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giovedì 4 maggio 2017

LA LA LAND (Damien Chazelle, 2016) di Pino Bertelli



LA LA LAND
(Damien Chazelle, 2016)
di Pino Bertelli



Per raggiungere non tanto la felicità quanto l'equilibrio,
dovremmo liquidare una buona parte dei nostri simili,
praticare quotidianamente il massacro,
sull'esempio dei nostri fortunatissimi avi.
(E.M. Cioran)

Che bello! La notte degli Oscar 2017 ancora una volta ci ha fatto ridere a crepapelle! Il baraccone circense che rappresenta può piacere soltanto all'imbecillità conclamata della critica italiana e a un pubblico abituato alle sagre festivaliere da "tappeto rosso" (qui puttanelle col vezzo dell'avanspettacolo e cialtronetti vestiti Armani fanno i selfie con tutti, perfino con gli straccioni di colore)… le televisioni ne parlano, i giornalisti fanno finta di aver compreso quel film o quell'altro… spesso li confondono o parlano di un film che nemmeno hanno visto (le veline dell'azienda vengono riprodotte fedelmente da amanuensi serventi)… tutti sono proni alla macchina delle illusioni (Hollywood) e alla domesticazione dell'immaginario assoggettato che ne consegue… ma tutti i film e tutti gli Oscar del mondo non valgono un bicchiere di rosso con un amico! C'è più verità nelle lacrime dei bambini morti per fame (o sotto le guerre) che in tutte le storie del cinema! Il cinema autentico non salva il mondo, è vero… però può aiutare a diventare uomini e donne migliori che dicono sì alla realtà e affrontano a viso aperto la filosofia libertaria dell'uomo in rivolta (quello che sostituisce il genio dell'artista con quello del ribelle e mette fine alla sozzura splendente della civiltà dello spettacolo).
Il film di Damien Chazelle, La La Land, di Oscar ne ha ottenuti sei (era candidato a quattordici premi)… ha fatto incetta di Golden Globe, BAFTA Awards e diversi altri riconoscimenti e sembra davvero continuare ad essere amato e premiato da critica e pubblico… quando in preda all'estasi del vuoto ci si abbandona a quella del mito ogni stupidità è permessa, basta che porti la gente al botteghino… I fucilieri del Bengala (un brutto film di László Benedek, 1954, sulle rivolte indiane) non saranno mai lodati abbastanza per aver cercato di spegnere come si deve le lune dei luna park (di finti politici, finti artisti, finti clown) di fine Ottocento… avevano compreso, forse, che qualunque ordine sociale è nefasto e va combattuto, a principiare dai linguaggi multimediali sui quali ogni potere fonda i propri deliri. Le ideologie, come le merci, sono il sottoprodotto, usando un'espressione un po' volgare, delle puttanate messianiche o dei mercati globali… sono loro che forniscono il pasto quotidiano alle iene di Wall Street.
La La Land è un'accozzaglia di citazioni, molto malamente ricostruite, dei musical americani degli anni Cinquanta e Sessanta… il titolo sembra riferirsi alla città di Los Angeles (il mondo dei sogni o fuori dalla realtà)… ma il film di Chazelle è tutt'altro che fuori dalla realtà e dai sogni… è una confezione (nemmeno pregiata) della macchina/cinema hollywoodiana che prefigura una vita di successo per tutti gli sfigati di ogni forma d'arte… un'idea di felicità possibile che solo nella città degli angeli di celluloide può diventare vera… ma al cinema e dappertutto il servo respira e si emancipa soltanto alla morte del padrone, sempre. Nulla è più sospetto della gioia mercantile… la rassegnazione e la stanchezza collettiva determinano un universo di carogne soddisfatte… un cinema senza banalità sarebbe altrettanto noioso di un parlamento senza stupidi.
In La La Land la storia d'amore fra un musicista jazz (Ryan Gosling) e un'aspirante attrice (Emma Stone) va avanti per 128 interminabili minuti… il falso arrabbiato (Gosling) e la vispa Teresa (Stone) si trovano, si amano, si lasciano e infine si ritrovano… lei è una star internazionale, lui gestisce un locale jazz di prestigio… si amano ancora, certo, ma ormai lei è sposata con una mummia e ha una bambina… vive in un castello e lui continua a suonare il jazz che ha sempre voluto… finisce il film e finisce l'incanto… l'imbecillità non è solo il palcoscenico della bassa creatività e il successo è una droga che contamina spiriti predisposti a conformismi illuminati, e chi vi si dedica in bella gloria è un demente in potenza.
Ryan Gosling recita molta parte del film con le mani in tasca (ma non è Jean Gabin) e saltella alla meno peggio qua e là facendo finta di essere Fred Astaire o Gene Kelly… la Stone sgrana gli occhi da rana e canticchia senza avere l'erotismo sottile di Cyd Charisse o la freschezza ingenua di Leslie Caron… non si capisce proprio come abbia meritato la Coppa Volpi per la miglior interprete alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2016) e l'Oscar come miglior attrice protagonista (2017)… lo stupore si allarga (ma non troppo) agli Oscar per Damien Chazelle (miglior regista), Linus Sandgren (fotografia), David Wasco (scenografia), Justin Hurwitz (colonna sonora), City of Stars (canzone originale)… La La Land dunque sembra essere una sommatoria non tanto di idee singolari, quanto di ossessioni che riportano alla celebrazione del musical… peccato che l'intero impianto narrativo/musicale non riesca ad esprimere né l'eleganza innata di Cappello a cilindro (1935), né l'energia epica di Cantando sotto la pioggia (1952), né tantomeno le coreografie coraggiose di West Side Story (1961), che in apertura La La Land cerca di rievocare… non sono gli Oscar che fanno i film, spesso sotto le luci del consenso si nasconde un mondo di desolazione (del quale non ci interessa ora entrare nei particolari).
La regia di Chazelle è incolore quanto appariscente… il piano sequenza iniziale è piuttosto brutto, squinternato, e i ballerini si sforzano di attanagliare l'interesse del pubblico meno avvezzo o un po' distratto all'impalcatura filmica… come è d'uso nel cinema americano, bianchi, neri e latinoamericani sgambettano nel pezzo musicale (mancano gli omosessuali o le lesbiche o, forse, ci sono sfuggiti in tanta panacea figurativa?)… dei musicisti neri sono infilati nel retro di un camion (?!)… Gosling e la Stone si sfiorano… quando ballano in una magica notte disneyana si resta sconcertati di tanta benevolenza espressiva… lei svolazza tra le braccia di lui con le stelle attorno e la sorregge come una balla di farina… il balletto è così costruito, meccanico, che neanche loro sembrano credere di interpretare il Principe e Cenerentola… la storiella continua… gradevole, malgrado la rigidità attoriale di Gosling e la fragilità caratteriale della Stone… Chazelle sembra non sapere che la cinecromia (la composizione delle immagini-movimento, diceva Deleuze) introduce a uno stato sublime di discordanza e strappa a noi stessi l'immaginazione dal vero, la spinge verso il limite o il confine tra il sogno e la realtà, che esce dai suoi cardini e non teme né passato né futuro, solo la differenza che illumina un'opera d'arte e diventa storia.
La fotografia di Sandgren (straordinario direttore della fotografia in Promised Land, 2012, di Gus Van Sant) è a dir poco tronfia di colori, specie nei numeri ballati, e completamente anonima negli esterni… il montaggio di Tom Cross è quello tipico delle serie televisive (che rincitrulliscono intere generazioni e li educano a un linguaggio tutto immerso nello spettacolare integrato dominante) e bene si accorpa con l'idiozia delle scenografie di Wasco, che confonde Gosling con la genialità di Gene Kelly - nemmeno la notte, la luna e il lampione gli vengono bene… per filmare il Sogno, bisogna avere dei Sogni… il Meraviglioso sta da un'altra parte, quella opposta allo scaffale del centro commerciale (o del salotto borghese o proletario con pretese di comprendere l'arte che invece ingoia merda) al quale è destinato La La Land.
Il cinema insegna i modi di vivere e di pensare (qualche volta anche di rivoltarsi contro le morali ammesse)… afferma la vita o la tradisce… quando un film degenera nel mercantile cede il posto alla sottomissione… quando un film è critico dei valori stabiliti si trasforma - si trascolora - in creatore di nuovi valori e di nuove valutazioni dell'esistenza… anche un musical può parlare di utopia o di valori superiori, come Brigadoon (1954) di Vincente Minnelli (che non era certo un rivoluzionario)… qui le danze di Gene Kelly e Cyd Charisse inventano prospettive che parlano attraverso la poesia, la sensualità dei corpi in amore, e anche se per un solo giorno ogni cent'anni la favola di un mondo nuovo compare e la realtà è peggiore della favola, si sceglie la favola. Il grande cinema evoca, suggerisce, sollecita nel lettore/spettatore emozioni in grado di permettere la trasmissione e la comunicazione di qualcosa d'altro dall'affabulazione estetica e accorda all'immagine, alla filosofia, all'allegoria, la seminagione di un'altra visione del mondo.
La La Land fa parte di quell'ondata di imitatori senza immaginazione che non vedono la grandezza dell'artista (Busby Berkeley) e si accodano ai travestimenti del buffone di corte… è un contenitore di segni (un dispositivo mercatale) che confonde l'inutilità con la speranza, vale a dire la santificazione senza tormento che eleva il nulla a idolo, invece d'infrangerlo… sotto un certo taglio estetico/etico la mitologia hollywoodiana ha prodotto non solo soap opera o ingannevoli e spregevoli pacchetti-film destinati alla coprofagia delle masse… al contempo, va detto, ha allevato anche un covo di serpi che sono passate indenni dalla volgarità, e là dove tutto era possibile hanno compreso che tutto era permesso… le storie della vita offesa che hanno diretto, interpretato, fotografato, musicato o montato… sono lì, sugli schemi degli oppressi, dei battuti, dei vinti, e resteranno a memoria di chi ha fatto del cinematografo un'arte e dell'arte il passaggio dalla resistenza alla liberazione dell'immaginario assoggettato. Una cometa su tutte, Fronte del porto (1954) di Elia Kazan… Hollywood distrugge Hollywood attraverso la bellezza, la forza, il coraggio del conflitto che suscita il diritto di avere diritti… quando un film è signoreggiato dall'intelligenza difende e ricerca la rivolta attraverso la storia dei suoi disordini (diceva Albert Camus) e la dismisura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta.
La mediocrità di La La Land si estende all'intera produzione… le canzoncine di Benj Pasek e Justin Paul, compreso il brano Start a Fire (scritto da John Stephens, Jason Hurwitz, Marius De Vries e Angelique Cinelu), sono farmacopee d'ottimismo e s'accompagnano alla dolcificazione dei sentimenti truccati. I campi lunghi, luci d'atmosfera, occhi di bue, piani sequenza malfatti… corrispondono all'esaltazione adolescenziale della felicità certa, e tutto torna a posto con il The End (l'amore trionfa, anche se solo in uno sguardo d'intesa, ed è per sempre). Le coreografie da doposcuola si adattano alla musica consolatoria che inebria tutto il film fino alla nausea e figurano l'architettura filmica di una cosetta da dimenticare… Chazelle tenta di citare (le scene all'osservatorio) anche Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray, ma Ryan Gosling ed Emma Stone al confronto con James Dean e Natalie Wood appaiono come attori da filodrammatica… darei tutti i film del mondo per riprovare l'emozione, la bellezza e la rabbia di quando vidi James Dean combattere con il coltello in difesa dei diversi… siamo tutti inseguiti dai nostri film, dai nostri libri e più ancora dalle cattive compagnie (prima e dopo il '68) che hanno illuminato i migliori anni della nostra vita. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 15 volte marzo 2017

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 20 marzo 2017


LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE
(Mel Gibson, 2016)
di Pino Bertelli


Posso credere soltanto a degli dèi morti,
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)

La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge) di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca), primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno (un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore 7:58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria, ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe Award, BAFTA Award ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque! l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo, che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire, disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti. L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai stata una virtù!
Il percorso iniziatico di Doss è quello di rispettare i dieci comandamenti (le Tavole della Legge scritte sulla pietra) che Dio dette a Mosè sul monte Sinai (c'è da ridere fino alla fine del mondo!) e, in modo particolare, il quinto: Non uccidere. Il padre di Doss frequenta il cimitero dove sono sepolti i suoi camerati in armi, è sempre ubriaco e bastona i figli e la moglie… così, per educarli ai valori del "sogno americano"… il ragazzo gioca nei boschi e, come si è detto, dopo l'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor si arruola… nel campo di addestramento viene ritenuto un po' folle, strano, un pauroso anche… alcuni commilitoni lo picchiano, altri affetti da fede cristiana (come il suo comandante) cercano di comprenderlo… il battaglione finisce a Okinawa. Gibson non ci risparmia la macelleria… ben sostenuta dalla musica e dagli effetti speciali… i gialli sono tanti e attrezzati, gli americani pochi e male armati… non è vero (anzi è tutto il contrario)… come sostengono gli storici non avvezzi a chinare il capo (le perdite degli Stati Uniti, compresi gli alleati di Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e Australia, furono poco meno di 15.000, quelle dei giapponesi ammontarono a oltre 100.000 uomini, molti dei quali rifiutarono di arrendersi e si uccisero facendo harakiri)1. Dietro un imperatore, un generale o un eroe c'è sempre un demente che si prende sul serio o una mente disturbata… si deve concluderne che esiste un legame fra i responsabili del genocidio e la disgregazione del cervello!
Il volto (piuttosto anonimo e a tratti anche un po' ebete) del buon Desmond T. Doss è quello di Andrew Garfield… che non ha vitalità né capacità espressive tali da sostenere il "calvario" che si è posto… del resto anche nei film precedenti, basti citare The Social Network (2010) di David Fincher o Silence (2016) di Martin Scorsese, compreso Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (2009) di Terry Gilliam o Leoni per agnelli (2007) di Robert Redford, Garfield non riesce mai a "bucare" il lenzuolo dello schermo… in ogni film dà l'impressione di essere capitato lì quasi per caso… un ruolo vale l'altro, senza mai capire cosa sia l'autoritratto di una coscienza infelice o il suo contrario… è il falsario inconsapevole e involontario di una macchina/cinema che produce i propri miti nel più falso e artificiale dei cieli, quello dello spettacolo. E lo spettacolo, come sappiamo, è il capitale giunto a un tal grado d'accumulazione/riproduzione da divenire immagine del mondo2.
La ribalta dei comprimari de La battaglia di Hacksaw Ridge è fitta di attori abbastanza anonimi o impersonali… Vincent Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Ryan Corr sono i commilitoni dal cuore d'oro, ma con un fucile in mano come un vaso da notte restano comunque ai bordi della credibilità… Teresa Palmer, la mogliettina di Doss, sembra appena uscita da una rivista di moda e ha poco a che vedere con l'infermiera tutta acqua e sapone che ci viene propinata dal regista… Hugo Wallace Weaving, il padre di Doss, invece, è il solo interprete di statura del film… è un uomo che non sa cosa vuole e ubbidisce a qualcosa in cui crede o, forse, alla vergogna di avere ucciso e di aver visto i suoi amici uccisi per le ideologie dei signori della guerra. Un disilluso insomma… in conformità alla morale dominante, sempre.
La sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan è "classica"… prima il dispregio, poi la vicenda narrata con solenne lentezza e quindi la salvezza e la santità militarista… il dovere verso lo Stato è salvo! i morti non contano! gli eroi, come gli stupidi, sono coperti di medaglie e quando va male basta un bel monumento nei giardini pubblici! elevare nuovi idoli è un affare da capi di Stato, il compito degli uomini del no! ad ogni guerra e ad ogni fede monoteista è quello di abbattere gli idoli con i pregiudizi che si portano addosso! La felicità umana si trova solo nelle mucche, diceva, o nel risentimento e nella coscienza rivendicata dell'uomo in rivolta.
La fotografia di Simon Duggan, tutta giocata sui marroni, sui neri e i cieli color cenere… lavora sui registri del sentimentalismo… il naturalismo della prima parte rispolvera il manierismo campagnolo del West (Gibson sembra non sapere che nel West sono passati autori di gesta come John Ford, Don Siegel, Samuel Fuller), per poi approdare nel convenzionalismo militarista e "anonimo" proprio delle saghe o serie televisive che attanagliano per anni l'immaginario collettivo (sovente giovanile) davanti alla scatola televisiva. La musica di Rupert Gregson-Williams è smielata su tutta la catenaria filmica e suscita la litania del falso a profitto della "plebe" lacrimante… anche il montaggio di John Gilbert è parte integrante della baracconata filmica di Gibson… i tempi lunghi delle sequenze di apertura e quelli scorciati delle scene di guerra si fondono in un unico barattolo di pomodori pelati e l'uscita dal cinema aiuta a sentirsi meno stupidi e complici di tante sciocchezze. La seduzione mercantile è una gran brutta cosa e va combattuta col fascino critico - radicale - dell'impossibile e attentando all'idea di sistema globale che contiene.
Infine la regia di Gibson… lo sguardo è quello fascistoide di sempre… se si vuole ancor più struggente di amore in Dio, nella Patria e nello spettacolare… cose che fanno rabbrividire quanti si pongono autenticamente dalla parte delle disuguaglianze sociali e vedono l'urgenza di porvi rimedio… le inquadrature, i tagli, i movimenti di macchina sono elementari e accattivanti… il teatro della guerra, partecipato… tutti sono eroi e tutti sono belli… perfino i comandanti giapponesi che si suicidano mostrano una certa elegia figurativa della distruzione goduta. Il regista australiano non sembra aver studiato i grandi film di guerra, almeno quelli moderni, come Ran (1985) di Kurosawa; Apocalypse Now (1979) di Coppola; Full Metal Jacket (1987) di Kubrick; La sottile linea rossa (1998) di Malick; Platoon (1987) di Stone… e senza avere il coraggio dell'ambiguità nazionalista di Clint Eastwood - in Flags of Our Fathers (2006) o Lettere da Iwo Jima (2009) - ne La battaglia di Hacksaw Ridge assume la maschera del prete o del filosofo conservatore dei valori imposti. Tagliamo corto… il film di Gibson è depositario della medesima idiozia di quella incredibile cazzata di Bastardi senza gloria (2009) di Tarantino… non ne vogliamo mangiare di questo pane… le certezze del fanatismo ci fanno vomitare… il grande cinema non è una religione e nemmeno una pubblicità di saponi o proclami elettorali… non dà risposte, pone domande… indica i sentieri ininterrotti dell'utopia… fa a pezzi l'infelicità della conoscenza dopo averla superata… il cinema hollywoodiano è come la muffa, a frequentarlo a lungo contamina tutto e tutto rovina. La stupidità abita la superficie desolata dello civiltà dello spettacolo e trasferisce la miseria dei potenti nell'attività vergognosa dei sudditi, che è quella di assorbire linguaggi, comportamenti, bisogni che portano laddove l'umanismo della merce ha inghiottito l'intera umanità. Ma niente è perduto… e alle persone sensibili lasciamo in sorte le parole di mia nonna partigiana: «la battaglia contro il pensiero dominante migliora quando si è passati a dare inizio alla sua dissoluzione»… si tratta di cancellare alla radice una morale falsa e sostituirla con un'etica giusta del vivere senza padroni né servi. Tutto qui. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 19 volte febbraio 2017

martedì 14 marzo 2017

INDIVISIBILI (Edoardo De Angelis, 2016) di Pino Bertelli



Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza,
e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.
(E.M. Cioran)

Ci si può immaginare un politico, un prete o un intellettuale che non abbiano un'anima di assassini? Nel cinema poi (specie quello italiano) lo sterminio delle idee passa da un film all'altro ed è riprovevole che produttori, registi, attori, tecnici, critici e spettatori non siano processati per eccesso di stupidità. Bisognerebbe essere fuori di testa come un angelo o come un idiota per credere alla mediocrità, alla banalità, alla superficialità di quanto scorre sugli schermi nostrani… ognuno si aggrappa come può alla cattiva stella del mercato e così anche i registi più accreditati dalla critica ossequiosa al padronato di destra e di sinistra (premiati perfino con l'Oscar dal baraccone hollywoodiano) continuano a sfornare prodotti di illuminante bruttezza etica ed estetica… il cinema è altrove. Finché vi sarà il potere dell'odio, della violenza o della domesticazione sociale ancora in piedi, il compito dell'artista del disinganno non sarà finito (rubata a Cioran)! La poesia (anche del cinema) è il vero delitto d'indiscrezione ed è il primo strumento per dissotterrare tutte le vergogne del potere e passare alla sua liquidazione.
Indivisibili è il terzo film di Edoardo De Angelis, autore talentuoso e visionario di Mozzarella stories (2011) e Perez (2014)… attraverso un piccola storia del napoletano riesce a costruire un autentico ritratto antropologico di un pezzo d'Italia e, forse, dell'Italia tutta… il bisogno di credere a una fede, un partito o alla criminalità organizzata dispensa dal disgusto e dall'indignazione e invita alla rassegnazione della vita quotidiana! Al culmine del successo o dell'insuccesso, occorre ricordare che non c'è niente di meglio che tacciare d'imbecillità i teatranti dell'ordine costituito, così per perdere l'abitudine a sputare controvento. Solo i pesci morti vanno con la corrente.
Il film di De Angelis è un piccolo gioiello di ironia e una radiografia di un popolo dalla cultura millenaria che con fatica cerca di cancellare la soggezione atavica alla paura e alla servitù nella quale versa. Indivisibili racconta la storia di Viola e Dasy, due sorelle siamesi che cantano ai matrimoni, alle feste di quartiere, per qualche camorrista, e sono la principale fonte di guadagno per l'intera famiglia… padre, madre e due gay che si occupano della comunicazione (scenografie, fotografie, manifesti, CD). Quando scoprono che possono separarsi e vivere una vita "normale" (specie una delle due)… capiscono che sono tenute prigioniere nella loro condizione di freaks e cercano aiuti (prima uno squallido prete affarista, poi un lugubre impresario depravato) per uscire dalla loro situazione di sfruttamento… il lieto fine mette tutto a posto (forse un po' troppo facilmente) e le ragazze potranno incamminarsi verso l'innocenza del divenire.
A ritroso. - La storia di Viola e Dasy ha un poco a che fare con le sorelle Violet e Daisy Hilton apparse nel film geniale di Tod Browning, Freaks (1932). Daisy e Violet erano gemelle - pygopagus - unite a fianchi e glutei. Condividevano la circolazione sanguigna e risultavano fuse nel bacino, ma non condividevano organi… suonavano il sassofono, il piano e il violino, cantavano, ballavano e si esibivano in spettacoli di vaudeville o nei grandi circhi. Daisy e Violet erano nate a Brighton, in Inghilterra, nel 1908. Non seppero mai chi era il padre; la madre, una cameriera ventenne (Kate Shinner), le vendette alla sua datrice di lavoro, Mary Hilton, che sin da bambine le usò per un ritorno economico. Alla morte della Hilton (1915) Daisy e Violet divennero di proprietà della figlia Edith Hilton e del marito Meyer Meyers… ex venditore di palloncini… le ragazze erano tenute in schiavitù mentale e fisica. Nel 1931 Daisy e Violet (allora ventitreenni) fecero causa ai coniugi Meyers e la vinsero con un risarcimento di 100.000 dollari. Rifiutarono sempre di fare l'operazione che poteva dividerle… investirono tutti i loro soldi nel film Chained for Life (1951), diretto da Harry L. Fraser, ma fu un insuccesso clamoroso. L'agente delle sorelle siamesi (Terry Turner) cercò un rilancio mediatico e organizzò uno show a Dallas per il matrimonio di Violet con il musicista omosessuale Jim Moore (durato 10 anni e mai consumato)… finiti la notorietà e i soldi (l'ultima apparizione pubblica risale al 1961), Daisy e Violet furono assunte come commesse in una drogheria di Charlotte (Nord Carolina) e morirono di influenza cinese nel 1969. Furono sepolte in una sola cassa. Nel 2012 Leslie Zemeckis ha girato il docu-film Bonded and Bound by Flesh: The Story of Daisy and Violet Hilton, che ha raccolto numerosi riconoscimenti in varie rassegne del cinema documentario (Idyllwild International Festival of Cinema, Hollywood Film Festival, Louisiana International Film Festival). La diversità, come l'amore, è un'illusione o un'esistenza che riscatta tutte le altre.
Come si è detto Daisy e Violet parteciparono all'indimenticabile film di Browning (Freaks)… interpretato da veri "fenomeni da baraccone" e alcuni attori di pregio (Wallace Ford, il nano Harry Earles, eccezionale)… e dietro l'architettura di una storia di violenza e d'amore, il regista si affranca al diritto di avere diritti degli ultimi, degli esclusi, degli offesi. Freaks sconvolse le tavole comandamentali della fabbrica dei sogni… venne rinnegato, boicottato, censurato, manomesso dai magnati di Hollywood e vietato in qualche città americana (Cleveland), nella Germania nazista, nel Regno Unito, nell'Italia fascista e bandito da ogni festival del cinema (è stato trasmesso alla televisione italiana solo nel 1983, preceduto da un'introduzione straordinaria di Enrico Ghezzi). A Browning furono chiuse le porte di Hollywood, riesce comunque a fare qualche film con piccole produzioni… dopo Miracles for Sale (1939) si autoemargina dalle scene e viene operato per un cancro alla gola… fu trovato morto nella sua casa il 6 ottobre 1962. Browning lascia alla storia del cinema e a quella dell'umanità almeno tre capolavori: Lo sconosciuto, 1927 (con l'immortale Lon Chaney), Dracula, 1930 (con l'indimenticabile Bela Lugosi), e Freaks, oggi considerato uno dei più grandi cult movie di sempre -. Sia lode ora a uomini di fama.
Indivisibili, dicevamo, racconta di Viola (Marianna Fontana) e Dasy (Angela Fontana), gemelle siamesi che si esibiscono come cantanti a feste e matrimoni nel territorio violato dalla camorra di Castel Volturno… il padre (Massimiliano Rossi) è autore delle canzoni e agente-carceriere delle figlie (spende tutti i soldi nel gioco)… la madre (Antonia Truppo) è sempre fuori di testa per abuso di marijuana… il prete del quartiere (Gianfranco Gallo) è uno oscuro personaggio che predica superstizioni e raggira i disperati del luogo… quando un medico (Peppe Servillo) si offre di operare le gemelle per dividerle, Viola e Dasy (forse un po' troppo ingenuamente) vanno alla ricerca dei soldi necessari per la clinica svizzera… il prete le respinge e allora si rivolgono a un sedicente produttore discografico (Gaetano Bruno), interessato più alla loro "sessualità diversa" che alla loro musica… vanno sulla sua barca… c'è un festino in corso… le ragazze chiedono un prestito di 20.000 euro e l'uomo vuole abusare di una delle due… le ragazze non ci stanno… riescono a prendere i soldi e si buttano in mare… le trovano sulla riva ancora vive… i soldi sparsi sull'acqua sono raccolti dai migranti (come un miracolo divino)… le vestono da Madonne e vengono adorate come sante da una processione di disadattati… Viola e Dasy saranno comunque divise, riusciranno ad amarsi come prima, ma da persone "normali".
Il film di De Angelis mescola melodramma, musical e commedia sociale… le citazioni felliniane sono cospicue (ma anche i buoni, brutti e cattivi della periferia romana di Ettore Scola emergono con grazia)… tuttavia non è male, perché il regista riesce a conferire all'universo napoletano che ben conosce quel senso estetico/straccione o realismo magico, proprio alla commedia dell'arte o alle canzoni dei trovatori… l'atmosfera pagana che attraversa Indivisibili è identitaria di un popolo di saperi secolari che sopravvivono nei riti e nelle feste popolari. C'è da dire che a volte il pittoresco del film supera la storia trattata e a pezzi si rifugia nella prolissità del kitsch, invece che incendiarsi nello stupore di vivere.
La sceneggiatura di De Angelis, Nicola Guaglianone e Barbara Petronio conferisce a Indivisibili quell'asciuttezza e quella surrealtà al contempo, necessari a far comprendere che la fierezza e la ricerca della felicità non possono essere repressi né dalla famiglia, né dalla società… lo scenario del litorale campano, immerso in una ordinarietà di fame, miseria e delinquenza diffusa, qui viene figurato con disinvoltura, senza mai entrare troppo nello specifico di una dolente realtà. Marianna e Angela Fontana (all'esordio sul grande schermo) esprimono una notevole freschezza attoriale (anche una certa acerba sensualità) e insieme alla forza visiva di Antonia Truppo e Massimiliano Rossi conferiscono al film quel timbro veridico non proprio avvezzo o conosciuto nel panorama anemico del cinema italiano. La fotografia di Ferran Paredes Rubio è giocata su toni scuri… bella, mai televisiva… insieme alle musiche e canzoni di Enzo Avitabile incastona la storia di Viola e Dasy nella complicità indistruttibile di un sogno che diventa vero. Il montaggio di Chiara Griziotti è secco, mai scontato… riesce a sottolineare e amplificare le notevoli inquadrature (e movimenti di macchina) di De Angelis… Indivisibili insomma è un coagulo di grandi emozioni, sentimenti, passioni, verità sovente celate per compiacenza della politica, del malaffare o del mercato e, come sappiamo, le grandi verità si dicono sulla soglia della poesia in rivolta.
Va detto. Il cinema del Sud, mai troppo sostenuto dalla critica velinara, contiene spesso un fascino da fine del mondo e nulla eguaglia l'oblio che si porta dietro o dentro… la menzogna che incarna o disvela lo rende protagonista dell'intera storia italiana… nella musica, nella fotografia, nella letteratura, nel teatro, nel cinema, nella parola orale dei "cafoni" del Sud c'è un patrimonio inesauribile di bellezza e dignità e come tutti gli inclassificabili della terra, lo spaventamento del diritto di avere diritti che si portano addosso infrange regole e dogmi e partecipa alla decadenza spettacolare di un Paese in delirio… non si abita una nazione impunemente, si vive una lingua! Le religioni, le ideologie, il crimine legalizzato sono opera di ciarlatani che trionfano in qualsiasi campo della politica, della chiesa, del mercato… solo gli eresiarchi di ogni tempo non dimenticano di essere maledetti dalla storia e i suoi miti e non cessano di lavorare alle fondamenta degli incurabili per distruggerli. Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 28 volte dicembre 2016

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martedì 3 giugno 2014

Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento

proiezione film-inchiesta “Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento”. Cosa succede agli immigrati che sbarcano in Italia? La gestione truffaldina dell'emergenza immigrazione. La disperazione e la rabbia dei migranti. La distanza dell'Unione Europea. Imprenditori e caporali alla sbarra con un processo, unico in Europa, per riduzione in schiavitu'. Un Paese tra apartheid e solidarieta'. Il regista Stefano Menecherini ha realizzato un film-inchiesta che ben illustra le forme di sfruttamento e schiavitu' a cui vengono sottoposti gli immigrati. Proiezione del film-inchiesta “Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento” del giornalista Stefano Mencherini. Alla proiezione sarà presente lo stesso Mencherini, già autore del documentario “Mare nostrum” e di molte inchieste e reportage su queste tematiche. L’iniziativa si terrà venerdì 6 giugno 2014 alle ore 20.30 presso la Biblioteca Civica di Vittorio Veneto (Piazza Giovanni Paolo I, n° 73) INGRESSO LIBERO --------------------------------------------------------------------------------

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)