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per giulio

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mercoledì 5 aprile 2017

Welfare, alternanza scuola/lavoro, Università















Per quanto riguarda la questione del welfare, in particolare in merito a sanità ed istruzione, è utile considerare preventivamente che la privatizzazione di questi settori, ossia il passaggio dalla prospettiva della relazione utente-servizio a quella cliente-prestazione (prodotto), è stata anticipata nei decenni precedenti da un primo passaggio, troppo spesso taciuto o sottovalutato dalla sinistra radicale e dal mondo libertario, che ha portato al passaggio dall’originaria relazione cittadino-diritto a quella di utente-servizio.
Questo primo passaggio è di particolare rilevanza, dal momento che ha sostituito l’orizzontalità che caratterizzava il tema dell’estensione dei diritti con la verticalità del tema della qualità del servizio. Da lì il passo è stato breve per arrivare alla frattura della relazione fra la persona e il suo bisogno, che sta alla base di tutto il discorso del welfare.
Alternanza scuola-lavoro
La “Buona Scuola”, con le sue 400 ore di alternanza scuola-lavoro richeste ad ogni studente nei suoi ultimi tre anni di corso, non ha mutato per niente la situazione organizzativa degli stages lavorativi degli istituti professionali, ha modificato solo in minima parte il medesimo aspetto in relazione agli istituti tecnici, mentre del tutto nuova è la situazione che si presenta nell’istruzione liceale. Molti istituti afferenti a questo indirizzo, pur cercando di istituire relazioni con le imprese del territorio, faticano a trovare in esse l’interesse a creare percorsi di inserimento/formazione di studenti direttamente sul posto di lavoro, in particolare perchè risulta spesso difficile per il datore di lavoro estrarre plus-valore, e di conseguenza profitto, dall’attività svolta da questi ragazzi. Prima che  imprenditori-speculatori riescano a costruire iniziative, in sinergia con amministratori pubblici compiacenti, finalizzate a mettere in piedi progetti commerciali fondati sullo sfruttamento della forza-lavoro degli studenti, è auspicabile che i compagni delle varie sezioni, tenendo conto delle diverse disponibilità sui propri territori, si impegnino nell’ideazione di progetti che siano in grado di offrire agli studenti interessati ai percorsi di alternanza scuola-lavoro opzioni di inserimento in contesti associativi locali che indirizzino la propria attività verso la risposta ai bisogni fondamentali emergenti nei territori di riferimento,valorizzando al contempo le necessità formative degli studenti stessi.
Dopo la “Buona Scuola” il governo pensava anche alla “Buona Università”.
Le linee di questa riforma furono impostate in occasione del convegno di Udine, organizzato dal Partito Democratico nell’ottobre del 2015, ma gli organizzatori furono troppo tempestivi: anche la FLC – CGIL aveva già manifestato la propria contrarietà, così come  la lobbies dei docenti universitari, fresca dell’applicazione della legge Gelmini reagì opponendosi sia pure per motivi corporativi. La questione fu temporaneamente accantonata ma è ancora all’ordine del giorno. I tratti caratteristici di questa riforma sarebbero due: la trasformazione degli atenei in fondazioni a indirizzo privatistico; la conseguente trasformazione dello stato giuridico del personale tecnico/amministrativo delle università da pubblico a privato con l’applicazione del contratto del commercio (la cosa non riguarderebbe ovviamente la docenza che rimarrebbe ancora pubblica e non contrattualizzata, come è adesso. Negli atenei italiani comunque l’alternanza scuola lavoro è un dato di fatto e assume forme variegate che, comunque, possono essere riassunte sotto la parola “tirocinio” (fonte: sito Università di Pisa):
Tirocinio”
è un periodo di formazione presso un’azienda o un ente che permette di creare momenti di alternanza tra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi, offrendo allo studente un’esperienza diretta del mondo del lavoro”.
I tirocini curriculari”
  –sono rivolti agli studenti iscritti ai corsi di laurea, master e dottorato di ricerca;
  –sono inclusi nei piani di studio e si svolgono all’interno del periodo di frequenza del corso anche se non direttamente in funzione del riconoscimento di crediti formativi universitari. Sono pertanto curriculari anche i tirocini finalizzati allo svolgimento della tesi di laurea;
  –sono disciplinati, anche per quanto riguarda la durata, dalla normativa interna dei singoli Atenei (regolamenti universitari), nel rispetto della normativa nazionale di riferimento (D. I. 25 marzo 1998, n° 142)”.
I tirocini non curriculari”
sono rivolti ai neolaureati che hanno conseguito il titolo di studio da non più di 12 mesi;
il tirocinio deve iniziare, e non necessariamente concludersi, entro i 12 mesi dal conseguimento della laurea;
non possono essere attivati da coloro che hanno conseguito un Master o un Dottorato di ricerca;
sono svincolati da percorsi formali di istruzione universitaria in quanto maggiormente finalizzati a favorire l’inserimento lavorativo e le scelte professionali mediante un periodo di formazione in ambiente produttivo e una conoscenza diretta del mondo del lavoro.
Come si vede le definizioni sono suadenti ma mancano studi comparativi, qualitativi e quantitativi, tra le diverse realtà universitarie in merito alle sopradescritte realtà.
Alternativa Libertaria
97° Consiglio dei Delegati
Fano, 25 marzo 2017

mercoledì 15 marzo 2017

17 MARZO: SCIOPERO GENERALE DELLA SCUOLA CONTRO LA LEGGE 107


Giovedì 16 marzo 2017 – della contro la legge 107, gli otto decreti attuativi e il modello renziano della cosiddetta “Buona ”, prima che questa inizi a essere applicata in maniera definitiva. Lo hanno proclamato i sindacati di base , UniCobas, Anief, e FederAta per la giornata di venerdì 17 marzo. Sono prevista, per quel giorno, 10 manifestazioni regionali e interregionali lungo l’intero Stivale, in alcuni casi parteciperanno.
La presentazione della mobilitazione con Piero Bernocchi, portavoce nazionale della confederazione Cobas. Ascolta o scarica.
Di seguito il comunicato stampa firmato da Cobas e UniCobas:
Il 17 marzo sciopero generale della scuola contro la legge 107 e gli otto decreti attuativi
Manifestazioni a Roma (MIUR, ore 9.30), Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Cagliari, Palermo, Catania.
Il Parlamento dovrà decidere nei prossimi giorni se dare parere favorevole agli otto decreti attuativi della legge 107 che, incurante della amplissima opposizione alla legge, il governo Gentiloni ha varato per chiudere definitivamente nella gabbia della “cattiva scuola” renziana docenti, ATA e studenti. Per il futuro reclutamento dei docenti non si riconoscono le abilitazioni già conseguite né il servizio prestato e si delinea un infinito percorso di quasi un decennio prima di entrare nella scuola, peraltro a stipendi infimi. Per i diversamente abili, si superano gli attuali limiti di studenti (20 per classe) e si mira a distruggere l’inclusione subordinando il diritto al sostegno a logiche discriminanti  di mero risparmio e a ridurre il numero degli insegnanti di sostegno, per delegare progressivamente tale attività all’intero personale docente. Negli istituti Tecnici, nei licei e in particolare negli istituti Professionali (unificati con la professionale regionale) si aggrava la centralità dell’”alternanza scuola-lavoro”, in una forma sfacciata di apprendistato gratuito, con flessibilità fino al 40% del monte orario, con presenze pomeridiane vincolanti per docenti ed ATA e la valutazione dello studente in base ad una presunta “cultura del lavoro”. L’”alternanza” diviene addirittura materia di esame alla Maturità, per sostenere la quale è obbligatorio anche aver svolto gli assurdi quiz Invalsi (i cui risultati accompagneranno il curriculum dello studente anche all’Università) così come per l’esame di Terza media, rendendo la valutazione tramite quiz più importante di quella effettuata dai docenti nel percorso scolastico. In quanto al “sistema integrato 0-6 anni”, si abbassa il livello della scuola dell’Infanzia pubblica, con il grave rischio per il personale di trasferimento nei ruoli degli Enti locali, creando caos gestionali in scuole primarie già sovraccariche di pesi e di ruoli.  Insomma, i decreti aggravano le disastrose brutture della legge 107, dal famigerato “bonus” per i docenti “meritevoli” (i cui nomi i presidi tengono nascosti) allo strapotere dei dirigenti, dalla truffa di un “organico di potenziamento” utile solo a ingigantire il demansionamento e la conflittualità tra docenti, ai ricatti pesanti sulla mobilità e sull’organico triennale, fino all’obbligo di “un’alternanza scuola-lavoro” che mescola l’apprendistato gratuito ed inutile con la cialtroneria di accordi con aziende “amiche” che risparmiano sul personale (“scuola-bottega”). Il tutto provocando un’ulteriore, drammatica dequalificazione del lavoro degli insegnanti, sempre meno educatori/trici e sempre più “manovali culturali” tuttofare, a compimento di un ventennio di immiserimento di una scuola, degradata ad azienducola cialtrona, arruffona e clientelare.
Per protestare contro tutto questo abbiamo indetto su tutto il territorio nazionale, insieme ad Anief, Usb, FederAta e Orsa, per il 17 marzo lo sciopero generale della scuola, sciopero da cui si sono sottratti i Cinque sindacati “rappresentativi”, impegnati in una rinnovata pantomima concertativa con la ministra Fedeli, che, per garantirsi tale complicità, ha contato sull’unico “titolo” che aveva a disposizione per la scalata al MIUR, ossia il suo passato ruolo di segretaria generale della Federazione dei Tessili CGIL. Con lo sciopero del 17 marzo, oltre al ritiro delle deleghe, vogliamo che: 1) la mobilità sia gestita con titolarità su scuola, eliminando la chiamata diretta e gli incarichi triennali decisi dal preside, garantendo la continuità a tutti/e i/le docenti; 2) i fondi del sedicente “merito” , della Carta del docente e del Fondo di istituto siano destinati alla contrattazione nazionale per un aumento che, insieme a rilevanti fondi da stanziare,  garantisca a docenti e ATA il recupero almeno di quel 20% di salario perso nel più lungo blocco contrattuale della storia repubblicana; 3) siano assunti i precari – docenti ed ATA – con almeno 36 mesi di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto; 4) venga ampliato l’organico ATA, resa giustizia agli ATA ex-Enti locali, re-internalizzati i servizi di pulizia, eliminato il divieto di nominare supplenti per gli Amministrativi e Tecnici anche per periodi prolungati, e nominati i supplenti per i Collaboratori scolastici anche per i primi 7 giorni; 5) sia ridata alle scuole superiori la libertà di istituire o meno l’”alternanza scuola-lavoro” e di determinarne il numero di ore; 6) vengano eliminati i quiz Invalsi come strumento per valutare scuole, docenti e studenti; 7) sia restituito ai lavoratori/trici il diritto di partecipare ad assemblee indette da qualsiasi sindacato e applicato un sistema proporzionale di voto senza sbarramenti per l’accesso ai diritti sindacali, con un voto a livello di scuola, uno a livello regionale e uno nazionale per determinare la rappresentatività dei sindacati ai tre livelli.
Nella mattina del 17 marzo si terranno 10 manifestazioni regionali o interregionali a Roma (MIUR, V.le Trastevere, ore 9.30), Torino (USR Piemonte, C. Vittorio Emanuele, ore 9), Venezia (USR Veneto, Riva de Biasio, ore 10.30), Bologna (P. S. Stefano, ore 9.30), Firenze (P. S. Marco, ore 9), Cagliari (P. Giovanni XXIII, ore 9.30), Napoli (P. del Gesù, ore 9.30), Bari (USR Puglia, V. Castromediano, ore 10), Palermo (P. Politeama, ore 9.30), Catania (P. Stesicoro, ore 9.30).
Piero Bernocchi   portavoce nazionale Cobas
Stefano d’Errico   segretario nazionale Unicobas

mercoledì 15 febbraio 2017

LAVORARE GRATIS, dalla "buona scuola" all' Alternanza scuola lavoro - Pordenone

Il processo di aziendalizzazione della scuola è stato notevolmente accelerato e riproposto dalla riforma “Buona Scuola” del 2015, la quale comprende in sé anche la famigerata “Alternanza Scuola/Lavoro”.

Il concetto di azienda presuppone il concetto di merce, ma qual è il prodotto, il bene oggetto di acquisto che l’azienda[scuola] si propone di vendere? L’istruzione.
Ma aziendalizzare la scuola significa creare strutture che abbiano come obiettivo primario la “produzione” di reale sapere critico, la “distribuzione” di libera conoscenza, la crescita culturale, sociale e psicologica degli allievi/e, oppure la realizzazione del massimo profitto economico, in un regime di concorrenza spietata?
Probabilmente creare questo tipo di strutture può trasformare in merce l’istruzione.

Ricondurre la scuola in un’ottica aziendale non permette cultura né libera ricerca; in questo modo non si approfondiscono le materie né tantomeno si fonda una ampia e creativa “visione del mondo”, ma si propinano “moduli didattici” che diano un’infarinatura di conoscenze al servizio delle aziende esterne.
E’ possibile che in un simile ambiente si lavori collegialmente o si collabori solidalmente e fraternamente? Oppure ciò porterebbe alla competizione sia tra lavoratori/trici sia tra studenti, al “nascondersi” reciprocamente le conoscenze, al gareggiare contro gli altri “concorrenti” per emergere e scalare posti in “azienda”?

In questo contesto si cala il progetto dell’alternanza scuola/lavoro, ancor più mirato a rafforzare questo processo di adeguazione alla scalata sociale, alla precarietà, alla competizione insana, alla mercificazione dell’istruzione non solo in quanto tale, ma anche delle sue risorse, dei suoi “clienti” , “dipendenti”, “collaboratori”.

Per conoscere e confrontarci su questo tema e per dare voce a chi vive la riforma in prima persona (studenti e lavoratori del settore) vi invitiamo a partecipare all’incontro, in cui tutti potranno offrire riflessioni, esporre esperienze in questi ambiti e/o porre domande al relatore.

Introdurrà la discussione Mauro De Agostini (docente CUB Scuola), vi sarà una proiezione di un breve video inchiesta a studenti sull'Alternanza Scuola-Lavoro nelle scuole di Pordenone. Seguirà Assemblea aperta.

Vi aspettiamo nella saletta del Caffè Municipio!

giovedì 12 gennaio 2017

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Ricostruire opposizione sociale organizzata dal basso.
Costruire un progetto collettivo per l’alternativa libertaria.

Renzi è caduto. Le sue politiche no.
In Italia il 2016 si è concluso con la caduta del governo Renzi provocata da un responso referendario negativo sulla riforma della Costituzione proposta al vaglio popolare.
Se l’esito è del tutto apprezzabile, dato che è stato fermato uno dei progetti autoritari capisaldo della politica renziana e del grande capitale, gli eventi successivi (approvazione della Legge di Stabilità e nuovo governo di continuità delle politiche precedenti a fronte di nessun movimento che si alimentasse della vittoria del NO depurandolo dei tanti elementi ambigui e persino fascisti che l’ hanno contrassegnata) hanno confermato che la sconfitta di Renzi si sta trasformando in una rivincita istituzionale.
Infatti nessun segnale si avverte da parte del governo Gentiloni né sulle politiche economiche, né sul ravvedimento necessario per modificare in profondità sia il Jobs Act che la Legge 104 sulla scuola, cioè gli altri due capisaldi autoritari del precedente governo. Mentre non mancano le avvisaglie di una stretta securitaria con la proposta di istituzione dei CIE regionali e l'inasprimento delle espulsioni massa.
La “Buona Scuola” ed il Jobs Act: non bastano i referendum
Incassato il mancato raggiungimento delle firme necessarie a portare a referendum abrogativo la legge sulla scuola (un dato che contrasta molto con la valanga dei NO del 4 dicembre), il governo si concede ora ad una contrattazione mitigatrice sulla mobilità degli insegnanti; ma incombono i decreti delegati su materie come organizzazione del lavoro, retribuzioni, carriere che, sottratte alla contrattazione, non promettono nulla di favorevole per lavoratori e lavoratrici della scuola.
I quali e le quali avranno davanti a sé il duro compito di ricostruire la loro capacità di opposizione e di organizzazione dal basso, dentro e fuori i sindacati, se si vorrà evitare che il lavoro nella scuola della repubblica diventi uno strumento di controllo e di comando dello Stato.
Se questo movimento si svilupperà, con l’appoggio auspicabile anche degli studenti, avrà caratteristiche sociali e politiche che gli permetteranno di articolare il NO del 4 dicembre in un dissenso che trova il suo significato in una visione diversa della scuola e del lavoro nella scuola.
Sul Jobs Act, in attesa del pronunciamento della Corte, è iniziata da guerriglia mediatica e legale del governo che teme un altro voto ostile se si terranno i referendum abrogativi proposti dalla CGIL con oltre 3 milioni di firme raccolte.
Anche in questo caso, non è consigliabile attendere l’indizione della data del voto, bensì ricostruire un movimento di sostegno ai quesiti referendari che riesca da un lato a portare il movimento dei lavoratori ed il movimento sindacale fuori dalle secche in cui è costretto dalla nuova contrattazione imposta da associazioni padronali e Stato, dall’altro a ritessere nei territori il consenso necessario a vincere 2 volte: nel raggiungimento dei quorum prima e nella vittoria dei Sì poi.
Sarebbe un altro segnale che nel NO del 4 dicembre c’erano davvero pezzi di classe lavoratrice e tanto disagio popolare, uniti da una coscienza di lotta e di resistenza, che niente hanno a che fare con la tanta destra e padronato che -ieri ostile a Renzi- non lo sarà affatto domani nei confronti del Jobs Act.
I numeri contro la realtà delle cose
Secondo l'ultimo rapporto dell'ISTAT, il Pil crescerà nel 2017 dello 0,8%: la “crescita” sarà trainata più dalla domanda interna (+1,2%) che dalle esportazioni. Il numero dei posti di lavoro dovrebbe crescere dello 0,6% mentre la disoccupazione dovrebbe calare allo 11,3%. L’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,6%. Meri numeri per nascondere una realtà occupazionale ed economica sempre più grave per milioni di occupati e disoccupati come confermato dalla tante vertenze in corso contro chiusure di aziende e licenziamenti. L’aumento del prezzo del petrolio e l’inefficacia delle politiche monetarie della BCE potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro in un contesto internazionale estremamente deteriorato dai mutamenti in atto a livello economico, militare e geo-strategico.
Strettamente correlati ai dati economici vi sono altri due fattori, abilmente usati e strumentalizzati per incutere timore e depotenziare o deviare eventuali movimenti di opposizione sociale: si tratta dell’immigrazione e del terrorismo.
Anche in questo caso occorre un’azione incessante di solidarietà e di organizzazione dal basso, associativo e sindacale, per sottrarre i lavoratori immigrati alla cultura del sospetto e del razzismo che si sta facendo sempre più strada, aumentando le condizioni di sfruttamento e di ricattabilità nei settori in cui è massimamente concentrata la forza lavoro immigrata, così come nei famigerati CIE, dove rischiano anche la morte.
Fare politica libertaria, oltre i referendum e fuori dalle urne elettorali
Tra un referendum e l’altro e l’attesa delle prossime elezioni politiche, vi sono alcune cose da fare a cui i/le militanti anarchic* e gli/le attivist* libertari* non possono sottrarsi:
  • impegnarsi nella vertenzialità nei luoghi di lavoro e nella ricostruzione della capacità di coalizione dei lavoratori nelle singole aziende e nel territori per poter gradualmente ridare forza globale all'organizzazione di massa dei lavoratori;
  • la crisi dei sindacati, tradizionali e/o alternativi, richiede comunque la nostra presenza ed il nostro presidio come iscritti, come delegati e come dirigenti eletti, per ri-costruire capacità di lotta e di rappresentanza dal basso nei posti di lavoro, nella pratica di vertenzialità;
  • ri-costruire nei territori tessuto sindacale e capacità di solidarietà sindacale a partire dalle esperienze conflittuali più avanzate di collettivi, centri sociali, coordinamenti;
  • sostenere la capacità di costruire lavoro tramite la sperimentazione di cooperative autogestite all'interno di un progetto sociale alternativo.













Le possibilità ed i soggetti di resilienza si esprimono oggi soprattutto nelle lotte nel territorio, dal diritto alla casa al diritto alla salute e ad un ambiente sano, dall'opposizione alle grandi opere inutili alle mobilitazioni contro i progetti di sfruttamento scellerato di terre, acque e mari, dall'opposizione alla aziendalizzazione dell'istruzione alle mobilitazioni contro il razzismo; dall'accoglienza dei profughi alla sperimentazione di forme di produzione e distribuzione autogestite.
In questi mesi, in queste lotte, in queste realtà il ruolo degli anarchici e dei libertari è quello di aprire i recinti, di sconfinare, di costruire ponti o trovare guadi, di collegare le realtà conflittuali, le soggettività sociali nella costruzione del potere popolare autogestionario, radicato negli interessi immediati e storici degli sfruttati.
E’ sempre più urgente recuperare capacità di coalizione e di lotta alla base nei luoghi di lavoro e nel territorio, ri-costruire strumenti e metodi di ampia partecipazione dal basso, forme di solidarietà autogestite, forme di vertenzialità conflittuali che facciano crescere coscienza e progettualità.
Per l'alternativa libertaria.
96° Consiglio dei Delegati
Alternativa Libertaria/FdCA
Fano, 7 gennaio 2017

martedì 15 settembre 2015

La farsa dell’assemblea nazionale Rsu: una tragedia per la scuola pubblica?

Articolo di Francesco Locantore (direttivo nazionale Flc - Cgil) L’annunciata assemblea nazionale delle Rsu, convocata dai cinque sindacati che indirono lo sciopero contro la “buona scuola” lo scorso 5 maggio si è rivelata una farsa. In realtà l’11 settembre scorso al Teatro Quirino di Roma si sono alternati gli interventi dei segretari generali di Flc Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda con quelli di appena dieci Rsu, due per ciascun sindacato, accuratamente selezionati dalle segreterie nazionali per confermare la linea di sostanziale dismissione della lotta contro la legge 107/2015. La stessa platea era stata selezionata a monte dalle segreterie territoriali dei cinque, impedendo una partecipazione di massa (c’erano forse 350 persone, d’altronde era evidente che si sarebbe limitata la partecipazione già dalla scelta del luogo). L’assemblea è stata introdotta da Domenico Pantaleo, segretario Flc Cgil, sulla linea concordata a monte con gli altri segretari e riportata in un documento del 10 settembre scaricabile dai siti sindacali (http://www.flcgil.it/sindacato/documenti/lettere-comunicati-e-documenti/documento-unitario-ripartire-dai-contratti-per-fare-vera-innovazione-10-settembre-2015.flc). L’attenzione si sposta dalla necessaria abrogazione della legge alla lotta per il rinnovo contrattuale, senza che venga detto alcunché sul contenuto di una piattaforma contrattuale che restituisca dignità sotto il profilo normativo e salariale ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola. Su questo è previsto uno sciopero nel mese di ottobre, di cui tuttavia non è stata neanche annunciata la data. Ricordiamo che il rinnovo della parte economica del CCNL scuola del 2009 non è stato firmato dalla Flc Cgil, che indisse a suo tempo un referendum tra i lavoratori per sbugiardare il comportamento complice e antidemocratico degli altri sindacati che firmarono un accordo al ribasso senza consultare i lavoratori stessi. Su quali basi oggi poggerebbe l’accordo tra i sindacati per una piattaforma comune di rinnovo contrattuale non è dato saperlo. Nel direttivo nazionale fu approvata l’anno scorso una bozza di piattaforma che doveva servire da base alla discussione nel sindacato, discussione che non si è mai aperta (non ne ha discusso neanche la struttura di comparto nazionale della scuola) anche per le urgenze sopravvenute di contrasto alle ipotesi di riforma avanzate dal governo. Su quella bozza le compagne e i compagni de “Il sindacato è un’altra cosa” hanno dato parere contrario, dato che aprirebbe all’aumento dell’orario di lavoro degli insegnanti a parità di retribuzione. Ci aspettiamo su questo punto non solo una discussione democratica nel sindacato, ma anche la partecipazione delle assemblee dei lavoratori (quelle vere) alla definizione della piattaforma. Sulla legge 107, la posizione dei sindacati continua ad essere critica, ma non sono previste iniziative di mobilitazione e di contrasto alla sua applicazione nelle scuole. L’unica iniziativa che i sindacati promettono di perseguire è quella del ricorso alla Corte costituzionale. Peraltro la Consulta non può esprimersi su richiesta diretta dei cittadini e neanche dei sindacati, ma può essere interpellata solo in via incidentale da un giudice ordinario o per conflitto di attribuzione di poteri tra lo Stato e le Regioni (in questo senso si stanno già muovendo alcuni consigli regionali). La strada è lunga e il rischio è che la legge faccia i suoi danni, introducendo la competizione nelle scuole e tra le scuole, per non parlare dei precari sbattuti in giro per l’Italia o messi negli albi a disposizione dei dirigenti scolastici. Il ruolo del sindacato dovrebbe essere quello di dare da subito indicazioni e mobilitare i lavoratori e le lavoratrici della scuola, intanto impedendo di applicare la legge, ad esempio rifiutandosi nei collegi e nei consigli d’istituto di eleggere i comitati di valutazione, cioè gli organismi che dovranno predisporre i criteri secondo i quali i dirigenti scolastici assegneranno i bonus agli insegnanti giudicati “meritevoli”, ma anche rifiutando ogni attività non prevista come obbligatoria dal contratto di lavoro vigente (gite, progetti, attività di coordinamento ecc.). Tutto questo nella proposta dei cinque sindacati non c’è, invece sono usciti all’inizio dell’anno scolastico con un documento unitario (http://www.flcgil.it/sindacato/documenti/lettere-comunicati-e-documenti/documento-unitario-risparmiamo-alla-scuola-gli-effetti-piu-deleteri-della-legge-107-15.flc) “per risparmiare alla scuola gli effetti più deleteri della legge 107/2015”, in cui si invitano gli organi collegiali a far valere le loro prerogative applicando comunque la legge 107. Nelle conclusioni dell’assemblea Francesco Scrima (Cisl Scuola) ha rivendicato il fatto che i sindacati avrebbero già evitato provvedimenti ancora peggiori sulla scuola (in particolare sul personale ATA), che il governo ha perso ed oggi ha bisogno dei sindacati per affrontare i disastri provocati dalla legge 107, convocati il 23 settembre al Miur. Secondo Scrima bisogna andare al confronto per chiedere le modifiche alla legge sugli aspetti più odiosi: la valutazione, che secondo la Cisl dovrebbe passare per la contrattazione, e la chiamata diretta. Nessun riferimento ai finanziamenti alle scuole private, all’alternanza scuola lavoro, all’aziendalizzazione degli istituti che dovranno cercare finanziamenti privati per funzionare e a tutti gli altri aspetti della legge che sono stati contrastati dal movimento della primavera. La ritirata dei cinque sindacati (è significativa l’esclusione dei Cobas, che pure avevano partecipato a tutte le scadenze unitarie dopo il 5 maggio scorso), se dovesse prevalere tra gli insegnanti e il personale della scuola, sarebbe una vera tragedia per la scuola pubblica italiana, lasciando passare una riforma che ne ha cambiato la fisionomia fin dalle fondamenta. L’unità sindacale, che è stata la forza di questo movimento essendo stata costruita dal basso attraverso le mobilitazioni e infine imposta ai gruppi dirigenti nazionali dei principali sindacati, rischia di diventare la scusa con cui anche la Flc rinuncia alla mobilitazione per l’abrogazione della legge 107. Tuttavia ci sono segnali incoraggianti, a cominciare dalla grande partecipazione e combattività espresse all’inizio di questo anno scolastico dai coordinamenti autoconvocati, dalle associazioni e comitati che sono stati protagonisti nella scorsa primavera del movimento contro la “buona scuola” di Renzi. Abbiamo già pubblicato su questo sito il documento conclusivo adottato dall’assemblea nazionale dei movimenti tenutasi a Bologna lo scorso 6 settembre (http://sindacatounaltracosa.org/2015/09/10/difesa-rilancio-e-rafforzamento-della-scuola-della-costituzione/), in cui si rilancia la lotta contro la legge 107 e si chiede da subito la convocazione di uno sciopero e una manifestazione nazionale della scuola, si decide l’apertura di una campagna referendaria per l’abrogazione della legge, si sostengono le iniziative già convocate dagli studenti, a partire dalla giornata di mobilitazione nazionale del 9 ottobre. La presidenza dell’assemblea Rsu non ha dato seguito alla richiesta di esporre le conclusioni di quella assemblea al teatro Quirino, che evidentemente sarebbero state dissonanti con la conduzione che era stata concordata tra i cinque sindacati. Il movimento oggi deve ricominciare da capo e ricostruire dal basso la mobilitazione e la pressione che ha saputo esercitare durante lo scorso anno scolastico sulle burocrazie sindacali.

martedì 21 luglio 2015

Italia: la lotta contro la riforma della scuola

by Donato Romito - Alternativa Libertaria/FdCA ---------------------------------------------------------------------------------- Difesa sindacale e Contratto Nazionale Quella dei lavoratori della scuola è una dimostrazione di unità, di coesione e di combattività della categoria che si sta auto-organizzando in ogni scuola per cercare di fermare il progetto autocratico in corso. -------------------------------------------------------------------------------- Nelle scuole di tutta Italia si è svolto il blocco degli scrutini con percentuali altissime di adesione. Si è trattato di una dimostrazione di irriducibilità conseguente allo sciopero unitario del 5 maggio scorso. I lavoratori e le lavoratrici della scuola e le loro organizzazioni sindacali stanno cercando di manifestare il loro dissenso rispetto ad una riforma della scuola che, passata alla Camera, attende ora l'approvazione del Senato. Ma la posta in gioco non è solo il ritiro degli articoli più contestati, quali quelli dei diritti alla titolarità della sede o dei poteri del superdirigente scolastico. Il ddl 1934, approdato al Senato il 22 maggio scorso, è portatore di un'insidia che potrebbe travolgere qualunque capacità contrattuale nel comparto scuola, con conseguente distruzione del CCNL, come già accaduto nel settore privato col Jobs Act e legislazioni precedenti. L'art.22 del ddl-scuola, ora all'esame della settima commissione del Senato, una volta approvato, affiderebbe al governo il potere di regolare tutto il rapporto di lavoro dei docenti e del personale ATA tramite l'emanazione di semplici decreti legislativi. I quali riguarderanno non solo la parte normativa (orario di lavoro, permessi, assenze...) ma anche il sistema delle retribuzioni. In questo modo ci sarebbe la cancellazione della contrattazione collettiva ed il governo avrebbe il potere di imporre unilateralmente - per legge - condizioni peggiorative del rapporto di lavoro, senza nessun intralcio. Giunge così a maturazione un processo iniziato nel 2009 con la legge 15 (nota come legge Brunetta), la quale aveva tolto alla contrattazione collettiva nel Pubblico Impiego la possibilità di derogare le norme di legge. Il famigerato dlgs 150/2009 aveva poi previsto che nei CCNL si sostituissero alle clausole difformi le norme di legge con cui erano prima in contrasto. Tuttavia erano rimasti margini di contrattazione collettiva sulle retribuzioni e sull'orario di lavoro. Oggi, invece, il governo Renzi intende avocare a sè il potere di rivedere tutta la normativa che regola il rapporto di lavoro sul PI, scuola compresa. E', infatti, il caso di rilevare che - sempre al Senato - è al vaglio dei senatori un altro progetto di legge che porta il numero 3098, col quale si intende smantellare il dlgs 165/2001, noto anche come Testo Unico del Pubblico Impiego, il quale prevedeva con un'azione di delegificazione che le parti delle leggi o regolamenti o statuti derogati dai contratti collettivi non fossero più applicabili e sul quale era già intervenuta la Legge Brunetta. E su cui interviene anche questo progetto di legge prevedendo deleghe al governo per riscrivere il Testo Unico. Il combinato del progetto di legge 3098 con il ddl 1934 sulla scuola proiettano nell'immediato futuro un nuovo scenario caratterizzato dalla rilegificazione del rapporto di lavoro con conseguente cancellazione delle attuali tutele contrattuali. Nei prossimi anni, gli orari di lavoro, l'organizzazione del lavoro e le retribuzioni sarebbero dunque stabiliti unilateralmente per legge e quindi sottratti alla contrattazione ed alla titolarità su di questa da parte dei lavoratori della scuola e del Pubblico Impiego. Quella dei lavoratori della scuola è dunque una dimostrazione di unità, di coesione e di combattività della categoria che si sta auto-organizzando in ogni scuola per cercare di fermare il progetto autocratico in corso.

mercoledì 8 aprile 2015

no alla scuola parrocchia

Sospeso per un mese Franco Coppoli per la sua battaglia in difesa di una scuola pubblica laica e senza simboli religiosi. No alla scuola parrocchia Con un pesantissimo provvedimento da Nuova Inquisizione Domenico Peruzzo, dirigente dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, ha sospeso per un mese dall’insegnamento e dallo stipendio il prof. Franco Coppoli per aver tolto i crocefissi dalle aule dell’Istituto per geometri Sangallo di Terni in cui insegna, confermando che in Italia è ancora vietato rivendicare la separazione tra Stato e chiesa e spazi educativi senza simboli religiosi. Continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule scolastiche pubbliche, nonostante non esista alcuna legge o regolamento che impongano la presenza del crocefisso nelle aule. La motivazione per un provvedimento disciplinare così grave è che togliere un crocefisso, che non dovrebbe trovarsi nelle aule, costituisce per l’USR “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente”. Ma ai sensi di quale legge? Di quali doveri si parla? I pubblici dipendenti non sono servi che obbediscono ai presidi-padroni, ma alle leggi: e non esiste alcuna norma che imponga la presenza del crocefisso. Tra l’altro a dicembre a Trieste, il prof. Davide Zotti, per lo stesso comportamento, è stato sanzionato con una semplice censura dall’USR Friuli. Forse l’USR umbra pensa di essere ancora sotto lo stato pontificio! E’ stato il fascismo a collocare nelle scuole e nei tribunali i crocefissi: ma pensavamo che il clericofascismo fosse relegato al passato, anche perché negli ultimi tempi la Corte di Cassazione ha giudicato la presenza dei crocifissi nelle scuole incompatibile con il principio di laicità dello Stato (Cassazione penale, sentenza Montagnana) e lesiva dei diritti di coscienza del pubblico impiegato, al punto da giustificare l'autodifesa del lavoratore (Cassazione civile, sentenza Tosti). Le aule della scuola pubblica sono piene di colori e di mondo, di ragazze, ragazzi e docenti credenti, atei o agnostici, e di tante religioni diverse, ed è inaccettabile che un solo simbolo abbia il privilegio di essere esposto in una posizione di massima rilevanza simbolica. L’imposizione del crocefisso ha un carattere discriminatorio ed escludente, serve a marcare un territorio e imporre una visione e una simbologia religiosa di parte, in uno spazio pubblico che deve invece essere libero, includente, laico e aperto a tutti. I diritti tutelano le minoranze e le diversità e non dovrebbero rappresentare la dittatura della maggioranza (tutta da dimostrare tra l’altro). Per questo è inaccettabile che ancora oggi chi lavora per lo Stato debba subire pesanti sanzioni disciplinari, senza alcuna norma che le legittimi - o attraverso bizantinismi giuridici che arrivano ad affermare la… non religiosità dei simboli religiosi! - per aver contrastato il privilegio, l’arroganza e l’invadenza di quello che a molti appare un simbolo “neutrale” proprio perché l’obiettivo di questa inaccettabile ingerenza ha ottenuto i suoi risultati. I COBAS esprimono la loro totale solidarietà - insieme all’appoggio in ogni sede, a cominciare da quella legale, per contestare l’iniquo provvedimento - con la battaglia civile dei docenti Franco Coppoli e Davide Zotti e del giudice Luigi Tosti, contro la presenza del crocefisso nelle scuole e nei pubblici uffici, affinché si realizzi pienamente la distinzione tra Stato e chiesa e gli ambienti formativi siano liberi da qualsiasi simbolo religioso e da qualsiasi arroganza integralista. Esecutivo nazionale COBAS

giovedì 5 marzo 2015

Libera scuola in libero bonus

La “Buona Scuola “ si fa pia ed apre le sue porte alla libera scelta delle famiglie di iscrivere i loro figli alle scuole paritarie, purché si possa contare su detrazioni fiscali. Dunque, anche il Governo Renzi ha deciso di dare il proprio contributo allo storico progetto di trasformazione ed accelerazione del sistema pubblico di istruzione in un sistema integrato composto di scuole pubbliche ed ex-scuole private, trasformate in "pubbliche" con lo status di scuole paritarie. Dalla scuola della Repubblica alla scuola del privato cittadino, storia di un attacco clericale e liberista. (1) 1999 Gli obiettivi strategici ed i passaggi istituzionali di questa trasformazione erano stati delineati in un documento della fine del 1999, intitolato “Scuola Libera!” (sottoscritto fra gli altri dal futuro ministro Moratti, Carlo Bo, Emma Marcegaglia, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti, Marco Tronchetti Provera,…) con la finalità di trasformare il sistema scolastico italiano da istituzione della Repubblica a segmento di un più ampio mercato della formazione regolato dalla dinamica della domanda e dell'offerta. Ecco la ricetta dei firmatari di "Scuola Libera!": •finanziare, non gestire l'istruzione •garantire pluralità di offerte formative, statali e non •pari dignità tra le diverse scuole •abolire il valore legale del titolo di studio •determinare la cifra che lo Stato intende spendere annualmente per l'istruzione di ogni allievo •assegnarla, diversificata a seconda del grado di istruzione, alla sua famiglia, utilizzando bonus o analoghi strumenti •scontare al massimo di un 10% il costo per alunno delle scuole non statali (per tener conto delle spese fisse) 2000 Il parlamento approva la Legge 62 (governo D'Alema) che istituisce il sistema pubblico integrato di istruzione a cui accedono le ex-scuole private religiose e non, ridenominate "paritarie", in perfetta sintonia con alcuni desiderata degli autori di “Scuola Libera!". La legge 62/2000 risultava tuttavia palesemente incostituzionale perché: •sancisce il diritto per le scuole private di ottenere provvidenze statali (violando l'art.33) •dà la possibilità di usare denaro pubblico per pagare prestazioni che si ricollegano all'insegnamento ma non ne costituiscono i tratti essenziali (violando l'art.34) •riconosce alle private la facoltà di avvalersi di prestazioni volontarie gratuite per il 25% del monte ore (violando gli articoli 35, 36,37, 39, 40). Ma tant'è: con quella sottile distinzione tra finanziamento pubblico vietato al momento dell'istituzione di scuole private e finanziamento pubblico consentito una volta avvenuta l'istituzione, utile ad aggirare il divieto costituzionale, la legge 62 iniziava i suoi primi passi. Fase 2001-2006 Sono gli anni della stabilizzazione dei finanziamenti pubblici alle scuole paritarie e delle agevolazioni per le assunzioni. L'art.1, comma 636 della L.296/2006 prevede che ogni anno il Ministro della Pubblica Istruzione emetta un decreto con cui definisce i criteri ed i parametri per l'assegnazione dei contributi alle scuole paritarie, dando priorità alle scuole dell'infanzia (67,2%) e primarie (29,8%) ed infine alle secondarie (1,3%) Fase 2007-2014 Il D.M. del 21 maggio 2007 segna una svolta decisiva nel finanziamento pubblico alle scuole paritarie, riconoscendo anche alle scuole secondarie paritarie un finanziamento a carico dello Stato. Viene così equiparato di fatto il sistema delle scuole paritarie, anche sul piano economico, alle scuole della Repubblica. Dal 2009, i contributi a favore delle scuole paritarie vengono ascritti nel bilancio del MIUR a due distinti capitoli: •Cap. 1299 Somme da trasferire alle Regioni per il sostegno alle scuole paritarie •Cap. 1477 Contributi alle scuole paritarie comprese quelle della Valle D'Aosta Ecco il flusso dei finanziamenti dal 2008 al 2014 (2) Bilancio Cap.1477 Cap.1299 Totale euro % 2008 535400000 535400000 100,00% 2009 401900000 120000000 521900000 97,5 2010 409000000 130000000 539000000 100,7 2011 253000000 245000000 498000000 93 2012 265392773 237291833 502684606 94 2013 258417930 237791833 496209247 93,13 2014 273898626 223000000 496898626 92,8 2015 Lo squasso che provocherà la “Buona Scuola” sta aprendo finestre imperdibili. Si produce in febbraio un pressing verso la piena attuazione della L.62/2000, proveniente sia dai ranghi del PD che dell'opposizione, che dalla stampa cattolica. Il momento appare propizio per correre al salvataggio delle scuole paritarie, in piena crisi di iscrizioni (-30mila nel 2011-12) e di finanziamenti (-42% dal Governo Monti). Viene così ripresa una vecchia idea (mai attuata) del governo dell'Ulivo: quella della detrazione fiscale, con possibilità di detrarre direttamente dalle imposte (non dall'imponibile) le spese scolastiche, andando quindi a credito senza incidere sulla base imponibile, bensì unicamente sul tributo dovuto. In una seconda fase si dovrebbe passare alla fattispecie del bonus erogato direttamente alle famiglie che scelgono una scuola paritaria. Più che citare opportunisticamente la Montessori o Gramsci -come fanno i firmatari della Lettera a Renzi (3)- per rafforzare la cifra di libertà che sarebbe insita in tale scelta, è il caso di rilevare che la primogenitura del bonus spetta -invece- ad economisti quali Milton Friedman, seguito da Friedrich von Hayek e in Italia da Antonio Martino (allievo di Friedman). Scrive Hayek: "Si può provvedere alle spese per l'istruzione generale, attingendo alla spesa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese di istruzione di ciascun ragazzo: buono da consegnare alla scuola da loro scelta (…) Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate, dove, perché possano esistere le scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell'istruzione pertanto troppo alto). Ma nei confronti della grande maggioranza della popolazione sarebbe senza dubbio possibile lasciare l'intera organizzazione e amministrazione agli sforzi privati. Da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro grande vantaggio sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all'alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un'istruzione un po' più cara: se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni dovrebbero pagare solo un costo addizionale".(4) Qui enunciati i principi di sussidiarietà (5) e competizione, cari agli economisti liberali antistatalisti, tanto da far credere che il bonus sia una cosa di sinistra. Il bonus ha da tempo trovato applicazione a livello regionale, con un proliferare di legislazione regionale e di iniziative di protesta da parte di chi difende la scuola pubblica e ne denuncia il progressivo sotto-finanziamento. La “Buona Scuola” (6), con annessi provvedimenti di sostegno alla domanda di istruzione nelle scuole paritarie, si inserisce all'interno di questo quadro e delinea una scuola riformata sui principi della personalizzazione e del familismo. Studenti e genitori, trasformati da soggetti di diritto alla formazione in utenti/consumatori di un'offerta impacchettata rischiano di non cogliere più l'interesse collettivo di cui è portatore l'istituzione scuola e di cui essi sono destinatari e protagonisti, per impegnarsi invece nella ricerca del successo personale in studi scelti per un fine particolare e non per conseguire una formazione olistica. Sbrindellata e mercificata così la scuola della Repubblica, non rimane che un'unica scuola in grado di offrire una formazione integrale: è proprio quella scuola religiosa cattolica che si pone come IL luogo della vera formazione spirituale ed intellettuale. Ai laici ed agli anticlericali il compito di ostacolare questi processi. L'associazionismo laico, i sindacati, i comitati dei genitori sono i soggetti a cui spetta l'arduo compito di riorganizzare un'altra possibilità di scuola pubblica, laica e pluralista per tutte/i e di tutti/e. risorse (1) cfr.http://www.fdca.it/laicita/meeting2003.htm (2) cfr. http://www.flcgil.it/files/pdf/20140609/scheda-flc-cgil-lo-stato-dei-contributi-alle-scuole-paritarie-previsti-nel-bilancio-dello-stato-giugno-2014.pdf (3) cfr. http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/E-ora-che-la-parita-scolastica-diventi-concreta.aspx (4) cfr. La società libera, F.A. Von Hayek, ed. Rubbettino, 2007 (5) cfr. http://www.fdca.it/sindacale/sussidiarieta.htm (6) cfr. http://www.cenerentola.info/index.php/dibattiti-e-opinioni/1409-non-c-e-peggior-scuola-della-buona-scuola

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)