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martedì 9 maggio 2017

1937 – 2017: A OTTANTA ANNI DAI BOMBARDAMENTI DI DURANGO E GERNIKA

Sono passato ormai ottanta anni dal bombardamento di Gernika, universalmente noto, opera dell'aviazione nazista tedesca.
Meno noti (o meglio: elegantemente rimossi) analoghi devastanti bombardamenti sulla popolazione civile operati dall'aviazione fascista italiana durante la Guerra civile spagnola. Per non dimenticare.

Gianni Sartori














Come ogni anno nel giorno di Pasqua migliaia di baschi parteciperanno all’Aberri Eguna
(Giorno della Patria Basca) inalberando striscioni e ikurrinas (bandiere basche). Risale al
1964 la prima celebrazione dell’Aberri Eguna in Hegoalde (Paese basco sotto
amministrazione spagnola) durante la dittatura franchista. Non casualmente si svolse a
Gernika, la cittadina bombardata nell'aprile 1937, 80 anni fa. Mentre è ormai
universalmente conosciuta la responsabilità dell'aviazione nazista, è meno noto che al
mitragliamento partecipò anche l'aviazione italiana con i Savoia-Marchetti. Quasi
sconosciuto poi il ruolo italiano nel bombardamento, propedeutico a quello di Gernika, di
Durango (cittadina di Bizkaia) del 31 marzo 1937.
E' di questi giorni la notizia che la Agrupacion Cultural Gerediaga ha sporto querela per crimini di guerra nei confronti dei piloti e degli equipaggi, finalmente identificati (44 su 45) con nome e cognome, responsabili dell'attacco condotto con tre bombardieri italiani contro Durango. Attacco che causò la morte di 336 persone. Inizialmente i bombardieri erano quattro, ma uno fu costretto a rientrare alla base di Soria per avaria. Ogni aereo portava un carico di 20 bombe da 50 chili l'una e altre 4 bombe incendiarie di 20 chili. Una decina di aerei caccia erano incaricati di scortarli e tra un bombardamento e l'altro si dedicarono al mitragliamento della popolazione civile.
Alla richiesta di una condanna, per quanto tardiva, si è associata anche l'Ayuntamiento di Durango. La sindachessa di Durango, Aitziber Irigoras, si augura che “con tutte queste informazioni raccolte sia possibile che la nostra denuncia venga accolta”.
Una curiosità. Aitziber Irigoras ha riferito che sono stati scoperti anche gli pseudonimi adottati dai piloti, in quanto ufficialmente l'Italia non partecipava alla Guerra civile tra i fascisti di Franco e i Repubblicani.
All'identificazione dei responsabili si è giunti dopo una approfondita ricerca d'archivio ( (sia nell'Archivo General e Historico del Aire di Madrid, sia nell'Archivio dello Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare Italiana di Roma). Dalle ricerche è emerso che l'Italia partecipò alla Guerra civile spagnola con 70 aerei dell'Aviazione legionaria, mentre la Germania nazista fornì 80 aerei della Legione Condor. Durango non era un obiettivo militare e l'unico scopo era quello di colpire e terrorizzare la popolazione civile. Molte delle vittime stavano assistendo alla prima messa del mattino e non ebbero scampo. L'attacco si svolse in tre fasi successive, il primo alle otto del mattino, i due successivi nel pomeriggio. Analogamente a quanto avvenne nei Paesi baschi, molti obiettivi civili vennero colpiti dall’aviazione al servizio dei franchisti anche in Catalunya. Oltre a Granollers (da allora conosciuta come la “piccola Gernika), aerei fascisti italiani bombardarono ripetutamente la Rosa de foc (Barcellona) provocando più di tremila morti tra i civili. Anche Barcellona come Durango aveva sporto querela contro l'Aviazione italiana per questi crimini di guerra. Crimini su cui la nostra opinione pubblica ha sempre steso il velo, poco pietoso, del solito luogo comune degli “Italiani, brava gente”.

GERNIKA, SIMBOLO DELL'INDIPENDENZA BASCA

Grazie anche alla nota opera del pittore Picasso, è invece relativamente nota la data del 26 aprile 1937.*

Quel giorno l’aviazione nazista, alleata di Franco, radeva al suolo la città di Gernika,
depositaria dei Fueros tradizionali e simbolo dell’indipendenza. Ricordo che Gernika e Durango non furono le uniche località basche a subire i bombardamenti dei golpisti del 18 luglio 1936. Anche Elgueta venne devastata dall'aviazione di Mussolini.
Gli aerei italiani (Savoia-Marchetti) si resero responsabili del mitragliamento sulla piazza del mercato di Gernika. Poi intervennero Junker e Heinkel per uno dei primi bombardamenti a tappetto su un obiettivo civile della Storia. Come ricorderà Goering al processo di Norimberga “raccomandai al Fuhrer di appoggiare Franco in ogni modo per avere la possibilità di provare la mia giovane Luftwaffe dal punto di vista tecnico”. Fu un vero e proprio esperimento, la prova generale per la Seconda Guerra Mondiale. I rapporti tra il generale Franco e lo stato maggiore nazista (come del resto i rapporti tra i monarchici spagnoli e i fascisti italiani) risalivano a prima del 18 luglio 1936, consolidandosi ulteriormente al momento della ribellione contro il legittimo governo repubblicano. Già il 22 luglio il capitano Francisco Arranz partì con una lettera personale di Franco per Hitler, in compagnia dell’esponente nazista Adolfo Langenheim, e dell’industriale tedesco Johannes Berhardi (dirigente della sezione economica dell’Ufficio Affari Esteri, Auslandorganisation). Giunsero a Berlino il 25 luglio e, grazie all’appoggio dell’ammiraglio Canaris, le loro richieste vennero accolte, nonostante l’indecisione del ministro degli Esteri Neurath.
Più ancora di quello di Canaris, risultò decisivo l’appoggio di Herman Goering, capo della Luftwaffe. Le popolazioni insorte della penisola iberica diventarono agli occhi dei gerarchi nazisti le indispensabili cavie per i loro piani di riarmo. Non fu quindi un caso che a essere bombardate in modo così indiscriminato siano state soprattutto città basche e catalane. Una conferma che Euskal Herria e Paisos Catalans venivano considerati da Franco e dalle oligarchie spagnole alla stregua di colonie interne. Al ministero della guerra tedesco venne creata una sezione speciale (COS “V”) per reclutare uomini ufficialmente volontari e per inviare materiale bellico in Spagna. Il primo invio consistette in trenta aerei da trasporto Junker. Seguirono truppe specializzate, aerei, carri armati. In cambio, oltre agli esperimenti che interessavano a Goering, gli industriali tedeschi (tra cui Willi Messerschmidt) ottenero precise garanzie economiche. Il 6 novembre 1936, per ordine di Hitler, venne costituito a Siviglia la Legione Condor, al comando del generale Von Sperre. Si trattava di 6500 uomini, appoggiati da aerei da caccia, da bombardieri e da compagnie corazzate. Successivamente entrò a far parte della Condor anche il gruppo Mare del Nord che operava a bordo di due corazzate. La Condor si distinse per i suoi interventi spietati sia al fronte che nelle retrovie, in operazioni dette di “limpieza” (pulizia), una tecnica qui sperimentata e destinata ai noti successivi sviluppi nell’Europa occupata dai nazisti.
Il ruolo maggiore lo svolse l’aviazione, ottemperando in pieno all’obiettivo fissato da Goering: addestrare i piloti e testare l’efficienza degli aeroplani. Le missioni svolte sulla penisola iberica costituirono l’anticipo di tutti quei bombardamenti indiscriminati che pochi anni dopo avrebbero distrutto tante città europee. All’epoca mitragliare e bombardare città indifese (ancora sprovviste di contraerea) e popolazioni civili inermi comportava ben pochi rischi. Guernika (Gernika in lingua basca), cittadina a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao, non aveva più di sette-ottomila abitanti (oggi poco più che raddoppiati), costituiva un piccolo centro apparentemente insignificante. Eppure questa città, da secoli, è il simbolo delle tradizioni basche, puntigliosamente difese all’epoca delle guerre carliste. Già nel medioevo, sotto il suo famoso rovere millenario, si riunivano i rappresentanti dei diversi paesi per decidere le sorti politiche della nazione basca e perfino i re spagnoli qui avevano dovuto giurare di rispettare leggi e consuetudini locali, i Fueros. Da questo punto di vista, il bombardamento acquistava tutte le caratteristiche di una rappresaglia contro quelle che i franchisti chiamarono le “province ribelli” (Bizkaia, Gipuzkoa, Araba). Lunedì 26 aprile 1937 alle quattro e mezzo del pomeriggio, giorno di mercato, le campane suonarono annunciando l’arrivo di uno stormo di aerei. Gli Heinkel 111 apparvero alle cinque meno venti, bombardando e mitragliando sulle strade. E secondo lo storico Claudio Venza (Università di Trieste) al mitragliamento presero parte anche aerei italiani. Di seguito altri aerei, Junker 52. La popolazione che cercava di mettersi in salvo nei campi e nei boschi venne ulteriormente mitragliata. Fino alle otto meno un quarto, ogni venti minuti si succedettero ondate di aerei che scaricavano anche bombe superiori ai cinque quintali. La città risultò completamente devastata e incendiata. Per lo storico HughTomas quel giorno morirono 1654 persone e 889 rimasero gravemente ferite. Cifre inferiori riportate da altri fonti si riferivano ai solo abitanti di Gernika, senza aver calcolato che molte delle vittime provenivano dalle località vicine.
Miracolosamente, il palazzo sede del parlamento basco e la Quercia restarono illesi. Tali avvenimenti vennero confermati da tutti i testimoni oculari, sindaco compreso, dal governo basco e da tutte le formazioni politiche repubblicane. Vennero raccontate nei dettagli dai corrispondenti del Times, del Daily Telegraph, della Reuter, di Star, di France Soir e del Daily Express che visitarono immediatamente il luogo (molti la sera stessa) e raccolsero frammenti di bombe di fabbricazione tedesca. La propaganda fascista ha poi sostenuto per anni che a distrugger Gernika sarebbero stati gli stessi baschi per screditare Franco. Fino a qualche anno fa (il celebre quadro di Picasso era già stato trasferito in Spagna dal Moma newyorchese) la vera storia di Gernika era ancora ignorata da molti spagnoli. In molti libri di Storia (come in quelli di Manuel Aznar, storico ufficiale del regime e amico personale di Franco) si sosteneva che se non erano stati proprio i baschi, in alternativa, i responsabili andavano individuati in un battaglione di minatori repubblicani delle Asturie. Nel 1987 alle cerimonie per il cinquantenario avevano preso parte anche due deputati tedeschi, i Verdi Petra Kelly e Gert Bastian, destinati a morire pochi mesi dopo in circostanze misteriose**. La loro presenza esprimeva sia una volontà di riconciliazione, sia l’ammissione della colpa da parte dei tedeschi. Attualmente Gernika è gemellata con la città tedesca di Pforzeim il cui centro storico venne distrutto per l’80% dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.
Gianni Sartori

*nota 1: Altra data ricordata dal popolo basco è quella della caduta di Irunea (Pamplona) il 21 luglio.
Nel febbraio 1512 con una bolla pontificia di Giulio II venivano scomunicati i “Baschi cantabrici” (peraltro cattolicissimi) e cancellati i diritti di Caterina de Foix e Juan de Albret, legittimi sovrani della Navarra. Premessa indispensabile per l’invasione da parte delle truppe spagnole. Dopo un lungo assedio, Irunea capitolerà il 21 luglio 1512. Il cardinale Cisneros che dal 1499 aveva condotto una campagna di conversioni forzate a Granada, venne incaricato di reprimere e uniformare ogni possibile dissenso, sia religioso che politico. L’Inquisizione ebbe mano libera e procedette all’eliminazione fisica, oltre che di eretici, presunte streghe e minoranze etnico-religiose, di tutti quei nobili ed esponenti delle élites intellettuali che non intendevano sottomettersi al nuovo ordine. Non era un caso che una delle formazione della sinistra indipendentista, sorte dopo l’illegalizzazione di Herri Batasuna prima e di Batasuna poi, si fosse data il nome di Amaiur, la fortificazione dove i nobili di Navarra si riunirono per l’estrema resistenza e ultimo caposaldo a cadere in mano all’esercito castigliano.
Invece il 27 settembre si celebra il Gudari Eguna (“Giorno del combattente basco”) in memoria del Txiki e di Otaegi, due etarras fucilati nel 1975 dal regime franchista già agonizzante.

** nota 2: Anche Dulcie Septembre, rappresentante dell’ANC in Francia, venne assassinata dai servizi segreti sudafricani dopo aver partecipato ad una manifestazione indetta da Herri Batasuna a Gernika.





sabato 29 aprile 2017

VELENI A NORD-EST

UN AMARO AMARCORD TRA I MIASMI INQUINANTI DEL NORD-EST , RICORDI DI UN'EPOCA IN CUI, FORSE, SI POTEVA ANCORA IMPEDIRE LA CATASTROFE AMBIENTALE, STRISCIANTE O DILAGANTE...














SI SCRIVE MITENI, SI LEGGE RIMAR

(Gianni Sartori)

Avvertenza: questo non è, assolutamente, un articolo di informazione sull'inquinamento da PFASS che sta impregnando le acque e i corpi del Veneto. Soltanto un necrologio, un amaro amarcord condito di qualche considerazione su come funziona il capitalismo, quello del nord-est in particolare. Per gli aspetti tecnici potete attingere alle puntuali denunce pubblicate da qualche anno a questa parte su Quaderni Vicentini. In tempi non sospetti, quando invece un noto quotidiano locale ignorava o minimizzava la grave situazione che si andava delineando.
Non è nemmeno un invito a intervenire per rimediare. Da tempo ho la convinzione che cercare di fermare il degrado ambientale sia quasi impossibile. Nel Veneto senza “quasi”. Qui la catastrofe è ormai completa, per quanto subdola e inavvertita. Il territorio veneto e ancor più quello vicentino (un'autentica “poltiglia urbana diffusa” da manuale) hanno raggiunto livelli di contaminazione e cementificazione tali che soltanto un'apocalisse di ampia portata potrebbe, forse, porvi rimedio. Ripristinando in parte quell'ordine naturale che oggi come oggi appare irrimediabilmente stravolto.

Prendiamo atto comunque che se pur molto tardivamente, la questione PFASS ha assunto rilevanza non solo locale ma anche regionale (vedi la richiesta di analizzare l'acqua “potabile” nelle scuole in provincia di Rovigo). Ma per quanto riguarda la “sfilata degli ipocriti” (i sindaci vicentini che hanno manifestato a Lonigo contro l'inquinamento da PFASS) direi che si commenta da sola. Dov'erano le istituzioni in tutti questi decenni (almeno 4, dagli anni settanta) mentre la RIMAR prima e la MITENI (cambia il nome, ma l'azienda fisicamente è sempre la stessa) poi versavano schifezze direttamente nelle nostre acque e indirettamente nel nostro sangue?
Solo una facile “profezia”. E' probabile che tra una decina d'anni altri sindaci sfileranno nel Basso Vicentino (magari, azzardo, in quel di Albettone, uno dei tratti più riempiti da scarti di fonderia e altre schifezze) per esprimere una tardiva e altrettanto ipocrita indignazione per l'inquinamento prodotto dai rifiuti tossici (metalli pesanti) ammucchiati a tonnellate sotto la A31.
Non dovendo preoccuparmi di fornire numeri e dati sull'inquinamento prodotto dalla exRimar, ora Miteni (ampiamente disponibili in rete), attingo a qualche ricordo personale*riesumando speranze e delusioni di quando, ormai 40 anni fa, forse si sarebbe ancora potuto arginare la marea tossica non più strisciante, ma ora dilagante.

Un accenno soltanto all'apprezzabile richiesta (per quanto simbolica e fuori tempo massimo, a mio avviso) avanzata da qualche oppositore di “parametri certi sulla soglia di inquinanti presenti nelle acque con cui si abbeverano gli animali e si irrigano i campi, così come è doveroso da parte del Governo dare una risposta immediata per fare fronte alla crisi che per ovvie ragioni rischia di precipitare su chi lavora di agricoltura, soprattutto considerando il fatto che l’inquinamento da Pfass ha contaminato anche la catena alimentare, come risulta da una serie di prime analisi effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità in alcune zone del Veneto. Sia sul siero umano che su alcuni alimenti come uova e pesci emerge infatti la presenza di contaminazione, come abbiamo sottolineato in una risoluzione indirizzata al Governo a dicembre.”

Una presa di posizione modesta, scontata, ma sempre meglio che niente.
D'altra parte: l'avete voluto il capitalismo? E allora godetevelo, cazzo!

AMARCORD
Metà anni settanta. Qualche anno prima avevo (coerentemente o sconsideratamente...non l'ho ancora capito) rinunciato al posto statale da insegnante elementare, pur avendo vinto il concorso. La scelta (comunque sofferta per un giovane proletario figlio di proletari, con scarse alternative) veniva dopo aver scoperto che l'assunzione comportava un giuramento (allo Stato delle stragi? Mai!). Ero quindi tornato allo scaricamento e stivaggio di camion alla Domenichelli, in notturna, alternando con saltuari lavori da operaio (tra le altre, la Veneta-Piombo di Alte-Ceccato: tutta salute!).
Finendo poi inchiodato per qualche anno alla fresa, nel “retrobottega” di una microazienda artigiana con orari prolungati.
Fu durante un breve periodo di transizione di circa 20 giorni (transitavo da operaio in una microazienda a commesso in una libreria) che tornai a scaricare con una delle due o tre famigerate “cooperative” **di facchinaggio esistenti in città. Questo mi consentiva, paradossalmente, di staccare dal lavoro in orari decenti (tra le cinque e le sei di sera), mentre prima in genere finivo verso le 19,30-20. Una possibilità per frequentare Radio Vicenza, all'epoca gestita da amici e compagni di area libertaria, in particolare Rino Refosco e Rosy. Doveva essere la fine del 1976 , mi pare. Lo deduco dal fatto che quasi ogni sera qualcuno dedicava una canzone (in particolare “Ma chi ha detto che non c'è?” di Manfredi) al compagno Claudio Muraro da poco arrestato (nel 1976) e ancora detenuto a Vicenza, prima di finire nel “circuito dei camosci” delle carceri speciali (a Pianosa, mi pare).
Dalla radio veniva denunciata con ostinazione la recente scoperta che la RIMAR (“Ricerche-Marzotto”) scaricava fetide sostanze nelle acque correnti dell'Alto Vicentino. In particolare quelle della Poscola, un nome a cui ero sentimentalmente legato. Nasceva infatti dall'omonima grotta situata a Priabona, un “aperitivo” prima del Buso della Rana.
Denuncia dopo denuncia, non mancarono velati consigli di “lasciar perdere, non mettersi contro qualcuno troppo grande per voi...”. Se non vere e proprie minacce, quasi.
Tutto qui, per quanto mi riguarda. Tornai quindi ai miei soliti orari e le mie frequentazioni calarono sensibilmente (o forse per scazzi personali e comunque “avevo altro da fare”).

E pensare che in anni non sospetti avevo avuto anche modo di visitarla, la RIMAR intendo. Doveva essere verso la fine del 1967 o l'inizio del 1968, sicuramente prima del 19 aprile e della storica rivolta operaia (a cui, casualmente, mi capitò di assistere, ma ve lo racconto un'altra volta, magari per il 50°) con abbattimento della statua del feudatario locale.
Mi capitava allora di andare qualche pomeriggio a Valdagno in autostop per frequentare la piscina comunale aperta in periodo invernale. Un tardo pomeriggio stavo giusto rientrando a Vicenza quando un macchinone si fermò in risposta al mio pollice levato. Salgo e il signore dopo un po' si presenta. Era uno dei fratelli Marzotto, nientemeno. Evidentemente metteva in pratica i principi paternalistici su cui si fondava la dinastia.
Il clima doveva già aver cominciato a surriscaldarsi (quello sociale, non si parlava ancora dei cambiamenti climatici) perché il borghese che gentilmente si prestava a farmi da autista commentò alcuni recenti episodi di contestazione al consumismo sostenendo (vado a memoria, sono passati 50 anni) che per la “felicità” della gente era indispensabile che tutti potessero godere di auto, frigoriferi e lavatrici. Poi, caso mai, si poteva pensare...non ricordo a cosa, sinceramente.
Dato che non dovevo sembrare molto convinto di questo elogio della merce, mi propose una visita alla sua fabbrica d'avanguardia che sorgeva lungo il percorso. Fu così che mi affidò a un tecnico per una visita guidata della RIMAR. Poco convinto il tecnico, poco convinto anch'io che temevo di non trovare un altro passaggio prima di notte, la visita fu alquanto frettolosa e mi rimase soltanto la sensazione di un leggero bruciore alle mucose respiratorie. Per chi non è del posto, segnalo che la già denominata Rimar oggi si chiama Miteni, dopo aver cambiato due-tre volte nome, consiglio di amministrazione e in parte proprietà.
Tutto qui.Ricordo solo che un'altra volta presi un passaggio dall'altro Marzotto, il fratello in politica nel PLI. Evidentemente ci tenevano a mostrarsi generosi con le masse popolari appiedate.
Ma dopo il 19 aprile le cose cambiarono, evidentemente e non mi capitò più l'onore di un autista chiamato Marzotto. In compenso, nel febbraio 1969 (all'epoca dell'occupazione della fabbrica) tornai a Vicenza con la grandissima compagna, partigiana e giornalista dell'Unità, Tina Merlin (ma questa è un'altra storia).

Gianni Sartori

* nota 1: “Preserva i tuoi ricordi, è tutto quello che ti resta” P. Simon (cito a memoria)

** nota 2 : “famigerate” perché, come scoprii a mie spese, oltre a praticare una forma mascherata di caporalato, non versavano mai alcun contributo, nonostante richiedessero la consegna del libretto di lavoro. Perché? In caso di incidente potevano sempre dire di averti assunto proprio quel giorno e di non aver ancora compilato le “carte”.
Una nota polemica anche per alcuni “compagni”. Ricordo benissimo che per gli amici di Potere Operaio la mia scelta era stata classificata da “lumpenproletariat”. Detto da loro, di estrazione medio e piccolo-borghese pareva un complimento. Questo nella prima metà degli anni settanta. Dopo, nella seconda metà dei settanta, quando erano già diventati quelli di AutOp, le cose cambiarono con la scoperta dell'”operaio sociale”. Addirittura a Scienze Politiche di Padova si organizzarono corsi e seminari sulle cooperative di facchinaggio. Ma non ne ricordo uno che fosse uno di costoro (devo far nomi?) che sia venuto una sola volta a scaricare camion. Avevo invece condiviso spesso tali attività ricreative con il già citato compagno anarchico Claudio Muraro (fratello della filosofa Luisa Muraro, quella dell'Erba Voglio e della Signora del gioco) sia alla Domenichelli che alla Olimpico-traslochi. 

 RIPRESO da http://www.anarkismo.net/article/30209

APPARSO anche su  http://www.ilpopoloveneto.it/rubriche/finis-terrae/2017/04/27/38191-si-scrive-miteni-si-legge-rimar

lunedì 31 agosto 2015

LA LOTTA DEI KURDI E' PER L'UMANITA'

Dopo i recenti attacchi dell'esercito turco contro i villaggi curdi e la violenza sulle popolazioni, un'analisi sulle vere implicazioni delle azioni militari di Ankara. Uno sguardo sulla tacita accondiscenda dell'Europa nei confronti del terrore di stato operato dalla Turchia e sulle esperienze di autogoverno in atto nei territori curdi. LA LOTTA DEI KURDI E' PER L'UMANITA' Intervista con l'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI-Onlus) (Gianni Sartori) 1) In qualche modo l'apparizione dell'ISIS (a cui la Resistenza curda ha saputo opporsi adeguatamente) è legata ad alcune delle Primavere Arabe (v. Siria, Libia...) sorte intorno al 2010. Quello che venne descritto come un “risorgimento” della società civile ha subito una innegabile involuzione. Una vostra opinione in proposito. Le Primavere Arabe, in generale, erano rivolte popolari: autentici simboli della ricerca di libertà, democrazia e giustizia dei popoli. I leader di tali movimenti, però, non avevano un obiettivo comune, né un progetto concreto per il futuro. Guardavano a tali rivolte solo come uno strumento per ottenere un cambio di potere. Ciò ha messo in discussione anche l'appoggio popolare: quando il popolo si è reso conto della situazione, si è tirato indietro. Un altro aspetto da considerare è la violenza: quando essa è entrata in gioco, tutto è cambiato, perché sia i regimi dittatoriali che altri stati coinvolti hanno cercato di usarla a proprio favore. I kurdi, al contrario, hanno sempre avuto un progetto: per questo non hanno mai perso l'appoggio popolare. 
 2) Apparivano invece di maggior incisività (laiche, progressiste, autonome...) le sollevazioni che hanno interessato la Turchia negli ultime due anni e in cui era consistente la presenza dei kurdi. Come valutate le prospettive di tali movimenti (anche tenendo conto dei recenti risultati elettorali)? Le rivolte in Turchia sono una risposta all'assenza di un sistema democratico. La Turchia ancora sostiene e difende l'omogeneità dello stato-nazione, considerando tutti gli altri gruppi, popoli e credi come nemici. Principalmente l'atteggiamento della Turchia verso i kurdi è caratterizzato dalla tendenza a negare, annientare ed assimilare. Se lo stato turco continuerà a tenere un approccio antidemocratico e militare su ogni questione, tali rivolte continueranno, anche con possibilità di successo. Il progetto dell'HDP rappresenta l'alternativa al regime antidemocratico presente in Turchia. Nelle elezioni del 7 giugno l'HDP ha avuto un grande successo: e crediamo che continuerà a crescere, perché si tratta di un progetto di pace, basato su democrazia, collaborazione, convivenza e diritti delle donne. 
 3) La Resistenza di Kobane ha sicuramente rappresentato un punto di riferimento estremamente positivo per larga parte dell'opinione pubblica democratica europea. Purtroppo la stessa stampa (e i media in genere) occidentale, che aveva solidarizzato con voi, non sembra scandalizzarsi più di tanto per i recenti raid turchi sui campi profughi e sui villaggi di kurdi (forse perché la Turchia è un membro forte della NATO?). Come giudicate questa ambiguità? Certo, si tratta di una contraddizione: tale ambiguità è negativa. La NATO ha un ruolo e lo sta giocando. La Turchia utilizza i meccanismi della NATO e dei suoi alleati contro di loro: in tal modo li spinge a rimanere in silenzio, affermando che si tratta di una questione interna, di una guerra contro il terrorismo. In realtà non si tratta di terrorismo, ma di una vera e propria guerra, e tutti dovrebbero muoversi nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero fermare questi comportamenti della Turchia, far sentire la propria voce; anche perché dovrebbero riconoscere che i kurdi sono parte della guerra contro l'ISIS e che tutti gli attacchi contro i kurdi facilitano solo l'avanzata di ISIS. La contraddizione di base è chiara: se ISIS è un nemico comune, perché non viene fermata la Turchia quando attacca proprio quei kurdi che hanno lottato e continuano a lottare contro ISIS? 4) Il processo di Pace avviato due anni fa su indicazione di Ocalan sembra essere naufragato a causa della politica guerrafondaia e sciovinista del governo turco dell'AKP. Da un riesame di questo processo, pensate esista ancora una concreta possibilità di riprendere le trattative tra organizzazioni curde e governo turco per una soluzione politica del conflitto? Le questioni non si risolvono con la guerra, ma con la democrazia: né il PKK né la Turchia possono risolvere la questione con la guerra, l'unica strada è la pace, il dialogo, l'alleanza. Entrambe le parti sono consapevoli di questo; se si vuol riprendere il processo di pace, esso dovrebbe essere condotto secondo le convenzioni internazionali. Ogni guerra ha anche la sua pace; per costruire la pace c'è bisogno delle due parti. Quindi è necessario un cessato il fuoco bilaterale; per garantire l'imparzialità di questo processo ci dev'essere una terza parte. Durante i negoziati, i rappresentanti sia del PKK che dello stato turco devono avere gli stessi diritti. 
 5) La Resistenza curda nei territori curdi amministrati dallo stato turco aveva deposto le armi per favorire il processo di Pace ed ora ha reagito agli attacchi dell'esercito turco. E' solo legittima difesa o si preannuncia una intensificazione della guerriglia? Nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa, il PKK afferma chiaramente: la Turchia ha cominciato questa guerra e stiamo solo mettendo in pratica il nostro diritto di autodifesa. In precedenza più volte il PKK aveva dichiarato che l'AKP stava utilizzando la tattica della provocazione, per far ricominciare la guerra, e che i kurdi non intendevano cedere alle provocazioni e mantenevano una posizione di autodifesa 
 6) Cosa vi aspettate dall'Unione Europea che finora sembra alquanto tiepida nei confronti degli attacchi turchi? E dagli USA? Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero comportarsi secondo i propri principi, cioè agire per la democrazia e la stabilità, obbligando la Turchia a sedersi al tavolo della pace. E' molto importante che il PKK venga rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche; è la condizione principale per permettere che si facciano passi verso la pace e per risolvere le questioni in maniera veloce. La questione principale in Turchia è la questione kurda; Unione Europea e Stati Uniti dovrebbero sapere che la soluzione della questione kurda è anche un loro interesse; per questo devono forzare la Turchia a cooperare per conseguire la pace. 
 7) Potreste spiegare in che cosa consiste il progetto di autogestione che interessa un sempre maggio numero di città e villaggi curdi (e non solo)? I kurdi vogliono che venga riconosciuta la loro volontà, vogliono poter scegliere i propri amministratori e rappresentanti locali, vogliono autogovernarsi; stanno cercando di creare un sistema in cui si possano autogovernare dal basso, rimanendo comunque in contatto con il governo centrale. Danno importanza alla convivenza con gli altri popoli che vivono in Turchia, purché sia riconosciuta e rispettata la loro volontà, dal punto di vista politico, culturale, sociale e legislativo. 
 8) Un modello di autonomia come quelli del Südtirol e delle Vascongadas potrebbe rappresentare una soluzione per il conflitto tra popolo curdo e stato turco? Per esempio, con la garanzia di poter usare la propria lingua, studiare in curdo, usare la lingua curda anche nei tribunali, autonomia delle amministrazioni locali... E soprattutto, la Turchia è pronta per una tale evoluzione? I kurdi vogliono l'Autonomia Democratica: vogliono prendere le proprie decisioni nelle loro regioni, non vogliono essere gestiti da Ankara, vogliono gestire direttamente dal basso le questioni che riguardano loro e i loro territori. Questa proposta non vale solo per i kurdi, ma per tutte le città e tutti i popoli della Turchia. Però, per arrivare a questo punto, è necessaria una democratizzazione della Turchia: attraverso una nuova costituzione, che tuteli l'uguaglianza dei diritti e la possibilità di un'amministrazione dal basso. 10) La Turchia sembra essere ben inserita nel gioco della politica energetica. Ha firmato accordi con l'Europa, la Russia, l'Azerbaigian, la Georgia, l'Iraq...in passato anche con l'Iran, praticamente con tutti, se si esclude l'Armenia. Questo quanto influisce nelle scelte politiche e militari dei governi turchi? Tutta l'energia della Turchia viene dal Kurdistan o arriva in Turchia attraverso il Kurdistan. La Turchia, se accetterà di vivere in pace con i kurdi, avrà un ruolo; per avere il gas, il petrolio e l'acqua dei kurdi è necessaria la pace. 11) A vostro avviso, la concessione della base di Incirlik all'aviazione statunitense potrebbe essere stata una mossa di Ankara per fingere di partecipare alla guerra contro l'ISIS mentre in realtà ha fornito una copertura per riprendere la guerra contro i kurdi? Si sa che gli Stati Uniti hanno bisogno della Turchia, però non dimentichiamo che la Turchia da anni sostiene i jihadisti, in particolare ISIS, che rappresenta un nemico del mondo intero e degli Stati Uniti. Perciò gli Stati Uniti devono opporsi agli attacchi della Turchia contro i kurdi: in quanto il PKK lotta contro ISIS. Gli Stati Uniti non portano avanti una politica chiara nei confronti dei kurdi; ma se vogliono avere un ruolo in Medio Oriente, avranno bisogno dei kurdi, i cui valori sono: secolarismo, democrazia, convivenza pacifica e libertà delle donne 
12) Una valutazione, se possibile, della posizione assunta da Barzani (v. la richiesta ai militanti del PKK di lasciare i territori curdi all'interno dei confini iracheni). La dichiarazione di Barzani è un grave errore, da parte sua: il PKK è un movimento kurdo, fa parte del Kurdistan, e dire al PKK di uscire dal proprio territorio non è una mossa politica ragionevole, non aiuta a raggiungere una soluzione della questione kurda. I kurdi, al contrario, dovrebbero riunirsi in un Congresso Nazionale, al fine di trovare una strategia condivisa. Quelli che attaccano i kurdi, senza fare distinzioni, attaccano in sostanza ogni movimento e l’intera popolazione. (Gianni Sartori su anarkismo.net)

IX Congresso Nazionale della FdCA

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1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)