980, cioè quando la giunta militare salita al potere in funzione contraria alle sinistre turche puntò alla sintesi fra Islam sunnita e identità turca (Türk-Islam sentezi), con tanti saluti al laicismo kemalista, di cui non è vero che i militari siano stati sempre tutori. L'anticomunismo di Gülen trovò quindi il clima ideale. Poi ci fu il crollo dell'Urss, che consentì l'espansione della predicazione gülenista nella ex repubbliche sovietiche turcofone dell'Asia centrale, e soprattutto l'installazione di una rete di scuole in quei territori. Poiché sotto tutti i cieli i politici soffrono di forte miopia e pur di avere vantaggi contingenti mettono a rischio il "patrimonio di famiglia", ecco che proprio il Primo ministro ultralaico dell'epoca, Bülent Ecevit, pensò bene di avvalersi della rete asiatica di Gülen per estendere l'influenza della Turchia in Asia centrale. Paradossalmente (ma non tanto, perché la corsa al potere non tollera concorrenti) fu lo stesso Gülen ad appoggiare nel 1977 l'ennesimo golpe che rovesciò il Primo ministro Necmettin Erbakan, colpevole di eccesso di islamismo.
Punto forte della visione di Gülen, effettivamente concretizzato da Erdoğan, era l'emancipazione economica, attraverso un'intensa spinta imprenditoriale, della classe media tradizionalista trascurata dai kemalisti. Inutile dire che mentre Erdoğan e il suo partito, con l'appoggio di Gülen, cominciavano attivamente a ridurre lo strapotere militare, anche i gülenisti compivano la loro scalata in vari settori vitali della società turca, compreso il partito Akp al potere.
Il progressivo estendersi dell'influenza gülenista giocava su almeno due fattori favorevoli alla chiamata a raccolta, culturalmente sostenuta, della società musulmana turca conservatrice: l'arretramento dello Stato in vari settori del "sociale" e la crescente urbanizzazione degli esodati dall'Anatolia per ragioni economiche. In rapporto all'impostazione della propaganda politico-culturale di Gülen si è parlato di modernità conservatrice alternativa, concretizzatasi nell'adesione alla scienza occidentale, ma per dare slancio al persistente vigore intellettuale della Turchia islamica a fronte di un Occidente ormai senza nerbo spirituale.

LA FAIDA TRA GÜLEN ED ERDOĞAN

La fine del sodalizio apparentemente solido risale al 2011: troppo potere aveva accumulato Gülen per non preoccupare lo stesso Erdoğan che, oltre ad avere altrettanta sete di potere, si rese conto dell'estrema pericolosità del grande apparato messo su da Gülen e dell'inerente potenza economica. L'alleanza dimostrò tutto il proprio carattere contingente, e poiché il nemico comune appariva messo alle corde, se ne poteva fare a meno tranquillamente. Così, quando vennero preparate le liste elettorali dell'Akp per le politiche di quell'anno, almeno 60 gülenisti ne furono esclusi e inoltre il progetto di riforme dell'Akp per modernizzare la Pubblica amministrazione diventò lo strumento per eliminare da importanti incarichi i seguaci di Gülen, con particolare riguardo al vitale ministero della Pubblica istruzione. Oltretutto Erdoğan rivolse in proprio l'attenzione al mondo degli appalti, beneficiandone per lo più (e per i contratti maggiormente lucrativi) imprenditori vicini all'Akp o suoi clienti a scapito dei gülenisti.
Poi nel 2009 ci fu la crisi finanziaria del gruppo Dogan, il più importante titolare di partecipazioni nei media turchi. La prospettiva della sua bancarotta e la conseguente iniziativa di mettere in vendita alcune tra le sue principali testate e reti televisive apriva le porte all'acquisizione di posizioni di controllo da parte di Gülen, e per evitarla il Parlamento mediante apposito decreto ridusse e "spalmò" il debito di Dogan, evitandone il fallimento. Come conseguenza di tale aiuto, Erdoğan conseguì notevoli vantaggi: il favore di vari media del gruppo, l'inserimento di suoi uomini nei Consigli di Amministrazione e l'allontanamento di giornalisti critici verso il governo. La situazione precipitò all'inizio del 2012, con un'inchiesta giudiziaria su Hakan Fidan, capo dei Servizi segreti (Mit), e altri cinque fedelissimi di Erdoğan per presunta connivenza in una strage di civili curdi. Poiché l'inchiesta mirava a indebolire Erdoğan colpendone dei fedelissimi, costui fece approvare subito dal Parlamento una legge fatta apposta per salvare i suoi. Si sospettò e si disse che dietro l'iniziativa della magistratura ci fosse Gülen. Cominciava la guerra aperta.

UN BILANCIO POCO CONSUETO

In Turchia, sette anni fa (all'epoca le "primavere" arabe, la guerra in Siria, l'Isis ecc. non erano nemmeno immaginabili), una persona legata al partito kemalista Chp, parlando con l'autore di queste righe, definì Fethullah Gülen e il suo network in assoluto quanto di più pericoloso ci fosse per la Turchia laica; ancor più del partito Akp di Erdoğan. La situazione era ancora diversa da quella odierna, ma i segnali di un'islamizzazione accentuata c'erano tutti. E si capiva che qualcosa andava a cambiare. Effettivamente c'è da chiedersi se l'abbandono anche formale dei parametri kemalisti sarebbe stata possibile senza la capillare opera di propaganda ed educazione svolta dai vari elementi della rete gülenista. In definitiva questa ha svolto il vero lavoro di de-laicizzazione di massa che l'Akp non avrebbe potuto realizzare. Il lavoro l'hanno fatto Gülen e i suoi, ed Erdoğan ne ha colto e ne coglie i frutti, colpendo oggi il suo più pericoloso rivale.
Resta invece intatto (e forse maggiore) il pericolo per una Repubblica dalla sempre più vacillante laicità. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo la resa dei conti con i gülenisti si aprisse anche quella con i settori laici, che però sono quasi il 50% della popolazione; e se apparentemente Erdoğan, a questo punto, potrebbe apparire in posizione migliore di prima avendo epurato gli avversari islamici, tuttavia resterebbe l'incognita relativa al suo rafforzamento sostanziale, proprio per aver fatto piazza pulita più nel campo islamista che in quello laico. Si vedrà.

FALLITO GOLPE E POLITICA ESTERA TURCA

Dopo il fallito golpe in Turchia l'attenzione dei media nostrani si è tutta concentrata sulle conseguenze della vendetta di Erdoğan in politica interna. Niente di criticabile, per carità, solo che sarebbe opportuna qualche riflessione sulle possibili ricadute nella politica estera turca. Alla delicatezza dell'argomento si aggiungono la fluidità della situazione, la possibilità di mosse "audaci" di Erdoğan (che dispone di una maggioranza assolutamente prona in Parlamento) e le non escludibili reazioni nel restante 50% del popolo turco e in quel che rimane degli alti e medi quadri delle Forze armate, per quanto decapitate attualmente siano.
La sapienza popolare dice che dove c'è fumo c'è arrosto, e in Turchia di "fumi" ce ne sono parecchi. Ai nostri fini sono di particolare interesse la salita dei toni verso gli Stati Uniti, con la maggiore specificazione delle accuse a essi in merito all'asserito ruolo svolto dietro le quinte del golpe, e l'accrescersi della "cordialità" verso la Russia. Sotto quest'ultimo profilo va rimarcata la recentissima dichiarazione di un personaggio non di secondo piano, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoğlu, che ha addirittura espresso gratitudine a Vladimir Putin per il pieno sostegno dato al governo turco nel corso del fallito golpe, con le parole
«la Russia ci ha fornito un supporto completo e incondizionato durante il tentativo di colpo di stato, per questo siamo grati a Putin e tutti i funzionari russi».
Riconoscenza che - a dire il vero - non avrebbe reali presupposti se si considerassero infondate le ricorrenti voci sull'allerta russo ad Ankara in merito a un incipiente colpo di stato; altrimenti, la riconoscenza formale sarebbe davvero il minimo. Poi in agosto ci sarà l'incontro tra Putin ed Erdoğan, durante il quale si parlerà sicuramente anche del ripristino dei pieni rapporti economici, interrotti dalla Russia dopo l'abbattimento di un aereo russo a novembre del 2015. Incidente di cui ora Erdoğan (con disinvoltura notevole) incolpa i generali golpisti e filostatunitensi! E molti osservatori sostengono che bisognerà seguire attentamente le mosse turche sui versanti della Russia, della Nato e della Siria.

LA RUSSIA ASPETTA E NON SOLO

Il primo di tali versanti potrebbe essere caratterizzato da un nuovo corso della politica turca verso Mosca, non per amore ma per effettivi interessi economici e politici. Non vi è dubbio che la stretta economica russa a seguito dell'abbattimento del proprio aereo non sia stata leggera per Ankara. Il decreto emanato il successivo 28 novembre da Putin (che aveva detto: «Non se la caveranno con qualche pomodoro») ha avuto vari effetti oltre alla messa al bando dell'importazione di prodotti agroalimentari turchi: rafforzamento dei controlli doganali sulle merci inviate dalla Turchia, blocco delle assunzioni di cittadini turchi, riesame dei progetti comuni nel settore delle costruzioni, ripristino del sistema dei visti di ingresso dei cittadini turchi in Russia, cancellazione dei voli charter (con il "suggerimento" alle agenzie di viaggio russe di non vendere più pacchetti-vacanze per la Turchia: nel 2014 i turisti russi erano stati 4,4 milioni, per un totale di 2,7 miliardi di dollari). Secondo la francese Coface (compagnia di assicurazione sui crediti all'export), la stretta russa sul turismo e le esportazioni ha avuto per l'economia turca un costo aggirantesi tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Comunque anche per la Russia il boicottaggio ha avuto effetti pesanti, se si pensa che l'interscambio globale con la Turchia - sempre nel 2014 - era consistito in esportazioni russe per 25 miliardi di dollari, a fronte di 5 miliardi di esportazioni turche; però vanno considerati i 10 miliardi di investimenti diretti turchi in Russia, a fronte dei 5 miliardi russi in Turchia.
Peraltro la rappresaglia russa non è avvenuta alla cieca, giacché - per esempio - non ha toccato le esportazioni russe di grano e olio di girasole, di cui la Turchia è il principale acquirente, e anche il settore dell'energia è rimasto fuori dai provvedimenti restrittivi, di modo che Mosca ha evitato un colossale autogol. Vero è che la Turchia ha cercato di approvvigionarsi altrove (Qatar, Azerbaigian, Turkmenistan), ma di certo non è ancora riuscita a sostituire la fonte russa, che soddisfa il 60% del suo fabbisogno di gas.
A parte la ripresa dei rapporti commerciali e del turismo russo, è sempre vivo l'interesse della Turchia a diventare il cosiddetto hub meridionale del gas russo, garantendosi altresì le proprie necessità energetiche (con reali vantaggi anche sul lato russo).
A quanto sopra si aggiunga che l'economia turca presenta una sua oggettiva sofferenza, e difatti Standard & Poor's ha tagliato il rating della Turchia a Bb e la lira turca è precipitata di quasi il 10% rispetto al dollaro.
A seconda del grado di deterioramento ulteriore dei rapporti con Usa e Ue, non si può escludere a priori che Ankara si accosti di più al blocco regionale orientale, i cui pilastri sono Russia, Cina e Iran. E la Nato? A Mosca qualcuno ne sogna l'uscita della Turchia e magari la teorizza, come Aleksadr Dugin, notorio maître à penser geopolitico di Putin. La sua valutazione sulla Turchia è la seguente: premesso che lì ci sono da una parte i kemalisti e i "patrioti" favorevoli al miglioramento dei rapporti con la Russia, e dall'altra Fethullah Gülen (legato alla Cia) e seguaci, insieme ai filostatunitensi che hanno cercato di rovesciare Erdoğan, a questo punto l'avvenire della Turchia starebbe nell'asse Mosca-Ankara e nella formazione di una strategia comune, essendo comuni anche certi nemici.
A parte ciò, è probabile che un pragmatico come Putin si accontenterebbe di qualcosa di meno, ma ugualmente utile: cioè che nella Nato resti una Turchia sempre meno attiva come partner dell'Occidente in quanto meno affidabile, tanto da restare "a bagnomaria". Tuttavia che qualcosa la Russia stia smuovendo è inferibile dalle azioni di Žirinovskij, personaggio essenzialmente "folklorico" ma spesso e volentieri utilizzato dal governo russo per sondaggi preliminari sulle eventuali reazioni a idee e progetti di Mosca: ebbene, costui va ora predicando l'utilità di un'alleanza militare trilaterale di Russia, Iran e Turchia. Detta così, sembra una boutade, tuttavia dietro potrebbe esserci qualche più minimalista - ma sempre utile - forma di cooperazione trilaterale. Staremo a vedere.

ALTRI RAPPORTI CON L'ESTERO

Intanto si registra che dopo quattro giorni dal fallito golpe, Erdoğan ha annunciato di voler risolvere le controversie pendenti con i paesi vicini (forse ricordandosi dell'analogo ammonimento di Atatürk) e si è intrattenuto in cordiale colloquio telefonico col Presidente iraniano Hasan Rohani (le cui milizie combattono in Siria contro gli islamisti appoggiati dallo stesso Erdoğan).
Comunque, nel quadro di un'ipotetica intesa Mosca sarebbe in grado di offrire ad Ankara qualcosa di importante proprio a motivo della posizione acquisita in Siria: si potrebbe realizzare un baratto tra l'accettazione turca a essere snodo distributivo per il gas russo, la cessazione dell'appoggio ai ribelli siriani e l'allentamento dei legami con la Nato da un lato, e dall'altro l'azione russa per bloccare la formazione di un'entità curda indipendente o federata con la Siria, tanto più che Erdoğan già appare più morbido verso Bashar al-Assad rispetto al recente passato. E non a caso.
La Turchia si trova ormai alle prese sia con l'interna guerriglia curda che non riesce ad annientare, sia con i pericoli derivanti dall'attivismo dei curdi siriani appoggiati da Washington: alla fine per Erdoğan il tanto demonizzato al-Assad finisce per essere il male minore, tanto più che è palese la diffidenza del governo di Damasco verso i curdi siriani (momentanei alleati contro l'Isis solo per forza di cose) e i loro progetti o di autonomia o di federazione con la Siria. Non si dimentichi, tra l'altro, che proprio l'opportunistico appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni rientra fra le cause di raffreddamento dei rapporti turco-statunitensi.
Il predetto possibile scambio russo-turco avverrebbe in una fase in cui la Turchia presenta vari profili di debolezza: le Forze armate turche, ormai decapitate e oggetto di epurazioni a vasto raggio, sono già impegnate in Anatolia contro i curdi del Pkk e non appaiono ragionevolmente in grado di impegnarsi in incursioni in Siria, fino a ieri paventate. Si consideri che per gli esperti (o presunti tali), prima di cinque anni l'apparato militare turco non sarebbe in grado di tornare ai livelli pre-golpe. Inoltre, dopo i recenti attentati islamisti sembra essersi spezzato qualcosa negli oscuri rapporti fra Erdoğan e l'Isis; poi, l'eventuale rifiuto di Washington all'estradizione di Fethullah Gülen avvelenerebbe ancor di più le relazioni tra Turchia e Usa e non si possono escludere ricadute sull'uso delle basi Nato come Inçirlik: non nell'immediato, certo, perché Erdoğan non ha ancora la necessaria forza interna per entrare in rotta di collisione con l'Occidente, ma se riuscisse ad eliminare i più consistenti centri di potere filoccidentali in Turchia, allora potrebbe anche dare luogo a una vendetta sugli infidi partner di oggi.
Poiché in politica in genere, e in quella estera in particolare, è sempre meglio non fidarsi, se Putin da un lato si comporta in un certo modo verso Ankara, da un altro lato sta progettando un'importante iniziativa per poter aggirare un domani il passaggio delle navi russe attraverso il Bosforo e i Dardanelli: si tratta del progetto di costruzione di un canale di 700 chilometri per collegare il mar Caspio col Golfo Persico, passando per l'Iran; il suo costo andrebbe dai 10 ai 30 miliardi di dollari e ridurrebbe moltissimo il tempo per il trasporto delle merci.

POSSIBILITÀ CHE NON SONO PROBABILITÀ

Si deve restare nel campo delle ipotesi (senza fare previsioni) anche riguardo alla situazione interna turca, spaccata in due fra laici e islamisti, con leggera prevalenza di Erdoğan nel corpo elettorale. La grande manifestazione del kemalista Partito Repubblicano del Popolo, svoltasi domenica 24 luglio, ha ridato visibilità e voce a una Turchia laica ancora decisa a non farsi islamizzare. Di qui un'incognita sulla gamma di conseguenze provocabili dalle ipotesi dinanzi fatte. Non sono escludibili in radice né nuovi golpe né derive di tipo algerino nelle strade e nelle montagne turche. Potranno accadere effettivamente, ma è più probabile (per lo meno allo stato delle cose) che Erdoğan resti in sella, pur non potendosi dire in quali condizioni.
Va infine considerato un ulteriore aspetto di tipo sociale e politico. Nel quadro delle epurazioni a tutto campo che Erdoğan sta realizzando, decine di migliaia di famiglie turche si vanno trovando sul lastrico dall'oggi al domani. Si tratta di un dramma sociale che in prospettiva potrebbe produrre conseguenze in sede elettorale, considerato che le famiglie turche sono assai meno mononucleari di quelle occidentali ed è facile che scattino meccanismi altrettanto allargati di solidale autodifesa, anche al di là delle attuali contingenti posizioni politiche di ciascuno. E resta l'ulteriore incognita di quale sarà il comportamento elettorale del campo gülenista dopo i massicci colpi ricevuti.

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LA VENDETTA PREMEDITATA DI ERDOĞAN di Pier Francesco Zarcone


C'È VOLUTO POCO PER CAMBIARE

Nel corso di una notte in Turchia tutto è cambiato e il peggio deve ancora venire. Ricorrendo a un'immagine, potremmo dire che prima del fallito golpe la situazione turca era così rappresentabile: il composito settore degli oppositori di Erdoğan costituiva una sorta di fortezza assediata sulle cui mura - dopo la perdita di spazi viciniori - si abbattevano i colpi degli arieti islamici dell'ex sindaco di Istanbul diventato Presidente della Turchia: tuttavia quelle mura bene o male tenevano. Oggi invece sono improvvisamente crollate, le orde di Erdoğan sono entrate e scorrazzano indisturbate in quella che potrebbe diventare assai presto una "cittadella della memoria".
Si è sempre parlato di una metaforica agenda politica islamista di Erdoğan, e tutto fa pensare che siamo di fronte a una limpieza [rastrellamento massiccio (n.d.r.)] diretta a concretizzarla. D'altro canto il vero Erdoğan non è mai stato il presunto islamico "moderato" mistificato dai media occidentali, bensì colui che in piena convinzione amava recitare i bellicosi versi
«Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».
Gli oppositori - già in precedenza intimoriti e con sempre più ridotta voglia (e possibilità) di contrapposizioni frontali - oggi sono costretti al silenzio e all'acquiescenza sperando almeno di evitare guai maggiori. Ed è sintomatico che invece il partito Mhp (vale a dire l'erede politico del kemalismo!) - attraverso il suo leader Devlet Bahçeli - si sia allineato alle velleità governative di ripristino della pena di morte (tanto, come ha detto Erdoğan, la pena di morte è dappertutto tranne che nell'Unione europea! Che non è male come giustificazione omicida…).
In buona sostanza Erdoğan sta ridisegnando a proprio uso e consumo una nuova Turchia al cui interno gli oppositori dovrebbero avere ben poco da opporre e molto da tacere. Si parla di circa 90.000 epurati, fra arrestati e dimessi dal lavoro. La cifra è impressionante, e se si va a vederne i dettagli la preoccupazione aumenta in modo esponenziale. Innanzitutto (e proprio l'entità di quella cifra lo dimostra, altrimenti il golpe avrebbe vinto) non sono finiti nel tritacarne di Erdoğan solo i golpisti. Il vicepremier Numan Kurtulmus ha comunicato che gli imprigionati per complicità nel golpe sono 9.322, ma un tribunale di Istanbul ha rinviato a giudizio finora solo 278 persone per complicità col golpe. Il resto degli epurati riguarda gli asseriti sostenitori (anche solo simpatizzanti) di Fethullah Gülen.

ALCUNE CIFRE SULL'EPURAZIONE IN ATTO

A essere rivelatori del disegno di Erdoğan sono i dettagli del totale: più di 7.000 poliziotti sono stati sospesi e lo stesso dicasi per 15.200 dipendenti del ministero dell'Educazione. La mazzata che ha colpito il sistema d'istruzione è terribile: 21.000 insegnanti di scuole private hanno perso la licenza d'insegnamento e il Consiglio per l'alta educazione (Yok, cioè l'organo costituzionale supervisore delle Università turche) ha chiesto le dimissioni di tutti i 1.577 rettori della Turchia (1.176 sono di Università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie private). Si parla di un progetto di licenziamento in tronco di 15.200 funzionari della Pubblica istruzione e di 21.000 professori di scuole private.
Il ministero della Famiglia e delle Politiche sociali ha sospeso 393 dipendenti, e la "purificazione" si è estesa anche alla sfera religiosa musulmana, giacché la Presidenza per gli Affari religiosi (Diyanet), organo statale, ha allontanato 492 dipendenti tra imam e insegnanti di religione. Ovviamente il sistema informativo non poteva restare indenne: il Consiglio supremo radiotelevisivo della Turchia - Rtuk - ha annullato le licenze a tutte le emittenti di radio e televisione che abbiano sostenuto i golpisti, vale a dire 24 media collegati a Fethullah Gülen. Dal canto loro i Servizi segreti hanno sospeso dal servizio circa 100 loro agenti.
Questi dati fanno ritenere che l'eventuale vittoria del golpe non avrebbe portato a molto di peggio. In pratica tutte le categorie sociali "portanti" vengono colpite essenzialmente mediante l'accusa di collegamento (anche solo di idee) col demonizzato Gülen (che sicuramente maledirà il lontano momento in cui ebbe la bella idea di aprire la strada politica allo sconosciuto Recep Tayyp Erdoğan; ma ormai il danno è fatto).
Siamo in presenza di provvedimenti dai costi umani e sociali enormi, che vanno dalla crisi economica delle famiglie colpite (dall'oggi al domani) alla sicura copertura dell'enorme vuoto di quadri così determinatosi mediante il ricorso a giovani leve islamiste (con quel che inevitabilmente seguirà).
Sulla sorte giudiziaria e sociale di arrestati ed epurati non c'è molto da illudersi. Già prima del golpe Erdoğan non si comportava da Presidente di una Repubblica parlamentare, ma da Presidente autocrate, e adesso - cioè al momento - è onnipotente. Leggi e competenze degli organi giurisdizionali, nonché convenzioni internazionali, non contano più nulla di fronte al volere di chi ormai incarna un vero e proprio "dispotismo orientale". Per arrestati ed epurati non vale certo la presunzione d'innocenza, e inoltre - non contando i golpisti - le vittime di questo tsunami repressivo hanno tutta l'aria di trovarsi nei guai per meri "reati" d'opinione, sempre ammesso che di reati si possa parlare alla stregua delle attuali leggi turche. Che però non contano.
Nel nostro titolo si parla di vendetta premeditata, e la ragione è semplice. Mettiamo fra parentesi (per ora) la questione se quello dei giorni scorsi fosse o meno uno pseudo-golpe: la cosa al momento finisce con l'avere poco rilievo. Semmai si può pensare che fosse un "golpe atteso", almeno alla luce di un indizio pesante che induce a vedere nella repressione attuale qualcosa di pensato e preparato da tempo, cioè da far scattare appena se ne presentasse l'occasione propizia: e l'indizio consiste nel contenuto analitico e ad ampio spettro delle attuali liste di proscrizione, liste che non si preparano certo in pochi giorni.

ISOLAMENTO INTERNAZIONALE?

Molto si discute oggi sull'odierno isolamento internazionale di Erdoğan. Tuttavia è sempre pendente il rischio che ancora una volta si confondano i desideri con la realtà. Innegabilmente il nostro personaggio ha problemi con l'Ue, e non è aprioristicamente da escludere che il ripristino della pena di morte possa chiudere il discorso sull'ingresso della Turchia nell'Unione dei 26 - ferma restando la legittimità del chiedersi se ancora effettivamente persista l'interesse di Erdoğan per un tale risultato. Qui, però, vanno rimarcate l'ipocrisia e la totale mancanza di valori (anche i conclamati "valori europei") dei governanti e dei burocrati dell'Ue, perché un paese quale è diventata la Turchia di Erdoğan non dovrebbe far parte dell'Unione, punto e basta, a prescindere dalla pena di morte. Ma Ankara ha pur sempre in mano la carta dell'afflusso dei profughi dalla Siria: ragion per cui non è del tutto disarmata verso l'Ue. Semmai quest'ultima potrebbe giocare il brutto scherzo di chiudere il discorso del libero passaggio dei cittadini turchi per l'Europa, cosa che pare interessare molto a Erdoğan (magari non per l'immediatissimo domani, atteso che ai dipendenti pubblici è stato vietato di uscire dalla Turchia senza permesso dei superiori, e le ferie sembrano sospese).
C'è poi l'incognita relativa a come evolverà la questione dei rapporti con gli Usa: astrattamente si potrebbe pensare che una retromarcia di Erdoğan equivarrebbe a un perdere la faccia, ma sarebbe rischioso fare affidamento sulla sua presunta sensibilità al riguardo. Un suo sostanziale cambio di atteggiamento verso la Russia invece è nell'aria, e non troverebbe certo remore di principio da parte di Mosca, in base al pragmatico principio di politica internazionale a suo tempo formulato da Winston Churchill: non ci sono amici, ma solo interessi da perseguire. Un principio del resto comune a tutti. Non dimentichiamo che la Turchia importa dalla Russia il 58% del suo fabbisogno di gas naturale.

L'IMPATTO SULL'APPARATO MILITARE

A parte questa fase di delirio di onnipotenza, Erdoğan non ha mai agito come pacificatore di una Turchia non da oggi rivelatasi fragile: e difatti il suo operato è tale da causare al suo paese ulteriori fragilità, militari e politiche. Alle frontiere turche con Siria e Iraq infuria la guerra, la guerra contro i curdi anatolici è in pieno svolgimento e l'ondata di attentati non può dirsi finita. Sul piano interno la Polizia, saldamente in mano a Erdoğan, ha saputo far fronte a dei golpisti mandati allo sbaraglio ma, a prescindere dal fatto che la guerra è un'altra cosa, il nostro rischia di indebolire ancor di più le sue Forze armate che già hanno mostrato falle di rilievo. La sua massiccia repressione lascerà indenne il morale e la coesione dei militari che non parteciparono al golpe?
In più l'atmosfera di sospetto circa infiltrazioni di oppositori tra i militari non finirà certo tra pochi giorni, ed è ormai chiaro che nessun turco in divisa può essere sicuro che la mannaia della repressione non si stia abbattendo su di lui. E poi, l'eliminazione di quadri militari importanti (molti dei quali operativi in ambito Nato) davvero non avrà conseguenze organizzative? È azzardato pensare che l'attuale ondata di epurazioni lascerà per un certo tempo assai indebolito l'apparato militare turco? Si tratta di una realtà di 500.000 uomini, con 12.000 carri armati, 700 aerei e 300 navi: ma con che morale? I militari sono ormai marcati strettamente dalla polizia e gli ufficiali sono sospetti. Se davvero Erdoğan è convinto che dietro al golpe c'erano gli Stati Uniti (oltre a Gülen), e che lo volevano morto, non è da escludere che sulla componente più americanizzata delle Forze armate altri colpi arriveranno, e il risultato sarà un loro ulteriore "dissanguamento" e un calo nel morale e nella coesione.
Che incidenza abbia tutto questo sulle iniziative di politica estera di Erdoğan è ancora presto dirlo. Intanto si registra il fitto quadro dei pasticci da lui causati in politica estera, pasticci che si traducono in altrettante crisi. Ecco l'elenco: Siria, con ricadute di attentati in Turchia; cattivi rapporti con l'Ue e dissolversi dell'entente con la Merkel; riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento tedesco; peggioramento dei rapporti con gli Usa anche per l'appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni, con tanti saluti agli interessi turchi; crisi con l'Iran che appoggia al-Assad; guerra ai curdi del Pkk, senza che costoro appaiano davvero indeboliti; problemi con la Nato, i cui vertici dopo l'abbattimento del Su-24 russo lasciarono Erdoğan a sbrogliarsela da solo. Oggi tuttavia la crisi con la Russia sembra in via di assorbimento.

IL CAMBIO DI CLIMA CULTURALE

Dopo aver parlato finora di questioni strettamente politiche, è il caso di trattare un argomento di ordine più propriamente socio-culturale, che è in un certo senso politico a sua volta, e comunque non è meno importante. Infatti, le più recenti corrispondenze dalla Turchia parlano di un radicale cambiamento di clima caratterizzato dal visibile ripiegamento della Turchia laica e dai primi segnali di peggioramento della condizione femminile.
Prima di procedere in questo senso, e per una maggiore comprensione, è necessario fare un passo indietro nella storia. Per quanto in Occidente si sia sempre - e impropriamente - parlato di turchi con riferimento all’epoca imperiale, in realtà questa denominazione era riservata in loco ai turcofoni dell'Anatolia profonda e, a parte questi "burini anatolici", gli altri (grandi città, coste, Balcani) si consideravano ottomani. Ai primi del secolo XX il nascere del nazionalismo del Movimento Unione e Progresso (denominato in Europa dei "Giovani Turchi") portò alla rivalutazione del turchismo, che poi con la Repubblica di Atatürk diventò ideologia ufficiale. Ad ogni modo, seppure furono gli anatolici a fornire a Mustafa Kemal l'esercito per la guerra d'indipendenza contro la Grecia, non vi è dubbio che in seguito - a motivo proprio dell'occidentalizzazione e della modernizzazione imposte dal regime repubblicano - toccò proprio agli anatolici tornare in secondo piano, per così dire. E costoro nel proprio ambiente custodirono fino a oggi la Turchia tradizionale, patriarcale, sessista e islamica su cui occidentalizzazione e modernizzazione in definitiva poco incisero.
Un distinzione da noi praticamente sconosciuta è quella fra i cosiddetti "turchi neri" (quelli delle provincie anatoliche più interne) e i cosiddetti "turchi bianchi" (delle grandi città e della costa): questi ultimi, etnicamente poco "turchi" - magari dagli occhi azzurri e biondi come Atatürk, molti dei quali circassi o frutto di commistioni etniche balcaniche - hanno comandato fino al termine del secolo scorso, ma oggi nei posti di comando ci sono essenzialmente i "turchi neri", i cui rancori e le cui velleità di rivincita fino a ieri risultavano compresse da esigenze di apparenza politica, soprattutto nella prospettiva internazionale. Oggi tutto va cambiando: è giunta l'ora della rivincita, che non sarà indolore.
I segnali cominciano a vedersi per le strade di Istanbul e Ankara, dominate da islamisti esaltati alla cui intollerante presenza si deve un ulteriore aumento di turban (il velo femminile per il capo), una certa riduzione di abbigliamento femminile occidentale non puritano e la crescita di provocazioni alle donne che non si allineino prontamente al nuovo corso. Le corrispondenze giornalistiche dicono che non è consigliabile per le donne aggirarsi di sera con braccia e gambe scoperte, e a testa nuda. Sintomatico (e preoccupante) il racconto di una studentessa a cui un sabato da un'auto fu gridato
«Uccideremo anche le donne come voi».
Potrà la Turchia laica rialzare la testa? Nella situazione attuale è obiettivamente pericoloso, con le strade nelle mani degli erdoğanisti e della polizia. Resta l'incognita riguardo alle ripercussioni di questa stretta repressiva su un paese in cui ancora si vota: e anche per questo sarà interessante vedere cosa accadrà alle prossime elezioni. Ma Erdoğan potrebbe anche conquistare la maggioranza necessaria a modificare la Costituzione in senso presidenzialista, e questo aumenterebbe certo il suo delirio di onnipotenza.
Certo, le mani ancora più libere possono significare per Erdoğan la possibilità di continuare a fare disastri d'ordine sociale. E se questi disastri incidessero negativamente sugli interessi economici dei ceti che appoggiano il governo attuale (ceti non tutti composti da islamisti, ma anche da imprenditori piccoli e grandi, semplicemente opportunisti), allora la situazione turca potrebbe tornare ad essere esplosiva, mettendo a repentaglio la forza del regime di Erdoğan.
Tuttavia non ci sarebbe da stupirsi se si verificasse una regressione ulteriore in senso quasi talibano, non solo come sembrerebbe accadere ora, ma nel medio periodo. Nell'allontanamento della Turchia dalla prospettiva di ingresso nella Ue possono derivare numerose conseguenze, non tutte prevedibili - al limite anche un'espansione dell'Isis, prodromi di guerra civile e forse nuovi golpe militari. Alcuni di questi scenari, se si verificassero in un contesto ulteriormente peggiorato - in termini economici, sociali e istituzionali - potrebbero veramente portare all'esplosione di una guerra civile.

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martedì 5 gennaio 2016

DAL KURDISTAN TURCO - Appello urgente alla solidarietà e l'azione

Appello urgente alla solidarietà e l'azione
 
Unione delle Municipalità della Regione dell'Anatolia sudorientale
 
Nel corso del conflitto armato che è ricominciato nella regione curda della Turchia dopo le elezioni politiche del giugno 2015, almeno186 civili sono morti - la maggioranza dei quali donne e bambini - e centinaia di essi sono rimasti feriti e migliaia di persone sono state arrestate.
 
Per quanto riguarda i co-sindaci che sono parte della nostra unione da luglio 2015, 17 di essi sono stati arrestati, mentre 25 sono stati sospesi dal loro incarico e a 6 è stato emesso un mandato di cattura. Allo scopo di porre fine alla violazione dei diritti umani nella nostra regione, vi è una necessità urgente di rivitalizzare i colloqui di pace per una risoluzione della questione curda in Turchia.
 
Da agosto di quest'anno, come reazione alle politiche repressive dello stato turco che sono riemerse, le assemblee popolari in molti paesi e città curde hanno dato voce alle loro richieste di autogoverno. A queste richieste per l'autogoverno - che puntano ad ottenere una trasformazione strutturale decentrata opposta il centralismo - è stato risposto dal governo turco con una violenza sproporzionata promossa dallo stato. Nelle città curde dove le richieste di autogoverno sono state portate avanti, specialmente a Cizre, Sur, Silvan, Nusaybin, Dargecit, Silopi e Yüksekova,
il governo turco ha dichiarato coprifuochi che sono proseguiti per settimane durante i quali civili sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, mentre prosegue una migrazione di massa di residenti delle città sotto coprifuoco. Per giorni non è stato consentito nemmeno di seppellire i corpi dei civili uccisi dallo stato turco e sono stati tenuti nelle abitazioni. Oltre a questo, decine di civili sono stati presi di mira dai cecchini turchi, mentre ai feriti è impedito l'accesso alle cure sanitarie da parte delle forze di sicurezza.
 
Sfortunatamente questi sviluppi si ripresentano giorno dopo giorno nelle città sopra menzionate. Come conseguenza dei conflitti armati in corso più di 200.000 persone hanno dovuto emigrare dalle zone di conflitto e questo numero aumenta ancora. Inoltre anche gli edifici storici nel distretto di Sur nella città di Diyarbakir, che è stata riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio mondiale, a causa dei conflitti in corso sono in pericolo. Finora le moschee Kursunlu Mosque e Pasha Hamam costruite nel 16° secolo sono state prese di mira dalle forze di sicurezza turche e materialmente distrutte al punto che gli sforzi di restauro in futuro non saranno mai sufficienti.
 
A seguito della recrudescenza del conflitto armato hanno subito il coprifuoco 18 città con una popolazione di circa 100.000 persone e 5 di queste città al 21 dicembre 2015 sono ancora zona di coprifuoco. Ma cosa ancora più importante, i conflitti armati in corso nelle zone urbane hanno raggiunto una nuova fase dannosa il 14 dicembre 2015. I carri armati e gli armamenti pesanti che sono utilizzati solo in guerra convenzionale, ora vengono utilizzati dalle forze armate turche nelle zone dove vivono centinaia di migliaia di civili.
 
Il numero dei poliziotti e dei soldati sono aumentati drasticamente nelle scorse settimane nella nostra regione. Secondo le statistiche fornite dalle autorità dello stato turco 14 generali, 26 colonnelli e 10.000 soldati sono stati trasferiti solo per la città di Sirnak e altri 5.000 soldati saranno trasferiti nei giorni successivi. In aggiunta a questo il Direttorato dell'Educazione Nazionale a Cizre e a Silopi ha effettuato una chiamata ufficiale agli insegnati affinché lascino quelle città. Il Ministero della Salute ha inviato un comunicato ufficiale agli ospedali nella nostra regione per avere più personale impegnato e più attrezzature per la cura sanitaria in magazzino. Anche tutte le manifestazioni pacifiche per protestare contro il coprifuoco e la violazione dei diritti umani si confrontano con la brutalità della polizia e alla repressione.
 
Tutti questi sviluppi ci fanno pensare che la clamorosa violazione dei diritti umani che ha avuto luogo nei mesi scorsi continuerà e diventerà addirittura più grave. Perciò questo è un appello a tutte le forze a favore della democrazia in tutto il mondo per opporsi alle misure antidemocratiche adottate dallo stato turco.
 
Per essere in grado di impedire altre morti e violazioni dei diritti prima che sia troppo tardi, avanziamo queste richieste concrete:
 
È urgente che:
 
– I media internazionali, i reporter e i giornalisti vengano nella zona di conflitto allo scopo di vedere e riportare che cosa sta succedendo sul terreno.
– Sia le organizzazioni governative che quelle non governative che lavorano per i diritti umani mandino delegazioni per rilevare e riportare le violazioni dei diritti nella zona di conflitto.
– Le delegazioni internazionali vengano a visitare i co-sindaci arrestati e a monitorare le loro condizioni di detenzione, così come il processo giudiziario.
– Un appello di tutti gli attori internazionali per chiedere a tutte le parti coinvolte di ritirare le forze armate dalle zone urbane e gli armamenti pesanti per rendere possibile un cessate il fuoco.
– Tutti i governi coinvolti rompano il silenzio per quanto sopra citato per riavviare i colloqui di pace che sono proseguiti per 2,5 anni ma sono terminati nel luglio del 2015.
 
Gültan Kisanak
 
Co-presidente del GABB
Co-sindaco della Municipalità Metropolitana di Diyarbakir
 
NOTA:I dati utilizzati in questa lettera si basano sui rapporti e i comunicati stampa rilasciati dall'Associazione dei Diritti Umani e Dell'Associazione Forense di Diyarbakir
 
Appendice 1: Informazioni di base sulle zone del coprifuoco al 21 Dicembre
Cizre/Sirnak
 
Il coprifuoco è stato dichiarato per 5 volte. L'ultima volta è iniziato il 14 di dicembre 2015 e da allora è proseguito. In totale Cizre è rimasta sotto coprifuoco 21 giorni. Dal luglio 2015, 39 persone sono morte a Cizre mentre 7 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Silopi/Sirnak
 
ll coprifuoco è stato dichiarato 3 volte. L'ultima volta è iniziato il 14 dicembre 2015 e da allora continua. In totale Silopi è rimasta sotto il coprifuoco per 10 giorni. Da Luglio 2015 25 persone sono morte mentre 10 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Nusaybin/Mardin
 
Il coprifuoco è stato dichiarato 7 volte. L'ultimo è iniziato il 14 dicembre 2015, ed è in corso da allora. In totale Nusaybin è rimasta sotto coprifuoco per 38 giorni. Da luglio 2015, 22 persone sono morte a Silopi mentre 2 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Dargeçit/Mardin
 
Il coprifuoco è stato dichiarato per 2 volte. L'ultima volta è iniziato l'11 dicembre 2015 e da allora è proseguito. In totale Dargeçit è rimasta sotto coprifuoco per 14 giorni. Da luglio 2015 4 persone sono morte a Dargeçit mentre due persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Sur/Diyarbakir
 
Il coprifuoco è stato dichiarato 6 volte. L'ultima volta è iniziato il 2 di dicembre 2015, e da allora è proseguito. In totale Sur è rimasta sotto coprifuoco per 30 giorni. Da luglio 2015, 10 persone sono morte a Sur, mentre 5 persone sono state uccise durante l'ultimo coprifuoco.
 
Appendice 2: Dati generali sui recenti conflitti armati e i massacri
 
A partire dal 10 dicembre, il numero di guerriglieri, dei soldati e dei poliziotti morti è di circa 400.
 
100 persone sono morte durante gli attacchi ad Ankara durante la Marcia della pace che ha avuto luogo il 10 ottobre 2015.
 
33 persone sono morte durante l'attentato a Suruç che ha preso di mira i giovani socialisti il 20 Giugno 2015.
 
8 civili sono morti a seguito degli attacchi aerei lanciati dagli aerei da guerra turchi sulle montagne di Qandil nel villaggio di Zergele il 12 Agosto 2015.
 
In totale 186 civili sono morti durante il coprifuoco, le proteste e le esecuzioni da luglio 2015.
 

sabato 21 novembre 2015

Appello urgente alla solidarietà internazionale: Togliete l’assedio di Silvan

Appello urgente alla solidarietà internazionale: Togliete l’assedio di Silvan

Il governo turco ha abbandonato il processo di pace che aveva condotto ad almeno due anni durante i quali quasi nessuno è morto in scontri con le forze di sicurezza. Dopo una campagna per le elezioni generali di giugno, caratterizzata da 170 attacchi violenti agli uffici del HDP e bombardamenti degli uffici di Mersin e di Adana dell’HDP, 4 persone sono state uccise e molte ferite da una bomba alla manifestazione finale dell’HDP a Diyarbakır. Dopo che le elezioni hanno impedito la costituzione della maggioranza del partito AK in Parlamento la violenza è cresciuta moltissimo. 33 giovani in missione umanitaria a Kobane sono stati uccisi da una bomba a Suruc. Con l’aumento delle vittime alcune autorità locali in aree curde hanno dichiarato la “autonomia” per proteggere i propri abitanti. La risposta del governo turco è stata una serie di attacchi delle forze di sicurezza in queste areee. Sono state dichiarate 24 ore di coprifuoco e soldati e squadre di forze speciali hanno attaccato quartieri, mettendo cecchini sui tetti e sparando a chiunque apparisse in strada. Molti civili, incluse donne, bambini e anziani, sono stati uccisi.
L’ultimo di questi attacchi è a Silvan.
Dal 2 novembre i quartieri di Tekel, Mescit e Konak nella città di Silvan nella provincia di Diyarbakır nel sud est della Turchia sono stati sotto occupazione da parte delle forze speciali di polizia e dall’esercito turco. Coprifuoco di 24 ore. I civili non possono lasciare le loro case per necessità essenziali e neanche prendere I feriti per cure mediche o seppellire I morti. Le persone si nascondono nelle cantine mentra carri armati percorrono le strade rivolgendo il fuoco dei cannoni contro gli edifici. Carri armati hanno circondato le alture e stanno sparando contro questi quartieri residenziali. E sono stati usati elicotteri per far fuoco su quest’ area. Non si riesce a sapere esattamenti il numero dei morti e feriti, ma si ritiene che tra loro ci siano anche donne, vecchi, bambini.
Ziya Pir, un deputato del HDP (partito democratico del popolo) eletto in quest’area, riferisce che ha cercato di intervenire presso un funzionario del Ministero degli interni e si è sentito dire: “Cancelleremo questi tre quartieri dalla mappa.”
Ziya Pir riferisce quanto segue: “Sparano in modo indiscriminato dappertutto. Soldati, polizia e persone assolutamente non registrate, che posso solo chiamare “cacciatori di teste”, stanno distruggendo gli edifici da cima a fondo con i cannoni. Carri armati sono stati posizionati per controllare queste zone. Noi non vi possiamo entrare.
“Secondo le informazioni che abbiamo dall’interno le persone a gruppi di 10-15 si nascondono nelle cantine. Nessuno può uscire perché ci sono cecchini appostati sui tetti. Se vedono anche un’ombra dentro una casa o qualsiasi segno di vita aprono il fuoco. In operazioni precedenti solitamente c’era una interruzione di una due ore. Adesso si spara 24 ore su 24 senza interruzione.”
Il 15-16 November la conferenza del G20 sarà ospitata dal Governo turco in Antalya. Nello stesso tempo in cui il governo è impegnato in massacri indiscriminati dei propri civili. Questi attacchi hanno avuto luogo nel corso della campagna per le recenti elezioni e continuano anche dopo. Sono prese di mira tutte le aree dove c’è stato un alto numero di voti per l’HDP.
L’incontro del G20 è per il governo turco un fatto di grande prestigio e purtroppo i governi europei sono adesso piuttosto morbidi nel criticare le violazioni dei diritti umani in Turchia, con la speranza che il Governo turco metta un limite al flusso dei profughi verso l’Europa. Il vostro intervento può fare la differenza.
Vi preghiamo di esprimere la vostra preoccupazione relativamente ai recenti avvenimenti in Turchia.
Per salvare vite umane, bisogna che le forze di sicurezza cessino le operazioni contro la popolazione civile e consentano l’accesso a queste aree a parlamentari e osservatori internazionali indipendenti.
Mandate i vostri messaggi a:
Feridun Hadi Sinirlioğlu
Dr. Sadık Ahmet Cad. No:8 Balgat
Ankara,Turkey
e inviate copia dei vostri messaggi a:
Mail:barisbloku@gmail.com
Twitter:@barisbloku
Facebook:/barisbloku
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