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giovedì 5 febbraio 2015

Realizzare le speranze nate dalle lotte, disfarsi delle illusioni

In pochi giorni l'Unione Europea è stata scossa da due fatti senza precedenti. Il primo: l'emissione di 1140 mld di euro di Quantitative Easing (QE) da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Il secondo: la vittoria della coalizione di sinistra Syriza nelle elezioni greche. Nel mirino del “bazooka” di Draghi La BCE non è un istituto di beneficenza ed è affatto interessata alle sorti delle classi lavoratrici europee. Infatti, questa imponente emissione di liquidità verso i mercati finanziari, tramite le banche centrali degli Stati, punta a far risalire il tasso d'inflazione verso quella soglia del 2% ritenuta virtuosa per l'eurozona. Riducendo gli oneri per i debiti sovrani, dovrebbero liberarsi risorse a favore della crescita; nella speranza che le banche immettano, in prestiti e mutui a imprese e famiglie, i ricavi dalla vendita dei titoli di stato, dovrebbe beneficiarne la domanda aggregata e quindi le vendite, la produzione, le assunzioni. Il tutto in un contesto di generalizzata depressione salariale, di contrazione dei diritti dei lavoratori (vedi la Reforma Laboral in Spagna o il Jobs Act in Italia), di indebolimento indotto della capacità di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori nelle politiche nazionali e nei posti di lavoro. Ma, siccome la BCE non fa regali, il “bazooka” non sembra tanto puntato sui mercati, quanto nei confronti dei paesi con debiti sovrani più esposti, come tutta l'area mediterranea della UE. Il QE, infatti, fluisce solo verso quegli Stati con “investment grade”, cioè con una valutazione dei loro bond superiore a “titoli spazzatura”, così come stabilito dalle criminogene agenzie di rating internazionali. Da questo punto di vista, la Grecia non dovrebbe usufruirne per i prossimi 6 mesi e l'Italia è appena sopra la soglia di “bond spazzatura”. Inoltre, in caso di bancarotta/default di uno Stato, i costi sarebbero ripartiti solo per il 20% tra gli Stati membri dell'UE, mentre il restante 80% darebbe luogo ad un intervento di salvataggio da parte della BCE col programma OMT (Outright Monetary Transactions). Il che spingerebbe indirettamente su politiche di spesa sociale e del lavoro sempre più antiproletarie. Germania & sodali strepitano, ma non ignorano gli effetti benefici che avrebbe un euro debole ed una ripresa della domanda europea sulle loro esportazioni. Non è un caso che da Davos, i premier di Finlandia (falco) ed Irlanda (uscita a costo di lacrime&sangue dal programma di aiuti europei) avevano lanciato messaggi di disponibilità su modifiche alle condizioni del famigerato “memorandum” imposto alla Grecia, alla luce dell'intento di Syriza di alleggerire il fardello del debito greco (175% del PIL). Bella Ciao Syriza!! La resistenza del proletariato greco ha per ora portato alla vittoria di Syriza nelle elezioni per il parlamento. Dopo il calo delle mobilitazioni contro la troika nel corso degli ultimi anni, Syriza rappresenta al tempo stesso sia una speranza per la Grecia (e non solo) sia una pericolosa illusione. Inevitabilmente, l'ottuso perseguimento di una stabilità finanziaria e di bilancio sulla base delle politiche di austerità ha prodotto un fattore di instabilità all'interno del sistema UE, proprio in quel paese che è stato per anni criminalizzato e punito ed infine intimidito dalle istituzioni europee fino a pochi giorni dal voto. Sarebbe illusorio pensare che la coalizione Syriza possa compiere miracoli anticapitalistici andando allo scontro frontale con l'UE, ma intanto è riuscita a dare rappresentanza a parte della disperazione e della resistenza greca ed a tenere a bada la temibile destra nazista di Alba Dorata, peraltro già sparita dalle strade grazie soprattutto all'azione di vigilanza e di prevenzione della comunità anarchica greca. Conosciamo bene i limiti e la sterilità delle politiche elettorali e parlamentari nel rappresentare e garantire gli interessi delle classi lavoratrici, tuttavia assumiamo materialisticamente questo passaggio elettorale greco come una seria contraddizione che si apre nel fianco orientale dell'UE nonché un punto di riferimento per aggregazioni della sinistra anticapitalista in altri paesi, non necessariamente solo a scopi elettorali, come nel caso di Podemos in Spagna. Costruire reti e fronti sociali anticapitalisti e libertari In Italia, non si sono mai avute in questi 7 anni di ristrutturazione capitalistica né le condizioni per la nascita di movimenti come quello degli indignados spagnoli o di “occupy”, né le condizioni per il costituirsi di coalizioni elettorali paragonabili per nascita e sviluppi a Syriza e Podemos. E sarebbe meglio evitare imitazioni, dato negli ultimi anni la scelta elettoralista si è dimostrata disastrosa per chi oggi guarda alla Grecia come qualcosa da emulare. Le realtà sociali e politiche che oggi in Italia lottano per il diritto alla casa, per i diritti dei profughi e degli immigrati, per contrastare le punitive politiche del lavoro previste dal Jobs Act, per contrastare il razzismo ed il neofascismo nei nostri territori, per fermare il sacco del paese attraverso le grandi opere e gli EXPO a lavoro gratuito, sono le uniche in grado di costruire un progetto alternativo a carattere solidale ed anticapitalista. Perciò solo un conflitto sociale diffuso e reticolare, sistematico e costante, in grado di esprimere crescente radicalità dal basso, indirizzata verso la riappropriazione e l'autogestione di risorse comuni, patrimoniali e ambientali, culturali ed economiche, può proporsi come elemento esogeno di rottura democratica e libertaria di netto segno anticapitalista, nei territori e nel paese. A noi comunisti anarchici e libertari il compito storico e sempre attuale di saper federare queste realtà in reti di mutuo appoggio, in fronti di lotta che perseguono un progetto di sinistra comunista e libertaria. Alternativa Libertaria/FdCA 89° Consiglio dei Delegati Fano, 1 febbraio 2015

lunedì 26 gennaio 2015

Quante balle sulla Grecia e il suo debito!

riceviamo e volentieri pubblichiamo un breve approfondimento sulla grecia da parte del centro internazionalista di Mestre (VE) ............................................................................... La prima cosa da chiarire è: come si è formato l'enorme debito pubblico greco? Le ragioni sono tutt'altro che misteriose, anche se poco conosciute. La prima: in Grecia grandi capitalisti e chiesa sono esentasse. Forse non tutti sanno che... gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. A questo manipolo di poche centinaia di supermiliardari, va aggiunta la chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e i cui preti sono a carico dello stato. Esentasse sono poi le enormi fortune trasferite all'estero (calcolate in circa 600 miliardi di euro: quasi il doppio del debito stesso), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse, molte delle quali sono state aiutate a frodare il fisco greco proprio dal Lussemburgo di Juncker, il presidente della Commissione europea... La seconda: le spese militari. Lo sapevate che per gli armamenti lo stato greco spende il 3,1% del Pil? In percentuale, più di Gran Bretagna e Francia, i due stati europei che più spendono in armi. Tra il 2005 e il 2009, proprio gli anni in cui è andato maggiormente lievitando il suo debito di stato prima dello scoppio della crisi, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa - parola del Sipri di Stoccolma. Da chi ha acquistato aerei da combattimento (il 38% del volume delle sue importazioni)? Da "noi" comuni "cittadini"? Non esattamente. I 26 F16 li ha comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro, che ha fatto della Grecia il terzo cliente dell’industria militare francese nei primi dieci anni del secolo. La terza: le faraoniche spese per le olimpiadi del 2004, in totale si stima oltre i 20 miliardi di euro, triplicate rispetto alle previsioni (è un classico dai "grandi lavori"/grandissimi furti, che abbiamo visto con il Mose e vedremo con l'Expo). Nel 2004 l'indebitamento pubblico balza da 182 a 201 miliardi di euro e il rapporto deficit/Pil dal 3,7% al 7,5%. In questa circostanza la cattiva gestione della cosa pubblica e il sistema di corruzione e tangenti hanno avuto il suo culmine, e i legami con i capitali globali si sono fatti ancora più stretti perché molte grandi imprese europee e statunitensi ci hanno banchettato su alla grande - tra quelle made in Italy IVECO, Impregilo, Finmeccanica, Italcementi, le imprese sportive associate in Assosport, etc. La quarta: la corruzione dilagante dei più alti funzionari dello stato. Attenzione, però! La corruzione degli amministratori, che fa lievitare le spese e il debito dello stato, presuppone che ci siano dei corruttori che traggono dalle tangenti pagate dei vantaggi enormemente superiori al loro costo. Le prime della classe in questa nobile gara sono finora state le grandi imprese tedesche. Per l'affare della vendita di sottomarini Poseidon, ad esempio, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro. Per assicurarsi una commessa di 170 carri armati Leopard, missili Stinger e caccia F-15, la Krauss-Maffei Wegmann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. Quindi la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn... La quinta, ma non certo l'ultima per ordine di grandezza, tutt'altro!, è il pagamento degli interessi sul debito di stato, pari - solo negli ultimi anni - a 40,6 miliardi di euro, a favore degli altri stati europei, tra cui l'Italia ("non abbiamo fatto doni alla Grecia, ma prestiti", dichiarò a suo tempo Tremonti), del FMI, delle grandi banche europee. Per coprire le vere cause dell'ingigantimento del debito di stato, accentuato dalla durissima crisi dell'economia greca, sono state confezionate alcune leggende metropolitane da sfatare. Del tipo: il debito pubblico è dovuto ad un eccesso di spese sociali. In realtà la Grecia dal 1998 al 2007 (anni in cui l'economia greca è costantemente cresciuta del 4% all'anno) ha speso in spese sociali 5.400$ pro capite: meno della metà di Francia e Germania... Del tipo: “i greci” non hanno voglia di lavorare, son sempre lì a bere ouzo e ballare il sirtaki... in realtà i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore) - dati OCSE, 2012. Anche sulle dimensioni e la portata della punizione inflitta ai lavoratori e alle lavoratrici greche sarebbe il caso di fare un po' di chiarezza, perché c'è troppo silenzio su questo, anche a sinistra e nei movimenti. Ecco solo alcuni degli effetti delle misure imposte con i referendum (i dati sono ufficiali): la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; vengono licenziati 3.800 lavoratori a settimana; tra il 2010 e il 2013 ha chiuso il 30% delle imprese; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della chiesa per ottenere un aiuto alimentare... dobbiamo continuare? Sacrifici pesanti, è vero, dirà qualcuno, ma la Grecia è stata aiutata con sostanziosi prestiti per far ripartire l'economia: 275 miliardi di euro dal 2010 al 2012, una bella sommetta, che se ben spesa... E invece, dove sono finiti i soldi dei prestiti (concessi "in cambio" delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e dei brutali tagli alla spesa sociale)? In una vera e propria partita di giro, sono finiti per quasi il 90% ai creditori internazionali dello stato greco - banche e stati europei anzitutto, FMI, BCE, proprio i pescecani che accusano i greci di essere dei fannulloni scialacquatori - e alle banche greche per coprire i loro debiti. Lo stato greco ha "visto" solo 27 miliardi di euro (il 10%)... e i lavoratori hanno ricevuto solo bastonate su bastonate. Intanto i generosi creditori internazionali della Grecia hanno ottenuto dai loro amici e sodali di Atene (Samaras&C.) di mettere in (s)vendita le imprese più appetibili: l'aeroporto di Atene, la lotteria nazionale (ambita da una società italiana), alcuni centri commerciali di prima classe, terreni, spiagge e casinò nelle isole di Rodi e Corfù, la compagnia nazionale del gas, il 35% della compagnia nazionale di raffinazione del petrolio, il 49% delle ferrovie, il 39% delle poste, etc. Ad arraffare le compagnie dell’acqua di Atene e Salonicco sono già pronte la francese Suez Environnement e l’israeliana Mekorot, ma intanto, per renderle più appetibili ancora, ecco un drastico taglio del personale e il prezzo dell'acqua che dal 2001 è triplicato, e continua a salire, salire... D'altra parte, se l'economia greca va a rotoli, è inevitabile che tutti debbano perdere qualcosa... Beh, non proprio tutti: negli ultimi due anni le 500 imprese più importanti di Grecia hanno aumentato i loro profitti del 19%, e nel corso dei primi mesi del 2013 le imprese quotate in borsa hanno registrato un aumento medio dei loro profitti del 152,6% (!). Le banche greche, rimesse a galla grazie ai fondi pubblici, in seguito hanno “divorato” una decina di banche minori. Altri monopoli, come la compagnia aerea Aegean (che ha assorbito il principale concorrente, un tempo in mani pubbliche, Olympic Air), registrano importanti profitti. Anche gli speculatori traggono i loro vantaggi dalla crisi: il tasso di interesse sui titoli di stato è passato in un anno dal 5,5% al 7,24%. È questo il punto: è ora di finirla di parlare della Grecia. Esistono in realtà due Grecie tra loro antagoniste: l'una, quella della classe attualmente al comando che (nella sostanza) condivide e mette in atto le politiche della Troika, che ha lucrato e si è arricchita con l'entrata nell'euro, e continua ad arricchirsi nella crisi; l'altra, quella delle classi lavoratrici, che ha pagato e paga un prezzo terribile per mantenere a galla e far ingrassare i responsabili della crisi, grandi capitalisti greci e globali, banchieri, generali, grandi evasori di stato, funzionari corrotti... Con le balle che la "libera" stampa e le "libere" tv raccontano sul debito greco, gli eurocrati di Bruxelles, Renzi, Merkel, Hollande e quant'altri ci vogliono arruolare nella guerra per imporre ai lavoratori greci, e tanto più agli immigrati in Grecia, altri lunghi anni di lacrime e sangue. Usciamo dal silenzio, e rispondiamogli sui denti: la resistenza e la lotta dei lavoratori greci contro le politiche di impoverimento di massa imposte dalla Troika e da Samaras&C., e per il non pagamento del debito di stato, è la nostra lotta! 18 gennaio 2015 La redazione de "il cuneo rosso" com.internazionalista@gmail.com

martedì 20 gennaio 2015

Le elezioni in Grecia fanno paura all'Unione Europea?

Le elezioni ed i parlamenti come è noto non sono -per il loro carattere interclassista- strumenti in grado di rappresentare gli interessi della classe lavoratrice e degli sfruttati. E se mai si dovesse paventare che l'esito delle urne possa spostare un po' gli equilibri politici a sfavore degli interessi capitalistici internazionali o di quel singolo Stato, può persino accadere che le elezioni diventino un pericoloso momento di partecipazione e di democrazia da scongiurare. E' ciò che sembra stia accadendo per la scadenza elettorale in Grecia. Nella vicenda elettorale greca, infatti, con la possibilità che Syriza, formazione eterogenea della sinistra greca guidata da Alexis Tsipras, possa vincere le elezioni per il parlamento di Atene, stanno emergendo e si rendono trasparenti i fattori del dominio capitalistico. Il 25 gennaio, data delle elezioni politiche in Grecia, potrebbe assumere un'importanza emblematica per i popoli europei sottoposti alla dittatura del mercato finanziario. Non è una scoperta recente che il grande capitale sia l’artefice della formazione dei gruppi dirigenti in tutti i paesi di Europa, tuttavia stavolta la piccola forza della sinistra greca sembra aver colpito nel segno con il suo apparentemente pur minimo programma elettorale. Chiedere di rinegoziare il debito all'interno delle rigidità finanziarie della UE assume una radicale prospettiva storica, quella di fermare il saccheggio delle società del debito da parte del grande capitale. Sono proposte che aprono contraddizioni nei fattori di dominio del capitale stesso. Ricontrattare il debito pubblico significa, infatti, rendere palese la grande manovra internazionale della ristrutturazione dei debiti privati, gestiti dal sistema finanziario e industriale e riversati abilmente dalla cricca al potere sui deficit pubblici, impossibili da ridimensionare e per questo strozzati dai calcoli contabili della finanza mondiale. Che il potere reale risieda nei portafogli dei grandi gruppi finanziari non è cosa nuova, è inedito invece l'attacco esplicito e preventivo come quello scatenato contro Syriza dai dittatori del libero mercato. Per l'UE, la pur limitata democrazia parlamentare può diventare addirittura nemica del processo di ristrutturazione in atto ed accusando gli “estremisti” di questa sinistra greca di ribellione alle scelte dei banchieri e della alta finanza, infligge ad un intero popolo il ricatto del rifinanziamento del debito. Così come accadde quando nel 2011 il governo greco dovette annullare il referendum sul piano di salvataggio della Troika. JP Morgan alcuni anni fa aveva avvisato l’Europa: le Costituzioni europee nate dalla Resistenza e dal contratto sociale che si era imposto in tanti paesi dell’Europa non erano più tollerabili, ostacolavano nei fatti l’espansione del capitale. Bisognava dunque cercare di impedire agli sfruttati ed ai ceti meno abbienti -quelli che la cosiddetta crisi la devono pagare- di poter rivendicare le loro scelte politiche. Lo si è fatto e lo si sta facendo con due mosse: con la repressione quotidiana in tutta Europa della capacità autonoma di opposizione e delle lotte per la giustizia sociale da un lato e con la disincentivazione alla partecipazione alle scelte politiche dall'altro. Chi invece va blaterando di uscita dall’euro come se questo fosse un toccasana, si dimostra essere un inquinatore di coscienze, scambia gli effetti con le cause del disastro sociale, non coglie i meccanismi del dominio, fa esattamente il gioco dei poteri forti della UE, le destre europee che, da quella francese in poi stanno infatti utilizzando la battaglia contro il “diabolico Euro” per riaffermare un dominio di classe interno ai propri confini, pensando che tutti si siano dimenticati di come erano le condizioni dei lavoratori e dei ceti popolari rinchiusi nei secolari confini di asfissianti patrie. La vicenda greca mette in evidenza anche il mutamento di rapporto tra democrazia, rappresentanza e costruzione di coalizioni politiche che si è alimentato di una certa partecipazione diretta dei protagonisti. I durissimi anni di lotte e di opposizione sociale alle politiche della BCE e del fondo salva-stati hanno determinato posizioni chiare sulle lotte e sulle risultanti politiche, che ora si esprimono in parte anche con la anomalia Syriza. Noi come comunisti anarchici e libertari che non abbiamo passione alcuna per le elezioni, non possiamo tuttavia ignorare quanto sta accadendo e distinguere tra le elezioni in quanto strumento di consenso e la libertà di associarsi politicamente. L'attacco a Syriza è oggi un attacco alle condizioni di vita di milioni di persone che non necessariamente sono rinchiuse nei confini dello Stato di Atene. L’attacco al diritto di associazione e di coalizione, alla partecipazione attraverso la democrazia, anche quella elettorale, sferrato dalla dittatura del mercato finanziario non ci può lasciare indifferenti. Un tempo si diceva che se con le democrazie parlamentari si fosse cambiato il mondo queste sarebbero state abolite, ebbene oggi il dominio della finanza internazionale non abolirà il simulacro della democrazia parlamentare, ma non permetterà che attraverso di essa si possano organizzare forze della sinistra solidale e di classe. Il ricatto del rifinanziamento del debito oggi si è sostituito allegramente al colpo di Stato militare e fascista di alcuni decenni fa. Alternativa Libertaria/Fdca gennaio 2015

IX Congresso Nazionale della FdCA

IX Congresso Nazionale della FdCA
1-2 novembre 2014 - Cingia de' Botti (CR)