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campagna contro la contenzione meccanica

per giulio

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mercoledì 30 aprile 2014

Intervista a Cremaschi alla vigilia dell'assise nazionale del congresso CGIL nazionale . Da Controlacrisi.it

"Con la Cgil spostata sempre più a destra la crisi del sindacato sarà sempre più acuta". Intervista a Cremaschi  (29/04/14 08:00)Il congresso della Cgil invece di parlare della crisi del sindacato sarà l’ennesima vetrina con qualche effervescenza sui dati dei congressi di base. Non ti pare un po’ poco anche a te?Il congresso nazionale arriva con una Cgil più spostata più a destra rispetto a come era partita. E’ questo il dato politico principale. Siamo di fronte a una deflagrazione verso posizioni ancora più moderate del gruppo dirigente. Non bisogna dimenticare, infatti, che c’è stato l’accordo del 10 gennaio che ha fatto esplodere la maggioranza. Da una parte il fallimento evidente del disegno degli emendatari, tutto proteso a condizionare dall’interno la maggioranza e, dall’altra, un gruppo dirigente su posizioni più moderate sul piano sindacale e politico. Sì ma è un fallimento che nessuno registrerà, visto che Camusso ha vinto con percentuali bulgare i congressi di base.Il bilancio sul cosiddetto dibattito interno è drammatico. Siamo partiti con una Cgil che si rimproverava di non aver fatto tutto quello che doveva sulla legge Fornero ed oggi ci ritroviamo con il vuoto totale di iniziativa contro Renzi. Siamo partiti con l’autocritica alle tre ore di sciopero e finiamo con il fatto che non si sciopera più. Sui congressi di base va detto che, a parte le denunce di brogli totale non applicazione del regolamento, che abbiamo già prodotto, siamo di fronte a una platea congressuale che non rappresenta la realtà della Cgil. Pensare che nella Cgil ci sia più del 90% che sta con Susanna Camusso e le sue posizioni non risponde alla realtà. Anche gli aspetti di colore sono significativi. Il fatto che sia stato invitato Moretti è un atto vergognoso. Voglio ricordare che Moretti ha licenziato Riccardo Antonini che è un delegato della Cgil. Questo è un congresso della crisi della Cgil che deriva dalla crisi economica e di un gruppo dirigente che reagisce solo con autoritarismo e annullamento della democarazia E quindi voi al congresso che farete?Noi andremo al congresso per fare tutte le battaglie possibili compresa quella della nostra esistenza perché l’hanno messa in discussione. Perfino con la trasgressione più sfacciata delle regole congressuali. Non sono stati annullati, infatti, i congressi dove è documentato che hanno votato i defunti e gli ammalati. Gli organismi di garanzia hanno lavorato fino in fondo per Susanna Camuso e la sua maggioranza. Questo è il congresso dell’abuso di autorità e della prevaricazione continua dove la Cgil darà il peggio di se. Questa crisi l’avevamo annunciata. Non voglio fare polemiche ma, insomma, se dal 31 maggio dell’anno scorso si fosse messo in piedi un fronte di opposizione interna non saremmo giunti a questa situazione. Noi proponiamo a tutti quelli che non sono d’accordo con Camusso un'alleanza comune di tutte le opposizioni nella diversità perché la situazione è gravissima. Un percorso di auto-annullamento della Cgil. Hai fatto diverse assemblee nei luoghi di lavoro, che impressione ne hai ricavato?Non c’è niente di peggio di un sindacato concertativo senza concertazione. Una sopravvivenza burocratica che espone i lavoratori al disastro. La sensazione nei luoghi di lavori è che il sindacato non esiste più. Renzi l’ha compreso benissimo e quindi affonda nel burro. La Cgil propone una sopravvivenza burocratica e autoritaria. Quello che abbiamo visto nei congressi è un enorme dissenso falsificato però dai risultati. E anche un elemento di assoluta sfiducia nella capacità e nella volontà del gruppo dirigente, che è il gruppo dirigente che ha il minor prestigio proprio quando vanta la massima maggioranza numerica. Non sta a noi proporre come risolvere questa contraddizione. Al suo congresso la Fiom ha invitato una delegazione di Usb, che ha accettato di buon grado…Considero positivo la decisone Fiom di invitare Usb. Non solo atto di cortesia ma un rapporto positivo cominciato dopo le critiche di entrambi all’accordo del 10 gennaio. Noi, che porteremo quell’accordo in tribunale, lavoriamo su questo in fondo. Detto questo, la Fiom è a un bivio, mi pare evidente. L’accordo del 10 gennaio è fatto per normalizzare la Fiom. Se non l’accetta deve trovare un modo per costruire l’opposizione. Credo che non possa stare in mezzo. Come vi caratterizzerete a Rimini?Il 6 maggio faremo un presidio proprio perché non accettiamo tutto questo. Una assemblea davanti al congresso della Cgil per iniziare la battaglia democratica che proseguiremo poi all’interno del congresso.  

lunedì 24 marzo 2014

Sul XVII Congresso CGIL

Fano, 16 marzo 2014 presso il Centro di Documentazione Franco Salomone Il 17° congresso CGIL ha subito - con la firma dell'accordo del 10 gennaio 2014, a congresso avviato - una radicale modifica. La firma posta dalla segreteria a quell'accordo, la sua ratifica da parte del CDN del 17 gennaio si possono definire un colpo di mano (ovvio che come tutti i colpi di mano c'è un elemento di fondo: la slealtà politica) che scombina e supera le pur diverse posizioni congressuali di partenza. La CGIL entra così a pieno titolo nella dimensione sindacale che accompagna la ristrutturazione in atto del capitale assieme alle altre confederazioni che già anche in modo formale avevano tagliato questo traguardo. La trasformazione quindi da sindacato confederale-generale a sindacato aziendalista-corporativo di mercato. Il metodo utilizzato mette in evidenza e fa entrare nel congresso 3 punti: la democrazia nel rapporto con i lavoratori la democrazia di organizzazione e ruolo dei lavoratori nell'organizzazione la confederalità. La lotta politica che si concentra sui contenuti dell'accordo e sulla democrazia, assume livelli di scontro elevati tra chi (FIOM e alcuni territori nonché delegati di altre categorie) resiste a questo passaggio - tra l'altro mai discusso a nessun livello - e la segreteria confederale. Ne risulta la fine del ruolo della rappresentanza nei luoghi di lavoro come espressione diretta dei lavoratori e quindi il loro diritto ad averla come espressione di autonomia/coalizione. Per costruire un sindacato aziendalista il referente-controllore degli accordi deve essere esterno: si costruisce quindi una forma organizzata elitaria. Questo rimanda o meglio ha punti di contatto con la modifica in atto della democrazia liberale. Tutto questo riporta alla confederalità. La struttura organizzativa della CGIL è sì una piramide, ma molto allargata alla base: infatti combina assieme il livello territoriale, le camere del lavoro, il livello regionale e nazionale. Ne discendono 2 riferimenti: i centri decisionali sono estesi anche a livello territoriale, Comitati Direttivi delle categorie e i Comitati Direttivi delle camere del lavoro, questi ultimi come momento di sintesi e di discussione e quindi di generalizzazione dei contenuti approvati a livello territoriale. In tutte e tre le istanze è presente una alta percentuale di delegati. Senza quindi una partecipazione diretta della rappresentanza dai luoghi di lavoro, il tutto implode, o meglio, viene sostituito da qualcos'altro che cambia la natura dell'organizzazione CGIL. Lo schema si ripete a livello categoriali, regionale e nazionale. Il ruolo nazionale del CDN confederale risulta: di sintesi, di generalizzazione dei contenuti e di unificazione/estensione delle lotte. Ovviamente il livello nazionale ha già assunto un ruolo sempre più decisionista e accentratore negli ultimi anni, in netto contrasto con la sua funzione: per questo si parla di crisi della confederalità, sempre negata dalle varie segreterie nazionali che si sono avvicendate negli ultimi 12 anni. Questo ha trascinato con sé il resto, riducendo il ruolo e la funzione delle categorie stesse: nel caso FIOM tutti i tentativi di normalizzazione hanno questo scopo. A differenza di confederazioni di sindacati anche esteri, oltre alla CISL, ad esempio AFL-CIO, DGB, TU, ecc., la CGIL risulta una confederazione con varie istanze che non esistono se non hanno la partecipazione a livello territoriale dei lavoratori. L'operazione in atto taglia questo punto, verticalizza e chiude, mentre -data la scomposizione della classe- occorrerebbe il contrario: aprirsi sul territorio e diventare punto di riferimento avviando un processo di riunificazione della classe. Due elementi emergono: la necessità di assumere anche come sfida l'analisi sulla composizione di classe: l'azione del capitale "riplasma" il corpo di classe. Ci troviamo di fronte ad una complessa articolazione difficile da ridurre a soggetto unitario, né esistono scorciatoie per farlo, siano esse le moltitudini, ideologismi identitari, gerarchie di spezzoni di classe, ecc. E' per non cadere in questo che parliamo di ricostruzione di una "rappresentanza sociale" che ci permetta di cogliere in contesti sempre variabili le lotte o meglio le pratiche delle lotte. Il congresso CGIL in corso delinea una risposta del gruppo dirigente alla crisi/declino del sindacato che rinuncia all'autonomia dei lavoratori nel conflitto capitale lavoro. Non crediamo vi siano soluzioni sostitutive: i congressi CGIL sono complessi, per la composizione, l'estensione e i numeri (iscritti) dell'organizzazione. Rimaniamo convinti che una parte della riflessione e della pratica sul futuro del sindacato esca anche da "pezzi" di CGIL, dove siamo presenti. Consiglio dei Delegati Federazione dei Comunisti Anarchici 16 marzo 2014

martedì 18 febbraio 2014

COMUNICATO DE IL SINDACATO È UN'ALTRA COSA: INAUDITA AGGRESSIONE A MILANO. CHIEDIAMO LE DIMISSIONI DI SUSANNA CAMUSSO

Condanniamo la gravissima aggressione subita dal compagno Giorgio Cremaschi e da altre compagne e compagni aderenti al documento congressuale "Il sindacato è un'altra cosa" a Milano, nel corso di un'assemblea CGIL con la presenza di Susanna Camusso. L'assemblea era già di per sé un fatto inusuale, in quanto erano convocate solo categorie con i gruppi dirigenti favorevoli all'accordo del 10 gennaio ed esclusa la FIOM, che aveva protestato pubblicamente. Un gruppo di compagne e compagni aderenti al documento alternativo, tra cui delegati delle categorie formalmente presenti in assemblea e Giorgio Cremaschi, primo firmatario del documento, si è quindi presentato all'incontro. Lo scopo era distribuire un volantino contro l'intesa sulla rappresentanza, che ricordava la singolare coincidenza tra l'assemblea per il si al testo unico sulla rappresentanza ed il 14 febbraio 1984, giorno del Decreto Craxi per il taglio alla Scala Mobile dei salari. Inoltre si volevano esercitare i diritti della minoranza con un intervento nel l'assemblea. I compagni indossavano anche cartelli con il no all'accordo. Il primo problema con il servizio d'ordine è sorto in quanto si voleva impedire ai compagni, che ne avevano pieno diritto, di accedere all'assemblea. Già lì il servizio d'ordine ha esercitato pesanti pressioni. Alla fine ai delegati è stato concesso di entrare purché lasciassero i cartelli. Solo Cremaschi ha potuto conservare il cartello che diceva no all'accordo. Una volta in sala i nostri compagni hanno seguito in assoluto silenzio la relazione e all'apertura del dibattito Nico Vox,delegato della funzione pubblica, ha chiesto di poter intervenire come unico intervento di dissenso tra i tanti già programmati. Subito tutto il gruppo di delegati dissenzienti è stato circondato dal servizio d'ordine che impediva a Nico Vox di avvicinarsi alla presidenza. Susanna Camusso si avvicinava al gruppo e anche a lei veniva rivolta la richiesta che Nico potesse parlare, senza ricevere risposta. Si rispondeva invece dal palco dicendo che si poteva parlare in altre sedi. Alle proteste del gruppo di delegati seguiva una violentissima aggressione da parte del servizio d'ordine. I compagni venivano brutalmente spintonati, insultati minacciati. Giorgio Cremaschi veniva gettato nelle scale e solo per fortuna non ha riportato danni mentre Nico Vox doveva ricorrere all'ospedale. Quello avvenuto è un atto senza precedenti nella vita della CGIL, dove i più aspri dissensi non sono mai stati affrontati con la violenza fisica e le minacce personali. Il senso profondamente antidemocratico dell'accordo sulla rappresentanza inquina già tutta la vita interna della CGIL, ma è evidente che qui si è passato il segno. L'esecutivo nazionale de "Il sindacato è un'altra cosa" esprime piena condivisione e solidarietà verso i compagni Giorgio Cremaschi, Nico Vox e verso tutti gli aggrediti. I compagni colpiti verranno tutelati in tutte le sedi, ma è chiaro che la responsabilità politica della segretaria generale della CGIL è enorme. Al direttivo della CGIL convocato per il 26 febbraio verrà presentata una mozione di sfiducia verso Susanna Camusso che si è rivelata incapace di tutelare i diritti e le libertà degli iscritti alla CGIL e per questo deve dimettersi.

14 febbraio 1984 – 14 febbraio 2014

Dopo 30 anni dal taglio della scala mobile ancora accordi “fatti per il nostro bene” che ci rovinano! Il 14 febbraio 1984 il Governo Craxi tagliava la scala mobile, un meccanismo di difesa automatica dei salari dall'aumento dei prezzi. Cominciava allora quella caduta del salario che oggi è diventata una frana verso la povertà. Allora i dirigenti sindacali della CISL della UIL e della minoranza socialista della CGIL sostennero a spada tratta la decisione del governo spiegando che era a nostro vantaggio. Dicevano che tagliando la scala mobile ci avremmo guadagnato, perché si sarebbe creato più spazio per il salario contrattato e alla fine le paghe sarebbero stare più alte. Si è visto come è andata. Il 10 gennaio 2014 la maggioranza del direttivo della CGIL assieme alla CISL e alla UIL ha sottoscritto con Confindustria il Testo Unico sulla Rappresentanza che: - afferma il principio incostituzionale che solo chi firma l'accordo ha i diritti contrattuali e può presentarsi alle elezioni delle RSU; - consente le deroghe generalizzate ai contratti nazionali, come oggi chiede Electrolux con il ricatto della delocalizzazione; - prescrive sanzioni, anche pecuniarie, per sindacati e delegati aziendali che contrastino gli accordi decisi a maggioranza dai rappresentanti dei sindacati firmatari, anche se in deroga ai contratti e in azienda anche senza il voto dei lavoratori. Dopo 30 anni dal decreto Craxi ancora una volta si fa un accordo che se applicato cambierà brutalmente in peggio le nostre vite e le nostre libertà. Il modello Fiat giustamente rifiutato dalla FIOM viene esteso a tutte e tutti. E ancora una volta si spiega che ci stiamo guadagnando! Siamo davvero stanchi di sentire discorsi di vertici sindacali che difendono e giustificano sempre allo stesso modo scelte sbagliate e dannose. Avevano ragione coloro che dissero no a Craxi 30 anni fa, abbiamo ragione oggi a dire no all'incostituzionale testo unico sulla rappresentanza. Non possiamo certo aspettare altri 30 anni perché siano chiari a tutti i terribili danni dell'accordo del 10 gennaio. LA CGIL RITIRI LA FIRMA ORA 14 febbraio 2014 Il sindacato è un 'altra cosa

mercoledì 29 gennaio 2014

ANCORA NOTE SUL TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA

L'accordo è finalmente il punto di arrivo del percorso intrapreso dai padroni, che ha subito un'accellerazione dal 2009, si è servito come testa di sfondamento dell’accordo separato in FIAT con le successive fasi, fino al sostegno legislativo dello stesso accordo attraverso l’art.8 sulle deroghe ai contratti e alle leggi in sede aziendale, attualmente in vigore. Qui il primo punto di non ritorno della CGIL con la rinuncia del suo ruolo di organizzazione sindacale: aver considerato lo scontro sul contratto FIAT un punto settoriale una questione dei metalmeccanici e non -come invece è stato- un attacco alla contrattazione, attacco vincente per i padroni che ha modificato e modifica le relazioni sindacali e sociali a favore di lor signori. Se Cisl e Uil fin dall’inizio (dal 2001 in poi) hanno accompagnato la ristrutturazione complessiva dei padroni, le tappe della confederazione sono raggruppabili in 3 punti che risultano così declinati: A) Quello che scaturisce dal congresso del 2010 sul punto della contrattazione, poi ripetuto fino a sostenere contratti di categoria firmati, che restituiscono tutto su orari, salari e prestazione lavorativa, disarmando i lavoratori di fronte al processo di riorganizzazione del capitale, ivi compreso il blocco contrattuale nel pubblico impiego. B) La modifica statutaria che crea lo spazio per il decisionismo del gruppo dirigente ristretto. In sintesi: le decisioni confederali non possono essere discusse e messe in discussione a livello di federazioni di categoria . C) L’abbandono di fatto, la non assunzione se non formale, di qualsiasi processo democratico nel rapporto con i lavoratori e del loro ruolo decisionale sui contratti e sugli accordi, ma anche dentro l’organizzazione sindacale CGIL; quest’ultimo punto, speso sull’altare dell’unità sindacale presunta con Cisl e Uil e quindi già taroccato in partenza. Questi sono i punti portanti che costituiscono la linea della confederazione e che la portano dentro l’attuale condizione fallimentare e di declino. I padroni scelgono non di delegittimare i contratti nazionali dal punto della esigibilità , ma di svuotarli attraverso le deroghe in sede aziendale e imponendone i contenuti, cioè togliendo l’autonomia contrattuale dei lavoratori sul terreno dei contenuti stessi. Lo sbocco aziendalista -con quel che ne deriva di negativo sul piano della rappresentanza dentro i luoghi di lavoro, della solidarietà fra lavoratori e del conflitto- sociale dimostra che la scelta dei padroni è funzionale alla fase economica: riduce il corpo intermedio sindacato ad una sorta di garante subordinato e agisce direttamente sulla formazione della coscienza di classe e sulla sua possibilità di essere trasmessa; non a caso si agisce anche cancellando la memoria stessa. Aziendalismo uguale cancellazione della rappresentanza intesa come espressione dell’autonomia della classe: le sanzioni in capo ai lavoratori agiscono su questo nodo fondamentale. Chi si azzarderà a fare il delegato, se non come espressione in primo luogo del sindacato esterno e garante, come ruolo, per i padroni degli accordi stipulati? Viene quindi negato nei luoghi di lavoro il diritto di coalizione dei lavoratori, sancito anche dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale sulla Fiat . Il problema non è tanto l’agibilità delle sigle sindacali, ma l’agibilità dei lavoratori: la loro libertà/diritto di associarsi/coalizzarsi. La blindatura fatta a favore delle organizzazioni firmatarie nega ,e questo è il punto maggiormente negativo, in prospettiva la possibilità per la classe di seguire una prassi di costruzione di altre forme organizzate se non a seguito di una rottura, prodotta dalla stessa classe, del quadro costituito. La delega al partito di riferimento PD, o meglio ad una sua componente, ha tentato illusoriamente di spostare la difesa della classe sul piano parlamentare. Anziché sostenere una propria posizione facendola assumere, la delega al partito politico di tutto (art.18, pensioni, mercato del lavoro, aumento della tassazione sui salari) ha portato alla sconfitta su tutti i fronti, lasciando la classe senza difese e quindi sotto tutti i ricatti. Il processo di deindustrializzazione lo dimostra: la scomposizione della classe risulta l’altro elemento che sembra chiudere il cerchio. Questo elemento, non solo italiano, è riscontrabile nello stato di crisi del sindacalismo del mondo occidentale, in particolare in EU e USA : il sindacato tedesco (DGB) ha perso oltre 2 milioni di iscritti. La riorganizzazione capitalista incide in modo pesante in tutte le realtà e disarma la classe, modificandola in funzione dei rapporti di forza fra le classi stesse. Si può certamente continuare a ragionare in termini di tradimento/incapacità dei dirigenti della CGIL che pure c’è, o dell'incapacità del sindacalismo di base, però risulta riduttivo e non porta lontano come possibilità di intervento. Bisogna pensare ad una fase di ricostruzione, perché il movimento operaio al quale abbiamo fatto riferimento e partecipato, quel movimento è oggi sconfitto e in fase di progressiva sostituzione. Si può pontificare sull’ adattamento del sindacato in ultima istanza ai processi del capitale. Sappiamo tutti che questa forma organizzata è per sua funzione e forma di tipo trade-unionista, per cui è inutile sovraccaricarla di contenuti. Ma rimane per la classe la necessità di organizzarsi sul terreno della propria rappresentanza di massa, ed è per questo che non da oggi parliamo di ricostruzione del sindacato a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, dai luoghi di lavoro e dai territori. gennaio 2014 Commissione Sindacale della Federazione dei Comunisti Anarchici

giovedì 5 dicembre 2013

ILVA E VIRGOLA di Sergio Bellavita

Nell'agosto del 2012 davanti alla pesante contestazione da parte di centinaia di lavoratori dell'Ilva di taranto del comizio di Cgil Cisl Uil, mi permisi di invitare ad una riflessione profonda il sindacato e a non sottovalutare quel segnale. Quell' invito venne liquidato da Landini, dalla segreteria di Taranto e dalla maggioranza del gruppo dirigente Fiom come un regalo a teppisti da stadio e delinquenti comuni e divenne parte del processo che di li a pochi mesi opero' la mia destituzione da segretario nazionale con la rottura della maggioranza congressuale che aveva retto la Fiom dal 2002. Si e' incaricato il voto degli operai Ilva della scorsa settimana di mostrare quale fosse la reale portata di quel segnale. Oggi gran parte del gruppo dirigente che ha gestito negli ultimi tre anni l'acciaieria di Taranto, a partire dal segretario Landini, ammette la sconfitta e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia per la fiom il risultato delle elezioni rsu all'Ilva di taranto non e' solo una semplice, per quanto dura, sconfitta in un rinnovo della rappresentanza sindacale di fabbrica. Non e' un infortunio, un evento che può essere circoscritto a un territorio o a un settore. Se per l'Usb e il sindacalismo di base il risultato dell'Ilva e' una vittoria senza precedenti nel settore metalmeccanico privato, per la Fiom e' il primo vero pesante crollo di consenso tra gli operai negli ultimi vent'anni e come tale ha un valore generale. Ciò accade a tre anni di distanza dal referendum di Mirafiori, da quel no della Fiom a Marchionne che, su Pomigliano e quella resistenza operaia, aveva costruito la straordinaria manifestazione del 16 ottobre 2010 conquistando un consenso tra i lavoratori che andava ben al di la' dei metalmeccanici. E' quindi in questi tre anni di storia sindacale e politica che vanno ricercate le ragioni di una debacle di tali dimensioni. La Fiom non e' sconfitta in quanto incompresa e persino contrastata da un sottoproletariato, anch'esso parte del sistema clientelare costruito dai Riva a suon di milioni di euro, che non ha riconosciuto la radicalità la e determinazione del sindacato, ipotesi a cui qualche dirigente allude. Un'idea alquanto bizzarra che auto assolve i gruppi dirigenti e che prevede come unica soluzione la sostituzione degli operai... La Fiom e' sconfitta perchè vissuta dai lavoratori come parte del palazzo,parte di un teatrino della politica ormai logoro e privo di ogni credibilità, specie quando il teatrino e' condito dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che palesano il consociativismo della sinistra politica e sociale cortigiana. Si paga il prezzo dell'accettazione della Fiom dei tanti provvedimenti dei governi a difesa degli interessi dei Riva contro i magistrati che, per l'acciaio e non solo, hanno derogato al diritto alla salute dei lavoratori e della popolazione consentendo di continuare a produrre,inquinare e uccidere. Dialoganti con i governi e i potentati ma durissimi nella gestione della vita interna all'organizzazione, sino al punto da cancellare, destituire parte di delegati e iscritti Fiom all'Ilva. In una vicenda certamente complessa, delicata e tutt'altro che trasparente che, ho gia' avuto modo di richiedere nelle sedi formali, andrebbe indagata con una commissione interna, allo scopo di rendere evidente, una volta per tutte, al comitato centrale della Fiom quanto accaduto a Taranto. Quello che sappiamo con certezza e' che c'e' stato un grande consenso dei lavoratori ai delegati cacciati dalla Fiom e oggi raccolti sotto le bandiere dell'Usb, un'organizzazione che nell'ultimo anno a Taranto ha sostenuto scioperi anche a oltranza,proteste e manifestazioni per il diritto alla salute, alla sicurezza,al lavoro, rivendicando l'esproprio ai Riva dell'Ilva senza demonizzare la questione del reddito. Quello che sappiamo con certezza e' che la parte cacciata e' stata considerata per anni il riferimento di fabbrica della Fiom, il volto barricadero all'Ilva che ha subito licenziamenti, provvedimenti disciplinari e mobbing da parte dell'azienda. Se questo e' il quadro, non e' difficile capire le ragioni del tracollo di consensi tra gli operai e il travaso di voti dalla Fiom all'Usb. Quando un'organizzazione si mostra cosi slegata dalla citta', cosi incapace di misurarsi con la inevitabile complessita' e contradditorieta' di quel rapporto citta' fabbrica, quando i proclami di un nuovo modello di sviluppo si infrangono sulle polveri di un'acciaieria il risultato e' certo. Proprio per questte ragioni il voto Ilva assume un carattere generale. In un quella che poteva essere una vertenza esemplare su salute,ambiente,diritto al lavoro e al reddito, contrasto alle politiche del Governo, nuovo intervento pubblico in economia, denuncia del malaffare padronale e del suo vasto sistema di corruzione la Fiom e' mancata clamorosamente o peggio e' apparsa complice. La sostanza e' che siamo di fronte al primo esplosivo segnale del mesto rientro della maggioranza del gruppo dirigente Fiom in quella normalità "confederale" che e' esattamente la negazione di 15 anni di battaglie dentro e fuori la Cgil. Anche chi non e' addentro ai tecnicismi sindacali comprende senza difficoltà che le parole e le azioni della Fiom di Genova 2001, dei 21 giorni di Melfi,delle lotte per il contratto nazionale, della battaglia contro il protocollo del welfare nel 2007, dell'alterita' alla deriva Cgil consacrata in due congressi su posizioni alternative e cementata da una pratica contrattuale coerente sono ben altra cosa di quelle che accompagnano l'abbraccio all'accordo del 28 giugno che accoglie le deroghe e di quello all'accordo del 31 maggio che cancella le libertà sindacali. I nodi prima o poi vengono al pettine. Il ripetuto utilizzo dell'orgoglio operaio del no a Pomigliano e Mirafiori di tre anni fa non paga più per la semplice ragione che parla di un ricordo appunto, non dell'attualità, non di una pratica che ancora tenta di rispondere alla condizione dei lavoratori in una fase difficilissima. Il ricordo di una radicalità e di una determinazione oggi sacrificata al pragmatismo, alla responsabilità ed al realismo rassegnato dei gruppi dirigenti. Con il voto Ilva e il rientro nella maggioranza Cgil al congresso si certifica la chiusura della lunga stagione Fiom che, dal 1996 al 2011, seppur in maniera contraddittoria, ha segnato la storia sindacale di questo paese impedendo la normalizzazione del quadro sindacale e la corporativizzazione del sistema puntando su democrazia,indipendenza e conflitto. Emendare il documento Camusso e' apporre una qualche virgola a un testo che rivendica la bonta' della propria linea sindacale di questi anni. Guarda caso quella che ha consentito la distruzione del sistema di protezione sociale senza colpo ferire. virgole significative certo, ma pur sempre virgole. Il sindacato e' un'altra cosa. [www.rete28aprile.it]

mercoledì 4 dicembre 2013

La Cgil alle primarie? No grazie! di Giorgio Cremaschi

La mail di sostegno a Cuperlo che gira nelle sedi dello SPI, il sindacato pensionati che organizza la metà di tutti gli iscritti alla CGIL, non è solo un goffo infortunio, ma un segno chiaro della crisi del primo sindacato italiano. La CGIL, per il bene suo e di chi rappresenta, farebbe bene tagliare il cordone ombelicale che lega i suoi gruppi dirigenti al PD. Come fa un leader della CGIL ad essere credibile nella critica all'austerità, quando ci sono questi legami con il principale partito dei governi dell'austerità? Il collateralismo con i partiti e i governi è sempre stato un male per il sindacato. Non a caso questo termine è stato inventato nella CISL, quella di una volta che sentiva il bisogno di allontanarsi dalla DC, non quella di oggi collaterale a tutto. Questa mail non è l'errore di qualche funzionario troppo solerte, ma la prova che anche in CGIL il rapporto con la politica oggi è malato e deve cambiare radicalmente. Certo che la CGIL deve fare politica, ma lo deve fare attraverso le sue piattaforme, le sue lotte, il suo punto di vista. Il sindacato fa politica partendo dai bisogni di chi rappresenta, ma i suoi dirigenti non fanno i politici. Cinquanta anni fa il dirigente sindacale che diventava improvvisamente assessore o parlamentare poteva anche rappresentare un successo dei lavoratori, oggi non è così. E a maggior ragione, oggi come ieri, il dirigente sindacale che diventa manager d'impresa fa pensare che questo nuovo incarico sia stato costruito mentre si esercitava il vecchio. L'indipendenza dei sindacalisti è oggi fondamentale e sono necessarie regole di trasparenza sul possibile conflitto di interessi tra dirigenti sindacali, partiti, imprese. Si potrebbe cominciare con una piccola semplice regola: i dirigenti della CGIL, dalla fine dell'incarico, non possono passare a direzioni aziendali pubbliche o private per cinque anni e non possono entrare nelle istituzioni politiche per almeno un anno. Altrimenti pagano forti penali al sindacato che danneggiano. Perché deve essere chiaro che il primo danneggiato dalla scarsa autonomia dei dirigenti sindacali è il sindacato stesso. Questa misura non impedirebbe certo che i dirigenti della CGIL tornino in un posto di lavoro o facciano militanza nei partiti, semplicemente eviterebbe che si usi il sindacato per altre carriere. Questo però non basta perché tutti questi episodi di collateralismo e di conflitto di interessi non possono essere affrontati solo con l'appello alla autoriforma sindacale. Si sa come vanno le cose quando si chiede alle burocrazie di cambiarsi da sole. Per questo è urgente una legge che affronti il tema della rappresentanza e della democrazia sindacale. Così come va cancellato il finanziamento pubblico dei partiti, così i sindacati devono vivere solo con le tessere volontarie e rinnovabili degli iscritti. E basta. I lavoratori in libere elezioni debbono poter scegliere chi li rappresenta senza privilegi per nessuno e gli accordi vanno approvato per referendum dagli interessati. Tre semplici regole che a parole nessuno osteggia, ma che nella pratica non si sono mai realizzate. Mai come in questo momenti di crisi il mondo del lavoro ha bisogno di un sindacalismo forte e indipendente dai conflitti di interesse. PS: Queste semplici proposte sono contenute nel documento di minoranza che abbiamo presentato al congresso CGIL., che significativamente si intitola " Il sindacato è un'altra cosa". Il documento di maggioranza, sostenuto da tutto il gruppo dirigente, da Susanna Camusso a Maurizio Landini, ignora completamente il tema. [www.rete28aprile.it]

venerdì 29 novembre 2013

25.11.2013 - "Il sindacato è un'altra cosa. E la Cgil ha fatto un'altra scelta". Intervista a Giorgio Cremaschi

tratto da: www.controlacrisi.org “Il sindacato è un’altra cosa”. Si chiama così il documento alternativo con il quale la Rete 28 aprile andrà al congresso della Cgil. Un titolo che racconta abbastanza bene l’elemento di rottura che Giorgio Cremaschi vuole introdurre. Cremaschi è il leader di quella che per forza di cose deve essere considerata un’area programmatica a tutti gli effetti, visto che “La Cgil che vogliamo”, che prima la racchiudeva, ha deciso di aderire al documento della maggioranza. Quindi, con il suo 3% al direttivo, il piccolo drappello di sindacalisti dissidenti, tra cui, oltre a Cremaschi, figurano Maurizio Scarpa, Franca Peroni, Fabrizio Burattini, Francesco De Simone, Eva Mamini, cercherà di dare battaglia. Oggi si terrà a Roma l'assemblea nazionale della Rete 28 aprile. Controlacrisi ha intervistato Giorgio Cremaschi. (...) Sarà un compito arduo coprire una reale battaglia congressuale nelle assemblee dei posti di lavoro. Sì certo, ma lanceremo un messaggio preciso ai lavoratori, ovvero che questo sindacato non serve a niente, per questo abbiamo chiamato il documento “il sindacato è un’altra cosa”. Insomma, organizzeremo la mobilitazione dei delegati nei congressi della Cgil per palesare la contraddizione reale della Cgil che ormai possiamo considerare una appendice dei palazzi, da una parte, e di Cisl e Uil dall’altra. Così è un sindacato che non serve a niente. Non serve ai lavoratori se non rompe con la politica e con Confindustria. Lo abbiamo visto con lo sciopero in questi giorni. I lavoratori hanno detto no a uno sciopero finto, mentre quando lo sciopero è vero come a Genova, l’adesione è stata fortissima. Il problema, però, sembra essere più profondo. Il congresso poteva essere l’occasione per discutere. C’è ben poco da discutere se il documento di maggioranza è in realtà un documento delle larghe intese. Appunto, questo è un danno per la Cgil perché trasforma un congresso di una fase di crisi del sindacato in qualcosa in cui compare una unità di facciata e poi nei corridoi i gruppi dirigenti si scannano. Oltre a questa critica feroce, nel vostro documento ci sono anche proposte? Ce ne sono tante di proposte, a cominciare da quella di autoriforma interna per impedire, se non dopo una pausa di almeno cinque anni, che un sindacalista che lascia il sindacato finsica subito in qualche consiglio di amministrazione. Per la politica il termine è di un solo anno. Poi proponiamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che è cosa ben diversa dal contratto di solidarietà, e il salario minimo orario a dieci euro perché bisogna dire basta alla povertà dei lavoratori. C’è in questo un giudizio negativo esplicito sulla contrattazione che di fatto ha ridotto i lavoratori sul lastrico. Sarebbe meglio che il sindacato non firmasse più niente. E poi diciamo di rompere con l'Europa e di reintrodurre i due traguardi di sessanta e quarantanni per la previdenza. Parlavi dell’autoriforma… Serve una riforma radicale e democratica del sindacato, nel senso che ci deve essere una piena democrazia sindacale. I due accordi del 28 giugno e del 31 maggio non vanno bene e va ritira tata la firma. Vanno poi aboliti gli enti bilaterali. Questa sinistra sindacale che si forma quando Camusso prende in mano la Cgil e poi si divide in quello che sarà il congresso di conferma… Sono esterefatto dall’atteggiamento di Landini. Prima fa il radicale nell’intervista su Repubblica e poi il giorno dopo fa l’accordo con Susanna Camusso. Ripeto, il documento delle larghe intese è un danno per la Cgil.

martedì 22 ottobre 2013

Appello di delegate e delegati, lavoratori e pensionati per un documento alternativo al prossimo congresso della Cgil.

per conoscenza dalla Rete28Aprile ****************************************************************************** Appello di delegate e delegati, lavoratori e pensionati per un documento alternativo al prossimo congresso della Cgil. OPPONIAMOCI AL GOVERNO DELL’AUSTERITA' RIPRENDIAMOCI LA CGIL! PER UN SINDACATO DEMOCRATICO E DI CLASSE La crisi e vent'anni di politiche liberiste basate sull'austerità e sull'Europa della finanza e del grande capitale hanno drasticamente peggiorato le condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. In questi anni di crisi, utilizzando la disoccupazione di massa come arma di ricatto, i governi che si sono succeduti hanno distrutto diritti, impoverito salari, pensioni e stato sociale, spesso con le complicità di Cisl e Uil e anche della dirigenza Cgil che, con la manifesta perdita di autonomia verso i governi sostenuti dal PD, non è stata in grado di frenare questa deriva. Per questo, serve oggi un'altra Cgil. Una Cgil che proponga un modello alternativo a quello europeo della Troika e della spendig review e che si opponga alle ristrutturazioni e alle chiusure delle fabbriche, anche avendo il coraggio di proporre politiche di nazionalizzazione! Il sistema pensionistico pubblico è stato massacrato da innumerevoli controriforme. L'ultima, quella della Fornero, ha di fatto cancellato le pensioni di anzianità. I sindacati confederali, con solo 3 ore di sciopero, non hanno nemmeno provato a opporsi. Gli ammortizzatori sociali sono diventati un'elemosina,è stata distrutta ogni relazione tra essi e il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Lo stato sociale è ormai ridotto ai minimi termini, la scuola, la sanità e tutti i servizi pubblici subiscono tagli sempre più pesanti. Il salario non basta più, la povertà si estende anche tra chi lavora e le disuguaglianze tra lavoro e profitto aumentano sempre di più. Dall'abolizione della scala mobile, il salario della contrattazione nazionale ha sempre perso rispetto all'inflazione e la tanto fantasticata contrattazione aziendale non è stata in nessun modo in grado di redistribuire i profitti. Il blocco degli stipendi nel settore pubblico per cinque anni è il segno più eloquente di questo sistema. La precarietà è dilagata in tutto il mondo del lavoro e i diritti stanno diventando un ricordo del passato. La brutale manomissione dell’articolo 18 da parte del governo Monti - cui la dirigenza Cgil non si è opposta come aveva promesso - perdendo di autonomia e accettando di fatto gran parte della linea politica del PD - ha gravemente compromesso i rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Il contratto nazionale viene smantellato pezzo per pezzo e la contrattazione, soprattutto quella aziendale, finisce spesso per essere “di restituzione”, ovvero uno strumento in mano alle aziende per rendere più flessibile e prolungare l'orario, per diminuire il salario, per annullare i diritti. Insomma, per aumentare lo sfruttamento. A questo serve il gravissimo patto Cgil Cisl Uil e Confindustria sulla rappresentanza, che, ratificando il concetto che chi non accetta un accordo è di fatto escluso dalle agibilità sindacali, lega la rappresentanza sindacale alla rinuncia al conflitto e, concedendo alle imprese l'esigibilità dei contratti, accetta in pieno il “sistema Marchionne”. Cosa hanno fatto i sindacati confederali per difendere il mondo del lavoro da questi attacchi? Cisl e Uil sono via via diventate complici a tutti gli effetti del sistema padronale, mutando quasi geneticamente la natura sindacale delle loro organizzazioni. Ma cosa ha fatto la dirigenza della Cgil negli ultimi anni per segnare la differenza e reggere sul terreno dei diritti e della democrazia? Troppo spesso, non ha fatto abbastanza. E troppo spesso non perché ha perso delle battaglie, ma perché non le ha nemmeno combattute, dando partita vinta a governo e padronato prima ancora di provare a resistere, in nome di una compatibilità al sistema in cui chi ha duramente pagato sono sempre stati i lavoratori e i pensionati. Un sindacato così non ci serve: sta diventando una casta di burocrati - tra attivi e pensionati - spesso utilizzata come strumento di sostegno di partiti e progetti politici che non hanno più niente a che vedere con gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, dei pensionati e delle pensionate. Eppure mai come adesso c'è bisogno di SINDACATO! Ma occorre che la CGIL cambi radicalmente e subito! Altrimenti con il governo delle larghe intese passeranno altre controriforme anti-operaie e anti-popolari e anche il patrimonio storico rappresentato dalla Cgil e dalle sue categorie verrà disperso, riducendo il sindacato da un fondamentale strumento di conflitto, democrazia e tutela dei diritti in un “ente inutile” in grado soltanto di erogare servizi. Noi siamo delegate e delegati, pensionate e pensionati appartenenti a varie sensibilità all'interno della Cgil. In questi anni, abbiamo mantenuto il dissenso e la opposizione alla deriva di un gruppo dirigente della Cgil che ha scelto di non lottare contro le politiche europee di austerità e di ricostruire a tutti i costi l'unità con Cisl e Uil e la concertazione con la Confindustria. Non è accettabile che nel momento peggiore da decine e decine di anni, le lavoratrici e i lavoratori, i precari e i disoccupati, le pensionate e i pensionati, siano rappresentati dalla peggiore direzione sindacale. A tutto questo bisogna reagire e non rassegnarsi. Per cambiare la CGIL serve una netta rottura con la politica della concertazione e con le consuetudini dell’apparato burocratico. Bisogna rilanciare il conflitto e la lotta e costruire le basi per una piattaforma rivendicativa basata sulla vera urgenza del paese, cioè le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionate e dei pensionati. La nostre priorità sono i diritti, la democrazia, la partecipazione dei lavoratori e la loro votazione su piattaforme, accordi e contratti, l'aumento dei salari e la riduzione dell'età pensionabile, la riduzione dell'orario di lavoro e la redistribuzione del lavoro, la lotta alla precarietà, la riconquista del contratto nazionale e l'art.18 per tutte e tutti e la difesa di uno stato sociale pubblico e partecipato. Il prossimo congresso della Cgil sarà l'occasione per tentare di far valere queste priorità, proponendo un'idea radicalmente alternativa di quello che pensiamo che la Cgil dovrebbe essere, di come dovrebbe funzionare e di quali dovrebbero essere le sue parole d'ordine. Per questo crediamo sia utile che delegate e delegati, iscritte e le iscritti provino a riprendersi la Cgil e mettano in discussione quella larga parte di dirigenza che ha preso le sembianze di una casta burocratica. Facciamo appello a tutte e tutti coloro che non accettano l'attuale linea della Cgil affinché si attivino per condividere un percorso dal basso di cambiamento e produrre un documento congressuale alternativo per sostenere la necessità della svolta. Per aderire riprendiamocilacgil@tiscali.it Cell. 3400884260

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)