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per giulio

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mercoledì 3 giugno 2020

Solidarietà con la Lotta del Popolo Nordamericano!

























Condanniamo il vile assassinio di George Floyd per mano dei poliziotti di Minneapolis, un altro atto razzista nel cuore di una potenza imperialista mondiale. Un ennesimo caso che si aggiunge all'innumerevole numero di uccisioni di persone di colore e della popolazione afro-americana perpretrate negli Stati Uniti, che continua dai tempi della schiavitù e non si è mai fermato: anche durante il governo di Obama ci sono state decine di uccisioni di giovani neri, come nei tempi razzisti degli anni Cinquanta e Sessanta.
La risposta all’epoca fu un rapido e organizzato sviluppo del movimento nero in tutto il paese; in questi momenti vediamo svilupparsi un enorme movimento di protesta, che rivela che la gente è stanca della violenza e dell'impunità della polizia. Una stazione di polizia di Minneapolis è stata bruciata dai manifestanti e alcune auto della polizia sono state attaccate. L'azione diretta è un'arma di resistenza, che si è moltiplicata in varie città con scontri tra manifestanti e poliziotti, persino Donald Trump ha ordinato all'esercito di scendere in strada e sono stati decisi coprifuoco in 25 città.
Il razzismo, elemento strutturale della società capitalistica, soprattutto nel capitalismo nordamericano, resta purtroppo intatto, ma sta emergendo anche la volontà di resistenza e lo spirito combattivo delle persone di colore e delle classi popolari.
Trump accusa gli anarchici e gli attivisti antifascisti di essere gli istigatori dei disordini. Questo movimento è una rivolta popolare, le decine di migliaia di persone che vi partecipano non sono anarchici o non rivendicano di appartenere a nessuna corrente politica, ma come sempre il potere cerca di trovare i responsabili da incolpare, perché non vengano messe in discussione le questioni strutturali e si arrivi alla conclusione che è lo Stato razzista, patriarcale e capitalista, che opprime e uccide le classi popolari, il vero istigatore delle rivolte.
IL RAZZISMO DEVE ESSERE SEPOLTO INSIEME AL CAPITALISMO. TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO E LA NOSTRA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO NORDAMERICANO CHE LOTTA CONTRO LA VIOLENZA E GLI ABUSI DELLA POLIZIA E DELLO STATO.
Solo la solidarietà e l'aiuto reciproco ci permetteranno di resistere.

TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO ALLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ NERE!TUTTO IL NOSTRO SOSTEGNO AI NOSTRI E ALLE NOSTRE COMPAGNI/E ANARCHICI E ANARCHICHE NORDAMERICANI/E!
PER IL COMUNISMO ANARCHICO!

☆ Coordenação Anarquista Brasileira – CAB (Brasile)
☆ Federación Anarquista Uruguaya – FAU (Uruguay)
☆ Federación Anarquista Rosario – FAR (Argentina)
☆ Organización Anarquista de Córdoba – OAC (Argentina)
☆ Federación Anarquista Santiago – FAS (Chile)
☆ Vía Libre (Colombia)
☆ Union Communiste Libertaire (Francia)
☆ Embat - Organització Libertària de Catalunya (Catalogna)
☆ Alternativa Libertaria – AL/fdca (Italia)
☆ Die Plattform - Anarchakommunistische Organisation (Germania)
☆ Devrimci Anarşist Faaliyet – DAF (Turchia)
☆ Organisation Socialiste Libertaire – OSL (Svizzera)
☆ Libertaere Aktion (Svizzera)
☆ Melbourne Anarchist Communist Group - MACG (Australia)
☆ Aotearoa Workers Solidarity Movement - AWSM (Aotearoa / Nuova Zelanda)
☆ Zabalaza Anarchist Communist Front - ZACF (Sud Africa)
☆ Anarchist Unión of Afghanistan and Iran - AUAI
☆ Manifesto (Grecia)

mercoledì 5 aprile 2017

No Global?






















Cosa ne è della globalizzazione contro cui abbiamo manifestato e lottato per più di 20 anni?
E quali basi reali ha l’attuale atteggiamento no-global che caratterizza la destra sovranista? Ma anche certa sinistra nazionalista?
Bisogna ficcare il naso nel business internazionale per capirci qualcosa.
1. La sbornia della globalizzazione
Per esempio nel caso della globalizzazione alimentare, sia i detrattori che i sostenitori considerano aziende multinazionali quelle che realizzano oltre il 30% delle loro vendite al di fuori del loro paese/regione, quelle che predano l’ecosistema modificandolo, quelle che dirigono il flusso di merci, servizi e capitali che tengono in vita la globalizzazione.
E sebbene queste multinazionali occupino solo il 2% della forza-lavoro mondiale, esse posseggono o manovrano tutte le supply chains che occupano oltre il 50% della forza-lavoro mondiale; inoltre il valore prodotto è pari al 40% del mercato merci occidentali; infine posseggono la maggior parte delle proprietà intellettuali a livello mondiale.
Ma qualcosa sta succedendo: la Yum che controlla la Kentucky Fried Chicken (pollo fritto) ha registrato nel 2012 un crollo del 20% dei suoi profitti all’estero ed ha gettato la spugna sul mercato cinese, spacchettando il suo business.
L’8 gennaio 2017 la MacDonald ha venduto ad un’azienda di stato cinese la maggioranza delle azioni delle sue aziende.
Se pensiamo alla (immeritata) fortuna che ebbe 25 anni fa il libro di Francis Fukuyama sulla fine della storia e la nascita di una democrazia mondiale in cui il capitalismo avrebbe avuto un ruolo di svolta, non dobbiamo dimenticare che già all’epoca la Shell, la Coca-Cola e Unilever si muovevano a livello globale, seppure come aziende libere con alle spalle un business nazionale.
Ma in questi 25 anni le nuove multinazionali son davvero diventate globali, ossessionate dai dati sui consumatori, sulla produzione, sulla gestione manageriale.
Bisognava globalizzarsi verticalmente, ricollocando la produzione e l’approviggionamento di materie prime, oppure orizzontalmente semplicemente andando a vendere sui nuovi mercati?
Comunque sia è stata un’ondata inarrestabile di acquisizioni di aziende rivali, di campagne pubblicitarie e di apertura di fabbriche dove conveniva.
Ben l’85% degli investimenti globali è stato creato dopo il 1990.
Come dicevano gli attivisti no-global nel 1999 a Seattle: le imprese integrate a livello globale funzionano come un’organizzazione unitaria piuttosto che come una federazione, oltrepasseranno ogni confine nazionale per perseguire l’integrazione della produzione e del valore prodotto a livello mondiale.
Curiosamente all’epoca la Warren Buffett preferì restare un monopolio in casa sua.
Nel 2016 gli investimenti delle imprese globali sono scesi del 10-15% mentre è dal 2007 che vi è una stagnazione sul mercato delle supply chains.
2. Quelli erano giorni sì…
Tre sono stati gli attori in campo nei quasi 25 anni di globalizzazione:
– gli investitori (mercati finanziari, banche, fondi-pensione, hedge-funds, operatori di Borsa, agenzie di transazioni internazionali, camere di compensazione, e tanto altro ancora…);
– i paesi-madre in cui hanno sede le multinazionali;
– i paesi ospiti che hanno ricevuto gli investimenti delle multinazionali;
tutti e tre convinti -per ragioni differenti- che la globalizzazione delle aziende avrebbe portato a risultati finanziari ed economici più alti.
Per gli investitori si trattava di trarre enormi profitti da un’economia di scala.
Mano a mano che la Cina, l’India e l’ex-URSS si aprivano e con la liberalizzazione del mercato europeo, le imprese potevano vendere lo stesso prodotto ad un maggior numero di consumatori.
Con l’integrazione globale le imprese erano in grado di armonizzare i vari segnali provenienti da varie parti del mondo, un gigantesco comprare e vendere contemporaneamente sui diversi mercati che avrebbe dovuto dare efficienza al sistema
Le imprese si sono avvalse delle competenze gestionali, dei capitali, dei marchi e della tecnologia accumulata nella parte ricca del pianeta.
Dai paesi emergenti hanno potuto ottenere forza-lavoro a buon mercato, materie prime ed una legislazione favorevole sull’inquinamento.
Per gli investitori, tutto questo significava che avrebbe reso i profitti più alti e più veloci.
Per i paesi-madre delle grandi multinazionali una spinta costante alla competizione per ottenere benefici domestici.
Nel 2007, alle multinazionali attive negli USA che coprivano il 19% dell’occupazione privata, va imputato il 25% dei salari, il 48% dell’export ed il 74% della ricerca e dello sviluppo. [fonte McKinsey, società internazionale di consulenza)
Ed è stato così per un bel pezzo.
3. C’è chi scende….
Eppure negli ultimi 5 anni le prime 700 multinazionali con sede nei paesi ricchi sono calate del 25% (fonte FTSE), mentre nel mercato domestico i profitti sono saliti del 2%.
Alla debolezza di alcune monete rispetto al dollaro, viene attribuito un peso relativo (1/3) nel calo dei profitti.
Un altro dato per misurare i profitti esteri delle multinazionali proviene dalle statistiche globali delle bilance dei pagamenti [« uno schema contabile che registra le transazioni tra i residenti in un’economia e i non residenti, in un dato periodo di tempo. Una transazione è un’interazione tra due entità istituzionali che avviene per mutuo consenso o per legge e comporta, tipicamente, uno scambio di valori (beni, servizi, diritti, attività finanziarie) o, in alcuni casi, il loro trasferimento senza contropartita.» (Banca d’Italia, Manuale della bilancia dei pagamenti e della posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, pag. 8)].
Per le imprese che hanno sede in paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i profitti esteri medi sono calati del 17% negli ultimi 5 anni.
Per le imprese statunitensi il calo si è fermato al 12%, grazie al settore hi-tech che tirava. Per le imprese non-americane, il calo è stato del 20%.

4. Il ROE

Un altro indicatore fondamentale per rapportare i profitti ai capitali investiti è il ROE (Return On Equity- indice di redditività del capitale proprio. Esprime, in massima sintesi, i risultati economici dell’azienda).
Non è la prima volta che facciamo ricorso a questo indicatore nelle nostre analisi e sulla nostra stampa.
Ebbene il ROE di quelle famose 700 grandi imprese sarebbe calato in 10 anni dal 18% all’11%.
Per i 3 paesi che hanno le sedi delle più grandi multinazionali (USA, UK, Olanda), il ROE sugli investimenti esteri è calato dal 4 all’8%.
La tendenza è simile per gli altri paesi membri dell’OCSE (fonte da grafico di The Economist: appena sopra il 5% OCSE insieme all’Olanda, mentre UK è sotto il 5% e gli USA sotto il 10%)
Le imprese con sede nei paesi emergenti, che incidono per 1/7 sull’attività globale delle imprese multinazionali, registrano un ROE all’8%.
La cinese Lenovo che aveva comprato la parte commerciale della IBM e parte di Motorola ha subito flop finanziari.
Nel 2012 l’azienda di stato cinese CNOOC aveva acquistato la canadese Nexen, produttrice di petrolio, da cui intende ora ritirarsi.
Come spiegare il deterioramento del ROE nelle multinazionali negli ultimi 5-10 anni?
Un paio di ragioni vanno individuate nel crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio (specialmente per le imprese energetiche).
Poi ci sono le banche e le batoste prese dalle imprese che forniscono servizi cruciali per la globalizzazione.
Ad esempio, hanno perso il 50% imprese di trasporto marittimo come la danese Maersk, imprese di transazioni internazionali come la cinese Mitsui, imprese di servizi alla catena di distribuzione per i dettaglianti come la cinese Li&Fung.
Ma il contagio è ovunque: metà delle grandi multinazionali hanno visto negli ultimi 3 anni un calo progressivo del ROE; il 40% di esse non tocca il 10%, e, attenzione: il ROE è utilizzato come indicatore per monitorare la capacità di un’impresa di creare un valore degno di considerazione.
Non se la passano bene nemmeno giganti come la Unilever, la General Electric, la Pepsi-Co e Procter&Gamble, in calo di 1/4 dei loro profitti più alti.
5. C’è chi sale….Chi se la passa bene sono i giganti della tecnologia.
I loro profitti coprono il 46% delle prime 50 multinazionali americane: il 17% in più rispetto a 10 anni fa.
La Apple ha fatturato $46 mld…nel 2016, 5 volte di più della General Electric.
Ma questi dati, come i precedenti, sembrano indicare che non vi è più una spinta espansiva negli investimenti e nei rendimenti.
Le vendite all’estero crescono più lentamente di quelle sui mercati nazionali.
In diversi settori globali (industria, consumi ciclici, finanza, componentistica di base. media&comunicazione,…) il ROE delle imprese locali è in crescita contro il calo delle multinazionali.
6. A chi dare la colpa?
I capitalisti se la prendono con i movimenti valutari, col collasso del Venezuela, con la depressione in UE, con la stretta sulla corruzione in Cina e via dicendo.
In realtà i vantaggi che erano stati creati con una una gigantesca economia di scala e con il poter comprare e vendere contemporaneamente su diversi mercati speculando sui prezzi stanno svanendo.
Le imprese globali sono diventate ardue da gestire a causa delle ingenti spese generali di funzionamento e dell’impatto delle complesse catene di rifornimento sul capitale.
Anche le opportunità offerte dai trattati internazionali sono sempre più logore: aumentano i salari in Cina (dure lotte, ma anche nuova politica a sostegno della domanda interna da parte del PCC), toccato il fondo del barile per i vantaggi fiscali offerti dai paesi ospiti.
7. Casa, dolce casa
Intanto le imprese concentrate sul mercato domestico si fanno vincenti.
In Brasile, due banche locali, la Itau e la Bradesco hanno scalzato grandi banche mondiali; in India, la Vodafone e la multinazionale indiana Bharti Airtel (attiva in 20 paesi) stanno perdendo utenze a vantaggio di Reliance, un’impresa locale.
In USA, le imprese locali del petrolio da scisto sono tornate ad essere competitive rispetto alle grandi majors del petrolio.
In Cina, le imprese locali che producono gnocchi si stanno mangiando il mercato della KFC (la più famosa catena di ristorazione statunitense specializzata in pollo fritto).
Globalmente, la quota dei profitti globali delle multinazionali sarebbe passata negli ultimi 10 anni dal 35% al 30%.
8. Nell’era della crisi finanziaria
Questi anni di crisi cambiano la percezione sulle multinazionali nei paesi-madre: vengono viste come un fattore di iniquità.
Hanno creato posti di lavoro all’estero, ma non in patria, dove cresce la disoccupazione.
Negli USA, tra il 2009 ed il 2013, solo il 5% di nuovi posti di lavoro (400.000) viene creato dalle multinazionali statunitensi.
La crisi ha portato ad uno sfilacciamento dell’ordito di regole costruite per sostenere la globalizzazione: dalla contabilità globale all’antitrust, dal riciclaggio di denaro alle regole sui capitali bancari.
Le acquisizioni di imprese occidentali vengono sottoposte a vincoli dai governi nazionali per salvaguardare i posti di lavoro e gli impianti.
I trattati internazionali come il TPP ed il TTIP sono falliti.
Gli stessi tribunali internazionali istituiti dalle multinazionali per aggirare i tribunali nazionali sono oggi sotto attacco.
9. Protezionismo e paradisi fiscali
Tuttavia la globalizzazione ha ormai radici così profonde che eventuali politiche protezionistiche ricorrendo a dazi sulle importazioni per favorire le imprese nazionali potrebbero non funzionare come al tempo che fu.
Oltre la metà delle esportazioni globali, in termini di valore, oltrepassa un confine almeno due volte prima di giungere ai consumatori, per cui una politica protezionistica risulterebbe dannosa.
Altrimenti si ricorre al fisco ed alle politiche muscolari dei vecchi tempi.
Una multinazionale-tipo dispone di almeno 500 entità legali, frequentemente domiciliate in paradisi fiscali.
Essa negli USA pagherebbe circa il 10% di tasse per i suoi profitti esteri.
La UE sta cercando di andare oltre.
Ha usato la mano pesante con il Lussemburgo che offriva accordi vantaggiosi alle multinazionali per indurle a parcheggiarvi i loro profitti; ha colpito la Apple con una sanzione di $15 mld per aver violato le regole sugli aiuti di Stato facendo profitti in Irlanda, dove si era procurata un accordo fiscale su misura.
Gli USA, da parte loro, hanno impedito alle grandi imprese di ricorrere alla “inversione” legale che consente di spostare la loro base imponibile all’estero: vedi il caso del colosso farmaceutico Pfizer.
Nel Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno proposto una revisione del sistema fiscale che permetterebbe alle imprese esportatrici che riportano i loro profitti in patria di godere di agevolazioni fiscali, mentre verrebbero penalizzate le imprese che spostano la produzione all’estero.
Lo scorso 3 gennaio 2017, la Ford ha cancellato la costruzione di una nuova fabbrica in Messico per investire di più in patria.
Il presidente Trump sta facendo pressioni sulla Apple perchè porti in patria la gran parte della sua catena di distribuzione.
Se questa dovesse divenire una tendenza consistente e continua, i costi fiscali ed il costo del lavoro delle imprese globali porterebbero ad una contrazione dei profitti.
E’ stato calcolato che se le multinazionali americane spostassero un quarto dell’occupazione estera in patria, retribuita con i livelli salariali americani, e pagassero le tasse in patria invece che all’estero, ci sarebbe un crollo del 12% dei loro profitti, escluse le spese per eventuali nuove fabbriche in USA.
10. E i paesi ospiti?
Chi sembra essere ancora entusiasta della globalizzazione sarebbero i cosiddetti “paesi ospiti”, che ricevono gli investimenti delle multinazionali in cambio di politiche fiscali, occupazionali ed ambientali favorevoli, ancorchè antiproletarie.
La Cina si dice preoccupata di un ritorno alle economie nazionali; e sì che nel 2010 il 30% della sua produzione industriale ed il 50% delle esportazioni derivava da filiali o da joint-ventures delle multinazionali.
Il Messico ha venduto le sue azioni petrolifere ad imprese estere come la ExxonMobil e la Total.
L’Argentina vuole attirare imprese straniere per uscire dall’ennesima crisi.
L’India ha lanciato la campagna “fallo in India” per attirare le catene di distribuzione multinazionali. Secondo un monitoraggio dell’OCSE sul grado di apertura dei “paesi ospiti”, non vi è stato alcun deterioramento dagli inizi della crisi finanziaria.
Tuttavia ci sono nuvole in arrivo.
La Cina ha operato un giro di vite sulle imprese estere per promuovere “l’innovazione indigena”.
I padroni cinesi vogliono che aumentino i prodotti di provenienza locale e che la proprietà intellettuale resti a livello locale.
Industrie strategiche come internet sono intedette agli investimenti esteri.
Si teme che se l’atteggiamento della Cina diventa contagioso, le imprese multinazionali sarebbero costrette ad investire di più in patria creando posti di lavoro.
Un effetto speculare alle pressioni politiche in atto.
11. Cambiamenti nei paesi ospiti
Il malumore dei paesi ospiti verso le multinazionali è cresciuto.
Il fattore scatenante sembra essere lo spostamento dell’attività delle multinazionali verso i cosiddetti “servizi intangibili” (proprietà intellettuale, tecnologia, finanza, brevetti sui farmaci).
Attualmente è da questi servizi che deriva il 65% dei profitti esteri estratti dalle prime 50 multinazionali americane.
Dieci anni fa era solo il 35%.
Quel 65% tende a crescere, mentre per Europa e Giappone non vi è molto spazio data la mancanza di grandi imprese multinazionali ad alta tecnologia.
In queste condizioni, sembra non esserci alcun “appetito” delle multinazionali a riprodurre in Africa o in India quella diffusione di centri manifatturieri che avevano invece promosso in Cina.
Si crea così un effetto specchio, per cui nemmeno i paesi ospiti sono ora così impazienti di aprirsi alle multinazionali se non ci sono investimenti nella manifattura.
Nel 2000, ogni miliardo di dollari investiti sul mercato mondiale produceva 7000 posti di lavoro e $600 milioni di esportazioni su base annuale.
Oggi, quello stesso miliardo di dollari rappresenta solo 3000 posti di lavoro e solo $300 milioni di esportazioni su base annuale.
Le più recenti stelle della Silicon Valley stanno avendo serie controversie all’estero.
Nel 2016, in Cina, Uber ha venduto ad un operatore locale tutto il suo business, dopo un duro scontro.
Lo scorso dicembre, in India, due campioni digitali come la Ola (impresa on-line di trasporto a chiamata) e la Flipkart (sito di acquisti on-line) hanno chiesto al governo un intervento protezionista contro Uber ed Amazon, accusate di costituire dei monopoli senza creare posti di lavoro e di portarsi via i profitti in America.
Alcune multinazionali saltano tra i dazi, costruendo nuove fabbriche in paesi protezionisti.
Molte ristrutturano, cedono autonomia alle filiali all’estero per cercare di dar loro un profilo più locale.
Altre hanno deciso di farla finita.
12. Precedente storico
Una situazione del genere per le multinazionali si è riscontrata all’indomani della Grande Depressione.
Tra gli anni ’30 e ’70 gli investimenti sull’estero erano calati di circa 1/3 rispetto al PIL mondiale.
La ripresa si ebbe solo nel 1991.
13. Situazione incerta
Oggi le multinazionali stanno ripensando come tornare a fare profitti.
La maggior parte di loro non opera sui mercati interni. Solo 1/3 della loro produzione viene acquistata dalle loro filiali.
E le catene delle forniture all’estero fanno il resto.
Sembra perso il controllo sulle innovazioni e su come innovare la gestionalità dell’impresa.
Dove mantengono brevetti su marchi di valore, si trovano ancora in una situazione di vantaggio come nella produzione di motori per i jet, in cui l’economia di scala permette ancora di spalmare i costi sul mondo intero.
Ma i benefici sono inferiori alle attese.
La perdita di terreno si evidenzia anche nel poco valore prodotto rispetto alla quantità di attività.
E torniamo ad usare il ROE (return on equity) come indicatore: circa il 50% degli investimenti su estero produce un ROE di meno del 10%.
Intanto la Ford e la General Motors (che -guarda caso- ha detto no alla fusione proposta da Marchionne/FCA) fanno l’80% dei loro profitti in Nord America, cosa che fa pensare che i loro profitti esteri siano abissali.
Molte imprese che hanno cercato di globalizzarsi sembrano funzionare meglio su base nazionale o regionale.
Hanno capito che l’aria è cambiata.
Rivenditori come la Tesco (UK) e la Casino (Francia) hanno abbandonato molti dei loro punti vendita all’estero.
Lo stesso hanno fatto due giganti della telefonia americana, AT&T e Verizon.
Le imprese finanziarie si ritirano nei loro mercati cruciali,
Lafarge-Holcim, un’impresa che fa cemento, venderà (se non lo ha già fatto) i suoi cementifici in India, Corea del Sud, Arabia Saudita e Vietnam.
A dieta anche multinazionali di successo come Procter&Gamble.
Le sue vendite all’estero sono diminuite di quasi 1/3 a partire dal 2012, costrigendola a chiudere o vendere i punti deboli.
14. Il futuro?
Le tendenze sembrano essere tre.
La prima.
Solo un ridotto numero di multinazionali di alto livello cercherà di radicarsi nei paesi ospiti, cercando di placare le preoccupazioni di carattere nazionalistico.
La General Electric sta ri-localizzando la sua produzione, la sua catena di di forniture e la gestione.
La Emerson, una conglomerata che ha oltre 100 fabbriche fuori degli USA, ha l’80% della sua produzione nelle regioni in cui viene venduta.
Alcune imprese straniere potrebbero investire di più in produzione con base in America al fine di evitare i dazi, salvo provvedimenti contrari di Trump, come fecero le fabbriche di auto giapponesi negli anni ’80.
Ma occorre essere molto grandi.
La Siemens, gigante industriale tedesco, ha negli USA 50.000 dipendenti e 60 fabbriche.
Per le medie industrie si pone il problema delle risorse da investire su tutti i mercati.
Il ceto politico nazionale, messo di fronte all’acquisto di aziende nazionali da parte di multinazionali, ora chiede che venga preservato il carattere nazionale dell’azienda (cioè mantenere posti di lavoro, pagamento delle tasse e investimenti in ricerca e sviluppo).
Nel 2016, la SoftBank, un’azienda giapponese che ha comprato la ARM, un’impresa britannica che fabbrica microprocessori, ha sottoscritto questi impegni.
La stessa cosa ha fatto la cinese Sinochem che sta comprando la sua rivale svizzera Syngenta che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura.
Il boom degli acquisti cinesi all’estero, nel frattempo, potrebbe esaurirsi o esplodere, dal momento che molti di questi acquisti contano su prestiti agevolati da parte delle banche di stato, cosa che oggi non ha molto senso finanziario.
La seconda.
Il ruolo di uno strato sempre più esiguo di multinazionali che posseggono proprietà intellettuale e digitali.
Vale a dire imprese tecnologiche come Google e Netflix, le multinazionali dei farmaci e le imprese che usano il franchising con le aziende locali come un modo economico per mantenere una presenza globale con tutti i vantaggi che porta il mercato.
L’industria degli hotel, con i suoi grandi marchi come l’Hilton e l’Intercontinental è il primo esempio della nuova tattica.
McDonald sta adottando un modello di franchising in Asia.
Queste multinazionali “intangibili” probabilmente cresceranno velocemente, ma dato che non creano molti posti di lavoro tendono a diventare oligopoli senza beneficiare della protezione delle regole del commercio internazionale globale, il quale si occupa per lo più di merci fisiche, e rischiano di andare a sbattere contro le ripercussioni nazionaliste.
La terza.
Il ruolo di un crescente numero di piccole imprese che usano l’e-commerce per vendere e comprare su scala globale.
Più del 10% di queste imprese statunitensi già lo fa.
La PayPal, un gigante delle imprese di pagamenti on-line, dichiara che le transazioni in cui sono coinvolte queste multinazionalette stanno crescendo ad un livello di $80 miliardi all’anno e sempre più velocemente.
Jack Ma, il boss della famosa impresa di e-commerce Alibaba, va dicendo che secondo lui in Cina si assisterà ad un’ondata di piccole imprese occidentali che esportano beni per i consumatori cinesi ribaltando la tendenza dei due decenni passati in cui le imprese americane importavano merci dalla Cina.
15. Sfera di cristallo
In questo scenario, una eventuale nuova e prudente era delle multinazionali non sarà senza costi.
Quei paesi che sono cresciuti grazie alle imprese globali ed al loro investire in giro in contanti potrebbero scoprire che se la competizione scema i prezzi crescono.
Quegli investitori, che avrebbero 1/3 o più dei loro portafogli azionari nelle multinazionali, potrebbero andare incontro a qualche spiacevole turbolenza.
Quelle economie che contano su entrate derivanti dagli investimenti su estero o su afflussi di capitali da nuove succursali, potrebbero ben presto avere dei problemi.
Il crollo dei profitti delle multinazionali del Regno Unito è la ragione del pessimo stato della bilancia dei pagamenti dell’UK.
Sui 15 paesi con un rapporto deficit partite correnti/PIL del 2,5% nel 2015, ben 11 contano su nuovi investimenti multinazionali per finanziare almeno un terzo del buco.
Avremo un capitalismo più frammentato e di tipo provinciale, meno efficiente ma forse con un più ampio sostegno pubblico?
Forse, l’infatuazione globalizzatrice degli scorsi decenni sarà vista come un episodio nella storia del capitalismo e non come un segno della sua fine.
Ufficio Studi di AL/fdca
[fonti: The Economist; Financial Times; Il Sole 24 Ore; siti di analisi economica e finanziaria,…]

mercoledì 15 febbraio 2017

FUORI DA TUNNEL , viaggio antropologico nella val susa

sabato 18 Febbraio 2017 ore 17,30
                 All’Ateneo degli Imperfetti

presentazione del libro:
Fuori dal tunnel
Viaggio antropologico nella val di Susa
Meltemi editore, Milano 2016

ne discutiamo con l’autore
Marco Aime
docente di Antropologia culturale
presso l’Università di Genova

Non un saggio contro i treni ad alta velocità, ma un lavoro di osservazione partecipante che racconta l’incontro con la popolazione locale e con i militanti arrivati da tutta Europa per dire che la val di Susa non si tocca.

Ateneo degli Imperfetti
Via Bottenigo, 209
30175 Marghera (VE)

tel. 327.5341096
 

mercoledì 8 giugno 2016

E' nato il Fronte di lotta No Austerity

 
 
 
 
 
 
Firenze, 28-29 maggio. E' nato il Fronte di lotta No Austerity: lo strumento che serve alle lotte per vincere!
Tanti delegati e delegate, provenienti da diverse regioni d'Italia - Toscana (Firenze e Lucca), Lombardia (Milano, Bergamo, Cremona), Piemonte (Pinerolo), Veneto (Vicenza), Emilia Romagna (Modena, Parma, Bologna), Lazio (Roma), Puglia (Bari e Bat), Campania (Salerno), Sicilia (Palermo, Catania, Caltanissetta) - hanno partecipato alla prima Conferenza nazionale di No Austerity. Tra loro importanti rappresentanti di realtà di lotta: dai ferrovieri - che pochi giorni prima avevano dato vita a un riuscitissimo sciopero che ha paralizzato la circolazione in Italia - agli operai di diversi stabilimenti e multinazionali; dagli operai e dalle operaie delle cooperative e della logistica, ai dipendenti della scuola, della sanità e del pubblico impiego. Presenti anche delegati di comitati di disoccupati e pensionati. Tanti gli attivisti sindacali che, nonostante la diversa collocazione - Cub, Si.Cobas, Usi, Slai Cobas, Fiom, Il Sindacato è un'altra cosa, Usb, ecc. - hanno espresso l'esigenza profonda di unire le lotte per sconfiggere i padroni e il governo. Tutti sono arrivati a Firenze a spese proprie, autofinanziandosi il viaggio e il pernottamento: in tanti e tante hanno percorso molte ore di viaggio per poter partecipare alla Conferenza. Tra loro, anche le combattive Donne in Lotta e operai immigrati.
Sono stati due giorni di partecipato dibattito, che ha visto il contributo attivo, oltre che di tanti attivisti sindacali, anche di associazioni e attivisti politici. Un filo rosso ha attraversato tutto il dibattito: la profonda esigenza di rafforzare No Austerity, di favorire il protagonismo della base, di anteporre l'unità di classe ai settarismi e all'autoreferenzialità.
La due giorni si è svolta in un clima di entusiasmo, che ha raggiunto il suo culmine con l'intervento di Emanuelle Bigot, del sindacato francese Solidaires (presente in rappresentanza anche della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta), che ha raccontato le straordinarie lotte delle lavoratrici e dei lavoratori francesi contro il Jobs Act di Hollande. Un intervento che è stato salutato con un lungo applauso in piedi. Sono arrivati anche i saluti di altri sindacati e organizzazioni di lotta della Rete sindacale internazionale: dalla Csp Conlutas del Brasile ai Co.Bas di Spagna, da No Austerity inglese al Movimento Donne in Lotta del Brasile.
La Conferenza si è articolata in vari momenti di discussione. Sabato si è discusso del bilancio del coordinamento No Austerity con l'indicazione delle possibili linee di sviluppo (relazione di Ivan Maddaluni, ferroviere) e si è presentata la Carta dei principi (relazione di Diego Bossi, operaio della Pirelli). Dopo questa prima parte del dibattito (conclusa da Fabiana Stefanoni, lavoratrice della scuola), c'è stato un importante e partecipato momento organizzato dalle Donne in Lotta sulla necessità di lottare contro sfruttamento e maschilismo (a coordinare il dibattito: Conny Fasciana, Patrizia Cammarata, Chiara Pannullo e Sabrina Volta); la sera si è infine conclusa con un dibattito sulla Palestina, con la presentazione del libro Gaza e l'industria israeliana della violenza (con la presenza di uno degli autori, Alfredo Tradardi). La giornata di domenica è stata dedicata all'importante tema della lotta contro il Jobs Act e contro l'accordo della vergogna (relazione di Giuseppe Martelli dell'Usi) e alla discussione sul regolamento e le questioni organizzative (relazione di Graziano Giusti, di No Austerity Bergamo). La giornata di domenica si è infine conclusa con la votazione unanime della Carta dei principi e del regolamento. Si è deciso anche di cambiare il nome di No Austerity, da "Coordinamento" a "Fronte di lotta", per rimarcare il passo in avanti che è stato compiuto. E' nato quindi il Fronte di lotta No Austerity: un importante strumento per il rafforzamento delle lotte in Italia.

venerdì 27 maggio 2016

Francia : e ora bloccare tutto!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I sindacalisti dell'appello « On bloque tout ! » hanno tenuto il loro meeting giovedì 19 maggio, nella serata di una nuova giornata di sciopero. Nella grande sala Croizat della Borsa del Lavoro di Parigi, c'erano 200 militanti, riunitisi per discutere sulle mobilitazioni in corso.

Lanciato lo scorso 22 marzo,  l’appello sindacale « On bloque tout ! » ha incontestabilmente coinvolto ad oggi il movimento sociale in corso con più di 1500 firmatari....di oltre 100 strutture sindacali (per la maggior parte della CGT, della CNT, della CNT-SO, di SUD-Solidaires).

Con un sito ed una pagina Facebook molto attivi, con l'invio di migliaia di adesivi ai quattro angoli del paese, con i contributi regolari del Collettivo promotore che hanno cadenzato le notizie sulle lotte in corso (sulla repressione, sul proseguimento degli scioperi…), l’appello è oggi un filo conduttore che collega centinaia di realtà sindacali al di là delle sigle di appartenenza.

In alcune città (Marsiglia, Nantes…) sono nati dei collettivi composti da militanti della CGT, della CNT, della CNT-SO, della FSU e di SUD-Solidaires. Si può dunque ritenere che l'appello ha contribuito a definire la prospettiva del blocco dell'economia quale condizione per un movimento vincente. E' questo che più o meno ha sollevato grande interesse per questo incontro di mobilitazione del 19 maggio.

Hanno aperto il meeting due interventi "tematici", uno sulla repressione contro il movimento, l'altro sui collegamenti intercategoriali a partire dall'esempio di Saint-Denis (93). E' seguita una serie di interventi sullo stato della mobilitazione da parte di sindacalisti di SUD e della CGT di diverse categorie — ferrovie, Poste, trasporti aerei, scuola, studenti, commercio — che hanno permesso di cogliere meglio le difficoltà...ma anche la volontà di lottare!

Hanno preso la parola anche la CNT, la CNT-SO, la tendenza intersindacale Émancipation e l’Union syndicale Solidaires. Infine, ad una rapida sintesi della proposte emerse sono seguiti interventi che hanno sottolineato la necessità di costruire la convergenza degli scioperi e di bloccare l'economia.

Quali indicazioni sono uscite da questo incontro?

Prima questione, sensibile, la resistenza alla repressione che rimane di grande attualità: nel corso della riunione è stato comunicato l'arresto di cinque compagni studenti di Solidaires, la perquisizione dei locali di Solidaires a  Ille-et-Vilaine, e, cosa più grave, la carcerazione preventiva di un compagno dalla CGT Valenciennes. Dobbiamo organizzare sempre più la necessaria solidarietà  inter-sindacale.
Tra gli annunci della serata, il blocco delle raffinerie ha suscitato gli applausi di tutta la sala. Considerato che i blocchi dell'economia in numerose città fanno ormai parte integrante dello spettro delle mobilitazioni, la strategia proposta dall'appello « On bloque tout ! » si integra pienamente nella realtà della lotta.

Resta la questione dello sciopero. Pochi interventi hanno chiesto un appello per l'indizione dello sciopero generale da parte delle "direzioni" sindacali, visto che lo sciopero "a comando" non è uno scenario possibile (nè auspicabile)....semplicemente perchè occorre convincere la base sindacale -e nei posti di lavoro- di smettere di lavorare anche solo per un paio d'ore!

Tuttavia, tutti hanno dichiarato che lo sciopero generale non sia una tappa che si possa scartare. Si tratta semplicemente di fare il più possibile nella realtà delle mobilitazioni nei nostri luoghi di lavoro e di articolare scioperi, blocchi di massa ed esperienze di auto-organizzazione.

Théo Roumier (collettivo promotore dell'appello « On bloque tout ! »)
(traduzione a cura di ALternativa LIbertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

venerdì 6 maggio 2016

LA STRATEGIA DI DAVIDE TRAFIGGE IL TTIP !

ROMA 7 MAGGIO - LA "STRATEGIA DI DRACULA" TRAFIGGE IL TTIP!  SVELATO IL SUO SEGRETO, SI CONFERMA UN GRANDE IMBROGLIO AI DANNI DEI LAVORATORI ED ORA VA FATTO A PEZZI! Le rivelazioni di questi giorni trafiggono il TTIP come se fosse un vampiro esposto alla luce! Sta emergendo quello che già sospettavamo: con iI Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) tra Stati Uniti ed Unione Europea, alle società americane saranno concessi poteri senza precedenti su tutte lenuove normative per la salute o la assistenzapubblica. Se qualche governo europeoavesse il coraggio di legiferare per miglioraregli standard sociali o ambientali, TTIPconcedebbe agli investitori degli Stati Uniti il diritto di citarli in giudizio per la perdita di profitti in base alla legislazione aziendale vigente negli USA. Le rivelazioni emerse potrebbero segnare l'inizio della fine per l'odiato accordo commerciale UE-USA e per coloro i quali hanno finora negoziato, senza alcun mandato popolare e  con fanatica segretezza,minacciando chiunque avesse osato divulgare il contenuto del trattato. Ora, per la prima volta, i cittadini europeipossono vedere da soli di cosa è stata capacela Commissione Europea, senza alcuna trasparenza. Chi accusava il movimento STOP TTIP di allarmismo e sosteneva che l'UE non avrebbe mai permesso che ciò accadesse, è stato clamorosamente sbugiardato. La Commissione Europea si preparava ad aprire l'economia europea alla concorrenza sleale delle gigantesche corporations USA, incurante delle pur note disastrose conseguenze per i paesi europei e per i livelli di protezione e di tutele che in Europa sono di gran lunga superiori rispetto agli Stati Uniti. Secondo le statistiche ufficiali, si perderebbero da uno a due milioni  di posti di lavoro come conseguenza diretta dell'applicazione del TTIP.  Eppure, i negoziatori dell'Unione Europea si stanno preparando a consegnare nel meccanismo infernale del TTIP interi settori delle economie dei paesi europei, senza avere alcun interesse per le conseguenze sulle persone e sui lavoratori.  La Commissione europea voleva un divieto di 30 anni sull'accesso pubblico ai testi negoziali del TTIP, ora la "strategia di Dracula" imposta da movimento internazionale STOP TTIP ha esposto il vampiro alla luce del sole. Che muoia! Infatti c'è già qualcuno che inizia a prendere le distanze da un affare sempre più velenoso: la Francia vuole mettere un veto a qualsiasi accordo TTIP che potrebbe mettere in pericolo il suo settore agricolo. La Germania dice che ilTTIP è al collasso, e ha puntato il dito contro l'intransigenza degli Stati Uniti. Almeno 6 ragioni per dire NO e fermare il TTIP La prima. Il TTIP prevede che il sistema sanitario, il sistema educativo e l'acqua pubblica siano accessibili al business delle imprese statunitensi. La seconda. Il TTIP prevede che la legislazione europea in merito a cibo ed ambiente converga con quella in vigore negli USA, dove è consentito l'uso di cibi OGM e sono laschi i divieti sull'uso di  sostanze tossiche. Infatti negli USA si possono usare sostanze tossiche nell'ambiente finchè non venga provata la loro tossicità. La terza. E' previsto un allentamento delle regole per le attività delle banche, dopo le restrizioni loro imposte all'indomani della crisi del 2008. La quarta. Un attacco alla tutela dei dati personali e della privacy individuale nella navigazione in internet. La quinta. La disoccupazione per milioni di lavoratori europei, danneggiati dal fatto che negli USA il diritto del lavoro è più lasco  ed i sindacati sono meno forti. Come è accaduto in 12 anni di applicazione del NAFTA, l'accordo tra USA, Canada e Messico che è costato il posto di lavoro ad un milione di lavoratori statunitensi. La sesta. Un pericolo per la democrazia. Il TTIP prevede l'istituzione dell'Investor-State Dispute Settlements (ISDS), una sorta di tribunale internazionale privato presso cui le imprese possono denunciare i paesi le cui legislazioni possono comportare una perdita per i loro profitti. Lo stesso istituto è già in vigore nel TPP (Trans Pacific Partnership). E' più che sufficiente per dire oggi ad USA ed Unione Europea: NO TTIP! STOP TTIP! Ed un minuto dopo per dire forte ai capitalisti europei: giù le mani dalla sanità, dalla scuola, dall'acqua, dai diritti dei lavoratori, dai nostri soldi, dalle nostre libertà! Alternativa Libertaria/fdca maggio 2016

mercoledì 27 aprile 2016

70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali


25 aprile 2016, 1 Maggio 2016

70 anni di Resistenza, 70 anni di lotte sociali

 

Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l'insurrezione in tutti i territori italiani ancora occupati dai nazifascisti.

Nel giro di 6 giorni, quasi tutta l'Italia settentrionale era stata liberata dai partigiani.

Così il Primo Maggio si festeggiarono contemporaneamente la liberazione e la giornata internazionale dei lavoratori, soppressa dal fascismo da 24 anni.

Nella storia italiana, le due date sono dunque intrinsecamente unite dai tumultuosi eventi di quella primavera del 1945: la libertà riconquistata si inverava nel 1Maggio, nella giornata della memoria dei martiri di Chicago del 1886 e della riaffermazione del movimento dei lavoratori come protagonista della lotta anticapitalista ed antifascista.

Le due giornate furono poi proclamate feste nazionali nel 1946.

70 anni di lotte per la libertà e l'uguaglianza

Da allora le due giornate simbolo della resistenza antifascista e della resistenza operaia sono state prima osteggiate con la violenza padronale-statale-mafiosa (si pensi alla strage del 1 Maggio di Portella della Ginestra nel 1947), poi lentamente ricondotte alla ritualità del nuovo Stato sorto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, allo scopo di sottrarre ogni spazio di autonomia alla vigilanza popolare antifascista ed alle organizzazioni operaie.

Sono stati decenni in cui quel fascismo, sconfitto militarmente, è riuscito a inserirsi ed a riprodursi all'interno dello Stato e della criminalità organizzata, fino a compiere stragi di popolo per spargere il terrore necessario ad arrestare le lotte operaie e studentesche.

Sono stati decenni in cui il capitalismo italiano ha potuto riprendere l'accumulazione di profitti, imponendo al paese dure condizioni salariali e normative.

Ma l'operazione di riduzione a memorialistica e di depotenziamento del 25 aprile e del 1 Maggio, portata avanti dalle istituzioni statali e da organizzazioni sindacali collaborative e rinunciatarie, non è riuscita a distruggere l'antifascismo ed a falsificarne la memoria, non è riuscita a piegare le lotte dei lavoratori e la loro capacità organizzativa.

Sono stati 70 anni di lotte per la libertà e l'uguaglianza.

Il 25 aprile per contrastare il fascismo oggi

Oggi che il fascismo si esprime sempre più concretamente con le politiche securitarie di Stato e con i partiti politici a vocazione razzista, con la violenza di strada contro immigrati ed attivisti e con il controllo mafioso dell'economia, il 25 aprile assume significati politici inediti.

Nelle manifestazioni locali unitarie, occorre dunque portare i temi antirazzisti della cittadinanza per tutti e delle politiche di accoglienza; occorre portare la rivendicazione della indisponibilità di spazi pubblici e di sedi pubbliche per tutte le formazioni che si richiamano al nazifascismo; occorre vigilare per denunciare le collusioni delle istituzioni con i racket fascio-mafiosi.

Occorre rendere tutto questo parte di una consapevolezza diffusa e popolare, creando reti antirazziste nei quartieri e nelle città, in uno sforzo di unità delle forze antifasciste, degno della migliore tradizione anarchica, come tra il 1919 ed il 1922.

Questo il miglior omaggio che oggi si possa fare alla memoria dei proletari che tentarono di fermare   i fascisti ed alla memoria dei partigiani poi, che hanno combattuto e perso la vita per la libertà e per l'uguaglianza.

Il Primo Maggio per contrastare il capitalismo oggi

Anche il Primo Maggio, lungo la traiettoria storica che dalle origini di 130 anni fa conduce all'oggi, torna a riproporre il tema del riscatto del lavoro dallo sfruttamento e dal fascismo aziendale.

La soppressione di diritti, tutele e libertà sindacali, che caratterizza questa fase neoliberista del capitalismo internazionale, riguarda tutti i paesi.

La solidarietà di classe sembra   scomparsa, riemergono i nazionalismi, si fa strada il razzismo, crescono le guerre di religione, aumenta nel pianeta lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo....

   In questa situazione milioni di donne e uomini lottano contro ogni avversità, per i propri bisogni,   nella ricerca della propria dignità.

 Ed ovunque la prima risposta è quella di rivendicare il diritto di coalizione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, il diritto di sciopero, il diritto alla sicurezza, mettere in discussione i profitti, respingere i licenziamenti ed applicare i contratti collettivi a tutti i lavoratori.

In ogni paese c'è un Jobs Act che cerca disperatamente di spezzare la capacità di lotta dei movimento dei lavoratori.

In tanti paesi le manifestazioni per il Primo Maggio vengono vietate e represse; in Italia usiamo il Primo Maggio per rilanciare organizzazione dal basso e speranza, conflittualità sindacale e fiducia.

Alternativa Libertaria/fdca

lunedì 30 novembre 2015

iniziativa Rimaflow a Pordenone

venerdi 4 Dicembre  alle ore 20.45 
                alla casa del Popolo do Torre 


FABBRICHE SENZA PADRONE
reddito, mutualismo, solidarietà

Dalla necessità di un reddito, all'autogestione della fabbrica
da parte di chi lavora, attraverso l'esperienza: la cittadella dell'altraeconomia e le autoproduzioni della filiera fuorimercato

Interverrano:
lavoratori e lavoratrici RIMAFLOW
Organizza:
GAP Pordenone    Collettivo Riff-Raff

Un gruppo di lavoratrici e lavoratori, in grande maggioranza licenziati dalla Maflow di Trezzano sul Naviglio, chiusa definitivamente nel dicembre 2012, ha occupato e recuperato la fabbrica, riconvertendola da automotive verso il riuso e il riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche e sta dando vita a una vera e propria Cittadella dell’altraeconomia.
L’Associazione Occupy Maflow, che prende il nome dai grandi movimenti di questi anni contro le politiche economiche e sociali liberiste dominanti, coordina tutte le attività che si svolgono all’interno di RiMaflow. 
L’Associazione Occupy Maflow si ispira alle società operaie di mutuo soccorso e alle grandi esperienze nate agli albori del movimento operaio e si relaziona in primo luogo con analoghe esperienze di autogestione in Italia e a livello internazione: dalle fabricas recuperadas Argentine alla Association pour l' autogestion Francese e alla biblioteca mediatica Workerscontrol.net.
RiMaflow è una fabbrica recuperata e autogestita che, su una superficie di circa 30mila mq (di cui 14mila coperti), sta costruendo una Cittadella dell’altraeconomia alle porte di Milano. Per i lavoratori oggi la sfida dell’alternativa economica e sociale alla crisi del sistema dominante si gioca sulla riconversione verso produzioni ecologicamente sostenibili ed eticamente responsabili. Per questo le riparazioni, il riuso e il riciclo a km0 di materiali obsoleti è il cuore della riorganizzazione della loro attività produttiva. All'interno ci sono alcuni laboratori artigianali e artistici, attività di co-working e una ciclofficina dove si stanno inoltre sviluppando, sempre allo scopo di fornire un reddito a chi non dispone di mezzi sufficienti, offrendo nel contempo servizi a basso costo per i cittadini. Particolare importanza ha poi Fuorimercato che si configura come una piattaforma logistica per i produttori del Parco agricolo Sud Milano e per i produttori che rispettano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, come l’Associazione S.o.S. Rosarno (“Spremi gli agrumi, non i braccianti!”). Fuorimercato è anche il Gas, Gruppo di acquisto solidale, di RiMaflow e strumento di iniziativa sul territorio per la difesa dell’ecosistema e per l'autoderminazione alimentare, contro la cementificazione selvaggia e le grandi opere inutili come Expo a Milano e Tav in Val di Susa.
Negli spazi interni organizzano inoltre eventi culturali, ricreativi e servizi: spettacoli, corsi di lingue e scuole di musica e danza, laboratori per bambini, sala prove musicali, una radio-tv web organizzata da migranti, feste di compleanno, servizio di caf e patronato, ecc

domenica 22 novembre 2015

DI PARASSITI, DI ALCUNI CRIMINALI E DI ALTRE QUESTIONI A proposito di Xylella

DI PARASSITI, DI ALCUNI CRIMINALI E DI ALTRE QUESTIONI
A proposito di Xylella
Cerchiamo di mettere alcuni punti fermi in questa faccenda del disseccamento degli ulivi del Salento, nella quale a nostro avviso ignoranza e confusione sono state diffuse ‘scientificamente’ dalla quasi totalità dei media e delle istituzioni, e lo facciamo partendo dalla premessa che non c’è per noi peggior nemico di chiunque eserciti una qualche forma di potere su altri individui e che nulla ci appare più odioso dell’ignoranza e della paura di cui il potere ha sempre bisogno per potersi esercitare.
Diciamo subito intanto che noi non crediamo che il batterio (Xylella fastidiosa, subspecie pauca, ceppo CoDiRO) sia davvero il responsabile (o, almeno, il principale responsabile) dei fenomeni di disseccamento degli ulivi del Salento: quello di cui invece siamo convinte è che sia in atto un vero e proprio piano criminale, che vede agire di concerto diverse istituzioni regionali, statali ed europee, e che ha come fine l’eliminazione dei limiti e delle salvaguardie che fino a poco tempo fa impedivano nel Salento la distruzione degli alberi secolari di ulivo. Tutto ciò allo scopo finale di spalancare la strada a diverse speculazioni, che vanno dalle mega strutture turistiche (soprattutto resort e campi da golf) all’impianto degli uliveti cosiddetti “superintensivi”, sicuramente più funzionali agli obiettivi di profitto delle mafie agroindustriali pugliesi.
E’ ormai chiaro che il disegno della classe politica e delle lobby padronali della regione è quello di trasformare profondamente il territorio salentino, squalificandolo al livello di un volgare ‘divertificio’ turistico per tutte le classi, circondato da un’agricoltura intensiva a basso costo e totalmente meccanizzata, diretta alla produzione di alimenti scadenti e non autoctoni e caratterizzata da modalità produttive aggressive sia nei confronti dell’ambiente bio-naturale che del contesto sociale ed economico del territorio. Tutto ciò, naturalmente, al solo scopo dell’arricchimento personale di pochi.
Come questo piano si stia realizzando, da alcuni anni a questa parte, cercheremo di spiegarlo.
Xylella è un patogeno da quarantena inserito nella lista A1 dell’EPPO (European and Mediterranean Plant Protection Organization): si tratta di un batterio che prolifera nei vasi xilematici delle piante (quelli che portano la linfa grezza, ossia l’acqua e i soluti in essa disciolti, dalle radici alle parti periferiche delle piante), causandone l’occlusione e quindi una serie di alterazioni in grado di determinare, in alcuni casi, anche la morte delle piante infette.
Si contano almeno 300 specie vegetali interessate dall’attività del batterio, alcune decine delle quali sono state certamente individuate nel Salento: non solo, quindi, l’olivo, ma anche mandorlo, oleandro, ciliegio, vinca, polygala, mimosa, catharanthus, rosmarino, mirto, ecc., ecc..
La trasmissione del batterio non può avvenire mediante contatto o diffusione aerea, ma esclusivamente ad opera di alcuni insetti vettori che si nutrono succhiando la linfa dai vasi xilematici delle piante infette: con la linfa dei vasi legnosi gli insetti risucchiano anche i batteri che si fissano e si moltiplicano nel tratto iniziale del loro sistema digerente, per essere re-iniettati in altre piante durante le successive alimentazioni. Non tutte queste inoculazioni danno luogo a infezioni di X. fastidiosa: solo nel caso che la pianta ricevente sia suscettibile, il batterio è in grado di moltiplicarsi e diffondersi, formando colonie che possono rimanere latenti nella pianta infetta ovvero indurre una malattia sintomatica.
Allo stato attuale l’unica specie diffusa nelle aree ‘infette’ del Salento, per la quale è stata dimostrata la capacità di trasmettere il batterio, è il Philaenus spumarius L., meglio nota come “Sputacchina media” per la schiuma bianca, simile alla saliva, in cui vivono immerse le forme giovanili dell’insetto. Questo insetto (un rincote omottero di origine europea, ormai cosmopolita) può interessare centinaia di piante ospiti: la sua diffusione nelle regioni del sud, in alcuni periodi dell’anno, è praticamente paragonabile a quella di mosche e zanzare.
In pratica, la tesi sostenuta dal CNR di Bari, dall’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia, dall’Università degli Studi di Bari, dallo IAM (Istituto Agronomico Mediterraneo), dal Corpo Forestale dello Stato, da tutte le organizzazioni professionali (Coldiretti, Confagricoltura, Copagri e CIA) e dalla maggior parte delle organizzazioni dei produttori della provincia di Lecce, quella sulla base della quale è stato costruito l’intero piano straordinario che attribuisce poteri altrettanto straordinari al commissario Silletti, si basa su questo assunto indiscusso: il batterio (contro il quale, ci si dice, non esiste al momento una cura diretta) è giunto nel basso Salento probabilmente attraverso l’importazione di piante ornamentali dal Costa Rica in qualche vivaio della zona ed è stato ‘diffuso’ negli uliveti dalle attività della sputacchina. Di conseguenza, tutta la strategia di lotta al batterio si incentra sull’obiettivo di evitarne l’ulteriore diffusione, attraverso la distruzione delle piante infette (ulivi perlopiù ultracentenari, ma anche gli oleandri dello spartitraffico della superstrada Lecce-Brindisi) e degli insetti che veicolano il contagio.
A complicare ulteriormente la faccenda concorrono altri fattori: in primis il fatto che Xylella fastidiosa ‘colpisce’ praticamente gran parte del paesaggio arboreo del mediterraneo; inoltre, la sputacchina appartiene alla categoria degli insetti cosiddetti ‘autostoppisti’, cioè è solita approfittare del passaggio su indumenti, auto e altri mezzi meccanici in movimento, per spostarsi velocemente da un luogo all’altro.
Tuttavia, il Piano Straordinario della Regione, con l’avallo del governo centrale e delle commissioni europee, continua ad avere come unico obiettivo il contenimento della diffusione del batterio. Attualmente, sono state individuate nel Salento tre zone (cosiddette ‘di infezione’, ‘cuscinetto’ e ‘di sorveglianza’) all’interno delle quali le direttive prevedono, oltre al monitoraggio e all’obbligo di alcune ‘buone pratiche agronomiche’, anche misure drastiche come l’uso obbligatorio di insetticidi contro gli insetti vettori e l’eradicazione delle piante ritenute ‘infette’ e di tutte le specie vegetali comprese in un raggio di cento metri dalle piante ‘incriminate’.
In realtà, già nelle “Linee Guida” diffuse circa un anno fa dalla Regione Puglia, ad uso di studiosi ed agricoltori vari, si parla più correttamente di ‘Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo’ (CoDiRO, appunto, come il ceppo genetico della Xilella da loro stessi individuato) e si descrivono, altrettanto diffusamente, almeno altre due ‘concause’ dei problemi degli ulivi: la prima è l’attività del cosiddetto ‘rodilegno giallo’ (Zeuzera Pyrina), un lepidottero ben conosciuto dagli olivicoltori salentini, le cui larve (che possono raggiungere a maturità i 60 mm di lunghezza) vivono scavando lunghe gallerie nei rami o nelle branche degli ulivi. Questa attività trofica delle larve della Zeuzera determina l’interruzione del trasporto della linfa vegetale, ma consente anche la penetrazione e la diffusione nel legno di diversi funghi lignicoli che, sviluppandosi, ostacolano ulteriormente il flusso linfatico.
L’altro agente patogeno indicato come concausa del disseccamento sono infatti diverse specie di funghi lignicoli (soprattutto appartenenti ai generi Phaeoacremonium e Phaeomoniella spp.) i quali risultano sempre presenti nei casi di disseccamento degli ulivi, a differenza del batterio, che è stato trovato solo su alcune delle piante che manifestano i relativi sintomi: a tutt’oggi, infatti, anche secondo i dati di istituzioni come l’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare), i ritrovamenti di Xylella sugli alberi analizzati in tutta la regione sono relativamente pochi (612 su 26755 campionamenti, poco più del 2%).
Una domanda sorge subito spontanea: di che cosa si sono ammalati tutti gli altri alberi di olivo che manifestano disseccamenti?
La diffusione di diverse specie fungine a danno degli ulivi, tra l’altro, è un fenomeno con il quale l’olivicoltura salentina è costretta già da alcuni anni a fare seriamente i conti: l’aumento delle pluviometrie annue (e, in generale, un significativo innalzamento dei tassi di umidità, legato agli indiscutibili cambiamenti climatici delle ultime stagioni) insieme al ripetersi di inverni caratterizzati da temperature miti, ha sicuramente favorito la continuità dei cicli biologici di alcuni parassiti, prime fra tutti alcune specie fungine. Sarebbe bastato questo semplice ragionamento (confortato, tra l’altro, dalle osservazioni e dalle pratiche quotidiane di diversi/e contadini/e della nostra terra) ad indirizzare le ricerche verso un approccio più virtuoso e curativo rispetto al vero e proprio piano di sterminio elaborato dalle istituzioni.
Ma per questo tipo di ricerca non sono previsti contributi europei, e tutte queste buone pratiche agricole non fanno girare molto denaro…
Si sarebbe potuto anche riflettere sul fatto che, nelle zone del basso Salento in cui i disseccamenti sono più diffusi, la cura e la gestione degli uliveti è di fatto da anni abbandonata, soprattutto per ragioni ‘economiche’, quando non è (ancora peggio!) limitata al solo uso indiscriminato di sostanze chimiche: per il diserbo, per la concimazione, per il contenimento dei parassiti, ecc., ecc..
Non c’è nessun bisogno della Xylella per spiegare quello che sta accadendo: la stragrande maggioranza delle piante pugliesi curate con buonsenso non manifestano sintomi alcuni di malattia, ed è evidente la ripresa degli ulivi in via di disseccamento dopo che gli stessi sono stati ‘trattati’ per alcuni mesi con le tecniche dell’agricoltura naturale o ‘biologica’ (che poi sono le stesse pratiche utilizzate da secoli dai nostri vecchi contadini).
Fin qui la fitopatologia, la botanica, l’agricoltura, l’entomologia.
Poi, però, viene anche la politica e, inevitabilmente, l’economia.
Una serie di fatti:
– Nel settembre del 2010 lo IAM (Istituo Agronomico Mediterraneo) organizza presso la sua sede di Valenzano (BA) un convegno per esperti del settore sulle tecniche di contenimento di alcuni ceppi di Xylella f.. Sulla faccenda c’è da registrare (per chi crede ancora a queste cose) anche una indagine della procura di Lecce in relazione alla provenienza del batterio che si è diffuso nel Salento. Lo IAM oggi si giustifica dicendo che il ceppo di Xylella interessato (col quale sono state fatte prove di inoculo, diffusione e controllo) era di un ceppo diverso da quello che sta distruggendo le piante di olivo salentine, e comunque giura che il batterio è stato distrutto a conclusione dei lavori del workshop. Quest’ultima affermazione, però, non può essere verificata da nessuno, nemmeno a livello istituzionale, dato che il centro di Valenzano dello IAM è un istituto internazionale che ha carattere di extraterritorialità e in quanto tale gode di una totale immunità giudiziaria. Il commissario straordinario per l’emergenza Silletti (comandante del Corpo Forestale dello stato), allo scopo di ribadire la fiducia delle istituzioni nei confronti del centro di ricerca, ha voluto che proprio all’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari fosse formato il personale del Corpo Forestale e della Polizia Provinciale di Lecce destinato all’applicazione sul campo del piano straordinario (comprese le eradicazioni degli ulivi ultracentenari).
– Bayer, Syngenta, Novartis, Dupont sono le multinazionali che producono i principi attivi della maggior parte degli insetticidi chimici il cui utilizzo è reso obbligatorio dal piano straordinario contro gli insetti vettori della Xylella. Si tratta di almeno quattro irrorazioni, da effettuarsi obbligatoriamente sulle piante di ulivo tra maggio e settembre, utilizzando sostanze come Imidacloprid, Etofenprox, Buprofezin, Dimetoato, Deltametrina, Lambda cialotrina, Clorpirifos metile. Alle aziende agricole salentine è fatto obbligo di acquistare con fattura i formulati previsti, al fine di poter permettere alle guardie di controllarne l’effettivo utilizzo.
Questa ordinanza, provvisoriamente sospesa durante il periodo delle elezioni regionali (con la motivazione/scusa dei ricorsi presentati al TAR del Lazio da 27 aziende vivaistiche e agricole salentine a marchio bio contro il piano straordinario Silletti), ha ripreso pienamente la sua validità subito dopo la elezione di Emiliano (PD) al governo della regione (elezioni che hanno praticamente riconfermato la classe dirigente legata all’ex governatore Vendola).
– Secondo uno studio di Arpa Puglia su dati Istat relativi all’anno 2011, con oltre 155mila quintali di prodotti fitosanitari utilizzati, la regione Pulglia è quarta in Italia per l’uso di pesticidi, preceduta solo da Veneto, Emilia Romagna e Sicilia.
– La multinazionale Monsanto, colosso mondiale della produzione di sementi transgeniche, si occupa anche della selezione di specie resistenti al batterio riscontrato in Puglia. Lo fa attraverso “Allelyx”, società partecipata che ha per nome proprio l’anagramma di “Xylella”. Sembra che alcune centinaia di migliaia di giovani piante di olivo resistenti al batterio siano già state ‘prodotte’ in Israele e siano già disponibili per i mercati del Mediterraneo.
– Da più di dieci anni esistono nella provincia di Lecce associazioni di proprietari di grandi estensioni di uliveti secolari (leggi ‘latifondisti’), costituitesi con il preciso scopo di ottenere delle leggi che vadano in deroga alle normative regionali e nazionali che limitavano fino a qualche tempo fa la distruzione di queste piante monumentali. Non contenti dei milioni di euro di fondi pubblici che ricevono in virtù delle politiche agricole comunitarie (nonostante tengano gli uliveti in stato di completo abbandono), questi proprietari puntano alla valorizzazione dei ‘loro’ terreni, con l’intenzione di trasformarli in complessi turistici e campi da golf (sono circondati dal meraviglioso mare del Salento!).
In altri casi, la prospettiva è quella di trasformare questi uliveti secolari in impianti superintensivi, nei quali sia possibile effettuare una certamente più economica raccolta meccanizzata, sulla scia di ciò che è accaduto in Spagna negli ultimi vent’anni e che ha consentito a questo paese di raddoppiare la sua produzione di olio, superando la Puglia e l’Italia nelle classifiche della produzione mondiale.
– Questa trasformazione ‘industrialista’ dell’agricoltura pugliese è perfettamente coerente con le politiche di Confindustria Puglia e corrisponde interamente ai desideri delle dirigenze delle associazioni di categoria pugliesi e delle istituzioni regionali. Tra i suoi più ‘affidabili’ sostenitori ne nominiamo solo due, forse i più importanti: Dario Stefano, senatore SEL, già membro della giunta di Confindustria Puglia, assessore alle Risorse Agroalimentari della Regione nel secondo mandato del ‘governatore’ Vendola, a cui fa sponda a livello europeo Paolo Di Castro, già ministro delle Politiche Agricole e Forestali nel primo e nel secondo governo D’Alema, deputato PD al parlamento di Bruxelles, dove ricopre la carica di presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale. La principale preoccupazione di questi personaggi negli ultimi mesi sembra essere quella di garantire “adeguate misure compensatorie” per gli agricoltori (leggi: “elettori”) colpiti dalla diffusione del batterio, e soprattutto il riconoscimento dopo “l’emergenza Xylella” dello stato di ‘calamità naturale’: in parole povere soldi, tantissimi soldi, da far piovere sulle ceppaie dei nostri ulivi secolari tagliati con le motoseghe.
– In realtà, i risarcimenti diretti previsti fino ad oggi per i proprietari degli ulivi abbattuti sono irrisori: si parla di 11 milioni di euro per un milione di piante (circa 11 euro a pianta). E’ stato deciso inoltre che i soldi li avranno solo i proprietari che abbatteranno volontariamente gli alberi, mentre chi si opporrà ai diktat del piano straordinario non solo non riceverà un soldo, ma dovrà anche pagare l’azione delle guardie del commissario.
Anche le modalità del risarcimento sono a dir poco sospette: ad accedere alle misure saranno solo le aziende agricole che dimostreranno una perdita superiore al 30% della loro produzione lorda vendibile; i giornali parlano da sempre di un “sussidio” previsto anche per il resto dei proprietari che non sono aziende agricole, ma di questa specifica non esiste traccia su nessun documento ufficiale.
– La maggior parte dei soldi che sono già arrivati sono invece finiti nelle tasche di, ripettivamente:
a) quattro enti di ricerca convenzionati con la regione Puglia: lo IAM, già citato, il CNR di Bari, l’Istituto Basile Caramia di Locorotondo, l’Università di Foggia; per qualsiasi altro istituto, di qualsiasi altra parte del mondo, la ricerca sulla Xylella nel Salento è proibita: è considerata illegale, fuorilegge;
b) il Corpo Forestale dello Stato Italiano, da alcuni mesi corpo di polizia a tutti gli effetti, di cui Silletti, il commissario straordinario per “l’emergenza Xylella”, è generale;
c) l’ARIF, Agenzia regionale per le risorse irrigue e forestali, in pratica l’esercito sguinzagliato nel Salento per ingaggiare “la guerra alle cicale” (come l’ha chiamata Vendola il giorno della nomina di Silletti a commissario straordinario): una pletora di oltre mille dipendenti, comandati da Giuseppe Maria Taurino, fondatore della società, ‘imprenditore’ ben conosciuto in Puglia per la sua spregiudicatezza (leggi ‘criminalità’) politica e finanziaria.
Per concludere, la solita domanda: che fare?
Da mesi siamo impegnate in una campagna di controinformazione e di resistenza, che si sta concretizzando in innumerevoli iniziative, riunioni, comizi, partecipazioni ai presidi, corsi di formazione sulla cura e la gestione biologica degli uliveti, interventi alle radio, azioni dirette…
Non vediamo altra strada da percorrere che non sia quella della diffusione di una sempre maggiore consapevolezza e della opposizione concreta, diretta, agli interessati e devastanti piani delle istituzioni. Resistere all’eradicazione degli ulivi e non subire l’imposizione dell’uso obbligatorio dei pesticidi è ormai un passo fondamentale: bisogna mettersi in mezzo in prima persona, impedendo fisicamente che il piano regionale-europeo e commissariale si realizzi.
Inoltre, ma questo lo facciamo da sempre, occorre dare un calcio alla politica della delega e alla sua propaganda, all’economia del profitto e al suo dominio, riprendendosi in mano i saperi, le pratiche e l’organizzazione della nostra esistenza: un’esistenza ridotta a mero calcolo di profitto da chi invece non conosce limiti alla realizzazione del suo tornaconto personale.
l’assemblea delle comunarde di URUPIA

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)