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martedì 22 settembre 2015

Sulle attuali proteste in Libano: è meglio se la primavera arriva in ritardo?

Le grandi mobilitazioni che hanno attraversato il Medio Oriente alla fine del 2010 sono state riassorbite se non addirittura trasformate in devastanti conflitti tra forze autoritarie in competizione. Quell'ondata risparmiò il Libano, che dopo il ritiro delle truppe siriane (di Assad) nel 2005 era governato da una classe dirigente che aveva da una parte i filo-iraniani, cioè la coalizione 8 marzo, guidata dagli "sciiti" di Hezbollah e dall'altro i filo-sauditi della coalizione 14 marzo, guidata dall'oligarca "sunnita" Hariri. Il settarismo religioso è molto forte in Libano e le locali classi dirigenti settarie hanno goduto per molto tempo e godono tuttora di una indiscussa influenza sulle masse. Questo settarismo è stata la causa di parecchi episodi di guerra civile tra le diverse sette a partire dal 1860. Nel 1860 i locali latifondisti Drusi usarono il settarismo per mobilitare i loro contadini contro la rivolta dei contadini maroniti, che erano sfruttati 2 volte da questi proprietari terrieri; finì con un massacro contro i Cristiani, ma ne furono colpiti anche i Musulmani e gli stessi Drusi; gli scontri settari raggiunsero anche città tolleranti come Damasco, col benestare del governo ottomano. Le potenze occidentali subito intervennero per "proteggere" la popolazione cristiana: il risultato fu la creazione di una sorta di "grande Libano", regione autonoma sotto il governo diretto di un latifondista maronita nominalmente all'interno della giurisdizione ottomana. Questa situazione e questa tensione continuarono anche sotto il mandato francese del 1920 – 1946 , e col "governo" dell'indipendenza che creò la formula della divisione delle tre presidenze istituzionali tra le sette più importanti: il presidente della repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita. Sentendosi emarginata, la parte musulmana della classe dirigente pretendeva più rappresentatività e maggiore influenza e da queste tensioni si ebbe la piccola guerra civile del 1958 e a devastante guerra civile del 1975-1990. Che ebbe fine grazie ad un accordo bilaterale tra l'amministrazione USA ed il regime di Assad, per riunificare il paese sotto la sola influenza di Assad. Nonostante l'azione giudiziaria contro alcuni dirigenti cristiani settari da parte del nuovo regime, la classe dirigente locale si abituò rapidamente alle regole di Assad, il nuovo signore, e si divideva i frutti del nuovo regime con Assad senior e con gli agenti di sicurezza. Fino al 2005...quando una controversia tra il primo ministro Hariri ed il giovane dittatore di Damasco, Bashar Al Assad , finì con l'uccisione del primo. Scioccati dalla tragedia, numerosi Sunniti e Cristiani scesero in strada, sfidando per la prima volta la decennale morsa di Assad. L'adirata classe dirigente, sentendosi forte due volte grazie alla rabbia popolare contro la presenza militare siriana e grazie al sostegno dei governi occidentali, come dei governi arabi del Golfo e quello persiano, riuscì a costringere Assad a ritirarsi dal Libano. I locali agenti filo-Assad, in particolare Hezbollah (una formazione sirio-iraniana nata per resistere all'aggressione israeliana per essere poi usata utilmente nelle tensioni e nelle difficili relazioni con Israele e gli Stati Uniti), sentendosi minacciati dagli sviluppi nel paese, iniziarono a pretendere una maggiore influenza all'interno del governo. Il Libano cadde in una lunga guerra fredda settaria con parecchi episodi di violenza. Il governo venne tatticamente diviso tra le due componenti in lotta con tutti i privilegi connessi. Ma l'intensificarsi dei conflitti all'interno di una classe dominante avida ha avuto pessime conseguenze sulle vecchie ed esauste infrastrutture del paese, con l'esplodere di momenti critici come nel caso del cronico problema dei bassi stipendi dei dipendenti pubblici che ha dato luogo a mobilitazioni sindacali ed a scioperi. L'ultimo momento critico ha riguardato la raccolta dei rifiuti nelle strade: il contratto con l'impresa che aveva fatto il lavoro per 20 anni era scaduto. Ma siccome questa impresa è di proprietà di Hariri, il rinnovo del contratto era un'opportunità per dividersi i profitti. Hariri ha rifiutato il rinnovo e montagne di rifiuti hanno riempito le strade del Libano. Gli attivisti hanno deciso di reagire scendendo in strada. La prima protesta è stata duramente repressa dalla polizia governativa, ma la protesta è diventata un movimento reale con maggiore forza e popolarità. Gli attivisti sono riusciti a tenere il controllo del movimento ed a tenersi alla larga dalle componenti settarie della classe dirigente, cosa che gli ha dato grande credibilità popolare. La manifestazione del 16 settembre è stata brutalmente repressa dalla polizia, mentre il governo si lanciava in una forte campagna propagandistica contro il movimento di protesta. Tutto questo è riuscito a produrre una sola cosa: spingere gli attivisti su posizioni ancora più radicali. Infatti gli attivisti hanno deciso di sfidare il governo il 20 settembre nelle strade in una grande manifestazione. Nonostante le richieste riformiste del loro ultimo documento, quest'ultimo si conclude con slogan molto più radicali: Potere, Stato e ricchezza al popolo. La maggior parte degli attivisti viene dalle classi medie ed era già stata attiva in una locale ONG per qualche tempo. Questo ricalca la situazione di tutto il Medo Oriente. Gli attivisti che erano coinvolti nei movimenti di protesta che raggiunsero il loro picco con l'insorgere della primavera araba, erano anch'essi della classe media, sia come identità di classe che come pensiero politico e sociale. Questo fattore segna la cifra delle rivoluzioni della primavera. Si deve a questo fattore il prevalente aspetto liberale (persino neo-liberista in alcuni casi: una sorta di "libertarismo" di destra) della politica espressa dal nucleo degli attivisti. Il che non vuol dire che le classi meno abbienti non abbiano partecipato. Ma coloro che rappresentano la corrente maggioritaria nel movimento o che rivendicano una loro leadership o rappresentanza, provengono dalle classi medie. La stessa cosa si è vista nella protesta di piazza Tiananmen nel 1989, quando gli studenti rivendicavano la guida del movimento e chiedevano agli operai di seguirli. Anche nel movimento in Libano ci sono tensioni tra gli attivisti (leaders) della classe media e coloro che vengono dai quartieri poveri. Il che non vuol dire sottovalutare il potenziale del libertarismo degli attivisti delle classi medie, specialmente quelli più giovani e gli studenti, ma è importante capire anche i loro limiti. Dall'altra parte; le classi povere, poco rappresentate, con scarsa formazione, prive di esperienza politica e disorganizzate, finiscono sol sostenere gli islamisti, specialmente i Salafiti, che sono attivi nei loro quartieri da molto tempo, da quando le politiche nei-liberiste hanno comportato l'abbandono di questi quartieri al loro destino ed alla miseria. I Salafiti, propriamente finanziati dai loro padroni nella classe dirigente locale o dalla loro controparte saudita, danno un sostegno significativo per alleviare la miseria dei più poveri e ne approfitano per indottrinarli con i loro rigidi insegnamenti, trasformando questi quartieri in loro roccaforti. Gli stessi Salafiti si sono poi divisi in due componenti: gli insurrezionalisti dell'ISIS ed i moderati dell' "esercito della salvezza" che hanno cooperato con lo Stato e con agenzie repressive (oggi i Salafiti sono una componente importante filo-Sisi in Egitto; in Libano erano divisi tra alcuni gruppi militanti da una parte e dall'altra gli imam e gli accademici filo-Hariri). Considerando il programma riformista (lotta alla corruzione) e la composizione di classe di questo crescente movimento di protesta in Libano, si potrebbe nutrire un qualche scetticismo riguardo al suo futuro. Ma c'è qualcosa di diverso che potrebbe portare ad esiti differenti: ad esempio forse una maggiore radicalizzazione. Nell'analizzare le rivoluzioni del 1848, l'anarchico George Woodcock notava che c'erano due tipi di rivoluzioni del 1848: la maggioranza di esse era contro regimi molto repressivi e molto autoritari, quella francese era più proletaria e più classista. La borghesia era già pronta a governare in Francia. Per cui la rivolta non era solo per rafforzare il suo contro sullo Stato, dato che la classe operaia scelse di sfidarla, come fecero gli operai di Parigi nell'insurrezione del luglio. In Libano, la classe dirigente pratica la sua egemonia attraverso la democrazia rappresentativa. Diversamente dai paesi confinanti, il popolo libanese è abituato alle elezioni, ad un alto livello di libertà di espressione, se comparato con quello dei paesi vicini. Questo potrebbe avere un duplice effetto: che un qualche cambiamento reale imposto dal basso debba andare oltre certe "libertà" di base, oppure che può essere usato dalla macchina della propaganda del Sistema per convincere il popolo dei "benefici" derivati dal sistema prevalente, nonostante la corruzione dilagante. Gli emarginati in Libano lottano contro il sistema da molto tempo e siccome la loro situazione è diventata sempre più disperata hanno iniziato a mobilitarsi. Ma con ben pochi effetti finora. La maggioranza dei lavoratori lavora nel pubblico impiego e sono malpagati. Hanno sostenuto le iniziative della commissione indipendente di cooperazione sindacale per ottenere aumenti di stipendio, ma potrebbero ottenere solo piccoli aumenti. Il governo è sempre riuscito a contenere queste lotte ed a costringere le persone alla ritirata. La manifestazione del 20 settembre potrebbe interrompere questa situazione. Ma per andare dove? Personalmente, credo che il destino di quest' ultima ondata di proteste dipende dall'inizio dell'auto-azione e dell'auto-organizzazione delle classi emarginate, specialmente i lavoratori ed i disoccupati. Questa sola può essere la base per una alternativa più radicale e libertaria allo status quo. Può succedere? Se la primavera araba può essere considerata una rivoluzione tipo quelle del 1848 o del 1905, la lezione più importante che se ne ricava sta nell'auto-organizzazione delle masse nei primi giorni dell'insurrezione, quando le forze di polizia arretrarono o furono sconfitte nelle battaglie di strada contro i giovani manifestanti. Poi le masse hanno da sole occupato, organizzato e protetto l'intero spazio sociale, tramite organismi di base (chiamati comitati popolari oppure comitati di coordinamento come nel primo periodo -quello popolare- della rivoluzione in Siria). Far conoscere queste esperienze e costruire su di esse, secondo me, potrebbe decidere l'esito delle attuali mobilitazioni in Libano oggi ed ovunque domani. Mazen Kamalmaz https://mazenkamalmaz.wordpress.com (traduzione a cura d Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

mercoledì 8 aprile 2015

In Tunisia, la precarietà è in aumento e le pratiche della dittatura continuano

La situazione occupazionale non progredisce molto in Tunisia e questo è dimostrato dal movimento iniziato Sabato 28 febbraio da 8 laureati disoccupati a Gabes, città portuale del Sud Est del paese. Questi hanno infatti iniziato uno sciopero della fame presso la sede della sezione della Lega tunisina dei diritti dell’uomo (LTDH) nella regione al fine di rivendicare, per alcuni di loro, la loro integrazione nella pubblica istruzione e il servizio pubblico, e in generale una vita dignitosa. Secondo i dati delle strutture regionali per l’occupazione, il tasso di disoccupazione nel governatorato di Gabes sarebbe 38%, con 23.000 laureati, dato che può essere considerato reale, viste le polemiche regolari sulle cifre. Così come lo sviluppo regionale, (mancanza di infrastrutture, come in altre aree interne), i problemi ambientali ricorrenti della regione, in particolare l’inquinamento da impianti chimici, sono altre ragioni per il conflitto. Diverse mobilitazioni di sostegno, tra cui l’appello dell’Unione dei laureati disoccupati (UDC) si sono già tenute, Sabato 14 marzo in tutto il governatorato (provincia) di Gabes, e a Sousse; Lunedì 16 marzo in quello di Sidi Bouzid e Tunisi. Anche 23 laureati disoccupati, ex membri dell’Unione generale degli studenti tunisini (UGET), hanno iniziato, Lunedì 23 marzo, uno sciopero della fame ai locali dei giovani lavoratori del UGTT di Tunisi. Gli scioperanti sono parte di un gruppo di 186 manifestanti, tutti ex membri della UGET, che ha cominciato da sei giorni un sit-in negli stessi locali. I manifestanti continueranno la loro protesta fino a quando saranno soddisfatte le loro richieste e la loro situazione regolarizzata come deciso nel contratto firmato nel dicembre 2014 con il precedente governo. Questo prevedeva la loro integrazione nel servizio pubblico dopo aver esaminato i loro fascicoli. Sono tutti disoccupati da anni, da quando sono stati esclusi dal concorso per il servizio pubblico a causa delle loro attività sindacali e politici sotto il regime deposto di Ben Ali. Il nuovo governo di Habib Essid ha chiesto loro di dargli un mese dal 27 febbraio 2015 per rivedere i loro fascicoli, ma loro non vogliono aspettare fino ad allora. Lunedì 23 Marzo 2015, la mobilitazione dei disoccupati non si è fermata solo a Tunisi, poiché una manifestazione della UDC (Unione dei laureati disoccupati) ha avuto luogo a Sidi Bou Zid. In molte città, come ad esempio Sousse, Gabes, Gafsa, manifestazioni si sono svolte su iniziativa dell’UDC; in alcuni casi si sono riscontrate violente repressioni, come a Gafsa a febbraio, quando sono stati ricoverati diversi manifestanti. Tra le richieste del UDC, a parte la soppressione delle liste nere di Ben Ali, il sindacato rivendica la presenza di rappresentanti dei disoccupati nelle assemblee locali e regionali. La mobilitazione prosegue il 26 marzo 2015, e crescerà ancora nella regione di Sidi Bouzid, soprattutto dal momento che il Ministro della Pubblica Istruzione ha annunciato che ogni disoccupato dovrà pagare 15 dinari per l’iscrizione ai concorsi del CAPES! A Gabes gli scioperanti hanno rifiutato la proposta del Ministero di terminare il loro sciopero in cambio di 150 dinari ciascuno. Senza farsi raggirare, hanno deciso di avviare uno sciopero selvaggio della fame (senza acqua)! [ Testo del gruppo Africa della Segreteria Internazionale della CNT-F- Traduzione di Spazio Libero Utopia- Genova ]

martedì 6 maggio 2014

PRIMAVERE ROSA - rivoluzioni e donne in Medio Oriente

conversazione con Anna Vanzan iranista e islamologa docente di cultura araba all’Università di Milano “Primavere rosa” si propone di esplorare, al di là degli stereotipi “orientalisti”, alcune caratteristiche della partecipazione femminile a questo momento storico cruciale per le società musulmane, soprattutto per quelle affacciate sul Mediterraneo, nonché i possibili sviluppi che coinvolgeranno le donne dell’Islam nel prossimo futuro SABATO 10 Maggio 2014 alle ore 17:30 All’Ateneo degli Imperfetti Ateneo degli Imperfetti Via Bottenigo, 209 30175 Marghera (VE) tel. 327.5341096 www.ateneoimperfetti.it

giovedì 18 luglio 2013

TAKSIM E TAHRIR: DUE MONDI DIVERSI MA CON PUNTI IN COMUNE - di Pier Francesco Zarcone


Piazza Taksim



Due piazze simboliche che da più o meno tempo riempiono la cronaca dei giornali, sono simboli di due mondi diversi, ma con dei punti in comune. La Turchia e l’Egitto differiscono per cultura, mentalità, lingua, storia, regime al potere, collocazione geografica (Eurasia, da un lato, Nordafrica dall’altro), attività economiche prevalenti, aspirazioni politiche ecc. E il comune islamismo sunnita non ne fa per niente un tutt’uno. Tuttavia è individuabile un legame fra le due piazze al di là del mero dato formale della rivolta popolare e di massa contro i rispettivi regimi dominanti. In primo luogo vediamo ciò che divide.




Piazza Taksim non è piazza Tahrir





a) Piazza Taksim

Evitiamo di parlare di “primavera” turca, luogo comune ormai stucchevole e che comunque non esprime nulla di significativo. Se proprio si volesse trovare un’espressione folgorante e riassuntiva, allora di gran lunga meglio sarebbe quella usata da Deniz Gücer in un articolo pubblicato il 13 giugno dal quotidiano di Istanbul Vatan (patria): “nuova Turchia contro vecchia Turchia”. Questa dicotomia, infatti, porta subito alle radici sociali e psicologiche che hanno fatto scendere nelle strade turche una quantità impressionante di giovani disposti ad affrontare la brutale reazione della polizia. Prima di procedere, tuttavia, s’impone una precisazione: parleremo di fenomeni e questioni attinenti solo alla gioventù urbana. Il discorso, se spostato alle campagne, non vale più.





Se per comodità di esposizione ci limitiamo a ricordare che in Turchia – come in ogni sistema economico capitalistico povertà e disoccupazione non mancano affatto, e anzi sono fisiologiche – non si può negare che durante il decennio di governo di Erdoğan e del suo partito il paese economicamente e socialmente abbia compiuto notevoli passi avanti rispetto al prima. Questo dato si riflette nella gioventù che è scesa a protestare nelle strade: una gioventù con una forte percentuale di scolarizzazione, con una buona percentuale di studenti universitari e una quantità di persone che già dispongono di un lavoro. In sintesi, una gioventù senz’altro con problemi per il futuro, ma nulla a che vedere con la condizione sociale media del mondo arabo. La Turchia nell’insieme non è solo ponte fra Europa e Asia (come dice il luogo comune) ma anche (seppure lo si dimentichi sempre) periferia orientale dell’Europa, al pari della Grecia, tuttavia senza i gravi problemi economici di quest’ultima.

Il citato Deniz Gücer nello stesso articolo ha sostenuto che la gioventù della protesta “non ha preoccupazioni per quanto riguarda il suo futuro economico”. Sia lecito dissentire, almeno in parte. Un recente rapporto dell’Unpd sulla gioventù turca nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni traccia un quadro che forse non contraddice del tutto la tesi di Gücer, tuttavia la ridimensiona. È meglio attenersi a esso. Risulta che in un paese di circa 75 milioni di abitanti almeno 23 milioni sono giovani e che il paese si trova in una fase di transizione demografica, poiché sta diminuendo il numero complessivo di abitanti, ma cresce la popolazione in età lavorativa. Nell’arco di un quindicennio ciò dovrebbe fornire ai giovani sempre migliori possibilità, a parità di situazione.

Il 30% della popolazione giovanile è fatta di studenti, e un altro 30% lavora. Meno belle sono le prospettive per il restante 40%. Esistono 3 milioni di giovani detti “invisibili”, e di essi 2 milioni e 200.000 sono donne che né lavorano né studiano; circa 650.000 sono disabili; 300.000 hanno perso la speranza di trovare un lavoro e ne hanno abbandonato la ricerca; circa 2.000 comprendono quanti sono diventati delinquenti, i ragazzi e bambini di strada fuggiti di casa o sono diventati preda del traffico di persone.

Meno avvantaggiate dei maschi sono le giovani, vuoi per condizionamento socio-famigliare, vuoi per le obiettive condizioni economiche delle famiglie: tutto questo le costringe esclusivamente al lavoro domestico. Ciò si riflette sulle percentuali scolastiche: nella scuola primaria (8 anni obbligatori) il tasso di scolarizzazione femminile è dell’87% a fronte del 92% di quello maschile; nella scuola secondaria il divario aumenta, essendo rispettivamente del 51% e del 61%; mentre quasi si azzera nella università, dove le percentuali sono rispettivamente del 17% e del 18%.

Va comunque detto che la scolarizzazione non è una garanzia assoluta di prospero futuro, giacché non esistono collegamenti fra mondo scolastico e mondo del lavoro, cosicché spesso si esce dalle scuole professionali o dai licei senza una preparazione corrispondente alla gamma di richieste di lavoro esistenti. L’insufficienza della preparazione scolastica diventa palese in ordine all’accesso alle università; ed è per questo che sono nate le derşane, i costosissimi corsi privati per la preparazione al difficile esame di ammissione all’università (nel 2007 vi hanno partecipato 1.600.000 studenti e solo un quarto l’ha superato).

Rilevazioni compiute in Turchia parlano di una gioventù sostanzialmente priva di legami con i partiti politici esistenti, ma non apolitica, giacché reclama maggiore democrazia e soprattutto maggiore libertà. Libertà di pensiero e soprattutto di stili di vita, contro il bigottismo nei costumi che il governo islamico vuole imporre a tutta la società, contro l’intento di Erdoğan di voler educare generazioni di giovani devoti, contro la repressione sulla libertà di stampa e contro il patriarcalismo ancora dominante nella società turca. Una lotta anche per il rispetto delle diversità e della dignità di quanti compiono scelte non conformi agli schemi di una certa ortodossia islamica e che pur sempre devono godere dello status di cittadini.

Le rivendicazioni salite dalle piazze e dalle strade turche, infatti, sono essenzialmente rivendicazioni politiche, contro il deficit di democrazia e gli abusi di potere. A quest’ultima categoria appartiene, per esempio, la recente legge contro il consumo di alcolici nei locali pubblici dopo una certa ora: in Turchia non esiste un problema serio di alcoolismo e l’80% della popolazione non beve affatto alcoolici. In realtà il problema è un altro: è la volontà di Erdoğan di fare quella che il prof. Cengiz Aktar, dell’Università di Istanbul Bahçeşehir ha definito “ingegneria sociale”; cioè a dire, Erdoğan vuole che la gioventù viva come dice lui, secondo i suoi parametri islamici, che obbedisca zitta e buona. È proprio vero che in Turchia il processo di democratizzazione non ha mai seguito un cammino lineare, in fatti esiste un detto turco per cui questo processo fa sempre due passi avanti e uno indietro. In definitiva in quel paese non è tanto in ballo l’esistenza del governo dell’Akp quanto e soprattutto l'incapacità di Erdoğan a comprendere la nuova Turchia, accecato com’è dalla sua visione manichea che vede ovunque complotti laicistici e non sopporta dissensi.

Questa gioventù ha dimostrato che nel corso degli ultimi anni si era formata una Turchia diversa e non prevista: infatti, chi avrebbe mai pensato che un giorno la polizia antisommossa sarebbe stata più impegnata a Istanbul, Ankara, İzmir, Trebzon, invece che nella curda Dyarbakir? Oppure che un giorno si sarebbero incontrati a manifestare e ballare nella stessa piazza elettori delusi dell’Akp di Erdoğan, signore di mezza età che hanno votato per il kemalista Chp e curdi del Bdp?

Per il momento l’economia resta solo sullo sfondo, pur con il suo rallentamento rispetto all’ottimo biennio 2010-11. Tuttavia essa dipende dall'afflusso di capitali dall'estero e deve fare i conti con la recessione nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea. Va però detto che il prolungarsi delle agitazioni produrrà l’effetto di scoraggiare gli investitori col rischio di incidere negativamente sulla prevista crescita del 3,5% per l’anno in corso. Nel clima politico attuale le elezioni comunali a marzo del prossimo anno, alle quali seguiranno le presidenziali, magari precedute da un referendum costituzionale, e infine le elezioni legislative dell’estate 2015 potranno dare luogo a tensioni e proteste ulteriori. E allora anche l’economia sarà in primo piano.







Piazza Tahrir



b) Piazza Tahrir

Del tutto opposta la situazione dei giovani egiziani scesi a dimostrare contro Morsi con il movimento Tamarod, i laici e i musulmani non facenti capo alla Fratellanza. Si tratta di una gioventù disperata e senza futuro per la quale – scolarizzata o no – gli unici sbocchi sono disoccupazione, precariato ed emigrazione. La dirigenza che ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak, ha manifestato la piena continuità col regime precedente, nel senso di non fare nulla per cambiare una situazione disastrosa. Solo un esempio: in un paese che ha nel turismo una fonte di introiti importantissima, da cui anche le famiglie dei venditori ambulanti di chincaglierie traggono di che vivere, tutto questo comparto è rimasto abbandonato a se stesso per le remore moraleggianti dei musulmani ortodossi verso le contaminazioni portate dagli “infedeli”, di modo che oggi l’afflusso turistico si concentra sui villaggi-vacanze e sugli alberghi del Mar Rosso (peraltro in una penisola del Sinai sempre più pericolosa): niente più Cairo, Museo Egizio, Piramidi e crociere sul Nilo. Quanti vi lavoravano e le relative famiglie sono ora a spasso.

Inoltre, nel suo barcamenarsi opportunistico Morsi, per compiacere gli Stati Uniti (e conseguentemente Israele) nel suo anno di presidenza non ha nemmeno riaperto il valico di Rafah, che collega Egitto e Gaza, e attraverso cui un ingente traffico di merci avrebbe potuto essere movimentato, a tutto vantaggio sia della popolazione dell’isolata striscia di Gaza, sia dello stesso Egitto.

La Turchia ha, certo, i suoi problemi specifici e un tasso di corruzione tradizionalmente elevato (la parola bakshish - mancia, tangente – è ugualmente araba e turca). Tuttavia nell’insieme non può dirsi che si distacchi in modo anomalo da quanto accade anche nei paesi europei mediterranei. In Egitto, invece, la cosa assume proporzioni abnormi, radicate a tutti i livelli e questo blocca le possibilità di inserimento dignitoso e di sviluppo delle nuove generazioni. È sufficiente accostarsi alla letteratura egiziana contemporanea per avere un quadro che fa mettere le mani nei capelli.

La Fratellanza Musulmana ha creato organizzazioni meramente caritatevoli e assistenziali; tanta gente si accontenta di ciò; ma tanta gente e tanti giovani vorrebbero qualcosa di ben diverso e sono disposti, per averlo – o per mantenere la speranza di averlo – anche al ritorno in campo dei militari. Si noti che invece i manifestanti nelle strade turche non hanno chiesto un nuovo golpe militare, bensì hanno indirizzato le loro istanze al governo civile. Che quest’ultimo sia rimasto sordo, è altra questione. Comunque c’è da dubitare che un golpe contro Erdoğan produrrebbe le stesse manifestazioni di entusiasmo ed euforia che abbiamo visto a piazza Tahrir.

In Egitto, paese di circa 80 milioni di abitanti, il 40% è costituito da persone fra i 10 e i 29 anni. In un rapporto dell’Ufficio Egiziano dell’Unpd, pubblicato nel 2010, è stato messo in rilievo l’importanza di scolarizzazione e cultura ai fini del miglioramento anche materiale della condizione giovanile, in un paese in cui meno del 4% del Pil viene destinato all’istruzione e ben un terzo delle coppie sposate sotto i 30 anni è costretto a vivere nelle case dei genitori. È dall’epoca di Nasser che il sistema scolastico egiziano è andato peggiorando, oggi è tra i pessimi nello stesso mondo arabo: il tasso di analfabetismo è al 29% e il numero dei giovani che abbandonano la scuola prima del diploma è sempre crescente, raggiungendo addirittura il 65% nelle zone rurali. Rimontare questa situazione è un’impresa titanica per qualsiasi governo stabile; figuriamoci nel perdurare di una fase di turbolenza politica e incertezza per il futuro.

Molto più grave che in Turchia è in Egitto lo scollamento fra scuole e mondo del lavoro. Una delle più gravi conseguenze consiste nella necessitata dipendenza del paese dai tecnici stranieri per i programmi di sviluppo, e nella sua difficoltà a partecipare allo sviluppo scientifico, a motivo del fatto che (come sovente, e non a caso, avviene nei paesi “depressi”) una grande percentuale di studenti - il 64% - preferisce iscriversi alle facoltà umanistiche Lettere, Giurisprudenza, Pedagogia e a quella di Economia e Commercio, e solo 17,6% va a Ingegneria, Medicina, Farmacia, Fisica e Chimica. Nel 2010 è stato riscontrata una vera e propria fuga verso le facoltà umanistiche rispetto al 2000. Da qui l’abbondanza di laureati disoccupati e dal futuro più che in certo in un paese ad alto tasso di povertà.

E infine, ma non da ultimo, c’è un problema economico di massa, che in Egitto in definitiva è la vera molla della protesta giovanile. Dal punto di vista finanziario lo Stato è rimasto praticamente senza soldi e sono in stallo le trattative con il Fmi (rimedio peggiore del male, ma i soldi servono); la disoccupazione non cala, anzi; del turismo è meglio non parlare; i capitali sono in fuga, le riserve di valuta straniera si sono contratte, la lira egiziana è in caduta libera seppure aiutata dal Qatar; il popolo è alle prese con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità; i black-out elettrici sono continui e la benzina scarseggia. E la povertà è arrivata a colpire il 40% della popolazione. Se mettiamo nel conto anche l’autoritarismo islamista, che non lascia indenni le vite private, non stupisce la ribellione giovanile; semmai stupisce che ci siano ancora giovani a sostenere i Fratelli Musulmani.

Dall’esterno la protesta giovanile egiziana non ha nulla da sperare. Non dall’Europa, la cui classe politica è addormentata, priva di politica estera e incapace di rendersi conto che tutto ciò che accade nel Mediterraneo, nel Vicino e Medio Oriente dovrebbe rientrare – per le sue conseguenze dirette – fra le questioni prioritarie. Non dagli Stati Uniti, imperialismo a parte. Oggi, infatti, la politica statunitense verso il mondo arabo non si capisce dove vada a parare, non ha logica e non ha prospettive. Proprio nel caso egiziano essa si è manifestata per ciò che è: tutto il contrario di quanto ci si aspetterebbe da un gigante imperialistico di quella fatta. Già all’inizio del 2011, con le agitazioni anti-Mubarak a piazza Tahrir, Hillary Clinton (ministro degli Esteri!) pontificava sulla stabilità del governo dell’epoca; l’inviato speciale di Washington al Cairo, Frank Wisner, altro acuto osservatore, faceva conto su Mubarak per condurre la transizione. Ma questo è il meno: anche la storia dell’imperialismo britannico (ben più serio) conta “cappellate” notevoli. A rendere invece priva di incidenza qualsiasi azioni statunitense è la cecità – da cui deriva poi incapacità operativa – sull’importanza di entrare in contatto dialogico con le opposizioni, virtualmente l’alternativa a qualsiasi regime.

Inoltre, nel caso egiziano gli Stati Uniti non hanno nemmeno cercato un’entente con i Fratelli Musulmani e con lo stesso Morsi, anzi “diplomaticamente” definito da Obama “né alleato né nemico”, dopo le manifestazioni svoltesi innanzi all’ambasciata statunitense del Cairo all’epoca dello scandalo suscitato dal filmaccio The Innocence of Muslims. Washington si è limitata a dare un’applicazione puramente pragmatica al rapporto scritto nel 2010 dall’attuale ambasciatore a Mosca Michael McFaul, che raccomandava di allacciare stretti rapporti con qualsivoglia regime arabo. Ma i rapporti solidi non ci sono stati, l’unico vero interesse statunitense è stato quello di curare che l’Egitto dopo Mubarak non denunciasse il trattato di pace con Israele, ma non è stata mai presa in considerazione l’instaurazione di contatti stabili con le opposizioni per il caso di alternativa concreta. Anzi, nel 2011, dopo un incontro con i contestatori di piazza Tahrir, sempre Hillary Clinton giunse alla conclusione che mai sarebbero riusciti a combinare una piattaforma politica capace di raccogliere consensi di massa e velocemente. I Fratelli Musulmani sono stati per Washington l’unico referente egiziano ma senza instaurare con esso rapporti effettivamente costruttivi. Eppure Washington dispone di quella notevole forza di pressione che si chiama “aiuti economici indispensabili” il cui uso, o almeno la cui prospettazione, avrebbe potuto spingere il governo di Morsi a comportamenti più aperti sulle libertà civili, i diritti delle minoranze e il rispetto delle donne. La conclusione attuale è che sia gli anti-Morsi sia i pro-Morsi ce l’hanno con gli Stati Uniti. Il che potrebbe anche non essere un male, se canalizzato verso prospettive di cambio sociale radicale.

Ai fini del non doversi aspettare nulla i giovani di Tahrir e luoghi consimili c’è un ulteriore questione: il dubbio forse non peregrino che l’Egitto non sia più considerato dagli Stati Uniti perno strategico del Vicino Oriente, a parte il trattato con Israele. Ma, per garantirsi questo, è ancora necessario investire come prima sul Cairo?

A seguito del tutto sommato intempestivo intervento dei militari, si è creata una situazione tale per cui ai giovani egiziani si prospettano o una guerra civile, o una dittatura militare, o una nuova vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, o uno stato di caos politico ed economico dalla durata indeterminabile a priori. Di prospettive di rivoluzione sociale per il momento neanche l’ombra. L’Egitto odierno paga le colpe del suo passato movimento operaio, mentre Turchia ed Egitto pagano le colpe della frantumazione nazionalistica delle principali lotte di massa oggi in corso nel mondo. Il discorso è lungo ma ormai si dovrebbe aver capito da dove dovrebbe partire.



Cosa invece unisce le due piazze

L’elemento di unione sta nel modo particolare con cui sia in Turchia sia in Egitto i governanti a loro volta concepiscono la democrazia (si fa per dire), e quindi il tipo di non-interlocutore con cui ogni protesta deve confrontarsi. Cominciamo con il paese di Erdoğan.

Se vogliamo continuare ad attribuire a questo personaggio la formazione di una nuova Turchia, che continua ad agitarsi dimostrando che il timore verso l’autorità politica si è per lo meno ridotto, allora dobbiamo chiederci cosa sia successo, cioè perché sia stata tanto violenta la reazione di questo personaggio il quale non ha nemmeno preso in considerazione la possibilità del dialogo. Eppure in passato, per aver letto in pubblico una poesia palesemente filoislamica, aveva conosciuto carcere e tortura. Il fatto che sia rimasto sorpreso dagli eventi non spiega nulla.

Al di là di ogni ideologia, la storia non è fatta solo da situazioni o interessi materiali, bensì anche dal modo di essere di quelli che una volta ne erano presentati come i protagonisti esclusivi, cioè le persone fisiche. Il vecchio detto di Pascal sulla lunghezza del naso di Cleopatra come fattore decisivo per il corso degli eventi, resta ancora valido, coniugato con tutt’altro tipo di elementi.

In buona sostanza, a Erdoğan il potere ha dato fortemente alla testa, accentuando di molto certe sue componenti caratteriali. Ormai egli è convinto di essere l’incarnazione dello Stato, che lui sa tutto e ha ragione su tutto, tanto da potersi intromettere in tutto. Una delle conseguenze è il timore suscitato all’interno stesso del suo partito, dove infatti il dibattito politico è in pratica inesistente. È un fatto inoppugnabile che fino al 2005 il governo dell’Akp abbia operato per aprire spazi pubblici e spazi politici, incrementando rispetto al prima le dinamiche della democrazia; come pure che i contestatori di oggi abbiano ampiamente beneficiato di ciò e delle inerenti riforme politiche. Oggi il paese è virtualmente più democratico rispetto al passato anche recente. Ma è altrettanto inoppugnabile che a partire dal 2007-2008 sia in atto un arretramento a motivo esclusivo del personalismo autoritario e dell’arroganza di Erdoğan, che si sente il padre-padrone della Turchia, senza però averne le capacità intellettuali e politiche necessarie, con conseguente perdita di carisma e della sua asserita superiorità morale. A fronte di ciò, dalle piazze turche non viene una rivendicazione di democrazia tout court (cioè punto e basta), come può essere invece nel caso dell’Egitto, bensì di maggiore democrazia in conformità a quanto inizialmente prospettato.

Riguardo all’Egitto si deve innanzi tutto rilevare come il concetto di democrazia assuma connotazioni particolari su tutti fronti. I liberali e i democratici egiziani invocanti l’intervento delle Forze Armate contro una determinata parte politica esprimono un atteggiamento che trova la sua spiegazione nel contesto specifico egiziano, che però fa parte di quello arabo-islamico in generale: la democrazia rappresentativa va difesa – e quindi dev’essere tutelata ab extra – per evitare che finisca con l’orientarsi verso svolte confessionali autoritarie munite di appoggio di massa.

Se nel mondo occidentale, bene o male, Chiese e Confessioni religiose sono state costrette (vuoi dalla politica, vuoi dall’evoluzione delle mentalità e dei costumi) ad accettare di fatto la separazione tra sfera civile e sfera religiosa – salvi i tentativi di sconfinamento sempre possibili – nel mondo arabo-islamico ciò è stato accettato solo dalle minoranze religiose, laiche e di sinistra. Le masse rurali e delle periferie urbane invece sono ben lungi dall’aver metabolizzato questo assetto. La sintetica conclusione è che competizioni elettorali libere e non inquinate danno e daranno la maggioranza parlamentare ai partiti islamici nel 90% dei casi. Come ha giustamente concluso Frank Gardner della Bbc verso i regimi arabi: “se fate le elezioni, preparatevi ad avere un governo islamista”. Non sarà bello a dirsi, ma è così.

Da qui la spiegazione del “mistero” per cui fior di liberali e democratici chiedono l’intervento militare e lo applaudono: conoscono benissimo il carattere tendenzialmente totalitario dei loro competitori, per i quali la democrazia rappresentativa e le elezioni sono solo degli strumenti. A ben guardare, le masse egiziane pro-Morsi non sono indignate tanto per il rovesciamento di un Presidente regolarmente eletto, quanto e soprattutto per il sacrilegio commesso nell’abbattere un Presidente islamista. Per esse non si tratta di violazione della legalità repubblicana, bensì di opposizione all’Islam, da parte di presunti musulmani: cioè apostati punibili con la morte.

A questo punto si pone il generale problema politico attinente alla praticabilità nei paesi musulmani di una via democratica rappresentativa che non si esaurisca nelle competizioni elettorali. Essendo sempre presente sullo sfondo la “vandea islamista”, è ragionevole pensare che essa non sarà praticabile fino a quando all’interno delle società in questione non si realizzino un’acculturazione di massa e l’eliminazione delle cause materiali che finora hanno reso possibile il recupero di tante persone alla convivenza sociale, culturale e politica pluralista. Se e quando mai ciò si realizzerà.

Morsi e i dirigenti della Fratellanza Musulmana magari stanno meglio di testa rispetto a Erdoğan, ma con lui condividono una concezione del potere democratico coincidente con quello della destra europea. Ricordiamo il “non si fanno prigionieri” di Previti subito dopo la vittoria elettorale di Forza Italia. Sia per Erdoğan sia per Morsi la vittoria alle elezioni chiude giochi e discorsi per tutta la durata della legislatura: il vincitore fa quello che vuole e l’opposizione è meglio che stia zitta, poiché altrimenti è come se contestasse e disprezzasse il risultato elettorale diventando essa antidemocratica (!). Di dialogo e mediazioni nemmeno a parlarne. Da qui alcune ovvie conseguenze, fra le quali la pretesa di attribuire al governo e ai suoi organismi dipendenti un potere di indirizzo e comando non sancito da alcuna norma; la tendenza a ignorare ogni separazione fra i poteri dello Stato; lo sforzo di sottoporre i mezzi di comunicazione e informazione a controlli e pressioni di ogni genere. Anche su questo versante un modo opportunistico di concepire la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.

Ma vi è anche un altro elemento di omogeneità. Pur nella diversità di contesti, Erdoğan e Morsi si sentono investiti dal sacro compito di riequilibrare con una controsterzata i “danni” fatti dalla laicità nei propri paesi. Per noi occidentali, minimi in Egitto, fermo però restando che per un musulmano ortodosso già una donna con la testa scoperta e magari truccata grida vendetta davanti ad Allah; enormi in Turchia, dopo quello che può essere considerato il tritacarne di Atatürk.

Ulteriore elemento in comune è la situazione delle società dei due paesi: società spaccate in due da contrapposizioni insanabili. Un equilibrio può essere dato dalla coesistenza indotta dalla sostanziale equivalenza delle forze e dal fatto che una delle parti non voglia imporsi sull’altra; altrimenti lo scontro diventa inevitabile perché fisiologico e i richiami esterni alla pacificazione devono per forza restare lettera morta.





(9 luglio 2013)



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com



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Postato da E.V. su RED UTOPIA ROJA il 7/09/2013 10:17:00 PM







martedì 2 luglio 2013

Da Taksim a Rio passando per Tahrir, la puzza dei lacrimogeni

Lettera aperta degli attivisti egiziani del collettivo ‘Compagni dal Cairo’.


A tutti voi ed a coloro con cui lottiamo fianco a fianco,

la giornata del 30 giugno segna una nuova tappa per la nostra rivolta, per l'edificazione di ciò che abbiamo iniziato tra il 25 ed il 28 gennaio 2011. Questa volta ci ribelliamo contro il regime del Fratelli Musulmani che non ha fatto altro che perpetuare le stesse forme dello sfruttamento economico, della violenza delle polizia, della tortura e degli omicidi.

Parlare di imminente “democrazia” non ha nessun significato quando non vi è nessuna possibilità di vivere una vita dignitosa. Le pretese di legittimazione elettorale contrastano con la realtà di un Egitto in cui la nostra lotta prosegue perchè siamo di fronte al perpetuarsi di un regime oppressivo che ha cambiato volto ma mantiene le stesse logiche di repressione, austerity e brutalità da parte della polizia. Le autorità non hanno credibilità presso la popolazione, e le posizioni di potere si declinano in opportunità per vantaggi personali in termini di potere e di ricchezza.

Il 30 giugno si rinnova l'urlo rivoluzionario:“Il popolo vuole la caduta del sistema”. Noi perseguiamo un futuro che non sia governato nè dal greve autoritarismo e dal capitalismo amico dei Fratelli Musulmani nè da un apparato militare che mantiene una morsa sulla vita politica ed economica nè per un ritorno alle vecchie strutture dell'era di Mubarak. Sebbene le masse di manifestanti che scenderanno in piazza il 30 giugno non si ritrovino uniti su queste posizioni, deve essere nostro compito evitare che si ritorni ai periodi sanguinari del passato.

Sebbene le nostre reti siano ancora fragili noi traiamo speranza ed insegnamento dalle recenti rivolte sviluppatesi in Turchia ed in Brasile. Ognuna di queste esperienze nasce da realtà politiche ed economiche differenti, ma noi tutti siamo influenzati da circoli ristretti le cui richieste per il tutto subito hanno perpetuato una mancanza di prospettiva per quello che serve al popolo. Siamo stati influenzati dall'organizzazione orizzontale del Movimento per le Tariffe Libere a Bahìa in Brasile nel 2003 e dalle assemblee pubbliche che si sono diffuse in Turchia.

In Egitto, i Fratelli Musulmani mettono un impiallacciatura religiosa sui processi in corso, mente le logiche del neoliberismo egiziano si scontrano con il popolo. In Turchia, una strategia di crescita aggressiva del settore privato si manifesta parimenti in leggi autoritarie, nella stessa logica della brutalità della polizia quale strumento primario per reprimere ogni opposizione ed ogni tentativo di proporre delle alternative. In Brasile un governo nato da una legttimazione rivoluzionaria ha confermato che il suo passato non è che una maschera mentre si allea con lo stesso ordine capitalistico di sempre che sfrutta il popolo e la natura.

Queste ultime lotte unificano le indomite battaglie dei Curdi e delle popolazioni indigene dell'America Latina. Per decenni, i governi della Turchia e del Brasile hanno cercato di spazzar via questi movimenti di lotta. La loro resistenza alla repressione statale ha anticipato l'ondata di proteste che ora attraversa la Turchia ed il Brasile. Ne cogliamo l'urgenza nel riconoscere la profondità di ogni lotta e la ricerca di forme di ribellione da diffondere in nuovi spazi, nei quartieri e nel territorio.

Le nostre lotte hanno il potenziale per opporsi al regime globale degli Stati. In tempi di crisi come di benessere, lo Stato — che in Egitto sia sotto il potere di Mubarak, della Giunta Militare o dei Fratelli Musulmani - continua ad espropriare ed a concentrare allo scopo di preservare ed espandere la ricchezza ed i privilegi di coloro che hanno il potere.

Nessuno di noi lotta isolatamente. Dobbiamo affrontare nemici comuni in Bahrain, in Brasile ed in Bosnia, in Cile, in Palestina, in Siria, in Turchia, in Kurdistan, in Tunisia, in Sudan, nel Sahara Occidentale ed in Egitto. E la lista potrebbe allungarsi. Ovunque ci definiscono teppisti, vandali, sacchegggiatori e terroristi. Noi stiamo lottando per molto di più. Non solo contro lo sfruttamento economico, contro la nuda violenza poliziesca o contro un illegittimo sistema di regole. Non è per i diritti o per una nuova cittadinanza che noi stiamo lottando.

Noi ci opponiamo allo stato-nazione quale strumento centrale di repressione, in cui ad una elite locale viene permesso di appropriarsi della vita di tutti noi e viene permesso ai poteri globali di mantenere il loro dominio sulla vita quotidiana di tutti noi. Questi lavorano insieme con la repressione e con i media e con tutto quello che sta in mezzo. Noi non chiediamo di unificare o di parificare le nostre varie lotte, ma è la stessa struttura di potere che dobbiamo combattere, smantellare, ed abbattere. Insieme, la nostra lotta è più forte.



Vogliamo la caduta del Sistema.



Compagni dal Cairo

source ( http://roarmag.org/2013/06/from-tahrir-and-rio-to-taksi...ne%29 )

(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)


Link esterno: http://www.glykosymoritis.blogspot.com



mercoledì 30 gennaio 2013

Egitto , In risposta ai rinvii a giudizio di Alessandria , Comunicato del Movimento Socialista Libertario

Comunicato del Movimento Socialista Libertario In risposta ai rinvii a giudizio di Alessandria La scorsa domenica, nel corso dell'udienza nel tribunale di Alessandria che doveva emettere un verdetto sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso dei manifestanti durante gli scontri del gennaio 2011, la polizia a guardia del tribunale ha iniziato a provocare i familiari delle vittime che facevano un pacifico presidio a sostegno delle loro ragioni, così come avevano fatto nelle udienze precedenti. Dopo la provocazione, la polizia ha caricato la folla con violenza. La carica è diventata rapidamente un corsa ad arrestare chiunque si trovasse lì intorno, con conseguenti percosse ed arresti. Trentuno persone sono state arrestate e trasferite nel famigerato carcere di Al Gharbanyat nella regione di Borg El Arab (45 km a sud di Alessandria) senza concedere agli arrestati di poter contattare i loro parenti o i loro avvocati. Tra gli arrestati ci sono 4 nostri compagni, anche se non stavano partecipando nè al presidio fuori del tribunale nè agli scontri con la polizia. Questi compagni sono: 1. Mohammed Izz al-Din 2. Amir Assad 3. Mohammed al-Badri 4. Mohammed Hussein Si stavano prendendo un caffè dopo aver distribuito come al solito dei volantini, il che ci induce a pensare che il loro arresto non sia stato casuale ma premeditato. Già, perchè questi compagni sono tra i militanti puiù attivi del MSL, sono presenti in ogni sciopero ed in ogni manifestazione ed i servizi di sicurezza li conoscono molto bene. Le accuse contro i 31 arrestati sono: cospirazione a scopo di vandalismo e distruzione di beni pubblici, violenza contro le forze della legge e dell'ordine. Mercoledì 23 gennaio, c'è stata un'udienza per la richiesta di prolungare i termini di carcerazione, anche se la polizia faceva obiezione ad un trasferimento dei prigionieri, sollevando questioni di sicurezza. L'accusa ha accolto l'assurda richiesta della polizia ed ha rinviato l'udienza al 30 gennaio presso il tribunale di Borg El Arab e non presso quello di Mansheya (Alessandria) dove si sono svolti gli scontri. Questa decisione condanna gli arrestati a restare altri 10 giorni in prigione senza nessuna giustificazione legale. Nonostante questo, i media e le organizzazioni per i diritti umani restano silenziosi. Noi accusiamo il Ministro degli Interni di abuso e di ritorsione contro i nostri compagni e gli altri arrestati, sia per la violenta repressione che per la loro reclusione senza accuse fondate per un periodo di 10 giorni in un carcere di altra sorveglianza, quando dovevano semplicemente essere ritenuti "in attesa di giudizio". Noi accusiamo anche il governo fascista dei Fratelli Musulmani di stare dietro questa repressione contro ogni persona ed ogni comitato popolare che reclami i propri diritti, insieme a coloro che li sostengono contro il governo e i suoi accoliti. Nonostante il rinvio a giudizio dei nostri compagni, non ci rassegneremo ad accettare la tirannia di Stato, e lanciamo un appello internazionalista alla solidarietà a tutte le organizzazioni anarchiche e rivoluzionarie. Vi chiediamo di manifestare il vostro sostegno ai nostri compagni di fronte alle ambasciate ed ai consolati egiziani. La nostra lotta continuerà fino a che lo Stato ed il capitalismo non saranno aboliti. Movimento Socialista Libertario, Egitto 24 gennaio 2013 Traduzione: FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali Link esterno: http://www.facebook.com/pages/%D8%A7%D9%84%D8%AD%D8%B1%...05619

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)