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mercoledì 8 giugno 2016

E' nato il Fronte di lotta No Austerity

 
 
 
 
 
 
Firenze, 28-29 maggio. E' nato il Fronte di lotta No Austerity: lo strumento che serve alle lotte per vincere!
Tanti delegati e delegate, provenienti da diverse regioni d'Italia - Toscana (Firenze e Lucca), Lombardia (Milano, Bergamo, Cremona), Piemonte (Pinerolo), Veneto (Vicenza), Emilia Romagna (Modena, Parma, Bologna), Lazio (Roma), Puglia (Bari e Bat), Campania (Salerno), Sicilia (Palermo, Catania, Caltanissetta) - hanno partecipato alla prima Conferenza nazionale di No Austerity. Tra loro importanti rappresentanti di realtà di lotta: dai ferrovieri - che pochi giorni prima avevano dato vita a un riuscitissimo sciopero che ha paralizzato la circolazione in Italia - agli operai di diversi stabilimenti e multinazionali; dagli operai e dalle operaie delle cooperative e della logistica, ai dipendenti della scuola, della sanità e del pubblico impiego. Presenti anche delegati di comitati di disoccupati e pensionati. Tanti gli attivisti sindacali che, nonostante la diversa collocazione - Cub, Si.Cobas, Usi, Slai Cobas, Fiom, Il Sindacato è un'altra cosa, Usb, ecc. - hanno espresso l'esigenza profonda di unire le lotte per sconfiggere i padroni e il governo. Tutti sono arrivati a Firenze a spese proprie, autofinanziandosi il viaggio e il pernottamento: in tanti e tante hanno percorso molte ore di viaggio per poter partecipare alla Conferenza. Tra loro, anche le combattive Donne in Lotta e operai immigrati.
Sono stati due giorni di partecipato dibattito, che ha visto il contributo attivo, oltre che di tanti attivisti sindacali, anche di associazioni e attivisti politici. Un filo rosso ha attraversato tutto il dibattito: la profonda esigenza di rafforzare No Austerity, di favorire il protagonismo della base, di anteporre l'unità di classe ai settarismi e all'autoreferenzialità.
La due giorni si è svolta in un clima di entusiasmo, che ha raggiunto il suo culmine con l'intervento di Emanuelle Bigot, del sindacato francese Solidaires (presente in rappresentanza anche della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta), che ha raccontato le straordinarie lotte delle lavoratrici e dei lavoratori francesi contro il Jobs Act di Hollande. Un intervento che è stato salutato con un lungo applauso in piedi. Sono arrivati anche i saluti di altri sindacati e organizzazioni di lotta della Rete sindacale internazionale: dalla Csp Conlutas del Brasile ai Co.Bas di Spagna, da No Austerity inglese al Movimento Donne in Lotta del Brasile.
La Conferenza si è articolata in vari momenti di discussione. Sabato si è discusso del bilancio del coordinamento No Austerity con l'indicazione delle possibili linee di sviluppo (relazione di Ivan Maddaluni, ferroviere) e si è presentata la Carta dei principi (relazione di Diego Bossi, operaio della Pirelli). Dopo questa prima parte del dibattito (conclusa da Fabiana Stefanoni, lavoratrice della scuola), c'è stato un importante e partecipato momento organizzato dalle Donne in Lotta sulla necessità di lottare contro sfruttamento e maschilismo (a coordinare il dibattito: Conny Fasciana, Patrizia Cammarata, Chiara Pannullo e Sabrina Volta); la sera si è infine conclusa con un dibattito sulla Palestina, con la presentazione del libro Gaza e l'industria israeliana della violenza (con la presenza di uno degli autori, Alfredo Tradardi). La giornata di domenica è stata dedicata all'importante tema della lotta contro il Jobs Act e contro l'accordo della vergogna (relazione di Giuseppe Martelli dell'Usi) e alla discussione sul regolamento e le questioni organizzative (relazione di Graziano Giusti, di No Austerity Bergamo). La giornata di domenica si è infine conclusa con la votazione unanime della Carta dei principi e del regolamento. Si è deciso anche di cambiare il nome di No Austerity, da "Coordinamento" a "Fronte di lotta", per rimarcare il passo in avanti che è stato compiuto. E' nato quindi il Fronte di lotta No Austerity: un importante strumento per il rafforzamento delle lotte in Italia.

domenica 10 aprile 2016

APPELLO A PARTECIPARE ALLA PRIMA CONFERENZA NAZIONALE DI NO AUSTERITY

 
Il coordinamento No Austerity organizza a fine maggio la prima Conferenza nazionale per delegati.
La conferenza è aperta a tutte e tutti i singoli o gruppi (sindacati, strutture sindacali, comitati di lotta, associazioni, assemblee territoriali) che pensano sia importante rafforzare l'unità delle lotte.
Proponiamo alla discussione di tutte le realtà che decideranno di partecipare a questo percorso una Carta dei Principi, che potete leggere sul sito.
Sul sito verrà aperta un'apposita sezione dove saranno pubblicati tutti i contributi delle realtà che decidono di partecipare al percorso.
Per ogni ulteriore informazione potete visitare il sito www.coordinamentonoausterity.org o scrivere a: info@coordinamentonoausterity.org
 
Sul sito di No Austerity trovate tutto il materiale per la
Conferenza nazionale del 28-29 maggio a Firenze:
l'appello per la Conferenza, il regolamento per parteciparvi, la Carta dei principi
Clicca qui:
  



 
 
 


L'appello per la Conferenza
NO AUSTERITY SI EVOLVEVerso la Prima Conferenza Nazionale
Firenze 28-29 Maggio 2016
 
No Austerity si evolve, estende e supera la funzione di coordinamento che in questi tre anni ha visto ladesione di tantissime realtà sindacali di lotta, organizzazioni, singoli attivisti, impegnati in tutto il Paese in battaglie coraggiose per diritti e tutele nel mondo del lavoro e contro lesclusione e lemarginazione sociale; battaglie che abbiamo sostenuto con convinzione, contro la violenza del sistema padronale e dei suoi alleati.
 
Abbiamo anche sviluppato solidarietà e collaborazione con le realtà di lotta di tutto il mondo oggi organizzate nella Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta, denunciando le politiche di sfruttamento, speculazione e austerità volute dalle oligarchie economiche e finanziarie mondiali.
 
In questi anni non ci siamo fermati alla diffusione e al coordinamento delle vertenze ma abbiamo anche promosso, con grande riscontro e partecipazione, campagne specifiche per il diritto di sciopero e contro gli accordi vergogna sulla rappresentanza, contro la repressione del dissenso.
 
In No Austerity primeggia lattività specifica di difesa dei diritti e delle dignità delle donne, che ha aggregato una componente attiva di compagne, trovando una sintesi nella sua definizione Donne in Lotta. Ci siamo anche schierati al fianco degli immigrati e delle immigrate, sostenendo attivamente le loro battaglie e opponendoci a ogni forma di razzismo.
 
Eppure tutto ciò non basta più: pensiamo che per rafforzare questo percorso occorra un passaggio da coordinamento a soggetto di costruzione e unità della lotta!
 
Rivendichiamo la difesa dei diritti elementari dei lavoratori (salari dignitosi, diritto di sciopero, un equo contratto nazionale), un vero salario minimo garantito per i disoccupati, la difesa dei servizi pubblici (di qualità e accessibili a tutti), la tutela dei beni comuni, del territorio e dei diritti essenziali (casa, salute, scuola, mobilità), ci schieriamo con fermezza contro ogni forma di razzismo, xenofobia e maschilismo; favorendo la massima partecipazione democratica dei lavoratori e degli attivisti, per contribuire collegialmente alla definizione di strategie e obiettivi.
 
Il nostro scopo è la costruzione di un ampio fronte di lotta anticapitalista, per una società senza sfruttamento e ingiustizie sociali; non più dunque un coordinamento di realtà di lotta ma un organismo con propria soggettività e capacità di intervento in ambito sindacale, sociale, civile e politico.
 
In questo percorso il primo compito è la comunicazione: ci confronteremo nei prossimi mesi con lavoratori, studenti, disoccupati, discriminati, utenti, movimenti e organizzazioni, per ricostruire e diffondere la coscienza e lunità di classe, presupposti indispensabili per contrastare labuso sistemico di persone e risorse.
 
Continueremo a batterci per contrapporre lobiettivo fondamentale di unione delle lotte agli scontri egemonici che oggi pervadono il tessuto antagonista sia sindacale che politico, affermando il principio fondamentale che sindacati, partiti, organizzazioni, sono strumenti che devono operare per obiettivi di trasformazione sociale, perseguendo i bisogni primari delle persone, senza mai anteporre l'interesse autoreferenziale di organismi e strutture.
 
Con queste premesse affronteremo la Prima Conferenza Nazionale che si terrà il 28 e 29 Maggio 2016 a Firenze e definirà nel dettaglio obiettivi, modelli organizzativi e identità del nuovo percorso.
 

mercoledì 16 dicembre 2015

Numeri e minacce di una manovra che esclude la classe lavoratrice, che emargina le classi popolari, che precarizza la vita delle persone.


Legge di stabilità. L'austerità può essere flessibile. Ma le politiche di austerity no! Parola del governo!
Numeri e minacce di una manovra che esclude la classe lavoratrice, che emargina le classi popolari, che precarizza la vita delle persone.
Si ammorba di destra estrema il clima politico in Europa dopo le ultime tornate terroristiche. Non sembrano soffrirne più di tanto i capitalisti, i quali sanno che possono fare affari con le politiche securitarie, con le missioni militari, con le guerre guerreggiate e quelle per procura, con la vendita di armi. Tutto il continente rimane invece all'interno del tunnel delle politiche di austerity, alimentando gli effetti di una crisi che si propaga su tutto il pianeta, trascinandosi successi elettorali delle destre di ogni latitudine e credo nazional-razzista.
In Italia, la legge di Stabilità viene presentata come una manovra che conduce fuori dal tunnel, che finalmente dà e non toglie, che mette in discussione le politiche europee.
In realtà il governo agisce nel pieno rispetto delle regole di bilancio adottate dall’Unione Europea. Non vi è nulla che vada nella direzione di modificare   il quadro delle politiche di austerità, per non parlare dei vincoli su deficit e debito del Fiscal Compact. Quello che il governo sfrutta, per il 2016, sono i margini di manovra concessi dalla cosiddetta “austerità flessibile”, cioè della possibilità di spostare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla UE. La flessibilizzazione dell’austerità, cioè delle politiche restrittive, non è un'attenuazione delle politiche neoliberiste, bensì una concessione generata proprio dal varo delle cosiddette “riforme strutturali”.
Sono propro il Jobs Act, la legge sulla scuola, la controriforma costituzionale, il taglio della Pubblica Amministrazione, le privatizzazioni, a far sì che la legge di stabilità del 2016 possa beneficiare della “flessibiità” che consente di disinnescare (solo per il 2016) la clausola di salvaguardia e quindi -in attesa del raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale per il 2018 - di liberare risorse.
Le quali finiscono in larga parte nel taglio rilevantissimo di tasse sulle imprese come nell’eliminazione delle Tasi.
Il governo sfrutta la flessibilità nel 2016 approvando provvedimenti che hanno effetti permanenti ma con coperture temporanee,   preparandosi così a tagli futuri aggiuntivi su tutto ciò che è servizio o patrimonio pubblico.
Ancora una volta, si crede che il taglio delle tasse abbia un effetto espansivo superiore agli effetti depressivi dei tagli alla spesa pubblica. Tanto, con più soldi in tasca ti senti libero di comprare sul mercato i servizi che ti puoi permettere. Altra scommessa è la crescita del Pil che, determinata da diverse variabili esterne (come la svalutazione dell’euro sul dollaro a seguito del quantitative easing e la diminuzione strutturale del prezzo del petrolio), viene puntualmente sovrastimata per far quadrare i conti.  
Ovviamente, pagato dazio alle UE, la “flessibilità” nel 2016 serve a Renzi per arrivare forte alle elezioni amministrative di primavera, assai importanti per numero di elettori e realtà interessate.
I soldi a chi?
Il taglio dell'IRES, cioè la tassa sui profitti, vale 2,6 miliardi per il 2016 e 4 miliardi a regime nel 2017. La sua applicazione nel 2016 è subordinata all’approvazione in sede europea della cosiddetta “clausola migranti”, quella per cui in nome dei costi dell’accoglienza per “l’emergenza migranti” si tagliano per l’appunto le tasse all’imprese! Invece nel 2017 il taglio dell’Ires potrà contare su risorse reperite “da tagli alla parte corrente delle spese della Pubblica Amministrazione”.
831 milioni sono destinati alla reiterazione, ridotta al 40%, degli sgravi contributivi per le assunzioni o le trasformazioni di contratti preesistenti nel “contratto a tutele crescenti”, che diventano 2,1   miliardi per il 2017.
Ma ci sono anche una miriade di altri micro provvedimenti che stanziano direttamente risorse per le imprese oppure, come nel caso della detassazione dei premi di produttività (quasi 600 milioni a regime) e del sostegno al cosiddetto welfare aziendale, puntano a promuovere la sostituzione della contrattazione collettiva nazionale con quella aziendale e territoriale, mentre per promuovere l’aziendalizzazione delle prestazioni sociali, si smantella il welfare pubblico e universalistico.
Prosegue, dopo la legge di stabilità 2015 e quelle precedenti, lo spostamento di risorse a favore delle imprese: nel 2015 era stato ridotto il prelievo fiscale con i 5 miliardi di riduzione dell’IRAP (4,3 a regime dal 2016) più ulteriori 4 miliardi nel triennio 2015-2017 attraverso una serie di provvedimenti minori.  
Per la decontribuzione, le risorse pubbliche utilizzate ammontano a 2,5 miliardi per il 2015 e 6,3 miliardi per il 2016. Si tratta di risorse ingenti che sono servite e serviranno per promuovere il contratto “a tutele crescenti”, cioè nella maggior parte dei casi per finanziare la trasformazione di vecchi contratti a termine, in nuovi contratti a termine, dato che il Jobs Act ha sancito la possibilità di licenziare arbitrariamente sempre e comunque.
Dunque i soldi per le imprese, dati “a pioggia” cioè senza finalizzazione alcuna, vanno dagli oltre 8 miliardi (tra Irap, decontribuzione e altre misure) del 2015, ai circa 15 miliardi per il 2016, complessivi degli interventi della legge di stabilità dello scorso anno e di quella attuale.
Assente qualsiasi strategia di politica industriale a fronte di una contrazione degli investimenti pubblici, già stimabile del 30% nel periodo 2008-2014.
Si conferma una crescita dell’occupazione inferiore rispetto al resto d’Europa. Restano oltre i 3 milioni i disoccupati ufficiali, mentre sono il doppio quelli effettivi.
L’eliminazione della TASI-IMU per l’abitazione principale   vale 3,7 miliardi. Di questi, 1,4 miliardi sono regalati a chi possiede abitazioni di pregio maggior, che pur essendo solo il 10% del totale concorrevano per il 37% al gettito complessivo.   Questi proprietari godranno di uno sgravio in proporzione maggiore di chi ha una casa più modesta.   Il taglio indiscriminato della Tasi mette inoltre i Comuni nella condizione di dipendere dai finanziamenti centrali.
I soldi ci sono anche per le spese militari.   La legge di stabilità conferma i 13 miliardi per il programma pluriennale di acquisto dei 90 cacciabombardieri da attacco in grado di trasportare ordigni nucleari. I tagli che investono pesantemente ogni funzione pubblica, lasciano indenne il comparto militare, le spese per la sicurezza  e le missioni all'estero. La spesa militare è la sola che potrà godere di deroghe in chiave europa per la lotta al terrorismo.
A chi niente?
Nessuna risorsa aggiuntiva, anzi tagli pesantissimi a tutto ciò che è funzione pubblica: dalla sanità, alle Regioni, a ministeri e società pubbliche, al pubblico impiego, che vede un caritatevole obolo   invece del rinnovo del contratto, e un nuovo blocco del turnover. Agli 8,4 miliardi di meno spese nel 2016, si aggiungeranno 8,6 miliardi in meno nel 2017 e 10,6 nel 2018.
Il finanziamento per il Servizio Sanitario Nazionale viene rideterminato in 111 miliardi, ivi compresi gli 800 milioni finalizzati all’aggiornamento dei LEA (Livelli essenziali di assistenza).   In poco più di un anno i finanziamenti previsti a luglio 2014 sono stati tagliati di 6,7 miliardi. Questi ulteriori tagli alla sanità rendono evidente la volontà di distruggere la sanità pubblica ed universalistica e di spingere progressivamente verso modelli assicurativi.
Il quadro diventa più grave con i tagli alle Regioni per 3,98 miliardi di euro nel 2017, che saliranno a 5,48 miliardi nel 2018 e 2019.   Andranno a colpire la sanità ed i trasporti pubblici in particolare, ma più complessivamente è in atto una destrutturazione complessiva di diritti e possibilità di intervento da parte delle Regioni.     Tagli pesanti anche a ministeri e società pubbliche per 3,1 miliardi nel 2016.
A tutto questo va aggiunto   quanto previsto nelle stessa legge di stabilità per il pubblico impiego, con il blocco del turn-over e della contrattazione. Dopo 6 anni di blocco della contrattazione e nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, per il “rinnovo” del contratto vengono stanziati 219 milioni di euro per 1,3 milioni di lavoratori contrattualizzati a livello centrale (circa 12 euro mensili lordi di incremento), 81 milioni di euro per i 500.000 lavoratori del comparto sicurezza, mentre per altri 1,2 milioni di lavoratori le risorse per il “rinnovo” contrattuale nazionale  sono in carico anche in parte alle singole amministrazioni! Si tratta di cifre risibili: meno di un dodicesimo di quanto varrà a regime la nuova riduzione delle tasse sulle imprese.
Inoltre, per le amministrazioni dello Stato, le agenzie, gli enti di ricerca, le Regioni e gli Enti Locali, le assunzioni a tempo indeterminato possono avvenire solo entro la misura del 25% del budget derivante dalle cessazioni di personale con la medesima qualifica avvenute nell’anno precedente. I “risparmi” complessivi previsti per il blocco del turn over, vanno dai 44 milioni del 2016 a quasi 1 miliardo (919 milioni) nel 2019, 3 volte quanto stanziato per il “rinnovo” del contratto.   Va ricordato anche che dal 1 gennaio 2017 non sono più attivabili contratti di collaborazione e che nel 2018 scadranno i circa 80.000 contatti a tempo determinato di durata ultratriennale.
Con 5 dipendenti pubblici ogni 100 abitanti, in Italia siamo alla messa in discussione della capacità di erogare i minimi servizi essenziali.
Per esodati, povertà, disagio sociale, le risorse sono pochissime. La legge di stabilità non contiene nessuna misura di flessibilizzazione della controriforma Fornero. Vengono "salvati" 26.300 esodati con la cosiddetta settima salvaguardia, (ma secondo l'INPS il totale da garantire sarebbe di 49.500) e la cosiddetta opzione donna. Intanto, nell'ultimo anno (ma è così dal 1996), il saldo tra contributi versati e pensioni erogate al netto delle ritenute fiscali (che rientrano nelle casse dello stato ) è   in attivo di 21 miliardi di euro.  
Per il contrasto alle povertà solo 600 mln a fronte di tassi di povertà assoluta che si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno. La miseria delle risorse stanziate per il contrasto alla povertà è ancora più grave considerati i tagli complessivi a cui è sottoposto il sistema di welfare, l’assenza di un piano per il lavoro, l’assenza di un piano per il Sud.
Infine siamo alla beffa delle misure che favoriscono l’evasione fiscale. Con la scusa di sostenere i consumi, il governo ha innalzato l’uso del contante da 1000 a 3000 euro, consentendo di evitare la tracciabilità in attività quali i canoni di locazione e dei traporti.
Se questa Legge di Stabilità dà qualcosa è di sicuro una mazzata micidiale ad ogni politica solidaristica e collettiva di redistribuzione della ricchezza, togliendo invece ogni speranza di chi contava su qualche briciola di quello 0,7% di crescita.

Si alimenta intorno al welfare aziendale e a quello gestito da coop clerico-mafiose la formazione di un ceto di lavoratori ricattatti  a tenere in vita questo sistema. La frammentazione in atto nella classe lavoratrice viene perciò a scomporsi e irrigidirsi ulteriormente.
Sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.
Per l'alternativa libertaria
92° Consiglio dei Delegati di AL/fdca
Fano, 13 dicembre 2015

 

 

 

 

 

 

domenica 5 luglio 2015

OXI - No al colpo di stato economico in Grecia Si ripete lo scenario del gennaio 2015, quando le istituzioni della UE si erano mobilitate contro la possibilità di una vittoria della coalizione Syriza alle elezioni politiche in Grecia. L'indizione del referendun del 5 luglio ha prima fatto infuriare e poi costretto al silenzio i vertici della UE. Benchè queste chiamate alle urne non siano -per il loro carattere interclassista - strumenti in grado di rappresentare gli interessi della classe lavoratrice e degli sfruttati, il referendum greco viene visto con timore. Temendo che l'esito delle urne possa spostare un po' gli equilibri politici a sfavore degli interessi capitalistici internazionali o dell'UE, può persino accadere che il referendum del 5 luglio diventi un pericoloso momento di partecipazione e di democrazia da scongiurare. Nella vicenda greca, infatti, con la possibilità che il NO possa vincere, stanno emergendo e si rendono trasparenti i fattori del dominio capitalistico. Il 5 luglio, data del referendum sulle proposte dei creditori della Grecia, potrebbe assumere un'importanza emblematica per i popoli europei sottoposti alla dittatura del mercato finanziario. Aver chiesto in questi 5 mesi di rinegoziare il debito all'interno delle rigidità finanziarie della UE ha assunto una radicale prospettiva storica, quella di dare un segnale nel fermare il saccheggio delle società del debito da parte del grande capitale. Sono state e sono proposte che hanno aperto contraddizioni nei fattori di dominio del capitale stesso. Ricontrattare il debito pubblico significa, infatti, rendere palese la grande manovra internazionale della ristrutturazione dei debiti privati, gestiti dal sistema finanziario e industriale e riversati abilmente dalla cricca al potere sui deficit pubblici, impossibili da ridimensionare e per questo strozzati dai calcoli contabili della finanza mondiale. Per l'UE, dunque, la pur limitata democrazia referendaria può diventare addirittura nemica del processo di ristrutturazione in atto fino ad accusare gli "estremisti" di questa sinistra greca di ribellione alle scelte dei banchieri e della alta finanza, pur di infliggere ad un intero popolo il ricatto del rifinanziamento del debito. Già alcuni anni fa JP Morgan aveva avvisato l'Europa: le Costituzioni europee nate dalla Resistenza e dal contratto sociale che si era imposto in tanti paesi dell'Europa non erano più tollerabili, perchè ostacolavano nei fatti l'espansione del capitale. Bisognava dunque cercare di impedire agli sfruttati ed ai ceti meno abbienti - quelli che la cosiddetta crisi la devono pagare - di poter rivendicare le loro scelte politiche. Lo si è fatto e lo si sta facendo con due mosse: con la repressione quotidiana in tutta Europa della capacità autonoma di opposizione e delle lotte per la giustizia sociale da un lato e con la disincentivazione alla partecipazione alle scelte politiche dall'altro. Chi invece va blaterando di uscita dall'euro della Grecia o dell'Italia come se questo fosse un toccasana, si dimostra essere un inquinatore di coscienze, scambia gli effetti con le cause del disastro sociale, non coglie i meccanismi del dominio, fa esattamente il gioco dei poteri forti della UE, come le destre europee che, da quella francese in poi stanno infatti utilizzando la battaglia contro il "diabolico Euro" per riaffermare un dominio di classe interno ai propri confini. La vicenda greca mette in evidenza anche il mutamento di rapporto tra democrazia, rappresentanza e costruzione di alternativa politica che si è alimentato di una certa partecipazione diretta dei protagonisti. I durissimi anni di lotte e di opposizione sociale alle politiche della BCE e del fondo salva-stati in Grecia hanno determinato posizioni chiare sulle lotte e sulle loro risultanti politiche: la celebrazione del referendum greco ne diventa un passaggio decisivo. L'attacco al proletariato greco oggi è infatti un attacco alle condizioni di vita di milioni di persone che non necessariamente sono rinchiuse nei confini dello Stato di Atene. Un tempo si diceva che se con le democrazie parlamentari si fosse cambiato il mondo queste sarebbero state abolite, ebbene oggi il dominio della finanza internazionale non abolirà il simulacro della democrazia parlamentare, ma non permetterà che attraverso di essa si possano organizzare forze della sinistra solidale e di classe. Il ricatto del rifinanziamento del debito oggi si è sostituito allegramente al colpo di Stato militare e fascista di alcuni decenni fa. Quando la BCE decide di rifiutare i titoli di stato greci come collaterali a garanzia di prestiti alle banche greche, (nonostante la "generosa" erogazione di liquidità di emergenza di questi giorni), prima ancora di avere un segno economico, questa decisione ha un segno nettamente politico. Non siamo più, infatti, nel 2011-12, quando pur di tenere la Grecia dentro la moneta unica, Germania, Finlandia ed Olanda acconsentirono al doppio salvataggio da lacrime&sangue (il famigerato memorandum della troika da €264 mld) della Grecia, apppropriandosi dell'80% del debito greco. Dopo gli interventi della BCE, soprattutto col recentissimo QE, la situazione economica dell'UE è mutata, per cui più che lo stato debitorio della Grecia (su cui la partita è ancora aperta), a preoccupare tanto i cosiddetti falchi, quanto i governi di centro-destra di Spagna e Portogallo, sarebbe un effetto contagio della vittoria del NO in Grecia all'interno dei singoli Stati (vedi l'affermazione di Podemos in Spagna, le posizioni di Die Linke in Germania,...). La propaganda a favore del SI' intende impedire che una vittoria del NO al referendum possa alimentare speranze e instabilità negli altri paesi oppressi dalle politiche di austerity. Ma ulteriore ostinazione da parte delle istituzioni della UE condannerebbe l'Europa ad un decennio di impoverimento che alimenterebbe forze populiste e di estrema destra anti-euro, ma sempre pro-austerity e feroemente anti-proletarie. La partita nei palazzi del potere europeo è ancora aperta, ma potrebbe diventare più decisiva se entrassero in gioco i movimenti sociali che in tutta Europa si battono contro le politiche di austerity, contro il sacco del territorio, contro la distruzione dei diritti dei lavoratori, contro il razzismo. Per costruire un'Europa solidale delle classe lavoratrici, occorre una mobilitazione su scala continentale delle forze anticapitaliste, che utilizzi la contraddizione che si aprirebbe in seno all'UE, dopo una vittoria del NO al referendum greco. Non si tratta di trovare un Tzipras o fare una Syriza in ogni altro paese o di andare a scuola da Iglesias in Spagna per tentare avventure elettorali e parlamentari che non hanno portato mai niente di buono alle classi lavoratrici. Si tratta piuttosto di cogliere l'opportunità e l'utilità di una crepa, di uno spazio politico e sociale che potrebbe aprirsi nel monolite del fiscal compact e dell'economia del debito, per rilanciare le difficili lotte sindacali ed ampliare e sostenere le lotte urbane in tutta Europa, al fine di ricostruire la coscienza di classe necessaria ad una rottura democratica. Una rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista. che non passi per le scorciatoie elettorali ma per la costruzione di un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, nei territori dell'Europa ed in ogni paese. A noi spetta il costante impegno quotidiano delle nostre organizzazioni politiche, comuniste anarchiche e libertarie, dentro la realtà di tutti i giorni, anche quando questa sembra allontanarsi dai nostri obiettivi strategici. Il 5 luglio OXI, per le classi lavoratrici di Grecia e tutta Europa. Alternativa Libertaria/fdca 4 luglio 2015

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)