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giovedì 7 settembre 2017

Economie collettive e solidali, autogestione e mutualismo

 Assistiamo ad una risposta sociale del tutto inadeguata alla ampiezza e alla ingiustizia del disagio sociale in atto
La progressiva scomparsa a livello planetario di un orizzonte comune alternativo al sistema capitalistico rende più frazionata e complessa la lotta per la costruzione di una società di libere, liberi ed uguali. Ciò anche grazie alla trasformazione antropologica in atto (connessa alla globalizzazione e alle nuove tecnologie digitali che mettono in un contatto sempre più immediato realtà umane ed ambientali molto diversificate) che rende ancora più complicate sia la condivisione di azioni e percorsi condivisi che la semplice comunicazione, ormai sostanzialmente privata di codici di riferimento comuni, fatta eccezione del “pensiero unico” capitalistico che trasforma -inesorabilmente- tutto quello che tocca, in “merce” acquistabile con il denaro.
Sempre più assistiamo ad un sostanziale allontanamento della prassi delle istituzioni e di molte organizzazioni partitiche    “ufficiali” dalla difesa dei diritti e dal dare risposta ai bisogni umani primari (diritto al reddito e alle tutele: malattia, maternità, previdenza; equa redistribuzione del reddito; formazione…); organizzazioni ormai sostanzialmente asservite -complessivamente- al mantenimento del regime capitalistico.
In queste condizioni, singole persone, anche interessate e disponibili a partecipare a processi di trasformazione socioeconomica equi e di interesse generale, non trovano ad oggi molte sedi -affidabili- in cui essere ascoltate e prese in considerazione. Si diffonde così la perdita della speranza nella capacità di costruire orizzonti comuni di emancipazione e prevale la cultura dell’individualismo possessivo, che fomenta la divisione e la guerra tra poveri, aumentando paura, insicurezza e “manovrabilità”.
Il nostro contesto
Da tempo partecipiamo, seguiamo, parliamo di forme di economie collettive e solidali. In effetti queste realtà, nel loro procedere, ci offrono diversi spunti interessanti di riflessione, per come cercano di costruire possibile risposte al disagio sociale. esperienze produttive e di vita in cui protagonisti sociali, persone o organismi collettivi si confrontano, in modo partecipativo ed orizzontale, nei loro ambiti naturali (culturali, produttivi, vertenziali, territoriali) innescando processi propositivi di percorsi di cooperazione e di condivisione produttiva, distributiva e di servizio:
persone che vogliono costituire insieme realtà economiche sostenibili, sia dal punto di vista ecologico che sociale, con una ottica di radicale alternativa al capitalismo, dando vita, forza e riconoscimento a nuclei di resistenza attiva connessi in rete, capaci di dare alcune risposte ai bisogni primari, individuali e sociali; persone intenzionate a collaborare collettivamente alla conquista di una autodeterminazione territoriale che permetta a chiunque di vivere una esistenza sempre più autonoma dai dictact delle multinazionali e delle banche, e capace -nel tempo- di dare vita ad una “autodeterminazione sociale di esistenza” sempre più generalizzata,
che fondano
realtà produttive
che vivono le dinamiche che le sostanziano, autogestione, mutualismo, ecosostenibilità, il sottrarsi allo sfruttamento e al lavoro gerarchico
e che insieme a
soggetti collettivi,
disposti alla relazione circolare e alla co-progettazione verso obiettivi comuni, che partono dai bisogni primari, lavorano con successo alla trasformazione della società, alla difesa dei beni comuni, alla riconquista di forme di lavoro qualificanti, in un quadro autogestionario oltre che solidale
cercano di pensare e costruire
realtà sociali territoriali (ecoreti) che facciano partire sul territorio meccanismi progettuali e decisionali
di mutuo sostegno e di trasformazione, realtà che vivono le contraddizioni vecchie e nuove di un potere popolare che acquista coscienza di sé sulla base delle piccole rivendicazioni quotidiane finalizzate ad emanciparci dal giogo dello sfruttamento del profitto capitalistico nelle sue varie forme;
In particolare colpiscono alcuni aspetti che merita citare espressamente.
Il lavoro
In primo luogo l’idea del
lavoro che in queste realtà che sperimentano forme di economia solidale, riacquista la sua dignità, cercando di sfuggire almeno in parte all’ alienazione sia da un punto di vista economico, sottraendosi allo sfruttamento e all’estrazione di plusvalore da lavoro dipendente, sia con il recupero del lavoro come momento creativo e non eterodiretto. Così l’oggetto del prodotto del lavoro stesso tende ad allontanarsi dal concetto di “merce” acquistabile al minor prezzo possibile, ricollegandosi alla vita della persona -in carne ed ossa- che mette a disposizione tempo, attività e saperi, per rispondere al bisogno di un’altra persona; spostando quindi l’attenzione in direzione del rispetto dei diritti e dei doveri delle persone coinvolte nello scambio di beni e/o servizi; ma con l’intenzione di determinare insieme il valore dello scambio: delle cose, delle ore e del lavoro impiegato per produrle; a prezzi equi per la produzione ma anche accessibili a chi si rende disponibile a mettersi in gioco in una “relazione circolare”, impegnandosi ad un loro uso o acquisto prefissato. In questa dinamica cresce la spinta a un superamento della dimensione lavorativa individuale o familiare verso forme di condivisione di risorse e, in prospettiva, di proprietà e gestione collettiva.
L’intenzione di migliorare la propria qualità della vita
Questo nuovo tipo di unità produttive -interessate ad organizzarsi per rispondere al meglio ai propri bisogni vitali quotidiani- costituite da persone che si relazionano tra di loro per migliorare la propria qualità della vita, favorisce relazioni di scambio centrate sulla persona nella sua globalità e non come “strumento” -più o meno occasionale- da usare per raggiungere il proprio esclusivo interesse; cioè con modalità sempre più vicine alle esigenze di autodeterminazione esistenziale, propria ed altrui; “irriducibili” quindi al capitalismo, forma esclusiva -e cieca- di accumulazione del profitto fine a se stesso;
Lo sviluppo della coscienza politica
La relazione circolare tipica dell’eco-rete, centrata sul soddisfacimento dei bisogni sociali primari, individuali e collettivi e sull’integrazione tra lavoro e vita attraverso una pratica organizzativa continuativa in comunità tendenzialmente solidali e di mutuo soccorso, può diventare fattore di sviluppo di una presa di coscienza politica, nel momento in cui sia possibile verificare concretamente l’efficacia di alleanze ampie funzionali al raggiungimento di obiettivi specifici. Cioè quando si possono sperimentare -concretamente- situazioni in cui le proprie esigenze vitali possono essere soddisfatte meglio se si riescono a costruire alleanze di scopo o patti territoriali per la trasformazione sociale e ambientale dei territori.
Si viene allora ad acquisire una maggiore consapevolezza delle difficoltà reali connesse alla realizzazione di un progetto, facilitando la riconquista della fiducia nella relazione e in una progettualità assembleare e orizzontale, autogestita e solidale. Queste sperimentazioni possono assumere un ruolo prefigurativo dove far crescere forme di solidarietà sociale e di diversi rapporti di produzione e di orientamento e gestione del territorio su basi federaliste e libertarie, per riguadagnare nell’orizzonte del possibile una società più giusta e solidale.

martedì 5 gennaio 2016

L'invitato di pietra della COP21 - Giorgio Nebbia

L'invitato di pietra della COP21 (apparso sul sito del circolo Gramsci di Vittorio Veneto )      

A proposito della conferenza COP21 di Parigi si sono sentiti tanti commenti, ma, a mio parere, ben poco o niente si è parlato del vero protagonista nascosto: le merci. Sono stati discussi e proposti strumenti fiscali, economici, incentivi e commerci per diminuire le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera dovuta alle emissioni di “gas serra”, come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, composti organici alogenati, eccetera, e ai cambiamenti dei terreni agricoli e delle foreste.
Si parla di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra: una parte viene eliminata dall’atmosfera trascinata dalle piogge nei mari; una parte contribuisce alla fotosintesi; una parte, circa 25 miliardi di tonnellate ogni anno, va ad aggiungersi ai circa 3000 miliardi di tonnellate di gas serra che già sono presenti nei 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas dell’atmosfera. Tenendo conto del peso specifico dei vari gas, il volume dei gas serra nell’atmosfera aumenta ogni anno di circa due volumi ogni milione di volumi di gas totali (ppm in volume).
Tutti parlano di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, tutti guai dovuti principalmente alla domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. L’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.
Molti governanti cominciano ad essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, bombole di metano.
Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis.
Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.
L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci --- e quindi di energia --- anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.
Giorgio Nebbia       17 dicembre 2015

http://www.cgvv.org/index.php?option=com_content&view=article&id=61:l-invitato-di-pietra-della-cop21&catid=11:ambiente&Itemid=168

giovedì 27 agosto 2015

ELETTRODOTTI/Poche chiacchiere l'elettro-mostro va demolito!!

Riceviamo e pubblichiamo LA BANDA DEL RICATTO L'abitudine a farla franca e l'arroganza del potere fanno brutti scherzi a chi li esercita senza ritegno. Ma se il lestofante ha le sue disgustose ragioni, ben più penoso è il comportamento dei suoi complici, specie se sono a carico del pubblico erario. Rabbiosa e persino minacciosa la reazione della TERNA: altro non poteva essere quella di una Società abituata a passare sulla pelle delle popolazioni rurali, pronta ad abusare dei beni comuni e a dettare legge a schiere di politici e servi istituzionali. Lo ha fatto agitando lo spettro del blackout, quando sa perfettamente che se ciò dovesse avvenire, sarà da imputare esclusivamente alla sua ricattatoria volontà. Ebbene, lo ha fatto scientemente con calcolato cinismo per spaventare la gente comune e dare benzina agli incendiari della stampa asservita al potente di turno. Cosicché, anziché inchinarsi davanti ad una sentenza inequivocabile e riflettere sui gravissimi abusi che se ne deducono, la reazione della TERNA pesca nel torbido. Non essendo riuscita ad addomesticare il tribunale amministrativo come hanno potuto fare al TAR del Lazio, oggi si arrampicano sugli specchi e screditano il Consiglio di Stato accampando un illusorio vizio di forma che si dicono certi di impugnare in Cassazione, ben sapendo che non c'è Cassazione che tenga davanti alle sentenze di Palazzo Spada. Abituata a farla da padrona con tutti, nelle sue deliranti affermazioni si è fatta infine scudo del problema occupazionale e delle ripercussioni economiche che ne deriverebbero. Ma dove hanno toccato il fondo è stato nel momento in cui hanno tirato in ballo “12 anni tra concertazione, autorizzazioni e cantieri...” : ben sapendo di aver fatto carne di porco della democrazia partecipata. Ogni persona seria, con un briciolo di onestà intellettuale e un minimo di cultura della legalità avrebbe accolto la sentenza del Consiglio di Stato con un senso di gratitudine e di liberazione. Non così è stato per la Televisione di Stato e per qualche altro disgustoso organo di “disinformazione” che ha rilanciato il ricatto, tale e quale è stato divulgato dalla TERNA: con una sudditanza che non ha nulla a che vedere con il dovere di cronaca e senza porsi minimamente il dubbio di aver dilatato un allarme sociale di inaudita gravità. Inaudita altera parte e senza il benchè minimo distinguo a dimostrazione di essere parte e complice... per giunta con il denaro del contribuente. Da subito si è levata la canizza dei complici che hanno lasciato impronte indelebili lungo un percorso costellato di nefandezze, omertà e ignobili silenzi. C'è poco da illudersi: per loro è arrivato il momento di fare quadrato, di latrare frasi sconnesse che alludono allo sviluppo, al futuro e non certo allo Stato di diritto. E' arrivato il momento del boia chi molla! Perché affermandosi la verità e il diritto, potrebbe crollare il palco della assuefazione costruito in anni di cocenti delusioni, di politici venduti, di un associazionismo paramafioso che ha portato la popolazione verso una arrendevole sfiducia nei confronti di tutto: delle istituzioni e soprattutto nei confronti della giustizia e dei propri diritti. Ridare fiducia e dignità alla gente vorrebbe dire sottrarla a quella sindrome di Stoccolma che la fa stare dalla parte dei delinquenti o, se vogliamo da quella analoga sindrome del cornuto che si preoccupa di non tornare a casa prima che se ne vada l'amante della consorte. Tutti hanno constatato lo scempio subito dal paesaggio invaso dai mostruosi piloni e anche coloro i quali si riempiono la bocca di economia verde, di valori aggiunti e vanno all'EXPO a nascondere la loro perfidia dietro gli slogan della sostenibilità e delle eccellenze, oggi avrebbero avuto la possibilità di ravvedersi e di capitalizzare una sentenza che riafferma la legalità e con essa le qualità di un territorio che può essere fonte di ricchezza morale ed economica. Invece, messo in dubbio il sistema e le rendite di posizione, latrano i caporioni e per induzione latrano anche i servi che non vogliono dispiacere ai padroni e che sotto sotto non vogliono ammettere di essere stati i fautori della loro sudditanza. Tralasciamo le considerazioni e gli slogan da bar sport dell'imberbe presidente degli industriali, cui non possiamo certo addebitare quella vistosa e giovanile inesperienza sufficiente ad attirare l'interesse del Veneto Messaggero. Dagli industriali ci saremmo attesi ben altri livelli e un atteggiamento consono al loro ruolo e alla gravità del momento. Ma a dir poco scandaloso è stato il latrare dei sindacalisti, spinti sulle barricate dalla TERNA stessa con il presupposto della perdita occupazionale che la sentenza comporterebbe. Ebbene, non li abbiamo mai visti contestare un'impresa che sapendo a priori della sentenza avversa ha giocato il tutto per tutto per accelerare i lavori, senza la benché minima logica funzionale se non quella di creare il fatto compiuto per poter irridere la legge e farsi scudo dei servi sciocchi. Eppure non li abbiamo visti nei cantieri a prendere atto che le maestranze erano per la stragrande maggioranza forestieri e forse non tutti in regola, molti i peruani... Si sarebbero accorti delle disumane e pericolosissime condizioni di lavoro cui erano sottoposte per fare presto, convinte che la sentenza avversa dovesse arrivare a inizio settembre grazie ad una non casuale negligenza della cancelleria del Consiglio di Stato. Altrimenti, vedendoli lavorare a sessanta metri d'altezza come quel povero Cristo morto precipitando dal Pilone della TERNA in Abbruzzo, avrebbero dovuto rivolgersi all'Ispettorato del lavoro, come abbiamo fatto noi soli. Andando per i cantieri, si sarebbero anche accorti di essere inseguiti da un tale che a scanso di equivoci e di denuncia, ad ogni buon conto teneva in mano una mazzetta pronta all'uso... Noi che abbiamo creduto nella legalità e nella non violenza, noi per la medesima ragione domani li denunceremo per procurato allarme sociale ! Tibaldi Aldevis Comitato per la Vita del Friuli Rurale www.facebook.com/comitato.friulirurale

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)